Dove stanno gli adolescenti in difficoltà?
Capitolo 1: Partiamo da loro
1.2 Perché li definiamo minori (d’età)
I soggetti minori di età (0-18 anni) nel nostro paese superano i 10 milioni. Nel mondo anglosassone i minori vengono chiamati child, ma in Italia il termine da solo viene visto con un’accezione negativa e per questo gli si aggiunge la specifica "di età". Si definiscono minori di età, in accordo con l’articolo 1 della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989, la persona che non ha ancora compiuto il diciottesimo anno di età. Non è una cosa ovvia in quanto ancora oggi in molti paesi si può raggiungere l’età adulta prima o dopo, con una differenza anche di alcuni anni. Sul piano giuridico il riferimento all’età è importante per attribuire al soggetto molti diritti e responsabilità.
1.3 Gli aspetti più importanti dello status di minore
Il minore d’età dalla nascita è dotato di capacità giuridica (art. 1 cod. civ - può essere titolare di diritti e doveri), che tuttavia a causa della sua età non può esercitare e necessita pertanto di un rappresentante legale. La rappresentanza solitamente compete ai genitori, ma in casi (come decesso, scomparsa, allontanamento, o privazione della potestà genitoriale) viene assegnato al minore un tutore legale. Con il conseguimento della maggiore età, il soggetto acquista la capacità di agire (l’idoneità a compiere atti giuridicamente rilevanti e incidenti sui propri interessi).
Quindi il minore d’età è soggetto di diritto, titolare in concreto di diritti soggettivi perfetti, autonomi e azionabili, ma - data la sua necessità di protezione - solo con il compimento dei 18 anni acquista la capacità di determinare legalmente i propri interessi. Si pensa che a 18 anni un soggetto sia pienamente capace di intendere (comprendere il valore e le conseguenze delle proprie azioni) e volere (capace cioè di scegliere in modo consapevole e responsabile).
Il raggiungimento della maggiore età è stabilito convenzionalmente, ma il grado di maturazione del soggetto è un processo graduale e personale, caratterizzato da tappe e tempi soggettivi. Come sostengono la normativa nazionale e internazionale, che si basano sul principio di capacità di discernimento, è bene che gli adulti di riferimento facciano cimentare e misurare il minore nell’acquisizione di autonomia e responsabilità; queste "prove" devono tener conto dell’età e del grado di maturazione del soggetto minore. L’articolo 12 della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza riconosce al "fanciullo capace di discernimento il diritto di esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa" e specifica che queste opinioni avranno un determinato peso in base all’età e al grado di maturità.
Ci sono atti che il minore può compiere autonomamente e validamente, in quanto riconosciuti dalle norme, che definiscono una sorta di semi capacità di agire. Un 14enne o un 16enne dev’essere obbligatoriamente sentito e prestare il proprio consenso in alcuni casi come: affidamento della potestà genitoriale in caso di separazione, fissazione della residenza, ecc. Per la legge italiana i 15enni possono entrare nel mondo del lavoro seppur con qualche accorgimento (non può svolgere lavori pesanti o notturni, non può firmare il contratto senza il consenso dei genitori e non può gestire autonomamente i propri guadagni). In alcuni casi il minore ultra 16enne può acquisire capacità di agire, contraendo matrimonio e conseguendo così lo stato di emancipazione.
La punibilità dei minori d’età è subordinata alla condizione di imputabilità (status personale e dipende dalla capacità di intendere e di volere posseduta al momento del verificarsi del fatto). La legge definisce chiaramente quali siano i casi di imputabilità e tra questi troviamo l’età e lo stato di maturità morale e sociale connesso all’età. La legge sancisce che al di sotto dei 14 anni il minore non è imputabile e quindi non punibile, mentre gli ultra 14enni, se vengono ritenuti imputabili al momento della commissione del reato, possono essere condannati, anche se la pena per loro sarà ridotta.
1.4 Un’attenzione specifica agli adolescenti
Fino a qualche decennio fa, l’adolescenza era vista come un periodo di crisi in cui l’adolescente prova in quanto è alle prese con le proprie esplosioni pulsionali. Questo periodo veniva semplicisticamente definito "crisi adolescenziale", che non sempre rimandava a contenuti chiari ed espliciti.
Nell’ultimo decennio l’adolescenza (11-14 preadolescenza, 15-18/19 adolescenza vera e propria) ha interessato molti studiosi di diverse discipline, in quanto in questo arco temporale si manifestano in modo eclatante una serie di fenomeni riconducibili alle questioni di marginalità e devianza. Oggigiorno l’adolescenza è descritta come una fase della vita in cui vengono affrontati compiti evolutivi specifici, determinati dai cambiamenti della crescita, i quali riguardano la sfera fisica, cognitiva e sociale. Oggi l’adolescenza non ha più un tempo definito, anzi si parla sempre di più di adolescenza prolungata, che impedisce a molti adolescenti di entrare nell’età giovanile-adulta nei tempi previsti, con tutti i problemi che ne conseguono sul piano sociale.
Per cercare di ovviare a questo problema si predispongono dispositivi di avvicinamento e ascolto in diversi contesti (scuola, servizi sanitari, servizi sociali, centri di aggregazione giovanile, strada). Gli adolescenti d’oggi rispetto a quelli delle generazioni precedenti non sembrano muovere troppe richieste, non fanno troppe contestazioni. Attualmente la rabbia giovanile sembra riguardare solo contesti di marginalità.
1.5 Nessuno è straniero: il fenomeno migratorio
I "nuovi cittadini" sono in costante aumento e in alcune zone rappresentano il 30/40% della popolazione scolastica. Negli ultimi anni le classi multiculturali sono diventate una realtà sempre più diffusa sia nelle grandi città che nei piccoli centri. Una buona parte di loro nasce in Italia e quindi in prima elementare possiede già una buona padronanza della lingua. Per una parte dell’opinione pubblica, la presenza di questi bambini e ragazzi ha rappresentato e rappresenta una minaccia per la qualità dell’istruzione, tuttavia con competenza e risorse adeguate si possono ottenere molti benefici da questo tipo di classi, in quanto diventano una palestra per la convivenza e per una nuova cittadinanza.
Occuparsi di educazione interculturale implica un ripensamento generale relativo alla cultura dell’educazione che permea i luoghi istituzionali pubblici e privati dove essa viene praticata. Con il termine intercultura si definisce un processo dinamico, di mutua fecondazione tra le culture. È diverso dal concetto di multiculturalismo, poiché quest’ultimo si rivela statico in quanto sta a delineare una mera convivenza fra culture diverse.
Capitolo 2: Occhiali per comprendere
2.1 Dotarsi di categorie interpretative
Quando ci troviamo di fronte ad un fenomeno sociale, alla situazione di una persona, il nostro modo di vedere non è mai neutrale, poiché è influenzato dalle nostre convinzioni, dai nostri modi di vedere le cose e di sentirle. Le categorie interpretative ci giungono utili al fine di aiutarci a comprendere al meglio, in questo caso, gli adolescenti e nella fattispecie coloro che provano difficoltà serie nell’affrontare la quotidianità. Le categorie interpretative ci aiutano ad avere una visione più profonda e accurata, provando a cogliere le dimensioni più importanti che caratterizzano i cammini di crescita dei ragazzi.
Nella pedagogia fenomenologica l’interpretazione è molto importante in quanto sottolinea il carattere dinamico dell’attività educativa. L’interpretazione dunque assume un carattere intersoggettivo, ovvero l’educatore da una propria interpretazione della realtà, ma la dà anche l’adolescente; per cui l’interpretazione è sempre il risultato di una mediazione che unisce i due soggetti dell’educazione. Nel nostro caso interpretare vuol dire assumere la responsabilità come adulti di mettersi in reale ascolto degli adolescenti.
2.2 La categoria psicologica dei compiti di sviluppo
Chi è l’adolescente? Dare una risposta non è semplice, in quanto l’adolescenza si presenta come una realtà molto complessa, frutto di un intreccio tra le dimensioni biologica, psichica e sociale. La categoria dei compiti di sviluppo non è di origine pedagogica, tuttavia ci è utile per comprendere i percorsi evolutivi degli adolescenti.
J. C. Coleman (1980) sostenne che gli adolescenti, pur dovendo affrontare diversi problemi, ne affrontano uno per volta. Così l’investimento emotivo e l’impiego di energie di volta in volta si concentrano su un unico compito evolutivo. Secondo questo studioso l’adolescenza è un passaggio graduale attraverso una molteplicità di crisi. L’elaborazione della sua tesi prende spunto da quella di R. J. Havighurst il quale diceva che gli adolescenti si trovano a superare una sequenza di compiti a causa dei processi di cambiamento che sono tipici della loro età.
- Mutamento fisico: assume un ruolo di primaria importanza in quanto cronologicamente è uno tra i primi mutamenti. Avviene molto rapidamente e ha una profonda risonanza a livello psicologico. Il compito evolutivo dell’adolescente è quello di accettare il proprio corpo e di riorganizzare la propria identità fisica.
- A livello cognitivo: passa dal pensiero concreto a quello ipotetico-deduttivo, che gli permette di rappresentarsi il mondo come potrebbe essere; accresce la sua capacità introspettiva e gli permette di confrontarsi in modo efficace con le elaborazioni logiche degli adulti e in alcuni casi contestarle con le proprie costruzioni mentali.
- Sul piano sociale: ha bisogno di ridefinire alcune relazioni fondamentali. Ci si allontana dai genitori per avvicinarsi al gruppo dei pari, che diventa una palestra dove sperimentare alcuni comportamenti al di fuori del controllo genitoriale. Per il ragazzo è importante stabilire relazioni di amicizia più profonde.
- Sul piano individuale e sociale: un altro compito di sviluppo è il bisogno di vivere un innamoramento. Superando questi compiti evolutivi, l’adolescente riesce a costruire la propria identità.
La ricerca dell’identità è strettamente legata alla ricerca di senso (altro compito evolutivo), che fornisce una chiave di lettura attraverso cui l’adolescente interpreta le realtà. Secondo Gambini, l’adolescente è chiamato ad attuare una ricerca di identità e di senso rispetto alle questioni legate al proprio corpo, alla sessualità, all’amicizia, all’innamoramento, al gruppo dei pari, alla famiglia, chiedendosi quale significato hanno per lui, come vuole vivere queste dimensioni, quali scelte compiere.
2.2.1 Il compito evolutivo specifico dell’adolescente: la costruzione della propria identità
L’identità è tutto quello che caratterizza una persona e fa sì che non venga confusa con un’altra. È connotata attorno (ma non solo):
- Condizione fisica: l’identità fisica è data dal bagaglio genetico che ci contraddistingue. L’identità sessuale (M/F) dal punto di vista biologico ne è dipendente.
- Condizione sociale: l’identità sociale riguarda le caratteristiche che collocano il soggetto nel contesto fisico, sociale, culturale economico in cui vive (nome e cognome, età, stato civile, professione, reddito, cittadinanza, livello culturale).
- Condizione psicologica: l’identità psicologica è il modo di comportarsi nelle diverse circostanze di vita.
Questi sono gli aspetti oggettivi che definiscono l’identità di persona. Gli aspetti soggettivi riguardano il modo in cui si vede la persona, come si descrive e giudica le sue caratteristiche fisiche, psicologiche e sociali, mettendo in atto un processo di autopercezione. L’identità personale è definibile come: la consapevolezza della propria identità in divenire. Questa è un dinamismo trasversale a tutto l’arco della vita; il dinamismo è garantito dalla volontà di essere noi stessi pur seguendo il bisogno di divenire noi stessi.
Per Erikson, l’identità personale possiede 3 dimensioni:
- Diacronica
- Sincronica: ci permette di essere degli individui integri anche se siamo "costretti" a ricoprire diversi ruoli e ad avere diversi tipi di relazioni. È ben visibile negli adolescenti i quali a seconda dei momenti e dei ruoli che rivestono passano da momenti di euforia a momenti di abbattimento, come se in se avessero più personalità.
- D’efficacia: riguarda il sentirsi integrati nel contesto sociale di appartenenza, al bisogno di percepire la propria identità come riconosciuta dagli altri.
È possibile creare un’identità positiva di sé solo se si possiede una buona autostima, che dipende dalle competenze che l’individuo dimostra di avere in determinati ambiti e da come tutto ciò è valorizzato dalle persone che gli stanno attorno.
2.2.2 I compiti relativi al senso di ricerca
La costruzione dell’identità è profondamente legata alla ricerca del senso. Per Gambini ci sono 3 compiti di sviluppo legati alla ricerca di senso e questi vengono realizzati sia in modo implicito e pre-riflessivo (individuazione dei significati a livello emotivo), che a livello autocosciente (definisce i propri significati attraverso un processo decisionale che comporta la riflessione e la considerazione della conseguenza delle proprie scelte):
- Individuazione dei propri impegni di vita: la ricerca dei significati in un individuo è legata alle esperienze che fa. Il nome che viene dato alle cose viene costruito nell’esplorazione e nella manipolazione della realtà; si tratta di far emergere, sulla base della propria storia di vita, il senso che le stesse assumono quando si entra in relazione con esse. Ciò è molto evidente negli adolescenti, per i quali la domanda di senso è legata alla ricerca di esperienze significanti; si tratta dunque di qualcosa che va sperimentato in prima persona. L’adolescente attraverso l’ascolto della realtà mediato da corpo, emozioni e pensieri, capisce quali sono le motivazioni personali, i suoi gusti, interessi, desideri, le cose importanti nella vita. Dal groviglio di percezioni, emozioni, sensazioni, pensieri, immagini che l’esperienza comporta il ragazzo interpreta chi è e cosa vuole. Il primo strumento di dialogo con l’ambiente è il corpo, del quale occorre comprendere i messaggi, ma è un compito complesso in quanto le stimolazioni interne che arrivano all’individuo sono svariate tanto che a volte possono essere vissute come ingovernabili. Questa difficoltà (dare un nome alle sensazioni) deriva dal fatto che se prima della pubertà era l’adulto a contenere, elaborare e interpretare lo stato affettivo del bambino e progettare le sue azioni, ora dalla pubertà in poi il ragazzo è chiamato a svolgere questo compito in autonomia. Molti adolescenti quando si sentono oppressi da queste sensazioni a cui non riescono a dare un significato, cercano di allentare questa tensione con gli acting out, ovvero esprimono i loro sentimenti attraverso azioni e non parole. Un esempio di acting out può essere l’ubriacarsi, correre in macchina, drogarsi, ecc. tutti questi esempi sono condotte inconsapevoli che portano dentro di sé la dimensione della ricerca: della misura delle proprie capacità e del proprio coraggio.
- Definizione di un proprio sistema di valori: nella tarda adolescenza (17/18 anni) il soggetto sente la necessità di definire, ovvero scegliere, il proprio sistema valoriale. Può costruire il proprio sistema integrato di valori solo attraverso un confronto dei significati da lui trovati e quelli dati dalla società in cui vive. L’adolescente formula un proprio disegno sulla vita e sul mondo (se pur in parte inconsapevolmente), che diventa una vera e propria ideologia (sistema organizzato di idee), capace di portare ordine e chiarezza. L’adolescente per non cadere in una confusione valoriale e nell’impossibilità di unificare i vari frammenti di identità deve riuscire a concentrarsi su un piccolo numero di valori; di certo la società nel fare ciò non è d’aiuto in quanto è complessa e priva di un centro unificatore e di riferimenti collettivi.
- Avvio di un progetto di vita: l’adolescenza assume la dimensione progettuale. Dai 14-15 anni l’adolescente mette in atto dei progetti di azione da negoziare con gli altri e orientati da mete e valori personali. I ragazzi d’oggi mostrano la caratteristica di un’elevata a-progettualità. Vedono nel presente una sorta di rifugio dalle incertezze del futuro. Dedicano un tempo molto limitato alla previsionalità sia da un punto di vista quantitativo, guardano poco oltre al loro presente, sia da quello qualitativo, che risulta essere una preoccupazione più concreta come l’impegno lavorativo.
2.2.3 Il compito dell’apprendimento
Si deve pensare all’apprendimento come quel processo che caratterizza tutto il percorso di crescita di un minore. Apprendere significa crescere, svilupparsi cognitivamente.
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