Scrivere per imparare a scrivere
La scrittura come strumento di metacognizione
Introduzione
Convinti, che nella preparazione alla professione insegnante, debba venire attribuita una sostanziale importanza alla formazione verso la scrittura professionale al ruolo del laboratorio di scrittura nella scuola, sosteniamo come l'istituzione scolastica si possa configurare come luogo deputato per la conservazione e la trasmissione della cultura alta attraverso la scrittura, intesa nel senso forte di una personale codificazione della realtà e della memoria e, in questa visione, l'insegnante possa diventare modello di siffatta scrittura per la diffusione della stessa tra le giovani generazioni.
Nella prima parte della presente trattazione, si è scelto di investigare ed approfondire il quadro teorico metodologico, centrato sulla scrittura, intesa come strumento di elaborazione cognitiva e metacognitiva, nonché medium espressivo ed emotivo. Il fuoco d'interesse del presente contributo, risultato di una ricerca pedagogica, si è concentrato sulla questione dello "stile" che personalizza la pratica educativa professionale di chi opera nell'ambito della formazione, arrivando a concettualizzare il professionismo educativo postmoderno che comporta una modificazione profonda della collegialità, e che, risulta sempre più tesa ad acquisire una veste informale, investendo nelle relazioni e nelle collaborazioni, anche extra-formative, e sottolineando, il ruolo morale ed etico, di cui la professione educativa è sempre maggiormente investita. Una ricerca in tal senso intende mettere a fuoco il modo i cui i professionisti costruiscono, trasferiscono ed usano conoscenza nell'ambito delle loro pratiche, nonché il ruolo e la funzione che i processi cognitivi svolgono nel loro agire.
Nella seconda parte si riferiscono le riflessioni e le pratiche della scrittura formativa, intese come mediatori nella formazione, all'interno di un confronto continuo e aperto con studenti, colleghe/i, educatori scolastici. Il racconto diventa dunque strumento della narratività lucida e spontanea dell'esperienza, che si trasforma in un racconto lontano dal silenzio, ma anche dall'imitazione, utile per parlare delle cose che stanno a cuore, di cui si ha esperienza senza renderle superflue. La narrazione che si fa parola quotidiana riesce a raccontare un pezzo di realtà, vivendoci dentro. Il racconto che si fa testimonianza e che viene assunto come fonte attendibile per la ricerca scientifica.
Si avverte sempre più l'esigenza di costruire il sapere educativo a partire dalla testimonianza (orale e scritta) del professionista educativo. La scrittura viene proposta come medium privilegiato per un'assunzione di responsabilità rispetto alla propria persona e alla propria professione, alla qualità del proprio agire educativo e diventa un elemento interessante perché può diventare non solo uno strumento professionale, chiuso all’interno di una professionalità criptica, poco leggibile, ma anche uno strumento di trasparenza e di auto-consapevolezza.
Dario Ianes scrive che «si deve parlare dunque di introspezione, autoanalisi e autoconsapevolezza di cosa e come sto pensando, valutando, ricordando». L’attività di scrittura diventa allora parte integrante dell'autoformazione e della pratica professionale. Scrivendo, affermano Cocever e Chiantera, «si trascrivono scene che si svolgono nella vita quotidiana (osservazione) per approfondirne la comprensione. Si annotano e si mettono in forma riflessioni, discussioni e prese di decisione che accompagnano l'evoluzione di un gruppo di lavoro o di un servizio. Si costruiscono parti di storie di vita; si elaborano progetti di vita da condividere. Un educatore che parla o scrive delle persone con cui lavora, svolge un'azione educativa nei confronti del o dei soggetti di cui parla».
Un soggetto in età evolutiva che riflette su di sé, sulla propria formazione, utilizza la narrazione, anche scritta, per attuare, una sorta di auto-valutazione, anche in linea con il DLgs 62/2017 art. 1 comma 1, secondo cui «la valutazione ha per oggetto il processo formativo e i risultati di apprendimento delle studentesse e degli studenti, ha finalità formativa ed educativa e concorre al miglioramento degli apprendimenti e al successo formativo degli stessi, documenta lo sviluppo dell'identità personale e promuove la autovalutazione di ciascuno in relazione alle acquisizioni di conoscenze, abilità e competenze». Si tratta di un'autovalutazione proattiva che riconosce ed evidenzia i progressi, anche piccoli, compiuti dall'alunno nel suo cammino, gratifica i passi effettuati, cerca di far crescere in lui le "emozioni di riuscita" che rappresentano il presupposto per le azioni successive.
Il soggetto che apprende avrà costruito una biografia cognitiva che non sempre l'insegnante riesce a cogliere e che si esplicita meglio se è lo stesso alunno a raccontarla. La narrazione di un percorso di apprendimento da parte dell'alunno costituisce un'occasione straordinaria per insegnare agli studenti in modo individualizzato a riflettere sui loro lavori e per sviluppare in loro una struttura cognitiva più ricca e critica. La valutazione attraverso la narrazione assume una funzione riflessiva e metacognitiva nel senso che guida il soggetto ad assumere la consapevolezza di come avviene l'apprendimento.
Parte prima
Teorie, tecniche e modelli per la produzione del testo scritto
1. La funzione comunicativa dell'atto linguistico
«Una delle funzioni fondamentali del linguaggio verbale è la comunicazione interpersonale», scrive V. Mascia. Quando si stabilisce un rapporto tra chi parla o chi ascolta (tra chi scrive e chi legge) si comunica sempre qualcosa purché, si sia sulla stessa lunghezza d’onda, in quanto, se il codice usato è diverso, non è possibile comprenderti. L’aspetto comunicativo è presente sin dall’inizio e che appare abbastanza presto (per esempio verso i sei anni) implicando, con il suo apparire, cambiamenti quantitativi e livello psicolinguistico».
L.S. Vygotskij ritiene che la funzione primaria del linguaggio è la comunicazione, il contatto sociale. Per ciò che riguarda i cambiamenti qualitativi, dobbiamo rifarci al Piaget, il quale situa lo «stadio della collaborazione e della discussione propriamente detta verso i 7-8 anni; infatti in questa età appare nel bambino uno stadio logico, durante il quale si generalizza il fenomeno della riflessione, ossia la tendenza ad unificare le credenze e le opinioni, a sistematizzarle per evitarne le contraddizioni».
La comunicazione è un processo mediante il quale si trasmettono dei significati, servendosi di «segni» o «linguaggi» di varia natura. «La comunicazione, scrive J.B. Carroll, è un comportamento per cui chi inizia la comunicazione stessa cerca di suscitare certi processi interiori in chi riceve la comunicazione e, se è possibile, di ottenere da lui determinate risposte manifeste.
La struttura del processo di comunicazione
Nella comunicazione esiste una «sorgente» che può essere la persona che parla, il testo scritto, la trasmittente, ecc. La «sorgente invia un «messaggio» che, per essere compreso dal «ricevente» deve essere adattato da un «emittente» al mezzo di trasmissione, cioè al «canale» che può essere l'aria, i cavi, i fili, ecc. Nasce così il «segnale» che è captato dal ricevente come segnale in arrivo, cioè come «segnale» per una «destinazione». Ma perché il «segno» trasmesso diventi «significante» rispetto al «significato» che vuole comunicare (la lingua è costituita da segni; un segno è l’associazione di un significante, elemento percepibile con i sensi / segno concreto, e di un significato, elemento non percepibile con i sensi, cioè il contenuto. Il significato non esiste mai senza significante), occorre che l'emittente e il ricevente abbiano in comune un «codice», cioè un complesso di regole che stabiliscono corrispondenze sistematiche tra gli elementi di un insieme (i significanti) e gli elementi di un altro insieme (i significati). In base ad esso l'emittente codifica e il ricevente lo decodifica.
Può accadere a volte che delle interferenze disturbino o imbroglino la trasmissione mediante «rumori» di vario genere, sia del canale (ad es., offuscamento del «video»), sia dell'emittente (un abbassamento di voce), sia del ricevente (un difetto acustico o visivo). Contro l'effetto del rumore si ricorre alla «ridondanza», che consiste in informazioni supplementari che consentono, mediante vari accorgimenti, quali la ripetizione variata del messaggio, di rinforzare il messaggio, di completarlo e di correggere gli errori.
- Altro elemento importante nella comunicazione è il «feedback», cioè, un «processo di retroazione nel quale il controllo delle cause mediante gli effetti consente di regolare un sistema». È un processo di autoregolazione con il quale il ricevente reagisce, consapevolmente o meno, al messaggio dell'emittente, il ricevente, a sua volta, con la sua reazione invia informazioni a livelli diversi (razionale, emotivo, affettivo); in base a queste affermazioni l'emittente regolerà il proseguimento della formulazione del proprio messaggio.
- Pure rilevante, è la situazione (il contesto) in cui avviene la comunicazione. Contesto, detto in termini semplici, è «ciò che è con il testo», ossia l'ambiente in senso lato in cui il testo si colloca e con cui è in relazione. Il contesto è costituito di vari elementi: i partecipanti allo scambio comunicativo, il luogo, le circostanze, il tempo, le azioni concomitanti, ecc. «Il contesto immediato di comunicazione, scrive M. Della Casa, poggia su una piattaforma più ampia che comprende l'intero «background» culturale, in cui si inquadra, e che è stato chiamato «contesto di cultura». .. Così, per fare un esempio, un colloquio d’esame ha per contesto immediato il corso formativo di cui costituisce la verifica conclusiva, una determinata scuola, un certo studente, insegnanti, ma questo contesto si inquadra in quello, più generale, delle istituzioni educative in vigore e delle regole e dei comportamenti che vi sono associati.
- Oltre alla situazione, è importante tenere conto, nella comunicazione, dei partecipanti, e in particolare del destinatario al quale si rivolge, e di cui vanno cercate le aspettative, gli interessi, le conoscenze, le reazioni probabili a quanto viene detto.
Valutando tutto questo diventa più semplice quando il riferimento va allo scambio orale, in cui ci si rivolge ad un interlocutore che sta dinanzi e che interagisce in varie forme, fornendo un supporto collaborativo in un tempo reale. Più problematico, invece, è il caso della scrittura, in cui si passa dalla comunicazione faccia a faccia a quella differita nel tempo, con una udienza remota. Chi scrive, infatti, deve sapersi costruire una immagine mentale della persona a cui si indirizza, mettendo in atto, in rapporto ad essa, un sistema di autoregolazione, riorganizzazione e aggiustamento del messaggio. Deve essere capace, in altre parole, di interiorizzare la propria udienza prevedendone le attese e le probabili domande. Si deve dire, soprattutto, in che cosa consiste la lingua.
Per F. de Saussure, «La lingua è un sistema di segni esperimenti delle idee e, è confutabile con la scrittura, l'alfabeto dei sordomuti, i riti simbolici, le forme di cortesia, i segnali militari, ecc. Essa è semplicemente il più importante di tali sistemi». La lingua viene definita quindi come un insieme strutturato di suoni e sequenze di suono (parole, locuzioni, frasi, discorsi) che una comunità di esseri umani utilizza per comunicare, esprimere, scambiare pensieri sentimenti. Essa presenta sia un aspetto individuale, in quanto l'uomo mediante le parole pensa e parla con se stesso, sia un aspetto sociale, in quanto consente la comunicazione tra i singoli membri di un gruppo, che usano la stessa lingua storicamente e geograficamente definita.
In linguistica, la definizione è più esigente e meno sicura. Osserva Jeanne Martinet: «quel che s'intende per lingua dipende da teorie linguistiche perché ogni teoria linguistica può essere considerata un sistema di ipotesi sulla forma della lingua». Dai pensatori più antichi (Democrito, Aristotele) ai moderni linguisti (de Saussure, Chomsky, Halliday, ecc.) lo specifico della lingua è stato indicato in aspetti diversi, quali la fonicità, la convenzionalità, la creatività, ecc. Sebbene tutte le definizioni partono dal concetto di lingua come sistema di segni (con le regole del loro uso) per realizzare la comunicazione, esse non sono sufficienti a indicarne le caratteristiche specifiche.
Dice J.B. Carroll: «La lingua è un insieme strutturato di suoni vocali e di sequenze di suoni (parole e frasi) che può essere usata, nella comunicazione interpersonale, da parte di una comunità di esseri umani e che cataloga cose, avvenimenti e processi dell'ambiente umano». Il linguaggio, invece, è la facoltà di esprimere pensieri, idee, sentimenti per mezzo di suoni articolati; la capacità dell'uomo di comunicare mediante sistemi di segni (le lingue appunto) utilizzati dal singolo o da comunità sociali. In un'accezione più allargata, il linguaggio è la facoltà propria di ogni essere vivente, e non soltanto umano, di comunicare con creature della stessa specie: si parla allora di linguaggio animale.
Tuttavia non tutto è pacifico nell'uso e nel significato di questo termine nella sua accezione più allargata. Molti autori considerano arbitrario chiamare linguaggio i sistemi di comunicazione non verbale, in quanto le lingue storico-naturali si distinguono da tutti gli altri sistemi di comunicazione umana e non umana e costituiscono una prerogativa specifica dell'uomo.
A questo punto, è opportuno praticare un'altra differenza, fra una comunicazione orale e una comunicazione scritta.
- In una comunicazione orale, diretta sotto forma di conversazione, di lezione, chi parla e chi ascolta, sono in presenza l'uno dell'altro; si possono così verificare le reazioni, le emozioni; si possono chiedere spiegazioni e il feedback può essere dato persino con un abbassamento di testa in segno di assenso.
- Viceversa, dicono A. Viala e M.P. Schmidt, «la comunicazione per iscritto è differita:
- Gli interlocutori non si trovano l’uno di fronte all'altro (allontanamento nello spazio);
- Il testo viene letto dopo un intervallo di tempo successivo al momento della sua redazione (allontanamento nel tempo). Quando vi è una risposta, questa è necessariamente falsata e non può intervenire nel processo formativo del testo per modificarlo (...)
Inoltre, «nella conversazione orale emittente e ricevente sono presenti all'atto della comunicazione, vivono contemporaneamente l'esperienza di un contesto anch'esso contemporaneo. Tutto questo nello scritto non è possibile. È necessario, quindi, nel testo scritto, esplicare tutto ciò che in un dialogo, in una conversazione, può essere lasciato implicito o indicato da semplici deittici».
F. Farina mette in risalto l'importanza che assume il dialogo scritto. Il dialogo «...lascia trasparire la presenza dell'interlocutore, tuttavia per suo mezzo il lettore non è lontano da chi scrive, almeno attraverso il ricordo o il desiderio. Tutto questo restituisce al dialogo scritto calore e lo rende più accettabile. Dà, ancora, alla narrazione un tono meno impersonale, la avvicina al lettore attraverso una forma più consono alla sua esperienza. Il dialogo scritto va valorizzato; anche perché permette ai ragazzi di avviare, con i protagonisti del racconto, un incontro che favorisce l'inizio e il consolidamento del processo di comprensione di un testo e, consente di immedesimarsi nelle vicende dell'eroe, di rivestirne il ruolo o di assumere il punto di vista di altri personaggi».
2. La scrittura come viatico cognitivo e metacognitivo
La scrittura «è un sistema per tradurre significati in segnali fisici». Come per la lettura, così per la scrittura acquisire la capacità di riprodurre segni grafici è condizione necessaria ma non sufficiente per «saper scrivere». Saper scrivere non è trasferire il parlato in una serie di segni percettivi scritti. Provvisoriamente si può affermare che saper scrivere significa:
- Padronanza delle caratteristiche del segnale fisico e delle regole che le governano;
- Consapevolezza della situazione comunicativa in cui si pone lo scritto;
- Strutturazione del messaggio che risulti efficace per la trasmissione di un contenuto in una certa situazione comunicativa.
Secondo D. Parisi la lingua scritta «se da un lato ha permesso di accrescere la possibilità di comunicazione rispetto al linguaggio orale... dall'altro ha anche favorito il potenziamento ulteriore delle capacità cognitive, ad esempio accrescendo nel campo della memoria esterna, del pensiero razionale, della capacità di pianificare, di ragionare su cose astratte, della fissazione di regole e procedure».
La conoscenza delle convenzioni «tecniche» della lingua scritta implica la conoscenza delle regole di combinazione dei segni grafici tra di loro, delle regole interne della lingua (morfologia, sintassi, ecc.) ma anche della conoscenza di convenzioni che hanno un carattere che va oltre la tecnica.
Il segno scritto, osserva F. Cicardi, è collocato nello spazio. Lo spazio circoscritto in cui si colloca un messaggio scritto costituisce il "contesto" in cui la strutturazione delle parole scrit
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