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Dalla parte dell'educazione di Santamaria

Prima parte: rileggere alcune esperienze

Sono molti i luoghi dell’educare. Tra i più conosciuti abbiamo la famiglia e la scuola, mentre le meno frequentate sono l’oratorio e la pratica sportiva. Vi sono inoltre dei luoghi periferici e l’intera comunità locale definita come comunità educante. L’approccio preso in considerazione è l’apprendimento dall’esperienza.

Alcuni autori definiscono gli educatori come pratici, cioè coloro che operano in situazioni di grande complessità nell’ambito del lavoro con le persone. I loro saperi sono, infatti, l’esito di un dialogo circolare sempre aperto tra azione e pensiero. Insegnare, allenare, educare sono tutte attività che si basano su relazioni aperte a soluzioni diverse; a sua volta il pensare accompagna e supporta il fare. Le figure adulte che operano devono essere in grado di riflettere e ripensare a ciò che fanno, ai problemi che incontrano e agli imprevisti che accadono.

In questa prospettiva, un ruolo fondamentale è occupato dalle teorie, le quali servono a orientare l’azione ma non possono essere viste come risolutive. Occorre quindi un dialogo tra agire e riflettere sullo stesso. L’azione educativa ha bisogno di un sapere che si apprende dall’esperienza, a partire cioè da un’interrogazione riflessiva della pratica che serve a elaborare significati e a dotare di senso rispetto a ciò che si fa. Quindi a questo sapere esperienziale, va attribuita dignità scientifica.

Tale processo può essere definito un processo sociale, poiché mette insieme i punti di vista individuali in funzione di un confronto e di una riflessione la cui importanza aumenta all’incremento dell’intensità delle comunicazioni fra le persone. Infatti questo testo riposta le esperienze, le quali sono l’esito di percorsi riflessivi all’interno di gruppi di lavoro che possono essere definiti gruppi di ricerca.

L’impegno per costruire tutto ciò è stato permanente e si basava anche su una profonda riflessione alquanto difficile per due motivi:

  • Combatte con le aspettative degli adulti di affrontare e risolvere situazioni problematiche. Non per un rifiuto nel risolverle, ma perché bisogna spostare il punto e il fuoco della riflessione cercando di comprendere oltre che di conoscere gli eventi, così da acquisire gli strumenti per orientare l’agire e non tamponare una situazione.
  • La diffusa non abitudine a riflettere. Quest’ultima intesa come la capacità e la disponibilità ad analizzare in modo profondo le situazioni, evitando pensieri frettolosi e superficiali.

Contrariamente alle difficoltà, ci sono fattori che hanno facilitato il lavoro. Uno tra questi è stato quello di disporre delle risorse necessarie per poter realizzare tali percorsi riflessivi e apprenditivi. In particolare questi fattori sono stati importanti:

  • I livelli di motivazione dei componenti, i quali hanno avuto il ruolo di regia delle esperienze manifestando disponibilità e intelligenza;
  • Da una parte l’attitudine a mettersi in gioco costituendo delle piccole comunità di ricerca mentre dall’altra l’espressione di atteggiamenti improntati all’apprendimento, alla curiosità di conoscere, di comprendere;
  • Il tempo che è stato messo a disposizione;
  • Le equipe hanno compreso che il fare, per essere prolifico, deve trasformarsi nell’agire per evitare che le pratiche si trasformino in attivismo fine a se stesso.

Le 6 tappe di questo percorso

1. Un tratto di strada insieme

Il progetto “Annodare” del 2011 è nato da un’iniziativa promossa dall’associazione Agesci e dalla cooperativa L’Ancora con il supporto della Regione Friuli Venezia Giulia.

Gli orientamenti concettuali e metodologici

La finalità era quella di accrescere nei genitori e negli educatori la consapevolezza che l’educazione dei bambini e dei ragazzi è generatrice di corresponsabilità e che la funzione genitoriale ha una grande valenza sociale. Importantissimo è stato l’atteggiamento che i genitori hanno avuto poiché:

  • Hanno accolto la proposta di essere attivi del progetto Annodare;
  • L’aver messo a disposizione il proprio tempo;
  • L’aver accettato di mettersi in gioco.

Per ottenere tutto ciò è stata importante incontrarsi per permettere una crescita comune, la quale può essere definitiva come apprendimento, specificando che:

  • Per promuovere la vita in associazione, era necessario capire come essi si vedevano genitori e vivere tale responsabilità;
  • Bisognava facilitare l’emergere di problemi;
  • Bisognava individuare chiavi di lettura;
  • Bisognava facilitare il riconoscimento di difficoltà da parte dei genitori e degli educatori;
  • Bisognava far emergere la consapevolezza che, se diversi problemi sono comuni, allo stesso modo può essere comune la ricerca di soluzioni.

Molte sono le criticità relative al ruolo genitoriale. Le profonde modificazioni della società, degli stili di vita, la solitudine che genera preoccupazione, apprensione e incertezza rispetto alla propria identità di ruolo, si ripercuotono tutte nel rapporto con i propri figli. Diventare genitori, quindi, si configura come una fatica, rispetto che un’opportunità; questo perché è in crisi l’identità genitoriale, con la conseguenza che molti genitori si sentono sotto giudizio più dei figli.

Si può notare che esistono delle probabilità, non identificabili come domande ma come esigenze in relazione alle responsabilità assunte. Per questo si cercano punti di riferimento, orientamenti rispetto alla situazione, si cercano supporti. Le difficoltà maggiori che gli educatori Agesci incontrano riguardano il rapporto con i genitori dei bambini e dei ragazzi che frequentano l’associazione.

Le difficoltà che si incontrano non sottintendono l’attribuzione di colpe ma è un modo per richiamare all’attenzione sentimenti come giudizio e senso di insicurezza. Contrariamente però, grazie a questo, è emersa l’esigenza di costruire con i genitori un rapporto improntato sulla fiducia reciproca. È una responsabilità che richiede la costruzione di rapporti maggiormente collaborativi fra gli adulti e le istituzioni che si occupano di questi ragazzi e bambini.

Come abbiamo detto prima, la cosa importante è stata incontrarsi perché ormai nel lavoro educativo si è presi dall’urgenza del fare senza riflettere su cosa è importante per le persone e i tempo che analizzare, interpretare, definire e poi risolvere i problemi. Occorre, di conseguenza, approfondire il tema dell’apprendere e in particolare dell’apprendere dall’esperienza. Risulta importante, in definitiva, individuare luoghi e momenti per organizzare il lavoro, dotarsi quindi si una disciplina riflessiva.

Il ruolo genitoriale, sia per i problemi che si trova ad affrontare sia per la componente degli incontri, è anche un ruolo sociale. Nonostante i problemi, però, si sta registrando una maggiore attenzione nei confronti dell’educazione. La quale, come afferma la Convenzione di New York del 1989, è un diritto. E il compito educativo rappresenta il nucleo centrale intorno al quale costruire, nell’ambito dei percorsi locali, sentimenti come la motivazione, il consenso ed esperienze di collaborazione.

Quindi l’educazione è un fatto sociale, con conseguenze rispetto:

  • L’impegno di coinvolgere tutti i soggetti: dal genitori alle istituzioni;
  • I patti che devono esserci tra attori pubblici e privati.

Nelle famiglie, come abbiamo accennato prima, molte cose sono cambiate ma non è mai variata la relazione interpersonale. Il gruppo di lavoro ha definito queste relazioni “leggere” ma non superficiali perché:

  • Vi è la possibilità di incontrarsi fra adulti;
  • I luoghi sono aperti a tutti i genitori, alle domande, alle competenze e alle convinzioni;
  • I luoghi sono informali. Infatti tali spazi sono pensati per creare percorsi di ricerca di significati, dove il confronto deve essere produttivo.

I genitori sono considerati adulti e non identificati nel loro ruolo. Lo stesso modello di lavoro è definito “leggero” perché:

  • Valorizza le competenze dei genitori;
  • Integra l’approccio dell’empowerment e dell’enrichment;
  • Privilegia l’approccio pedagogico;
  • Non impone norme;
  • Mette a disposizione facilitatori e non esperti;
  • Si ricerca l’integrazione fra saperi pratici e professionali;
  • In tutti gli incontri vi è un servizio gratuito di custodia e animazione per i figli dei partecipanti.

In conclusione, l’importanza di questo progetto è stata data dal passaggio della conoscenza, cioè dal solo sapere di esperti si è passato al sapere unito all’esperienza. Questo permette di vedere i genitori non come persone portatrici di lacune, ma come coloro che possiedono un enorme zaino da cui attingere. Allo stesso modo tale passaggio coinvolge gli esperti infatti da detentori del sapere diventano persone normali che si affiancano delle persone per facilitare la riflessione.

Costruire un villaggio

L’idea di base era data dal voler ricostruire legami come quello di vicinanza, solidarietà, consapevolezza della propria responsabilità civile. Tutto questo perché è difficile costruire con e per qualcuno che vive situazioni problematiche e ogni famiglia si è costruita il proprio “orticello”, spazio in cui si sentivano al sicuro. Occorre anche tener conto del fatto che le domande di aiuto non emergono con facilità ma è, attraverso i gesti quotidiani, possibile individuare il modo attraverso cui si può ricostruire un tessuto di rapporti interpersonali. Ovviamente sarà difficile costruire un unico grande gruppo ma piano piano questi piccoli congregazioni potranno incontrarsi per condividere esperienze.

Per ottenere questo sono stati creati dei patti di corresponsabilità sul piano educativo fra genitori e figli. Tale patto va definito all’inizio del cammino. A poco a poco tali patti verranno allargati e coinvolgeranno altre realtà del territorio. Per ottenerli ci saranno delle “persone-ponte” che avranno il compito di connettere soggetti e culture diverse. Tale prospettiva ha una doppia consapevolezza:

  • Il macramè relazionale (cornice) nasce dal basso, attraverso il passaparola;
  • L’utilità che si costruiscano forme di coordinamento fra i soggetti istituzionali pubblici e privati.

Vanno pensati luoghi, dove riscoprire la crescita dei bambini e dei ragazzi in un contesto comunitario. Questi contesti sono accoglienti e permettono far crescere anche i genitori e gli educatori. Le istituzioni giocano un ruolo decisivo poiché devono favorire i gruppi, accogliendo le esigenze, ascoltandole e aiutando le persone ad aprirsi ai bisogni delle altre famiglie, per evitare di costruire gli orticelli.

2. Una funzione da riscoprire

È promosso e realizzato dall’Ufficio Scolastico Provinciale di Treviso. A questo progetto hanno partecipato insieme insegnanti e genitori delle scuole pubbliche e private della provincia; sono stati suddivisi in 4 gruppi di lavoro dislocati in sedi diverse. Ci sono delle peculiarità:

  • L’essere stata promossa da un organismo sovralocale;
  • L’essere stata rivolta a tutti gli istituti scolastici, pubblici e privati;
  • L’aver coinvolto insieme sia la componente genitori che quella degli insegnanti.

Aspetti generali del progetto

Il rapporto tra insegnanti e genitori si connota per la difficoltà e criticità. Questo sta ad indicare il rapporto che dovrebbe essere alla base, la fiducia e la collaborazione. La lettura di questa criticità è di tipo patologico, focalizzando l’attenzione sulle inadeguatezze, sulle difficoltà, sui problemi spesso insuperabili. Il rischio insito in tale approccio è quello di rafforzare positivamente i problemi. Mentre è tipico di un approccio pedagogico vedere i problemi come “oggetti di lavoro”. Alla base di tutti e due gli approcci, vi è comunque il superiore interesse del minore. Si ritiene cioè che un rapporto fra insegnanti e genitori improntato a una maggiore serenità e collaborazione basata sulla comune responsabilità educativa, possa avere un’influenza positiva sui bambini e sui ragazzi.

In tutto questo l’obiettivo era di costruire in modo partecipato un modello flessibile di lavoro sul tema della rappresentanza scolastica dei genitori. Per modello flessibile si intende l’insieme di riferimento concettuali e metodologici che orientano e facilitano l’avviamento di itinerari mirati a ridefinire l’idea di rappresentanza. Tale rappresentazione è gestita dalla flessibilità.

Questo progetto in tutto ha un approccio pedagogico perché privilegia modalità di lavoro centrate sulla ricerca tra insegnanti e alunni e non sull’erogazione di conoscenze da parte di qualcuno di esterno. La rappresentanza, definitiva prima, è la relazione tra tutti gli enti della scuola e con gli altri attori territoriali. Il rappresentante ha pluralità di significati:

  • Ascoltare: significa poter comprendere il punto di vista dell’altro confrontando tali punti di vista e ragionando con spirito critico;
  • Interpretare: significa attribuire un significato alle cose dette e sentite;
  • Mediare: vuol dire giungere ad un’intesa attraverso un lavoro di negoziazione;
  • Prendere decisioni: è un aspetto spesso sottovalutato, ma costitutivo dell’impegno del rappresentante.

Rispetto al tema del conflitto, si è capito che questo è normale. È possibile riconoscerlo perché ogni persona, essendo portatrice di una sua visione personale al quale sono legate delle aspettative, vivrà il conflitto a suo modo, l’importante è trarre un’opportunità di crescita interiore e di rapporto con gli altri.

Compiti del rappresentante di classe

È un cammino per cui le azioni previste non devono essere imperativi categorici, ma delle direzioni di lavoro lungo le quali accrescere la qualità del ruolo e delle funzioni esercitate dal rappresentante di classe. Egli è una persona motivata, disponibile, che si mette in gioco, si espone ma nello stesso tempo è rispettosa. Il suo impegno si fonda su piccoli passi ma concreti. Ci sono molti ruoli, in base ai vari punti di vista:

  • Dell’informazione: egli ha il compito di tenersi aggiornato, di documentarsi;
  • Della formazione: promuove l’autoformazione dei rappresentanti e incentiva una preparazione molto ampia;
  • Strategico: si è convenuto che la figura del rappresentante va inserita nel Piano dell’Offerta Formativa della scuola e che va data continuità temporale al ruolo;
  • Risorse.

Per costruire e alimentare relazioni costruttive con i genitori va dedicato molto tempo ad informarli sul modello organizzativo della scuola e sul ruolo del rappresentante. È importante che quest’ultimo svolga anche un lavoro aggressivo, promuovendo i momenti sociali e conviviali: incontri, feste, interculturali, incontri sportivi.

È importante promuovere un Comitato genitori all’interno di ogni singolo istituto. Inoltre si devono incoraggiare occasioni di conoscenza reciproca fra genitori e docenti e va costruito un efficace legame con il docente coordinatore di classe. A tale scopo è utile disporre di tempi più ampi. Infine è importante riflettere sulle modalità di comunicazione fra Scuola e famiglia. Tutto questo promuovendo la costruzione partecipata del POF.

Un terreno comune di impegno: l'educazione

L’educazione rappresenta lo spazio all’interno del quale genitori e insegnanti possono individuare il terreno di un comune impegno, di una comune responsabilità: l’educazione è il luogo privilegiato di dialogo fra genitori e insegnanti. Vanno creati dei criteri per un patto educativo comune, tenendo conto che a Scuola sono presenti diverse culture dell’educare. Vanno, inoltre, individuati obiettivi comuni legati alle esigenze dei bambini e dei ragazzi e trasversali al ciclo di studi.

3. L’oratorio come spazio senza fine

In un convegno organizzato nel 2011 dalla diocesi di Concordia – Pordenone, dal titolo “Oratorio: apro o chiudo?”, fu presentato un’ipotesi di lavoro sotto forma di opzione a livello di principi, di metodo, di organizzazione. La finalità era di rilanciare l’oratorio come struttura di servizio sul piano educativo. Per spiegare l’importanza e i vari punti di vista, bisogna partire dal dichiarare da che parte si sta: Sto dalla parte delle giovani generazioni.

Prima di parlare e approfondire il tema dell’oratorio bisogna partire da chi sarà fruitore di quest’ultimo. L’approccio utilizzato è quello pedagogico, cioè quello che si basa sulle domande che nascono dall’atteggiamento di ascolto che l’adulto deve mettere in atto nella quotidianità. Esistono vari tipi di domande:

  • Di relazione: tali domande attraversano tutti gli ambiti della vita e richiede all’adulto di essere esperto;
  • Di partecipazione e di protagonismo: non vuol dire solo esserci ma contribuire a costruire il progetto e a prendere decisioni;
  • Di adulti di riferimento: genitori che hanno il compito di recuperare la vocazione all’educazione, alla voglia e alla pazienza di stare con i giovani;
  • Di senso: rappresenta l’esigenza di comprendere la vita, di orientarsi, di capire i messaggi contraddittori e profondi che ogni ragazzo riceve e si trova ad affrontare.

Queste domande sono definite generatrici in quanto configurano delle sfide per chi si occupa di giovani generazioni. Per questo può risultare... (testo interrotto)

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ChiaraBrusadin di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia della marginalità e della devianza minorile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Trieste o del prof Santamaria Franco.
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