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Memoria e infanzia tra Alfieri e Leopardi: relazioni

Andrea Battistini, Il bambino e l’adulto nella Vita di Alfieri: continuità o frattura?

Alfieri ha della vita umana una concezione circolare, in cui l’età più prossima alla morte segna un ritorno all’infanzia. Nel momento più tardo della scrittura memoriale, l’autobiografo si sente vicino al ritornare bambino. L’infanzia è per Alfieri un’età insipida, di “stupida vegetazione”, e l’adolescenza non la può migliorare, trattandosi sempre di “anni d’ineducazione”. Gli aneddoti risalenti a quel periodo sono liquidati come “fattorielle”, “storiette” o “insulse vicende” perché appartenenti al “primo squarcio” di una vita che ai suoi esordi sembra essere “inutilissima” e segnata da “ozio e dissipazione continua”.

Alfieri si trova d’accordo con gli autori settecenteschi di autobiografie intellettuali, per i quali l’infanzia e l’adolescenza, essendo il tempo dell’apprendistato in cui si dipende dai maestri, sono il monumento debole dell’ignoranza che avrà il suo riscatto solo quando l’uomo di studio potrà mostrare tutto il suo valore con la stesura di opere originali. In realtà Alfieri riconosce quegli anni come i più rivelatori delle passioni che investiranno la complessa e integrale personalità del futuro letterato.

L’infanzia, anche grazie alle teorie pedagogiche di Rousseau, assume un’importanza senza precedenti, perché i primi anni della vis umana sono considerati i più significativi, essendo più spontanei, istintivi e senza ancora le ipocrisie e le maschere imposte dalla società. La giovinezza diventa di per sé un valore e protagonista di tante opere. Non è più la carriera scolastica ad interessare, che, privilegiata nelle autobiografie del primo Settecento, era il primo passo per la formazione dell’erudito, ma le caratteristiche variegate e composite che fanno emergere il carattere di una personalità.

La sua Vita analizza dell’infanzia le facoltà sensitive, espresse dalla malinconia e dai dolori, tutti oggetti e sintomi del cuore, che prefigurano gli anni della gioventù. L’autobiografia è la descrizione della continuazione del bambino in uomo. Quando l’autobiografo evoca la stagione degli affetti e delle pulsioni infantili non sfugge mai all’esigenza di interpretarli razionalmente per trarne una lezione, per spiegare qualcosa, per pensarci sopra o per sovrapporvi la sua opinione.

Addirittura, a volere credere fino in fondo al narratore, Alfieri riporterebbe quegli aneddoti infantili solo per offrire materia di studio ai cultori di psicologia sensista. Nell’esaltare l’età infantile, Alfieri si serve di uno stile fintamente distaccato che è più proprio della satira. La guardia dell’autocensura si abbassa ed emerge l’incoerenza e l’illogicità. Il racconto di conseguenza si fa pluridiscorsivo, sconnesso e centrifugo.

Si può confrontare la Vita di Alfieri con le altre autobiografie del primo Settecento, il cui impianto appare molto più semplificato per la drastica selezione delle vicende ritenute degne di essere riportate. Per la rievocazione dell’infanzia tutti si erano attenuti alla ricostruzione del curriculum di studi: ci si accontentava di esporre esclusivamente la dimensione razionale dell’individuo, tagliando fuori le altre componenti, soprattutto passionali. Nel secondo settecento il quadro muta profondamente, in quanto, oltre che sugli studi e la produzione intellettuale, ci si sofferma anche sugli aspetti meno nobili dell’individuo, con l’intento di offrire un ritratto a tutto tondo per comprendere i vizi che in precedenza erano inconfessabili.

Rousseau può così riconoscere, raccontando il piacere privato per le sculacciate, il proprio masochismo e Alfieri può confessare la sua latente omosessualità. Il cammino autobiografico non si percorre più con l’ausilio razionalmente rassicurante del “filo”, ma lungo un incerto tragitto che assomiglia a un “labirinto”: Rousseau definisce le sue confessioni un “labirinto oscuro e fangoso” e Alfieri, di riflesso, parla di “sozzo laberinto”. Ormai l’esistenza è sentita come una matassa ingarbugliata, caotica, bizzarra, acuita da un nuovo gusto per l’avventura e sotto l’urgere tirannico dell’irrequietezza. Sotto l’energia evasiva delle passioni si disgrega il soggetto vivente anche se l’autobiografia, per sua stessa natura, non può rinunciare a cercare un’unità e un significato, che però diventano sempre più problematici da individuare.

Alfieri, che segue insieme a Rousseau lo schema con cinque momenti, di cui l’ultimo, la vecchiaia, gli è impedito dalla morte, è attento ai numeri simbolici, visto che la puerizia, l’adolescenza e la giovinezza coprono ciascuna, all’incirca, 9 anni, mentre la virilità, l’unica in apparenza di segno positivo, bilancia le altre 3 epoche con una durata di 27 anni. Si stabilisce così una specularità tra i primi periodi e gli ultimi, solo che la costante che li accomuna è l’incoerenza. Alfieri non persegue più l’obiettivo delle idee chiare e distinte, a causa delle tante contraddizioni che coglie nei suoi pensieri e nel suo agire, che gli trasmettono un forte senso del molteplice, conseguenza di un carattere oscuro e indefinito e continuamente soggetto a uno svariato flusso di sensazioni.

Alfieri vuole creare di sé un personaggio che si realizza nello scoprire la vocazione letteraria, ma lo scrittore si scopre più di una volta in contraddizione con se stesso, come se guardandosi allo specchio della scrittura si vedesse sdoppiato. Durante l’infanzia la nonna materna gli chiede di esprimere un desiderio, promettendogli di esaudirlo. A dimostrazione del suo orgoglio smisurato Alfieri risponde con ostinazione di non volere niente, anche se fortemente desiderava un ventaglio che la nonna teneva nel cassetto. La duplicità è un tratto ineliminabile della Vita, anche perché l’ottica con cui l’autore si giudica è comica e incline all’autoparodia.

La tendenza a gesti eroicamente tragici adombra fin dall’infanzia il carattere dell’adulto, come il tentativo di suicidio compiuto da Alfieri a soli 7 anni, strappando tanta erba dal giardino per poi ingoiarla, memore della cicuta che aveva ucciso Socrate. Il “fattarello” si conclude con del vomito e qualche dolor di stomaco. Nell’Epoca terza il modello non è più Socrate, ma è Seneca: angosciato dalla partenza della donna di cui al momento è innamorato, Alfieri, confermando l’estremismo dei suoi gesti, scioglie la benda che comprimeva una ferita con il fermo proposito di lasciarsi morire dissanguato.

Alfieri amava poi maniacalmente la sua foltissima capigliatura e l’occultamento e il taglio equivaleva per lui a una castrazione. Si recide così i capelli per rendersi impresentabile al pubblico e starsene autosegregato in casa, dove può perseverare nella dedizione allo studio e al teatro tragico. L’aneddoto della chioma recisa deriva da Demostene, il quale si faceva rasare la testa a metà, affinché la vergogna di presentarsi in pubblico in quello stato lo trattenesse. In Alfieri la malinconia ha sede nel cuore, dove alloggia insieme con l’amore. Esso è responsabile della noia, lo stato d’animo più temuto dalla psicologia settecentesca.

Un modo per placarla è la sublimazione attraverso la scrittura, dettata da un impulso naturale incontenibile. Nella Vita, Alfieri si vanta di sentirsi irresistibilmente spinto da un violento impulso naturale per qualsiasi genere si composizione. L’autobiografia vira verso una resa drammatica e romanzesca in un Alfieri già sedotto dal genere del teatrale. Per il genere autobiografico, che riguarda la storia di un individuo, non si privilegia la rappresentazione oggettiva della realtà esterna, ma la rappresentazione irripetibile di sé e si concede uno spazio sempre maggiore alla reazione emotiva.

L’impulso di Alfieri è contrassegnato come arrabbiato e frustrato da uno zio impetuoso che si è burlato di un suo sonetto. Per questa via critica verso i familiari e i maestri che gli hanno insegnato, si intensifica il senso di solitudine. Benché tante volte derida l’infanzia come “stupida vegetazione”, Alfieri ne custodisce integro il ricordo per i costumi “innocenti e purissimi” con cui tenere accesa la “fiamma di gioventù e di nobile e giusto sdegno”.

Enrico Ghidetti, Infanzia e memoria: dall’età dell’oro alla storia universale

Schopenhauer scrisse a proposito degli anni della fanciullezza che essi sono una continua vita poetica perché la vita è conosciuta dagli uomini per lo più attraverso la poesia, prima che attraverso la realtà. Leopardi, movendo dalla considerazione della superiorità della moderna filosofia negativa che non faceva altro che disingannare rispetto all’antica filosofia positiva, aveva concluso a proposito della sapienza dei fanciulli che quelli più semplici e semplici più sanno.

Leopardi è contro i filosofi moderni con il paradosso che la filosofia si doveva estirpare dal mondo, in quanto non solo inutile ma addirittura dannosa. Leopardi contrappone ai filosofi moderni, i quali dicevano che la perfezione dell’uomo consisteva nella conoscenza del vero e tutti i suoi mali provenivano dalle opinioni false e dall’ignoranza, la sapienza dell’uomo contemporaneo. La sapienza della prima età della vita è immune dagli errori del pensiero. La prima età, di una sapienza primigenia che il trascorrere del tempo corrompe, corrisponde ai principi del genere umano. Il destino di decadenza che attende ogni singolo individuo dopo quei anni felici e irrevocabili è il paradigma della storia degli uomini.

L’equazione leopardiana infanzia dell’individuo e principi dell’umanità condiziona le riflessioni di Leopardi sulla storia, tutte incentrate sulla dialettica antico-moderno. L’età favolosa dell’infanzia rinnova nell’individuo il primo tempo felice della storia dell’umanità. La fantasia è la grazia concessa agli antichi e la risorsa vitale dei fanciulli. La rinascita dell’antico segna la generazione della civiltà dopo la barbarie medioevale, ma l’allontanamento dall’antico perseguito dalla modernità è la premessa di un rinnovato e irrevocabile destino di decadenza. Seguire la filosofia della storia del giovane Leopardi significa incamminarsi in un lungo sentiero che corre tra il mito dell’età dell’oro e la dura realtà del presente e che è interrotto con l’approdo alla nuova poetica leopardiana.

L’età dell’oro si riferisce a un’epoca dove i costumi erano semplici e rozzi, ma gli uomini erano fortunati e felici, al contrario della perduta felicità del tempo presente. La dottrina delle età del genere umano conferma la diagnosi negativa di Leopardi della condizione umana e lo schiera in una posizione autentica rispetto al provvidenzialismo e al finalismo della concezione cristiana della storia. La dottrina delle età del genere umano costituisce infine la base della confutazione della teoria della perfettibilità umana che polemicizza contro le “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità.

Con l’idea della corruttibilità del genere umano Leopardi costituisce l’introduzione necessaria al suo pessimismo storico. Leopardi offre un’interpretazione dell’età dell’oro in termini metapolitici, formulando una teoria sulla genesi della società fondata sulla solidarietà.

La prepotente inclinazione al primitivo, propria della fanciullezza che ognuno porta dentro di sé, si esprime oggi nella fantasia dei bambini, come si esprimeva ieri nella fantasia degli antichi. Quella che anche Schopenhauer riconoscerà come continua vita poetica della fanciullezza contraddistingue quindi anche la prima fase della storia dell’umanità. Il rimpianto dell’età favolosa di ogni individuo riflette dall’immaginario collettivo la nostalgia di una remota e perduta età dell’oro.

Nelle pagine dello Zibaldone le annotazioni sulla fanciullezza si succedono praticamente dall’inizio alla fine e toccano una fitta serie di argomenti: la psicologia, l’educazione, l’immaginazione, la memoria, le passioni, le reazioni di fronte alla bellezza e all’arte. Le osservazioni di Leopardi sull’infanzia si fondano principalmente su un’affinatissima capacità di riflessione, talora sollecitata da letture sull’argomento. La mancanza, l’imperfezione e la scarsezza di linguaggio nei bambini sarebbero all’origine della poca memoria infantile, ma, una volta che il fanciullo ha acquisito un linguaggio sufficiente, quei ricordi diventano indelebili.

Leopardi promuove poi una lettura della sua nuova poetica fondata sull’analogia tra la propria “carriera” intellettuale e il cammin dello “spirito umano” che testimonia come ormai il primitivismo che aveva costituito il risultato della meditazione sull’età dell’oro, sia declinato esistenzialmente. La mutazione totale di Leopardi consiste nel passaggio da un primitivo stadio dominato dalla fantasia e dalla poesia di immaginazione come quella degli antichi a uno stadio dominato dalla ragione e della meditazione filosofica sul male di vivere e sull’infelicità certa del mondo.

Sintomi di tale mutazione sono stati l’inaridimento della fantasia, caratterizzato da una sopravvenuta insensibilità nei confronti della natura e una dedizione esclusiva alla ragione e al vero. Questa “mutazione totale” inizia l’itinerario di Leopardi attraverso la poesia e la filosofia del suo tempo.

Anche lo Zibaldone cambia sensibilmente fisionomia: non è più soltanto una raccolta di materiale per esercizi da effettuare frequentemente, come leggere, rileggere, meditare, discorrere con se stessi e con gli altri, ma è anche un journal intime, nelle pagine del quale raccogliere frammenti di vita con l’intento di ricavare dalla propria esperienza quotidiana un’etica e una poetica del vivere.

Da questo punto in poi, Leopardi scrive in un anno il doppio quasi di quello che aveva scritto in un anno e mezzo e riguardo a materie appartenenti soprattutto alla natura, a differenza dei pensieri passati che trattavano soprattutto di letteratura. Secondo Leopardi, l’arte romantica ha una funzione negativa non solo per quanto riguarda la poesia, ma l’intera civiltà perché distrugge l’illusione senza cui non ci sarà poesia e distrugge la grandezza dell’animo e delle azioni. La perdita irreparabile del linguaggio della natura, che è propria dell’infanzia, dell’antichità e della poesia di immaginazione, non è compensata dal “sentimentale” dei romantici, che è solo un sintomo dell’invecchiamento dell’animo degli uomini e del mondo.

Tre anni più tardi Leopardi si arrende al duro ordine della ragione dei moderni spingendosi a prospettare problemi che costituiscono l’atto di nascita della sua più alta poesia di pensiero. Al Leopardi “antico” educato al rispetto verso i classici e alle rigide norme della letteratura è succeduto il poeta “moderno” chiamato ad una poesia di idee e di sentimento.

Maria Antonietta Terzoli, Il paradigma dell’infanzia nella Vita dell’Alfieri

La morte di Alfieri fu affrontata da lui stesso lucidamente, con sguardo consapevole e fermo e con l’elegante arroganza del gran signore. Di questa scena nella Vita ci sono almeno due rappresentazioni. Nella prima abbiamo una descrizione della malattia, esibita nei particolari di una sintomatologia singolare e sgradevole, in cui l’autore confida di aver provato il desiderio di morire e di essersi distaccato dalle pratiche sociali e religiose di un morituro, cioè fare un testamento e confessarsi.

Nella seconda abbiamo la presenza di due testimoni d’eccezione, che sono l’amico più caro e la donna amata di degno amore. La contessa, nel fornire il resoconto di quella morte, avrebbe scritto che Alfieri era morto di una morte inconsapevole. Dopo una lunga descrizione della malattia, la donna ci informa minutamente delle prescrizioni mediche e delle ribellioni del malato che rifiuta di sottoporsi a debilitanti e inutili rimedi.

Alfieri chiese e autorizzò il completamento della sua autobiografia nel momento della sua morte per ovviare all’incompiutezza strutturale di qualsiasi autobiografia, nella convinzione che solo la morte può rivelare l’uomo fino in fondo e per conferire alla propria autobiografia un tono di oggettività.

Nell’allestire il proprio ritratto, Alfieri esercita un controllo serrato e volutamente costruito nel rispetto del vero. Il rispetto della verità è un programma a cui l’autore si impegna solennemente fin dall’inizio, ribadendolo in maniera ossessiva nel corso dell’opera. Alfieri fornisce gli avvenimenti e mette in atto una sottile strategia di persuasione, tentando di indurre il lettore a costruirsi da sé quell’interpretazione che egli non ha voluto direttamente imporre. La selezione degli episodi e il loro ordine nel racconto sono essenziali alla costruzione dell’immagine voluta: un’immagine eroica di scrittore, arrivato a riconoscere e adempiere alla propria vocazione nonostante le condizioni di partenza avverse. Lo scopo di Alfieri è dotare il lettore di schemi interpretativi che possano applicarsi a tutte le situazioni narrate.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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