I, r nfanziamemoria e storia da Rousseau ai romantici
Introduzione
Nella letteratura, il ricordo d’infanzia cominciò con l’essere solamente un tema. Fu con Rousseau che in alcuni passi iniziali delle sue Confessions, fondando il suo indugiare su certi ricordi puerili, fece accendere per primo l’interesse a livello della narrazione autobiografica. L’intero atteggiamento autobiografico di Rousseau era profondamente nuovo e il rapporto di contrasto e compenso da lui sentito fra quei ricordi luminosi e vitali e il declino senile difficilmente avrebbe potuto prendere tutto il suo valore prima di quell’epoca. Lo spiraglio socchiuso da Rousseau sui più lontani momenti di vita interiore recuperabili al ricordo era destinato ad allargarsi su rievocazioni del quadro primo della società infantile, cioè la famiglia.
La Rivoluzione tinge di rimpianto o di lontananza i ricordi di infanzie vissute sotto l’Ancien Régime, aggiungendo una dimensione di irrecuperabilità del passato a quella individuale in cui pativa e godeva Rousseau. Essendosi ripercossa nel chiuso delle famiglie e nell’esperienza quotidiana infantile, essa si fa oggetto di ricordo personale. Il ciclo di memorie d’infanzia si evolve come una delle documentazioni più avvincenti, genuine e segrete della presa di coscienza della storia che si ebbe nell’età dell’avvento borghese. Esso sembra esaurirsi intorno a quando è compiuta la fase ascensionale e progressiva della borghesia e della grande Rivoluzione in poi si cominciano a contare troppe generazioni perché la diversità del vecchio mondo sia più accessibile alla memoria individuale, neppure grazie al tramite di parenti anziani conosciuti nell’infanzia. La tematica dell’infanzia cessa allora di ispirare in Francia capolavori autobiografici.
Con la Terza Repubblica alcuni autori cominciarono a scrivere in prima o in terza persona nel genere narrativo. Ma ormai il parlare dell’infanzia non caratterizza più un’opera letteraria in nessun modo. Quanto alla tematica infantile-temporale nata con Rousseau, essa prosegue fino a Proust. All’altezza dei ricordi d’infanzia, gli scrittori coltivano a suo modo e spesso senza esitazioni una tematica ancora nascente, mentre ai ricordi d’amore coltivano una millenaria fiducia nell’interesse partecipe dei lettori.
Parte prima
Capitolo 1: Il patto col lettore (Rousseau)
Nel 1782 La Harpe, corrispondente letterario del granduca Paolo di Russia, gli annuncia un’importante novità, attesa con curiosità generale da molti anni: l’uscita delle Confessions de Rousseau. La vita privata degli eroi del carattere e dell’azione può presentare un legittimo interesse, ma non quella degli uomini di lettere e meno che mai la loro infanzia. Oltre allo scandalo moralistico per la varia audacia di molte delle cose confessate, oltre alla ripugnanza che poteva suscitare l’esibizione d’una impudica sincerità e d’un egocentrismo mai visto, si individua una sorpresa che ha per oggetto l’insistenza di Rousseau su ricordi d’infanzia minimi, privi di importanza obiettiva e di significato razionale.
Se ad esempio scorriamo le prime pagine delle rispettive autobiografie di italiani come Vico o Goldoni, non personaggi mondani ma uomini di lettere o di studio, troviamo la medesima sommarietà per quanto riguarda l’infanzia: in ciascuno dei loro libri il breve discorso su di essa si riduce sempre più o meno a notizie sugli studi compiuti o su poche altre cose che, al di fuori degli studi, sono giudicate serie e funzionali come premesse della propria storia. Tutto ciò che non appare razionalmente funzionale non merita alcun indugio.
Si potrà capire dunque come più d’uno dei primi lettori delle Confessions potesse esser portato a condividere le obiezioni dei recensori tradizionalisti. I ricordi puerili di Rousseau non si salvano sia perché gratuiti e non apprezzabili come indizi di futura grandezza, sia perché in ogni caso Rousseau era solo uno scrittore o un filosofo e non un principe né un condottiero. Se lo spazio accordato sulla carta a simili ricordi poteva già apparire ingiustificabile e perciò fastidioso, la commozione con cui Rousseau se ne intrattiene doveva sembrare gratuita alla seconda potenza: La Harpe non deplora solo che lo scrittore sessantenne rievochi quel che ha fatto fra i sei e i dodici anni, ma anche che ci metta un'attenzione “seria”: non solo che se ne occupi, ma che se ne occupi “gravemente”. Il critico, soprattutto, insiste su quella che è per lui un’imperdonabile sproporzione fra la “gravità” del tono e l’indegnità dell’argomento. La rimembranza più incriminata di Rousseau era la confessione del piacere che gli procurava il castigo infantile.
Possiamo distinguere dalla scabrosità di contenuto che caratterizza certe frasi o pagine del primo libro delle Confessions, come dei successivi, due maggiori elementi di sorprendente novità rispetto a tutta la tradizione memorialista, più specificatamente legati alla rievocazione di una sola età della vita: la tendenza alla precisazione contingente e in apparenza gratuita del ricordo d’infanzia e la commozione che insorge nel rievocarlo e si fa oggetto di discorso essa stessa. Rousseau dichiara di ricordare le frasette caratterizzanti della zia, senza però riferircele. Ci dice un solo minuscolo particolare visivo: i due riccioli che i capelli neri le formavano sulle tempie. Un particolare la cui concretezza, unica in tutto il passo, è subito giustificata dalla capacità che esso possiede di datare la cara immagine della zia. Rousseau fu persuaso dalla zia di quel gusto o passione per la musica che si è sviluppato in lui più tardi. Il lettore che sia al corrente di tutta l’importanza della musica nella vita di Rousseau, futuro copista e compositore, potrebbe credere di trovarsi di fronte a una notizia data solo per il suo valore causale e anticipatore rispetto alla formazione della personalità. Invece Rousseau comincia un lungo e meraviglioso indugio sul canto della zia che sembra proprio interessarlo di per sé, sia come oggetto di ricordo che come occasione al processo incontrollabile del ricordo.
Rousseau ha raccontato da capo a fondo il soggiorno fatto a Bossey, fra i dieci e i dodici anni, presso il pastore Lambercier. Ha parlato della felicità in cui è vissuto insieme al cugino Bernard e dell’ingiusto castigo che vi ha posto dolorosamente fine. Inoltre ha paragonato Bossey a un paradiso perduto. Il lettore sa ormai tutto quanto occorre sapere su questo soggiorno al punto in cui l’episodio si chiude con la notizia della separazione dei due bambini del pastore e da sua sorella. Eppure Rousseau non tira avanti, passando a ciò che dovrebbe seguire nell’ordine della narrazione. Seguono invece delle pagine in cui si sofferma ancora sulla felicità provata a Bossey. Le reminiscenze di Bossey non si sono mai risvegliate se non in modo slegato e il loro diletto è rimasto potenziale. Se invece esse si ravvivano è perché egli diventa vecchio. Rousseau non poteva temere che mancassero lettori “sensibili” per i suoi ricordi d’infanzia, ma mirava più o meno consapevolmente a loro. Il lettore indifferente viene assunto di preferenza ad unico testimone e il parlare dei ricordi d’infanzia viene giustificato soltanto in nome del proprio bisogno di farlo.
Rousseau prosegue fingendo di esitare fra due aneddoti: quello che racconterà lungamente e quello dello sfortunato capitombolo per cui il sedere di Mademoiselle Lambercier venne esibito sul passaggio del re di Sardegna, storiella che finisce pure con l’essere narrata in breve e che è considerata più divertente per i lettori. Meno, però, per lui stesso in quanto ne fu soltanto spettatore, mentre fu attore dall’altra. La preferenza per una storiella “agita” da lui stesso, anziché per una guardata, è un indice del desiderio di rivivere l’esperienza infantile dal di dentro e dunque in ciò che ha di speciale e di diverso da una esperienza di adulto. Se prima Rousseau ha parlato con efficacia senza precedenti dei processi attraverso i quali il ricordo sopravvive o si risveglia oppure di singoli ricordi nella loro immediatezza statica e isolata, ora il suo desiderio di rievocazione va incontro a problemi espressivi ulteriori per il fatto stesso che si tratta “di narrare”, cioè di resuscitare tutta una serie di ricordi infantili continua.
Alla distanza interiore del tempo e della memoria si sostituisce la distanza positiva che diversifica i punti di vista dell’adulto e del bambino e i loro rapporti rispettivi con la realtà. Al senso del passato in quanto tale, subentra il compito di riesprimere il passato infantile in quanto un giorno è stato a sua volta presente e può essere rifatto narrativamente presente da una adeguata riadozione delle prospettive mentali e sensoriali che lo caratterizzarono. Con una trovata stilistica, Rousseau presenta il più ozioso e meno funzionale dei fatterelli tratti dalla sua infanzia. Se parliamo d'ironia, osserviamo subito quanto lo scarto fra solennità di linguaggio e futilità di argomento accusa in forma giocosa e sorridente la grande tenerezza con cui Rousseau si accinge a rievocare l’aneddoto.
L’elemento scherzoso e letterario è in primo piano. Il pastore Lambercier fa piantare un noce, che sarà annaffiato quotidianamente da Rousseau e il cuginetto. Piantato a poca distanza dal noce un salice, due bambini inventano un modo clandestino per far fluire al salice una parte dell’acqua con cui dai grandi veniva innaffiato il noce. Ma appena verificato il perfetto funzionamento della loro opera, i bambini attirano con incaute grida di gioia l'attenzione del pastore Lambercier, che distrugge a colpi di zappa spietati la distribuzione del subdolo acquedotto. Solo a racconto finito Rousseau aggiunge qualche osservazione di carattere psicologico, dopo di che trae in poche parole una conclusione moralistica, in onore dell’infanzia. Un albero dura nel tempo come una canzone, benché la morte vegetale o l'accetta minaccino il primo come la seconda può distinguersi da tutte le memorie: e così il noce viene a corrispondere alla canzoncina della zia, l'uno e l'altra dotati di sopravvivenze esterne.
Capitolo 2: Il piccolo re pontefice (Restif)
Monsieur Nicolas, ou le coeur humain dévoilé è un’autobiografia di Restif. Una vulcanica disposizione autobiografica era insita in tutta la sterminata produzione di Restif. Nelle circostanze in cui l’autobiografia sorgeva era inevitabile che l’esigenza di originalità dovesse affermarsi in concorrenza con l’esempio di Rousseau, il quale aveva già voluto per suo conto intraprendere un’opera senza precedenti né possibili imitazioni. Così Restif si prefiggerà di eclissarne la sincerità proclamando il valore universale della sua anatomia psicologica, proprio mentre è il più sfrenato individualismo che vi si espande. In realtà la sincerità di Restif sorpassa quella di Rousseau soprattutto nel senso d’una insistenza senza ritegno sulla sua vita sessuale: il Monsieur Nicolas sarebbe un libro assai più saldo e leggibile se il numero delle esperienze amorose di Nicolas non fosse a tal punto elevato e se tutte non venissero raccontate con così indulgente prolissità.
Per cui, a prescindere dall’interesse psicologico di molte confessioni erotiche, è giudizio comune che la parte migliore dell’opera sia l’infanzia e l’adolescenza campagnola di Nicolas. Restif non ha senso di tradizione letteraria vincolante, di riserbo mondano o di religiosa negazione di sé: di tutte queste cose il suo esuberante egocentrismo ha già trionfato senza combattere nel momento in cui egli prende la penna in mano. A lui non si oppone, dunque, per parlare dell’infanzia, nessuno degli scrupoli avvertiti e superati da Rousseau, la cui sincerità gli premeva inoltre lasciarsi indietro. Restif gode di una nitida persistenza del ricordo come fosse presente ed esercita su se stesso una curiosità psicologica talvolta penetrante che si fa forte anch’essa della sua prodigiosa memoria.
Nicolas prende contatto con la realtà del sesso fin dal secondo, terzo e quarto ricordo d’infanzia, dove emergono confessioni relative a scene erotiche prematuramente guardate, a carezze e masturbazioni prematuramente subite, al proprio feticismo per il piede femminile, alla precocissima pubertà e paternità…, con il ricorso al latino per i particolari fisiologici reputati troppo scabrosi. Per fortuna Nicolas non è precoce solo in fatto di virilità, ma anche quanto a buona volontà e attitudini di contadino e pastore fanciullo. I lavori della terra e del bestiame e la vita della natura posseggono ai suoi occhi una innocente sanità primitiva degna di eterna nostalgia. Ma le gioie più intense che la natura possa procurare al bambino hanno per condizione che questi creda di partecipare in qualche modo attivamente al divenire delle cose, all’alimentazione, crescita o riproduzione degli esseri viventi.
Quando Nicolas compie sette anni viene messo in guardia con solennità dialettale contro i nuovi rischi di questa età responsabile. Lo slancio del bambino verso la condizione virile si traduce in emulazione del lavoro campestre dei grandi: a undici anni Nicolas si occupa con tanta sollecitudine delle anatre, delle oche e dei tacchini, che il padre trova eccessivo il suo zelo. Lo spunto d’imitazione del padre è garanzia di autenticità del ricordo infantile.
Capitolo 3: L’odore dei tigli fioriti (Ramond)
Ramond, lo scrittore che sotto le congiunte influenze letterarie di Rousseau ha acquisito la suggestione del paesaggio di montagna alla prosa francese, non ha mai scritto le sue memorie: la lettera con la quale replicò in tarda età all’amico che lo aveva esortato a farlo si conclude alla fine con un rifiuto. Solo la sua esperienza di viaggiatore di montagna è stata fissata per iscritto in tre libri nei quali Ramond deve un posto nella storia letteraria e che sono strutturati come resoconti dei propri itinerari svizzeri o pirenaici, cioè su una trama a suo modo narrativa e biografica destinata a ricevere interesse dalle continue osservazioni o digressioni geologiche, botaniche, antropologiche… e soprattutto dal talento descrittivo e dal senso della natura che si manifestano ad ogni proposito.
Ma la duttilità di simili strutture e la compatibilità con intenti letterari che caratterizza la prosa scientifica dell’epoca, lasciano il varco aperto anche a qualche indugio personale ed emotivo. Ramond è abile a disegnare paesaggi naturali nelle loro linee e a tradurre il paesaggio in puri termini di temperatura e di profumo. Di tutte le possibili sopravvivenze materiali del passato nessuna è più aerea e penetrante dell’odore. D’altra parte il ridestarsi della reminiscenza sembra graduale e non diverrebbe cosciente se non grazie al raccoglimento e alla riflessione: l’odore agisce assai più insensibilmente della vista di un luogo o di un fiore e il temperamento di Ramond, equilibrato e sereno, accederà ad una mite emozione.
L’odore dei tigli fioriti scuote i ricordi d’infanzia che dominano la fantasia scientifica del geologo Ramond. Guidato dal profumo evocatore verso il più profondo di se stesso, giunge a un’identificazione tra gli sfondi naturali del presente e quelli del passato. Ramond deve quasi tutti gli altri momenti migliori delle sue opere ad un senso ottimistico, scientifico e poetico, dell’armonia che è nell’ordine del mondo, che è fra l’uomo ed il mondo.
Capitolo 4: La posizione e il patibolo (Madame Roland)
Madame Roland comincia a scrivere i suoi Mémoires particuliers nel carcere, tre mesi prima della sua esecuzione. Il suo racconto autobiografico sarà spesso interrotto da accorate digressioni o da brevi annotazioni ancora più tragiche, sull’attualità politica della Francia del Terrore e in particolare sul destino dei Girondini e sul proprio, a volte perfino su quello dei propri manoscritti. Il presente o l’immediato passato politico assediano senza posa l’animo di Madame Roland, che nella sua prima detenzione aveva già descritto le circostanze che avevano portato al proprio arresto e il giorno prima di porre mano ai Mémoires particuliers aveva scritto degli aneddoti sui Girondini e altri deputati.
Ma nei Mémoires particuliers l’angoscia della situazione di sfondo fa un dissonante contrappunto coi prediletti ricordi della giovinezza, a partire dal racconto del proprio ingresso in collegio. Il rapporto fra presente e passato infantile può rivelare anche una inaspettata conformità, grazie alla quale reclusione carceraria e riparo tranquillo del tetto paterno vengono ad assomigliarsi. Da bambina solo i mazzi di fiori avevano il potere di distoglierla dal suo precoce amore alla letteratura. Piena di vigorosa passione sia politica che amorosa, sa che la morte è vicina. La confessione più scabrosa dei Mémoires particuliers è quella di un primo e brutale contatto avuto con la sessualità maschile intorno ai dieci anni. Un altro episodio è fatto risalire all’età di poco più di sei anni: esso consiste solo nella resistenza opposta dalla bambina alle minacce e percosse del padre che le impone di bere una medicina dall’odore disgustoso, poi nella stoica obbedienza alle suppliche della madre. Lo scopo è quello di contrapporre il cattivo sistema del padre che ordinava e puniva, all’abilità e prudenza della madre. Madame Roland si dice incerta se attribuire alle vicende della sua vita o al proprio carattere la varietà e pienezza d’affetti.
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