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Riassunto esame Modelli sociali della disabilità, prof. Pizzo, libro consigliato: Minority reports (2015). 1.La presa di parola-The capture of speech Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Modelli sociali della disabilità, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Pizzo Ciro: Minority Reports. Cultural Disability Studies, n. 1/2015. La presa di parola / The Capture of Speech. Gli argomenti trattati sono i seguenti:
1. La parola imprevista. Immagini di una dimensione parallela di speech act e linguistic turn. Ciro... Vedi di più

Esame di Modelli sociali della disabilità docente Prof. C. Pizzo

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LA PRESA DI PAROLA

LA PAROLA IMPREVISTA

Immagini di una dimensione parallela di speech act e linguistic turn

Ciro Tarantino

Prendere la parola presuppone l’inizio di un discorso, che l’abbia qualcun altro e che

presuppone

si voglia partecipare ad un discorso. Anche se le forme linguistiche ricalcano le forme sociali, la

parola resta una delle ricchezze nel sistema della proprietà moderna. Da tempo viene espressa da

un lessico economico permettendo agli scambi linguistici di svolgersi in un mercato in cui vige

l’autoregolazione, al patto di rispettare gli altri e di accordarsi con le volontà altrui. L’economia

politica rappresenta la scienza della comunicazione che si occupa dell’analisi dei rapporti di

produzione e riproduzione della lingua, le forme di circolazione, i modi di distribuire la parola ecc.

L’approvazione della parola, nel mercato dei beni simbolici, avviene volontariamente o

involontariamente. Volontariamente quando la parola viene ceduta o offerta, presa per induzione

o semplicemente acquistata; involontariamente quando la parola viene presa per sottrazione o con

un insieme di destrezza e violenza.

Di solito, le prese di parola sono eccessivamente ripetitive, come insegnano alcuni dibattiti

televisivi, ma una parte di esse è composta di parole inattese, rispetto al tempo e al luogo della loro

emergenza. Tra queste, inoltre, un piccolo insieme si caratterizza per essere imprevisto per tutti

questi elementi contemporaneamente. Spesso, in situazioni inopportune, dove e quando non deve

considerati “voci mai sentite” (il cui

accadere, prorompono atti di enunciazione improbabili,

avvento è stato scritto da Certeau 1994: 37), voci nuove, che pretendono di avere voce in capitolo

aprono un’altra dimensione

e di avere il riconoscimento di Essere di parola. Questi atti di parola

dello speech act e del linguistic turn, dove perdono la loro presunzione di innocenza diventando

formule estremamente concrete che ammettono solo un’interpretazione letterale.

Il paradigma di queste prese di parola è la parola di Hurbinek che Primo Levi incontrò

nell’infermeria del Campo Grande (lager di Auschwitz) e lo raccontò in La tregua. Hurbinek era

un nulla, un figlio di Auschwitz. Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non

sapeva parlare e non aveva nome: quel curioso nome, Hurbinek, gli era stato assegnato forse da

una delle donne, che aveva interpretato con quelle sillabe una delle voci inarticolate che il

piccolo ogni tanto emetteva. Era paralizzato, aveva le gambe atrofiche ma i suoi occhi e rano

vivi, pieni di richiesta, della volontà di scatenarsi, di rompere la tomba del mutismo. La parola

che gli mancava, il bisogno della parola, premeva nel suo sguardo con urgenza esplosiva.

Hanek, invece, era un ragazzo ungherese di quindici anni e passava metà delle sue giornate

accanto alla cuccia di Hurbinek. Era materno piú che paterno: sedeva accanto alla piccola

sfinge, gli portava da mangiare, gli rassettava le coperte, lo ripuliva e gli parlava in ungherese,

con voce lenta e paziente. Dopo una settimana, Hanek annunciava che Hurbinek diceva una

come “mass-klo” e“matisklo”. Diceva parole articolate, diverse tra

parola di loro ma che

L’ di Hurbinek si concentrava su un’unica

nessuno riusciva a capire. experimentum linguae

nata in un posto in cui era stata preclusa l’accessibilità alla

parola, articolata e indecifrabile,

parola. Una parola per quanto incomprensibile era immediatamente politica poiché era proprio

quell’attività <<che faceva sentire come discorso ciò che era inteso soltanto come ru more>>.

Questa parola che faticosamente si fa posto è politica , perché secondo Rancière, non vi era

politica perché gli uomini, con l’uso della parola, mettevano in comune i loro interessi. Vi era

politica perché venivano contati anche coloro che non dovevano essere considerati esseri parlanti,

ed istituivano una comunità mettendo in comune il torto, la contraddizione tra due mondi costretti

a condividerne uno solo: il mondo in cui si poteva e in cui non si poteva essere, il mondo in cui

sussisteva qualcosa tra loro e coloro che non li riconoscevano come esseri parlanti, e il mondo in

cui non c’era nulla.

Molte parole inattese non riescono a modificare l’ordine delle cose e delle parole in quanto non

hanno forza, abilità e fortuna; sono considerate “voci mai sentite” perché nuove e destinate a non

essere ascoltate, come le incisioni presenti sulle pareti delle celle nelle carceri inquisitoriali di

Palermo o come quei segni incisi da Giuseppe F. sulle lenzuola nel manicomio di Reggio Emilia.

Ma alcune delle parole impreviste che sfuggono alla polizia degli enunciati mostrano una

particolare efficacia: sono sovversive e sfruttano la <<grammaticalità>>; sono il risultato di una

competenza legittima che si produce grazie a condizioni sociali che permettono lo sviluppo di

competenza e legittimazione; sono i testi e i denti sepolti dai membri del Sonderkommando; sono

le parole di Giampiero Griffo che chiede diritti su un palco di Roma nel 1981; sono il racconto di

Roberto e Piero degli anni senza vita al Cottolengo ecc.

IL SILENZIO DELLA SERVITU’

Note su presa di parola, dir vero e democrazia in Michel Foucault

Mauro Bertani

Nel maggio del ’68, improvvisamente tutti iniziarono a parlare: gli studenti, gli operai, le donne

in strade, ovunque lo spirito di libertà ispirò nuove parole e nuovi discorsi, tutti erano

intenzionati a contestare l’ordine, l’autorità, i poteri costituiti, in nome dell’estensione dei diritti

e della lotta contro l’esclusione e la discriminazione. Ci furono diverse lotte prima del maggio

’68, definite da Michel Foucault come lotte “disperse”, determinate da intenzioni e volontà

eterogenee e irriducibili ad una matrice e ad un programma unitario. Ognuna di queste lotte

aveva i propri calendari e le proprie geografie, i propri problemi e le proprie strategie ed

avevano in comune l’urgenza di formulare degli enunciati capaci di spiegare il loro malessere,

l’incapacità di vivere in una determinata situazione. Enunciati che dovevano tradursi in

la rivendicazione di un diritto, l’esercizio di una protesta e la messa

enunciazioni per annunciare un’oppressione.

in atto di una sollevazione, per gridare un dolore o Enunciati che provenivano

dal mormorio immemoriale e senza tempo degli archivi, dai regesti di tutti i discorsi e tutte le

parole che erano state pronunciate negli anni precedenti.

Foucault, nella sua prima grande opera, diventata poi la Storia della follia, realizzò

“l’archeologia di un silenzio” per ritrovare le voci soffocate, riesumare le parole cancellate, e

che in ogni caso un’intera civiltà aveva da gran tempo smesso di ascoltare ed intendere,

di “un’antica sofferenza” di

dimenticandone le tracce negli archivi polverosi, negli archivi

migliaia di vite offese, murate per evitare che potessero alterare la città, disturbare altri

individui. Aveva intenzione di far riecheggiare quelle parole, di restituire quelle voci, e di

raccogliere quelle vite. Foucault aveva evidenziato che per far parlare anche solo per un istante,

la parola dei folli, sarebbe stato necessario un talento da poeta, capace di lasciar essere e

risuonare l'alterità propria di forme di vita e di linguaggio non aggioggiate ed assoggettate alla

norma del dire e del vivere corrente.

Un'alternativa a ciò poteva essere quella di appropriarsi delle parole incontrate nel corso

dell'attraversamento degli archivi della follia, parlando al posto degli individui e trasformandoli

così da soggetti dell'enunciazione in soggetti degli enunciati. Non a caso uno dei più grandi

insegnamenti di Foucault è stato quello di mostrare l'”indegnità” di parlare per gli altri o al

posto degli altri, ovvero di replicare la postura di tutti coloro che stabiliscono anche le

condizioni di possibilità dei discorsi, le loro modalità e i loro argomenti. Foucault, quindi,

rifiutava la posizione del "terzo" sopra le parti (in litigio o in lotta), di colui che "fa la legge",

in altri termini, rifiutava la figura dell'"intellettuale universale" ovvero del "maestro di vita",

del "Profeta che annuncia nuovi regni", del "dotto e della sua Missione", insomma di colui il

quale si arroga il diritto e il privilegio di enunciare la verità a cui gli altri dovranno conformarsi,

adeguarsi e assoggettarsi.

Restava, inoltre, una terza via: descrivere le formazioni discorsive, i sistemi di enunciati e gli

atti enunciativi, come parti integranti e costitutive di un campo di rapporti di forza, all'interno

del quale si definiscono statuti, funzioni e significati, ivi compresi quelli del dire di tutti i

soggetti implicati. Soggetti che cessano di essere concepiti come "dati di fatto", "oggetti sempre

già dati", "realtà naturali", e poi sostanze perennemente identiche a sé stesse, contrassegnate da

una certa essenza permanente e immodificabile. È sempre in una forma storica di relazione con

la ragione, variabile in base alle epoche e alle congiunture politiche e economiche, che la follia

e i folli, potranno venir definiti. La storia della follia comporta anche una storia dei modi in cui

le diverse culture e le diverse società l'hanno nominata, definita, riconosciuta, e poi

amministrata e governata. Il genitivo oggettivo condiziona quello soggettivo, e la stessa

Foucault, è in buona parte il prodotto degl’insiemi di processi

esperienza della follia, secondo

e dispositivi che hanno consentito la sequela storica dei diversi modi di oggettivazione di quel

mormorio sordo di prima della storia che è la follia, e che comunque ha consentito alle diverse

società e alle diverse epoche che si sono succedute di definirsi.

Alla fine del Medioevo iniziò a circolare la parola del folle come testimonianza vivente di altri

mondi, segno di contraddizione ed elemento perturbante che rimette in discussione le apparenze

e le certezze di questo mondo. Prima di diventare, all'inizio dell'età classica, parola insensata e

durante il “Grand Renfermement”,

vuota, rovescio negativo della ragione, la follia, si è

mescolata con soggetti sragionevoli e perturbatori dell'ordine, e da lì in poi è stata percepita

come fattore di sregolamento sociale e morale, come il suo linguaggio. Quando alienisti e

psichiatri decideranno di ascoltare quel linguaggio, sarà alla sola condizione di averlo

trasformato già prima che potesse iniziare ad articolarsi, in pletora di segni che rimandano ad

una struttura soggiacente (che si tratti di passioni ribelli alle regole, di danni cerebrali, di

alterazione dell’intelligenza e del pensiero ecc.) patologicamente connotata e di cui il

“linguaggio psicotico” è diventato il sintomo elettivo. La così una “malattia

follia diventa

mentale” ed i “poterei della sragione” saranno perduti.

In Il potere psichiatrico, Foucault mostra il carattere metamorfico e antagonistico delle nuove

forme di follia apparse nella seconda metà del XIX secolo, ad esempio con le rivendicazioni e

le provocazioni delle isteriche, con il loro linguaggio del corpo, capace di produrre una

superfetazione di segni clinici in forza dei quali i medici sono costretti a rimaneggiare i

volti al controllo e al disciplinamento. L’enunciazione isterica ha funzionato sia da

dispositivi

reazione parossistica e paradossale alle ingiunzioni dei medici e sia da principio attivo di

ridefinizione e ricodificazione degli enunciati della psicopatologia. Allo stesso modo ora

potrebbe intendersi l’improvvisa efflorescenza del linguaggio schizofrenico, fino al suo

ripiegamento radicale nell’autismo, di fronte all’intronizzazione definitiva dei grandi sistemi

diagnostici e nosografici di una psichiatria che inizia a prendersi per scienza consolidata, e di

fronte alla società della trasparenza, della confessione mediatica, dello scambio e circolazione

delle merci, a partire da quelle linguistiche.

Nella Nascita della clinica, Foucault aveva mostrato come la clinica moderna fosse nata

dall’apertura di “qualche cadavere”, ovvero il funzionamento del corpo si conosce mediante

l’esplorazione degli organi di un uomo morto, esattamente come lo psichismo degli uomini si

l’accumulo dei discorsi e dei saperi dell’uomo un tempo designato come folle.

conosce con

Aveva mostrato anche che il problema della salute avesse sostituito, nelle società moderne,

l’antico in seguito all’emergere del problema

problema della salvezza posto dal cristianesimo,

della sicurezza, del controllo e del governo delle popolazioni. La medicina è diventata la più

potente e performativa di tutte le forme di sapere contemporaneo, sia quando si è esercitata

all’interno dei grandi apparati degli Stati totalitari, sia quando è stata all’origine de lle

biopolitiche specifiche allestite all’interno del sistema Welfare State del dopoguerra, sia quando

si è tradotta nelle politiche sanitarie delle società neoliberali. Dai regimi alimentari alle pratiche

sportive, dai costumi sessuali alle riconfigurazioni della morfologia fisica, tutto ciò che viene

fatto non sfugge alla medicina il cui potere è sia quello riparativo post festum che normativo,

per quanto riguarda le competenze, le abilità, la capacità predittiva relativamente alle

vulnerabilità e suscettibilità di malattia. Tra le conseguenze di tale va rilevato lo spostamento

dell’antico normale e l’anormale, tra salute e la malattia, tale per cui la malattia

partage tra il

non è più una deviazione imprevista e accidentale rispetto ad una norma fisiologica, ma una

predisposizione che dipende dagli stili di vita, dall’obbedienza alle regole fissate dalla scienza

medica. Tutti diventano così responsabili del rispetto di quelle regole e delle forme di esistenza

associate, colpevoli delle eventuali scelte sbagliate e delle condotte irregolari, origine e causa

dell’insorgenza di una patologia. In tal modo si è “governo

stabilito un regime basato su un a

distanza”, tipico delle società neoliberali: se, come diceva Foucault, il motto delle società

liberali/neoliberali era “vivere pericolosamente”, nulla più della medicina contemporanea ha

sviluppato la propensione a tale forma di vita. Come hanno reagito le persone, malate e

suscettibili di diventarle, a tale fenomeno di diffusione del potere/sapere medico che ha avviato

il mondo a diventare “un grande ospedale”? com’è stata organizzata una qualche forma di

“resistenza” all’avvento di un regime enunciativo che tutti assoggetta alle norme del vero di

quel sapere? Foucault aveva tentato di affrontare tale problema affrontando la nascita delle

medicine alternativa oppure seguendo lo sviluppo dei diversi movimenti di contestazione della

medicina e della psichiatria (Groupe d’Information sur les Asiles, Groupe d’Inforation Santè

degli “uditori di voci”, i movimenti di utenti sordi,

ecc), i movimenti degli ex-psichiatrizzanti,

i gruppi di advocacy, le strutture di recovery ecc. Che si tratti di rivendicazione o di

contestazione, di protesta o di contrattazione, due condizioni sono imprescindibili per

chi pratica l’arte del governo:

qualunque atto enunciativo indirizzato a chi esercita il potere, a

(i) la conoscenza del regime di discorso entro cui tale atto potrà venir proferito, del contesto

enunciativo a partire da cui potrà prendere forma; (ii) la costituzione di sé come soggetti di

L’Archeologia del sapere L’ordine

veridizione. Alla prima questione Foucault ha dedicato e

Ogni atto di parola prende posto all’interno di una “figura costituita

del discorso. complessa”

dall’insieme de “le cose dette”, l’insieme degli enunciati che appartengono alla stessa

formazione discorsiva, la collezione degli enunciati che sono, agli occhi di Foucault, frammenti

di storia. Di qui la necessità di una storia dei discorsi, che costituiscono gli a priori del pensiero

e di tutti i saperi dell’uomo che trovano il loro suolo in un “campo discorsivo” formato da tutti

stabiliscono le condizioni d’uso quel che potrà venire

gli enunciati effettivi e dalle regole che

l’enunciato,

detto, chi potrà formulare le strategie e le pratiche a cui si potrà fare ricorso e le

scelte teoriche disponibili. Quelle regole sono il risultato di una serie di processi storici

determinati e descrivibili, frutto di decisioni e di scelte politiche, o meglio di lotte, vittorie, ferite,

All’interno dell’ordine del discorso non ci

dominazioni, servitù e che fan sì che ci sia dell'ordine.

sono universali, anzi si è di fronte ad un campo di dispersione retto da una serie di regolarità

(polizia degli enunciati) che presiedono alla produzione, selezione e circolazione degli enunciati.

Perché solo una parte di ciò che è enunciabile diventa "evento discorsivo",e a partire da quali

connessioni con altri discorsi, sulla base di quali montaggi, in relazione a quali campi preesistenti?

Gli enunciati ed i discorsi che li tramano, non sono la semplice superficie di traduzione o

espressione di realtà di condizioni sempre già date o persistenti, che si tratti delle cose e degli

oggetti, delle intenzioni o della volontà di coloro che tali parole proferiscono. Sono gli enunciati

stessi a rendere possibili determinati oggetti grazie allo spazio discorsivo che essi delimitano, a

istituire il posto in cui un locutore potrà collocarsi. Solo uno spazio di dispersione e discontinuità,

formato dagli enunciati considerati nella sola dimensione delle loro materialità e della loro

esteriorità di “cose dette” che hanno una data di emergenza e dei modi di produzione e

circolazione. Il che li rende delle pratiche dotate di precise regole di formazione e trasformazione,

che funzionano all’interno dell’insieme degli eventi della storia e responsabili

eventi dei processi

di oggettivazione.

Foucault ha isolato anche le procedure attraverso le quali ogni società controlla e seleziona le varie

forme e modalità, utili per produrre e far funzionare i discorsi, distinguendo meccanismi esterni di

controllo ed esclusione, e procedure interne di limitazione. Tra i meccanismi di esclusione si

che fa sì che non si possa parlare ovunque di qualunque cose; il

annoverano: l’interdetto, partage,

che separa la ragione e la follia; e il rigetto, che fa sì che la parola di alcuni soggetti risulta

l’opposizione

squalificata ed esclusa dalla circolazione. Infine, tra i più gravidi di conseguenze,

“volontà di verità” e di sapere: da questa

tra il vero e il falso su cui si è edificata la volontà si è

costituito il dispositivo di funzionamento del discorso in occidente, ovvero il dispositivo

impiantato su una norma del vero fondata sulla pretesa di avere una validità universale, attraverso

cui viene escluso tutto quello che è particolare, contingente e singolare, compresa la singolarità

stessa della volontà di verità. Foucault, a questo punto, cerca un modo per modificare il sapere che

ha prodotto i dispositivi e le procedure di oggettivazione degli individui. Infatti, secondo Foucault,

detta “soggettivazione”, che tenta di

esiste una pratica o una esperienza di resistenza, sfuggire alle

maglie di un potere che funziona sulla base del sapere, un sapere che presuppone e predispone un

è quello dell’etica.

determinato regime di discorso Foucault vi giunge, tra le altre vie, da un lato

gettando le basi per una incompiuta genealogia della nascita del soggetto di desiderio, e dall’altro

aprendo il cantiere sulla storia delle arti di governo, dalla governamentalità pastorale alla Ragion

di Stato degli inizi dell’età moderna, per giungere alle elaborazioni liberali e neoliberali.

Governare comporta qualcosa di più complicato del disciplinamento, della costrizione o

dell’esercizio della violenza; comporta che colui sul quale viene esercitata l’azione del governo

impari a sua volta a governarsi, che chi viene condotto divenga capace di condursi, perché, oltre

al comando di un’autorità, devono diventare

ad obbedire, gli individui devono piegarsi docili,

disciplinati ed orientati ad agire secondo i canoni previsti dalla razionalità governamente

del liberalismo e del neoliberalismo.

dominante. Tutto questo è evidente nell’analisi Nella società

l’azione dello

liberale, anche se limitata, Stato esiste: deve fare in modo che tutti possano

perseguire liberamente i propri interessi di individui proprietari, deve allestire tutti i meccanismi

di costrizione e/o interdizione destinati ad assicurare l’ordine e la sicurezza necessari

di controllo,

per la libertà del mercato, deve provvedere ai dispositivi che servono al controllo delle popolazioni,

alla formazione e all’addestramento della forza lavoro ecc.

La società neoliberale è completamente diversa da quella liberale perché istituisce un nuovo

regime di veridizione che ha come obiettivo quello di plasmare un homo oeconomicus destinato a

funzionare sulla base della libertà. Il neoliberalismo è dottrina della libertà essenziale del soggetto,

iscrive la libertà al cuore della condotta morale degli agenti socio-economici, rappresenta uno

specifico modo per esigere dagli individui che si costituiscano come soggetti dell’agire morale. La

soggettività neoliberale è dunque quella di un individuo che si concepisce e agisce come

“imprenditore di sé stesso”, gestore del proprio “capitale umano”, che dovrà valorizzare ad ogni

soglia di esistenza e di funzionamento, in un mondo concepito come un insieme di imprese,

ciascuna con il dovere di sviluppare capacità, abilità, produttività ecc. Il neoliberalismo ha

costruito una vera e propria identità, e attraverso essa un modo di guidare e regolare le proprie

condotte, informato al modello dell’economia di mercato applicata alla gestione del “proprio

capitale” (fatto di competenze e conoscenze, di patrimonio genetico, fisico, psichico, di saper fare

con il corpo e con la mente). Nascono quinid dispositivi destinati a rendere possibile questa forma

di assoggettamento, che passa attraverso una sembianza di soggettivazione che genera un tipo di

governo delle condotte che può far credere ad un individuo di essere libero. Ne deriva un regime

enunciativo che assume la forma della ripetizione stereotipata, sia nel discorso pubblico che

che assomiglia sempre più all’automatismo ecolalico. Governando sé stesso l’individuo

privato,

contemporaneo, la cui identità è stata fissata, può credere, in buona fede, di dire il vero e di dirlo

e proprio “atto di verità” attraverso il

su sé stesso. Nasce un vero quale al soggetto doveva dire la

verità su sé stesso, una verità che poi doveva essere raccolta, decifrata, trasformata, creando così

una forma di soggettivazione fatta di sottomissione, obbedienza e affidamento ad un Altro (ai

nostri giorni a raccogliere ciò è la psicologia). Per poter mettere in atto i processi di valorizzazione

del proprio capitale umano, il soggetto dovrà conoscere la propria verità, interrogarsi

continuamente per riuscire a decifrare sé stesso come luogo e superficie di apparizione della verità

che un Altro dovrà interpretare: scienziato, terapeuta, un coach o il pubblico. Una di queste

(accordata con il programma di valorizzazione della propria imprenditorialità e del proprio

“culto di sé” ossia

capitale) è costituita dal quella forma di presa di carico, promozione e

valorizzazione della propria soggettività. Tale culto corrisponde al vero e proprio pervertimento

dell’epimeleia comporta un’etica che si definisce in relazione alla capacità di “costruirsi

heautou e

una reputazione”, la quale determina poi la conquista di una determinata “posizione di mercato”,

a sua volta il frutto di un investimento della e sulla “totalità della personalità” dei soggetti-

che è

imprenditori. Diventano tali perché il valore del loro lavoro consiste nella capacità di incrementare

dell’uomo neoliberale

competenze, di ampliare abilità, di promuovere creatività. Il vero telos

consiste nella capacità di dotarsi di uno “stile di vita” (vero “capitale sociale e culturale) che

capace di creare “ambienti” positivi,

costituisce il nuovo sfondo morale invocato come valore

in cui ciascun “imprenditore di se stesso” possa

relazioni affettive, collaborazioni solidali,

prendere parte attiva alla creazione di una comunità da cui desumere significati condivisi, da cui

ricavare criteri per trasformare sé stessi e gli altri, intorno a progetti e finalità destinati a

corroborare l’identità dei soggetti impegnati nell’impresa.

Associare “valori” per la formazione di un plus-valore a cui sono chiamati i soggetti neoliberali,

la cui potentia enunciativa viene ricondotta ai processi di produzione e riproduzione di un capitale

umano fatto di brand, marketing, consumi sociali, media, peculiari dell’era di Internet e di pratiche

Open Source, e che rivendicano l’esercizio di una razionalità dotata di valori capaci di porre in

essere un capitalismo “etico”, in cui essere tutti felici. Una felicità che è stata trasformata, a partire

dal momento che la soggettività, e con essa il suo benessere, sono diventati uno dei territori di

grazie all’aiuto di tutta una gamma di discipline,

esercizio delle politiche economiche neoliberali,

saperi, apparati volti ad assicurare il governo delle condotte e la riduzione delle patologie sociali

e delle nuove forme del disagio sociale. Governi ed imprese, sempre più, si dedicano a misurare il

tasso di “Felicità nazionale lorda” destinato a trasformare gli affetti, le emozioni, i desideri in vere

e proprie risorse per il mercato, il marketing, la finanza e il controllo politico. Esistono anche le

tecniche di ricerca per quantificare la misura della felicità, o quelle destinate all'organizzazione

degli spazi di lavoro, o quelle destinate a consentire la commercializzazione dell'intimo e dei

sentimenti più privati, o quelle destinate ad alleggerire il malcontento sul posto di lavoro. Tutto

ciò ha come scopo quello di monitorare, rappresentare e controllare la totalità dell'esistenza umana.

Più che felici si è soddisfatti perché immersi in una rete di dispositivi volti ad intervenire sulla

società affinché i meccanismi del mercato svolgano un ruolo regolatore garantendo equilibrio ed

efficienza; soddisfatti di non dover compiere il lavoro necessario per prendere parte all'agone

politico. Si è soddisfatti però senza scoprire la volontà di assoggettamento presente in quelle regole

e in quei giochi, senza scoprire che le parole sono l'eco indistinta della neolingua creata dalla vox

mercatoria. Con la conseguenza di produrre soggetti che, fatto proprio il programma di diventare

dell’ultima sostanza psicotropa immersa sul

imprenditori di sé stessi, si scoprono alla mercè

mercato farmacologico, dell’ultimo dispositivo medico-sportivo e dell’ultima psico-tecnica; si

scoprono incapaci di padronanza di sé stessi, di responsabilità reale delle proprie scelte e di una

parola vera e libera.

Ciò era quanto aveva perseguito il mondo antico e tardo antico: Foucault non ha mai cantato, come

Heidegger, le lodi del “ritorno delle origini”, né, come Hegel, mai pensato che si trattasse di

quell’esperienza di pensiero. un “differenziale” con cui

riattivare Riteneva che esso rappresentasse

bisognava fare i conti perché aveva problematizzato una serie di questioni, di temi, il cui mancato

affrontamento pesa sull’esperienza nostra di soggetti e sul funzionamento delle nostre forme di

vita, a partire dal nostro linguaggio e dalle nostre capacità di essere non solo agenti della ripetizione

degli enunciati, bensì anche attori di un’enunciazione vera. Quali sono le condizioni di possibilità

un’interrogazione

di tale enunciazione? I greci, secondo Foucault, avevano sviluppato

da Foucault “spiritualità” e

gnoseologica ed epistemologica e una riflessione, chiamata riformulata

nei termini di un’indagine sulle condizioni la filosofia fa “la prova della sua propria realtà”,

con cui

ovvero non si limita ad essere logos, ma diventa ergon.

Foucault ha cercato di spostare l’asse dell’indagine sulla verità dall’ontologia, dall’epistemologia

e dalla logica, per ricollocarla nell’etopoietica e l’aleturgia allontando la questione della

filosofica

soggettività dall’indagine dedicata alla riflessione su un soggetto che era stato

Foucault ha avviato l’analisi

intronizzato a titolo di fondamento della verità. Per questo motivo,

attraverso l’analisi delle tecnologie in cui

delle variazioni, delle trasformazioni della soggettività,

dall’esercizio ermeneutico che si svolge nel

si è trovata bloccata la soggettività: setting analitico

delle peripezie esposte nelle aule dei tribunali, dalle interrogazioni svolte nelle celle o nei

manicomi, fino alla confessione tariffata auricolare nata nei cenobi. In queste situazioni, vi era

un’estorsione di una verità che mirava allo stabilimento, alla restaurazione, alla ricostruzione di

un’identità conferita al soggetto, passando attraverso un Altro. Di contro a questa esperienza della

soggettività nei suoi rapporti con la verità, Foucault ha provato a “riesumare” la spiritualità,

ristabilendo i diritti dell’ascesi, ovvero delle procedure, delle esperienze di trasformazione di sé da

parte di un soggetto chiamato a compiere su di sé le operazioni previste dai vari programmi di

prova, viste come condizione preliminare per accedere alla verità. Prove ed esperienze che valgono

come “differenziale”: con esse non si era cercato di introdurre una forma di soggettività ormai

perduta, ma di dimostrare come accanto alla via regia della “confessione” fossero state possibili

altre via, come la cura sui. Tutte le varie tecnologie indagate (addestramento, resistenza ecc.) da

Foucault nel mondo antico e tardo antico miravano a conferire al soggetto una forma ed un piano

di consistenza eminentemente etici, senza l’intensione di dare sostanza ad una struttura psicologica

soggiacente e preesistente. Il loro scopo era quello di addestrare un soggetto per renderlo capace

di azione, politica, chiamandolo ad assicurare il dominio e la padronanza di sé e preparandolo a

realizzare una forma di vita adeguata alle circostanze, al momento e al contesto politico.

Secondo Foucault, la parresia era stata il luogo e la modalità elettiva di tale capacità ed era legata,

nell’esperienza greca, alla democrazia. Senza la pratica della parresia, del parlar franco, del

coraggio della verità, la democrazia si degenera e si corrompe; occorre, quindi, che qualcuno

prenda la parola per tentare di persuadere gli altri, di guidarli e governarli, ma facendo correre dei

pericoli alla struttura della democrazia vigente, agli assetti politi della società. Il parresiata è colui

che introduce un principio di inquietudine e di perpetua rimessa in discussione della democrazia,

impedendole di compiacersi, di lasciarsi dominare dalla retorica, dall’adulazione e dalla lusinga.

Alla democrazia ateniese appartiene il “dir vero politico” che designa la presa di parola di chi,

anche se riesce ad esercitare un ascendente sugli altri e a far valere il proprio punto di vista sul

bene pubblico, lo fa a rischio poi di vedere i suoi concittadini rivoltarsi contro, se non è riuscito ad

Di essere lui stesso all’origine

educarli. di un qualche pervertimento del dir vero e la stessa parresia

“Il gioco parresiastico”, per Foucault,

può trasformarsi in parola vuota, chiacchera, menzogna.

implica il coraggio e la decisione di dire la verità, non è consentita nessuna menzogna, inganno o

lusinga, e chi proferisce la verità deve essere concentrato sul presente e non deve profetizzare il

futuro. Vi è la necessità di differenziare eticamente il dire libero e vero di chi aspira a governare

la città, contro il rischio che si provochi una degenerazione della parresia. Vanno in questa

direzione gli sforzi di Socrate, degli stoici e dei cinici. La parresia di Socrate mira a trasformare

colui al quale essa si rivolge attraverso il richiamo ad occuparsi di sé, anche a rischio della vita.

Prendendo spunto da Socrate, Foucault dimostra che la parresia è anche una forma di vita

caratterizzata dalla decisione di assumere il rischio di perdere la vita affrontando e sfidando il

potere, di contravvenire all'ordinamento della città e di rimetterne in discussione le assise. In

questo modo la volontà di dire il vero si riversa in una condotta da cui risplende la verità, ovvero

l'ethos diventa una manifestazione effettiva e visibile della verità. Socrate, inscrivendo la parresia

dell'epimeleia seautou, fa della propria anima la superficie su cui incide la verità, ed insieme ad

essa realizza un ethos che lo rende capace di affrontare la messa alla prova di sé stesso nel reale,

di trasfigurare sé stesso nell'atto in cui trasforma il reale. In Socrate prende il via anche il processo

destinato a condurre al bios ed al problema di come dare all'esistenza una forma conforme al

discorso vero che si tiene; a una modalità di vita che traduca gli enunciati veri, all'interno di una

relazione circolare tra dimensione aleturgica e etopoietica in cui l'ethos si prolunga in parresia e la

parresia orienta e plasma il modo di vivere. È una via che non abbraccia la conoscenza di sé e la

scoperta del divino come fondamento trascendentale della nostra verità, ma abbraccia il piano

d'immanenza dei nostri atti, del nostro modo di vivere, governato dalle diverse forme di razionalità

che le diverse circostanze dell'esistenza rendono necessarie. Un piano che Foucault aveva definito

“estetica dell’esistenza” in cui il della conquista della libertà e dell’autonomia

telos è quello che

potrà avvenire solo nella forma di una salvezza realizzata grazie all'accordo tra perfezione, bellezza

dell'esistenza, e vera vita.

Il caso di Socrate rappresenta la verifica in corpore vili dell'impossibilità di far coesistere governo

democratico, giustizia e verità, che ha causato la fine della parresia politica e l'inizio di quella

filosofica. La parresia filosofica è psicagogica, guida gli altri alla cura di sé e della verità ed è

legittimata a farlo grazie alla corrispondenza che il parresiasta stabilisce tra il proprio

da cui scaturisce una veridizione fondata sull’accordo, nel

comportamento e la verità, bios, tra

ethos e logos, tra discorsi che determinano le azioni ed azioni che manifestano la presenza della

deve “provare” la verità e solo

verità. Il bios deve diventare bios alethes, il soggetto così può

intervenire sulla vita degli altri e della città, affinché scoprano la necessità di occuparsi della verità,

l’unica possibilità per condurre una vita vera.

Invitare a realizzare un accordo tra vita e verità è un compito difficile, che implica che Socrate si

faccia permanente “principio di inquietudine” capace di reggere la sua propria, di inquietudine, di

fronte alla morte. Questa è l’estetica dell’esistenza, ossia sforzo per dare forma al bios in grado di

manifestare la verità durante il corso dell’esistenza; ossia tensione a far sì che la vita sia il luogo

di un lavoro di trasformazione e trasfigurazione di sé attraverso cui manifestare la verità, e a far sì

che la verità divenga ciò che dà forma alla vita, anche a costo della vita stessa. La vita è prova,

sottomissione di sé stessi alla prova del logos e solo così si può render ragione di sé, render conto

del modo in cui si vive e mostrare la relazione che si trattiene col logos. Solo così la verità

consentirà di elaborare e di vivere secondo la verità. la seconda parte del corso (1984) è rivolta

Per i cinici, invece, quello della verità è un problema di bios philosophikos, ovvero di una vita che

diventando “vera vita”, e cioè una

manifesta la verità attraverso la forma conferita alla vita stessa,

vita nella verità e una vita per la verità, tentativo realizzato nel corpo vivente della propria esistenza

di accordarsi con la verità e invito rivolto agli altri di accordare la propria esistenza alla verità. I

cinici traducono l'esigenza socratica nella forma della protesta, della ribellione, della

rivendicazione nei confronti dei governanti, della città, degli altri uomini, di una parresia intesa

come libertà di azione, di vita e di parola. Per i cinici si tratta di porsi sulla linea che sta tra

dall’uomo e

l'accettazione della necessità dell'ordine del mondo e di un destino che non dipende il

rifiuto di ciò che impedisce agli uomini di vivere una vita di verità e di far fare al pensiero la "prova

di realtà", rappresentata dalla vita stessa nella sua concretezza, materialità, bassezza, che riduce la

questione del dire all'agire, del discorso vero al vivere nella verità, del valore delle rappresentazioni

al modo in cui le si realizza. I cinici non cercano di assicurare la distanza tra soggetto, pensiero,

condizioni oggettive dell'esistenza ma di fare la prova permanente del pensiero in atto, di

combattere le parole vuote attraverso l'uso delle parole come armi e di mettere in atto gesti,

pratiche, forme di vita capaci di essere viste come manifestazione e scandalo della verità. Mentre

le scuole creavano le norme, le convenzioni, i costumi, nomoi di origine politica, religiosa o

sociale, i cinici riducono gli obblighi delle norme, riducono la vita/verità nella sua

struttura/manifestazione elementare. Tale riduzione viene effettuata sul piano degli atti, dei gesti,

delle pratiche, destinate a rovesciare e dichiarare guerra alla filosofia. Quello che conta per il cinico

è lo sforzo di riprendere e trasformare le norme comuni e le esigenze più evidenti e condivise, di

cui esso stesso tenta di distillare le verità, riducendola a ciò che è utile alla pratica della cura di sé,

posta a sua volta al servizio del mondo, ma trasformando in scandalo e provocazione ciò su cui

tutti gli uomini si accordano. Il cinismo, per Foucault, costituisce una modalità radicale di

traduzione dell'aletheia nel bios: non viene più stabilita una corrispondenza tra le prescrizioni della

verità e i caratteri del proprio comportamento, non viene stabilita una correlazione tra soggetto e

verità come avveniva nella cura di sé stoica. Il cinico mette in atto nei suoi gesti e comportamenti

quel che pensa e quello che enuncia come verità, ma al contempo, in quello e con quello che dice

non si limita ad enunciare la verità, ma compie degli atti di interrogazione, contestazione,

aggressione, radicalizzando e portando alle estreme conseguenze il movimento della parresia

filosofica.

Da un lato, il filosofo cinico tenta di attuare la propria condotta di vita, i principi del bios

philosophikos, di realizzare una perfetta corrispondenza tra il vivere e il filosofare, di fare del

discorso la superficie da cui traluce il contenuto di verità, fino a rendere il primo superfluo, poiché

il vero si manifesta direttamente nella vita, negli atti e nei comportamenti del soggetto. Accanto al

bios alethes, il dir vero del civico funzionerà come ricusazione delle supposte verità del mondo,

degli uomini, dei valori politici e morali considerati ovvi ed evidenti, e richiamerà ad un'altra

verità, capace di dar vita ad un altro modo di vivere. Facendo/dicendo apertamente quello che tutti

fanno/dicono di nascosto, i cinici denunciano la separazione tra bios e logos e mostrano agli uomini

la capacità della verità di intervenire nella vita e di trasformarla. Il cinismo mostra che, se vorrà

diventare vita di verità, la vita non dovrà esitare di fronte a nulla, non dovrà temere di sconvolgere

ordini, valori e norme. Cercando di far sì che le norme del vero trapassino nel bios e che i logoi

diventano erga, la verità cambia, assume un volto mostruoso che dà luogo a tutta una serie di

fa l’esperienza di una libertà e di un’indipendenza assolute che diventano

ambiguità. Il cinico

elemosina e schiavitù, vive in assoluta conformità alla legge della natura, rende la regola della

propria vita quella dell’animalità e pratica un’autosufficienza e una padronanza di sé che si erge

come l’autentica sovranità, fatta di derisione e miseria.

A questo punto il cinismo pone all’antichità una domanda, simmetrica a quella che avrebbe

inaugurato l’interrogazione metafisica di Platone: “la vita, per essere veramente la vita di verità,

non dovrà forse essere una vita altra?”. Platonismo e cinismo sarebbero così alle origini del

fondato sull’"esperienza

movimento metafisica del mondo" e del movimento che ha a che fare

con la "esperienza storico-critica della vita". Portando al culmine la filosofia, il cinismo avrebbe

svolto una sorta di funzione critica ed insieme una sorta di missione, quella della testimonianza

della verità, attraverso cui avrebbe esortato gli uomini ad abbandonare una vita iprontata alla

dell’epimelia.

non verità per intraprendere il cammino Mostrando la verità con la propria vita,

la propria condotta, i cinici avrebbero realizzato la forma più radicale di parresia, quella che

più ogni altra metterà in questione i rapporti tra soggettivai e verità, verità che non è più

un'etica del’armonia

chiamata a fornire ordine, disciplina, attraverso cui dar vita ad e della

corrispondenza tra azione e discorso, bios e logos, ma a mettere alla prova la vita, a fare bios il

punto di manifestazione più intenso a radicale dell'aletheia, che diventa puro evento, irruzione

dell'inattuale nel presente, scandalo e sollevazione, in una relazione consustanziale e necessaria

con il rischio e il pericolo, laddove il coraggio cessa di essere un'attitudine virtuale e si

trasforma in postumi condotta e verità fisica.

Inoltre, bisogna riflettere sul legame che unisce atto dell'enunciazione, verità e libertà. È proprio

l'esistenza/insistenza della libertà a far sì che possano costituirsi e consolidarsi relazioni di

potere: senza libertà non vi sarebbe, per una relazione di potere, necessità di stabilirsi e

possibilità di esercitarsi in maniera efficace; non vi sarebbe alcuna azione di governo e

conduzione di sé e degli altri, in assenza di verità, di sapere vero. Per poter approfondire la

correlazione tra potere e resistenza, ipotizza una sorta di primato della resistenza, di

antecedenza della libertà, di efficacia della verità, viste come i fattori che inducono il potere a

trasformarsi grazie alla loro capacità di modificare ed alterare il campo di forza della loro

relazione, Foucault apre un nuovo cantiere quello della governamentalità. Il problema centrale,

nelle società contemporanee, è quello di assicurare processi di normalizzazione e bio-

regolazione delle popolazioni, di rendere possibile il controllo biomedico e sanitario del corpo

sociale nel suo insieme, di investire gli individui che ne fanno parte nella loro singolarità. Di

fronte al versante globale e molare, ne sussiste quello individuale ed individualizzante, che

concerne l'individuo, la sua libertà, le strategie messe in atto da ciascuno per assicurare il

controllo di sé e della propria condotta e per intervenire sulla condotta degli altre, le azioni che

gli individui progettano e compiono per agire su di sé e sulle azioni degli altri, in vista del

“capitale

rafforzamento e potenziamento del proprio umano”. In questa prospettiva, la

governamentalità non si riduce ai soli dispositivi di sovranità-sorveglianza-sicurezza, ma

concerne il governo e le tecniche di sé e ciò implica il riferimento a soggetti liberi, alla

singolarità di individui capaci di decisione, scelta, azione.

Il campo dell'azione sull'azione è strutturato secondo un duplice fronte. Da una parte, la

governamentalità appare come l'insieme delle tecnologie per mezzo delle quali dei soggetti

liberi vengono assoggettati intervenendo sulla loro libertà, investendoli in modo da ottenere la

loro attiva partecipazione al processo destinato a renderli soggetti docili ed obbedienti.

Dall’altra, invece. emerge una modalità contraria della govemamentalità, quella che dà luogo

alla "cultura di sé. Con la riscoperta di tutti questi modi di vita, Foucault ha probabilmente

cercato di dimostrare che la filosofia può essere un'attività che discende dall'attitudine al dir

vero che suppone il coraggio di chi propone una verità che vale unicamente in relazione

all'enunciazione di chi in tale atto si impegna, e che comporta la contestazione nei confronti del

potere politico; implica che ad esso si chieda conto della sua legittimità a governare ma esige

anche, da parte di chi compie tale enunciazione, un lavoro costante di trasformazione di sé.

Insomma, la lunga indagine genealogica sviluppata da Foucault non comporta l'analisi delle

condizioni trascendentali della verità e della libertà, bensì il ricorso ad un’etopoietica, ad

un'estetica dell'esistenza, al fine di rendere possibile un dir vero coraggioso capace di produrre

“presa

effetti politici ed etici. Foucault ci lascia come lezione: legare ogni di parola” prima di

“lavoro di

ogni enunciazione, nel reticolo di enunciati che la precedono e la determinano, a un

sé”; vincolare ogni atto di enunciazione allo sforzo di costituirci come soggetti etici e politici.

A determinare la verità di quello che faremo o diremo non sono la nostra posizione o

condizione, ma è la decisione di assumerci la responsabilità dei nostri atti, verbali e non, la

decisione di scegliere un campo piuttosto che un altro, la decisione di compiere un atto guidato

dalla sola regola del vero e dal solo principio della libertà che comporta la messa in gioco

radicale di noi stessi, al prezzo della vita stessa. Ridiventando così, nell'universo della

comunicazione, nel tempo della menzogna e dell'inganno elevati a norma del dire, in modi

da inventare, “parresiasti",

nuovi e ancora tutti se non vogliamo finire condannati a quello che

una volta Foucault aveva chiamato "il silenzio della servitù".

IL MOVIMENTO DELLE PERSONE CON DISABILITA’ IN ITALIA

Quadro storico 1915-1970

Giampiero Griffo

1. Dalla Prima guerra mondiale alla Seconda guerra mondiale

L’attenzione alle persone disabili è stata rivolta nel periodo successivo alla Prima guerra mondiale che

produsse un elevato numero di feriti e reduci feriti da eventi bellici a cui, ogni stato coinvolto nella

guerra, dovette riconoscere la dedizione alla causa patriottica e risarcire il sacrificio per la patria. In

1

Europa, il primo ad introdurre il risarcimento agli invalidi del lavoro fu Bismark e da lì nacquero le

pensioni di guerra e i sistemi di valutazione e accertamento dai quali sono stati definiti gli attuali sistemi

basati sulle percentuali di invalidità. Nacque così la retorica degli eroi di guerra, che insieme agli

invalidi del lavoro rappresentavano il primo fenomeno di riconoscimento di un ruolo sociale delle

persone con disabilità. Nacquero in tutta Europa i primi sistemi di assessment basati sull’esigenza di

definire una soglia di accesso a benefici e provvidenza, piuttosto che valutare le capacità e i bisogni di

sostegno all’inserimento di queste persone. In particolare nacquero le prime istituzioni pubbliche di

2

assistenza e le prime associazioni di reduci ; iniziarono ad esserci riconoscimenti del valore delle persone

nacque l’idea che queste persone “imperfette”

3

e del rispetto dei loro diritti e, contemporaneamente,

. La “banalità del male”

4 5

potessero infettare la società , degli orrori della istituzionalizzazione e della

segregazione in luoghi speciali, che cancellava dalla società i disabili, non reduci di guerra, ha rappresentato

per secoli, e è ancora in molti paesi la scelta prevalente e il destino di quei cittadini a cui venivano negati

gran parte dei loro diritti. In Italia, nel periodo tra le due guerre mondiali, oltre alle organizzazioni dei reduci

e dei mutilati di guerra, nacquero le prime organizzazioni per le persone con disabilità (persone cieche,

6

sorde o infortunate sul lavoro) , chiamate associazioni storiche: esse hanno garantito la nascita delle

categorie di invalidità ed hanno influenzato per decenni le legislazioni nazionali, facendo corrispondere

misure e provvidenze a determinare cause e tipologie di invalidità, creando disparità di trattamento che

. Da ricordare è la nascita della prima associazione fra “invalidi civili” (Bologna,

7

esistono ancora oggi 8

1939) che venne sciolta dal fascismo per adunanza sediziosa .

Otto von Bismark, cancelliere prussiano, nel 1883 istituì l’assicurazione contro le malattie, nel 1984 quella contro gli

1.

infortuni e nel 1889 realizzò un progetto di assicurazione per la vecchiaia (Taylor 1988; Clodfelter 2001).

2. ANMIG, Associazione nazionale fra mutilati ed invalidi di guerra, fondata il 29 aprile 1917 e riconosciuta con decreto del

Prefetto di Milano il 25 giugno 1917; Associazione nazionale fra mutilati ed invalidi di guerra (1918); Opera nazionale per la

protezione e l’assistenza degli invalidi della guerra (1964); Galeazzi (1915); Foscanelli (1933); D’ Ancona (1916); Levi (1917);

Conferenza interalleata per gli invalidi di guerra (1919) ecc.

Significativo è stato il lavoro di Maria Montessori in Italia per l’inclusione scolastica e per la riabilitazione delle perso

3. ne

con la disabilità, cfr. De Giorgi (2012) e Hogger Fresco (2007).

T4 che sperimentò l’Olocausto degli ebrei dapprima sulle persone

4. Il riferimento era alle atrocità del nazismo con il progetto

con disabilità, cfr. Horsinga (2008); Pulling down. La memoria degli altri (2008); Tregenza (2006); Friedlander (1997); Consoli

(1991) ecc.

5. Si vedano le considerazioni di come gli istituti possano considerarsi luoghi che violano i diritti umani delle persone con

disabilità sviluppate in un seminario internazionale organizzato dall’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite

(2007).

6. Unione italiana ciechi (Genova, 1920); Federazione italiana delle associazioni fra i sordomuti (1922); Ente nazionale dei sordi

italiani (1934); Associazione nazionale fra i lavoratori mutilati e invalidi del lavoro (Milano, 1933).

7. La persona cin condizioni di disabilità poteva avere differenti provvidenze economiche, secondo la tipologia e la causa della

disabilità, anche se le condizioni psicofisiche erano analoghe.

Il primo tentativo di creare in Italia un’Associazione fra invalidi civili fu fatto a Bologna, nel 1939, grazie a Giordano Bruno

8.

Guidi e ad una quarantina di persone che, come lui svantaggiate per un handicap fisico, desideravano dare vita ad un gruppo

organizzato, presumibilmente risolto alla difesa dell’assetto lavorativo nel quale operavano. L’iniziativa di Guidi fu così poco

da essere stata sciolta e accusata di “adunanza sediziosa”.

apprezzata

9. Dalla Seconda guerra mondiale agli anni ‘60

2.

Nel secondo dopoguerra, le persone con disabilità ricevettero maggior attenzione e, grazie alle legislazioni

e creata la categoria di “invalidi civili”, costituita da persone

presenti, fu allargata la platea dei beneficiari

con disordini genetici, affette da malattie e colpite da un qualsiasi tipo di incidente. Fu inserito nella

Costituzione italiana l’articolo 38 9 che garantì il riconoscimento dei loro diritti e riconobbe che una

causare uno svantaggio sociale. L’articolo 3, invece, fu

minoranza fisica, psichica o sensoriale potesse

inserito per affermare la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, eliminare gli ostacoli economici e sociali che

impedivano lo sviluppo della persona e la partecipazione di tutti lavoratori all'organizzazione politica,

economica e sociale del Paese; questa legge nacque tenendo conto delle persone con disabilità che

rientravano tra i cittadini con particolari “condizioni personali e sociali”. Negli anni ’70 e ’80, con

l’approvazione delle leggi 118/71 e 18/80 , fu superato l’aspetto pietistico e caritatevole delle legislazioni

10

e fu riconosciuta la condizione di svantaggio sociale vissuta da questi cittadini. Precedentemente, negli anni

’50 e ’60, nacquero 11 12

numerose associazioni: Aias e Anffas nate per occuparsi della disabilità intellettiva

13 14 15

e del loro trattamento; Uildm o Aism nata per lo studio delle malattie genetiche progressive; Anmic

16

nata, grazie ad Alvido Lambrilli , per tutelare i diritti.

10. Articolo 38: Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento

e all'assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di

vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. Gli inabili ed i minorati hanno

diritto all'educazione e all'avviamento professionale. Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed

istituti predisposti o integrati dallo Stato. L'assistenza privata è libera.

11. Legge 30 marzo 1971, n. 118 "Conversione in legge del D.L. 30 gennaio 1971, n. 5 e nuove norme in favore dei

mutilati ed invalidi civili” è la prima legge- quadro sulla materia, occupandosi di assistenza sanitaria, centri di

riabilitazione, ricerca e prevenzione, personale ed educatori, pensioni, addestramento ecc. Legge 11 febbraio 1980, n.

18 "Indennità di accompagnamento agli invalidi civili totalmente inabili", introduce il concetto di svantaggio sociale,

riconoscendo l’idennità “al solo titolo di monoranza”.

12. Aias (Associazione nazionale assistenza spastici, nata a Roma il 24 novembre 1954) prese vita grazie a un

gruppo di genitori di bambini con paralisi cerebrale infantile che, dopo aver preso conoscenza delle iniziative

associative negli Stati Uniti e in Gran Bretagna e dopo aver constatato la carenza di strutture pubbliche, sentirono

l’esigenza di attivare in Italia un’associazione in grado di prevenire e curare i problemi legati alla paralisi cerebrale

infantile. Tra i dirigenti si annoverano Adelaide Colli Grisoni, Orazio Malaguzzi Valeri, Radio Save, Giancarlo

Pennisi ecc.

13. Anffas (Associazione nazionale famiglie dei fanciulli minorati psichici) nacque a Roma nel 1958 grazie ad

un gruppo di genitori e la portavoce Maria Luisa Ubershag Menegotto.

14. Uildm (Unione italiana lotta alla distrofia muscolare) nacque nel 1960 a Trieste, il vero motore che portò

alla nascita dell’Associazione fu Federico Milcovich.

15. Aism nacque il 16 dicembre 1967, attraverso una riunione di genitori a Roma, promossa da Giorgio Valente

e sua moglie Bianca Maria Merini, e il 20 marzo 1968 venne costituita legalmente per rappresentare i diritti e le

speranze delle persone con sclerosi multipla.

16. Anmic nacque nel 1956 a Taranto e si battette per gli interventi assistenziali e i diritti, divenendo un esempio

di rappresentanza delle persone con disabilità all’interno della legislazione italiana. Nel 1960, per varie

di capacità

vicissitudini, da questa associazione nacque Lanmic per poi ridiventare Anmin nel 1965.

17. Alvido Lambrilli nacque a Magliano in Toscana nel 1920. Tecnico ortopedico che, grazie al suo talento, riuscì a

compensare la mutilazione del suo arto inferiore ed alcuni dei suoi brevetti nel settore dell’ortopedia furono venduti

negli Stati Uniti. Nel 1956 fonda Anmic, nel 1960 fondò il mensile <<TN Tempi Nuovi>> e nel 1980 fondò Airri

(associazione italiana riabilitazione reinserimento invalidi). Fu vicepresidente e segretario della Fitimic, presidente

della Federazione tra le associazioni nazionali dei disabili (Fand), cui fanno capo Anmin, Uic, Ens, Enms e Anmil, e

nel 1994 il presidente della Repubblica Scalfaro lo nominò “Commendatore al merito della Repubblica


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rioanna

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9 mesi fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Modelli sociali della disabilità, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Pizzo Ciro: Minority Reports. Cultural Disability Studies, n. 1/2015. La presa di parola / The Capture of Speech. Gli argomenti trattati sono i seguenti:
1. La parola imprevista. Immagini di una dimensione parallela di speech act e linguistic turn. Ciro Tarantino
2.Il silenzio della servitù. Note su presa di parola, dir vero e democrazia in Michel Foucault. Mauro Bertani
3.Il movimento delle persone con disabilità in Italia, Quadro storico 1915-1970. Giampiero Griffo
4.Sit-In. Testimonianze femminili della disabilità in Italia. Alessandra M. Straniero
5.Rosanna Benzi e << Gli altri>>. Note di redazione. Lavinia D’Errico
6. John F. Nash JR. Traiettorie e campi.Alfredo Givigliano
7. Scripta Selecta. Franco Bomprezzi


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
Docente: Pizzo Ciro
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher rioanna di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Modelli sociali della disabilità e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Pizzo Ciro.

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