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Riassunto esame storia della pedagogia, prof Morandini, libro consigliato La conquista della parola. L'educazione dei sordomuti a Torino tra Otto e Novecento

riassunto per esame di storia della pedagogia, basato su appunti personali e studio autonomo del libro consigliato dal docente: La conquista della parola. L'educazione dei sordomuti a Torino tra Otto e Novecento, dell'università degli Studi di Torino - Unito.

Esame di Storia della pedagogia docente Prof. M. Morandini

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ESTRATTO DOCUMENTO

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La conferma della penalizzazione in quanto laico, si avrà con l’apertura della

Regia Scuola Normale.

Nel 1834 il Principe di Carignano approva un progetto che prevedeva il ricorso a:

2 congregazioni una maschile e una femminile, uniche realtà che potevano

garantire etica e continuità all’esperienza: Bracco, coadiuvato da un ex allievo di

Assarotti (Genova), doveva formare i religiosi per renderli autonomi nella missione e

conduzione della scuola. )il

Il 15 dicembre stesso anno (? Re nominò il prete alessandrino per immediato

avvio all’iniziativa! Cospicui fondi del Governo! 8000 £.!

Il sovrano non volle rinunciare al progetto come dimostra il tentativo

dell’incarico al Cardinale di Torino nel 1836, di individuare una congregazione

disponibile a sostituire il Bracco: le risposte erano negative, si riteneva

l’educazione dei sordomuti “non conforme al proprio Istituto e superiore alle

proprie forze” e si declinava l’invito per ragioni pratico organizzative. I religiosi

dell’Istituto di Carità dichiaravano di non possedere un locale adatto, i Fratelli

delle Scuole Cristiane chiedevano tempo per istruirsi.

Nel 1838 Bracco viene confermato definitivamente dal Re alla guida della Scuola!

Grazie le pressioni del Presidente dell’università per dare un assetto stabile!

Siccome non poteva avvalersi di altre congregazioni, il Re pose come condizione

che i futuri istitutori di sordomuti fossero ecclesiastici!

Anche la sorte della signora Scagliotti subì discriminazione come suo marito: nel

1846 le fu negata l’autorizzazione a avviare privatamente un istituto per fanciulle,

l’alternativa era quella di trovare un impiego presso le religiose.

Di carattere finanziario sembra la scelta di aprire una scuola normale per

istitutori anziché un convitto per fanciulli, sul modello di Genova! quindi si

cerca di ridurre al minimo il personale: 10 a carico dell’istituto di cui 5

regolarmente stipendiate (Direttore+2 istitutori+ 2 di servizio) e 5 a cui si

garantiva vitto e alloggio (i sordomuti la cui presenza era necessaria per il

tirocinio) 

23 gennaio 1838 TITOLO DI REGIA! Duplice compito: istruire sordomuti e

formare istitutori

ORGANIZZAZIONE DIDATTICA 1839: i futuri maestri dovevano possedere

attitudini specifiche e un rigoroso senso morale, non sopra i 30 anni e vestire

l’abito talare! Dovevano superare un periodo di 4 mesi di prova e dopo 2 anni

promossi istitutori, con vitto alloggio e 600 £, invitati a essere dolci e pazienti ma

fermi e decisi per la condotta. 3

Discipline per sviluppare l’intelligenza aritmetica, favorire la comunicazione con

la grammatica e la calligrafia e promuovere la vira interiore attraverso la

religione e storia sacra! Per le femmine lavori donneschi e per i maschi laboratori

artigianali. La durata del ciclo scolastico non era indicata ma (art.1) si invitavano

gli alunni a imparare velocemente per lasciar posto a nuovi allievi.

Ma la presenza di sordomuti era necessaria nell’Istituto per formare istitutori

capaci, a sua volta, di dare ai sordomuti l’istruzione cristiana e letteraria, e che

rimarranno fino al compimento della loro istruzione.

Successivamente ci sarà la decisione (1840) di limitare l’ingresso solo ai sordomuti

maschi, per vantaggio economico, in quanto si riducevano le spese di separazione,

poiché si sarebbero dovuti ampliare gli spazi. Si scelse il genere maschile per 2

promuovere

motivi: 1 futuro nel mondo del lavoro più semplice e un’azione

educativa esente da cautele imposte dal pudore e riservatezza. Dopo il

provvedimento i maschi aumentano ma diminuiranno le femmine per il mancato

ricambio a fine percorso studi (1835/1848_ alunni 37 di cui 27 maschi).

Torino pur essendo sede della scuola, era scarsamente rappresentata: 4 alunni di

cui 2 a spese dell’amministrazione. Il primato era a Cuneo con 4 e Novara con 3

nominativi inseriti, l’età di ingresso variava dagli 8 anni ai 32 o 35, anche

differenze di percorso studi, alcuni per pochi mesi, altri seguivano corsi per 5/9

anni. Le attività preferite erano accordi con attività di bottega, calzolai,

falegname, ebanista, sarto, litografi o legatori. Ai pochi che beneficiavano

dell’istruzione religiosa e scolastica, Bracco decise di affiancare un gruppo di

sordomuti esterni per introdurli alla fede: spiegava il Vangelo a gesti e celebrava

funzioni religiose nei giorni festivi. Ciò serviva anche a socializzare con ex allievi e

per mantenere un legame con un ambiente significativo nel processo di crescita.

Di fatto il numero dei partecipanti superava gli iscritti e ciò

Indusse nel 1843 all’apertura vera SCUOLA destinata a coloro che non avevano i

mezzi per l’istruzione o non potevano essere ammessi per circostanze particolari,

inizialmente solo per maschi ma alla fine dell’anno anche per le femmine, così che

nel 1848 si contavano 38 tra maschi e femmine. Non tutti però avevano superato

la prova, degli 8 che avevano conseguito l’idoneità all’insegnamento, solo 6 si

erano occupati dei privi di udito, di cui 3 all’interno dell’Istituto: Paolo Ferrero,

Giuseppe Gallo e Benedetto Conte; Armand ad Aosta, Cagno a Milazzo e Don

Mazzetti a Novara. L’esiguo numero di formatori e la mancata apertura sul

territorio piemontese di scuole per sordomuti, non sorprende se si considerano le

difficoltà della specializzazione e degli sbocchi professionali. Il dicastero degli

Interni invitava le Opere Pie delle provincie a stanziare fondi e a aderire al

progetto affinché si favorisse l’emulazione tra le amministrazioni cittadine (1844).

4

Difficile comunque la sopravvivenza della Regia Scuola Normale: era necessario

ridefinire gli obiettivi.

Il Ministero degli Interni voleva trasformare la struttura esistente in un ampio

convitto con sezione femminile, così nel 1847 contattò le religiose del Sacro <3

responsabili a Chambery di educazione di sordomute. Le trattative non si

conclusero perché mancava la Superiora di Torino e il rappresentante del

progetto, ma la mancata riforma non fermò il processo di cambiamento

2. VERSO IL CONVITTO

Il primo segnale di cambiamento si evince dalla volontà di riammettere le

femmine, -1852-prima escluse per la mancanza di disporre di alunni per il

tirocinio di entrambi i sessi e la conseguente crescita a metà degli anni ’50 di

sordomuti, grazie anche allo sforzo finanziario delle provincie di Cuneo, Novara e

Torino per garantire posti gratuiti ai propri abitanti. Servivano dunque ampi

spazi, i traslochi dagli alloggi provvisori presi in affitto furono 3 in 15 anni, ma il

generoso lascito della vedova Contessa Ottavia di Mombello, favoriva l’apertura

di un secondo edificio con 70.000 £; ma la somma era insufficiente quindi la

commissione chiedeva la concessione gratuita o a condizioni agevolate di un

terreno edificabile di proprietà del demanio. Dopo diverse trattative, nel 1858 si

concessero 5551 Mq., di terreno del valore di 58.000 £, in località Cittadella

(attuale via Assarotti). Tra i promotori dei rappresentanti di Governo, Lanza

Ministro delle Finanze e Pubblica Istruzione, fu promotore del progetto convinto

della necessità di formare gli sventurati cittadini privi di udito e della favella e

trasformarli in persone utili. Anche Camillo Benso di Cavour riconobbe la

priorità nell’agenda parlamentare, e addirittura il deputato Buffa voleva

l’istruzione obbligatoria per i soggetti sordomuti, per formare cittadini capaci di

amare, combattere e morire per la patria. 

Novità anche sul piano didattico nel 1855 proposta di un saggio pubblico con

il duplice intento: far conoscere la scuola e motivare gli alunni a perseverare nello

studio, in presenza di Cavour e altre autorità locali, come il provveditore agli

studi e il vicesindaco: esibizione a dimostrazione di abilità di lavori eseguiti con

l’ago per le femmine e alle più meritevoli venivano distribuiti premi come libri di

storia sacra. Iniziativa che divenne tradizione.

Ripartizione degli allievi in base alle capacità intellettuali e delle conoscenze

apprese. Il percorso studi prevedeva: pag 21

1) 6 anni (3 bienni) articolato in 3 classi con 3 docenti responsabili dell’attività 

didattica di uno specifico biennio= 2 anni 1 docente= 3 anni 3 docenti (capì’)

2) In Prima (detta anche inferiore) insegnava Basso Paolo, che essendo sordo

poteva fornire i rudimenti del sapere 5

3) In Seconda (media) Pastore e in Terza (superiore) Paolo Ferrero

4) Materie identiche in tutti e 6 gli anni (a parte la geografia nel 5° anno), ma più

complessi i contenuti (dal concetto di numero alle operazioni matematiche)

5) Sostituzione dell’apprendimento professionale esterno presso i laboratori

interni (necessari fondi per ampliare i locali, tramite lotteria in concorso con i

cittadini e enti locali)

6) Necessari esami bimestrali per monitorare l’apprendimento e poter punire gli

alunni negligenti o premiare i più meritevoli, tenendone conto su moduli come

quelli adottati dall’Istituto di Milano

7) Ispezione dal 1862 affidata a turno dai membri del consiglio amministrativo:

verifica condizioni igieniche, controllo svolgimento attività didattiche: ovvero

rispetto del programma e compilazione registri da parte dei maestri; dagli

allievi si esigeva comportamento corretto, pulizia personale e costante impegno

8) Disciplina severa: pane e acqua, privazione della merenda e isolamento di

fronte a una reiterata disobbedienza; sanzioni se si abbandonava il posto o si

disturbava in classe

9) Festività iniziative: Funzione dell’Immacolata, carnevale, spettacoli e

commedie rappresentate da attori di compagnie teatrali locali o dagli stessi

sordomuti accanto a coetanei delle scuole cittadine; esperienza nel 1864 del

Rettore con il Teologo Picco: “frequenti e ripetuti applausi degli spettatori a

favore dei ragazzi sordomuti dalla vivace e intelligente mimica”, che permise il

rinnovo annuale del corredo che divenne obbligatorio, previo pagamento di

una somma, per garantire uniformità tra gli allievi interni.

Nel 1857 aumento numero allievi e opportunità dell’allieva maestra: Luigia

Bracco (ndr…sarà un caso?)

1858 ricerca di una persona addetta all’assistenza che procurasse sollievo ai

maestri nella ricreazione. La trasformazione in Convitto risalgono dal 1861, ma

solo dal 1866 fu approvato ufficialmente il documento che legittimava la svolta

in atto da oltre un decennio: in esso figuravano la Denominazione Regio Istituto

in sostituzione di Scuola Normale e il richiamo all’istruzione e educazione

religiosa e civile dei sordomuti di ambi i sessi. Unico obiettivo che ne giustificava

la presenza sul territorio.

3. DISCIPLINE METODI LIBRI DI TESTO

Don Bracco primo rettore dell’educazione dei sordomuti, aveva acquisito, a

Genova da Padre Assarotti, le conoscenze del metodo mimico o gestuale per

sordomuti, integrato dalla dattilologia (alfabeto manuale) e dalla scrittura

(consentiva ai privi di udito di comunicare con persone che ignoravano la

dattilologia appunto). Tecniche messe a punto dall’abate francese dell’Epée

(seconda età del ‘700 chiamato anche metodo epeiano), che aveva avuto molto 6

successo a differenza di quello tedesco di Heinicke fondato sull’uso escluso della

parola. Il successo era dovuto alla semplicità del carattere e ai brevi tempi di

applicazione, ciò permetteva un elevato numero allievi, ed essendo i religiosi i

promotori, potevano assicurare anche con l’ausilio dell’istruzione la verità di

fede.

Scagliotti evidenziava vantaggi fisici intellettuali e sociali affiancare alla

mimica la parola articolata. Alla luce di tutto ciò, non sorprendono le difficoltà

di Scagliotti, già penalizzato e per la sua condizione di laico nonché per il metodo

scelto di affiancare la mimica alla parola articolata, poiché doveva dimostrarlo,

era considerato una follia l’uso della parola, Scagliotti doveva dimostrarne

l’efficacia e non dimenticare che Scagliotti si era formato a Vienna con May

Direttore e primo a introdurre il metodo misto. Purtroppo solo dopo molti anni

in tutti gli Istituti si iniziò con il suo metodo.

____________________________________________________________________

La Scuola Normale a Torino continuò con l’esperienza genovese e Bracco

assunse Paolo Basso allievo di Assarotti e sordo, allo scopo di esercitare gli

aspiranti maestri nella mimica; successivamente diventò maestro nel biennio e

responsabile dell’istruzione di allievi esterni. Nell’articolo 20 del regolamento, i

gesti integrati dalla scrittura, erano l’unico sistema adottabile, senza escludere

con il progresso nel tempo il ricorso all’articolazione della voce. Fino al 1860 non

ci furono grandi cambiamenti di metodo; gli alunni si esibivano ancora nella

recita a gesti di alcune preghiere, Ave Maria e Padre Nostro, nella struttura di

semplici frasi, in un breve dialogo o nella mimica di una favola.

1861 infatti la Direzione decide di impartire agli allievi l’uso del linguaggio

verbale, come già avveniva in tutta Europa (Pollone aveva visitato l’Istituto di

Milano e ne riferiva le positive impressioni), gli alunni di fatto, seppur in

possesso di adeguate conoscenze, erano digiuni all’uso della favella. Si

consigliava l’esercizio alla favella solo nella ricreazione, poiché la voce inerte per

8 anni, ne avrebbe risentito, e la modulazione graduale avrebbe favorito

l’apprendimento. La padronanza dell’alfabeto labiale insieme alla scrittura,

consentiva di ampliare il patrimonio dei vocaboli e acquisire le regole della

sintassi; oltre a elementari nozioni di matematica, all’uso di monete, ai pesi e alle

misure. Per questo si dotarono gli istitutori di 2 nuovi testi (redatti da Don Ciro

Marzullo, direttore del Regio Istituto di Palermo) come ausilio all’attività

didattica “Metodo pratico per insegnare la favella, la grammatica e

l’apprendimento del linguaggio scritto”. Nell’opera ci sono 3 parti: nella 1° la

terminologia con la logica dei contrari: bello-brutto, grasso magro, colto-

ignorante, onesto-disonesto. Nella 2° si sofferma sulla sintassi e nella 3° dal titolo

di Catechesi, differenziati modelli di scrittura dai semplici dialoghi a 7

corrispondenza epistolare a brevi narrazioni di favole. I vocaboli relativi alla

struttura del corpo umano, a oggetti di uso comune, vestiti, arredi, a ambienti

famigliari, le lettere traggono spunto dalla vita quotidiana, come i lieti eventi, le

feste, infine si pone l’accento sulla dimensione etico-religiosa, con richiamo alla

fede e alla verità. L’adozione di un insegnamento non basato esclusivamente

sulla mimica, è confermato dall’introduzione della ginnastica nel programma di

studi. Il movimento rinvigorisce l’organismo indebolito dal difetto d’udito, aveva

ripercussioni positive sulla respirazione, di conseguenza influenzava la capacità

di emettere suoni. Fu poi inserito il linguaggio articolato come disciplina nel

piano di studi. Interventi per promuovere personale qualificato alla luce delle

novità introdotte. Periodicamente si tenevano conferenze per aggiornare i

maestri sulle norme migliori nell’iter scolastico, utile al progresso e allo sviluppo

dell’istruzione. Questo processo metodologico avviato, si compì nel decennio

successivo con il passaggio al sistema orale puro.

CAPITOLO II

L’AFFERMAZIONE DEL METODO ORALE PURO

1. GLI ANNI DELLA SVOLTA

1870: primi passi verso l’adozione del metodo orale puro scambi con l’Istituto

di Milano dove era sperimentato da tempo il metodo fonico: Giulio Tarra si recò

a Torino per tenere conferenze sulla convenienza di sviluppare la parola

articolata. Il presidente del consiglio di amministrazione assistette a un saggio

degli allievi del Nicoluzzi, rimanendone positivamente impressionato. Questi

risultati erano il frutto di una strategia che prevedeva l’abolizione della mimica

e della dattilologia oltre a un ampliamento del percorso studi passò da 6 a 8 anni

e all’assunzione di personale qualificato. Dal 1871 si adotta il metodo labiale,

come già avveniva in Germania, a testimonianza della convenienza di tale

metodo, seppur faticoso da mettere in pratica, ci fu Don Giovanni Anfossi dove

nel suo testo “Il sordomuto. Considerazioni e fatti”, elogia la decisione di Paolo

Ferrero di insegnare già dalla prima classe l’uso esclusivo della parola.

L’esperienza lombarda era punto di riferimento e Don Tarra elogiava, nel 1872,

la scelta di promuovere attività in apprendistato, di bottega; gli allievi potevano

imparare la favella leggendo le labbra dei parlanti e eliminando pia piano la

mimica difettosa: si riferiva all’accordo con Don Bosco di impiegare alcuni

allievi del Regio Istituto nei laboratori Valdocco. Anche l’orario si modificò,

l’istruzione religiosa solo la domenica, insegnamento del disegno, alla ginnastica

e dalle 7 ½ alle 12.00 la concentrazione sullo studio per migliorare il sistema

fonico. Gli istitutori e le istitutrici, in servizio solo nella prima parte della

giornata, erano considerati personale esterno, pertanto senza vitto e alloggio ma

con l’aumento dello stipendio. Ma il sistema fonico non era ben accettato da 8

tutti, così come i cambiamenti: esempio Don Tresso, presentava difficoltà di

adattamento al nuovo orario, al diritto di godere vitto e alloggio gratuito in

mancanza di adeguato indennizzo. Solo i maestri e le maestre sordi, rimasero

interni con vitto e alloggio. Ma la svolta irreversibile e formale sancita dalla

revisione del regolamento nel 1874. Lo stesso Paolo Basso, rinunciò allo

stipendio consapevole dell’impossibilità come istitutore di “prestare degnamente

l’opera sua nell’insegnamento del sistema fonico” . La modifica della normativa

ebbe anche un riflesso sull’educazione ai sordomuti: nel 1872 Correnti sottopose

alla camera il progetto di estendere ai non udenti l’istruzione obbligatoria come

prevedeva le Legge Casati, ma rimase lettera morta. Ciò nonostante i saggi

furono sempre elogiati: la Gazzetta del popolo, il Conte di Cavour e altre testate,

esprimevano compiacimento delle abilità mostrate dai fanciulli nel comprendere

il significato delle domande dal semplice muover le labbra a rispondere ad alta e

chiara voce in maniera pertinente. L’impressione positiva divenne anche un

pretesto per richiedere posti gratuiti a carico del Comune di Torino. Gli esami

semestrali erano più analitici: dalla prima classe preparatoria si chiedeva la

lettura delle 5 vocali, della prima tavola del sillabario a esercizi di calligrafia, a

conferma dell’avvenuta abolizione della mimica e dattilologia.

Se alle femmine si prediligeva l’insegnamento della religione, ai maschi si dava

più spazio a nozioni pratiche, di conoscenza dei numeri per inserirlo nel mondo

del lavoro nonché alla geografia.

Nel 1877 la commissione nominata, avanzò l’ipotesi di limitare l’attività

didattica di ciascun maestro al solo biennio: avrebbero avuto più padronanza

nella lettura labiale, riscontrato minori difficoltà per non dover riprendere

confidenza con insegnamenti abbandonati da anni. Questo processo richiedeva

(1878) la nomina di un rettore competente e capace nell’istruzione fonica: Don

Lazzeri, discepolo di Pendola (Siena) rappresentava la soluzione ideale per

l’Istituto di Torino.

2. L’apporto di lazzeri

Lazzeri inizia a settembre del 1878, con abilità e fermezza, ma solo dal1879/1880

verranno apportate le prime modifiche.

1) Ampliamento Orario: 3 volte la settimana dedicate al disegno (dalle 7.00

alle 8.00) a completamento di 4 ore di scuola con intervallo di ½ per

socializzare e divertirsi approfondendo la conoscenza del linguaggio

verbale.

2) Priorità all’acquisizione della lettura labiale fin dal primo biennio:

richiamo alla dimensione quotidiana dell’esistenza, preferenza di vocaboli

relativi ai contesti del fanciullo: famiglia, scuola e paese 9

3) Negli anni successivi, si approfondiva il programma, con il passaggio dal

concreto all’astratto, il catechismo, verità di fede e sacramenti e nozioni di

morale, vizi e virtù, aritmetica con le 4 operazioni, geografia sugli Stati

dell’Europa, nello specifico l’Italia, scienze naturali, allevamento e

coltivazione, arti e mestieri, alla Bibbia. Il maestro aveva piena libertà nel

gestire i tempi vuoti del programma e l’ordine delle materie indicate. Nel

saggio del 1880 furono mostrati i primi esiti dell’applicazione del metodo.

Nonostante le difficoltà, Lazzeri non si perse d’animo, elogiato anche dalle

autorità politiche e dagli organi di stampa, fu considerato il fautore

dell’introduzione del nuovo sistema fonico, tant’è che nello stesso anno, 1880, al

congresso internazionale di istitutori di sordomuti, a Milano, fu approvato, con

totale esclusione della mimica: considerata la non dubbia priorità della parola

sui gesti, il metodo orale deve essere preferito a quello della mimica. Don Lazzeri

scrisse anche il “Primo manuale del sordomuto Italiano o avviamento al parlare e

comporre”, testo che fu adottato nell’anno scolastico. Era però necessario

verificare l’apprendimento e incentivare lo studio: erano previsti esami in itinere

in modo da intervenire tempestivamente laddove si fossero riscontrate lacune.

Le ragazze risultavano più meritevoli, grazie a insegnanti di esperienza

decennale, tipo Luigia Bracco in servizio dal 1858 al 1885 aveva vissuto la

delicata fase di transizione al metodo fonico, con positività e fu anzi promotrice

di incentivi gli alunni, distribuendo in occasione degli esami, premi agli alunni

più meritevoli. L’idea fu accolta benevolmente e al termine di ogni anno, i

ragazzi venivano premiati con una gita o anche con denaro da depositare sul

libretto di risparmio, vincolati fino alla maggiore età. Negli anni e già dal 1888, i

progressi furono significativi; si propose un nuovo genere di saggio da affiancare

alle tradizionali forme di intrattenimento in occasione del carnevale, con

tombolate, spettacoli teatrali etc.., invitando autorità politiche, religiose e la

Stampa, in modo tale da far conoscere l’Istituto e l’istruzione, con

compiacimento anche degli allievi sempre più divertiti, non di meno gratificati e

dalla risposta del pubblico. I brani raccontati erano ispirati a Molière o testi

dello stesso autore Lazzeri: “Non voglio inganni” e “ A tutto rimediò il perdono”:

linguaggio semplice, ritmo incalzante pochi personaggi dai caratteri essenziali,

dai nomi allegri (Bombarda, Sgambetta e Trombone). Gli 8 sordomuti scelti,

frequentavano il corso superiore, dunque possedevano la padronanza linguistica

e quindi in grado di sostenere una parte nella recita. Eccezionalmente De

Carrion Gaetano, pur avendo compiuto la metà degli studi, era particolarmente

predisposto. Il successo degli allievi, elogiati di giudizi delle autorità locali che

fecero eco sulle testate giornalistiche, fu una delle ragioni all’origine della scelta

di aprire un asilo d’infanzia per non udenti. Lazzeri sosteneva che nei primi anni

di vita, gli organi vocali non hanno ancora subito le conseguenze dell’inerzia, e 10

quindi si prestano più facilmente alle movenze e flessibilità per l’uso della

parola.

La nuova sessione fu avviata nel 1889, poi trasferita nei nuovi locali grazie a un

prestito agevolato a favore dell’edilizia scolastica, a un sussidio del Ministero

della Pubblica Istruzione e dal sostegno della carità privata; si ammettevano

alunni dai 5 ai 9 anni, idoneità all’istruzione e in buona salute, i meno abbienti

frequentavano gratuitamente. A febbraio Lazzeri si ammalò, lasciando la carica

di rettore e direttore e morì il 13 aprile 1890. Il Presidente del consiglio di

amministrazione nel ricordarlo, elogiò: lo zelo indefesso, la distinta intelligenza e

la rara perizia, come lo spirito di abnegazione.

Nel 1880 ben 78 degli 83 alunni venivano educati col sistema fonico. Ma i

contrasti sulla ferrea applicazione del metodo orale puro da parte di Lazzeri si

evincono a partire da una lettera anonima dove si evidenziavano i cambiamenti

e il progressivo emergere di difficoltà: licenziamenti come quello di Margaria,

che avvenne per motivi di salute e velate allusioni a difficoltà di relazione, dal

ritiro volontario di alunni per motivi di mestiere, fino al susseguirsi di critiche ai

metodi rudi sugli allievi che “venivano percossi così urlavano e usciva la parola ”.

. Portavoce dei dubbi emersi al consiglio era Mottura, scelto come destinatario

dall’autore della missiva, non a caso, in quanto era ritenuto il più critico

riguardo al metodo ritenuto lento. Inoltre, nonostante Lazzeri non smise di

sostenere il metodo orale puro, negli anni si comprese il rischio di escludere

alcuni soggetti non udenti e non intelligenti o gli adulti ai quali era impossibile

applicare il metodo orale puro se non supportato dalla mimica, penalizzati anche

gli ex allievi a cui era proibito l’accesso alla scuola nei giorni festivi per non

compromettere con l’utilizzo dei gesti, il metodo orale.

L’OPERA DI PRINOTTI più ampia e articolata, (dimessosi dal Regio Istituto

nel 1880 dopo 20 anni di insegnamento). Prinotti chiese al Comune di Torino

l’assegnazione di un terreno “ai bastioni della Cittadella” per costruire una

scuola destinato a fanciulle sordomute che per mancanza di mezzi non potevano

accedere all’istituto di Lazzeri, o per raggiunti limiti di età non avrebbero potuto

apprendere il metodo orale puro; pertanto nell’Educatorio, era previsto l’uso dei

segni e della dattilologia. I rapporti tra Lazzeri e Prinotti non furono mai buoni,

nel corso degli anni si intrecciarono diverse volte le vicende con il Regio Istituto:

dai problemi di natura economica, lasciti eredità ai problemi di natura giuridica,

fusioni ripartizioni. 11

CAPITOLO III

ALL’ABA DELNUOVO SECOLO

1. IL RICORSO ALLE CONGREGAZIONI

1898 i Fratelli delle congregazioni Cristiane vennero chiamati a gestire la sezione

maschile dell’istituto, decisione dovuta agli inconvenienti sopraggiunti negli

ultimi anni che influirono sulla qualità dell’insegnamento e sul profitto degli

alunni. Emerge dalla relazione del 1897, che nonostante l’impegno dei maestri si

riscontrava il fallimento con abbandono già dalla scuola media, degli alunni

meno aperti all’ingegno, con grave danno e disonore dell’istituto incapace di

corrispondere alle aspettative dei famigliari. Il direttore Balbo, nella sua

relazione, analizzò la situazione evidenziando la mancata capacità degli alunni,

di provvedere in futuro al semplice mantenimento del vestiario e della calzatura

della famiglia, nella speranza di sbagliare la sua previsione, invitò a ovviare

l’inconveniente e studiare metodi opportuni.

Anche Perini nella sua relazione evidenziò il progressivo decadimento

dell’Istituto Regio, la mimica imperava e la parola era incomprensibile.

Perini scelse i discepoli di La Salle che operavano a Torino già dalla prima metà

dell’ottocento (erano anche stati interpellati da Carlo Alberto all’epoca

dell’apertura della scuola normale) e avevano esperienza, avevano assunto la

direzione delle scuole comunali su invito di Carlo Felice, contribuendo alla

formazione dei non udenti; la scelta fu motivata dalla peculiarità della proposta

pedagogica lasalliana, si trattava di un’istruzione religiosa e civile, vivendo con

spirito collegiale, al pari degli istitutori di sordomuti potevano condividere tutti i

momenti della giornata con i propri alunni. Ogni religioso aveva vitto e alloggio

gratuito oltre a uno stipendio di 250 £ annuo oltre a 400 £ per sopperire alle

spese di insediamento. Le conseguenze furono:

1) Il licenziamento dei 4 assistenti (1898) e del professore di disegno

2) Nomina del cappellano Bosio: obbligo di celebrare messa nei giorni feriali,

nelle solennità religiose e di confessare 1 volta al mese, alunni e docenti,

cura dei paramenti e arredi sacri

Già al termine del loro primo anno di permanenza dell’Istituto, i risultati erano

incoraggianti, con giudizio del direttore nel 1904, evidenziava la competenza

didattica e la sensibilità educativa. A conferma del successo, lo dimostra

l’opinione pubblica, come la Generala, comunità per minori discoli,

all’Educatorio della Provvidenza, alla Scuola municipale Silvio Pellico e in

alcuni casi anche testimonianze di studenti. Successo per il determinato spirito 12

di sacrificio e perseveranza dei Fratelli, se si pensa alle difficoltà riscontrate: nel

1900 fu aperta un’inchiesta in seguito alla denuncia di casi di maltrattamento e

percosse. La commissione in quella circostanza effettuò dei controlli e suggerì

l’adozione di provvedimenti disciplinari per scongiurare il ripetersi di episodi

nono conformi al regolamento; si attivarono precise strategie di intervento:

1) Il personale direttivo interno doveva vigilare sulla condotta dei maestri

per prevenire atti di violenza

2) Interessante e innovativo era lo sforzi di valorizzare gli alunni per tutelare

i loro diritti, singolare la richiesta di consentire ai sordomuti gravemente

puniti, di ricorrere in appello dopo avere scontato la pena.

Non era semplice la gestione se si pensa che l’adozione del metodo orale puro

comportava un rapporto tra maestro e alunno da 1 a 8. Inoltre fu richiesto

l’impiego di un nuovo fratello per la collaborazione, ma fu negata e ciò

determinò la conclusione del rapporto nel 1910. Fu difficile sostituire i Fratelli,

nonostante le diverse trattative con altri Istituto di Bologna e Verona, si cercava

un rettore sacerdote, ma solo per un anno rimase il teologo Gallo.

Il ricorso alle congregazioni aveva caratterizzato anche il consiglio

amministrativo nel settore femminile: scelte nel 1898 le Figlie della Carità di

S.Vincenzo de Paoli, non era una novità per loro (alcune suore del Cottolengo si

occupavano già di manutenzione e lingeria nel 1895).

Analoghe a quelle dei Fratelli le condizioni, ma la Visitatrice Provinciale, aveva

la facoltà di sostituire le istitutrici senza giustificazioni: di fatto ci furono diversi

ricambi di personale e ciò comportava ripercussioni sull’andamento e la

continuità didattica. Nel 1900 due maestre lasciarono l’istituto, Luigia Ferrero e

Felicia Poma e sostituite da 2 suore, Caterina e Luisa: motivi economici,

costavano meno, i rapporti si incrinarono e si vociferava che presto le istitutrici

sarebbero state sostituite dalle Figlie della Carità. Ma il breve scritto di Vittoria

Montà nel 1910, dove esprime riconoscenza a Toesca di Castellazzo, per

l’intervento volto a migliorare la sua condizione e quella della collega Marina

Bassi: il consiglio amministrativo aveva deciso di collocarle nell’Istituto maschile

così sarebbero state alle dipendenze del rettore e non più della superiora. Il

Peirni le elogiava per la loro competenza, solo la mancanza del diploma e la loro

età, impediva di lasciare l’istituto, ciò nonostante grazie alla loro esperienza

maturata negli anni, confermò la scelta definitivamente. Nel 1915 la superiora fu

allontanata, chiara presa di posizione a favore delle laiche. Nonostante le

controversie, non fu compromesso l’andamento didattico e i profitti, le nuove

insegnanti ricevettero il plauso dalla stampa

2. FORMAZIONE DEGLI INSEGNANTI 13

La formazione dei maestri ruotava attorno alla figura di Perini, allievo i Don

Tarra.

3. DALLA PARE DEGLI ALLIEVI


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione (SAVIGLIANO - TORINO)
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher saretta.chiaramonte di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della pedagogia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Morandini Maria Cristina.

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