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La cura di sé come processo formativo fra adultità e scuola

Parte prima: Riflessioni sulla cura

Aver cura della cura

La cultura già del secondo 900 ha messo sempre più al centro la nozione di cura, partendo proprio dal ruolo assunto in tale stagione dalle scienze umane. La nozione di cura, infatti, si presenta come il volto tecnico di quei saperi e come il telos che tutti li accomuna, in quanto rivolti, attraverso la conoscenza, a cambiare le condizioni in atto del soggetto, della società e della cultura stessa. Il passaggio dalla teoria alla prassi in tutte queste scienze assume il volto dell’aver cura e del prendersi cura per attivare trasformazioni, mutamenti, sviluppi, ecc.

Ma è soprattutto in medicina e in pedagogia che la cura ha dichiarato il proprio ruolo centrale sia teorico che pratico. In medicina, già con Ippocrate e il suo giuramento, aver cura significava dedicarsi a un soggetto debole assumendo un ruolo di sostegno in vista del recupero della salute.

In pedagogia la cura si è imposta come un dispositivo chiave. Educare, infatti, altro non è se non prendersi cura e prendere in cura un soggetto, un gruppo, un’istituzione sociale fatta di individui. È proiettarsi su, a tutela, tramite comprensione e progettualità, con dedizione, con atto donativo, empatia e giudizio. Prendere in cura, invece, significa assumere in sé l’onere di una crescita che si compie nell’autonomia del soggetto o dei soggetti posti in educazione, ma che va guidata e rispettata, reclamando un trattamento sempre ad hoc.

Il lavoro attuale in campo pedagogico

Il lavoro attuale in campo pedagogico, attorno alla nozione e alla pratica della cura, si è attivato sia sotto la spinta dell’incrocio fra la pedagogia e gli altri saperi, sia per il bisogno di dare una risposta ai problemi empirici e storici di deriva dell’io e perdita del sé. Così la cura si è imposta come categoria centrale del pedagogico.

Il primo input è venuto dalla filosofia, nell’ambito della quale è nato il doppio significato di cura: come rischio di vita inautentica e, poi, come recupero del sé. In seguito, anche le altre scienze umane hanno rilanciato il significato di cura. Dalla posizione delle diverse discipline è giunto alla pedagogia il dover ripensare al dispositivo stesso della cura, dispositivo che si impone attraverso il malessere dell’io nella società attuale.

Forme della cura in pedagogia

Cercando di analizzare le forme della cura in pedagogia, dobbiamo distinguere:

  • Un piano di meta-riflessione, che regola i caratteri strutturali della cura in pedagogia;
  • Un piano di forme della cura in pedagogia, che hanno declinato i percorsi dell’aver cura.

A livello internazionale, la cura come dispositivo chiave è stata accolta in forma pedagogica su vari fronti. Citiamo, in particolare, due autori:

  • Bettelheim, secondo cui la cura è l’elemento portante della genitorialità;
  • Morin, che chiama in causa il soggetto-mente e il soggetto etico, per i quali egli progetta una formazione aperta e flessibile.

In pedagogia c’è poi un settore particolare connesso alla cura dei soggetti a rischio, che manifestano disagio e vivono condizioni di marginalità. In questo ambito, lo specifico della pedagogia è curare senza patologizzare, sostenere soggetti e gruppi in vista di un equilibrio del sé e di una integrazione sociale.

Infine, la cultura della cura ha investito nuovissime frontiere: quella dell’ambiente, quella dei viventi e dei senzienti (animali), quella della vita (la bioetica). Fra ecologia, diritti animali e bioetica si è delineata una sfida ulteriore relativa al prendersi cura. Nel primo caso è l’habitat della biosfera che deve essere posto sotto cura, fissando gli equilibri ecologici, denunciandone le alterazioni, creando uno stile di vita collettivo rispettoso dell’ambiente.

Per quanto riguarda, invece, gli animali, la cura coincide con il prendere coscienza dei propri diritti: alla non-sofferenza, al non-abbandono, al trattamento più umano.

Infine, la bioetica è la difesa della vita, intesa sia come esistenza che come qualità della vita. Ciò presuppone diritti anche per l’eutanasia, l’aborto terapeutico o per i nati prematuri.

La cura in pedagogia: struttura, statuto, funzione

Ci si chiede perché proprio nel nostro tempo la cura si è imposta per varietà e centralità. Tre risposte appaiono fondamentali:

  • Per la crescita delle scienze umane, che si sono poste non solo come visione dell’uomo, ma anche come strumenti d’azione per riequilibrare l’uomo moderno, che è particolarmente inquieto, alienato e problematico;
  • Per lo sviluppo che ha assunto oggi la questione del soggetto a livello sociale e psico-sociale, la quale reclama di comprenderlo nella sua complessità, di prenderlo in cura e di aiutarlo nella conquista del proprio sé;
  • Per la nascita di un sistema sociale che si è fatto carico della vita pubblica e privata dei soggetti, facendosi carico del loro destino dall’infanzia alla vecchiaia.

In pedagogia la cura è sia teorica che pratica. Sul piano teorico, già l’educazione e il formare esigono la cura: si educa vigilando e spronando, orientando, nutrendo; tutte azioni che si regolano sulla cura. Sul piano pratico, invece, sono le azioni del fare cura che vengono indagate.

Le tre frontiere della cura in pedagogia

  • Educativa: è intesa come guidare ed orientare ed è tipica della famiglia tradizionale e della società, che mira all’inculturazione. Il soggetto non ha un ruolo attivo.
  • Formativa: la cura è cura di un soggetto ponendosi dentro il suo processo di formazione, intesa come sua formazione umana. Si tratta di un processo fissato già da Socrate e in cui il maestro sviluppa l’ascesa e il risveglio dell’allievo. Tale cura è sostegno, dono e dialogo ed è rivolta a creare condizioni di autoformazione, ricerca costante dell’identità del proprio sé e di equilibrio.
  • Cura sui: cioè l’autoformazione, che è autoanalisi e riflessione su di sé esercitata dal soggetto stesso. La cura sui ha bisogno di pratiche per consolidarsi e rendersi efficace; produce autoformazione, cercando di rendere il soggetto più consapevole e controllato. È dialogo con se stessi.

A livello meta-riflessivo, infine, attualmente si è imposto il paradigma ecologico, inteso come equilibrio dinamico, pluralismo e differenze che si incrociano e si raccordano. I fondamenti portanti del pedagogico sono da sempre: dualismo educazione/formazione, relazione educativa, intenzionalità, il soggetto come persona, la mediazione, ecc. A questi fondamenti, si aggiunge oggi anche la cura, poiché essa decanta la struttura stessa del rapporto educativo e/o formativo. Inoltre, la cura in pedagogia ha una sua fisionomia articolata, il cui focus è creare auto-cura e dipanare le potenzialità del soggetto.

Il percorso storico della cura in pedagogia

Inizia con Socrate, che ci offre una diagnosi attenta e complessiva della cura e la pone al centro del suo fare educazione. Durante il Romanticismo, invece, al centro dell’atto educativo e/o formativo non sarà più il rapporto allievo/maestro, ma la cura familiare e il modello dell’amore materno. Nel XX secolo le scienze umane fissano un nuovo modello di cura e in pedagogia aver cura implica:

  • Il dislocarsi su molti piani di intenzione e di azione; assumere diversi dispositivi mentali e comunicativi e incrociarli costantemente fra loro;
  • La cura si esercita sempre in situazione;
  • La cura ha uno statuto problematico, dialettico e critico e, quindi, va presidiata meta-riflessivamente, interrogandosi sul suo statuto.

La cura pedagogica è sempre legata ad un evento e ad un concreto caso vissuto. L’educare poi si rapporta al caso attraverso la tipologia psicologico-educativa dei soggetti. Ciò vuol dire che si cala sempre in situazione e avrà effetti diversi su soggetti diversi. La formazione, quindi, è caso perché ogni processo è irripetibile. È importante, quindi, il modo in cui il formatore sta nel caso, che è diverso da quello dell’educatore. Se questo è tipologico, quello è partecipativo, attivo, comprendente.

In riferimento alle professionalità educative, i due percorsi vanno sia congiunti che disgiunti, a seconda del caso e rapportandovisi in base all’ottica della riflessività. La relazione formativa è regolata dal dialogo e dal dono; è un dare senza ricevere, in vista di una crescita/sviluppo che si colloca altrove, in un altro soggetto, appunto. Altro aspetto della relazione educativa è il sostegno: essere vicini senza intrusioni, essere disponibili, osservare e comprendere per intervenire, ma solo in caso di bisogno.

L’aver cura di sé: un compito lifelong

È stato il Socrate platonico a porsi come il primo teorico della cura di sé, in base al principio della conoscenza di sé del soggetto aiutato dal sostegno del maestro. La scoperta della propria coscienza, inoltre, pone il suo essere soggetto al centro della stessa identità del soggetto. Le confessioni di Agostino sono l’esempio massimo di come l’uomo deve e non può non essere coscienza e di come questa debba essere coltivata perché possa orientare in ciascuno la conquista della propria humanitas.

Nello stoicismo, infine, la cura di sé è coltivazione armonica del proprio io, costruzione di un sé polivalente ed integrato e sottoposto al filtro vigile della coscienza. Curarsi è assumere rispetto a sé una disposizione di tutela e di prossimità, di dedizione e di sostegno. Ognuno può e, quindi, deve leggere, capire e vigilare se stesso. C’è, infatti, in ogni io la tensione a comprendersi, a giustificare il proprio sentire e agire, a progettare se stessi, attivando un dialogo fra coscienza e autocoscienza. Leggere, scrivere, meditare sono tutte vie per coltivare la propria interiorità, al fine sia di nutrire il proprio sviluppo sia di vigilare su di sé.

La cura di sé, dunque, rende un soggetto individuo, attraverso il gioco complesso del nutrire e del vigilare, che ha bisogno della tutela pedagogica. La disposizione della cura sui con l’esercizio delle pratiche è una prassi che accompagna tutta la vita, anche se ci sono età in cui essa si fa più incisiva e determinante, come l’adolescenza, in cui il soggetto si trova a vivere una vera e propria inquietudine interiore. Quest’ultima ha bisogno di essere testimoniata e, in questo senso, il diario è sempre stato il mezzo più classico. Altri momenti particolare in cui la cura sui svolge un ruolo determinante sono i periodi di spaesamento, malattia, elaborazione del lutto. In quest’ultimo caso, si genera nel soggetto un processo di disorientamento; il soggetto va, quindi, riorientato, attraverso un percorso guidato.

La malattia, inoltre, è trauma, mutamento, crisi del proprio sé e del proprio progetto di vita. E anche qui la cura sui può farsi medicamento primario, imponendo all’io di ripensare il proprio vivere, producendo così uno stile di vita diverso ma più proprio e più aggregato intorno all’io che così si solidifica in un sé più consapevole. La malattia e la sua angoscia non scompaiono, ma nasce un nuovo sé capace di abitarla produttivamente per l’io. C’è, infine, l’arrivo della terza età che costituisce un bilancio e un ulteriore progetto. Ora la cura sui si delinea anche come nuove prassi di vita quotidiana.

Importantissimo è, poi, coltivarsi nell’arte, nel viaggiare, nella conversazione, nella solidarietà. Sono tutte pratiche formative, che attivano nell’io una nuova avventura formativa e lo rendono di nuovo vitale. Essere vitali vuol dire, soprattutto, essere impegnati a formarsi. Nel mondo attuale la cura sui ha riacquistato una centralità strategica: il soggetto, più inquieto e più fragile e sempre alla ricerca del proprio sé, ha bisogno di tornare a se stesso, di controllare il proprio io. Deve, quindi, trovare una mediazione, per accompagnare la crescita della propria soggettività calata in un’esperienza di vita.

La forma del nostro essere, infatti, è sempre più quella dello stare nel labirinto. Quindi, occorre attrezzarsi, cercando di recuperare il nesso perduto fra ragione ed emozione, attraverso, appunto, la cura di sé. Dal fatto che la cura sui sia un paradigma quanto mai attuale, derivano alcuni comandamenti:

  • In te ipsum redi;
  • Prenditi cura di te;
  • Evita le derive del narcisismo;
  • Impegnati a dar forma al tuo io;
  • Attrezzati a stare nel labirinto del mondo attuale;
  • Esercita la cura sui;
  • Tieni viva la coscienza inquieta di quell’io che si fa sé.

Oggi va coltivata la problematicità del farsi soggetto, in quanto il soggetto-individuo rischia di scomparire, di venir riassorbito nel sociale e di perdersi come individualità. E perché il soggetto-persona c’è solo se si coltiva. La cura sui si afferma come paradigma formativo e lì si impone come pratica pedagogica primaria. L’avventura della cura sui è sì etico-pedagogica, ma lo è anche e proprio per ragioni ontologiche, poiché essa contrassegna una condizione di esistenza nel tempo e nello spazio, un modo inevitabile di essere nel mondo.

Parte seconda: Le vie maestre della cura sui

La funzione formativa della narrazione

Nel corso degli ultimi decenni il narrativo è stato sottoposto a un’analisi sottile e complessa e nel contempo si è attivata una ricerca intorno al valore e alla funzione del narrare, dal punto di vista psicologico, sociologico e storico, che ne ha messo in luce il ruolo cognitivo e comunicativo. Dal punto di vista sociologico e storico, poi, la narrazione è un collante cruciale di tutte le civiltà di ieri e di oggi (ieri col mito, oggi con l’informazione e la comunicazione, che sono incardinate ancora sul paradigma della narrazione, cioè della messa in sequenza di eventi interpretati.

Per questo al narrare e al suo paradigma logico e comunicativo va riconosciuta una fondamentale funzione formativa a più livelli:

  • Allena la mente al pensiero razionale, esplicativo e argomentativo;
  • Dà identità al soggetto, nutrendone l’immaginario;
  • Fissa un’identità storica al soggetto, legata a un tempo e a una cultura;
  • Apre nella mente mondi altri, virtuali e diversi e viene a nutrire la capacità critica.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher WAMIAPP14 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di pedagogia clinica e analisi dei processi formativi e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Salerno o del prof Mannese Emiliana.
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