Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

organizzazione per la proibizione delle armi chimiche);

b) procedimenti contenziosi  che, però non coinvolgono due stati, bensì uno stato ed un individuo

(es. procedimenti di natura arbitrale o giudiziale previsti dalla Cedu per accertare le violazioni dei

diritti dell’uomo, che si incentra sulla Corte europea dei diritti dell’uomo; oppure quei procedimenti

previsti per le violazioni delle norme che tutelano gli investimenti all’estero es. ICSID –centro

internazionale per la soluzione delle controversie in materia di investimenti);

c) procedimenti penali  che vedono gli individui in veste di imputati dinnanzi a tribunali penali

internazionali;

d) procedimenti che mirano soprattutto ad accertare la corretta applicazione delle norme

appartenenti all’ordimento interno di un’organizzazione internazionale  (es. le competenze –

esclusive- della Corte di giustizia dell’Unione Europea: accertare con sentenze vincolanti il corretto

adempimento degli obblighi derivanti dal diritto Ue da parte di ciascuno stato membro, la Corte può

essere adita a tal fine da uno stato membro o dalla Commissione).

Capitolo XXII: La Corte internazionale di giustizia (sede all’Aia)

Svolge delle competenze di tipo contenzioso (risoluzione di controversie tra stati) o di tipo

consultivo (emanare dei pareri/opinioni non vincolanti, ma che chiariscono delle questioni dal punto

id vista del diritto internazionale –accertamento del diritto di una determinata situazione-).

Le norme di riferimento della Corte internazionale di giustizia le ritroviamo nella Carta di San

Francisco del 1945, nel cap. 14.

Origini e natura  è subentrata alla Corte permanente di giustizia internazionale che, creata

all’epoca della Società delle Nazioni, fu il primo tribunale precostituito per la soluzione delle

controversie tra Stati; tuttavia era stata costituita come organizzazione distinta dalla Società delle

Nazioni.

Al contrario, l’art. 7 della C. Onu elenca la Corte internazionale di giustizia tra gli organi principali

dell’Onu.

Art. 92 della C. Onu la definisce infatti il principale organo giurisdizionale dell’Onu.

Non è stata attribuita alla Corte una giurisdizione obbligatoria per la soluzione delle controversie

tra gli stati membri dell’Onu che si sono obbligati a risolvere in modo pacifico ma restano

comunque liberi di scegliere il mezzo di soluzione che preferiscono.

La Corte quindi svolge un ruolo di servizio per gli stati che scelgono di risolvere le loro controversie

mediante il regolamento giudiziale, comunque anche in quest’ambito il suo ruolo non è esclusivo,

perché comunque la Corte ha un proprio Statuto, annesso alla C. Onu, ma comunque distinto (art

95 C. Onu  gli stati possono scegliere di deferire la soluzione delle loro controversie ad alti

tribunali in virtù di accordi già esistenti o che possano essere conclusi in avvenire).

Anche stati non membri dell’Onu possono divenire parti dello Statuto con un atto di adesione (ma

in questo caso è necessario che ci sia prima una risoluzione dell’Assemblea generale che

determini le condizioni per l’adesione, su proposta del consiglio di sicurezza (art 93 C. Onu  tutti i

membri delle nazioni unite sono aderenti allo statuto della Corte internazionale di giustizia).

Composizione  è un organo collegiale composto da individui : 15 giudici indipendenti.

L’art2 dello Statuto  non ci possono essere due giudici con la sessa cittadinanza e sono eletti

senza riguardo alla loro nazionalità, tra perone di alta levatura morale, che posseggono i requisiti

richiesti nei loro rispettivi paesi per la nomina alle più alte cariche giudiziarie, o giureconsulti di

riconosciuta competenza nel campo del diritto internazionale.

Le elezioni avvengono nel seguente modo:

art8 l’Assemblea ed il Consiglio di sicurezza procedono indipendentemente l’uno dall’altro;

art10 sono considerati eletti i candidati che hanno ottenuto la maggioranza assoluta dei voti in

entrambi gli organi (assoluta per l’Assemblea generale e di 8/15 per il Consiglio di sicurezza);

inoltre il paragrafo 2 sancisce che i membri permanenti non possono esercitare, in questo caso, il

diritto di veto;

art 13 carica di 9 anni e sono rieleggibili.

Spetta poi alla Corte eleggere il suo Presidente ed il suo vice Presidente  entrambi con carica di

tre anni, ma rieleggibili.

Art. 22  alla Corte spetta anche la nomina del Cancelliere e degli altri funzionari che ritiene

necessari.

Art. 25  la corte resta in sessione in permanenza e esercita le sue funzioni in adunanza plenaria,

con un quorum di 9 giudici.

Art.26  se lo ritiene necessario, la Corte può costituire una o più sezioni di almeno tre giudici o per

trattare particolari categorie di controversie o per trattare una controversia determinata (questo

mostra che, pur essendo la Corte internazionale di giustizia un tribunale precostituito e non un

tribunale arbitrale, le parti della controversia possono influenzare la composizione della Corte,

soprattutto se la giurisdizione della corte di fonda su un accordo ad hoc).

Art. 31  ciascuna parte della controversia può nominare un giudice ad hoc per la trattazione del

processo se il collegio giudicante non comprende un giudice della sua nazionalità.

Art. 96 della C. Onu  la Corte internazionale di giustizia svolge una funzione consultiva: certi

organi dell’Onu e le istituzioni specializzate possono chiedere pareri alla Corte.

I pareri della Corte non sono vincolanti, ma possono avere un rilievo notevole sia dal punto di vista

politico che giuridico, soprattutto quando affermano l’esistenza o il contenuto di una norma

consuetudinaria o quando forniscono l’interpretazione di una norma convenzionale (in questo caso

divengono mezzi sussidiari per la determinazione di norme giuridiche).

La richiesta di un parere è l’unico mezzo che l’ordinamento dell’Onu mette a disposizione per

accertare direttamente la legittimità degli atti dell’Organizzazione.

Assemblea Generale e consiglio di sicurezza possono richiedere pareri alla Corte su qualunque

questione giuridica; mentre gli altri organi delle Nazioni Unite e altri istituti specializzati

(organizzazioni internazionali) possono richiedere un parere alla Corte:

- previa autorizzazione dell’Assemblea generale;

- solo su questioni giuridiche che sorgano nell’ambito della loro attività.

Es. pag. 58 Casi e Materiali.

Nb gli stati non possono chiedere pareri alla Corte, ma solo gli stati possono essere parti di un

processo dinnanzi alla Corte diretto alla soluzione di una controversia mediante una sentenza

vincolante (in linea generale deve trattarsi di stati parti dello statuto della Corte).

E’ comunque necessario il consenso degli stati per sottoporsi alla giurisdizione della Corte; questo

può essere esplicitato con un protocollo addizionale, una clausola, un trattato oppure secondo

L’accettazione della giurisdizione della Corte può anche essere preventiva rispetto all’insorgere

della controversi.

I modi di adire la Corte internazionale di giustizia sono:

a) in assenza di un’accettazione preventiva della giurisdizione della Corte, viene stipulato un

accordo successivo alla controversia (accordo speciale o ad hoc);

b) nel caso in cui le parti hanno preventivamente accettato la giurisdizione della Corte, è possibile

per una di esse deferire la controversia alla Corte attraverso un atto unilaterale (requete o

application), in questo caso si distingue lo Stato autore e lo stato convenuto in giudizio.

In caso di contestazione da parte dello stato convenuto riguardo il titolo di giurisdizione invocato

dallo stato autore, è la stessa Corte che decide, con una sentenza preliminare (vincolante per le

parti), circa la sussistenza o meno della sua giurisdizione.

(la Corte non ha alcuno strumento coercitivo per costringere lo stato convenuto a ottemperare a

tale sentenza e a costituirsi nel giudizio di merito, quindi si possono verificare casi di processi in

contumacia, ovvero in assenza dello stato convenuto).

Gli strumenti mediante i quali la giurisdizione della Corte può essere accettata preventivamente

dagli stati sono:

a) trattato generale di regolamento giudiziale (completo);

b) trattato relativo a una determinata materia che contenga una clausola di regolamento giudiziale

(completa);

c) mediante una dichiarazione unilaterale di accettazione della giurisdizione obbligatoria della

Corte.

Art36 par2 dello statuto della corte gli stati aderenti possono in ogni momento dichiarare di

riconoscere come obbligatoria la giurisdizione della corte nei rapporti con qualsiasi altro stato

accentante la giurisdizione della Corte, nelle materie seguenti:

- l’interpretazione di un trattato;

- una qualsiasi questione di diritto internazionale;

- l’esistenza di qualsiasi fatto che, se accertato, costituirebbe la violazione di un obbligo

internazionale;

- la natura o misura della riparazione dovuta per la violazione di un obbligo internazionale.

Lo svolgimento del processo è regolato dal capitolo III ICJ St. e da un apposito Regolamento di

procedura che la stessa Corte può adottare, e modificare.

Il processo dinanzi alla Corte si suddivide in una fase scritta e in una fase orale e le lingue

processuali sono esclusivamente il francese e l'inglese.

Art.41 ICJ St.  la Corte ha il potere di indicare le misure cautelari che devono essere prese a

salvaguardia dei diritti rispettivi di ciascuna parte.

Nb l’intervento di uno stato terzo nel processo è ammesso se:

a) uno stato ritiene di avere un interesse di natura giuridica che possa essere pregiudicato dalla

decisione di una controversia, esso può presentare alla Corte un’istanza per poter intervenire (art.

62 ICJ St.);

b) il diritto di intervenire nel processo per le parti, diverse da quelle in causa, di un trattato

multilaterale di cui sia indiscussa l’interpretazione, lo ammette (art. 63 ICJ St).

Art. 94 della C. Onu  le sentenze della Corte sono atti vincolanti per le parti della controversia

(anche per l’eventuale stato terzo che interviene nel processo).

Normalmente le sentenze della Corte sono atti di accertamento di diritto, in quanto la Corte decide

nel merito della controversia applicando il diritto internazionale; eccezionalmente, se le parti

richiedono alla corte di decidere non secondo il diritto, ma secondo equità la sentenza (detta

sentenza dispositiva) è un atto normativo (fonte di diritto) nei rapporti tra le parti.

Non c’è appello contro le decisioni della Corte, ma c’è unico grado di giurisdizione.

Art. 60 ICJ St.  la revisione della sentenza, su istanza della parte interessata, è ammessa nel

caso in cui venga scoperto un fatto di natura tale da costituire un elemento decisivo che, al

momento dell’emanazione della sentenza, fosse ignoto alla Corte come pure alla parte che chiede

la revisione (sempre che l’ignoranza da parte di quest’ultima non fosse da attribuire a negligenza).

Art. 94 della C. Onu  se una delle parti della controversia non adempie gli obblighi che le

incombono per effetto di una sentenza resa dalla Corte, l’altra parte può ricorrere al Consiglio di

sicurezza, il quale ha facoltà di fare raccomandazioni o di decidere circa le misure da prendere

perché la sentenza abbia esecuzione.

Capitolo XXV: La responsabilità internazionale per fatti illeciti

La violazione di un obbligo discendente da una norma di diritto internazionale fa sorgere in capo

allo Stato in cui tale violazione è imputabile una serie di obblighi ulteriori che danno vita alla

responsabilità internazionale.

Responsabilità internazionale  è una responsabilità derivante da fati internazionalmente illeciti

(International State responsability ≠ dalla international State liaibility  responsabilità derivante da

fatti internazionalmente leciti).

La distinzione è stata mantenuta anche nei lavori di codificazione della materia per impulso

dell’Assemblea generale dell’Onu, che si sono conclusi –per quanto riguarda la responsabilità per

fatti illeciti- con l’adozione di un Progetto di articoli sulla responsabilità degli stati e di un

Commentario allo stesso.

Si tratta di una codificazione mediante un atto di “soft law”.

Il progetto disciplina la materia indipendentemente dal contenuto dell’obbligo violato dallo Stato.

Art. 1 del Progetto  ogni atto internazionalmente illecito di uno Stato comporta la sua

responsabilità internazionale.

Art. 2 del Progetto  gli elementi costitutivi dell’illecito internazionale sono sue e sono:

a) l’imputabilità del comportamento allo Stato (elemento soggettivo dell’illecito): l’azione o

l’omissione deve essere imputabile allo Stato;

b) l’antigiuridicità del comportamento stesso (elemento oggettivo dell’illecito): l’azione o l’omissione

deve costituire la violazione di un obbligo internazionale dello Stato (sia norma consuetudinaria

che pattizia).

In assenza di uno di questi due elementi non sussiste l’illecito internazionale dello Stato.

Responsabilità oggettiva 

Responsabilità oggettiva relativa  nel caso in cui lo Stato dimostra l’impossibilità dell’osservanza

dell’obbligo o è possibile prendere in considerazione determinate circostanze per poter eludere un

illecito (forza maggiore o stato di necessità).

Colpa  negligenza, mancata cautela.

Art. 4 del Progetto  dal momento che lo Stato è un ente collettivo e non una persona fisica, lo

Stato risponde dei suoi organi (intesi come qualsiasi persona o ente che riveste tale posizione

secondo il diritto interno dello Stato).

Art. 5 del Progetto  lo Stato risponde anche del comportamento di persone o enti che, seppur non

qualificabili come organi statali, sono abilitati dal diritto interno ad esercitare prerogative

dell’autorità di governo, purché abbiano agito in tale qualità (regioni, province, comuni).

Art. 7 del Progetto  lo Stato risponde del comportamento di un organo o di una persona abilitata

ad esercitare prerogative di governo, anche se questi ha ecceduto la propria competenza o

contravvenuto alle istruzioni ricevute, essendo sufficiente che abbia agito nella sua qualità ufficiale.

Es. Direttiva europea sulla caccia e sulla caccia e sulla pesca se anche gli enti territoriali violano

delle norme internazionali è lo stato che ne risponde.

Organi di fatto  sono persone, gruppi di persone od enti che, in base al diritto interno, non sono

organi statali né sono abilitati ad esercitare prerogative dell’autorità di governo, ma che di fatto

agiscono in totale dipendenza dallo Stato del quale costituiscono meri strumenti.

Dei loro comportamenti illeciti, quindi, ne risponde lo Stato.

I casi possibili sono i seguenti:

Art. 8 del Progetto  lo Stato risponde anche del comportamento di persone, gruppi di persone od

enti, pur non agendo normalmente in totale dipendenza dallo Stato, agiscono di fatto su istruzione

dello Stato, o sotto la sua direzione o il suo controllo, nel porre in essere quel determinato

comportamento.

Art. 11 del Progetto  lo Stato risponde di un comportamento che, pur se tenuto da persone od enti

non qualificabili come organi statali né abilitate ad esercitare prerogative dell’attività di governo, lo

Stato abbia riconosciuto ed adottato come proprie.

Es. Sentenza del 1980 relativa al sequestro del personale diplomatico e consolare nei locali

dell’ambasciata americana Tehran ad opera di un gruppo di studenti islamici. La corte distinse in

proposito due fasi: in una prima fase il comportamento dei privati non era imputabile all’Iran, che

però era responsabile di un vero e proprio comportamento omissivo, in quanto non aveva preso

nessun provvedimento per prevenire la situazione e rimediare ad essa; in una seconda fase, a

seguito del fatto che gli organi di vertice avevano approvato il comportamento degli studenti, la

Corte ritenne che l’Iran fosse responsabile direttamente del loro comportamento.

Art. 9 del Progetto  lo Stato risponde del comportamento di una persona o un gruppo di persone

che di fatto esercitano prerogative dell’autorità di governo in assenza o in mancanza delle autorità

ufficiali ed in circostanze tali da richiedere l’esercizio di quelle prerogative (situazioni di conflitto

armato interno o internazionale che comportano il temporaneo venir meno dell’organizzazione di

governo dello stato).

Art. 28 del Progetto  tratta delle conseguenze giuridiche di un fatto internazionalmente illecito.

Tale responsabilità si sostanzia in due obblighi fondamentali:

a) l’obbligo di cessazione dell’illecito, se questo è a carattere continuativo, e non reiterazione

dell’illecito sia istantaneo che continuativo (art. 30 del Progetto);

b) l’obbligo di riparazione dell’illecito commesso nei confronti dello stato leso (art. 31 del Progetto

lo stato responsabile dell’illecito ha l’obbligo di prestare integrale riparazione per il pregiudizio

causato; il pregiudizio comprende ogni danno, sia materiale che morale).

La colpa dello stato che non è considerata un elemento costitutivo dell’illecito, può avere rilevanza

in sede di graduazione della responsabilità (art 34 del Progetto).

L’obbligo di riparazione può assumere tre forme:

a) restituzione  (in forma specifica) obbligo di ristabilire la situazione che esisteva prima che il fatto

illecito fosse commesso (è prevista come conseguenza a meno che essa non sia materialmente

impossibile o non comporti un onere sproporzionato rispetto a quello che deriverebbe dal

risarcimento (art. 35 del Progetto);

b) risarcimento  copre ogni danno suscettibile di valutazione economica, ivi compreso il mancato

guadagno nella misura in cui sia determinato, ove non sia possibile la restituzione in forma

specifica, oppure ove essa non sia sufficiente a riparare il pregiudizio causato dall’illecito (art. 36

del Progetto).

L’art 38 del Progetto aggiunge che , quando necessari per assicurare la piena riparazione sulla

somma capitale dovuta vanno pagati anche gli interessi i quali maturano dal giorno in cui l’obbligo

di pagamento è adempiuto.

c) soddisfazione  è la forma di riparazione più adeguata per il danno morale subito dallo Stato

(offesa al suo onore o alla sua dignità) in quanto si tratta di un pregiudizio non patrimonialmente

valutabile. Può consistere in un riconoscimento della violazione, scuse formali, una manifestazione

di riconoscimento, ecc. ma non può essere sproporzionata rispetto al pregiudizio né assumere una

forma umiliante per lo stato responsabile (art 37 del Progetto).

Capitolo XXVI: L’attuazione coercitiva del diritto

L’autotutela  capacità di farsi giustizia da sé; nel diritto interno statale è vietata ai privati dalla

legge (il privato non può avere altra via per ottenere giustizia se non quella giudiziaria).

Nel diritto interni statale l’autotutela è un fatto eccezionale e l’attuazione coercitiva del diritto è

monopolio dello Stato e presuppone l’accertamento imparziale del diritto in sede giudiziaria.

Nella Società delle nazioni invece, trattandosi di una a società non gerarchicamente organizzata,

l’autotutela è il modo in cui gli stati provvedono in maniera decentrata all’attuazione coercitiva del

diritto internazionale (non è un fatto eccezionale, bensì la regola generale e non presuppone

necessariamente l’accertamento imparziale del diritto).

Esistono due forme di autotutela previste dal Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale

dello stato (2001):

a) la legittima difesa  nasce dalla regola generale che vigeva in passato secondo la quale gli stati

potevano ricorrere alla forza armata o alla guerra, che progressivamente è stata l’imitata.

La legittima difesa si verifica quando lo stato è stato vittima di un attacco armato altrui.

Art 21  l’uso della forza armata è lecito se vi si ricorre a titolo di legittima difesa.

b) le contromisure (“rappresaglia”)  è un comportamento dello Stato che in sé è contrario ad un

obbligo internazionale dello stato stesso, ma che diviene lecito se lo stato vi ricorre per reagire ad

un illecito altrui (art. 22).

≠ dalla ritorsione che è una reazione all’illecito altrui con un comportamento in sé lecito che non

comporta necessità di giustificazione.

Il presupposto per l’adozione delle contromisure è l’illecito altrui.

La finalità della contromisura non è quella di punire l’autore dell’illecito, ma di indurlo a cessare

l’illecito e a cancellarne gli effetti (funzione di garanzia dell’ordine giuridico violato).

Art. 49  uno stato leso può adottare una contromisura solo alfine di indurre lo stato autore dell’illecito a

conformarsi agli obblighi che costituiscono il contenuto della sua responsabilità (cessazione e non

reiterazione e riparazione).

Carattere temporaneo della contromisura –la contromisura deve cessare quando ha raggiunto il suo scopo-

e deve essere adottata in modo tale da permettere la ripresa dell’adempimento dell’obbligo medesimo.

Le contromisure inammissibili sono comportamenti non giustificabili a titolo di contromisure (art.

50) e sono le seguenti:

a) le rappresaglie armate consistenti nel ricorso alla forza armata;

b) le contromisure contrarie ad altre norme imperative, che sono anche norme istitutive di obblighi

sociali (obblighi di tutela dei diritti umani fondamentali, obblighi di carattere umanitario, obblighi

derivanti da norme imperative di diritto internazionale generale);

c) le contromisure relative ai rapporti diplomatici e consolari  uno stato che adotta contromisure

non può violare norme dirette a garantire la sicurezza e l’inviolabilità degli agenti diplomatici e

consolari, per evitare che i membri del personale diplomatico e consolare si trasformino in ostaggi

in caso di illeciti ascritti dallo Stato ospite allo stato di invio.

L’autotutela non presuppone necessariamente l’accertamento consensuale o imparziale del diritto:

uno stato può ricorrervi sulla base di un accertamento unilaterale dell’illecito altrui (a suo rischio 

nel caso in cui lo stato accusato non considera quel comportamento proprio o non ammette

l’illiceità del comportamento, e l’accertamento unilaterale si riveli infondato e costituisca quindi un

illecito per lo stato stesso).

Lo stato che intende far valere la responsabilità internazionale di un altro stato deve comunicare la

propria pretesa a quello stato, specificando il comportamento che lo stato responsabile dovrebbe

tenere per porre fine all’illecito, la forma della riparazione e comunicare ogni decisione di ricorso a

contromisure, offrendosi di negoziare con esso.

Lo stato che vuole far valere la responsabilità internazionale di un altro stato può adottare solo

contromisure urgenti prima di invitare lo stato autore dell’illecito a cessare il comportamento e

fornire la riparazione adeguata.

La possibilità di adottare contromisure viene meno quando la controversia è pendente dinanzi ad

una corte o un tribunale che abbia il potere di adottare decisioni vincolanti per le parti purché

l’illecito sia cessato.

Le contromisure devono essere commisurate al pregiudizio subito –proporzionalità quantitativa-,

tenendo conto della gravità del fatto internazionalmente illecito e dei diritti in gioco –proporzionalità

qualitativa- (limite della proporzionalità).

Le contromisure non devono essere necessariamente reciproche (identiche all’illecito commesso).

Esiste la possibilità di adottare contromisure collettive in caso di violazione di norme istitutive di

obblighi solidali (es. in caso di attacco armato è ammessa la legittima difesa collettiva).

Il Progetto CDI, che non si applica alle contromisure adottate da un’organizzazione internazionale

o sotto la sua autorità, non prende una posizione netta in merito alla possibilità di autotutela

collettiva (la prassi internazionale in materia è limitata allo stato embrionale).

Esistono norme speciali che limitano la possibilità di adottare contromisure:

a) norme consuetudinarie del diritto diplomatico e consolare;

b) gli stati parti di un trattato possono limitare convenzionalmente il diritto di adottare contromisure

in caso di violazione di quel trattato da parte di uno di essi;

c) limitazioni che derivano dall’appartenenza a certe organizzazioni internazionali (Unione

europea, che ha un proprio sistema di attuazione coercitiva, e l’Organizzazione mondiale del

commercio, che prevede il ricorso alle controversie come ultima risorsa offerta a uno stato

membro).

Le norme internazionali sull’uso della forza armata si dividono in due categorie:

a) le norme che stabiliscono quando è lecito ricorrere alla forza armata (ius ad bellum);

b) le norme che disciplinano lo svolgimento del conflitto armato (ius in bello).

Ciascuna delle norme di entrambe le categorie hanno subito un’evoluzione storica che si può

dividere in tre fasi:

a) prima fase  il diritto internazionale classico non vietava direttamente l’uso della forza armata e

lasciava gli stati liberi di ricorrere alla guerra (ius ad bellum), tuttavia l’impiego della forza militare

comportava la violazione della norma internazionale che attribuisce a tutti gli stati il diritto di

sovranità territoriale e altre norme del diritto internazionale di pace, ma l’instaurazione dello stato

di guerra tra due stati comportava l’applicazione del diritto internazionale di guerra e la

sospensione dell’applicazione del diritto di pace, quindi l’uso della forza non richiedeva

giustificazioni.

Per instaurare lo stato di guerra era necessario che almeno uno degli stati coinvolti nel conflitto

avesse manifestato la sua volontà di muovere guerra esplicitamente (con una dichiarazione di

guerra o un ultimatum) o implicitamente (con un comportamento concludente).

b) seconda fase (secolo XIX)  nasce una distinzione tra la guerra, in senso tecnico, e l’uso della

forza in situazioni diverse dalla guerra (short of war, tecnicamente in tempo di pace).

Il ricorso alla guerra si riteneva egualmente libero ma gli stati tendevano spesso a ricorrere alla

forza armata negando che si fosse instaurato un formale stato di guerra.

Dal punto di vista del ius ad bellum, l’uso della forza al di fuori della guerra non era libero e doveva

essere giustificati sul piano giuridico, in quanto in assenza dello stato di guerra costituiva una

violazione della sovranità internazionale altrui o di altre norme del diritto internazionale di pace.

Dal punto di vista della ius in bello, l’uso della forza al di fuori della guerra comportava la non

necessaria applicazione del diritto di guerra.

c) terza fase (secolo XX)  tendenza a limitare i casi in cui è ammesso l’uso della forza armata nei

rapporti internazionali.

Due patti per limitare la libertà degli stati a muover guerra (ius ad bellum):

- Patto (Covenant) della Società delle Nazioni del 1919  ammesso il ricorso alla guerra solo dopo

tre mesi da un’eventuale sentenza arbitrale o giudiziale, o dall’intervento del Consiglio della

Società, e solo se lo stato non si conforma a tale sentenza.

- Patto di Parigi di rinuncia alla guerra del 1928 (Patto Briand-Kellogg)  vietato il ricorso alla guerra

come strumento di politica internazionale e per la soluzione delle controversie internazionali.

Con l’adozione della Carta dell’Onu del 1945, il divieto dell’uso della forza, è divenuto generale e

indipendente dalla sua qualificazione come guerra in senso tecnico (poche eccezioni tra cui la

legittima difesa).

Dal punto di vista dello ius in bello, a partire dal secondo dopoguerra, il diritto di guerra si applica a

qualsiasi conflitto armato (guerra in senso materiale), indipendentemente dal riconoscimento dello

stato di guerra da parte di almeno un belligerante.

Art. 2, par 4 C. Onu  i membri devono astenersi nelle relazioni internazionali dalla minaccia o

dall’uso della forza, ovvero un ultimatum (divieto di carattere molto ampio, ma che ha dato vita ad

alcune controversie interpretative i quanto non è facile stabilire quando si è in presenza di una

“minaccia dell’uso della forza”).

Parere della Corte internazionale di giustizia del 1996 escluse che il possesso di armi nucleari costituisse

una minaccia dell’uso della forza, ma lo stato in possesso di tali armi non può, nel quadro della politica di

dissuasione, lecitamente dichiararsi pronta ad ricorrervi se non per legittima difesa.

Esclusi inoltre che la messa a punto di un notevole livello di armamento costituisca una minaccia dell’uso

della forza nei confronti degli stati confinanti.

In linea di principio è vietato l’uso della forza solo nelle relazioni internazionali tra gli stati (ottica

della dottrina di Cassese), o avendo riguardo del luogo dove l’atto è stato commesso (dottrina di

Conforti e Ronizzi: non è vietato l’uso della forza all’interno del proprio stato, ma solo al di fuori del

territorio statale).

La Corte ha dichiarato che la fonte del divieto, pur essendo l’art 2 par 4 C. Onu una norma di fonte

convenzionale, essa trova corrispondenza in un’identica norma di fonte consuetudinaria (norma

cogente, sostenuta da una consistente opinio iuris, una parte della dottrina invece ritiene che non

ci sia perfetta coincidenza tra la norma consuetudinaria e quella cogente).

Il divieto della minaccia e dell’uso della forza subisce alcune eccezioni (tre eccezioni di cui solo

due sono rilevanti);

a) il sistema di sicurezza collettiva dell’Onu consente al Consiglio di sicurezza di decidere

l’adozione di misure implicanti l’uso della forza armata;

b) possibilità di ricorrere, anche senza un intervento del Consiglio di sicurezza, ad un’azione

coercitiva nei confronti di uno stato ex nemico (stato che nella seconda guerra mondiale sia stato

nemico di uno dei firmatari della Carta) –tacitamente abrogata dall’ingresso di tutti gli stati ex

nemici nell’Onu-.

c) legittima difesa individuale e collettiva.

Legittima difesa (art 51 C. Onu)  nessuna disposizione della presente Carta pregiudica il diritto

naturale di autotutela individuale e collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un

membro delle nazioni unite, fintantoché il Consiglio di sicurezza non abbia preso le misure

necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale.

 lascia spazio a gravi incertezze riguardo il presupposto della legittima difesa, ovvero la nozione di

attacco armato.

a) nonostante sia vietata la minaccia oltre che l’uso della forza, l’art. 51 sembra ritenere necessario

un attacco armato in atto ed escludere così la legittima difesa preventiva per reagire alla semplice

minaccia dell’uso della forza; mentre alcuni stati e una parte della dottrina ritengono che sia

ammesso il ricorso alla forza quando l’attacco è già iniziato (anticipatory self-defence).

b) è necessaria una violazione particolarmente qualificata per poter parlare di attacco armato: la

Corte internazionale di giustizia ha distinto le forme più gravi di uso della forza (che costituiscono

attacco armato) da quelle meno gravi (parte della dottrina ha criticato questa distinzione: se la

reazione è necessaria e proporzionale, può essere messa in atto anche con violazioni di lieve

entità).

c) alcuni stati deducono la possibilità di invocare la legittima difesa in presenza di un attacco

proveniente da un ente non statale (attacco terroristico proveniente dall’esterno dello stato), ma la

Corte internazionale di giustizia ha ribadito che la legittima difesa può essere invocata solo nel

caso di un attacco armato da parte di uno stato contro un altro stato.

Se si mantiene l’interpretazione tradizionale e restrittiva della legittima difesa, la si può invocare

per reagire ad un attacco terroristico se ricondotta a quella dell’aggressione indiretta (invio da parte

di uno stato di bande armate, gruppi, irregolari o mercenari, che commettano atti di forza armata

contro un altro Stato di gravità tale da costituire un atto di aggressione).

I criteri della legittima difesa sono:

a) criterio della necessità;

b) criterio della proporzionalità;

c) immediatezza  se uno stato, dopo aver attaccato un altro stato, si ritira entro i suoi confini, una

reazione tardiva dello stato attaccato potrebbe diventare una rappresaglia armata e quindi illecita;

Non sono ammesse azioni clandestine: lo stato che invoca la legittima difesa deve comunicare al

Consiglio di sicurezza dell’Onu le misure intraprese.

La legittima difesa deve cessare se il Consiglio di sicurezza dell’Onu intraprende le misure

necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale.

La legittima difesa può essere anche collettiva (è ammesso l’intervento di altri stati a fianco della

vittima dell’attacco armato per aiutarla a difendersi –assistenza finanziaria, logistica o intervento

armato), ma è necessaria una richiesta di intervento da parte dello stato vittima dell’attacco (anche

in presenza di tale richiesta gli stati terzi non sono obbligati a intervenire, a meno che non siano

parti di un trattato di alleanza militare che preveda obbligo di intervento in caso di attacco contro un

membro dell’alleanza  es. Nato e Unione Europea).

Altre cause di giustificazione dell’uso della forza armata, al di là della legittima difesa e al di fuori

del sistema di sicurezza collettiva dell’Onu, sono:

a) intervento a protezione dei cittadini all’estero  intervento militare in territorio altrui per mettere in

salvo i cittadini dello stato interveniente che si trovino in pericolo, quando lo stato territoriale non è

in grado di intervenire;

b) l’intervento di umanità  intervento militare in territorio altrui per reagire a gravi violazioni dei

diritti dell’uomo da parte dello stato territoriale o commesse in tale stato senza che questo sia in

grado, o abbia la volontà, di intervenire (Potenze europee vs impero ottomano, intervento della

NATO in Kosovo 1999 giustificato con motivazioni umanitarie).

L’intervento armato in territorio altrui è lecito se avviene con il consenso del sovrano territoriale,

mentre è dubbio che si possa invocare a giustificazione dell’intervento armato lo stato di necessità.

Il diritto internazionale di guerra (ius in bello) attuale è composto da norme consuetudinarie in gran

parte codificate in una serie di Convenzioni tra cui:

a) le 13 Convenzioni dell’Aia del 1907  si occupano dei mezzi e dei metodi di combattimento;

b) le 4 Convenzioni di Ginevra del 1949  si occupano della protezione delle persone che si

trovano fuori combattimento (feriti, malati, naufraghi, prigionieri di guerra, civili).

La distinzione è stata superata con l’adozione di due Protocolli del 1977 addizionali alle

Convenzioni di Ginevra, che si occupano anche dei mezzi e dei metodi di combattimento.

Il ius in bello si applica a qualsiasi conflitto armato internazionale (guerra in senso materiale)

indipendentemente dal formale riconoscimento dello stato di guerra da parte di almeno uno dei

belligeranti.

Se il conflitto armato si traduce nell’occupazione militare di un territorio, il ius in bello continua ad

applicarsi fino al termine dell’occupazione, anche dopo la fine delle ostilità attive.

Oggi il diritto internazionale regola anche i conflitti armati interni (l’art 3 comune alle Convenzioni di

Ginevra mise delle regole da rispettare in caso di conflitto armato non internazionale).

Il ius in bello si caratterizza per l’eguaglianza dei belligeranti  tutte le parti del conflitto,

internazionale o interno, sono tenute a rispettarne le norme, indipendentemente dal fatto che

abbiano fatto ricorso alla forza armata legittimamente o illegittimamente alla luce del ius ad bellum.

Le gravi violazioni del diritto dei conflitti armati costituiscono crimini di guerra e comportano la

responsabilità penale individuale dell’autore.

Solo nei conflitti internazionali i membri delle forze armate degli stati belligeranti sono legittimi

combattenti (aventi diritto al trattamento di prigionieri di guerra e immunità dai crimini commessi in

battaglia); mentre nei conflitti interni gli insorti non sono legittimi combattenti (possono essere

accusati dallo stato per il solo fatto di aver partecipato all’insurrezione.

Il Protocollo del 1977, addizionale alle Convenzioni di Ginevra, ha equiparato ai conflitti

internazionali le guerre di liberazione nazionale.

La prassi recente tende ad individuare anche la guerra al terrorismo come tipo di conflitto armato

(Stato vs un’organizzazione terroristica)  Proclamata per la prima volta da Bush in occasione

dell’attentato alle torri del 2001.

La guerra al terrorismo sarebbe regolata esclusivamente dal diritto consuetudinario.

Capitolo XXVII: Il sistema di sicurezza collettiva delle nazioni unite

Il fine principale dell’Onu è mantenere la pace e la sicurezza internazionale e, a questo fine,

prendere misure collettive per rimuovere le minacce alla pace e per reprimere gli atti di

aggressione e le altre violazioni della pace, e conseguire con mezzi pacifici, ed in conformità con i

principi della giustizia e del diritto internazionale la soluzione pacifica delle controversie o delle

situazioni internazionali che potrebbero portare ad una violazione della pace.

Di tutto questo si occupa il Consiglio di sicurezza (art 24 C. Onu) i cui poteri in materia di:

- risoluzione delle controversie (Cap VI C. Onu);

- rimozione delle minacce alla pace e la repressione degli atti di aggressione e delle altre violazioni

della pace (Cap VII C. Onu).

Il sistema di sicurezza collettiva dell’Onu non ha scopo punitivo degli stati autori di comportamenti

illeciti, infatti l’Organizzazione può intraprendere un’azione anche se non è stato commesso un

illecito e lo scopo di tale azione è mantenere i ristabilire la pace internazionale, non garantire il

rispetto del diritto internazionale.

Il sistema si incentra sul Consiglio di sicurezza (organo politico composto da Stati) che non ha

nessun obbligo di intraprendere un’azione coercitiva per mantenere o ristabilire la pace.

Il sistema opera solo quando c’è il consenso delle grandi Potenze (5 membri permanenti del

Consiglio, che godono del diritto id veto).

L’Assemblea generale invece può fale solo raccomandazioni agli stati o al Consiglio di sicurezza.

Qualsiasi situazione che, a giudizio del Consiglio di sicurezza, costituisce una minaccia alla pace,

una violazione alla pace o un atto di aggressione, rende ammissibile un’azione del Consiglio di

Sicurezza (ampia discrezionalità).

I casi sono:

a) minaccia alla pace  comportamento statale suscettibile di provocare un conflitto armato

internazionale –minaccia dell’uso della forza-, comportamenti di soggetti non statali –

organizzazione terroristica, governi insurrezionali- o situazioni interne ad uno stato.

Comunque in base all’art. 2, par 7 della C. Onu l’Organizzazione non può intervenire in questioni

che appartengono solo alla competenza interna di uno stato, ma esclude che il limite della

domestic jurisdiction valga per l’applicazione di misure coercitive a norma del Cap VII.

b) violazione della pace  situazione caratterizzata dall’uso della forza armata da parte degli stati

nelle loro relazioni internazionali.

Ipotesi più grave è quella dell’atto di aggressione che può essere considerato un crimine

internazionale che comporta la responsabilità penale dell’individuo responsabile.

Il Consiglio di sicurezza, una volta constatata l’esistenza della minaccia per la pace o della

violazione della pace o di un’aggressione, può invitare le parti ad ottemperare a quelle misure

provvisorie che esso consideri necessarie o desiderabili al fine di prevenire un aggravarsi della

situazione (art 40).

Es. in situazioni belliche richiede alle parti di cessare il fuoco, liberare i prigionieri politici o chiedere agli stati

di non appoggiare le parti coinvolte.

Il Consiglio può a sua discrezione decidere di adottare raccomandazioni o decisioni vincolanti, ma se i

soggetti interessati non ottemperano alle misure provvisorie, vincolanti o meno che siano, il Consiglio di

sicurezza non ha altri strumenti per reagire alla violazione se non quelle degli articoli 41 e 42.


ACQUISTATO

3 volte

PAGINE

24

PESO

51.53 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Mediazione linguistica e culturale
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher marcovavassori96 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Organizzazione internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Valenti Mara.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Organizzazione internazionale

Riassunto esame organizzazione internazionale, prof. Valenti, libro consigliato Diritto internazionale. Manuale Breve. A. Gioia, Giuffrè Editore parte 2
Appunto
Organizzazione internazionale, appunti lezioni prima parte con proff.ssa Valenti
Appunto
Appunti lezioni Organizzazione internazionale parte 2
Appunto
Appunti lezioni Organizzazione internazionale parte 2
Appunto