MODELLI E STRATEGIE DI VALUTAZIONE DELLE
COMPETENZE
“COSTRUIRE, VALUTARE, CERTIFICARE COMPETENZE.
PROPOSTE DI ATTIVITA’ PER LA SCUOLA” (di Roberto
Trinchero).
Introduzione
1. Perché formare per competenze?
Le recenti riforme hanno posto la nozione di competenza come
criterio regolativo fondamentale del sistema di istruzione,
introducendo la Certificazione dei saperi e delle competenze
acquisiti dagli studenti al termine dell’obbligo di istruzione.
L’adozione del criterio della competenza impone un netto
cambiamento del modo di concepire la formazione scolastica. Per
molti anni “scuola” e mondo della “vita quotidiana” sono stati
percepiti come ambienti interrelati ma separati: gli allievi
apprendevano a scuola i saperi che sarebbero serviti per la loro
vita quotidiani di cittadini e di lavoratori. L’assunto di base su cui si
reggeva il sistema era che, se un ragazzo ha realmente compreso
quanto gli è stato spiegato a scuola, automaticamente saprà
applicarlo in futuro alle situazioni di vita quotidiana.
Tuttavia, a partire dalla fine degli anni ’80 riflessioni teoriche ed
evidenze empiriche hanno portato a mettere in discussione questo
assunto, tanto da far parlare di inadeguatezza della scuola nel
fornire risposte soddisfacenti alle necessità educative delle
generazioni odierne.
Fra le tante riflessioni degli autori che si sono occupati del
problema possiamo citare Howard Gardner, il quale affermava che
“anche gli studenti meglio preparati e dotati di tutti i carismi del
successo scolastico, non mostrano una comprensione adeguata.
Posti di fronte a problemi tratti dal mondo reale formulati in modo
anche solo leggermente diverso da quello in cui li avevano
affrontati a scuola, danno spiegazioni sostanzialmente identiche a
quelle proposte da studenti che non si sono mai cimentati con
quella disciplina.
Sul versante empirico, invece, possiamo citare i rapporti di ricerca
Iea-Timss, Iea-Pirl e soprattutto Ocse-Pisa, che dimostrano come la
capacità di applicare le risorse apprese a scuola a problemi di vita
quotidiana sia tutt’altro che scontata.
Il problema non riguarda ovviamente solo in nostro paese, ma in
ambito italiano alcune problematiche paiono essere
particolarmente rilevanti:
a) I risultanti ripetutamente deludenti, ottenuti dalla
maggioranza degli studenti italiani nelle indagini Ocse-Pisa,
focalizzate proprio sulla capacità dei quindicenni di usare i
saperi disciplinari per risolvere problemi di vita quotidiana.
La scuola italiana, pur insegnando gli stessi contenuti di
quella di altri paesi, non sembra in grado di mettere i ragazzi
in condizione di usarli efficacemente per risolvere problemi in
contesti real life. In aggiunta, le prove somministrate ai nostri
studenti sono caratterizzate da un alto tasso di non risposta,
che indica come le prove stesse suscitino uno scarso interesse
da parte degli studenti.
b) La distanza fra curricoli scolastici e universo mediale dei
ragazzi. Secondo il rapporto Censis 2011, l’87.4% dei giovani
usa il web. I telegiornali sono ancora per loro la prima fonte
informativa, ma sono tallonati dai motori di ricerca su internet
e da Facebook. In un contesto di questo tipo, il problema non
è la scarsità di informazioni, ma una sua eccessiva
abbondanza e frammentarietà e, spesso, dalla sua scarsa
qualità. Sottoposti ad una molteplicità di stimoli informativi
caratterizzati da rapidità e interattività, i ragazzi possono
percepire la scuola come un luogo lento e non interattivo,
quindi noioso e avulso dalla realtà, che non ha nulla da
insegnare su come funziona davvero il mondo. Gli attuali
curriculi italiani sembrano però ancora molto centrati solo sui
contenuti disciplinari, con le tecnologie dell’informazione e
della comunicazione relegate a ricoprire un ruolo ancillare di
veicoli di informazione, più che di mezzi per la costruzione
sociale dei saperi.
c) L’incidenza della dispersione scolastica, manifesta e occulta.
Sempre secondo il Rapporto Censis 2011, l’Italia detiene il
Neet
primato a livello europeo per la percentuale di giovani
(Not in Education, Employment or Training), ossia dei giovani
che non studiano e non lavorano. Ancor più preoccupante è la
dispersione occulta, che si manifesta con disagio scolastico,
disinteresse verso lo studio, scarso rendimento, sfiducia nella
scuola, considerazione di scarsa rilevanza degli
apprendimenti scolastici per la loro vita presente e futura,
mancata realizzazione delle proprie potenzialità. La presenza
non trascurabile del disagio è testimoniata dalla percentuale
di giovani che dichiarano di non essere interessati né allo
studio, né al lavoro.
d) La scarsità di opportunità per chi ha un titolo di studio. I
laureati italiani lavorano meno dei diplomati, meno dei
colleghi europei e la situazione peggiora nel tempo. In queste
condizioni è normale che i giovani italiani siano meno
propensi ad investire nello studio rispetto ai colleghi stranieri.
I laureati sono di meno e hanno meno occasioni di lavoro
rispetto ai colleghi europei. A rendere ancora più ristretto il
ventaglio di opportunità è poi anche la scarsa propensione
all’imprenditorialità dei nostri giovani.
Le problematiche illustrate non sono il segnale di una particolare
debolezza intellettuale delle giovani generazioni del nostro Paese,
ma indicano da un lato un sistema scolastico che produce poco
valore aggiunto per i ragazzi in formazione, dall’altro, una
discrasia fra saperi proposti dalla scuola e necessità della società
attuale, non solo in ambito lavorativo ma nella formazione di una
base ampia di cittadini autonomi, responsabili, consapevoli.
L’autonomia di giudizio, una delle finalità che caratterizzano la
formazione per competenze, può effettivamente avere un impatto
sulla società se è patrimonio della maggioranza dei cittadini e non
di un numero ristretto di essi.
2. Le sfide che la “scuola delle competenze” è chiamata a
raccogliere
La promozione dell’autonomia di giudizio e della responsabilità
nelle scelte passa attraverso quattro sfide-chiave che la scuola
delle competenze è chiamata a raccogliere:
a) Mettere in grado gli studenti di usare i saperi appresi,
promuovendo non l’accumulo di conoscenze inerte ma lo
sviluppo di un pensiero in azione. Si tratta di offrire ai ragazzi
l’opportunità di cimentarsi con problemi aperti, sfidanti, tratti
dal mondo reale, supportandoli mediante una costante guida
istruttiva che insegni loro a leggerli nel modo migliore per
poterli risolvere, ad affrontarli secondo strategie efficaci e a
riflettere sulle proprie interpretazioni ed azioni per sviluppare
la capacità di scoprire e correggere da soli i propri errori.
L’azione didattica dovrebbe mirare a cambiare anche
l’atteggiamento che i ragazzi hanno verso i problemi: da
situazioni da evitare per non incorrere in possibili fallimenti a
situazioni in cui mettersi alla prova per imparare dai propri
errori, crescere e diventare autonomi.
b) Stabilire sinergie fra curricoli scolastici e universo mediale
dei ragazzi, promuovendo un’educazione con i media, ai
media e per i media. È l’idea espressa dal movimento della
Media Education. La Media Education è un’attività educativa
e didattica, finalizzata a sviluppare nei giovani la
comprensione critica circa la natura e le categorie dei media,
le tecniche impiegate per costruire messaggi e produrre
senso, i generi e i linguaggi specifici (educazione ai media).
Oltre che oggetti di studio, i media sono considerati strumenti
da usare nei processi educativi generali (educazione con i
media) e veicoli di riproduzione di linguaggi e culture, che
richiedono quindi una formazione specifica per i professionisti
del settore e in generale per chi si occupa di produrre offerta
mediale (educazione per i media). Nel contesto della
formazione per competenze è necessario promuovere nei
ragazzi lo sviluppo delle capacità legate al reperimento e alla
valutazione delle informazioni presenti sul Web,
all’assegnazione di senso e al collegamento delle informazioni
esperite dai media con la conoscenza disciplinare appresa a
scuola, all’uso autonomo e consapevole dei supporti
tecnologici per la risoluzione dei problemi (scolastici e di vita
quotidiana), all’apprendimento supportato da ambienti di
interazione e di simulazione, ma anche da videogiochi
didattici. il soggetto competente sa usare al meglio le risorse
conoscitive a sua disposizione e i media sono risorse
conoscitive per eccellenza. Per essere di ausilio alla
formazione per competenze, i media devono essere
considerati strumenti di una rivoluzione cognitiva, non
semplicemente tecnologica.
c) La valorizzazione dei saperi non formali ed informali dei
ragazzi come antidoto alla demotivazione e alla dispersione
scolastica. La scuola di oggi è caratterizzata da un’elevata
eterogeneità degli allievi. Tale eterogeneità può essere un
problema ma anche un’opportunità, a patto di saperla
cogliere. Gli studenti non devono essere chiamati a mettere
da parte i loro saperi, la loro cultura di appartenenza e le loro
esperienze di vita. Questi saperi ed esperienze sono un
patrimonio che va elicitato, ascoltato ed usato come base di
riflessione per tutta la classe. Promuovere l’ascolto dei
ragazzi significa promuovere un maggior interesse degli
alunni per le tematiche scolastiche e definire linee di raccordo
fra vita quotidiana, saperi scolastici e formazione per l’intero
arco della vita. Saper valorizzare le proprie esperienze e
saper riflettere criticamente su di esse è un importante
requisito per l’apprendimento permanente. Il successo degli
allievi si costruisce quindi insegnando loro ad apprendere in
maniera efficace e questo aspetto dovrebbe essere
esplicitamente presente nelle programmazioni scolastiche e
nella formazione permanente degli insegnanti. Imparare ad
imparare e formazione per competenze sono strettamente
interconnessi: un ragazzo che sia autonomo e responsabile
nell’applicare a problemi real life quanto ha appreso a scuola
è in grado di capire quando le conoscenze e strategie che ha a
disposizione sono adeguate e quando invece vanno integrate
da ulteriori conoscenze e strategie e è in grado di acquisirle
autonomamente. Anche sapere quando e come interpellare
una figura di riferimento per essere aiutati, è parte della
competenza.
d) La necessità di raccordare la formazione scolastica ad un’idea
di futuro del giovane e ad un suo progetto di vita. Obiettivo
della scuola delle competenze dovrebbe essere quello di
lavorare per fornire ai giovani un nucleo stabile di conoscenze
e di strategie in grado di dare loro una chiave di accesso ad
un mondo che diventa giorno dopo giorno sempre più incerto
e precarizzato. La formazione per competenze dovrebbe
fornire gli strumenti per mettere in grado gli allievi di
elaborare e realizzare programmi di vita e progetti personali,
di affermare i propri diritti, interessi e bisogni, di diventare
consapevoli dei propri talenti e limiti, di riconoscere le
criticità e le opportunità che si presentano loro. Lo sforzo
progettuale dei ragazzi ovviamente non è sufficiente se la
società nel suo complesso non assegna allo studio e al sapere
il ruolo e il valore che essi hanno. Sono necessari interventi di
accompagnamento all’imprenditorialità, che devono favorire
lo sviluppo di imprese autonome ad alto tasso di innovatività.
CAPITOLO 1
SAPPIAMO DAVVERO COME SI APPRENDE?
COME LA RICERCA EMPIRICA PUO’ ORIENARE L’AZIONE
DIDATTICA.
L’obiettivo dell’azione didattica è quello di promuovere gli
apprendimenti degli allievi.
Ognuno di noi, dovendosi cimentare nella sua vita con
l’apprendimento, ne ha sviluppato una propria personale visione,
unita ad un insieme di strategie che la propria esperienza ha
dimostrato essere efficaci. Ci si chiede, quindi, se questa visione e
queste strategie valgono anche per gli altri.
Bruner parla in proposito di “pedagogia popolare”, ossia un
insieme di teorie intuitive sull’apprendimento che guidano i modi
di pensare e di agire dei docenti e sostituiscono un quadro teorico
di riferimento basato su paradigmi pedagogici e didattici
scientificamente fondati.
La ricerca sulle forme e sui modi in cui si apprende ha fatto
notevoli passi avanti nell’ultimo mezzo secolo. Anche per questo ha
assunto notevole rilevanza nel dibattito contemporaneo l’approccio
dell’Evidence-Based Education (Ebe), il quale segnala la necessità
di un’azione didattica che scaturisca dall’integrazione fra la
saggezza personale del docente e le principali evidenze empiriche
prodotte dalla ricerca. In questo binomio, la saggezza personale
del docente, derivata dalla riflessione sulla sua esperienza,
costituisce l’elemento che consente di calare i risultati di ricerca in
contesti e situazioni concrete.
Nei paragrafi successivi saranno presentate alcune evidenze
empiriche prodotte dalla ricerca di laboratorio nelle scienze
cognitive e nelle neuroscienze, dalle ricerche sul campo orientate a
rilevare l’influenza di diversi fattori sul successo scolastico e dai
dati italiani dell’indagine OCSE Pisa 2009.
Le evidenze vengono presentate sotto forma di asserti, ossia
affermazioni utilizzabili come ipotesi di partenza in percorsi di
sperimentazione scolastica ed extra scolastica, volte a confermarle
o a confutarle.
1.1 Come si apprende? Spunti dalla ricerca di laboratorio
Cosa avviene nella nostra mente quando apprendiamo? Nel testo
“Cognitive Psychology and its Implications”, John Anderson
presenta un compendio dei risultati di di 60 anni di ricerca
empirico-sperimentale nelle scienze cognitive e nelle neuroscienze.
Di seguito una sintesi dei principali risultati di ricerca descritti nel
testo:
1.DIVENTA CONOSCENZA DURATURA SOLO
L’INFORMAZIONE ALLA QUALE POSSIAMO ASSEGNARE
SIGNIFICATO: solo i segmenti di informazione a cui assegniamo
significato passano nella memoria a lungo termine. Gli altri
vengono classificati nella nostra mente come dettagli non rilevanti
e quindi rapidamente dimenticati.
2.LA CONOSCENZA E’ UN INSIEME DI RAPPRESENTAZIONI
MENTALI: i significati così assegnati danno luogo a
rappresentazioni mentali, che hanno forma di categorie di pensiero
(concetti) e relazioni linguistiche che li legano nel sottosistema
verbale/auditivo, immagini nel sottosistema visuale, attivazioni
1
neuronali di aree deputate al movimento nel sottosistema motorio .
Concetti e relazioni che li legano danno origine ad asserti semplici
dotati di valore di verità, ossia affermazioni che possono essere
vere o false (ad esempio “il gatto di Maria è grigio”). Un asserto
costituisce la più piccola unità di significato tramite la quale è
possibile rappresentare una conoscenza.
BUONA RAPPRESENTAZIONE MENTALE DIPENDE
3.UNA
DA UN’ELABORAZIONE PROFONDA E SIGNIFICATIVA
DELLE ESPERIENZE E DEI MATERIALI DI STUDIO: si
rielaborano significativamente le esperienze e i materiali di studio
allo scopo di estrarne i significati ma anche di costruire
rappresentazioni ricche ed articolate, che consentano, ad esempio,
di operare associazioni fra rappresentazioni per recuperare una
conoscenza nella memoria a lungo termine e portarla alla luce o di
inferire nuove rappresentazioni laddove quelle presenti siano
incomplete o scarsamente definite.
4.BUONE RAPPRESENTAZIONI DI PARTENZA AIUTANO
NELL’ASSEGNAZIONE DI SIGNIFICATO A NUOVE
INFORMAZIONI.
5.BUONE RAPPRESENTAZIONI MENTALI SONO ALLA BASE
DI UN PROBLEM SOLVING EFFICACE: un soggetto competente
non applica pedestremente soluzioni preconfezionate ma sa
interpretare e riformulare i problemi nel modo migliore per poterli
risolvere.
1 I tre sottosistemi sembrano operare in maniera strettamente interrelata. Citiamo in
proposito le ricerche sui neuroni-specchio, le quali dimostrano che le aree cerebrali attivate
nell’osservare un’azione compiuta da altri soggetti sono le stesse che vengono attivate quando
il soggetto osservatore compie l’azione stessa. E’ l’approccio enattivo alla cognizione, il quale
sostiene che gli atti cognitivi nascono e sono resi possibili dall’”embodiement”
(personificazione) fisiologico che unisce atti percettivi e atti motori. Ogni percezione viene
guidata dall’azione e ogni azione così guidata genera percezione.
6. RAGIONARE SU MATERIALI CONCRETI AIUTA
NELL’ASSEGNAZIONE DI SIGNIFICATO: le situazioni concrete,
tratte dalla vita reale dei soggetti che apprendono, sembrano
essere un ottimo ponte per assegnare significato a concetti e
regole astratte propri di diversi domini di conoscenza.
7.LE RAPPRESENTAZIONI MENTALI DIVENTANO NEL
TEMPO MODELLI MENTALI DOTATI DI RELATIVA
2
STABILITA’: tramite questi modelli i soggetti interpretano il
mondo e formulano decisioni di azioni su di esso. Molte delle
difficoltà nel risolvere problemi complessi derivano dalla scarsa
capacità dei soggetti di mettere in discussione i propri modelli
mentali, di leggere il mondo sulla base di modelli alternativi.
8.LA PRATICA RENDE AUTOMATICHE LE OPERAZIONI
COGNITIVE: con la pratica, accompagnata dalla riflessione su
cosa funziona e cosa no nei propri metodi di interpretare il mondo
e di agire su di esso, le operazioni cognitive diventano sempre più
automatiche ed implicite.
9.PER COSTRUIRE BUONE RAPPRESENTAZIONI MENTALI
E’ IMPORTANTE UNA BUONA GUIDA ISTRUTTIVA: più che le
capacità naturali dei
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