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Riassunto esame Pedagogia della marginalità, prof. Santamaria, libro consigliato Dalla parte dell'educazione, Santamaria Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Pedagogia della marginalità e della devianza minorile e del prof. Santamaria, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Dalla parte dell'educazione, Santamaria. Gli argomenti trattati sono i seguenti: Rileggere alcune esperienze, gli orientamenti concettuali e metodologici, una funzione da riscoprire.

Esame di Pedagogia della marginalità e della devianza minorile docente Prof. F. Santamaria

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ESTRATTO DOCUMENTO

Sto dalla parte delle giovani generazioni

Prima di parlare e approfondire il tema dell’oratorio bisogna partire da chi sarà fruitore di quest’ultimo. L’approccio utilizzato è quello

pedagogico, cioè quello che si basa sulle domande che nascono dall’atteggiamento di ascolto che l’adulto deve mettere in atto nella

quotidianità. Esistono vari tipi di domande:

Di relazione: tali domande attraversano tutti gli ambiti della vita e richiede all’adulto di essere esperto;

▪ Di partecipazione e di protagonismo: non vuol dire solo esserci ma contribuire a costruire il progetto e a prendere

▪ decisioni;

Di adulti di riferimento: genitori che hanno il compito di recuperare la vocazione all’educazione, alla voglia e alla

▪ pazienza di stare con i giovani;

Di senso: rappresenta l’esigenza di comprendere la vita, di orientarsi, di capire i messaggi contradittori e profondi

▪ che ogni ragazzo riceve e si trova ad affrontare.

Queste domande sono definitive generatrice in quanto configurano delle sfide per chi si occupa di giovani generazioni. Per questo può

essere l’oratorio il luogo che accoglie tutto ciò e lo affronta con il linguaggio dell’educazione? Per rispondere a questo bisogna prima

capire da dove derivino tutti questi quesiti. È molto semplice. Le prime cause sono date da: crisi politica, etica (in riferimento alle

responsabilità che ognuno ha e si assume, le quali generano conseguenze), formazione, identità sia del genitore che dell’insegnante

fino ad arrivare alla famiglia e alla scuola. Tutto ciò porta ad una modificazione degli stili di vita, del linguaggio, dei riferimenti che

sono tutti disorientati.

In tutto ciò, però, lo sguardo pedagogico vede delle potenzialità. Per questo si parla di “nativi digitali”, cioè ragazzi che costituiscono

la prima generazione nata e cresciuta con i nuovi media. Tutto ciò porta a nuovi schemi di interpretazione della realtà e nuove

modalità di apprendimento che utilizzano la ricerca, l’esplorazione e la conoscenza per probabilità.

Sto dalla parte dell’educazione

L’educazione ha rischiato e rischia tuttora di essere messa da parte o di essere vista come strumento per mettere al loro posto ragazzi

difficili. Ma non è tutto qui poiché l’educazione è un diritto, come afferma la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e

dell’adolescenza, che all’articolo 31 ne individua la finalità nell’educare ad assumere la responsabilità della vita. Proprio per questo,

la domande si ripresenta: può essere l’oratorio un luogo di riferimento?

Sto dalla parte dell’Oratorio

Sono molte le variabili che contribuiscono a creare un oratorio infatti questo può essere un luogo ricreativo, un luogo educativo

piuttosto che di catechismo. Questa varietà è data dal rapporto che viene a crearsi tra parrocchia e i giovani, il rapporto con le altre

realtà che si rivolgono alle giovani generazioni. Da ciò ne deriva la varietà di impostazioni ma questi modelli non sono rigidi ma

possono intrecciarsi tra loro. Nonostante tutto, quello che manca è un progetto di oratorio vero e proprio, inteso come impegno,

strategie, risorse. Tipi di oratorio come luogo:

Educativo: dove vi è sia accoglienza incondizionata di tutti i bambini e i ragazzi del territorio, sia accompagnamento

o alla crescita umana e spirituale delle nuove generazioni. Inoltre vi era centralità della relazione perché rispetto a tutti i

cambiamenti avvenuti, ciò che non è mutata è la relazione diretta sia fra coetanei che tra giovani-adulti. Tutto ciò con

un’attenzione particolare ai ragazzi difficili.

Di pensiero e di formazione: questo richiama all’opportunità di confronto e ricerca sul piano pedagogico infatti qui

o l’oratorio è visto come un’opportunità di formazione.

Progettuale: si riferisce a un progetto dell’oratorio di durata almeno triennale, a progetti educativi al suo interno

o riguardanti le attività dei ragazzi e degli adulti, a un progetto di alto profilo sul piano della qualità. Quindi oratorio

come luogo di coprogettazione.

Di confine: inteso come parola che distingue le identità, che separa le diversità. Tuttavia tale consapevolezza, sollecita

o l’incontro proprio per cercare di varcarlo. Quindi l’oratorio può essere visto come luogo di incontro delle differenze.

Sto dalla parte degli educatori laici e giovani

Legato all’oratorio come luogo di protagonismo dei giovani adulti, i laici sono i protagonisti perché a loro si possono affidare le

responsabilità educative. Questo permetterebbe a chiunque ragazzo di assumersi la responsabilità all’interno dell’oratorio, fino ad

rivestire funzioni dirigenziali, di coordinamento. Quindi l’oratorio può essere visto come palestra di crescita di giovani preparati e

appassionati.

Accanto a questo va valorizzato e formato il volontariato. Infine va ripensata la funzione del sacerdote in relazione al modello di

missionario dell’oratorio e non come figura che si occupa stabilmente delle attività della chiesa.

4. Educare con lo sport

Promosso dalla Provincia di Gorizia, questo progetto è mirato a costruire un accordo fra i Comuni e l’Ente provinciale, finalizzato alla

promozione della pratica sportiva, per bambini e ragazzi, con una precisa impronta di carattere educativo. Questo progetto vede come

protagonisti quasi tutti gli Enti locali; mette al centro l’educazione e declina la responsabilità educativa delle istituzioni pubbliche in

una serie di indicazioni che i soggetti si impegnano a realizzare. Viene riportata la “Carta dei diritti dei ragazzi allo sport”, documento

che delinea in maniera chiara i componenti che gli adulti devono adottare nei confronti dei bambini e dei ragazzi al fine di tutelare una

serie di diritti fondamentali. Infine viene presentato il resoconto della prima esperienza del percorso realizzato a Romans d’Isonzo

(GO) che riguarda l’ipotesi di lavoro che prevedere la stipula di “patti territoriali” dove adulti e giovani collaborano nella pratica

sportiva locale.

Le coordinate del progetto

La pratica sportiva nel suo interno contiene molte dimensioni utili pedagogicamente. Basti pensare all’importanza di sviluppare nei

ragazzi una corretta educazione del corpo e dei suoi movimenti. Inoltre è da sottolineare la funzione dello sport sul piano della

socializzazione (stare con i coetanei, rispettarli e accettare le sconfitte), sull’attenzione al tema delle regole e dei valori. E infine, va

sottolineata la dimensione ludica della pratica sportiva. Dato che l’educazione è un diritto, la pratica sportiva è intesa come

un’opportunità fondamentale per un’evoluzione positiva e una maturazione personale e sociale dei ragazzi. Il progetto Educare con lo

sport, esprime uno sguardo positivo sulle giovani generazioni, poiché si osservano principalmente i rapporti di iperprotettismo dei

genitori nei confronti dei ragazzi. Tali comportamenti sfociano nello scavalcare l’allenatore e le società sportive, invadendo così non

solo il loro ruolo educativo ma chiedendo favoritismo spesso diventando genitori ineducati. La pratica sportiva oggi è vista quasi

assestante alla vita quotidiana e al tempo libero dei ragazzi poiché in precedenza, il vivere spartanamente creava una maggior abilità

anche fisica; si va verso un sempre maggior impoverimento. Oggi infatti i ragazzi si iscrivono ad una disciplina sportiva e si

presentano privi di abilità motorie di base come correre e camminare in modo corretto, fare una capriola, rendendosi così “analfabeti”

rispetto alle tradizioni. Molti allenatori hanno dichiarato di aver modificato il modo di allenare per concentrare nei primi mesi

l’attività di riabilitazione delle competenze perdute e poi proporre gradualmente un impegno finalizzato alla disciplina sportiva. Si è

giunti, infatti, alla conclusione che la pratica sportiva per molti sia l’unica opportunità per fare movimento e giocare.

La valenza educativa della pratica sportiva sta nel permettere ad un ragazzo di conoscere se stesso, il proprio mondo interiore e di

crescere però conoscendo anche gli altri. Da questo punto di vista l’attività sportiva è educativa anche perché permette l’acquisizione

di abitudini, conoscenze e competenze anche molto complesse. Per cui la capacità di costruire una relazione educativa

pedagogicamente fondata è parte integrante delle competenze professionali delle persone adulte che operano con soggetti in crescita,

quali gli allenatori.

Educare è accompagnare i ragazzi ad assumere responsabilità, mettersi alla prova e fare scelte importanti. Tanto che nello sport i

ragazzi riescono a trovare adulti che vogliono stare con loro ed ascoltarli; per questo viene chiamata palestra di relazioni visto che

molto volte vi è incontro, dialogo ma anche scontro e confronto. Questa relazione però è diversa poiché non si basa su obblighi come

in famiglia o a scuola; si diversifica attraverso alcune caratteristiche, come: far parte di un gruppo è una scelta; la relazione e il luogo

sono protetti; il potersi sperimentare nel gioco e nell’allenamento permette al ragazzo di variare anche le forme di apprendimento.

Quindi la pratica sportiva è palestra di relazioni sia di livello orizzontale (tra coetanei) sia verticale (rapporti con gli adulti).

Nello sport ci sono dei protagonisti cioè coloro che hanno un ruolo di primo piano, essendo coinvolti nelle scelte possono anche

formulare proposte. Però, quando si trovano in altri contesti, vorrebbero essere fautori delle regole, partner e non solo delle comparse.

In termini operativi, vuol dire che la costruzione nei ragazzi del senso di responsabilità passa attraverso l’esperienza sportiva come

contesto che permetta loro di mettersi alla prova sia come atleti sia come persone in crescita.

La pratica sportiva è vista come spazio di divertimento e di gioco e man mano che si cresce i ragazzi assumono l’importanza della

competizione, la vittoria e si cerca di avere dei risultati sia per se stessi sia per la squadra; tutto però non deve andare a scapito del

piacere. Inoltre l’attività sportiva assume la funzione di sfogo delle tante energie psicofisiche che i ragazzi accumulano ma non

riescono a scaricare. Vi è una caratteristica importante che caratterizza lo sport: l’emozione. Questa è data dal coinvolgimento con i

compagni, con la gioia o la rabbia per l’evoluzione del gioco; la più importante è la soddisfazione. Un altro sentimento che genera in

noi sensazioni contrastanti è la competizione, la quale è sentita come voglia di mettersi alla prova e non ha a che fare, fino ai 12-13

anni, con i punti della classifica, con i premi e con il desiderio di primeggiare a qualsiasi costo. In tutto ciò ha un ruolo fondamentale

l’allenatore, il quale ha un doppio ruolo: da un lato vien considerato colui/colei che esprime integrazione e conoscenza tecnica;

dall’altro lato sono le competenze sul versante relazionale - comunicativo. L’importanza dell’allenatore è data anche dal supporto che

ha da parte delle società sportive, le quali danno centralità alla crescita dei ragazzi e all’educazione come impegno e competenze. Nel

progetto “Educare con lo sport”, le proposte rispondevano al compito di accompagnare i partecipanti nel loro cammino evolutivo. Le

discussioni fatte hanno contribuito ad accrescere la consapevolezza delle opportunità e strategie per un lavoro a 360°.

Modalità e strumenti

Questo progetto ha privilegiato un approccio qualitativo che si è tradotto nell’organizzazione di una sei redi incontri (focus gruop)

formato sia da minori che da adulti. In tali incontri le tematiche venivano trattate in modo scrupoloso e non superficiale. Inoltre ai

gruppi venne aggiunto l’incontro pubblico il cui scopo era quello di dare al pubblico i risultati che la ricerca aveva portato.

È’ stata utilizzata la modalità dell’intervista semistrutturata, che consiste nel porre delle domande predisposte, per indirizzare la

discussione verso una strada da noi già tracciata e cercare di trovare un profilo. Le risposte sono comunque libere ed evidenziano il

punto di vista del singolo.

I temi proposti sono stati: elementi positivi e problematici della pratica sportiva, le emozioni e i sentimenti, la valenza educativa e la

pratica sportiva libera, non legata all’iscrizione ad una società sportiva.

Questo progetto in linea di tempo è stato molto breve ma ricco di impegni e di incontri. Tutto questo grazie alla collaborazione degli

assessori comunali e delle società sportive, i quali hanno permesso di organizzare i focus gruop ed effettuare le interviste previste.

Questo ha fatto si che da più parti ci fosse ringraziamento ma anche stupore verso questa istituzione pubblica che si è interessata della

pratica sportiva, fatto ritenuto secondario nella vita dei ragazzi. Inoltre anche i sei incontri pubblici sono stati molto proficui poiché

l’elemento chiave è stata la partecipazione attiva di tutti i gruppi e delle persone che sono intervenute, portando spunti e interessi

rispetto alle tematiche di cui si è parlato.

Un patto istituzionale

È stato istituito un Patto fra Provincia di Gorizia e 22 Comuni del territorio, che insieme hanno sottoscritto il 21 febbraio 2011. Esso,

oltre che rappresentare muno dei risultati visibili del progetto, costituisce la testimonianza del pubblico impegno assunto dagli Enti

locali che hanno firmato. Il documento citava:

“La Provincia di Gorizia, promotrice del progetto “Educare con lo sport” e i Comuni aderenti esprimono attraverso il seguente

documento il proprio consenso rispetto agli orientamenti in esso contenuto”. Tali indicazioni scaturiscono dal lavoro di ricerca che ha

visto coinvolti, oltre agli Assessori competenti, i protagonisti della pratica sportiva: bambini e ragazzi, genitori, allenatori e dirigenti

di diverse realtà sportive locali.

Gli Assessori firmatari si impegnano a promuovere la realizzazione concreta di una o piò proposte che il documento presenta entro un

anno dalla firma del Patto Istituzionale.”

Utile per coloro che hanno redatto il documento e per i ragazzi, è conoscere la “Carta dei diritti dei ragazzi allo sport” nella quale vi

sono ad esempio i diritti di giocare e divertirsi, diritto del controllo della salute e diritto a non essere sempre al primo posto.

Il patto comunale di corresponsabilità educativa nell’ambito della pratica sportiva a Romans D’Isonzo (GO)

Il documento nasce dal lavoro delle persone, che hanno accolto l’invito loro pervenuto, attraverso le società, di partecipare a un breve

ciclo di incontri (3 per ciascuna tipologia di soggetti) promosso insieme dal Comune de dalla Provincia di Gorizia. Suddividi in 4

gruppi:

• Bambini fra i 6- 11 anni;

• Ragazze tra i 12 – 6 anni;

• Genitori;

• Allenatori-tecnici.

Essi hanno fornito un contributo prezioso di esperienze e di idee rispetto alla pratica sportiva. I risultati si sono tradotti in un

documento che riporta in modo praticamente integrale quanto emerso negli incontri.

Il documento si configura come un patto perché un vero e proprio accordo fra bambini, ragazzi e adulti . Tale patto e i suoi fini sono

coerenti con i documenti che si occupa di giovani generazioni e di sporti. Ad esempio si può citare la Convenzione internazionale sui

diritti dei fanciulli, la quale afferma che il superiore interesse del minore va messo al primo piano (art.3). Da tutti questi articoli si tra

la conclusione che l’educazione è un diritto dei fanciulli in tutti gli ambiti della vita.

Va osservato che le persone cha hanno contribuito alla costruzione del patto non rappresentano il pensiero dei ragazzi che a Romans

D’Isonzo si occupano di pratica sportiva ma i soggetti sono liberi di vedere e interpretare come meglio sentono la pratica e

l’educazione che essa rappresenta.

Sul patto comunale vi è una breve considerazione di Sara Vito ( Assessore allo Sport della Provincia di Gorizia), le indicazione

dei bambini e dei ragazzi rispetto allo sport, le indicazioni degli adulti (genitore) e il rapporto che hanno con loro ed infine le

indicazioni e considerazione degli adulti (allenatori ed istruttori).

5. Educare nelle periferie

Il documento è l’esito del lavoro di un gruppo di educatori e di tecnici rappresentativi delle realtà di privato sociale, della Regione

Veneto e del Comune di Padova che hanno realizzato il progetto “Open Door Veneto”. Questi soggetti hanno ritenuto opportuno

individuare un tempo di riflessività comune, trasversale ai diversi progetti e utile a coglierne gli elementi di specificità sul piano

concettuale, strategico e metodologico. Si è così promosso e realizzato il percorso denominato “Educare nelle periferie”, articolato in

quattro incontri svolti a Padova.

I quadri di riferimento

Il progetto Educare nelle periferie esprime uno sguardo positivo sulle giovani generazioni, in particolare nei confronti degli

adolescenti, considerando l’adolescenza una fase cruciale del processo di crescita.

Ci sono ragazzi difficili ma in tutti i casi, sono persone che hanno voglia di essere protagonisti e non meri destinatari delle scelte e

delle azioni degli adulti. Hanno desiderio di partecipare, voglia di sperimentarsi e di esprimere le proprie potenzialità. Sono dei

cercatori perché cercano di comprendere la realtà e il tempo in cui vivono ed è per questo che i giovani vanno pensati come portatori

di domande e di desideri. Il desiderio indica l’aspirazione verso ciò che l’adolescente ancora non possiede e che egli ritiene in grado di

soddisfarlo. Questo ha anche una valenza educativa perché riusciamo ad orientare ciò che vorremmo verso ciò che effettivamente utile

e congruente con le esigenze di crescita e di maturazione dell’adolescente. In tale prospettiva, si registra una distanza notevole tra

adulti e ragazzi e occorre ripensare e ridisegnare tale rapporto rispetto alla quale abbiamo registrato una distanza netta frattura.

Occorre che le istituzioni pubbliche e la politica dialoghino con i giovani prendendoli sul serio e mettendo le politiche giovanili ai

primi posti delle agende di lavoro delle istituzioni locali.

Anche in questo progetto l’educazione è importante e significa assumere come adulti la responsabilità di accompagnare gli

adolescenti a prendere coscienza di sé, del proprio modo di vivere, del contesto in cui sono. Aiutando i ragazzi a prendere

consapevolezza di se stessi, l’educazione diviene un investimento. Quindi se l’adolescente viene aiutato a dotarsi di capacità di

giudizio, di pensiero critico si avranno buone probabilità di evitare rischi e comportamenti devianti.

Le strategie e le modalità di lavoro

Sono decisive la presenza fisica, l’ascolto mirano a comprendere le loro esigenze, la comunità nel tempo della relazione. Inoltre

risulta importante la costruzione di esperienze e la proposta di occasioni e itinerari di interazione con il mondo adulto. Quando un

progetto viene istituito in un territorio, non bisogna entrare con un approccio colonialista. Bisogna avere pazienza perché occorre

molto tempo per capire i canali giusti per approcciarsi sia al territorio stesso sia agli operatori che ne operano. Inoltre è importante far

emergere gli interessi e i problemi che persone di differente età hanno in comune e da qui costruire opportunità e percorsi di

aggregazione.

Un altro punto importante per esporre il lavoro in comunità è dato dall’aspetto pedagogico. Esso consiste nel costruiti quel tessuto di

legami e di responsabilità fra i diversi attori, tale da favorire il prendere educativamente cura delle giovani generazioni. Questo infatti

è l’obiettivo e il senso del lavoro educativo di comunità, che fa riferimento anche ad un lavoro in rete. Queste ultime fanno si che

esistano delle sfide a cui gli operatori vanno incontri. Ad esempio:

Che la rete non sia un ostacolo alla realizzazione dei progetti;

• Che le reti unifichino i diversi quartieri e città che fanno parte del progetto.

Le modalità di lavoro si riferiscono al modo con cui vengono costruite e gestire le relazioni. Gli aspetti sono:

Emozioni: sono alla base delle prime relazioni e nella valutazione di una proposta, il primo commento riguarda l’impatto

• emotivo che suscita quest’ultima.

Accompagnamento: rimanda allo stare con i ragazzi nella quotidianità.

• Esperienza: è importante sia per la crescita che per le loro emozioni ma si rischia di fare proposte che escono dagli schemi

• portando i ragazzi ad entrare in territori lontani dalle abitudini.

Narrazione: narrare significa raccontare se stessi, conoscere la propria identità.

• Linguaggio: può rappresentare uno strumento utile per rendere più efficaci gli interventi.

Gli educatori

Gli educatori devono possedere due competenze, che possono essere racchiuse in due aree:

1. Formazione: deve supportare e integrare le motivazioni soggettive. Accanto a queste vi è una molteplicità di conoscenze e abilità

operative. Il titolo di studio non certifica l’attitudine e la capacità di essere significativi per i giovani perché la fiducia è il

tassello importante. Si può essere dottori senza però trasmettere serenità e fiducia ai ragazzi con cui ci si approccia.

Si è notato che oggi questo discorso di fiducia e di esperienza manca tra Università e territorio. Il percorso di tirocinio dovrebbe

prevedere dei tutor e i docenti dovrebbero uscire dagli schemi per costruire progetti con gli studenti, così da creare una rete tra i

diversi enti del territorio.

2. Funzioni dell’operatore: l’educatore delle periferie deve essere capace di coinvolgere i ragazzi, così da generale voglia di

mettersi in gioco e desiderio di passione. L’obiettivo principale è l’autonomia e la presa di coscienza delle proprie capacità.

L’educatore deve:

Facilitare e accompagnare il percorso;

 Facilita l’uscita dei desideri dei ragazzi perché a volte questi non sanno che fare nel futuro;

 Deve stare nella problematicità delle situazioni facendo in modo che i problemi non incidano nel lavoro dei ragazzi e

 con il territorio;

Media e aiuta a comprendere i diversi punti di vista nelle situazioni di conflitto poiché quest’ultimo è molto frequente

 dati i problemi di pregiudizi;

Facilita l’integrazione dei gruppi giovanili nel territorio;

 Aiuta il ragazzo a passare dal desiderio di beni materiali verso la coltivazione dei suoi valori, facendo sperimentare a

 chi è giovane e vive in periferia situazioni che possono aprire l’orizzonte e portarli a considerare il cellulare, il

motorino, i computer solo status symbol.

Vivere nelle periferie

La definizione di contesto periferico non è univoca ,a anche aspetti relazionali, psicologici, con i vissuti e la percezione delle persone.

Le percezioni possono essere positive ma anche negative, quando diventano tali si traducono in sentimenti di non appartenenza alla

comunità, con la conseguenza che le persone, disinvestono e non sono motivati. Inoltre l’aumento di immigrati aumenta il livello di

complessità dello stare nel territorio poiché se l’integrazione è fatta dai residenti, si finisce per avere difficoltà di comunicazione e

relazione.

Sulla base delle esperienze fatte con il progetto Open Door, può essere considerato periferico quel territorio in cui non esistono le

condizioni relazioni di disponibilità di servizi che permettono di promuovere e accrescere il senso di appartenenza. Se ci sono carenze

nell’ambiente, questo ostacola il sentirsi cittadini. Ma ci sono territori che sembrano poveri per le risorse invece si presentano attraenti

per la popolazione residente in quanto offrono qualcosa di bello e utile: scuola funzionante, spazi di verde, spazi per incontri

alternativi.

In sintesi, le esperienze realizzate e le conoscenze acquisite ci fanno capire che le periferie sono luoghi da valorizzare e non da

assistere. Il problema quindi non è la distanza dal centro ma dal fatto che la dimenticanza che a volte connota questi contesti, fa si che

le persone nutrano sentimenti di disaffezione nei confronti del proprio habitat.

Per evitare e risolvere questo, sono stati proposti degli interventi: facilitazione dei collegamenti, ad esempio, oppure modificazione

della viabilità affinché sia pensata per le persone che vi transitano. Inoltre bisogna avere massima cura per le istituzioni scolastiche e

quindi all’aspetto culturale sia scolastica che del territorio/quartiere: ad esempio la memoria della Resistenza relativa alla seconda

guerra mondiale.

L’altro aspetto importante è la dotazione adeguata di impianti sportivi, messi in dotazione per tutti gratuitamente. Mentre elementi

secondari potrebbero essere la pulizia delle strade, delle piazze e la dotazione di servizi come farmacia e ambulatori di base. Risulta

importante anche l’oratorio la cui proprietà è privata ma la sua dotazione di strutture è per il pubblico. Con questa concezione è

importante coltivare il rapporto tra la dimensione locale del progetto Open Door e le esperienze internazionali. Ma le soluzioni

intraprese da tale progetto, non stanno a significare un appiattimento del confine tra centro e periferia agli occhi degli adolescenti.

6. Costruire cittadinanza

Il lavoro è stato possibile poiché l’Area di Conegliano è diventata un punto di riferimento a livello regionale e nazionale nel settore

delle politiche giovanili. Hanno partecipano i Comuni di Conegliano, Codognè, Gaiarine, Godega, Mareno di Piave, Orsago,

Refrontolo, S. Fior, S. Lucia di Piave, S. Pietro di Feletto, S. Vendemiano, Susegana, Vazzola e con il supporto dell’Ulss n.7 e della

Regione Veneto.

Il testo che deriva la questa esperienza si chiama “Costruire cittadinanza” e presenta i risultati degli incontri avvenuti negli anni 2009

e 2010 con educatori di realtà di privato sociale, operatori, tecnici e amministrazioni dei tredici Comuni e dell’Ulss. Erano presenti

anche i rappresentanti delle scuole, parrocchie, associazione e gruppi di volontariato. Il processo di lavoro assume un’importanza

notevole e rappresenta un valore aggiunto rispetto ai contenuti.

Il documento è articolato in 7 sezioni accompagnate da un capitolo che mette in evidenza un primo aspetto del lavoro svolto: il

ripensamento del concetto di risultato, quale chiave di lettura dare al documento stesso e del significato del percorso.

La chiave di lettura del testo: da una concezione misurativa a una apprenditiva dei risultati

Il documento riporta il resoconto dei risultati raggiunti nell’ambito delle azioni di politica giovanile di comunità. Questa esperienza

però ha portato ad una modificazione del significato di risultato, slegandolo dalla percezione che coincida con cambiamenti immediati

e visibili rispetto alle conoscenze e alle competenze. Si tratta infatti di imparare a valorizzare i piccoli cambiamenti delle persone.

Apparentemente questa modificazione e le nuove concezioni del termine, utilizzato come chiave di lettura, possono sembrare piccoli

come risultati come l’aver dato continuità ai progetti, l’aver fatto capire ai ragazzi che è positivo accogliere gli educatori ma, in realtà,

sono grandi passi perché incidono su abitudini e convinzioni radicate. L’importante in tutto ciò è provarci perché all’inizio non si è

sicuri dai risultati ma la forza di volontà è fondamentale e fa si che l’atto dia dignità all’atto stesso.

Apprendere a livello di principi

Per rendere efficaci i processi e i progetti educativi bisogna riaffermare con forza che ‘educazione si fonda sui valori, sui riferimento

che sono in controtendenza rispetto al prevalere dell’attenzione al come si educa invece del perché si educa. Importante è capire come

relazionarsi con goli adolescenti e con i giovani. L’approccio deve essere positivo, fondato sulla fiducia e la consapevolezza che le

cose mutano e anche i ruoli all’interno della società. L’adulto, infatti, si posiziona come accompagnatore e sostegno ma non si

sostituisce ai genitori.

Uno degli apprendimenti più importanti è il fatto che lavorare con i ragazzi significa assumere un atteggiamento di ricerca, esprimere

atteggiamenti improntati alla curiosità.

Lo sguardo del ricercatore è attratto da nuove sfide che la contemporaneità pone a chi si occupa di ragazzi. Nuove sfide perché

completamente sconosciute.

L’approccio pedagogico o socio-pedagogico, guarda alla comunità come l’insieme di soggetti che sviluppano una comune

responsabilità, per questo viene chiamata comunità educante. Tale comunità è tale solo se i suoi membri collaborano e condividono

valori come reciproca tolleranza o accettazione.

Tutto questo perché non è possibile alcuna forma di educazione senza alleanze sociali. Non è neanche proponibile alcuna forma di

educazione se gli adulti non si riappropriano di una componente importante cioè la vocazione naturale ad educare.

Le politiche giovanili sono un insieme di direzioni di lavoro che si traducono in linee strategiche e in opzioni operative coerenti.

Possiamo quindi considerare le politiche giovanili come l’insieme delle attenzioni e delle azioni che la comunità locale realizza con e

per i giovani, in riferimento alle loro concrete situazioni di vita. Non sono sufficienti le norme per promuovere e alimentare percorsi

ma bisogna esplicitare i fattori che inducono a considerare le giovani generazioni come il tema da porre in primo piano.

Apprendere a livello di obiettivi

Gli obiettivi sono soliti essere considerati come esiti ma il raggiungimento di questi non è legato solo alle competenze di coloro che

hanno la responsabilità delle azioni promosse, ma anche e soprattutto alle risposte che si avranno da parte di coloro che del progetto

sono i protagonisti. Gli obiettivi perseguiti dalle politiche giovanili dell’area sono perciò espressi sotto forma di linee-direzioni di

lavoro e i risultati reali che vengono considerati nel testo rappresentano gli esiti cui effettivamente si è pervenuti.

L’obiettivo riguardante le giovani generali si identifica nell’accompagnare ragazzi e giovani nell’acquisizione dell’autonomia, intesa

come acquisizione graduale di responsabilità sul piano delle scelte di vita: organizzative, economiche, valoriali. L’adulto non deve

sostituirsi ma aiutare i giovani a fare.

Con le comunità locali si punta ad accrescere e diffondere la cultura dell’educazione, sottolineando l’importanza della responsabilità

educativa. Mentre rispetto ai comuni, si tratta di consolidare, sul piano delle modalità formali e informali, il patto che lega i Comuni

del territorio rispetto alle politiche giovanili di comunità.

Apprendere a livello di strategie

Le strategie utilizzate sono stata:

Il lavoro di rete: è un modo di pensare e fare il lavoro sociale che parte dalla convinzione che i problemi della società sono

• problemi generati all’interno delle relazioni sociali e mira a risolverli non già in base a fattori individuali o volontari.

L’obiettivo fondamentale è quello di accrescere l’efficacia delle azioni. Per questo la rete può essere pensata e utilizzata

come supporto.

La logica della peer education: logica attraverso cui vengono prodotti luoghi e occasioni di relazioni affinché vengano

• innescati e facilitati scambi positivi.

Nuovi cortili: sono modalità e luoghi che facilitano lo scambio e l’apprendimento di nuove soluzioni.

• La tela del ragno: è una metafora per spiegare come si è realizzata l’idea di rete. Essa si caratterizza dall’aggiungere ai tanti

• centri e raccordi, nuovi fili per completare e supportare quelli già esistenti. La tela rappresenta i Comuni e la relazione che

intercorre con tutti gli enti.

Patti di collaborazione fra Comuni e fra Comuni e altri enti del territorio: non vi è spazio per coloro che vogliono navigare da

• soli perché tutti hanno bisogno di supporti, di aiuti e di supervisione rispetto i contenuti e i modi di procedere. In ogni

comune vi è un Tavolo di coordinamento che mette insieme tutti gli attori locali.

Passaggio dall’autosufficienza alla logica dell’integrazione sociale: essendo importanti le politiche giovanili, vi è la necessità

• di collaborare e integrare le politiche di settore all’interno degli enti locali affinché il cammino fatto permetta un intreccio di

competenze da rendere il progetto e il lavoro efficace.

Cultura della responsabilità: nei vari progetti ogni individuo, ogni ente e ogni relazione deve basarsi su una responsabilità,

• sull’assumersi la responsabilità delle proprie azioni ma soprattutto nel rispettare il ruolo degli altri. Ogni comune è formato

da piccoli mondi che al loro interno hanno ruoli e responsabilità che messe in relazione con i mondi vicini non devono

modificare o mettere in difficoltà il lavoro.

Apprendere a livello di orientamenti metodologici

I metodi sono stati:

Dialogo: il confronto è alla base. Dialogare significa riconoscere la presenza di punti di vista diversi e metterli a confronto

• con i nostri affinché tutti vengano valorizzati e da ciò se ne ricavi un miglior apprendimento. Inoltre significa trovare punti in

comune da cui i progetti possono nascere.

Centralità della relazione: si è capito che la relazione interpersonale è lo strumento portante e centrale dell’educazione. Infatti

• è il legame che si instaura tra educatore ed educando basato sulla componente affettiva, emotiva e sociale. La capacità di

costruire una relazione educativa deve essere intrinseca all’adulto che attraverso le sue esperienze deve capire il modo più

opportuno per collegarsi con i ragazzi.

Linguaggio delle cose concrete: significa parlare con la voce dell’esperienza, proponendo e intrecciando molteplici

• discipline. Questo perché è difficile che un ragazzo riesca ad elaborare schemi che gli permettano di capire il senso delle cose

se non ha mai adulto esperienza di quello di cui parla. Entra in gioco l’adulto che aiuta e si affianca per permettere una sana e

educativa partecipazione nel mondo. È importante immergerli nell’esperienza di gruppo che è molto ricca di contenuti.

Saperi dati dall’esperienza: l’importanza di tale affermazione nasce da due presupposti:

• L’esigenza di una reale vicinanza ai contesti concreti di vita;

◦ Non consegnare a qualcuno il sapere ma farlo scoprire.

Apprendere a livello di aspetti operativi: dal fare all’agire

Si è capito che i ragazzi ma anche gli stessi operatori, hanno necessità di essere in campo e scoprire attraverso le loto percezioni e

idee, i modi più efficaci per apprendere e capire situazioni, conoscenze e strategie. Questo è stato possibile grazie alle iniziative di

tutti i Comuni, indirizzate sia alla popolazione giovanile che a quella degli adulti. L’attivazione di tali progetti è stata fatta sia in

luoghi della quotidianità come scuola, associazioni, gruppi, sia in contesti legati alle politiche giovanili quali periodi feriali di vita dei

ragazzi, giovani e adulti.

L’ipotesi di fondo era fare una molteplicità di offerte in rapporto alla moltitudine di domande. Questo ha permesso sia l’utilizzo dei

servizi all’interno dei Comuni, sia l’aggregazione (a volte difficile) dei soggetti in difficoltà. L’importanza, quindi, di laboratori,

proposte culturali e percorsi educativi, ha fatto si che lo stesso territorio venisse sfruttato e apprezzata integralmente.

Per quanto riguarda gli adulti, si sono fatte azioni indirizzate sia ai genitori, animatori, allenatori e anche ai commercianti sia verso

operatori scolastici; questo per coprire tutte le fasce in cui un ragazzo è inserito.

Apprendere a livello dei protagonisti delle azioni e delle politiche

In primis bisogna considerare i ragazzi come cittadini portatori di diritti e di responsabilità. Da questa concezione ogni progetto e ogni

azione va associata al prendersi cura di loro, data la poca esperienza e l’essere comunque incapaci a volte di riconoscere situazioni

favorevoli o di pericolo, relazioni interpersonali corrette o sbagliate. Da ciò dobbiamo comunque alimentare la passione che c’è in

loro, la quale è solo positiva per l’ambiente di cui fanno parte.

Partendo dai diritti, i ragazzi, vengono tutelati dalla Convenzione internazionale sui diritti dei bambini e dei ragazzi. Il passaggio

successiva riguarda l’essere attivi nel territorio offrendo competenze e ottenendo esperienze.

Importante nell’integrazione e nell’azione educativa, è la consapevolezza che nei territori si stanno inserendo dei nuovi protagonisti, i

quali sono gli stranieri che aumentando, fanno emergere problemi come il rischio di convivenza difficile e l’esclusione di qualcuno,

ma anche potenzialità date dalla carica di novità che questi soggetti portano.

L’atteggiamento più consono è la logica della lumaca cioè piccoli passi ma impegnativi che rendano le persone, l’ambiente e le

relazioni sane, stabili e proficue per tutti. Ciò è possibile solo se nei confronti di queste tante identità le proposte tengono contro di

lunghi tempi, pazienza e piccoli passi.

Il ruolo centrale per la mediazione deve essere degli adulti e soprattutto degli educatori che operano sul territorio e che si assumono la

responsabilità di mantenere la quotidianità in ogni azione e per ogni parte interessata. Vi sono tre piani su cui un educatore deve

riflettere e mettersi in confronto:

Sul piano dei saperi: deve saper intrecciare varie conoscenze, per individuare la base più consona sul piano teorico rispetto

• all’operato.

Sul piano dell’essere: devono essere punti di riferimento per i ragazzi.

• Sul piano del saper fare: devono avere una molteplicità di linguaggi, competenze ma anche flessibilità di orari e sedi perché

• il lavoro sul territorio è più ricco ma complicato.

Per permettere tutto ciò e la creazione di un progetto adeguato, alla base vi è un coordinamento delle reti territoriali che gestisce,

favorisce e aiuta la cura delle relazioni, l’impegno e a volte i problemi.

Infine, i compiti degli enti locali sono appunto di coordinare, di regia e di valutazione cioè monitoraggio, attribuzione di valori ai

risultati e ai processi di lavoro in atto.

Gli sviluppi dell’impegno

L’impegno educativo riguarda innanzitutto l’educazione alla cittadinanza, che si basa sulla capacità di pensare ed agire politicamente,

mirando cioè al bene comune, al bene della propria comunità.

Legato a ciò vi è l’integrazione fra giovani italiani e stranieri. Per riuscire in una buona convivenza bisogna studiare strategie e

modalità operative in grado di facilitare l’incontro, evitando chiusure e il rischio di discriminazioni. In questo caso educare non è

propriamente la cosa più opportuna da fare, ma bisogna accompagnare saldamente e costantemente i ragazzi nel cammino di

conoscenza. L’adulto deve essere l’esempio anche se molto volte è portatore di rancore, diffidenza che anche se involontariamente

viene percepita dai ragazzi e presa da esempio.

Seconda parte: dalla parte dei bambini e degli adolescenti

1. Un paese sine cura

Soprattutto nell’ultimo periodo il nostro paese è stato immerso in una crisi che ha portato alla trascuratezza dei ragazzi e delle loro

esigenze di vita. Eppure questa situazione non si è sviluppata in questo periodo, ma attinge da fasi storiche più antiche. Per questo è

una questione più profonda.

Bambini e ragazzi “negati”

Più o meno attorno al 1989, venne pubblicata a cura del Cospes (Centro di orientamento scolastico professionale e sociale) la prima

ricerca psicosociale sui preadolescenti. Il titolo era “L’età negata”. Tale denominazione stava ad indicare da una parte l’esigenza di

coprire un grande vuoto di conoscenza dell’età, e dall’altra parte intendeva far riflettere sul “come” vengono educati i ragazzi nella

famiglia, nella scuola, nelle istituzioni ecclesiastiche e negli altri ambiti educativi. A distanza di anni però si è notato che i ragazzi con

i loro diritti, l’educazione e l’infanzia, come l’adolescenza, rivestono ancora un ruolo secondario. Ad accompagnare tutto ciò vi è la

riduzione sempre più notevole delle disponibilità del Fondo sociale.

Il filosofo R. Mancini ha scritto che nel nostro paese manca da molto tempo una percezione dell’importanza della cura delle giovani

generazioni. Per supportare quest’affermazione M. Felicori e G. Franzoni hanno formulato un’ipotesi attraverso la quale affermano

che la riservatezza del nostro Stato ad occuparsi di giovani generazioni risale alle scelte compiute nell’immediato secondo dopo

guerra, quando si decide di non coinvolgere il governo nell’educazione dei bambini, ragazzi e giovani. Questo per evitare di

riproporre l’educazione di regime data dalla dittatura fascista.

Questa lontananza del governo rispetto l’educazione ha portato alla non curanza di regole nel settore delle dipendenze. Si deve

aspettare il 1997 con la legge 285 per approvare un provvedimento che guardasse alle giovani generazioni nella logica della

promozione dei loro diritti, del riconoscimento di essere portatrici di competenze.

Nonostante tutto, l’Italia ha un grave ritardo per quanto riguarda i diritti dei minori di età e si rischia un arretramento di quei diritti

faticosamente riconosciuti negli anni ‘80 e ‘90.

L’ultima testimonianza di questo lungo cammino è la dichiarazione dell’A.G.I.A. (Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza). Il

suo presidente, lo scorso 18 aprile, ha dichiarato che “Sono evidenti i danni provocati dal mancato investimento nelle politiche per

l’infanzia e l’adolescenza. È proprio in questi momenti di crisi che chi governa dovrebbe dimostrare lungimiranza inserendo tra le

priorità dell’agenda politica la tutela e lo sviluppo dei diritti dei bambini e degli adolescenti.”.

Tante e serie difficoltà per molti bambini ragazzi

Questo contributo con si propone per tracciare un quadro delle condizioni dell’infanzia e dell’adolescenza nel nostro Paese ma va

inserito in un’analisi più ampia della società: i legami interpersonali si sono allentati. Le relazioni che si sono frammentate sono

principalmente quelle famigliari fino a giungere all’appartenenza sociale e ai rapporti interpersonali: sgretolarsi delle relazioni tra

pari, tra genitori e adolescenti.

I bambini e i ragazzi che fanno male, che si fanno male e a cui viene fatto del male sono molti. Basti pensare:

Situazioni di conflitto in famiglia che portano a situazioni di separazione oltre che di violenza verso i figli;

• Ai comportamenti legati alle dipendenze;

• Ai rischi, fino al raggiungimento di dipendenze come gioco d’azzardo o uso illegittimo di internet;

• Alle esperienze di violenza e sfruttamento, sia sessuale sia lavorativo;

• Atti di bullismo;

• Ai problemi legati all’immigrazione o/e ai minori nomadi;

• Reati commessi fino al coinvolgimento con circuiti mafiosi o attività criminali.

Questa è una lista parziale ma sufficiente per riassumere la gravità e varietà di situazioni che molti ragazzi si trovano ad affrontare. La

cosa importante è denunciare. Entrambi i fatti: silenzio e atto perché solo denunciando anche i silenzi vengono rese note le situazioni

che altrimenti rimarrebbero nell’ombra; vuol dire informare sullo stato di difficoltà e di degrado in cui si trovano tanti soggetti

minorenni.

Un universo sconosciuto

Difficoltà legate al contesto famigliare

Si sta riproponendo a livello nazionale, un fenomeno trascurato: povertà economica. Questa povertà si accompagna ad una nuova

tipologia di povertà: carenze culturali, relazionali. Fino a porre l’accento nelle povertà materiali perché il peso che queste ultime sono

tornate ad avere è in aumento. In tutti i paesi stanno aumentando le famiglie a rischio povertà, minimo 1 su 5 è dentro tale quadro.

Inoltre la situazione riguardanti la formazione dei nuclei famigliari (mamma o papà single, genitori separati) fa aumentare tale rischio.

L’impoverimento economico si traduce o rischia di tradursi in impoverimento sociale che riguardano l’indebolimento della rete

relazionale della famiglia e quindi quella dei figli, ma anche le mancate frequenze della Scuola e gli abbandoni prematuri degli studi,

finendo così ad entrare prematuramente nel mondo del lavoro.

Il lavoro minorile coinvolge sia i minori italiani che stranieri, sia chi vive una situazione di disagio sia coloro che cercano solo un

modo di evadere dalla vita della loro età ma senza difficoltà economica.

Non si può non capire che tutto ciò che accade nella società si riversa nella famiglia la quale funziona come bacino di raccolta di tutte

le carenze e inadempienze che connotano la politica d’oggi. Ma fino a quando potrà resistere dato che anche le politiche di sostegno

sono sostanzialmente inesistenti? Per rispondere a ciò, si deve analizzare la situazione sotto questi punti di vista:

La pressione economica fa sì che i genitori debbano lavorare di più togliendo sempre più spazio al tempo da trascorrere con i

• propri figli e con il partner.

La pressione demografica è legato al progressivo ridurci del numero medio di membri della famiglia, per cui sono in gran

• parte scomparsi i fratelli e sono stati messi da parte anche gli anziani che, anche se a malincuore, sono divenuti un peso.

La pressione culturale che porta la famiglia a diventare un’impresa che produce o dovrebbe produrre persone, istruzione,

• cure e distribuzione del reddito.

La pressione organizzativa, la quale è determinata dal fatto che molti genitori non dispongono di quell’aiuto fondamentale

• rappresentato dai nonni vivi e magari residenti nella stessa città che potrebbero badare ai figli durante la prolungata chiusura

in estate delle strutture scolastiche. Questo porta da un lato a coordinare disponibilità diverse, orari ed impegni; dall’altro lato

si tratta di far fronte a spese riguardanti baby sitter o la collocazione dei figli in un centro estivo.

La pressione educativa, che si configura come l’aspetto più vulnerabile nella vita delle famiglie e nella relazione genitori-

• figli. Se il prendersi cura di un figlio si rivela impresa ardua, la carenza o assenza di aiuti, di servizi fa sì che molti genitori si

sentano soli nel fronteggiare le difficoltà legate all’educazione anche a causa della competizione che hanno nei confronti dei

media, internet e cellulari.

L’insieme delle tensioni a cui la famiglia è sottoposta non può non riflettere sui rapporti che essa intrattiene con i servizi sociali e

sociosanitari e con la scuola. Però le richieste dei genitori verso queste strutture stanno iniziando ad aumentare portando la logica

collaborativa in un conflitto per l’attribuzione delle responsabilità. Questo ho portato alla chiusura delle famiglia e d’altro canto anche

delle molte figure professionali e servizi. Entrambi però (famiglia e figure esterne) si dimenticano l’interesse del minore.

Difficoltà in ambito scolastico

L’istituzione scolastica è da tempo al centro di enormi cambiamenti: nuove apsrttartivfe delle famiglie e della società. Tali mutamenti

hanno portato la scuola a non essere più attore unico delle offerte formative, educative e sociali del territorio. allo stesso tempo il

disagio scolastico ha cambiato forma, è meno visibile difficile da eliminar.

Ma la risposta del Paese è stata di abbandonare o parlare d’altro rispetto a ciò che chiedeva la scuola. Il recente Rapporto della

Fondazione Agnelli sullo stato della scuola media ne è la drammatica evidenziazione. Evidenziando che il ruolo principe della scuola

media, cioè mantenere una giustizia sociale, garantendo a tutti i ragazzi l’accesso a un’istruzione di qualità, non adempie ad suo

compito. Ecco perché le riforme della scuoal andrebbero costruite attorno all’idea di uomo e di cittadino che abbimo, mentre quelle

attuali sembrno costruite solamente attorno all’indea di “conteniemtno della spesa”. Infatti le poche offerte o il coinvolgimento sul

piano personale degli insegnanti con i ragazzi, affinchè venga a crearsi quel rapporto di fiducia, ha portato al fenomeno sempre più

frequente degli abnbandoni scoalstici. Secondo l’ISTAT sono il 18,8% del totale, i giovani fra i 18 e 24 anni che hanno conseguito

solo il libello base di studio: si tratta quindi di ragazzi che negli anni precedentemente hanno abbandonato gli studi durante la


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Scienze dell'educazione
SSD:
Università: Trieste - Units
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ChiaraBrusadin di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia della marginalità e della devianza minorile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trieste - Units o del prof Santamaria Franco.

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