CAP. 1 “ITALIA COME PATRIA”
1.1 Occupanti, esuli, forestieri e stranieri
Straniero, estraneo, strano sono tre termini che condividono la stessa radice. “Straniero” non è solo colui che non si è
foreign
mai incontrato prima, quindi “estraneo”, ma è anche chi viene da un altro paese, giuridicamente diverso, così come il
degli inglesi e il “forestiero” italiano. Il termine, usato nella forma aggettivale, sta a indicare anche “strano, insolito” e poi, in
maniera molto più marcata “contrario, ripugnante” in un crescendo peggiorativo che evidenzia tutta la potenziale negatività
patria:
della parola. Il termine si lega inscindibilmente, all’idea di è proprio attorno a questa che le sovrapposizioni
sfumano, assumendo forte rilevanza politica. Patria è un’idea importante negli anni di cui stiamo trattando, anni in cui si sta
ponendo la questione del “come far esistere l’Italia”. Un’Italia che si presenta una accozzaglia di popoli. La letteratura cercherà
di trasmettere ai cittadini di domani, la sensazione che tutti gli italiani abbiano qualcosa in comune e non siano stranieri
fra loro, come di fatto appare. Per far questo, occorre identificare chi sia diverso, chi sia straniero davvero.
Il processo di costruzione nazionale presuppone l’affrontare il problema di come indicare bene chi italiano non sia.
L’espressione «Fuori i barbari» riscuota moltissimo successo nel Risorgimento, una specie di slogan che ricorre più di una
volta in chiusura degli interventi di Salvagnoli. Durante la “Grande Guerra” l’appello tornerà di attualità. Sebbene “barbaro”
sia connotato troppo negativamente per poter diventare il normale identificativo dello straniero d’oltralpe, riesce a
esprimere con forza quel sentimento di alterità rispetto a popoli usurpatori, che la storia pone dall’altra parte della
barricata. Straniero è dunque chiunque minacci la libertà della neonata nazione, imponendo il proprio dominio politico e
si
culturale, straniero è il popolo che opprime. Le differenze e gli screzi locali, in territorio nazionale, si ricompattano, nel nome di
resistenza.
una comune La prima immagine di “straniero” è quindi legata a stuoli di eserciti che arrivano d’Oltralpe e invadono
il territorio italiano, che impongono leggi e privano di diritti politici ed economici i “legittimi” italiani. I Promessi sposi, così
come altri romanzi risorgimentali, hanno spiegato bene il concetto. Straniero è anche l’esule, come ad esempio il giovane
Lodovico, protagonista di un’opera di Cristoforo Schmid. Il giovane esule ha seguito i genitori in fuga dalla Franci. Il suo arrivo
suscita la curiosità e le reazioni degli abitanti del piccolo paese di Waldenberg. Lo straniero è al tempo stesso motivo di
sospetto e di attrazione per gli abitanti. Ciò che il racconto ci rivela è il timore nei riguardi di chi non parla la stessa lingua e
proviene da territori diversi.
Il lemma “straniero” possiede quindi una complessità assai ricca e sfaccettata che è legata al tema articolato della patria, della
sua difesa, della sua costruzione e dell’identità nazionale. Un’identità che si definisce anche e soprattutto nel confronto con
l’altro si collega al tema delle rivendicazioni politiche, dell’esilio, dei diritti civili e sociali, diversamente da quanto accadrà nei
decenni successivi, quando il Fascismo, esasperando i toni, trasformerà tutto questo in culto della razza.
1.2. Patria: luogo di nascita, o di domicilio legale
“Patria” è un territorio fisico che si connota per costumi e tradizioni consolidate; è la terra dei padri e “straniero” è
chiunque sia nato altrove, nello stesso modo in cui si diventa stranieri quando ci si allontana, raramente per deliberata scelta.
diritti civili,
Quella degli esuli risorgimentali è una patria “dell’origine” e degli affetti, che aspira a trasformarsi in patria «di
o di politici, o di doveri adempiuti». La questione interessa certo tutta l’Europa, ma per l’Italia si fa più complessa:
gli abitanti della penisola non hanno una patria comune, sono stranieri gli uni agli altri, seppure li unisca, temporaneamente,
la comune lotta verso un oppressore, straniero per eccellenza, che detiene il potere politico sopra territori non suoi. La prima
accezione di “straniero” è legata a questa idea di usurpatore, di un potere arrogante al quale si ha il dovere di opporsi.
L’Italia stenta a rinsaldare il legame tra i suoi abitanti, il senso di appartenenza a uno stesso “popolo”. In Italia, l’idea di patria
come nazione deve essere costruita, all’insegna di una nuova unità politica. Le leve su cui puntare saranno, per anni, il servizio
militare, momento di incontro per uomini di diversa provenienza territoriale, e le politiche di alfabetizzazione popolare. Ha inizio
così quella che lo storico Giuliano Procacci ha definito la costruzione di una memoria comune. L’idea di nazione a cui ci si
ispira è ben sintetizzata dalle parole di Ernest Renan (1823-1892):Una nazione è un’anima, un principio spirituale.Un principio
spirituale, prima di tutto, fatto di passato (la costruzione di una memoria comune) e di presente (il desiderio di una nuova
solidarietà). Entrambe da costruire, attraverso l’educazione. Gl’italiani “si devono fare”: per questo c’è bisogno di scuola, di
formazione.
L’Italia di questi anni vede così muoversi i primi fermenti tra gli intellettuali che scorgono nell’educazione del bambino una
base utile, sulla quale costruire la generazione dei nuovi italiani. nonostante l’elevato indice di analfabetismo e il profondo
divario tra l’Italia del Nord e del Sud. Nascono in questi anni le prime riviste per l’infanzia, in particolare nel 1834 si inaugura il
«Giornale dei fanciulli» di Pietro Thouar. I “libri di scuola” sono un elemento chiave per la diffusione di un linguaggio comune,
fil rouge
alfabetico e simbolico al tempo stesso. Il tema della patria è così uno dei che attraversa molti testi pubblicati in
questo scorcio di secolo. Nelle scuole italiane la formazione morale è il primo obiettivo di un’educazione che deve essere
estesa il più possibile, al fine di garantire quella crescita politico-economica che i fautori del Risorgimento hanno auspicato e
auspicano. Luigi Parravicini, autore del più noto manuale dell’Ottocento, ha ben chiaro quale debba essere l’intento di chi
Giannetto
scrive libri di scuola e lo precisa nell’Avvertimento posto in testa a una riedizione del del 1886. Nel Giannetto, l’idea
di patria è una formula “da mandare a memoria”, quasi una definizione che ne riassume bene i tratti peculiariNegli anni del
Risorgimento e anche dopo, non c’è libro destinato ai giovani in formazione che non contenga un cenno a questo sentimento,
quasi innato, nei confronti della propria terra. È presente nei libri di storia e di geografia, nelle raccolte di racconti o di poesie,
come ad esempio quelle firmate da Domenico Cappellina, professore di magistero, parlamentare e membro attivo della
società d’istruzione e d’educazione. L’idea di patria occupa anche i testi destinati al pubblico femminile, alle giovani fortunate
che possono aspirare a una formazione. Anche loro condividono con gli uomini i doveri verso il proprio paese. Il contributo
della donna è complementare a quello dell’uomo, ma non meno importante.
Manuale per le giovinette italiane,
Le pagine scritte da Luisa Amalia Paladini nel ribadiscono l’influenza sociale della donna
e ne definiscono chiaramente il ruolo all’interno della famiglia e della società intera. L’educazione femminile risente di un
radicato pregiudizio di genere.
1.3. Anche fuor della tua patria vi sono degli uomini Dei doveri degli uomini. Discorso
Tra i volumi destinati all’educazione dei giovani cittadini vi è un opuscolo di Silvio Pellico:
ad un giovane che riscuoterà un certo successo presso le scuole e sarà diffuso anche fuori dal territorio nazionale. Il breve
di patria».
trattato elenca i doveri fondamentali dell’uomo, tra cui «l’amor Pellico contesta il punto di vista di quanti
tacciano di egoismo il sentimento provato verso chi appartiene allo stesso popolo. È interessante leggere come “patria” sia
per Pellico un concetto relativo.
In questi primi decenni del Risorgimento, in un’epoca di lotte e rivendicazioni politiche, le parole di Pellico suonano caute,
affrontano il tema della patria secondo una prospettiva complessa, rivelando il timore verso il “vano insuperbire” e verso
un “odio” che lascia intravedere il pericolo di potenziali nazionalismi e incomprensioni culturali; domina nell’autore,
certamente, lo spirito cristiano che tende a vedere accomunati tutti gli uomini. Il dubbio di un “patriottismo illiberale” si insinua
come una minaccia reale e mostra le contraddizioni di un vincolo che unisce gli uomini in base a una certa idea di
appartenenza, ma contribuisce, nello stesso tempo, a separarli, rafforzando la percezione dello “straniero” e incrinando
definitivamente lo spirito cosmopolita che aveva caratterizzato il pensiero degli illuministi. A ridosso dell’Unità d’Italia, il
sentimento di solidarietà si estende a un’umanità più ampia di quella abitante i confini nazionali.
Giannetto,
Il volume di Collodi, ha abbandonato del tutto l’enfasi positiva posta sull’idea di patria. Nel frattempo hanno avuto
inizio le guerre coloniali. Il futuro che si prefigura è già, in questi anni, quello di una politica coloniale che consenta
l’affermazione della nazione fuori dai propri territori geografici, nel recupero di una storia passata che ha visto la grandezza
Cuore,
della latinità dominare su tutta Europa e non solo. Una patria per cui si muore, all’occorrenza. Dalle pagine di il libro che
più di tutti esalta il patriottismo recuperiamo l’immagine di un padre disposto a sacrificare la vita del figlio alle ragioni della
patria. Ci si avvicina così, a grandi passi, agli anni Venti del novecento. Da quel momento in poi quello della pat
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