Capitolo 1 – Emarginazione e marginalità
Normalità e diversità
Che significato ha il termine marginalità? Esso proviene da “margine”, cioè “a lato”, non al centro. Stare al margine dunque significa stare lontano dal centro che è sostanzialmente un centro culturale che ogni epoca ha e che determina un specifico modello comportamentale. Il centro culturale, è un centro ideologico, è una modalità di vedere le cose, una chiave di lettura della realtà, della storia. La storia si svolge dunque al centro, essa è la “storia ufficiale”, quella dei “normali” che rispettano le politiche di dominio proprie di una particolare cultura; chi viola queste norme, è ritenuto deviante/marginale caratterizzato da una storia secondaria, falsa e addirittura inesistente.
La marginalità dunque, si manifesta spesso attraverso la somma dei pregiudizi che aumentano la distanza tra la maggioranza dominante (centro) e i soggetti che vivono ai margini e subiscono azioni o interventi di emarginazione. Ci si può quindi chiedere che rapporto c’è tra il “centro” e i “margini”? La risposta sta nella storia dell’umanità caratterizzata generalmente da rapporti di forza che creano appunto questa relazione tra centro e margine, vedi nazismo, fascismo ecc., caratterizzati da intolleranza esercitata con la forza. Ma anche quando si parla dell’opposto dell'intolleranza, cioè la “tolleranza”, non è sempre una concessione dei più forti nei confronti dei più deboli? Implica cioè il mostrarsi “buoni” con qualcuno a cui si potrebbe anche dire di no. Pertanto è proprio tra queste due parole che si creano i marginali, i devianti, coloro che non sono alla pari.
Da qui il discorso può scivolare su un altro binomio antagonista “normalità/diversità”. In questo senso la dimensione della diversità è una deviazione dalla norma e il soggetto diverso è in qualche modo “malato” che o è curato o diventa un pericolo fisico o sociale. La normalità rappresenta dunque la dimensione rassicurante della maggioranza spesso proposta dai mass media: normale è sano, anormale è diverso e quindi malato. Fin dai tempi lontani si assisteva a questo - potere religioso ha molto influenzato questa ambivalenza diversità (es. eretico, peccatore) e normalità (il fedele).
Oggi dunque come in passato continua a esistere la dimensione dell’anormalità come malattia fisica o sociale (omosessualità, tossicodipendenza, malato di mente, disabile, anziano, straniero ecc.). La diversità è insana, perciò pericolosa e può essere “normalizzata” solo attraverso la “tolleranza”. La diversità non è altro che il frutto del pregiudizio, cioè della dimensione ideologica dell’educazione che poi genera emarginazione e marginalità.
Marginalità e integrazione
Prendiamo in considerazione una differenza basilare per spiegare questi fenomeni: statistica sociale e dinamica sociale. Con la prima espressione si fa riferimento alle strutture sociali chiuse, immobile ai cambiamenti economici e culturali, con la seconda si fa riferimento alle variazioni, al mutamento e allo sviluppo degli aggregati sociali entro un determinato arco temporale. In entrambe le società comunque possono produrre marginalità. Per quanto riguarda quella statica, quando una società è immobile e chiusa è come se arretrasse rispetto a quelle dinamiche. In esse l’istruzione di massa è meno diffusa e il passaggio da stati inferiori a quelli superiori è difficile. Al contrario società dinamiche pur creando un benessere più diffuso, provocano più marcate distanze tra i ceti.
Esistono inoltre casi in cui i soggetti non hanno il riconoscimento dei loro meriti o addirittura sono alienati dal loro status sociale per motivi ideologici o di altro genere. È opportuno dunque studiare la marginalità come fenomeno opposto all’integrazione. Essa è infatti il mancato riconoscimento dell’uguaglianza dei diritti e delle pari opportunità. Bisogna però precisare che il termine “pari” non significa “uguale”, infatti le pari opportunità nascono proprio per coloro che non sono alla pari con gli altri.
Comunque sia bisogna anche riconoscere che la realtà sociale sta comunque mutando. In campo educativo infatti non può più esistere un bisogno formativo ed istruzione riferito ad un processo di apprendimento non collocabile in una dimensione storica, né può esistere un bisogno di formazione riferito ad un processo di apprendimento che sia al di fuori di precise coordinate spazio-temporali; questo per dire che non si può più orientare la riflessione pedagogica ignorando i messaggi e i valori che provengono dalla marginalità. L’attuale pedagogia dunque deve trovare un “orizzonte unitario”, problematico e non dogmatico, costantemente aperto all’esercizio della riflessività; bisogna quindi superare i principi astratti di uguaglianza e assumere un’ottica reale di pari opportunità che diano valore reale alle differenze.
L’assenza di integrazione, è assenza uguaglianza propria di una struttura sociale statica: ai ceti subordinati vengono sottratte le opportunità e le condizioni di vita che sono proprie invece dei ceti sovraordinari. Si parla in questo senso di “uomo marginale” intendendo la condizione di colui che aspira a far parte di un gruppo ed è respinto proprio da quello a cui vorrebbe appartenere (ceti più alti). Non esiste comunque una “marginalità in sé” e nemmeno una “devianza in sé”; si è infatti marginali o devianti sempre rispetto a qualcosa cioè ad un codice di comportamento o rispetto ai tempi e ai luoghi. La marginalità è dunque un fenomeno relativo e non assoluto e consiste nella posizione di chi si trova fuori da un dato sistema sociale di riferimento al quale sistema che lo esclude, lo allontana, lo reintegra, il soggetto rimane sempre sottoposto.
La condizione femminile
La figura del marginale ha qualcosa di paradossale: appartiene ad una certa categoria da un lato ma dall’altro è esclusa sia dalle decisioni che da quelle risorse che gli permetterebbero di emanciparsi dalla condizione di minorità. Vi sono anche casi di marginalità parziali; ad esempio le donne in passato, pur appartenendo in pieno ad una società di diritto, erano escluse dal voto. Le discriminazioni di cui la donna in particolare è stata vittima (non poteva disporre del proprio patrimonio senza consenso del coniuge, doveva rispettare le scelte del coniuge circa la casa, l’educazione dei figli ecc.) è cambiata da poco tempo grazie alla modificazione del diritto di famiglia.
Esclusa dalla storia, ha voluto anche dire esclusa come elemento sociale, autonomo e libero. Ma ancora oggi purtroppo avvengono sottomissioni, violenze sulle donne da parte dell’uomo che fanno crescere paura e indifferenza. Un esempio tipico di marginalità femminile del nostro tempo è la prostituzione. A riguardo di ciò, la riduzione del danno e l’accoglienza sono due interventi volti a migliorare la qualità di vita delle donne che si prostituiscono. L’accoglienza indica una serie di servizi che prevede la possibilità di abbandonare la strada e nasce per fronteggiare il fenomeno della “tratta”; è una sorta di ”accompagnamento verso l’autonomia”.
Tale accoglienza fa riferimento a due tipi di approccio: il segretario sociale e le case di accoglienza. Nel primo caso si fa riferimento ad un centro di ascolto caratterizzato da consulenza psicologica, legale, supporto per ricerca di alloggio ecc. Le case di accoglienza possono essere di “pronta accoglienza” (quando donna scappa all’improvviso) o di “prima accoglienza” (luogo dove iniziare la nuova vita). In questa prospettiva è fondamentale un lavoro di rete caratterizzato dalla collaborazione di più agenzie.
I ruoli sessuali
Quando ad Adamo si presentò Eva, lui esclamò “Questa sì! È ossa delle mie ossa e carne della mia carne”; prima di Eva c’era stata infatti Lilith creata al pari di Adamo dalla terra e non si voleva sottomettere alle sue volontà. Già da ciò si può parlare di una supremazia dell’uomo sulla donna, Adamo su Eva. Ma Eva viene vista come la peccatrice che si fa tentare dal serpente e tenta Adamo che mangia la sua mela. A questa figura peccatrice nel simbolismo cristiano dunque nasce quella di Maria, madre vergine.
Ecco che da qui nasce la morale sessuale dove risiede anche la “normalità” consentita (amore coniugale) opposta al “peccato” (masturbazione, omosessualità ecc.). Da qui derivano anche le due figure possibili di donna, peccatrice o angelica. La donna attuale però sta comunque percorrendo un cammino verso la liberazione del proprio corpo dalla dipendenza del corpo maschile, rivendicando la capacità di scelta e la voglia di essere un soggetto attivo e pensante non in attesa di “essere scelta”.
Un'altra questione riguarda il quesito: la sessualità nella sua interezza è solo etero? Secondo una morale abbastanza diffusa sì, e per tanto ecco nascere discriminazioni per scelta sessuale di alcune persone: omosessuali e transessuali.
Emarginazione e disagio
Come può essere rimossa la marginalità? Rimuovendo i cofattori che la determinano. Discorso diverso è quello delle minoranze alle quali possono essere riconosciuti o meno i loro diritti in fatto di lingua, cultura, religione ecc. In qualsiasi caso la nozione di minoranza è relativa alla nozione di totalità per cui i rapporti tra la parte e il tutto variano necessariamente. Si può inoltre notare che “Minoranza” ha lo stesso etimo di “minorità” da cui deriva un forte disagio sociale.
Vi è infine una “marginalità diffusa” che attraversa una serie di gruppi sociali non pienamente integrati. Una folla di persone non emarginata del tutto ma esclusa da quei processi decisionali e produttivi che forniscono alle persone identità e responsabilità.
La globalizzazione
Prima di utilizzare il termine attualmente comune di “globalizzazione”, era nata una disputa linguistica sui termini inglesi “global” e “worldwide”. Oggi per convenzione si parla di globalizzazione più che di mondializzazione. Per globalizzazione si intende il complesso delle nuove forme assunte nel mondo globale, dal processo di accumulazione dei capitali al fine di ottenere profitti su scala planetaria. Essa cioè, riduce la povertà in senso assoluto, mentre aumenta la povertà in senso relativo.
Tecnicamente si considera “povero in senso assoluto” chi dispone di meno di un dollaro al giorno. Secondo questa definizione ci sono oggi 1 miliardo e 200 milioni di persone che si trovano in questa condizione; si tratta di coloro che muoiono di fame. Per mondializzazione si intende invece il comune interesse di vari paesi a quei problemi i cui effetti si manifestano su scala mondiale e le cui soluzioni sono possibili solo su scala mondiale tramite creazione di organismi internazionali e la cooperazione di stati nazionali (es. problemi nell'ambito del clima, dell’acqua, dell’ambiente ecc.).
Non si può comunque affermare che la globalizzazione esprima tendenze esclusivamente emarginanti né che la mondializzazione sia la risposta a tutti i bisogni. Il dato di fatto certo è comunque che l’attuale benessere, accresciuto in questi decenni, tende sempre più ad essere concentrato in poche mani invece di essere distribuito equamente tra l’intera popolazione mondiale.
Capitolo 2 – Disadattamento e svantaggio
Disabilità ed handicap
Il XX secolo con le sue tragiche avventure naziste e fasciste, con la follia dell’esaltazione della razza perfetta è forse un emblema del divario tra centro e margine, tra potere e minoranza: coloro che presentavano un handicap (non razza pura, ariana). La situazione oggi però sembra cambiata, così come gli atteggiamenti e gli stili di vita e la mentalità comune. Conseguentemente è cambiato anche il concetto stesso di “handicap”.
L’handicap dipende prevalentemente da una serie di barriere architettoniche, sociali e psicologiche che possono ostacolare in forma permanente o transitoria chiunque, anche se in genere risultano più colpite le persone più deboli. Vi sono inoltre stati in cui l’attenzione verso il disabile è ancora molto limitata, assistenzialista, legata ad una definizione di disabilità come malattia, curabile o incurabile che deve portare ad una sorta di “tolleranza”, a una dimensione di pietà.
Ma che si intende per disabile? Significa “Non abile”, cioè non capace di fare qualcosa per via di una menomazione, di un deficit che lo pone in difficoltà verso alcune attività della vita. Un deficit di tipo fisico, motorio o mentale. Inizialmente si è posta una chiara differenziazione tra disabilità e handicap, nel senso che l’handicap non è altro che lo svantaggio che la società dà al soggetto e di conseguenza aggrava il suo deficit. Rispetto agli handicap che la società impone al soggetto, ce ne sono due in particolare: uno rivolto a menomazioni fisiche, motorie e sensoriali, un altro di carattere intellettivo.
Nel primo caso è facile individuarlo nelle barriere architettoniche (rampe, scale ecc.), nel secondo si può far riferimento al fatto che il disabile è ritenuto “un eterno bambino”, cioè un soggetto che non cresce, che per le sue caratteristiche mentali non ha la capacità di organizzare la propria vita come una persona “normale”. È proprio qui che nasce la discriminazione, la distanza tra centro e margine.
Si prenda in considerazione un soggetto normodotato, con un Q.I nella norma; qual è la sua dimensione di vita “normale”? Immaginiamo che abbia una famiglia, un lavoro e degli interessi. Un soggetto disabile può avere tutto questo? Fino ad oggi no, o in minima parte. Questo perché si è pensato per anni che il suo ritardo mentale non fosse solo un limite relativo alle sue capacità operative nella vita e applicative di conoscenza, ma un limite globale per condurre una vita “normale”: una vita al “centro”; il ragionamento è: “se ragiona come un bambino, allora agirà anche come un bambino” e i bambini non lavorano, non fanno l’amore, non si creano una famiglia.
Ad esempio per quanto riguarda il lavoro, per anni nel nostro paese si è fatto puro assistenzialismo, “regalando” pensioni di invalidità o contributi per l’accompagnamento quasi per ripagare secoli di discriminazioni e violenze ma sempre nella logica del malato incurabile che si tiene in vita riempiendolo di medicine, una specie di “malato immaginario” che è stato costruito così dalla comunità scientifica e dalla comunità sociale e politica.
Da diversi anni però si sta comunque sviluppando il concetto dell’utilità del lavoro per i disabili come strumento di crescita; questo viene però messo molto poco in atto in quanto è sviluppata la credenza dell’improduttività del soggetto disabile, un vero stereotipo, assioma che è ricondotto sempre al “ragiona come un bambino”. Allo stato attuale, la cultura in merito sta lentamente cambiando, sempre più famiglie di ragazzi disabili chiedono aiuto per poter interagire meglio con i propri figli e sempre più enti pubblici e privati stanno orientandosi verso una formazione del disabile per un vero e produttivo inserimento nel lavoro.
Più di “disabile” bisognerebbe parlare di “diversamente abile”, di diversi abile, cioè di chi non rende il centro della propria vita il suo deficit, ma vive invece i suoi valori, il suo lavoro e la sua affettività. Ma non abile che significa? Significa “non abile in tutto”, è un qualcosa che manca ma che poi diventa un tutto. Ma il disabile fisico-motorio spesso non riesce a provvedere con la mente e il disabile mentale quasi mai con il corpo. Questo perché? Perché si continua a perpetuare l’integrazione assoluta tra mente e corpo.
Se provassimo a liberare la mente dai pregiudizi e dagli stereotipi della nostra cultura occidentale cercheremmo nel contatto con un diversamente abile quei messaggi propriamente corporei, messaggi verbali puri che farebbero crollare questa assoluta dicotomia mente-corpo; riscopriremmo noi stessi, la nostra parte corporea.
Povertà e miseria
In una descrizione dell’Inghilterra elisabettiana, William Harrison tratta anche del fenomeno della povertà individuandone le varie tipologie: i poveri per infermità (orfani, ciechi, storpi, vecchi, ammalati); i poveri per disgrazia (soldati mutilati, lavoratori rimasti feriti sul lavoro - queste prime due tipologie vengono definite “veri poveri”); i poveri per dissipazione che l’autore chiama anche “falsi poveri” per la loro mancanza di volontà di integrarsi nel lavoro e la tendenza a vivere di ozi (i giocatori, gli oziosi, i mendicanti, le prostitute).
Oggi la situazione non è molto cambiata in quanto esiste ancora una forte opposizione tra benessere e malessere, tra ricchezza e miseria. Oggi si tende più a parlare di miseria, andando ad indicare una sorta di gradino più indietro della povertà (che invece implica comunque la sopravvivenza all’interno di una certa normalità.
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