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L'istinto di narrare

Introduzione

Decine di migliaia di anni fa, quando la mente umana era ancora giovane e i nostri progenitori erano ancora poco numerosi, ci raccontavamo storie. E ora, decine di migliaia di anni dopo, ora che la nostra specie domina in tutto il pianeta, la maggior parte di noi ancora discute energicamente intorno ai miti sull’origine delle cose e ancora ci emozioniamo per una sbalorditiva quantità di racconti di finzione che leggiamo sui libri, vediamo a teatro o sugli schermi. Abbiamo, come specie, una vera dipendenza dalle storie.

Anche quando il nostro corpo dorme, la mente sta sveglia tutta la notte, narrando storie a se stessa. Potremmo non esserne consapevoli, ma siamo creature di un reame immaginario chiamato l’Isola che non c’è. L’Isola che non c’è è casa nostra e, prima di morire, ci passeremo svariati decenni. Se finora non ve ne siete resi conto, non disperate: le storie sono per gli esseri umani ciò che è l’acqua per i pesci, cioè vi sono immersi ma è un fatto impalpabile.

Mentre il nostro corpo rimane costantemente ancorato a un punto specifico dello spazio-tempo, la nostra mente è sempre libera di vagare in mondi immaginari. E lo fa in continuazione. Ciò nonostante l’Isola che non c’è rimane territorio sconosciuto e fuori dalle mappe. Non sappiamo perché desideriamo così ardentemente le storie. Com’è strano che una possa insinuarsi in noi, alterare il modo in cui immaginiamo noi stessi e il nostro mondo, com’è strano che ci lasciamo invadere da chi la sta raccontando. Il narratore ci penetra nel cranio e assume il controllo del nostro cervello. Storie di finzione, fantasie, sogni, sono, per l’immaginario umano, una riserva sacra. Sono l’unico ambito in cui la scienza non può intromettersi. Il timore è che se si cerca di spiegare il potere dell’isola che non c’è, si rischia di svelarlo del tutto.

Questo volume tratta di come alcuni esploratori delle discipline scientifiche e umanistiche stiano utilizzando nuovi strumenti, nuovi modi di pensare, per spalancare alla conoscenza la vasta terra incognita dell’Isola che non c’è. Tratta di come le storie saturino le nostre vite. Tratta dei modelli profondi che sono alla base del gioco di simulazione dei bambini e di cosa ci rivelano sulle origini preistoriche dell’attitudine a raccontare storie. Tratta di come la finzione narrativa modifichi intensamente la cultura e la storia. Tratta dell’ancestrale mistero delle narrazioni notturne create dalla nostra psiche che chiamiamo sogni. Tratta di come una serie di circuiti cerebrali imponga una struttura narrativa sul caos delle nostre esistenze. Tratta anche del presente incerto della finzione narrativa e del suo futuro aperto a nuove forme.

Capitolo 1 – Il potere ammaliante delle storie

La vita umana è avvolta nelle storie a un punto tale che siamo ormai desensibilizzati al loro strano e ammaliante potere. Motivo per cui dobbiamo anzitutto indagare quella patina di consuetudine che ci impedisce di notare la straordinarietà di questa assuefazione. La mente umana cede impotente al risucchio di una storia. Indipendentemente da quanto ci sforziamo di concentrarci, di opporre resistenza, non siamo in grado di contrastare la forza di gravità esercitata dai mondi altri della fantasia. Samuel Taylor Coleridge dichiarò che vivere l’esperienza di una storia richiede al lettore una volontaria sospensione dell’incredulità. Come Tom Sawyer gli autori ingannano i lettori inducendoli a compiere la maggior parte del lavoro di immaginazione.

La lettura è spesso considerata un atto passivo, ma non è affatto così: quando entriamo a contatto con una storia, la nostra mente macina a getto continuo. Talvolta gli scrittori paragonano la propria opera alla pittura, ma uno sguardo più attento mostra come gli scrittori disegnino piuttosto che dipingere, offrendoci contorni abilmente tracciati con qualche suggerimento su come riempirli. Quando leggiamo delle storie, questo corposo sforzo creativo è continuamente in atto, procede instancabile al di fuori della nostra consapevolezza. Lo scrittore dunque non è un architetto onnipotente della nostra esperienza di lettura, guida il nostro modo di immaginare ma non lo determina. Un autore scrive delle parole, che però sono inerti. Per essere portate in vita hanno bisogno di un catalizzatore che è l’immaginazione del lettore.

Persi nell'isola che non c'è

Sin da piccoli i bambini sono creature profondamente legate alle storie. Passano gran parte del loro tempo vagando felicemente per l’Isola che non c’è. Le storie sono per loro qualcosa di compulsivo a livello psicologico, qualcosa di cui sembrano aver bisogno allo stesso modo del cibo e dell’amore. I bambini di tutto il mondo adorano le storie e verso i due anni iniziano a dare forma ai loro mondi inventati. Le storie sono l’elemento che definisce l’infanzia. Diverso è per gli adulti, dobbiamo lavorare, non possiamo giocare tutto il giorno. Usciamo dalla stanza dei giochi ma non abbandoniamo mai la finzione, cambiamo solo il modo di praticarla: romanzi, film e fantasticherie sono tutte province dell’isola che non c’è. Le storie, e tutta una serie di attività analoghe al narrare, dominano la vita umana.

Non leggiamo più come una volta, ma non perché abbiamo abbandonato la finzione narrativa: semplicemente, la pagina è stata soppiantata dallo schermo. Anche la musica, non tutti i tipi però, racconta una storia. Che dire delle storie che raccontiamo a noi stessi? Quando dormiamo il nostro cervello produce sogni in gran quantità. Nel sogno la coscienza è alterata ma non assente. Semplicemente è limitata la nostra capacità di ricordare le avventure che durante la notte viviamo come un’esperienza cosciente. Oggi sappiamo che i sogni in forma narrativa si verificano indipendentemente dalla fase REM, bensì in tutti i cicli del sonno. E non smettiamo di sognare nemmeno quando ci svegliamo: molte delle nostre ore di veglia vengono trascorse sognando ad occhi aperti. La mente, ogni volta che non è assorbita da un compito che richiede concentrazione, scivola immancabilmente nelle sue divagazioni. Alcuni prendono in giro le persone che costruiscono castelli in aria, invece l’immaginazione è uno straordinario strumento della mente.

Non è fiction ma è finzione

Raccontare storie è la colonna portante dello sport in televisione. Anche le pubblicità vengono fatte rientrare nella categoria dei fictional screen media, sono in effetti racconti in trenta secondi. Alcune campagne pubblicitarie ruotano intorno a personaggi ricorrenti presentati di volta in volta in situazioni nuove, in certi casi senza nemmeno citare il prodotto ma narrando episodi che lo evocano. Gli esseri umani sono creature indissolubilmente legate alle storie e le storie toccano praticamente ogni aspetto della nostra vita (archeologi, storici, dirigenti d’azienda, commentatori politici, avvocati, etc.). Ma è a noi stessi che raccontiamo alcune delle storie migliori. Gli scienziati hanno scoperto che i ricordi che utilizziamo per creare le narrazioni relative alla nostra vita sono largamente intrisi di finzione. Gli psicologi sociali sottolineano che, quando incontriamo un amico, le nostre conversazioni vertono perlopiù su scambi di chiacchiere o pettegolezzi, cioè ancora storie. L’imperativo umano a produrre e consumare storie è qualcosa di ancora più profondo della letteratura, dei sogni e delle fantasie. Ma perché?

La tribù delle storie

La tribù delle storie e la tribù della pratica.

Capitolo 2 – L'enigma della finzione

L’immaginazione nei bambini comincia a svilupparsi già a partire da 1 anno, a 2 anni cominciano a collaborare con i coetanei in semplici messe in scena e ad apprendere come sviluppare un personaggio. A 3/4 anni entrano nel periodo del gioco simbolico o di finzione e per i successivi anni fino ai 10/11 faranno da padroni nei territori del “facciamo finta di”. I bambini sono attratti dall’arte, dalla musica e dalle storie per natura. Tuttavia la cosa più bella di tutte è il gioco, e il loro gioco preferito è la creazione (spontanea, senza alcuna guida) e la messa in scena di storie. Per i bambini il gioco di immaginazione è automatico e insopprimibile. Come mai essi sono così legati alle storie? Perché gli esseri umani raccontano storie? Perché ci piacciono e ci danno gioia. Ma come tutte le parti del nostro corpo sono versatili, così anche le storie possono avere diversi scopi e funzioni (esibizione delle proprie capacità per fare sesso, forma di gioco cognitivo per allenare la mente, fonti poco costose di informazioni e di apprendimento tramite esperienza altrui, collante sociale per unire le persone a valori comuni).

Droga per il cervello

La finzione narrativa, come la cocaina, è una droga che utilizziamo per sfuggire la noia e alle brutture della vita reale. Secondo Kessel non leggiamo o guardiamo film per ampliare la mente ma per lo sballo. Le storie non servono a niente, il cervello non è progettato per la narrazione ma nel suo design vi sono anomalie che lo rendono vulnerabile ad essa. Se l’attitudine alla narrazione fosse solo un piacevole fronzolo, l’evoluzione l’avrebbe eliminata già da parecchio, in quanto inutile spreco di energia. Il fatto che le storie siano un universale umano costituisce una forte evidenza di una finalità biologica. Non si sa per certo se le storie siano un adattamento all’evoluzione o un suo effetto collaterale ma possono esserci in questa attitudine degli elementi che danno l’impressione di un progetto evoluzionistico e anche degli elementi che oggi sono altamente funzionali ma che non sono stati concepiti dalla natura a questo scopo.

Il lavoro dei bambini

Gli adulti hanno la tendenza a ricordare il gioco di immaginazione dell’infanzia come uno spazio paradisiaco, ma il gioco dei bambini non è un’evasione dalla realtà, bensì un comportamento che affronta di petto i problemi della condizione umana. Il gioco di immedesimazione è un divertimento serio da morire e nonostante riguardi molte cose e si sviluppi in situazioni diverse è sempre incentrato sui problemi e le situazioni che generano ansia e preoccupazione. Il teorico del gioco Brian Sutton-Smith afferma che: “Nelle storie narrate oralmente dai bimbi piccoli le azioni più tipiche comprendono l’essersi persi, essere portati via, essere morsicati, morire, essere calpestati, essere arrabbiati, chiamare la polizia, scappare o cadere. Nelle loro storie i bambini ritraggono un mondo in continuo mutamento, un mondo di anarchia e disastri.”.

Maschi e femmine

La maestra d’infanzia Vivian Paley descrive nel suo libro Boys and Girls. Superheroes in the Doll Corner un esperimento sulla psicologia di genere durato un anno. Il suo principale obiettivo era quello di far lavorare meglio la sua classe e fare in modo che i maschi si comportassero in modo più disciplinato. Dagli anni ’50 ai 2000 le donne sono entrate nel mondo del lavoro e gli uomini hanno iniziato a fare i lavori di casa eppure il gioco di finzione è praticamente rimasto invariato, bambini e bambine della sua classe erano perfette piccole incarnazioni degli stereotipi di genere. Il libro è dedicato all’anno da lei trascorso a cercare di indurre i suoi alunni a comportarsi in una maniera più uniforme sotto l’aspetto dei sessi. Nessuno dei suoi trucchetti o manipolazioni ha però funzionato. L’esperimento è culminato nella sua dichiarazione di resa di fronte alla profondità strutturale dei generi. Decine di ricerche confermano ciò che Paley aveva osservato nella sua classe: bambini e bambine tendono spontaneamente ad autosegregarsi in base al proprio sesso; i bambini giocano in modo molto più disordinato e turbolento; il gioco di immedesimazione è molto più frequente nelle bambine; i maschi sono tendenzialmente più aggressivi e meno accoglienti delle femmine; e queste differenze sono presenti e misurabili a partire dai 17 mesi. A differenza dei sogni o della tendenza adulta alle storie il gioco di finzione infantile ha delle funzioni biologiche. La spiegazione prevalente della presenza del gioco in numerose specie è che esso aiuta i giovani a simulare azioni per prepararsi alla vita adulta. I bambini che giocano stanno allenando il loro corpo e il loro cervello per le sfide che affronteranno da grandi. Il gioco è il lavoro dei bambini.

Ninnenanne da brivido

Le burrasche e i conflitti del gioco di finzione dei bambini potrebbero essere un’eco dei drammi contenuti nelle storie che diamo loro da leggere e il territorio del “facciamo finta che” è pericoloso perché ai bambini accade di essere esposti a narrazioni immaginarie intrise di problemi, ansietà e dolore.

Capitolo 3 - L'inferno è amico delle storie

Storia del padre e della figlia al supermercato raccontata in due modi diversi.

Attenti al varco

La prima storia (giro al supermercato con esiti catastrofici) è la più desiderabile nella finzione narrativa mentre la seconda storia (giro al supermercato privo di incidenti) è la più desiderabile nella vita reale. Le storie sono piacevoli perché ci consentono di evadere dalla realtà che è difficile mentre l’isola che non c’è è facile. Ma se la teoria dell’evasione fosse vera sarebbe le...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher LaVivi99 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura per la prima infanzia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Oliviero Stefano.
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