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Riassunto esame Modelli sociali della disabilità, prof. Pizzo, testo consigliato: Minority Reports. Cultural Disability Studies, n. 2/2016. La guerra in carne ed ossa / The War in the Flesh Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Modelli sociali della disabilità, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Pizzo Ciro: Minority reports (2016). Vol. 2: guerra in carne e ossa. The war in the flesh. Gli argomenti trattati sono i seguenti:
1.Guerra alla disabilità, disabilità alla guerra. Ciro Pizzo
2.Le azioni assistenziali... Vedi di più

Esame di Modelli sociali della disabilità docente Prof. C. Pizzo

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rispettabilità ed entrando nella rete della mobilità internazionale da cui nascerà il Grand Tour dei

viaggiatori vogliosi di completare la propria formazione culturale, alla vocazione più sistematica,

enciclopedica dell'Illuminismo. Il museo dell’illuminismo, possente inventario dei vari aspetti del reale,

strumento educativo e fagocitatore di raccolte private, corrode ogni residuo margine d'azione alle

vecchie forme individuali di collezionismo, sollecita l'uscita del suddito dalla casa, dal privato e lo

accoglie spingendolo a compiere il percorso di un sapere scandito ed organizzato. L’insistenza con cui

i governi sollecitano la stesura di cataloghi dei vari musei e ne richiedono copia, risponde anche

all'esigenza di avere un quadro preciso dei percorsi informativi seguibili dai sudditi e delle conoscenze

acquisibili. Questa è un lato della progettazione della destinazione del museo: la realizzazione del

"buon ordine" della e nella società, possibile solo tramite l'armonico e unitario concorso dei sudditi,

postula anche un intervento da parte delle forze più vive del paese.

Questi saranno i luoghi di produzione e diffusione dei saperi, organizzati in maniera sistematica, oltre

alle filiazioni di questi luoghi, come le esposizioni, a rafforzare l'affermazione della visione scientifica

della natura, che inciderà sulla rilettura del corpo dell'uomo, della mostruosità e dei fenomeni che si

allontanano dalla normalità, con la nascita di saperi sistematici rispetto a spicchi considerati omogenei

del regno vegetale, animale o umano.

Tutto questo apparato sarà messo al servizio dello stato nazionale moderno, che vorrà creare l'uomo

medio, rispettabile borghese. La sessualità sarà a cuore del discorso nazionalista e si occuperà della

gerarchizzazione dei sessi all'interno della società, con la costruzione del modello di uomo virile,

incarnazione del futuro soldato.

L'ideale di virilità fu alla base dell'autodefinizione della società borghese e dell'ideale nazionale.

La virilità fu usata per proteggere l'ordine costituito dai pericoli della modernità che

minacciavano la distinzione tra normalità e anormalità. Essa fu simbolo di vitalità spirituale e

materiale della nazione; esortava alla forza fisica e mentale.

Questo serve a capire come, all'interno di un discorso di costruzione dell'alterità su basi razziali e

nazionali che dovrebbe produrre un’omogeneità del fronte Interno rispetto al nemico esterno, restino

fortemente operanti i tradizionali immaginari femminili, che tali resteranno nelle guerre. Le donne,

nella mistica nazionale, incarnarono simboli nazionali come Germania o Marianna: simboli pacati che

implicavano l'immutabilità, fornendo lo scenario in cui gli uomini avrebbero deciso il destino delle

nazioni. La personificazione stereotipata della virilità si modellò sull'ideale di bellezza maschile

sviluppatosi con la riscoperta della Grecia nel XVIII secolo, mentre l'immagine della donna

nell'iconografia nazionale tedesca o inglese si formò sulle rappresentazioni della Vergine Maria. Le

donne diventano obiettivo di stupri di guerra, sono viste come soggetti passivi (passivi anche nel sesso).

Ciò porta a guardare la Grande guerra come momento di liberazione delle donne, come momento che

ha trasformato il rapporto tra i sessi, ed emancipato le donne in misura maggiore degli anni precedenti.

Questo è un luogo comune della letteratura e della politica, sia che questa frattura venga considerata

positivamente o stigmatizzata, sia nel caso è analizzata nella sua portata reale o esageratamente

amplificata. Poi nella memoria restano soltanto i nomi degli eroi di guerra e dei campi di battaglia. In

Europa, la statuaria dei monumenti ai caduti restituisce ad ogni sesso il proprio ruolo. Le donne sono

presenti solo in funzione allegorica: la Vittoria, la vedova inconsolabile e la madre che maledice la

guerra. La differenziazione dei sessi, infatti, resta un principio fondamentale per mantenere la giusta

catena delle generazioni e dei generi, mobilitando tutte le risorse contro coloro che infrangono questo

principio biologico e al contempo politico. Tutto questo è inserito nella logica del razzismo che regola

il rapporto tra le razze. Secondo Foucault:

Il razzismo permetterà di stabilire tra la mia vita e la morte dell'altro una relazione di tipo biologico.

Esso consentirà di dire “più le specie inferiori tenderanno a scomparire, più gli individui anormali

(degenerati) saranno eliminati e più io vivrò, sarò forte, vigoroso e potrò “proliferare”. La morte

dell'altro non coincide semplicemente con la mia vita. La morte dell'altro, la morte della cattiva

razza, della razza inferiore è ciò che renderà la vita più sana o più pura.

E tra i punti di esplosione del razzismo si possono riconoscere con Foucault il colonialismo e la guerra.

D'altra parte, come si può esporre i propri cittadini alla guerra, farli uccidere se non attivando il

tema del razzismo? Nella guerra ormai si distrugge l'avversario politico e la razza avversa, quella

(specie) di pericolo biologico rappresentato dalla razza, che noi siamo, da coloro che ci stanno di

fronte. Alla fine del XIX secolo, la guerra apparirà come un modo per rafforzare la propria razza

eliminando la razza, e come un modo per rigenerare la propria razza. Più saranno numerosi quelli

tra di noi che muoiono, più la razza alla quale apparteniamo sarà pura. (Ivi: 222-223)

Questo spiega perché diventa legittimo colpire la popolazione civile, parte integrante del corpo

biologico del nemico.

3.

Uno dei portati del nazionalismo è il richiamo all'integrità della nazione e la chiusura a ogni vocazione

internazionale. Da una parte l'attenzione alla genìa e alla razza, fino alle pratiche eugenetiche e ai

genocidi (eliminazioni di ogni genos non "puro"). Dall'altra bisogna prendere atto che, in una società

votata alla guerra, tutti i corpi possono tornare “utili” per sostenere la nazione nello sforzo bellico.

Quindi, si aprono spazi per coloro che entrano nel corpo della nazione e aderiscono ai valori della

nazione stessa, anche se, nel caso delle donne, bisogna tener conto che non si capovolgono le gerarchie

tradizionali. Tutti i corpi asserviti alla volontà della nazione contribuiscono al destino della nazione, e

per questo motivo saranno "presi" a lavorare anche i corpi "nemici". In una società che "ricade" in

condizioni tipiche delle società di sussistenza non può permettersi di tener fuori qualcuno dallo sforzo

in cui ne va il destino di tutti. Così l'immagine del giovane soldato resterà imbrigliata nel fango delle

trincee o tra le macerie delle città distrutte e la guerra lascerà dietro di sé una scia di sangue e lutti. La

"patria ferita" sarà una immagine che segnerà a fondo la guerra e la società e che accompagnerà un

paradigma culturale alla base della rappresentazione del corpo offeso che sovrappone due piani di

lettura: all’associazione sacralizzante tra il sangue e la patria, il corpo e la nazione che, nel caso di

mutilati ed invalidi, non si faceva mai fisica e visibile, si associava l'enfasi sul progresso scientifico che

permetteva il superamento della devastazione fisica. Sulla forza archetipica della narrazione dei corpi

eccezionali del Risorgimento si innestava la glorificazione della riparazione chirurgica; alla potenza

della storia scritta sul e con il sangue si affiancava il mito della rigenerazione fisica e politica. Il discorso

sui menomati di guerra fu condizionato da questo modello la cui forza risiedeva nella rappresentazione

fotografica e iconografica del corpo offeso. La possibilità di "renderli pubblici" e la diffusione dei medici

in grado di rendere di nuovo abili i corpi, permette di poter legittimare una politica generalizzata di

inclusione dei soggetti.

Nel diciannovesimo secolo, la ricerca di modelli normalizzati vide stati fisici classificati con

normale o patologico. La misurazione dei “fitness standards” nella Guerra Boera e nella Prima

Guerra Mondiale allargò l'attenzione sui gruppi fisici "non idonei" in Gran Bretagna. In entrambi

i periodi i risultati degli esami medici hanno alimentato timori di "deterioramento", generando

campagne nazionali di fitness. Anche nell'esercito USA i draftees physical standards indicavano

che poche persone erano "completamente normali". I test di intelligenza venivano eseguiti in

psicologia per standardizzare le menti. In Germania, il neurologo Goldstein insisteva che i soldati

con danni al cervello potessero condurre vite significative e produttive. Casi simili si sono svolti

nelle reti di riabilitazione in tutto il mondo anglofono, è stata esercitata una pressione sul

reinserimento sociale in sostituzione alla segregazione nelle case di cura. Mentre il resoconto

"biomedico" del corpo separava la malattia e gli organi dall'intera persona, " la medicina olistica

" vedeva il corpo come un'unità vitale. La guerra disabile aveva un posto nella società civile; la

sessualità era stata rigenerata.

In the nineteenth century, the search for normalized models saw physical states categorized into variations of the

typical (normal) and different (pathological). With the rise of statistics, "normal" entered medicine and health, but it

was not yet a firm ideological tool. Measuring fitness standards in the Boer War and the First World War broadened

the focus on the "unfit" physical and meritai groups in Britain. In both periods the results of medical exams fuelled

fears of "deterioration", generating national fitness campaigns. In the USA Army, too, draftees' physical standards

indicated that few people were “completely normal". Yet intelligence tests were developed in psychology in order to

standardize minds. War exacerbates older beliefs about problem populations, but also provided a cache of bodin for

professionals to study. By contrast to these normalizing techniques, classicism offered a holistic account of the mind

and body. More flexible than binaries of normal and pathological, many parts made up the whole. In Germany,

neurologist Goldstein insisted that brain-damaged soldiers could lead meaningful and productive lives. Similar views

were held in rehabilitation networks across the Anglophone world; pressure was exerted on social reintegration

rather than segregation care homes. While the mechanistic or "biomedical" account of the body separated disease

and organs from the whole person "holistic" medicine saw the body as a vital unity - a view that gained new force

after the First world War. The appeal of the classical ideal of mind-body harmony lay in how it attributed social values

to bodily facts; the war disabled had a place in civilian society; sexuality was regenerating (Carden-Cogne 2009: 7)

La possibilità di far apparire questi corpi in pubblico permette l’intervento dello Stato per aiutare questi

soggetti nel loro percorso di vita segnato/causato dalla guerra, segnando così il punto di continuità tra

warfare e welfare. La guerra produsse un'assistenza verso i poveri e i cittadini colpiti dall'emergenza

bellica e si attuò in questo contesto la concessione di sussidi e di indennità. Questa possibilità è

riconnessa al continuo riaffermarsi del discorso nazionalista, alla nuova stagione che dopo la Prima

guerra mondiale tornerà ad attraversare l'Europa, con la nazione che deve far fronte al grande pericolo

comunista, a vocazione internazionale, come i movimenti pacifisti, e che può sobillare le forze interne

a tradire il proprio Paese. Sarà anche questo spauracchio a garantire le prime riforme e le prime

aperture e ad accompagnare la” rifondazione dell'Europa borghese”. Sarà la consapevolezza di dover

ancora "tenere dentro tutti" a far muovere dei passi anche a governi fortemente restii all'intervento

dello Stato nell'economica e nelle regolazioni dei mercati, dove pure avevano di fatto agito in tempo

di guerra.

4.

Riassumendo tutto, si può dire che la Grande guerra costituisce il grande laboratorio che legittima

forme corporee diverse e prima stigmatizzate, inserendole in un paradigma che estetizza i corpi feriti

e martoriati, attraverso la continua esposizione fotografica degli stessi inseriti in contesti fedeli al

discorso nazionalistico. Ciò faciliterà l'emergere di una nuova categoria quella della disabilità, come

condizione prodotta non dalla natura, ma prodotta da qualcosa di esterno al soggetto. Per questo dopo

la Prima guerra mondiale si può parlare di "disabile" come categoria a sé, categoria che attrae via via

nella propria orbita la grande costellazione costituita dai tanti corpi e dalle tante menti per i quali si

interrompono le ordinarie modalità di relazione e accesso allo spazio sociale e alla comunità.

LE AZIONI ASSISTENZIALI PER LA TUTELA DEGLI INVALIDI DI GUERRA IN ITALIA DURANTE E

DOPO LA GRANDE GUERRA (1915.1923)

Note e prospettive di ricerca

Ugo Pavan Dalla Torre

0. Alcune premesse

Questo lavoro ha il compito di fornire una panoramica delle azioni assistenziali organizzate in Italia fra

il 1915 e il 1923 per tutelare i soldati divenuti invalidi in guerra; di evidenziare l'evoluzione

dell'assistenza; di rendere conto della formazione dell'associazionismo reducistico e del lavoro svolto

dai veterani per la definizione della loro identità e la tutela delle loro prerogative. Vengono descritti i

mutamenti assistenziali e i loro attori istituzionali avvenuti in Italia fra il 1915 e il 1923, vengono

evidenziate le peculiarità del caso di studio italiano ecc. Il presente lavoro prende in esame un decennio

di attività assistenziale a partire dal 1915, anno in cui l’Italia entrò in guerra e in cui l’assistenza ai

soldati feriti cominciò a essere organizzata sistematicamente, e fino al 1923, anno in cui il primo

governo Mussolini promulgò la riforma delle pensioni di guerra. Fra le due date si collocano la

creazione dell'Opera Nazionale per l'Assistenza e la Protezione degli Invalidi di Guerra (ONIG) e la

fondazione dell'Associazione Nazionale fra Mutilati ed Invalidi di Guerra (ANMIG), nel 1917, e la

promulgazione della "Legge Labiola", nel 1921. Gli anni della guerra e dopoguerra furono cruciali per

l’Italia perché durante la partecipazione al conflitto comparvero bisogni assistenziali pregressi e mai

affrontati e perché si cominciò a lavorare per creare un sistema assistenziale moderno ed efficace. La

storia degli invalidi di guerra, delle loro vicende, dell'assistenza medica e sociale è stata studiata in

Francia, in Inghilterra e in Germania. In Italia l'approfondimento della storia del reducismo iniziò negli

anni '70 [es. i volumi pubblicati da Giovanni Sabbatucci (1974) Salvatore Sechi (1969), Giorgio Rochat

(1967, 1981), Simona Colarizi (1976)] per poi essere ripreso all'inizio degli anni '90 [es. i lavori di Gianni

Isola (1990) e di Antonio Gibelli (1991)]. A partire dagli anni 2000 gli storici italiani sono tornati a

lavorare su questi temi utilizzando fonti inedite (mediche e degli ospedali psichiatrici), esplorando temi

che vanno dalla storia dell'associazionismo alla storia culturale dei corpi, passando per la storia della

medicina militare e di guerra. Dato che in Italia mancano studi sulla storia dell’assistenza sanitaria e

sociale agli invalidi di guerra e sulla storia degli enti che si fecero carico di tale assistenza, questo

articolo si prefigge di portare un contributo a queste carenze. Un'ultima considerazione è

sull'importanza della storia degli invalidi di guerra per la formazione di un sistema assistenziale in Italia.

Tale rilevanza è suggerita tre questioni: una questione numerica (i mutilati furono molti), una

questione sociale (l'Italia dovette approntare un sistema di assistenza nuovo) e una questione culturale

(divenne comune l'idea che i mutilati e gli invalidi potessero avere un ruolo attivo nella società). Questi

tre aspetti diventarono assi portanti di una nuova cultura assistenziale.

1. L'assistenza agli invalidi di guerra fra il 1915 e 1917

Fin dai primi mesi di guerra l'Italia, impreparata a sostenere lo sforzo militare, faticò a fronteggiare

l'emergenza sanitaria e sociale provocata dal conflitto: mancavano ospedali e posti letto, medici capaci

di guarire ferite gravi, una cultura assistenziale ecc. Anche se il ferito riusciva a sopravvivere, dopo il

suo congedo dall'esercito non veniva aiutato nella delicata fase del ritorno alla vita civile. Nonostante

nel 1915 vi fossero assistenza ai civili e alle famiglie dei richiamati e protezione degli orfani, vi erano

lacune nell'assistenza medica e sociale per i soldati che subivano delle mutilazioni gravissimi:

inizialmente furono i cittadini a creare un sistema assistenziale capace di far fronte a quell’emergenza

sanitaria. A partire dalla seconda metà del 1915 in molte città e paesi d'Italia nacquero i "comitati di

assistenza" ai feriti di guerra responsabili della cura, della riabilitazione ortopedica, del reinserimento

lavorativo dei soldati mutilati, ciechi, invalidi. I comitati erano gestiti da politici, avvocati, filantropi,

medici e dame; erano slegati da partiti politici o religiosi. Tutto ciò venne perseguito anche nel

dopoguerra ed alcuni dei dirigenti dei comitati erano medici e scienziati: Pio Foà, medico, senatore e

dirigente del comitato torinese; Vittorio Putti, ortopedico e direttore del "Rizzoli" di Bologna; Enrico

Burci, medico, docente universitario e presidente del comitato di Firenze; Ettore Levi, medico,

fondatore dell'Istituto di Previdenze ed Assistenza sociale, dirigente del comitato di Firenze. A

differenza di altri Paesi, come la Francia, nei primi anni del conflitto in Italia non erano state emanate

normative sull'organizzazione dell'assistenza: mancavano leggi che regolamentassero la costituzione

dei comitati, che definissero il loro raggio di azione e ponessero un qualche limite alla loro formazione

in un dato territorio. Le differenti possibilità economiche e le differenti capacità organizzative delle

diverse aree misero in luce una disomogeneità: «Quel che si è fatto in Firenze fu organizzato

ugualmente a Torino, a Roma, a Palermo, a Bologna ecc., e più grandiosamente a Milano» (D'Ancona

1916). Milano divenne il centro di una rete di interessi e di relazioni in grado di coinvolgere l'intera

regione, e che giovò alle attività del comitato lombardo. Da ricordare è il contributo medico fornito

dall’istituto Rachitici, allora diretto da Riccardo Galeazzi, ortopedico di grande fama. II lavoro dei

comitati permise il recupero di un capitale umano che sarebbe rimasto improduttivo. Come scriveva

Enrico Burci è stata «un’iniziativa moderna quella di cercare che i mutilati e gli storpi, che pure hanno

possibilità di esplicare in qualche senso la loro attività producano qualcosa, con vantaggio proprio e

della società, evitando che oltre ad essere improduttivi restino esclusivo elemento di consumo

rappresentando così per due ragioni un coefficiente di diminuzione del patrimonio sociale».

Questa "visione sociale" dell'assistenza medica fu oggetto di dibattito in Parlamento, si esplicò

attraverso l'opera dei comitati e il lavoro di medici militari. L'assistenza dei comitati cercò di avviare

un ulteriore circuito: le competenze esistenti fra gli educandi venivano utilizzate per creare ulteriori

competenze. I soldati potevano esercitare diverse professioni (tornitore, calzolaio, intrecciatore di

vimini, telegrafista ecc.) se aiutati da insegnanti che conoscessero il lavoro e che fossero in grado di

insegnarlo anche a persone menomate: spesso ad insegnare erano altri mutilati perché erano in grado

di unire alla competenza specifica in campo lavorativo la conoscenza dei metodi per ottenere i risultati

voluti in condizione di svantaggio fisico. Dopo qualche mese i dirigenti dei comitati compresero che

l'opera di assistenza andava strutturata, era necessario: a) armonizzare l'azione delle singole realtà

attraverso un loro coordinamento su base nazionale e una circolazione "istituzionalizzata" delle

esperienze; b) creare una struttura di riferimento che avrebbe permesso di relazionarsi con gli organi

centrali dello Stato, con i vari ministeri cui facevano capo i servizi sanitari militari e civili; c) gestire la

distribuzione delle risorse finanziarie erogate dallo Stato in modo da appianare le sperequazioni

causate dalle diverse possibilità economiche delle regioni italiane in cui i comitati operavano. Tale

coordinamento valorizzò le specificità delle organizzazioni locali già esistenti e migliorò l'attività

assistenziale delle altre realtà. L'idea della centralizzazione portò alla fondazione della Federazione

Nazionale con lo scopo di coordinare le attività dei Comitati ad una unità di intendimenti e di opere

nella esplicazione delle varie provvidenze a favore dei ciechi, mutilati e degli storpi, pur lasciando ad

ogni Comitato piena libertà e autonomia di svolgimento nella regione in cui attua le proprie iniziative.

Il 22 agosto 1915 vennero convocati a Roma tutti i rappresentanti dei comitati di assistenza e venne

stabilito che la nuova federazione avrebbe avuto sede in Roma, che il rappresentante sarebbe stato il

conte senatore Enrico San Martino" (presidente del comitato romano) e che sarebbe stata formata dai

rappresentanti degli altri "comitati regionali". Questa decisione permise di organizzare tutta

l'assistenza: la federazione avrebbe controllato i comitati regionali che, a loro volta, avrebbero

coordinato le attività dei comitati più piccoli della regione, delle province, delle città ecc.

L'approvazione dello Statuto avvenne nella seduta del 2 marzo 1916, si componeva di otto articoli.

Secondo Ettore Levi, la Federazione Nazionale non ha potuto espletare tutta la sua influenza potenziale

in quanto non ha avuto mai una veste ufficiale e le è mancata la necessaria autorità direttiva e

coordinatrice che fu affidato all'Opera. A partire dal 1916, il Parlamento italiano cominciò a lavorare

alla costituzione di un Ente pubblico preposto alla gestione dell'assistenza agli invalidi. Durante la

riunione del 25 ottobre 1916, a cui parteciparono tutti i rappresentanti dei comitati federati, venne

proposto al governo di stabilire con maggior precisione la natura dei rapporti che la Federazione e i

singoli comitati avrebbero dovuto avere con l'autorità statale. I lavori del Parlamento si conclusero nel

1917 con la creazione dell'Opera nazionale (ONIG) e con l'istituzionalizzazione del ruolo dello Stato

nella tutela degli invalidi di guerra. La Federazione chiese di poter partecipare attivamente alla vita

dell'Opera ma accadde che la gestione dell'assistenza agli invalidi della guerra divenne pertinenza

esclusiva dello Stato, la Federazione fu sciolta, le strutture assistenziali divennero patrimonio pubblico

e confluirono nell'ONIG o cessarono le loro attività.

2. La svolta del 1917. La nascita dell'Opera Nazionale per la Protezione e l'Assistenza degli

Invalidi di Guerra (ONIG)

Il 2 luglio 1916, la Camera del Parlamento proclamò la necessità di provvedimenti a favore degli orfani

e degli invalidi di guerra. Le letture dei dibattiti parlamentari erano interessanti, in particolare per le

competenze messe in campo per poter eliminare dei problemi e per gli argomenti portati come

contributo costruttivo al delicato lavoro legislativo. I contributi dei socialisti evidenziano la volontà di

dare all'Ente caratteristiche diverse da quelle della pubblica beneficenza, infatti ci fu la nascita di un

Ente pubblico per l'assistenza agli invalidi di guerra grazie all'esperienza assistenziale dei comitati che

era un patrimonio condiviso anche dagli organi statali. Le discussioni verterono sull'obbligatorietà della

rieducazione e sulle possibilità operative da attribuire al nuovo Ente. Il testo finale della legge venne

approvato a larghissima maggioranza: la soluzione dei problemi assistenziali era urgente perché

l'invalidità di guerra stava assumendo le caratteristiche di un nuovo fattore sociale; i redditi di molte

famiglie erano garantiti dal lavoro dei soldati; la morte, la diminuita capacità lavorativa, le malattie

contratte al fronte mettevano a dura prova l'esistenza di molte famiglie italiane (la pensione dei

soldati, spesso, non era uguale al reddito percepito prima della guerra e le cure per l’invalido a

potevano essere costose ecc). La legislazione italiana era ridotta ad alcuni decreti luogotenenziali e

aveva provveduto a definire termini e limiti della rieducazione e la misura e la natura degli aiuti per i

congiunti. Per comprendere come la guerra avesse contribuito a cambiare l’atteggiamento pubblico

verso gli invalidi, basti pensare all’articolo 12 del decreto 1012 secondo il quale gli invalidi avrebbero

potuto continuare il loro servizio se le loro condizioni di salute lo avessero permesso: gli invalidi

avrebbero potuto mantenere un ruolo in una organizzazione basata sull'efficienza fisica. La legge in

discussione dava all'assistenza il carattere di un pubblico risarcimento. Il nuovo Ente si sarebbe

occupato dunque di rieducazione; di assistenza medica; di collocamento lavorativo; di protesi ecc. La

legge venne votata dalla Camera e divenne esecutiva il 25 marzo 1917 con il numero 481. L'emanazione

del provvedimento non pose fine alle discussioni sui problemi dell'assistenza perché, nel testo della

legge, mancava un qualsiasi riferimento ai “folli di guerra”. Anche i tubercolotici, sospettati di essere

arrivati al fronte già malati e quindi di fregiarsi senza diritto del titolo di "invalidi di guerra", non furono

tutelati. Il regolamento applicativo della legge venne emanato con il decreto luogotenenziale 28 giugno

1917, numero 1158. L'Opera nazionale iniziò il suo funzionamento il 25 agosto 1917 con sede

provvisoria presso il Ministero dell'Interno e continuò le sue attività fino alla fine degli anni '70, quando

venne soppressa nell'ambito della riforma del sistema sanitario italiano: durante il regime fascista,

l'ONIG venne assoggettata alle direttive del partito e dovette provvedere anche all'assistenza degli

invalidi della rivoluzione fascista.

3. La nascita dell'Associazione Nazionale fra Mutilati ed Invalidi di Guerra (ANMIG)

Un’altra novità nel panorama assistenziale fu la nascita di associazioni fra mutilati ed invalidi di guerra,

la più importante fu l'ANMIG, Associazione Nazionale fra Mutilati ed Invalidi di Guerra, fondata a

Milano il 29 aprile 1917. Essa aveva come obiettivo quello di organizzare i mutilati di tutto il territorio

nazionale attraverso la costituzione di sezioni, rappresentanze; di diventare l'unica rappresentante

degli invalidi; costituire una forza morale nuova capace di guidare tutti i reduci e di partecipare alla

gestione politica e sociale della nazione. L'organizzazione dell’associazione partì dagli ospedali in cui i

mutilati erano degenti, da luoghi in cui venivano espresse le preoccupazioni per il futuro e in cui i

compagni di sofferenza ascoltavano. Le prime notizie sulla fondazione dell'ANMIG si trovano nel

«Bollettino della Federazione dei Comitati» nel numero di giugno 1917 su cui venne pubblicato il primo

manifesto che metteva in evidenza le linee programmatiche del nuovo sodalizio e la volontà di

autodeterminazione che funse da volano delle prime riunioni dei mutilati. Dall'articolo risultava

evidente che i mutilati appressassero e lodassero lo sforzo assistenziale profuso dai comitati e dalla

cittadinanza fino all'aprile 1917 ma risultava evidente anche che l'assistenza per il dopoguerra dovesse

essere modificata: i mutilati rifiutavano l'idea di un'assistenza legata alla pubblica beneficenza e

affermavano che il mutilato avrebbe potuto/dovuto avere un ruolo utile e produttivo nell'Italia del

dopoguerra. Il manifesto inoltre presentava gli obiettivi per cui si era addivenuti alla fondazione

dell'Associazione e che erano specificati nello Statuto: «La Società si propone: a) di mantenere fra i

mutilati e gli invalidi della guerra il sentimento di fratellanza e in omaggio alla Patria il ricordo e la

tradizione gloriosa della guerra antitedesca; b) di venire in aiuto morale e materiale a tutti i suoi

membri effettivi con tutti i mezzi che può ispirare la solidarietà sociale; c) di servire da intermediaria

gratuita nelle relazioni fra padrone ed operai, fra impiegati ed aziende o dite; d) di intervenire pressoi

pubblici poteri e le Amministrazioni pubbliche a sostegno dei diritti e degli interessi dei propri aderenti

quando siano dimenticati e misconosciuti; e) di adoperarsi per procacciare impiego e lavoro ai propri

aderenti». Con la nuova Associazione il sodalizio venne gestito e diretto solamente da soggetti

interessati (mutilati); nacque l’idea di creare un sodalizio fra militari che non riproducesse le gerarchie

dell'esercito regolare e che rappresentasse gli interessi di tutti i mutilati e invalidi della guerra; vennero

tutelati gli interessi fisici e materiali degli invalidi; la menomazione fisica non avrebbe potuto

ostacolare la ripresa delle attività civili dei soggetti offesi in guerra. Il perseguimento di questi obiettivi

venne supportato da molte azioni, come la pubblicazione de «Il Bollettino», organo ufficiale del

Comitato Centrale dell'Associazione e primo periodico di un'associazione fra invalidi. L'azione pubblica

dell'ANMIG seguì due direttrici principali: le pensioni e il lavoro. La pensione, da aggiungersi ai proventi

dal lavoro del mutilato, avrebbe dovuto consentire il raggiungimento di un adeguato livello di reddito;

si trattava di una misura di compensazione perché la capacità lavorativa del mutilato era menomata e

la sua retribuzione doveva essere uguale a quella degli individui sani. Il lavoro era altrettanto

importante: il mutilato doveva poter riprendere il suo posto nella società attraverso l’ottenimento di

un impiego. Nel 1921 il Governo italiano emanò la “Legge Labriola” che prevedeva delle quote di posti

di lavoro pubblici da riservare agli invalidi di guerra e regolava l'assunzione di questi soggetti nelle

aziende private individuando una percentuale di lavoratori invalidi sul totale degli occupati

dell’azienda. Nel 1923 il primo governo Mussolini varò la riforma organica delle pensioni di guerra.

Fino al 1923 si erano ottenute solo delle revisioni delle quote pensionistiche con relativo innalzamento

degli assegni mensili. L'Associazione lamentava però l’inadeguatezza delle tabelle pensionistiche,

ormai obsolete perché legate a una legislazione varata prima del 1915 e perché non tenevano conto

delle menomazioni più rilevanti. Con la nuova legge le tabelle vennero riviste e vi trovarono posto le

super-invalidità, alle quali venne assegnata un’ulteriore indennità di accompagnamento. Entrambi

questi provvedimenti vennero presentati dai dirigenti dell'ANMIG come "vittorie associative" ma la

vera novità fu l'aver dimostrato l'importanza dei mutilati di guerra, una categoria nuova, con precisi

diritti e doveri: diritto al lavoro, alla pensione; dovere di partecipare alla gestione della cosa pubblica;

dovere di interessarsi della propria sorte, diventando soggetto attivo della progettazione e della

realizzazione delle azioni assistenziali. La riforma delle pensioni chiude una prima fase della vita

dell'Associazione dei mutilati. È da ricordare però che a partire dal 1922 l'ANMIG si avvicinò al governo

di Benito Mussolini che fu sempre molto attento alle necessità ed alle richieste dei mutilati di guerra e

divenne socio onorario dell'Associazione.

4. Conclusioni e prospettive di ricerca

Con l’entrata in guerra dell'Italia ci furono diversi cambiamenti: il sovvertimento di mentalità

assistenziali obsolete e l'introduzione di una nuova visione medico-sociale dell'assistenza agli invalidi.

Il mutilato divenne un soggetto sociale nuovo e la sua assistenza fu svincolata da logiche liberali e

caritatevoli per divenire attività organizzate in modo moderno e su basi scientifiche. Gli invalidi

diventarono soggetti attivi, contribuendo a sovvertire prassi sociali di esclusione che in Italia erano

accettate e largamente praticate; essi pretesero di entrare nella società e di guidare organizzazioni di

carattere nazionale. Il contributo di questi reduci fu dunque importantissimo nella costruzione di

un'ottica assistenziale destinata a coinvolgere tutti i soggetti minorati, invalidi, malati. A cambiare fu

anche lo Stato che in questo frangente prese una posizione netta e divenne il titolare dell'azione

assistenziale: in Italia i privati ebbero un ruolo fondamentale prima di supplenza dell'azione pubblica

e poi di stimolo a essa, ma lo Stato decise di crearsi un ruolo nel tessuto assistenziale, attribuendosi

precise modalità di intervento. Diverse associazioni operano per la tutela dei diritti dei disabili sia a

livello nazionale che a livello locale, dove sono attive Cooperative ed associazioni minori. Con le

premesse belliche il welfare italiano arrivò ad includere tutti gli invalidi congeniti, gli anziani e coloro

che sono colpiti da malattie degenerative e invalidanti. I recenti tagli alla spesa pubblica hanno posto

al centro della discussione i temi del volontariato e dell'azione dei privati. Molte sono le direttive di

ricerca che partono da queste brevi considerazioni. In primo luogo sarebbe importante utilizzare una

dimensione comparativa nello studio delle azioni assistenziali per poter capire se e in che modo,

durante la Grande Guerra, l'organizzazione assistenziale italiana si sia giovata dell'esperienza degli altri

Paesi europei coinvolti nel conflitto e quali siano state le reciproche relazioni fra i diversi Stati. Si

potrebbe anche tracciare una mappa dei saperi medici e assistenziali per individuare matrici comuni

ed elementi di originalità dei sistemi di welfare. Questa indagine dovrebbe coinvolgere anche il

Comitato Internazionale della Croce Rossa, l'Organizzazione Internazionale del Lavoro e la Società delle

Nazioni, per comprenderne il molo nella definizione di modalità assistenziali. Per quanto riguarda

l'Italia andrebbe approfondita la storia dei comitati di assistenza, ma anche quella dell'Opera

Nazionale. Sebbene vi sia disponibilità di lavori sulla storia assistenziale italiana fra le due guerre, resta

ancora da studiare il rapporto fra fascismo e invalidi di guerra e fra fascismo e invalidità. Una storia

completa di un tale sistema assistenziale deve confrontarsi con gli avvenimenti politici occorsi in Italia

fra i primi anni '20 e la fine della Seconda guerra mondiale e deve dunque necessariamente tenere

conto delle azioni assistenziali attuate dal regime fascista e orientate a fini propagandistici e populistici

che il regime aveva individuato come utili alla propria legittimazione. La fascistizzazione di enti pubblici

e associazioni private di assistenza agli invalidi di guerra fu il segno più evidente della volontà del

regime di controllare le attività assistenziali, di apparire come protettore di reduci, mutilati, orfani e

vedove di guerra. Sono da indagare le modalità attraverso cui il fascismo impose il suo controllo sugli

Enti preposti all'assistenza degli invalidi e dei reduci di guerra; le dimensioni e le finalità dell'intervento

fascista nell'ambito dell'assistenza a questa categoria di cittadini. Andrebbero infine studiate le logiche

assistenziali e le modalità operative che portarono all'allargamento delle provvidenze sociali e

all'inclusione nel sistema di welfare degli invalidi del lavoro, dei portatori di malattie genetiche, degli

anziani. Tale analisi permetterebbe di mettere meglio in luce i legami fra le pratiche odierne e

l'esperienza assistenziale della Prima guerra mondiale.

LA GRANDE GUERRA DELLE PROTESI

Fabio Montella

0. Introduzione

I corpi violati dei soldati nella Grande Guerra rappresentarono per molti anni un problema che l'Italia

si trovò impreparata ad affrontare: neppure la guerra in Libia e i mesi di neutralità dallo scoppio del

conflitto avevano suggerito ai vertici politici e militari di assumere provvedimenti in linea con le

necessità. Stato ed Esercito affrontarono il tema della gestione del corpo offeso dei soldati in ritardo

nonostante ci fosse un atteggiamento che animava una parte della comunità scientifica italiana: es.

1 2

medici come Ettore Levi e Vittorio Putti mantennero uno sguardo sempre aperto e una visione

internazionale su questi temi e non mancarono di esporre il loro pensiero. Nell’ottobre del 1916, dopo

che l'Italia aveva dichiarato guerra alla Germania, Levi indicò, come possibile esempio, il nemico

tedesco, che aveva rimandato il problema degli standard protesici a dopo il conflitto e all'inizio del

1918 rivolse un appello alla comunità scientifica internazionale contro la chiusura delle frontiere della

conoscenza, per far circolare le buone prassi attuate in ogni Paese. Il suo invito a promuovere iniziative

che avvantaggiassero gli invalidi degli Stati di entrambi gli schieramenti venne accolto dal presidente

della Croce Rossa Internazionale, che chiese ai responsabili dei comitati centrali dei vari Paesi di aderire

a un'esposizione internazionale aperta a tutte le nazioni belligeranti e neutrali. Si ebbe questa visione

internazionalista anche grazie alle missioni all'estero compiute dagli esponenti della comunità

3

scientifica per conto dei ministeri e dell'Esercito , che, per i primi due anni di guerra, non sfociarono in

atti concreti dei vertici politici e militari italiani. Soltanto nel 1917, l'Opera nazionale colmò

parzialmente il ritardo con il quale l'Italia aveva affrontato questi problemi; migliorò una situazione

caratterizzata da conflitti di competenza tra ministeri, dalle pressioni "lobbistiche" dell'industria

statunitense ecc. In particolare, nel settore della produzione e fornitura di protesi venne superata la

contrapposizione che divideva i due principali poli nazionali del settore: Milano, con il Pio istituto

Rachitici diretto da Riccardo Galeazzi, e Bologna, con I’istituto Rizzoli di Putti. Meno brillanti furono i

risultati nella proliferazione e nelle diatribe tra centri di cura e di riabilitazione che erano sorti sull'onda

di entusiasmi patriottici e, a volte, di meno nobili interessi di potentati accademici, o come i tentativi

della potente industria americana di introdursi nel mercato italiano, privo della concorrenza tedesca.

1. Allievo del clinico Pietro Grocco, Levi si specializzò in neurologia. Fu fondatore della prima "casa ospedale" per gli

invalidi di guerra a Firenze, membro del Comitato pro mutilati toscano e della Federazione italiana dei Comitati di assistenza

agi invalidi di guerra. Fu anche l'ideatore nel 1916 del <<Bollettino della Federazione nazionale dei Comitati di assistenza ai

militari ciechi, storpi, mutilati>> nel 1917 fu eletto vicepresidente dell'Opera nazionale per la protezione e l'assistenza degli

invalidi di guerra. Nel dopoguerra fu promotore dell'Istituto Italiano di Igiene, Previdenza ed Assistenza Sociale del quale fu

nominato commissario governativo.

2. Putti (1880-1940) si laureò a Bologna nel 1903. Fu per 11 anni assistente di Alessandro Codivilla al di cui divenne

direttore nel 1914, fondò a Cortina d'Ampezzo una succursale dell'Istituto bolognese per curare con l'elioterapia la tubercolosi

osteoarticolare. Legò il suo nome a numerose tecniche originali di chirurgia ortopedica e al perfezionamento di tecniche

operatorie già precedentemente proposte. Libero docente di ortopedia nel 1909, e di clinica chirurgica nel 1915, nel 1912

divenne professore di clinica ortopedica a Bologna.

3. 3. Si segnala, per l'interessante relazione finale, la missione compiuta in Francia a metà del 1915 dall’on. Giuseppe

Sanateti, direttore dell'Istituto d'Igiene della Regia Università di Roma. Cfr. Acs, Ministero dell'Interno (Mi), Direzione

Generale di Sanità Pubblica (Dgsp), "Atti amministrativi 1910.1920", b. 154, f. "Relazione del Prof. Sanateti intorno alla sua

missione sanitaria in Francia sull'ordinamento dei servizi sanitari e profilattici, nonché le varie provvidenze e istituzioni".

Sanargli compì una seconda missione in Francia e in Inghilterra, tra il 26 settembre ed il 20 novembre 1916. Interessante è

anche la lunga missione all'estero compiuta nella primavera del 1917 dal maggiore medico Vincenzo Bianchi, responsabile

dei servizi neuropsichiatrici della Seconda Armata, che compì «studi ed indagini» per il «trattamento dei mutilati funzionali»

e gli affetti «da forme psicopatiche» e «nervose».

1. Nel vuoto lasciato dallo Stato, spazio ai privati

Nei primi mesi di partecipazione dell'Italia al conflitto, le competenze nella gestione dei mutilati e degli

invalidi erano suddivise tra Sanità militare, Ministero della Guerra e Ministero degli Interni. Da un

appunto inviato nel novembre del 1915 dal direttore della Sanità pubblica, Alberto Lutrario, al direttore

dell'Amministrazione Civile, Alberto Pironti, si evince che il Ministero della Guerra pagava ai mutilati e

agli «storpi» sei mesi di diaria per poter, dopo aver completato la rieducazione funzionale delle parti

lese, avviare quella professionale. Esso si occupava della provvista gratuita degli apparecchi ortopedici,

mentre i feriti con perdite anatomiche venivano riuniti, per le cure opportune, in speciali istituti o nelle

cliniche chirurgiche esistenti. Lo Stato, invece, si limitava alle prime cure, alla fornitura gratuita di

protesi e all'erogazione di un misero sussidio che non avrebbe potuto garantire l’intero percorso di

recupero dei reduci. Due anni dopo l'ingresso dell'Italia nel conflitto, Ettore Levi in un articolo elencò i

limiti emersi in quel periodo, a partire da quella «babele protesica». Per la riabilitazione dei militari

erano sorti comitati di assistenza, che avevano dato origine a una moltitudine di istituti, senza riceve

aiuto o coordinamento dalle autorità centrali. Secondo Levi, questi istituti, a causa di una limitazione

dei mezzi, avevano dato vita ai già presenti «laboratori di calzolaio, sarto, viminaio, ecc.», invece di

poche grandi organizzazioni complete sul tipo di quella belga e viennese. Vi erano diversi problemi da

affrontare: la qualità e la quantità delle protesi prodotte; il numero delle sostituzioni di arti artificiali

da poter effettuare a spese dello Stato; il ruolo e le prerogative di quest'ultimo nei confronti dei privati

ecc. Dopo due anni di conflitto, pochi mutilati ricevettero «arti buoni e solidi», altri ricevettero «arti di

sola apparenza e di poca sostanza», alcuni invalidi non ricevettero gli apparecchi «tutorii e di

compensazione» che potevano «trasformare un'invalidità grave in un'invalidità tollerabile e

compatibile con diversi mestieri». Rispetto all’Italia media, a Milano e Bologna la situazione era

migliore, e proprio per questo, Levi, riteneva ingiusto che un mutilato dovesse «essere trattato

diversamente da un altro» solo perché era stato fortunato a capitare in un grande centro di ortopedia.

Per Levi, Bologna e Milano erano due Poli «rigidi e gelidi» e la loro rivalità non aveva permesso all'Italia

di operare una scelta vantaggiosa per tutti, tra i fautori degli arti di cuoio (Istituto Rachitici di Milano)

e quelli delle protesi di Iegno (istituto Rizzoli di Bologna). In mancanza di direttive nazionali, la

specializzazione della cura fu trasformata in una dispersione di forze e in una duplicazione di iniziative

che depressero, per due anni, progetti di più ampio respiro; anche perché ad alcuni mutilati

continuarono a mancare le protesi.

2. La legge n. 481 del 1917

Con il decreto luogotenenziale 10 agosto 1916 n. 1012 non si riuscì a porre rimedio al disordine

derivante dalla dispersione delle forze, dalla competizione tra Milano e Bologna e dalla

sovrapposizione dei laboratori di piccoli centri. Tale decreto riguardava disposizioni urgenti a favore di

militari intuitati e invalidi di guerra. Dopo le prime cure i militari che non avessero avuto mezzi

sufficienti per provvedere alla loro rieducazione, sarebbero stati trasferiti in speciali reparti di cura;

per poi entrare negli istituti e nelle varie scuole di rieducazione professionale, se le loro condizioni

fisiche non avessero richiesto altro trattamento ospedaliero e la rieducazione professionale fosse

apparsa promettente. Le spese sarebbero state a carico dell'Amministrazione militare per un massimo

di sei mesi. Al decreto luogotenenziale del 1916 seguì la legge 25 marze 1917 n. 481, che delegò

all’Opera nazionale l'assistenza sanitaria, ortopedica, proteica, materiale, sociale e medico legale. La

legge introdusse anche altre novità, ampliando la sfera dell'assistenza dal campo sanitario, ortopedico

e protetico a quello sociale, della rieducazione professionale e del collocamento. Dal punto di vista

organizzativo, stabiliva che dopo la cura degli interventi chirurgici, i militari con gravi amputazioni o

affetti da «storpiaggine definitiva», dovevano essere trasferiti al centro chirurgico di prima raccolta di

Mantova e per poi passare alle sezioni chirurgiche di primo concentramento più vicine alla loro

residenza. I cosiddetti ultra invalidi (es. completa cecità associata alla perdita di entrambe le braccia),

che non potevano più riadattarsi al lavoro o provvedere da soli alla propria vita, dovevano invece

essere trasferiti a Firenze, nell'Ospedale n. 6 della Croce Rossa. Dalle sezioni di primo concentramento

i mutilati e gli storpi gravi dovevano essere trasferiti in sezioni di secondo concentramento, dove

avrebbero ricevuto le cure fisiche e ortopediche opportune per porre adattare i monconi o gli arti alle

protesi, e dove sarebbero stati sottoposti ad una rieducazione funzionale e professionale. Ottenuto il

massimo possibile del movimento delle parti, si cercava di raggiungere anche «la massima possibilità

di lavoro professionale rapportato al grado di movimento possibile». Alla fine del 1917 esistevano 16

centri fisioterapici per la rieducazione, dotati anche di piccole officine per la creazione e

l'aggiustamento di protesi temporanee, a completare un'organizzazione che nel dopoguerra Boschi

avrebbe magnificato, parlando di realizzazioni «inaspettate, meravigliose», «ingegnosissime». In

realtà, il sorgere febbrile di queste scuole fu criticato: secondo l'avvocato Diego Martello, segretario

del Comitato di assistenza milanese ai mutilati, essa aveva dato origine a programmi d'insegnamento

che «potevano senza tema di confronto gareggiare coi più pletorici e più irrazionali programmi delle

nostre scuole secondarie superiori», lontani dalle reali necessità del mondo del lavoro, pubblico o

privato che fosse. Un'altra questione controversa affrontata dal legislatore fu quella della fornitura di

protesi. Tra la soluzione francese del «ricambio dell'arto vita natural durante» e quella proposta in

Italia, propensa a garantire al mutilato il ricambio dell'arto solo per un anno, il Parlamento diede

all'Opera nazionale l'onere «di assumersi le spese di riparazione e di ricambio» delle protesi ed agli

istituti e alle scuole di rieducazione spettava «la fornitura degli apparecchi ad uso lavorativo». Di fronte

alla situazione che solo ad alcuni mutilati erano stati forniti apparecchi da lavoro, costruiti con materiali

costosi per essere puramente estetici, Levi risponde dicendo che con quella stessa somma usata dallo

Stato, si sarebbe potuto fare come in Germania, dove il Governo forniva sia «un braccio estetico di

pochissimo costo», prodotto su larga scala, sia un arto lavorativo solido e pratico, «studiato da

ingegneri industriali». Il punto debole della nuova legge era la mancata previsione dell'obbligo di

passare attraverso le scuole di rieducazione prima di completare il percorso di "rinascita". La norma

stabiliva infatti che mutilati e storpi sarebbero dovuti passare per i centri per un periodo non inferiore

a 15 giorni: per questo motivo, ad esempio, il comandante del Corpo d'Armata di Bologna obbligò i

mutilati congedati dall'Istituto Rizzoli a trascorrere alcuni giorni presso la Casa di rieducazione che era

sorta in città. Il provvedimento serviva a vincere la resistenza dei mutilati a seguire i percorsi di

riabilitazione, ma si ottenne un risultato parziale: il 28% dei 404 ospiti della Casa bolognese aveva

rifiutato la rieducazione, mentre 12 di loro erano stati espulsi. Tra i «renitenti» alla cura vi erano feriti

con lesioni gravi a tal punto da esonerarli permanentemente da ogni servizio militare, ma consentendo

loro di continuare a vivere senza eccessivi disagi. Le resistenze derivavano anche dalla depressione di

energie e di volontà causata dai disagi della vita di trincea, dalle sofferenze causate dalle ferite», dal

ripetersi degli interventi operativi ecc. In quel periodo inoltre nacque l’idea che la disabilità impedisse

un reinserimento nella vita sociale, che le condizioni di mutilato e invalido non fossero più compatibili

con l'apprendimento di un mestiere; ma soprattutto vi era la convinzione che imparare un lavoro

significasse perdere il diritto a percepire la pensione privilegiata di guerra e significasse ritornare al

fronte. La legge del 1917 inoltre non risolse alcuni problemi, quale il ritardo nella creazione di centri

per i soldati con danni dei nervi periferici e dei plessi nervosi e centri per curare invalidi con danni ai

centri nervosi.: Milano appariva all'avanguardia, perché già nel giugno 1915, all'interno del padiglione

Biffi dell'Ospedale Maggiore, vi era il primo reparto neurologico militare, sotto la direzione dello

psichiatra Eugenio Medea.

3. L'insufficiente produzione nazionale di protesi

Uno dei principali limiti italiani era nella produzione di protesi: infatti, durante il conflitto, l'industria

ortopedica era in condizioni rudimentali e non era in grado di costruire buoni ed economici arti

artificiali necessari al numero crescente dei soldati mutilati. Tralasciando alcuni produttori torinesi, che

realizzavano circa 9.000 arti artificiali l'anno, la capacità produttiva nazionale era appena sufficiente a

soddisfare Io stretto fabbisogno in tempi normali, e non in quelli di una guerra devastante, che in circa

4

tre anni e mezzo aveva prodotto 675 mila tra mutilati e invalidi . Alla vigilia della guerra l’Italia non

riteneva prioritario lo sviluppo della produzione di protesi, visto che l’incidenza degli infortuni sul

lavoro era bassa rispetto agli Stati Uniti, dove vi erano circa 80 mila invalidi civili. Inizialmente l’Italia

acquistava i prodotti ortopedici necessari dall’industria tedesca, ma, dopo la rottura dei rapporti con

la Germania, li acquistava dagli Stati Uniti. Scoppiata la guerra, l'Italia si trovò impreparata a fornire

allo stragrande numero dei mutilati della guerra i necessari arti di protesi. Milano e Bologna erano le

uniche città all'avanguardia nazionale già prima del conflitto, grazie allo sviluppo di istituti che

rispondevano alle esigenze di una medicina sempre più attenta agli effetti sociali, politici, economici e

culturali della disabilità ma anche grazie alla capacità di attrarre investimenti nelle strutture che

dirigevano. Ad esempio, a Milano, al Pio Istituto Rachitici era attiva dal 1907 un'officina di protesi per

storpi e mutilati civili che si era specializzata negli ultimi anni a costruire arti artificiali e apparecchi di

lavoro idonei a sostituire le braccia nelle professioni manuali. Con l'ingresso dell'Italia in guerra la

potenzialità dell'officina risultò insufficiente e il numero dei mutilati aumentava sempre più:

l'industriale T. Bertarelli, attivo nel settore chimico-farmaceutico e direttore dell'ufficio superiore della

Banca d'Italia, si occupò quindi della realizzazione di un nuovo laboratorio esteso anche al di fuori della

Lombardia, che coinvolse industrie, istituti di credito ed istituzioni pubbliche e che fruttò oltre 650 mila

lire. Oltre a Bertarelli, del consiglio e del comitato promotore facevano parte alcuni tra i più autorevoli

nomi della classe medica nazionale come Gaelazzi, Enrico Burci, Antonio Carle ecc.

All’ inizio del 1918 l'Officina milanese era in grado di produrre 50 arti al giorno. Uno sviluppo meno

rapido ebbe l'officina dell'Istituto Rizzoli, nel 1916 giudicata da un punto di vista qualitativo la migliore

in Italia; si ingrandì in nuovi locali messi a disposizione dal Genio Civile, ma nel luglio del 1916 era in

grado di soddisfare le esigenze di dei 300 o massimo 500 soldati ricoverati al Rizzoli. Bologna e Milano

erano in conflitto e non a caso, all'inizio del 1916, il presidente e il direttore del Rizzoli inviarono una

lettera al generale Adolfo Tettoni, direttore generale dei Servizi logistici e amministrativi dell'Esercito,

chiedendo rassicurazioni affinché l'apertura di una grande officina ortopedica milanese non il

monopolio della costruzione degli apparecchi di protesi. Lo sviluppo delle officine di Milano e Bologna

garantiva la quantità delle protesi occorrenti all'Esercito, ma non la qualità: nell'agosto del1916

Galeazzi scrisse che bisognava distinguere l’arto inferiore dal superiore, perché se la protesi per l'arto

inferiore era quasi perfetta alle necessità funzionali della deambulazione», tanto i mutilati dei due arti

inferiori riuscivano a tenere a lungo la posizione eretta, a camminare speditamente ed a salire le scale,

la protesi per l'arto superiore non era altrettanto perfetta. Al di fuori dei due poli principali, il ritardo

italiano non sembrava facile da colmare. All'inizio del 1916 Irene Nicolis di Robilant, infermiera

volontaria della Croce Rossa romana e figlia del conte Mario, comandante della Quarta Armata, scrisse

a Lutrario segnalando «la cattiva prova» degli arti costruiti da officine private, la lentezza della loro

esecuzione, e l'assurda proposta di alcuni comitati pro mutilati di fare arrivare per ferrovia da Milano

arti la cui efficacia stava “nell’essere adatti ad ogni singolo caso». Per confermare ciò, la contessina

citò il caso di Roma dove i mutilati erano sparsi in vari ospedali e soltanto ad uno era stato fornito l'arto

artificiale. Secondo la nobildonna invece di far viaggiare le protesi, era opportuno concentrare tutti i

mutilati a Milano dove le officine avrebbero garantito al Governo un'economia e ai mutilati la fornitura

di protesi. Solo in un secondo momento i mutilati avrebbero potuto essere inviati nelle case di

rieducazione che stavano sorgendo in varie città italiane. Per tutto il 1916 gran parte delle protesi

4. Il rapporto contenuto ne La forza dell'Esercito, pubblicato dall'Ufficio statistico del Ministero della Guerra nel 1927

riportava un numero complessivo di 452.645 pensioni erogate a invalidi e mutilati. La cifra venne corretta qualche anno dopo

a 463 mila pensioni erogate a reduci con una menomazione fisica di almeno il 10 per cento della capacità lavorativa. In totale

le pensioni liquidate ad invalidi furono 675 mila.


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rioanna

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Modelli sociali della disabilità, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Pizzo Ciro: Minority reports (2016). Vol. 2: guerra in carne e ossa. The war in the flesh. Gli argomenti trattati sono i seguenti:
1.Guerra alla disabilità, disabilità alla guerra. Ciro Pizzo
2.Le azioni assistenziali per la tutela degli invalidi di guerra in Italia durante e dopo la grande guerra (1915.1923).note e prospettive di ricerca . Ugo Pavan Dalla Torre
3.La grande guerra delle protesi. Fabio Montella
4. La psichiatria e la guerra. Paolo sorcinelli
5. Prima guerra mondiale e disabilita. Un percorso bibliografico. Giampiero Griffo, Maria Maddalena Frevola
6.Segni di guerra. Mutilazione e decolonizzazione del corpo. Matteo Meschiari


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
Docente: Pizzo Ciro
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher rioanna di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Modelli sociali della disabilità e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Pizzo Ciro.

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