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LA PRESA DI PAROLA

LA PAROLA IMPREVISTA

Immagini di una dimensione parallela di speech act e linguistic turn

Ciro Tarantino

Prendere la parola presuppone l’inizio di un discorso, che l’abbia qualcun altro e che

presuppone

si voglia partecipare ad un discorso. Anche se le forme linguistiche ricalcano le forme sociali, la

parola resta una delle ricchezze nel sistema della proprietà moderna. Da tempo viene espressa da

un lessico economico permettendo agli scambi linguistici di svolgersi in un mercato in cui vige

l’autoregolazione, al patto di rispettare gli altri e di accordarsi con le volontà altrui. L’economia

politica rappresenta la scienza della comunicazione che si occupa dell’analisi dei rapporti di

produzione e riproduzione della lingua, le forme di circolazione, i modi di distribuire la parola ecc.

L’approvazione della parola, nel mercato dei beni simbolici, avviene volontariamente o

involontariamente. Volontariamente quando la parola viene ceduta o offerta, presa per induzione

o semplicemente acquistata; involontariamente quando la parola viene presa per sottrazione o con

un insieme di destrezza e violenza.

Di solito, le prese di parola sono eccessivamente ripetitive, come insegnano alcuni dibattiti

televisivi, ma una parte di esse è composta di parole inattese, rispetto al tempo e al luogo della loro

emergenza. Tra queste, inoltre, un piccolo insieme si caratterizza per essere imprevisto per tutti

questi elementi contemporaneamente. Spesso, in situazioni inopportune, dove e quando non deve

considerati “voci mai sentite” (il cui

accadere, prorompono atti di enunciazione improbabili,

avvento è stato scritto da Certeau 1994: 37), voci nuove, che pretendono di avere voce in capitolo

aprono un’altra dimensione

e di avere il riconoscimento di Essere di parola. Questi atti di parola

dello speech act e del linguistic turn, dove perdono la loro presunzione di innocenza diventando

formule estremamente concrete che ammettono solo un’interpretazione letterale.

Il paradigma di queste prese di parola è la parola di Hurbinek che Primo Levi incontrò

nell’infermeria del Campo Grande (lager di Auschwitz) e lo raccontò in La tregua. Hurbinek era

un nulla, un figlio di Auschwitz. Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non

sapeva parlare e non aveva nome: quel curioso nome, Hurbinek, gli era stato assegnato forse da

una delle donne, che aveva interpretato con quelle sillabe una delle voci inarticolate che il

piccolo ogni tanto emetteva. Era paralizzato, aveva le gambe atrofiche ma i suoi occhi e rano

vivi, pieni di richiesta, della volontà di scatenarsi, di rompere la tomba del mutismo. La parola

che gli mancava, il bisogno della parola, premeva nel suo sguardo con urgenza esplosiva.

Hanek, invece, era un ragazzo ungherese di quindici anni e passava metà delle sue giornate

accanto alla cuccia di Hurbinek. Era materno piú che paterno: sedeva accanto alla piccola

sfinge, gli portava da mangiare, gli rassettava le coperte, lo ripuliva e gli parlava in ungherese,

con voce lenta e paziente. Dopo una settimana, Hanek annunciava che Hurbinek diceva una

come “mass-klo” e“matisklo”. Diceva parole articolate, diverse tra

parola di loro ma che

L’ di Hurbinek si concentrava su un’unica

nessuno riusciva a capire. experimentum linguae

nata in un posto in cui era stata preclusa l’accessibilità alla

parola, articolata e indecifrabile,

parola. Una parola per quanto incomprensibile era immediatamente politica poiché era proprio

quell’attività <<che faceva sentire come discorso ciò che era inteso soltanto come ru more>>.

Questa parola che faticosamente si fa posto è politica , perché secondo Rancière, non vi era

politica perché gli uomini, con l’uso della parola, mettevano in comune i loro interessi. Vi era

politica perché venivano contati anche coloro che non dovevano essere considerati esseri parlanti,

ed istituivano una comunità mettendo in comune il torto, la contraddizione tra due mondi costretti

a condividerne uno solo: il mondo in cui si poteva e in cui non si poteva essere, il mondo in cui

sussisteva qualcosa tra loro e coloro che non li riconoscevano come esseri parlanti, e il mondo in

cui non c’era nulla.

Molte parole inattese non riescono a modificare l’ordine delle cose e delle parole in quanto non

hanno forza, abilità e fortuna; sono considerate “voci mai sentite” perché nuove e destinate a non

essere ascoltate, come le incisioni presenti sulle pareti delle celle nelle carceri inquisitoriali di

Palermo o come quei segni incisi da Giuseppe F. sulle lenzuola nel manicomio di Reggio Emilia.

Ma alcune delle parole impreviste che sfuggono alla polizia degli enunciati mostrano una

particolare efficacia: sono sovversive e sfruttano la <<grammaticalità>>; sono il risultato di una

competenza legittima che si produce grazie a condizioni sociali che permettono lo sviluppo di

competenza e legittimazione; sono i testi e i denti sepolti dai membri del Sonderkommando; sono

le parole di Giampiero Griffo che chiede diritti su un palco di Roma nel 1981; sono il racconto di

Roberto e Piero degli anni senza vita al Cottolengo ecc.

IL SILENZIO DELLA SERVITU’

Note su presa di parola, dir vero e democrazia in Michel Foucault

Mauro Bertani

Nel maggio del ’68, improvvisamente tutti iniziarono a parlare: gli studenti, gli operai, le donne

in strade, ovunque lo spirito di libertà ispirò nuove parole e nuovi discorsi, tutti erano

intenzionati a contestare l’ordine, l’autorità, i poteri costituiti, in nome dell’estensione dei diritti

e della lotta contro l’esclusione e la discriminazione. Ci furono diverse lotte prima del maggio

’68, definite da Michel Foucault come lotte “disperse”, determinate da intenzioni e volontà

eterogenee e irriducibili ad una matrice e ad un programma unitario. Ognuna di queste lotte

aveva i propri calendari e le proprie geografie, i propri problemi e le proprie strategie ed

avevano in comune l’urgenza di formulare degli enunciati capaci di spiegare il loro malessere,

l’incapacità di vivere in una determinata situazione. Enunciati che dovevano tradursi in

la rivendicazione di un diritto, l’esercizio di una protesta e la messa

enunciazioni per annunciare un’oppressione.

in atto di una sollevazione, per gridare un dolore o Enunciati che provenivano

dal mormorio immemoriale e senza tempo degli archivi, dai regesti di tutti i discorsi e tutte le

parole che erano state pronunciate negli anni precedenti.

Foucault, nella sua prima grande opera, diventata poi la Storia della follia, realizzò

“l’archeologia di un silenzio” per ritrovare le voci soffocate, riesumare le parole cancellate, e

che in ogni caso un’intera civiltà aveva da gran tempo smesso di ascoltare ed intendere,

di “un’antica sofferenza” di

dimenticandone le tracce negli archivi polverosi, negli archivi

migliaia di vite offese, murate per evitare che potessero alterare la città, disturbare altri

individui. Aveva intenzione di far riecheggiare quelle parole, di restituire quelle voci, e di

raccogliere quelle vite. Foucault aveva evidenziato che per far parlare anche solo per un istante,

la parola dei folli, sarebbe stato necessario un talento da poeta, capace di lasciar essere e

risuonare l'alterità propria di forme di vita e di linguaggio non aggioggiate ed assoggettate alla

norma del dire e del vivere corrente.

Un'alternativa a ciò poteva essere quella di appropriarsi delle parole incontrate nel corso

dell'attraversamento degli archivi della follia, parlando al posto degli individui e trasformandoli

così da soggetti dell'enunciazione in soggetti degli enunciati. Non a caso uno dei più grandi

insegnamenti di Foucault è stato quello di mostrare l'”indegnità” di parlare per gli altri o al

posto degli altri, ovvero di replicare la postura di tutti coloro che stabiliscono anche le

condizioni di possibilità dei discorsi, le loro modalità e i loro argomenti. Foucault, quindi,

rifiutava la posizione del "terzo" sopra le parti (in litigio o in lotta), di colui che "fa la legge",

in altri termini, rifiutava la figura dell'"intellettuale universale" ovvero del "maestro di vita",

del "Profeta che annuncia nuovi regni", del "dotto e della sua Missione", insomma di colui il

quale si arroga il diritto e il privilegio di enunciare la verità a cui gli altri dovranno conformarsi,

adeguarsi e assoggettarsi.

Restava, inoltre, una terza via: descrivere le formazioni discorsive, i sistemi di enunciati e gli

atti enunciativi, come parti integranti e costitutive di un campo di rapporti di forza, all'interno

del quale si definiscono statuti, funzioni e significati, ivi compresi quelli del dire di tutti i

soggetti implicati. Soggetti che cessano di essere concepiti come "dati di fatto", "oggetti sempre

già dati", "realtà naturali", e poi sostanze perennemente identiche a sé stesse, contrassegnate da

una certa essenza permanente e immodificabile. È sempre in una forma storica di relazione con

la ragione, variabile in base alle epoche e alle congiunture politiche e economiche, che la follia

e i folli, potranno venir definiti. La storia della follia comporta anche una storia dei modi in cui

le diverse culture e le diverse società l'hanno nominata, definita, riconosciuta, e poi

amministrata e governata. Il genitivo oggettivo condiziona quello soggettivo, e la stessa

Foucault, è in buona parte il prodotto degl’insiemi di processi

esperienza della follia, secondo

e dispositivi che hanno consentito la sequela storica dei diversi modi di oggettivazione di quel

mormorio sordo di prima della storia che è la follia, e che comunque ha consentito alle diverse

società e alle diverse epoche che si sono succedute di definirsi.

Alla fine del Medioevo iniziò a circolare la parola del folle come testimonianza vivente di altri

mondi, segno di contraddizione ed elemento perturbante che rimette in discussione le apparenze

e le certezze di questo mondo. Prima di diventare, all'inizio dell'età classica, parola insensata e

durante il “Grand Renfermement”,

vuota, rovescio negativo della ragione, la follia, si è

mescolata con soggetti sragionevoli e perturbatori dell'ordine, e da lì in poi è stata percepita

come fattore di sregolamento sociale e morale, come il suo linguaggio. Quando alienisti e

psichiatri decideranno di ascoltare quel linguaggio, sarà alla sola condizione di averlo

trasformato già prima che potesse iniziare ad articolarsi, in pletora di segni che rimandano ad

una struttura soggiacente (che si tratti di passioni ribelli alle regole, di danni cerebrali, di

alterazione dell’intelligenza e del pensiero ecc.) patologicamente connotata e di cui il

“linguaggio psicotico” è diventato il sintomo elettivo. La così una “malattia

follia diventa

mentale” ed i “poterei della sragione” saranno perduti.

In Il potere psichiatrico, Foucault mostra il carattere metamorfico e antagonistico delle nuove

forme di follia apparse nella seconda metà del XIX secolo, ad esempio con le rivendicazioni e

le provocazioni delle isteriche, con il loro linguaggio del corpo, capace di produrre una

superfetazione di segni clinici in forza dei quali i medici sono costretti a rimaneggiare i

volti al controllo e al disciplinamento. L’enunciazione isterica ha funzionato sia da

dispositivi

reazione parossistica e paradossale alle ingiunzioni dei medici e sia da principio attivo di

ridefinizione e ricodificazione degli enunciati della psicopatologia. Allo stesso modo ora

potrebbe intendersi l’improvvisa efflorescenza del linguaggio schizofrenico, fino al suo

ripiegamento radicale nell’autismo, di fronte all’intronizzazione definitiva dei grandi sistemi

diagnostici e nosografici di una psichiatria che inizia a prendersi per scienza consolidata, e di

fronte alla società della trasparenza, della confessione mediatica, dello scambio e circolazione

delle merci, a partire da quelle linguistiche.

Nella Nascita della clinica, Foucault aveva mostrato come la clinica moderna fosse nata

dall’apertura di “qualche cadavere”, ovvero il funzionamento del corpo si conosce mediante

l’esplorazione degli organi di un uomo morto, esattamente come lo psichismo degli uomini si

l’accumulo dei discorsi e dei saperi dell’uomo un tempo designato come folle.

conosce con

Aveva mostrato anche che il problema della salute avesse sostituito, nelle società moderne,

l’antico in seguito all’emergere del problema

problema della salvezza posto dal cristianesimo,

della sicurezza, del controllo e del governo delle popolazioni. La medicina è diventata la più

potente e performativa di tutte le forme di sapere contemporaneo, sia quando si è esercitata

all’interno dei grandi apparati degli Stati totalitari, sia quando è stata all’origine de lle

biopolitiche specifiche allestite all’interno del sistema Welfare State del dopoguerra, sia quando

si è tradotta nelle politiche sanitarie delle società neoliberali. Dai regimi alimentari alle pratiche

sportive, dai costumi sessuali alle riconfigurazioni della morfologia fisica, tutto ciò che viene

fatto non sfugge alla medicina il cui potere è sia quello riparativo post festum che normativo,

per quanto riguarda le competenze, le abilità, la capacità predittiva relativamente alle

vulnerabilità e suscettibilità di malattia. Tra le conseguenze di tale va rilevato lo spostamento

dell’antico normale e l’anormale, tra salute e la malattia, tale per cui la malattia

partage tra il

non è più una deviazione imprevista e accidentale rispetto ad una norma fisiologica, ma una

predisposizione che dipende dagli stili di vita, dall’obbedienza alle regole fissate dalla scienza

medica. Tutti diventano così responsabili del rispetto di quelle regole e delle forme di esistenza

associate, colpevoli delle eventuali scelte sbagliate e delle condotte irregolari, origine e causa

dell’insorgenza di una patologia. In tal modo si è “governo

stabilito un regime basato su un a

distanza”, tipico delle società neoliberali: se, come diceva Foucault, il motto delle società

liberali/neoliberali era “vivere pericolosamente”, nulla più della medicina contemporanea ha

sviluppato la propensione a tale forma di vita. Come hanno reagito le persone, malate e

suscettibili di diventarle, a tale fenomeno di diffusione del potere/sapere medico che ha avviato

il mondo a diventare “un grande ospedale”? com’è stata organizzata una qualche forma di

“resistenza” all’avvento di un regime enunciativo che tutti assoggetta alle norme del vero di

quel sapere? Foucault aveva tentato di affrontare tale problema affrontando la nascita delle

medicine alternativa oppure seguendo lo sviluppo dei diversi movimenti di contestazione della

medicina e della psichiatria (Groupe d’Information sur les Asiles, Groupe d’Inforation Santè

degli “uditori di voci”, i movimenti di utenti sordi,

ecc), i movimenti degli ex-psichiatrizzanti,

i gruppi di advocacy, le strutture di recovery ecc. Che si tratti di rivendicazione o di

contestazione, di protesta o di contrattazione, due condizioni sono imprescindibili per

chi pratica l’arte del governo:

qualunque atto enunciativo indirizzato a chi esercita il potere, a

(i) la conoscenza del regime di discorso entro cui tale atto potrà venir proferito, del contesto

enunciativo a partire da cui potrà prendere forma; (ii) la costituzione di sé come soggetti di

L’Archeologia del sapere L’ordine

veridizione. Alla prima questione Foucault ha dedicato e

Ogni atto di parola prende posto all’interno di una “figura costituita

del discorso. complessa”

dall’insieme de “le cose dette”, l’insieme degli enunciati che appartengono alla stessa

formazione discorsiva, la collezione degli enunciati che sono, agli occhi di Foucault, frammenti

di storia. Di qui la necessità di una storia dei discorsi, che costituiscono gli a priori del pensiero

e di tutti i saperi dell’uomo che trovano il loro suolo in un “campo discorsivo” formato da tutti

stabiliscono le condizioni d’uso quel che potrà venire

gli enunciati effettivi e dalle regole che

l’enunciato,

detto, chi potrà formulare le strategie e le pratiche a cui si potrà fare ricorso e le

scelte teoriche disponibili. Quelle regole sono il risultato di una serie di processi storici

determinati e descrivibili, frutto di decisioni e di scelte politiche, o meglio di lotte, vittorie, ferite,

All’interno dell’ordine del discorso non ci

dominazioni, servitù e che fan sì che ci sia dell'ordine.

sono universali, anzi si è di fronte ad un campo di dispersione retto da una serie di regolarità

(polizia degli enunciati) che presiedono alla produzione, selezione e circolazione degli enunciati.

Perché solo una parte di ciò che è enunciabile diventa "evento discorsivo",e a partire da quali

connessioni con altri discorsi, sulla base di quali montaggi, in relazione a quali campi preesistenti?

Gli enunciati ed i discorsi che li tramano, non sono la semplice superficie di traduzione o

espressione di realtà di condizioni sempre già date o persistenti, che si tratti delle cose e degli

oggetti, delle intenzioni o della volontà di coloro che tali parole proferiscono. Sono gli enunciati

stessi a rendere possibili determinati oggetti grazie allo spazio discorsivo che essi delimitano, a

istituire il posto in cui un locutore potrà collocarsi. Solo uno spazio di dispersione e discontinuità,

formato dagli enunciati considerati nella

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/03 Didattica e pedagogia speciale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher rioanna di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Modelli sociali della disabilità e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli o del prof Pizzo Ciro.
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