Apologia di Apuleio
Introduzione
Presentazione
L’Apologia di Apuleio nasce da un’occasione reale della biografia dell’autore che doveva discolparsi dell’accusa di magia con cui avrebbe sedotto la moglie Pudentilla intentatagli dai parenti della stessa, ed è inoltre la sola orazione giudiziaria di età imperiale pervenutaci. Il testo dimostra non solo la maestria di un autore, la cui competenza professionale nell’uso della parola pubblica doveva essere universalmente acclarata, ma anche il ponte continuamente lanciato da Apuleio nei confronti dei suoi predecessori, in primis Cicerone nella Pro Caelio da cui riprende l’ironia e il tono leggero, spesso sarcastico e beffardo. La lingua dell’Apologia è testimone di un latino vivace ma memore del paradigma ciceroniano.
Il “caso Apuleio”: quali rischi per l’imputato?
All’incirca verso il 158 d.C. Apuleio subì un processo per magia. Il collegio giudicante era presieduto dal proconsole Claudio Massimo che fu successore di Lolliano Avito il quale fu governatore della provincia d’Africa nel 157-158 d.C. Circa tre anni prima, nel 155 d.C., il brillante retore aveva sposato la ricca vedova Pudentilla che doveva avere circa quarant’anni: sull’età della moglie, infatti, Apuleio ci informa in apol. 89, quasi di malavoglia, dopo averla presentata come una donna poco attraente e dotata solo di grandi qualità morali e intellettuali; quando venne intentato il famoso processo per magia, Apuleio doveva avere circa trent’anni o poco più.
Apuleio era originario di Madaura, una città nella parte interna della Numidia, nacque da una famiglia distinta ma disperse parte della cospicua eredità per viaggiare e istruirsi, o per soccorrere amici e maestri in difficoltà economica. Divenne un intellettuale e conferenziere di successo e giunse a Oea (= Tripoli) intorno al 155 d.C., ammalatosi si trattenne prima a casa dei suoi amici Appi e poi presso il suo antico compagno di studi Sicinio Ponziano, orfano di padre. Lì ebbe modo di conoscere e apprezzare le qualità di Pudentilla, madre oltre che di Ponziano anche di Sicinio Pudente. Ponziano fu molto pressante nell’auspicare il matrimonio fra la madre e Apuleio, perché la ricca signora, rimasta vedova da lungo tempo, aveva passato anni minacciata dal suocero che avrebbe diseredato i suoi figli spossessandoli dell’eredità paterna se lei non avesse sposato il fratello del suo defunto marito, Sicinio Claro.
Pudentilla per molto tempo riuscì a prendere tempo ma quando il suocero morì e la tutela dei figli passò al maggiore Ponziano, ella iniziò seriamente a pensare alla possibilità di un secondo matrimonio, e scrisse una lettera al figlio maggiore che si trovava a Roma per motivi di studio per informarlo delle sue intenzioni. Ponziano tornò da Roma, combattuto perché non voleva dimostrarsi in palese opposizione alla madre, dalla quale avrebbe ricevuto insieme al fratello un’eredità maggiore di quella paterna e che rischiava di passare con il nuovo legame coniugale a un estraneo: una volta arrivato a Oea dovette cogliere la felice occasione rappresentata dall’arrivo di Apuleio in città, caldeggiando il matrimonio dell’antico compagno di studi con Pudentilla, atto cui il brillante intellettuale ribadisce nell’orazione essersi risolto solo dopo molte pressioni dell’amico.
Morto Ponziano ancora giovane, e lasciata vedova la figlia di Tannonio che sosterrà l’accusa, Pudente, fratello minore e giovane descritto come rozzo, incolto, dedito agli stravizi e sobillato dall’anziano zio Sicinio Emiliano, si rivolse contro il patrigno.
Il processo di Apuleio si tenne a Sabratha, a una cinquantina di chilometri da Oea, dove i suoi abitanti si recavano per regolare i loro affari legali e dove il filosofo platonico stava perorando una causa a nome della moglie. Gli avvocati di Emiliano piombarono su Apuleio a sorpresa direttamente in tribunale cominciando ad accusarlo di malefici magici e infine, dell’omicidio di Ponziano. Apuleio allora li sfidò a incolparlo con un’accusa formale, ed Emiliano intimorito dal fatto che non vi erano poi prove così schiaccianti per intentare un capo di accusa credibile decise di ritirarsi nell’ombra e di far cadere l’accusa di omicidio basandosi invece su quella di magia. Emiliano non sostenne l’accusa direttamente, infatti, essa formalmente venne avanzata da Sicinio Pudente, figlio superstite di Pudentilla a cui egli si affiancò come “patronus” prendendo a pretesto la giovane età del ragazzo.
Che la magia non avesse niente a che vedere con il suo matrimonio Apuleio non ebbe grandi difficoltà a dimostrarlo, mentre meno facile fu liberarsi della nomea di mago. Che cosa rischiava di preciso Apuleio? La Lex Cornelia de sicariis et veneficis, in nome del quale lo si accusava, di fatto assimilava la magia e l’avvelenamento. Il provvedimento emanato nell’81 a.C. da Silla prevedeva la pena capitale per questo tipo di condanna. La punizione per quanti praticavano le arti magiche era, del resto, stabilita dalla più antica legislazione romana: le Leggi delle XII Tavole (451 – 450 a.C. – decemviri legibus scribundis) si occupavano anche dei delitti commessi con l’aiuto di pratiche magiche: cfr. tavola VIII in cui si parla di “colui che avrà gettati il malocchio” o di “colui che abbia fatto uscire tramite un incantesimo le messi” dal campo altrui verso il proprio, come se lo stregone avesse la facoltà di portare altrove le messi trasportandole da un campo all’altro.
L’ambito principale, quando non esclusivo, in cui si radicavano le pratiche magiche rimase a lungo quello agricolo. Una delle prime attestazioni storiche di malefici non limitati a tale ambito si trova in Tacito. Sulle persecuzioni di maghi fino all’età imperiale abbiamo invece testimonianza di Dione Cassio, anche in alcuni discorsi che egli fa pronunciare a Agrippa e Mecenate (mette in guardia Ottaviano contro i maghi), tanto che molto spesso maghi e astrologi sono oggetto di condanne che potevano andare dai lavori forzati fino alla pena capitale. Nel IV secolo, da Costantino in poi, si avviò un processo di cristianizzazione sempre più profondo e si radicalizzò lo scontro tra cristiani e pagani che presto vennero accusati e condannati. Ogni minimo sospetto di praticare l’arte divinatoria o quegli atti qualificati come magia si tradusse in una decisa condanna, tanto che nel Codex Theodosianus una legge affermava come fosse più grave uccidere un uomo con il veleno che non ucciderlo con la spada per il suo carattere segreto e misterioso. Oltre a queste prescrizioni il Codex, vietava anche la superstitio e ogni consulto di aruspici, astrologi, indovini, vati e incantatori.
Le credenze magico-religiose dell’epoca
Agostino tratta di Apuleio sia nel “Civitate dei” sia nell’”Epistolario” dove il suo corrispondente Marcellino citando sia lui che Apollonio di Tiana come taumaturghi li critica in quanto la spudoratezza pagana osa contrapporli ai veri miracoli di Cristo (cfr. Lattanzio), Agostino invece con una vena più sottilmente ironica e scettica dice che parrebbe difficile pensare ad Apuleio come a un mago dotato di strabilianti poteri visto che la sua esistenza non ebbe nulla di straordinario, almeno non quanto ci si poteva aspettare da un uomo che godeva di una così solida reputazione di mago. Agostino, sembra nutrire una sorta di rispetto per l’autore suo conterraneo, e si limita a confutarne la teoria demoniaca. Il fatto che ancora nei secoli successivi si parli delle presunte doti magiche di Apuleio però testimonia la solida fama di mago che circondò la figura di Apuleio, e che dovette perdurare lungamente.
Se i tre più famosi maghi collocati tra Omero e l’età Ellenistica furono Orfeo, Pitagora ed Empedocle, nei secoli successivi ricorrono spesso i nomi di Simon Mago, Apollonio di Tiana e Apuleio. Una tale secolare fama di mago, capace di piegare secondo la propria volontà i demoni e di compiere prodigi, deve sicuramente affondare le sue radici non solo nell’atmosfera gravida di tenebrosi episodi di magia tipica del romanzo (chiamato in causa da Calpurniano nella riduzione teatrale realizzata da Renzo di Giovampietro, mentre Apuleio ovviamente nella sua orazione difensiva non ne fa cenno), ma, soprattutto, nell’ambigua linea difensiva propria dell’Apologia in cui egli si protesta innocente, ma nelle riposte pieghe del suo discorso, nel rifiuto di fare chiarezza su termini e pratiche che all’epoca dovevano essere alquanto fluttuanti, alimenta una fama di potenza magica che non doveva affatto essergli sgradita.
Quale fosse la credibilità di cui godevano le pratiche e le arti magiche nel mondo antico, nello specifico nel II secolo d.C., sarebbe complesso da scandagliare, tuttavia bisogna ricordare che anche personaggi di alta caratura intellettuale (es. Plinio il Vecchio – il potere di certe erbe o radici era stato reso noto agli uomini dagli dei in modo che potessero essere a conoscenza dei poteri segreti della natura e sebbene la magia fosse inefficace e detestabile conteneva delle verità soprattutto dovute alle arti di preparare veleni/pharmaka ma non credeva certo a trucchi e formule magiche o Plinio il Giovane – fantasmi e celebre racconto di una casa infestata, egli è desideroso di apprendere e di andare in fondo alla questione) non disdegnavano di credere ai fantasmi, ai sogni profetici, alle visioni, e in generale ai fenomeni soprannaturali. Secondo Plinio il Vecchio l’arte magica includerebbe tre discipline fondamentali: medicina = potere di guarigione, religio = arte rituale e l’astrologia – anche quest’uomo pur essendo un erudito, razionale, pragmatico e che rivestiva incarichi di responsabilità dimostrò di non sapere bene che cosa accettare e cosa rigettare tra le numerose credenze sovrannaturali diffuse: sembra quasi che, per scrupolo di completezza, voglia tramandare nella sua opera, insieme alle ricette e alle preparazioni di farmaci in cui crede e ha fiducia, anche una serie di superstizioni e rituali di cui dubita.
Questa mescolanza tra credenze folkloristiche, magiche e religiose divenne massiccia e pervasiva a partire dal II secolo d.C., in quella che è stata detta, secondo la fortunata definizione di F. Dodds “epoca di angoscia”.
Sullo stato di diffusione delle credenze magiche in età prossima a quella in cui si svolse il processo apuleiano abbiamo molte testimonianze tra cui quelle di Plutarco e Luciano. Il primo fu autore di un trattato “Sulla superstizione” dove si definisce la superstizione come una “paura nei confronti della divinità o degli dei”, eppure sembrerebbe che Plutarco avesse in mente la paura ossessiva nei confronti di streghe e stregoni, degli incantesimi e delle formule magiche, del linguaggio incomprensibile e delle preghiere rituali; inoltre afferma di credere ai demoni in quanto anelli di congiunzione fra il divino e l’umano. La follia di quanti sono schiavi della superstizione viene messa alla berlina anche da Luciano che in “Alessandro o lo Pseudoprofeta” descrive in termini satirici Alessandro di Abonuteico, fondatore di un nuovo culto: sosteneva di controllare una nuova manifestazione del dio Asclepio in forma di serpente chiamato Glicone, grazie al quale dispensava oracoli e celebrava misteri.
In un panorama di credenze così vasto e variegato non bisogna credere che i Cristiani ripudiassero la credenza dei demoni. La credenza dei demoni, molto più antica di Platone, trovò una sua stabile collocazione nel platonismo e medio platonismo, a partire dal celebre demone socratico, argomento su cui anche Apuleio dedicò un’opera il “De deo Socratis” dove afferma con sicurezza l’esistenza dei demoni dopo aver ribadito l’incolmabile differenza tra la natura umana e divina, motivo per il quale non può esistere un diretto rapporto tra le due. Ai demoni è attribuita da parte di Apuleio una funzione mediatrice fra gli uomini e gli dei, quella di potenze divine intermedie, che dimorano fra l’altezza sublime del cielo e la vile bassezza terrena, per comunicare alle divinità i nostri desideri e meriti (descrizione delle loro qualità: sono esseri animati, dotati di facoltà razionali, il loro animo è soggetto alle passioni, il loro corpo è fatto d’aria e la loro vita è eterna).
Questo trattato di Apuleio fu importante anche nei secoli successivi tanto che anche Agostino, pur confutando l’intera opera, ne attestava l’importanza in quanto lo scrittore di Madaura fu il primo ad aver composto sul demone socratico un’opera organica e completa, raccogliendo e sistematizzando quanto si trova sparso nelle opere di autori precedenti.
Non solo il “De deo Socratis” è utile per ricostruire il contesto in cui si radicò l’accusa contro Apuleio ma anche il romanzo apuleiano abbonda di episodi di magia: la figura della strega/fattucchiera in grado di sovvertire l’ordine naturale delle cose possedendo la facoltà di bloccare fenomeni celesti e terrestri. Le “Metamorfosi” descrivono in una celebre sequenza iniziale la trasformazione di Panfila in un gufo, seguita dal tentativo di Lucio di emulare l’impresa con la conseguente trasformazione in asino.
Oltre alla figura della strega e della fattucchiera, esistevano degli individui di sesso maschile che si ritenevano implicati in affari di magia. Questi si presentavano come filosofi interessati anche alla magia e si definivano teurghi, invece i magoi erano i praticanti di basso rango. Secondo la distinzione operata da Plotino, la teurgia mira a stabilire relazioni simpatetiche in tutto l’universo, usando le forze che scorrono attraverso le cose per entrare in contatto profondo con esse: i teurghi compiono nella realtà quanto i filosofi possono solo pensare. Tuttavia, non tutto quello che il teurgo dice o fa ha un immediato effetto magico: molto è finalizzato a creare uno stato d’animo e un’atmosfera che preparino il fedele agli avvenimenti soprannaturali e portentosi che si verificheranno.
Una delle figure di magi più celebri è quella di Simone, citato negli Atti degli Apostoli: egli appare come una figura con connotazioni prossime a quelle dello sciamano, un professionista della scienza occulta, per così dire, che si serviva dei demoni, praticava la negromanzia, e si vantava addirittura di aver creato un essere umano. Un’altra figura di mago celeberrimo alla fine del I secolo d.C. fu Apollonio di Tiana la cui vita fu narrata da Filostrato: quello che conosciamo della dottrina ricorda in effetti molto da vicino il pitagorismo tradizionale come ad esempio il vegetarianesimo, la fede della trasmigrazione delle anime. Egli fu arrestato due volte con l’accusa di magia prima durante il regno di Nerone e poi ai tempi di Domiziano.
Apuleio tiene a precisare con dovizia di particolari che la magia di cui lo si accusa con ignoranza e come a casaccio è una “arte bene accetta agli dei immortali che insegna come onorarli e venerarli” ben lontana da ogni accusa di empietà.
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