Estratto del documento

Capitolo 1

La violenza giovanile è in aumento?

Spesso si afferma che il comportamento violento dei giovani nella nostra società sia in aumento, e dobbiamo smentire queste affermazioni. Negli ultimi dieci anni viene indicata una stabilità dalle statistiche di denunce e azioni penali verso i minorenni. Tuttavia, quando un episodio di violenza raggiunge la cronaca giornalistica, è come se passasse sotto una lente di ingrandimento che lo rende un allarmante segnale della degenerazione della società. Giocando sull'onda emotiva del momento, viene posto un "problema" come segnale del peggioramento morale di tutta una generazione.

L'aumento della violenza giovanile (finto, ma alimentato dai media), viene allora visto come un rassicurante luogo comune per mezzo del quale la violenza (in quanto generazionale) viene relegata in un mondo a noi estraneo. Ma cos'è in realtà? È la ripetizione dell'atteggiamento delle vecchie generazioni, lasciate in eredità e trasmesse. L'adolescente diventa così una sorta di imputato collettivo e la sua figura e i suoi gesti vengono visti più minacciosi di altri gesti, anche più violenti, compiuti da persone di età superiore. Essendo ormai un capro espiatorio, il giovane non ha più possibilità di essere visto sotto altri punti di vista dagli adulti, i quali negano una comprensione delle vicissitudini individuali.

I ragazzi violenti sono malati?

Un secondo luogo comune da sfatare è proprio che esista un profilo sociopsicologico unico e specifico del giovane violento. Il Secret Service americano ha fatto un'indagine sulle caratteristiche dei cosiddetti school shooters, nella quale viene studiata la presenza di fattori abitualmente ritenuti responsabili degli atti di violenza giovanile. Questa indagine non ha trovato alcuna correlazione stabile dei gesti violenti con i fattori indagati: non si tratta di ragazzi che provengono da ambienti poveri; che vivono in sobborghi disgregati; che hanno sperimentato pregiudizi sociali emarginanti; che hanno assistito in modo eccessivo a programmi televisivi violenti; che hanno avuto fallimenti scolastici; genitori separati; violenze in infanzia; iperattivi; che hanno abusato di droghe.

Un elemento costante è che i gravi gesti violenti si erano sviluppati in ambienti e verso persone conosciuti, e proprio per questo rappresentavano qualcosa di specifico ma al tempo stesso di difficilmente comprensibile con gli abituali parametri di valutazione, quelli che ci portano a pensare che la violenza sia un atto diretto solo a persone sconosciute.

Il recente film Elephant di Gus Van Sant, racconta la strage compiuta con freddezza assoluta da due adolescenti americani nel proprio liceo. Il film ha suscitato critiche proprio perché trasmette l'incomprensibilità del gesto violento compiuto: due giovani che, in un giorno qualunque, entrano nella loro scuola e massacrano a colpi di fucile un gran numero di ragazzi con i quali fino al giorno prima avevano condiviso la vita scolastica. Mentre nel film Bowling for Columbine, di M. Moore, si era cercato di trovare le motivazioni sociali di quel gesto (come ad esempio la libertà di acquisto delle armi), in Elephant non vi è stato alcuno sforzo di spiegare le cause di questo gesto, che resta incomprensibile. Il film punta a mostrare l'atroce banalità del male, anche se lascia intravedere un rapporto tra il gesto violento e la necessità di uscire dallo stato di noia tipico di molti adolescenti.

Il "teppismo per noia" che comprende una pluralità di situazioni, vede come protagonisti della devianza ragazzi appartenenti al ceto medio e anche ragazze che prima ne erano escluse. Ne sono esempio gli episodi feroci e immotivati come quello dell'omicidio della suora di Chiavenna ad opera di due ragazzine, quello di Castelluccio dei Sauri (dove due ragazzine hanno ucciso la loro amica) e quello di Novi Ligure, dove una ragazzina col fidanzato hanno ucciso madre e fratello.

Le diverse facce della violenza

Cos'è che può portare un giovane o un bambino ad avere un comportamento violento fino all'omicidio di un compagno o familiare? Per capire questi eventi bisogna fare riferimento a qualcosa di più vicino a noi, al nostro modo di vivere le nostre abitudini educative, entrare in sintonia con ciò che vorremmo poter considerare qualcosa che non ci riguarda.

Un film di Kathryn Bigelow (il mistero dell'acqua) racconta di come una giornalista, cambiando il suo angolo di visuale, riesce a ricostruire un omicidio di fine Ottocento, scoprendo cose che, viste dalla ordinaria visuale, non erano state scoperte. Una ragazza, sorpresa dalla sorella dell'amica in effusioni nel letto, viene presa da un raptus violento e le uccide entrambe. Questo perché la reazione della sorella le ha suscitato un ricordo violento che ha subito in infanzia. Nessuno è mai riuscito ad arrivare a lei, e il colpevole è stato per anni un povero ragazzo di passaggio. Nel film, la regista attribuisce alla ragazza questo pensiero "Nessuno può dire con certezza, a meno che non abbia vissuto tale esperienza, come reagirà quando la rabbia si impossessa del corpo e della mente, l'angoscia così fulminea e straziante, un attacco di tutti i sensi, come un improvviso morso sulla mano".

Ma allora chi sono i ragazzi violenti? La risposta a questa domanda non può essere unitaria. I fattori biopsicosociali che sono alla base di ogni comportamento umano possono giocare ruoli diversi. Un comportamento violento specifico, in cui i fattori sociali sono predominanti, è ad esempio quello dei ragazzi che abitano in territori ad alta densità criminale, e che porta rapidamente alcuni di loro ad assumere atteggiamenti violenti come stile di vita. Un esempio è quello dei ragazzi affiliati ai clan camorristici e di cui troviamo un esempio nel racconto Certi bambini di Diego de Silva. I gesti di Rosario, un bambino di 11 anni, vengono dettati non da raptus violenti, ma da modelli socialmente acquisiti, da un obbligo sociale.

Su un versante diverso si collocano i ragazzi per i quali la psichiatria infantile ha introdotto nelle proprie categorie nosografiche la categoria Disturbi della condotta. Questo volume si occupa in modo specifico di questi ragazzi, prende in considerazione solo in modo marginale la cosiddetta "devianza leggera" (piccoli furti, guida senza patente, fumo, droga) che può caratterizzare i ragazzi in preadolescenza, ma che mantiene caratteristiche occasionali, e che esprime una trasgressione fisiologica alle norme sociali, una spinta all'autonomia ed una necessaria temporanea opposizione alle regole degli adulti. Ci occuperemo piuttosto del gesto violento che assume un significato di rottura nella storia dell'individuo. Dal momento in cui esso è stato compiuto, ci sarà per sempre un prima e un dopo, e non sarà più possibile parlare solo di aggressività fisiologica. L'aggressività che diventa gesto violento rappresenta un punto nodale nell'evoluzione di un individuo e della sua famiglia.

Spesso il comportamento aggressivo non è collegabile a una diagnosi psichiatrica: ci possono essere gesti anche di violenza inaudita senza che si possa individuare un disturbo psichiatrico chiaramente diagnosticabile con gli attuali criteri; parallelamente non vi è una diagnosi psichiatrica che con sicurezza sia correlata ai gesti violenti. I percorsi personali e psicopatologici che possono portare al gesto violento sono vari e difficilmente inseribili in una casella diagnostica unica. Per questo motivo spesso ci si stupisce di fronte al giudizio di normalità dato da una perizia psichiatrica rispetto a persone che hanno commesso delitti anche efferati.

La complessità del fenomeno "aggressività" è testimoniata dall'etimologia della parola stessa "adgredior", che sta ad indicare un movimento in avanti verso qualcuno, movimento che non necessariamente implica l'intenzione di far del male. Allo stesso modo di altre parole che contengono la stessa radice latina (re-pressione, tras-gressione) anche aggressione assume un significato patologico solo se supera un certo limite che può essere indicato come la soglia al di sotto della quale un certo comportamento può ancora essere considerato normale. Il concetto di soglia rende i comportamenti umani maggiormente comprensibili: ponendo normalità e patologia lungo un comune continuum psicopatologico, propone che i meccanismi soggiacenti ai comportamenti patologici siano meccanismi che dissolvono il normale funzionamento delle funzioni cerebrali che sottendono ogni comportamento umano.

Per questo motivo violenza e aggressività non sono sinonimi, e anche se probabilmente condividono le medesime radici, perché il comportamento aggressivo assuma le caratteristiche del gesto violento è necessario l'intervento plurimo di fattori biologici, psicologici e sociali, ancora in gran parte sconosciuti.

Ragazzi e ragazze violenti

I Disturbi della condotta, ci dicono che sono quattro o cinque volte di più i comportamenti violenti messi in atto dai maschi, rispetto alle femmine. Rimane molto oscuro il motivo di queste precoci differenze di genere, ma al momento si pensa che sia proprio la differenza di impatto delle causali nei maschi e nelle femmine, sulla base dei modelli di sviluppo in base al genere. Ad esempio si può pensare che il precoce sviluppo delle competenze comunicative delle femmine rispetto a quello dei maschi, sia un protettore rispetto all'impulsività e all'aggressività. La socializzazione, data dalle capacità comunicative, svolge un ruolo importante nella regolazione dei comportamenti violenti. Le femmine, già dall'età prescolare, mostrano una più forte empatia e sentono più facilmente la colpa per le azioni compiute. Al contrario i maschi mostrano quel tratto caratteriale chiamato callosità, caratterizzato da un difetto di empatia e da quello della capacità di immedesimarsi nella sofferenza provata dagli altri, difetti che favoriscono l'aggressività.

Un altro fattore connesso alle differenze di genere riguarda proprio il modo in cui i bambini vengono allevati. Possiamo notare come spesso la risposta disciplinare del genitore verso il comportamento aggressivo del maschio sia più cauta rispetto a quella del comportamento aggressivo della femmina. Il comportamento aggressivo del maschio è visto molte volte come capacità di autoaffermazione futura e di forza, e viene quindi incoraggiato e premiato. Questo è ciò che contribuisce ancora oggi a fare distinzioni di genere marcate e a mantenerle nelle generazioni nuove.

Violenza virtuale e violenza reale

Qualche anno fa balzarono alla ribalta della cronaca alcuni giovani che parevano divertirsi a colpire con grossi sassi le macchine da un cavalcavia. Non fu particolarmente difficile individuare i colpevoli, e uno di essi affermò che non era sua intenzione fare del male ad esseri umani, ma che lo scopo era non criminale (come chi li osservava dall'esterno), bensì quello di riuscire a colpire un oggetto che passava di lì, esattamente come si può fare in un videogioco. Possiamo capire allora come con i videogiochi scompaia la linea tra reale e virtuale e di come quindi si associno gli eventi della realtà a quelli dei videogiochi, con l'assenza delle emozioni.

A Parigi, al centro per le tossicodipendenze, si è sviluppato recentemente un centro specifico per la cura delle videodipendenze: i pazienti sono spesso giovani che passano ore e ore davanti ai videogiochi, trascurando anche i risultati scolastici. Per loro la realtà umana diventa periferica, e si inizia a vivere il mondo come fosse un videogioco, uccidendo tutti, facendo soldi, morendo e resuscitando. Cosa succede quando si torna al mondo reale umano? Può accadere di provare emozioni solo nel videogioco (se muore un animale) o, come i ragazzi del cavalcavia, spostare il virtuale nel mondo reale, con conseguenze disastrose.

I videogiochi, rispetto ai messaggi televisivi, richiedono una partecipazione attiva e diretta del soggetto. Si basano principalmente sul prevalere l'altro uccidendo e vincendo, premendo ripetutamente dei tasti predefiniti senza dar spazio al pensiero. Da qui nasce la voglia continua di essere sempre più violenti. Un'altra caratteristica importante è quella del graduale venir meno del "far finta", cosa che si mantiene invece guardando dei film o leggendo un libro. Il problema reale dunque è quello della vulnerabilità. Quando la possibilità di entrare e uscire liberamente dall'area della finzione viene favorita dalle azioni educative, le azioni violente fantasticate nel gioco restano fantasia e non sfociano in vera e propria violenza fisica nel mondo reale, e possono essere utili nell'elaborazione dell'aggressività. L'uso esclusivo e ripetuto dei videogiochi invece può produrre la scomparsa di quelle due distinte aree, di quella linea che divide finzione e realtà, generando una violenza che può crescere con il tempo.

La mentalizzazione

La violenza, a differenza dell'aggressività, non esiste nel mondo animale. Per svilupparsi ha bisogno di una profonda distorsione del normale funzionamento mentale. I disturbi dei ragazzi, sono collegati ai ragazzi che mostrano una difficoltà specifica a mentalizzare le proprie esperienze, le sensazioni e i sentimenti, e hanno uno specifico difetto a scendere verso quelle aree più profonde, connesse ad emozioni sentimenti e relazione e ad entrare in sintonia con gli stati mentali degli altri. Senza lo sviluppo di queste connessioni restiamo in uno stato di superficiale equivalenza psichica nel quale non vi è distinzione tra finzione e realtà.

La capacità di pensare a ciò che gli altri provano nasce infatti nelle prime relazioni affettive. Le prime esplorazioni emotive permettono al bambino di trovare nella mente di chi si occupa di lui un'immagine di se stesso come essere pensante e motivato da affetti e intenzioni. È questo tipo di esperienza che permette al bambino di esplorare i propri stati emotivi e di superare gli stati di equivalenza psichica. Se ciò non avviene, i giochi di finzione non si sviluppano, realtà e fantasia restano confusi e il bambino si ritrova continuamente a rischio di perdere la propria coerenza interna e di vivere fuori di sé gli stati affettivi. A questo difetto di mentalizzazione, allora, possono essere ricondotti molti degli aspetti caratteristici dei ragazzi violenti.

Capitolo 2

Le radici dell'aggressività

L'aggressività deriva da fattori biologici o sociali? Partendo dal problema già esistente si studiano i fattori biologici e quelli sociali, anche tramite una visione allargata e integrata dei fattori che partecipano alla creazione del fenomeno violento. All'interno dei fattori biologici troviamo diversi tipi di studi: Gli studi di genetica, gli studi di neuroimaging, gli studi sui neurotrasmettitori cerebrali. Gli studi hanno messo in luce come la comprensione del comportamento violento debba appoggiarsi sulla comprensione dello sviluppo umano normale, cioè di ciò che è ordinario e non di ciò che è straordinario.

Il gene della violenza

Viviamo in un tempo in cui è dominante l'idea che non esista alcun disturbo che non abbia basi genetiche. Quando ci troviamo di fronte a malattie della mente, possiamo provare l'esistenza di una serie di geni che possono predisporre alla malattia e la cui espressività dipende da meccanismi trascrittori, che sono largamente dipendenti dagli stimoli positivi o negativi che provengono dall'ambiente. Gli studi genetici portano a stimare il 40% della tendenza al comportamento aggressivo (in particolare quello di natura impulsiva), è da attribuire a fattori genetici. I geni quindi non possono essere considerati i soli responsabili del comportamento aggressivo.

Malattia mentale: gene + ambiente

Per quanto riguarda gli aspetti comportamentali, si è cercato di distinguere il comportamento oppositorio-aggressivo da quello delinquente che, considerati nell'insieme, sono espressione di disturbi esternalizzati (tendenza all'esprimere all'esterno le proprie conflittualità). Il comportamento oppositorio e aggressivo è altamente ereditabile e poco influenzato da fattori ambientali, mentre il comportamento delinquenziale è poco legato a fattori genetici e maggiormente connesso a fattori ambientali. I fattori ambientali hanno una più alta influenza nella violazione delle regole (e sempre più bassa man mano che si va verso i comportamenti oppositori).

Nel passaggio dall'età infantile a quella adolescenziale e a quella adulta, l'influenza genetica sui sintomi antisociali tende ad aumentare, mentre quella dell'ambiente condiviso tende a diminuire. I soggetti con comportamento violento hanno una predisposizione temperamentale caratterizzata da tratti oppositori e callosità, influenzata da fattori genetici, che induce interazioni sociali disfunzionali, che a loro volta trasformano quella che è una predisposizione genetica in un comportamento effettivo antisociale e violento.

Possiamo anche dire che il grado in cui una predisposizione temperamentale geneticamente ereditaria diviene effettivamente un comportamento violento, dipende dalla qualità dell'ambiente sociale in cui il bambino e il giovane vivono. Ciò significa che le modalità di allevamento hanno un'ampia possibilità di moderare la predisposizione genetica. I bambini con una predisposizione genetica vivono in famiglie marginali dove il padre ha a sua volta condotte antisociali o è assente e il bambino viene allevato da madri depresse a loro volta con condotte antisociali e abuso di sostanze.

Anteprima
Vedrai una selezione di 8 pagine su 34
Riassunto esame Psicologia dell'adolescenza, prof. Passini, libro consigliato Ragazzi violenti, Muratori Pag. 1 Riassunto esame Psicologia dell'adolescenza, prof. Passini, libro consigliato Ragazzi violenti, Muratori Pag. 2
Anteprima di 8 pagg. su 34.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Psicologia dell'adolescenza, prof. Passini, libro consigliato Ragazzi violenti, Muratori Pag. 6
Anteprima di 8 pagg. su 34.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Psicologia dell'adolescenza, prof. Passini, libro consigliato Ragazzi violenti, Muratori Pag. 11
Anteprima di 8 pagg. su 34.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Psicologia dell'adolescenza, prof. Passini, libro consigliato Ragazzi violenti, Muratori Pag. 16
Anteprima di 8 pagg. su 34.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Psicologia dell'adolescenza, prof. Passini, libro consigliato Ragazzi violenti, Muratori Pag. 21
Anteprima di 8 pagg. su 34.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Psicologia dell'adolescenza, prof. Passini, libro consigliato Ragazzi violenti, Muratori Pag. 26
Anteprima di 8 pagg. su 34.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame Psicologia dell'adolescenza, prof. Passini, libro consigliato Ragazzi violenti, Muratori Pag. 31
1 su 34
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher perrellsss di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dell'adolescenza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Passini Stefano.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community