Il tempo della complessità
Prefazione di Edgar Morin
Mauro Ceruti mostra che il problema di comprendere il nostro tempo contiene in sé altri problemi. Infatti, comprendere il nostro tempo significa comprendere la mondializzazione che trascina l’avventura umana, significa cercare di interrogare il divenire dell’umanità, che dai motori della scienza, della tecnica e dell’economia è spinto verso un uomo aumentato ma non migliorato e verso una società che tende a farsi guidare dall’intelligenza artificiale e a fare dell’uomo una macchina banale. Questi motori conduco a catastrofi interdipendenti. Tutto ciò provoca angosce, ripiegamenti su se stessi e fantasmi deliranti.
Il problema dell’avventura umana induce ad interrogarsi su cosa sia l’umano. Tuttavia, la natura di cosa sia l’umano non è per niente insegnata nelle nostre scuole e, di conseguenza, non è riconosciuta dalle nostre menti. Inoltre, il problema dell’identità umana include in sé il problema della natura.
Partendo da queste considerazioni, tutta l’opera di Ceruti è animata dalla preoccupazione di comprendere le complessità umane, cosa che richiede, non di isolare l’umano, ma di situarlo nei contesti cosmici, fisici, biologici, sociali, culturali e anche nella comunità di destino planetaria. L’opera di Ceruti ha stimolato un ampio dibattito in molti ambiti di ricerca: la psicologia clinica, la pedagogia, le scienze cognitive, le scienze dell’organizzazione, l’architettura, l’antropologia e la sociologia.
In questo testo, sollecitato da Walter Mariotti, Ceruti delinea un percorso filosofico che raccoglie la sfida della complessità posta dal nostro tempo e motiva l’urgenza di un’educazione capace di valorizzare le diversità individuali e culturali, volta, nel contempo, a integrare la frammentazione dei saperi. L’idea di fondo che emerge è che l’umanità è costitutivamente incompiuta, anche come specie. Perciò la sfida per il futuro dell’umanità è elaborare la coscienza di una comunità di destino di tutti i popoli della Terra, nonché di tutti i popoli con la Terra stessa.
In questo orizzonte, Ceruti disegna la prospettiva di un nuovo umanesimo planetario, che potrà nascere solo dall’incontro fra le diverse culture del pianeta, dalla capacità di pensare insieme unità e molteplicità.
Ogni capitolo del libro si apre con una citazione, a cui segue un commento di Ceruti. Il tema delineato viene poi approfondito nella conversazione con Walter Mariotti.
Capitolo primo
“Opera di natura indefinita”
Il capitolo si apre con una citazione tratta dall’Orazione sulla dignità dell’uomo di Pico della Mirandola, che scrisse queste parole in un testo che disegnava l’immagine dell’uomo dell’Europa moderna. Nell’orazione immagina che Dio, rivolgendosi ad Adamo, stabilisca la condizione umana e la responsabilità affidata all’uomo. L’uomo viene, dunque, collocato nel cuore del mondo.
Tuttavia, Ernesto Balducci fa notare a Ceruti che quest’uomo è un’opera di natura indefinita, creatore di se stesso e librato entro un arco di possibilità la cui attuazione dipende dal libero arbitrio di cui è dotato, anche se quell’arco dispone gli essere umani in una scala gerarchica. Ernesto Balducci, rileggendo le parole di Pico della Mirandola, vi riconosceva le radici della nostra condizione antropologica e, nello stesso tempo, la rappresentazione di ciò che già l’uomo non era più, rispetto ai tempi di Pico. Balducci appurava che ora non c’era più l’ordine stabilito da Dio al tempo di Adamo, in quanto il caos aveva inghiottito il cosmo e, con esso, l’uomo.
L’occasione dell’incontro fra Balducci e Ceruti fu l’approssimarsi del cinquecentesimo anniversario della scoperta dell’America. Nel loro dialogo si intrecciarono le riflessioni fra due transizioni: quella avvenuta 500 anni prima, quando l’uomo europeo avviò il genocidio degli indios, e quella che ebbe luogo ai loro giorni, quando Balducci simbolizzò il segno del nuovo tempo nei giovani delle varie etnie che popolavano la Terra.
Le tre globalizzazioni
Dialoghi con Mariotti – Sintesi
L’Umanesimo e il Rinascimento hanno avuto certamente un carattere integrativo e coesivo. Per i dotti dell’Umanesimo e del Rinascimento, la civiltà europea era un edificio che poggiava su quattro colonne. Alle tre colonne delle tre grandi tradizioni monoteistiche (cristiana, ebraica, islamica) si aggiungeva la quarta colonna della sapienza degli Antichi, della civiltà latina e greca riscoperta dagli umanisti. Attraverso la loro integrazione e interazione le quattro colonne producevano l’equilibrio e la solidità dell’intera costruzione.
Questa immagine rappresenta la nostra Europa, ma anche lo spirito dell’Umanesimo, che non era solo una replica formale dei modelli classici, ma disegnava un nuovo modello di umanità, pervaso dallo spirito dell’accettazione reciproca e della convivenza delle diversità.
Cinquecento anni dopo, il passaggio d’epoca che segna il nostro tempo è segnato proprio dagli sviluppi intrecciati della conoscenza scientifica e dalla planetarizzazione della condizione umana. Nel nostro tempo, inoltre, emerge anche un fatto culturale di grande importanza: si sviluppa la conoscenza dei modi, degli scenari e dei tempi sempre più dilatati della storia umana e del processo di ominizzazione. Un intreccio di discipline scientifiche ci mette in grado di conoscere le varie linee e le varie tappe della storia e dell’evoluzione umane proprio come processo di planetarizzazione. Scienza e planetarizzazione sono anche oggi strettamente connesse.
Di fronte a questo intreccio che definiamo globalizzazione, abbiamo bisogno di riconoscere, anche attraverso le conoscenze scientifiche, il fenomeno umano nella sua globalità. I problemi planetari dei nostri giorni sono complessi e multidimensionali e per affrontarli è necessaria una cultura policronica.
La conoscenza della storia dell’umanità nei suoi tempi lunghi è recente. Oggi, per la prima volta, si sono rese disponibili conoscenze dettagliate sui tempi lunghi dell’evoluzione umana, sui modi e sulle varie tappe con cui l’umanità si è diffusa sull’intero pianeta Terra. La storia della specie umana oggi ci appare come la storia di un ininterrotto processo di planetarizzazione del popolamento umano della Terra.
Oggi sappiamo che la specie umana è nata come specie locale circa 150.000 anni fa, legata a un clima, a condizioni di vita, a ecosistemi particolari. Ma poi, unica fra tutte le altre specie animali, è diventata una specie globale, capace di popolare tutti gli habitat del pianeta. Ha potuto fare ciò grazie a straordinari adattamenti fisici, comportamentali e cognitivi alle specificità locali degli ecosistemi e dei territori di volta in volta abitati. Tale popolamento planetario della specie umana ha delineato una prima globalizzazione.
Dunque, si può interpretare la storia umana come la storia di una grande diaspora che ha portato piccoli gruppi ad adattarsi ciascuno a un habitat differente. Tuttavia, questo elevato grado di diversificazione non ha diviso la nostra specie; anzi, la sua unità biologica è stata conservata grazie ai constanti contatti con gruppi prossimi.
Le culture umane affondano le loro radici in questa grande diaspora planetaria. Hanno un’origine ecologica: sono state modellate dalle conoscenze necessarie per sopravvivere e per evolversi ciascuna in un particolare ambiente locale. D’altra parte, ogni cultura si è modificata nelle relazioni con altre culture. La maggior parte della sua avventura sul pianeta l’umanità l’ha vissuta in questa condizione diasporica. Solo con la rivoluzione agricola, circa 12.000 anni fa, si è cominciata a invertire la direzione di sviluppo del popolamento umano della Terra: da diasporica a convergente. Si è così delineata una globalizzazione, intessuta dalle reti delle civiltà e delle culture. Nuove culture e nuove civiltà sono nate dalle migrazioni e dalle stratificazioni etniche.
Il mondo, così, è diventato più popolato e i commerci materiali e immateriali fra le culture hanno prodotto reti di scambio di portata continentale, mettendo in relazione anche civiltà assai diverse e lontane. La nostra storia è, dunque, anche la storia di tanti incontri e ibridazioni fra popolazioni differenti. Da questi incontri si sono generate grandi aree di cultura e di civiltà, ma sono anche morti regni e imperi.
Fino al 1492, infatti, le scissioni e le separazioni hanno prevalso rispetto agli incontri e alle ibridazioni. Per molto tempo, insomma, il mondo ha continuato ad essere molto esteso, ma la maggioranza delle culture e delle etnie era isolata in spazi limitati. Questa condizione diasporica mutò solo dopo l’incontro colombiano. Nel breve volgere di un secolo, i popoli europei raggiunsero tutti gli angoli della Terra ed entrarono in contatti stabili con gran parte dei popoli che abitavano l’intero pianeta.
Gli inizi dell’età moderna, a partire dal 1492, costituiscono l’ingresso della storia umana in una terza globalizzazione. Le varie reti di scambio di portata continentale si sono rapidamente intrecciate in un’unica economia mondiale e le forme della vita materiale hanno iniziato a convergere. Ma questa convergenza non ha significato una riduzione delle diversità culturali: gli incontri fra culture non solo hanno prodotto fusioni, omologazioni e annientamenti, ma anche nuove resistenze all’omologazione, nuovi conflitti culturali, nuovi meticciati e nuovi ibridi.
L’unificazione del mondo
Dialoghi con Mariotti – sintesi
Fra il ‘400 e il ‘500 inizia la storia tramite la quale i frammenti del pianeta si sono trovati a legarsi gli uni agli altri. Fino al 1492, infatti, il pianeta era diviso in sistemi agricoli differenti e separati. Dopo la scoperta dell’America, nelle forme di vita e nell’alimentazione degli europei furono introdotti nuovi prodotti (mais, fagioli, pomodori, ecc.) e nel Nuovo Mondo furono introdotte le coltivazioni del Vecchio Mondo. Per quanto riguarda gli animali, invece, la direzione fu solo dall’Europa alle Americhe.
Nel 1492 la maggior parte delle specie umane erano strettamente dipendenti dalle specie animali e vegetali che si trovavano nell’ecosistema in cui abitavano. Dopo il 1492 il crollo delle barriere fra popolazioni umane ha prodotto anche il crollo degli ecosistemi. Di conseguenza, gli individui sono sempre stati meno dipendenti, per la loro sopravvivenza e per il loro benessere, dalle caratteristiche ambientali di questo o quel luogo. Si assistette, però, anche a una catastrofica diffusione, da parte degli europei, di virus e malattie, che falcidiò, decimandole, le popolazioni delle nuove terre conquistate.
Anche il panorama linguistico del mondo fu trasformato: dopo il 1492 ripresero ad espandersi le lingue indoeuropee, in particolare l’inglese, francese, spagnolo e portoghese. Inoltre, si diffuse il russo in un vasto spazio dell’Eurasia settentrionale. Contemporaneamente, però, si estinsero moltissime lingue.
Ambivalenza della modernità europea
Dialoghi con Mariotti – sintesi
I cinque secoli dell’età moderna d’Europa sono anche i primi secoli dell’età planetaria dell’umanità. Il dilagare europeo nel mondo in età moderna è stato segnato da una costante ambivalenza, da un intreccio conflittuale fra creazione e distruzione, che continua ancora oggi.
Si tratta di due piatti della bilancia. Sul primo c’è la presunzione dell’Europa di parlare a nome di tutto il mondo, sottovalutando le specificità culturali del Nuovo Mondo e cercando, anche con la forza, di omologarli alla cultura dominante. Sull’altro piatto, c’è il fatto che le tante integrazioni forzate condussero all’intrecciarsi di popoli e stirpi e alla nascita di nuove culture.
Inoltre, i primi europei che posero piede sul territorio americano scoprirono una natura, una società e una storia radicalmente diverse. Quindi, l’uomo europeo entrò nell’età moderna attraverso l’esperienza della diversità. Il contatto con la diversità produsse nella cultura europea la tendenza a stabilire gerarchie, riducendo la diversità tramite l’omologazione. Gli europei disegnarono nuovi spazi planetari, omogenei ed unitari per inglobare spazi locali eterogenei. Spagna e Portogallo, principali colonizzatori, si divisero le rispettive zone di influenza, arrivando a dividere in due tutta la superficie del pianeta.
L’Europa contro se stessa
Dialoghi con Mariotti – sintesi
Sia nel mondo antico che in quello medievale l’Europa ha sperimentato multiformi dialoghi e coesistenze. Tuttavia, l’età moderna dell’Europa prende il via attraverso una prospettiva che porta in una direzione opposta, volta a ridurre sia le diversità esterne che quelle interne.
Dal 1492 al 1500 in tutta Europa furono promulgati atti di espulsione nei confronti degli ebrei, mentre gli islamici venivano combattuti su più fronti. La riduzione delle diversità e il mito della purificazione assunsero anche altre forme, come la condanna per stregoneria che colpì molte donne (che in realtà erano semplici contadine che avevano ereditato dalle nonne simboli e pratiche di cura).
Per quanto riguarda i popoli conquistati, le menti dei nativi furono considerate tabula rasa su cui iscrivere i segni della vera fede. E nella stessa Europa si pensò che occorreva segnare l’inizio di una storia nuova facendo tabula rasa di ciò che era antecedente o esterno. Questo mito ha preso corpo nelle molteplici versioni del progetto di uomo nuovo, unificate proprio da un tratto essenziale: la purificazione rispetto al passato e all’altrove. Le ossessioni dell’espulsione, della conversione, della purificazione colpirono dunque direttamente gli stessi popoli europei.
Oltre alla costruzione di rigide frontiere religiose, le feste legate ai ritmi della Natura, la devozione alla Madonna, gli angeli, i santi, il culto dei luoghi sacri furono condannati come superstizioni pagane. Questa prospettiva coinvolse anche il pensiero politico. Si delineò la figura ideale di un Grande Legislatore in grado di governare le turbolenze storiche con la ragione. Nel 1516 venne pubblicato a Lovanio un “Libretto veramente aureo e non meno utile che piacevole sull’ottima forma di Stato e sulla nuova isola di Utopia”. L’autore era l’inglese Thomas More. Secondo lui un’ottima forma di Stato sarebbe stata possibile solo in una nuova isola; gli esperimenti e le innovazioni politiche e sociali avrebbero potuto realizzarsi solo in un luogo nettamente separato dagli antichi universi culturali.
L’uno e il molteplice
Dialoghi con Mariotti - Sintesi
Agli albori dell’età moderna, tuttavia, si tessevano ancora interazioni e sincretismi fra religioni e fra filosofia. L’incontro fra tradizioni spirituali differenti portò a rappresentare la civiltà europea come un edificio che poggiava su quattro colonne: le tre grandi religioni monoteistiche insieme alla riscoperta sapienza degli Antichi. Anche i capolavori della letteratura del ‘500 testimoniano la vivacità di queste aperture.
Questo immaginario subì tuttavia una dura prova nell’età delle tragiche guerre di religione: l’identità fu opposta alla diversità, l’unità fu opposta alla diversità; furono sradicati culti precristiani e preindoeuropei.
L’Europa aveva tuttavia visto il sorgere di compagini politiche e di forme di civiltà che aspirano a definirsi come universalistiche. Prospettive universalistiche stanno proprio alle radici stesse dell’attuale spazio culturale europeo, nato attorno all’anno Mille in seguito ad una rapida estensione dello spazio della civiltà classica, latina e greca, alle stirpi germaniche, slave, baltiche, finniche, magiare.
Ma nemmeno l’universalismo europeo era stato unitario. Si è sempre trattato non di un universalismo, quanto di più universalismi europei, polarizzato attorno a due assi oppositivi. Il primo era quello che riguardava il polo di civiltà: quello latino, centrato su Roma, e quello greco centrato su Bisanzio. Il secondo concerneva, invece, le relazioni fra autorità religiosa e autorità politica. Così il Sacro Romano Impero, che era nato traendo la sua legittimazione dal centro religioso di Roma, presto diventò un’istanza concorrente dello stesso potere religioso.
Nel gioco degli universalismi bisogna poi includere anche l’influenza dell’universalismo islamico, che ha modellato le identità di molti spazi direttamente confinanti con il continente europeo. Questi universalismi erano però appannaggio di ristrette élite e spesso erano indicazioni di orizzonti ideali più che di espansioni condivise. Tuttavia, essi hanno esercitato una funzione decisiva nell’arricchire e nel mettere in relazione le varie identità locali del nostro continente.
Inoltre, la forma dello Stato nazionale nasce proprio in questo contesto, dalla drammatica tensione fra identità e diversità, fra unità e molteplicità.
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