L’insegnante e cace: promuovere le competenze socioemotive per l’inclusione
Introduzione
Il termine e cacia è un sostantivo che indica la capacità di produrre pienamente l’e etto voluto,
ossia ottenere quello che si è pre ssato.
In campo educativo, con particolare attenzione alla didattica, il signi cato è analogo: una didattica
si dice e cace se è capace di generare gli e etti per i quali è stata pensata, progettata e costruita
per una popolazione speci ca di studenti, i quali diventano la prima misura dell’e etto che si è
riusciti a determinare. La didattica in quanto scienza esige procedure rigorose, chiare e
discriminative. Nell’ottica dell’insegnamento e cace, è proprio questo processo discriminativo a
risultare determinante per l’insegnante nel suo agire didattico: esso implica rigore, scrupolosità,
attenzione, espressi nelle capacità di prendere decisioni in modo responsabile, scegliere, separare
ciò che è giusto fare da ciò che non lo è, tenendo in considerazione le condizioni contestuali e i
soggetti a cui si rivolge, e utilizzando le modalità emotive, interpersonali e comunicative più
adeguate a questi scopi.
Insegnanti socialmente ed emotivamente abili sanno costruire un buon clima di classe, sviluppano
relazioni di supporto e incoraggiamento con i loro studenti, progettano lezioni che tengono conto
dei punti di forza e delle abilità degli studenti, incoraggiano la cooperazione tra pari e sanno
essere essi stessi un modello di comunicazione rispettosa e appropriata e di comportamenti
prosociali. Quando gli insegnanti mancano delle risorse cognitive, metacognitive, motivazionali e
socioemotive per gestire e cacemente le s de educative del loro contesto classe, anche gli allievi
ne risentono profondamente, mostrando livelli più bassi di rendimento scolastico e problemi
comportamentali.
Sul nire degli anni 90, una delle maggiori criticità riscontrate tra gli insegnanti fu la loro mancanza
di conoscenze scienti che di base necessarie alla pratica professionale; conoscenze che
consentissero di valutare gli e etti di alcune pratiche didattiche messe in campo e di scegliere
quali fossero le azioni più e caci e rispondenti ai bisogni educativi degli allievi. In termini più
generali, il tema dell’e cace nei educazione è molto dibattuto grazie lo sviluppo che, a partire
dalla ne degli anni 90, avuto l’approccio denominato Evidence Based Education.
Stronge, Tucker e Hindman hanno raccolto alcune caratteristiche fondamentali che un insegnante
e cace deve possedere. Essi sono: capacità di caring, intesa come un atteggiamento di
interesse, vicinanza, sollecitudine e recettività verso gli altri; comportamento corretto e imparziale
in classe; atteggiamento positivo verso la propria professione; buone capacità interattive;
capacità di suscitare entusiasmo e motivazione; capacità di ri ettere sulla pratica di
insegnamento. Queste condizioni rappresentano gli elementi di base per il docente di qualità.
Parte prima: per un insegnamento e cace: che cosa conoscere
1. Fattori per la gestione di una classe eterogenea
Lo strumento chiamato “Scala di autovalutazione dell’insegnante: e cacia prosociale ed emotiva
per l’inclusione” serve sia in fase iniziale, per accompagnare il lettore verso i traguardi di crescita
e sviluppo professionale e personale che intende raggiungere, sia in fase nale, per veri care i
risultati raggiunti anche grazie all’aiuto e al supporto delle persone che formano l’ambiente
scolastico.
Un piano di lavoro essenziale per l’insegnante nell’esercizio di una didattica di tipo inclusivo è
quello metodologico. Che negli ultimi anni la scuola sia stata invasa da proposte metedologiche è
un dato di fatto, ma la di coltà maggiore riscontrata dagli insegnanti è proprio capire a che cosa
concedere legittimità e a che cosa no. Una didattica che opera in prospettiva inclusiva non può
fare a meno di chiedersi quali abilità, attitudini, comportamenti appartengono a un insegnante che
voglia perseguirla in modo e cace.
La scala EPEI consente di misurare i comportamenti degli insegnanti su tre di erenti dimensioni
chiave nella promozione dei processi inclusivi a scuola: inclusione e valorizzazione delle di erenze
personali; strategie didattiche e caci per l’inclusione; abilità emotive, sociali e prosociali per
l’inclusione. La scala EPEI presenta una serie di a ermazioni. L’insegnante è chiamato a valutare
quanto ciascuna di esse descriva o meno il suo comportamento, con riferimento agli ultimi tre
mesi. Per ogni a ermazione si chiede di indicare quanto frequentemente si manifesta quel
comportamento, in riferimento ad una scala di punteggi.
1.1. Un insegnamento per tutti e per ciascuno: la didattica inclusiva in primo piano
“Nessun obiettivo dell’istruzione deve essere considerato soddisfatto a meno che non sia
raggiunto da tutti”. Si tratta di una visione educativa ambiziosa per il prossimo futuro, condivisa
da 160 paesi del mondo ed espressa all’interno della Incheon Declaration Education 2030. Tale
visione ria erma i principi di un’educazione è qui inclusiva che tutela i diritti e le pari opportunità
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di tutti gli allievi e le allieve, senza che nessuno si è lasciata indietro. L’assemblea Generale delle
Nazioni Unite ha adottato nel 2015 l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, corredata da una
lista dei 17 obiettivi e 169 sotto obiettivi che riguardano tutte le dimensioni della vita umana e del
pianeta, i quali si auspica che saranno raggiunti da tutti i paesi del mondo entro il 2030. Con
l’adozione dell’Agenda 2030 si è superata l’idea che la sostenibilità sia unicamente una questione
ambientale, a favore di una visione integrata delle diverse dimensioni dello sviluppo. Tutti i paesi,
tutti settori e tutte le persone sono chiamati a contribuire allo sforzo di portare il mondo sul
sentiero di sostenibilità. Il quarto obiettivo richiama l’attenzione sull’educazione di qualità, equa e
inclusiva, e sulle opportunità di apprendimento per tutti.
Ma è realmente possibile trasportare questi principi internazionali nell’operatività quotidiana degli
insegnanti, alle prese con contesti scolastici sempre più eterogenei e complessi?
La risposta a questa domanda necessita alcuni chiarimenti sui signi cati attribuiti all’espressione
educazione inclusiva. Ainscow illustra le diverse de nizioni che sono state attribuite a questo
termine nel corso degli ultimi anni e le di coltà di raggiungere una de nizione unica a livello
internazionale che generano così diversi modi di intenderla. La tabella 1.2 propone una sintesi
delle principali prospettive teoriche nora emerse letteratura sull’educazione inclusiva.
L’inclusione si caratterizza come un processo che a molteplici ripercussioni, sia sul diritto di ogni
studente di essere accolto in un contesto educativo che gli garantisca accettazione,
valorizzazione e successo formativo, sia sul clima scolastico più generale.
1978. Il rapporto Warnock sosteneva che in media il 15-20% degli studenti in un momento o
nell’altro della loro carriera scolastica è destinato a
incontrare di coltà e che avrà bisogno di particolari
supporti che incentivino la frequenza scolastica. È
grazie a questo documento che per la prima volta
viene introdotta l’espressione “bisogni educativi
speciali”.
1994. La dichiarazione di Salamanca nasce con
l’intento di sostenere e di ondere l’orientamento
inclusivo delle istituzioni scolastiche. Il principio
ispiratore della dichiarazione è che a tutti sia garantita
il diritto all’educazione e sia abolita ogni forma di
esclusione e marginalizzazione. Nel documento
compare u cialmente il termine inclusione, in
particolare con riferimento all’educazione inclusiva.
1996. La Carta di Lussemburgo è un documento
programmatico per le politiche europee, nalizzato a
costruire le condizioni per promuovere una scuola per
tutti e per ciascuno, suggerendo principi, strategie e
proposte di cambiamento in prospettiva inclusiva.
2001. La classi cazione internazionale del
funzionamento, della disabilità e della salute è un
modello di matrice bio-psico-sociale, che interpreta in
modo innovativo la salute della persona come una
combinazione di diversi tipi di fattori inerenti a: il
funzionamento, che considera il corpo, la persona e la
persona nella società; il contesto, caratterizzato da
fattori ambientali e personali. Si assiste ad un passaggio del lessico che va dal negativo al
positivo.
Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità. Sancisce per la prima volta
il diritto alla piena inclusione in ogni contesto delle persone con disabilità, proponendo una
profonda innovazione dell’approccio a questo tema. La disabilità è de nita come il risultato
dell’interazione tra persone con menomazioni e barriere comportamentali e ambientali, che
impediscono la loro piena ed e ettiva partecipazione alla società sulla base di uguaglianza con gli
altri. La Convenzione riconosce che l’integrazione scolastica è il miglior fattore di crescita per i
bambini con disabilità.
2009. Nelle Linee guida sull’educazione inclusiva si de nisce la scuola inclusiva come un
processo di forti cazione delle capacità del sistema di istruzione di raggiungere tutti gli studenti.
Un sistema scolastico inclusivo può essere creato solamente se le scuole comuni diventano più
inclusive.
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2009-oggi. UNESCO e Agenzia europea per i bisogni speciali e l’educazione inclusiva hanno
costituito una comunità online aperta in cui varie parti interessate possono condividere le
conoscenze e discutere le s de di una società inclusiva, promuovere politiche educative inclusive,
programmi e pratiche per garantire pari opportunità di istruzione per le persone con disabilità.
L’attenzione attuale è rivolta a sistemi scolastici capaci di accogliere tutti e di articolarsi in maniera
essibile in relazione alle esigenze di ciascuno. Non più una scuola organizzata per soddisfare le
richieste degli allievi tipici o normali, ma un sistema educativo che cerca di intercettare le
di erenze e le speci cità di ognuno.
Come la scuola italiana ha recepito i principi internazionali sull’educazione inclusiva?
Da oltre quarant’anni la scuola italiana è impegnata a evitare qualsiasi forma di discriminazione
degli allievi con disabilità, assicurando loro le stesse opportunità dei compagni, soprattutto
rispetto alla frequenza nei contesti comuni. Nelle numerose situazioni in cui questa scelta
strutturale e organizzativa sia coniugata con una progettualità centrata sulla promozione, sia di
apprendimenti funzionali sia di interazioni sociali signi cative, i risultati sono stati rilevanti e non
solo per gli allievi con disabilità, ma anche per i compagni e per l’intera comunità scolastica e
sociale. Una criticità di fondo di questo orientamento riguarda un’attenzione pressoché esclusiva
sull’adattamento dell’allievo con disabilità a un’organizzazione scolastica strutturata
principalmente in funzione della media degli alunni, poco inclini a modi carsi per accogliere
l’eterogeneità dei soggetti coinvolti.
Modello medico della disabilità. L’approccio medico si è concentrato principalmente sulle carenze
e sulle esigenze speci che dell’allievo con disabilità, senza porre la necessaria attenzione
all’organizzazione del contesto nel quale egli è inserito e al tipo di didattica adatto a promuovere
l’integrazione. Tale approccio educativo ha visto l’assunzione di un modello prevalentemente
medico di disabilità, vista come un problema dell’individuo, causato direttamente da una
condizione patologica legata a determinanti neurobiologiche, che ha bisogno di un intervento
speci co da parte di professionisti. Per tale ragione, sono necessarie azioni, di tipo sia clinico sia
riabilitativo sia educativo, in grado di a rontare le carenze della persona e facilitare un suo
adattamento al contesto sociale.
Modello sociale della disabilità. La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con
disabilità ha segnato un vero punto di svolta per il passaggio dal modello medico a quello sociale
della disabilità, impegnando i vari Stati a promuovere sistemi educativi inclusivi per tutti, che
pongano le persone con disabilità in condizione di partecipare e ettivamente a una società libera
e ad apprendere lungo tutto l’arco della vita. Anche l’Italia è stata obbligata a legiferare nel
rispetto dei principi espressi dalla stessa e a ridisegnare una società che prende in considerazione
i bisogni delle persone con disabilità, a nché queste non incontrino barriere ostacoli alla
partecipazione sociale, compresa quella scolastica.
Modello bio-psico-sociale. La recente normativa italiana sull’inclusione scolastica degli allievi con
disabilità fa esplicito riferimento all’assunzione di un modello chiamato bio-psico-sociale,
proveniente dall’ICF, che si pone come un anello di congiunzione dei due modelli precedenti,
considerando come elemento dominante il concetto di salute. Questo modello, centrale nella
predisposizione del piano educativo individualizzato, considera due tipi di fattori alla base del
funzionamento di ogni individuo: quelli personali, che corrispondono agli attributi caratteristici di
ogni persona, e quelli ambientali, che includono il contesto sico e sociale e l’impatto dei
comportamenti di ognuno.
Il dibattito sull’integrazione scolastica si è recentemente evoluto abbracciando la nuova
prospettiva dell’inclusione, che non rinnega la dimensione dell’integrazione, ma la comprende e la
orienta verso una visione più sociale e contestuale, in grado di organizzare e attivare tutte le
risorse disponibili dell’ambiente con l’obiettivo di promuovere una scuola delle di erenze.
Il principio dell’inclusione sta spingendo anche la scuola italiana a spostare il focus dei suoi
orientamenti e delle sue scelte educative e didattiche non più e non solo sugli allievi con disabilità,
ma su tutte le di erenze individuali che popolano i contesti scolastici. Ciò rappresenta oggi una
reale emergenza educativa della quale gli insegnanti sono chiamati a rispondere.
Se sul piano dei principi la scuola italiana è in linea con gli orientamenti internazionali
sull’inclusione scolastica, sul piano metodologico didattico il suo sguardo è ancora fortemente
legato alle sole condizioni di disabilità che presentano gli allievi dietro speci ca certi cazione
medica.
Una scuola dell’inclusione per tutti non rischia di sottovalutare la speci cità dei bisogni di alcuni
allievi in condizioni particolarmente di cili?
Alla domanda si può rispondere sì se si fa riferimento all’attenzione all’intervento speci co di cui
necessitano certe tipologie di allievi, ma si può rispondere di no se si utilizza una didattica
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inclusiva che tiene conto sin da principio dei bisogni e delle risorse presenti in ciascun allievo e
che si avvale di una varietà di strategie didattiche e caci e appropriate a tutti gli studenti.
Come ricorda Mitchell è innegabile riconoscere che alcuni studenti, specialmente quelli con
bisogni alti o molto alti, richiedono strategie di insegnamento signi cativamente di erenti rispetto
a quelle che gli insegnanti possono solitamente usare nelle classi regolari, mentre nella maggior
parte dei casi, gli studenti con bisogni educativi speciali richiedono semplicemente una buona
didattica. Mitchell dichiara che sono ancora poche le evidenze a sostegno di strategie di
insegnamento e caci solo per allievi con disabilità, mentre tutti gli studenti traggono bene cio da
un insieme comune di strategie, che devono essere adattate a seconda delle diverse capacità
cognitive e socioemotive di ciascun allievo.
La didattica inclusiva rappresenta attualmente l’unico modo cui un insegnante può pensare la sua
didattica. Passare da una didattica speciale per alunni a una didattica inclusiva per tutti e per
ciascuno signi ca riconoscere le diversità e di erenze individuali, abilità e disabilità comprese, di
ciascun allievo, aldilà di ogni forma di categorizzazione. Se la categorizzazione è da un lato
un’operazione mentale necessaria all’uomo per dare ordini e sempli care la realtà circostante,
dall’altro però oscura le sfumature della realtà stessa e rischia di portare una rappresentazione n
troppo sempli cata e rigida.
La didattica inclusiva non si rivolge a categorie di allievi, ma a ciascuno di loro, cercando proprio
di coglierne le sfumature, in altre parole è una didattica che si impegna eliminare ogni possibile
ostacolo all’apprendimento e la partecipazione sociale.
Come cambiare la propria didattica seguendo una prospettiva di tipo inclusivo?
È utile per tutti gli insegnanti esercitarsi in piccoli cambiamenti di prospettiva rispetto al proprio
modo di pensare la didattica.
Una didattica inclusiva presuppone che questa sia:
- pensata, progettata e piani cata sin da principio sulle diversità e le di erenze individuali;
- cucita sui bisogni speciali e speci ci di ciascuno, le preferenze, i talenti, gli interessi individuali;
- realizzata in un ambiente di apprendimento pienamente personalizzato in termini di spazi,
tempi, contenuti, obiettivi, strategie didattiche, valutazioni e strumenti;
- svolta in un contesto educativo, piacevole, rispettoso, accogliente
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