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Cicerone nacque nel 106 a.C. ad Arpino, un municipio romano indipendente sugli affari interni e

dipendente da Roma per la politica estera e militare. Nelle sue opere Cicerone descrive Arpino

come un luogo umile, come umili erano le origini della sua famiglia. In realtà sappiamo che la

famiglia di Cicerone godeva di un ottimo status sociale e anche di un florido patrimonio

economico dato che apparteneva all’ordine equestre. Cicerone si considerava un romano a tutti

De legibus

gli effetti; e infatti nel , nonostante l’affetto che riserva al suo luogo natale, afferma che

la sua lealtà va tutta a Roma.

All’età di dieci anni si recò nella capitale col fratello Quinto per frequentare i maggiori oratori del

tempo. Imparò da Antonio e soprattutto da Crasso, due famosi retori. Cicerone parla dei suoi due

De oratore

maestri nel facendo presente che erano uomini appassionati alla cultura greca e

profondi conoscitori di essa, ma che tentavano di dissimularlo perché nell’ambiente romano

l’applicarsi allo studio non era visto di buon occhio in quanto toglieva prezioso tempo da riservare

alla faccenda pubblica e in più non era gradito lo studio dell’oratoria in particolare perché si

credeva che insegnasse la manipolazione sistematica della coscienza. Nell’epoca di Cicerone

però l’opinione generale cambierà e l’oratoria diventerà un vero e proprio genere letterario adatto

ai nuovi gusti raffinati dall’aristocrazia.

Alla morte di Crasso nel 91 a.C. Cicerone prese la toga virile e fu condotto da suo padre presso

Quinto Mucio Scevola l’Augure affinché lo seguisse nel tribunale e nel foro. Nel 90 a. C. Cicerone

fu costretto a prestare il servizio militare per la guerra sociale e così il suo tirocinio subì una

battuta d’arresto fino all’88 a.C. Morto l’Augure passò sotto la tutela del cugino omonimo, il

Pontefice. La frequentazione della famiglia degli Scevola permise al giovanissimo oratore di

entrare a far parte della cerchia delle famiglie più illustri e di conoscere due personaggi con cui

rimarrà in contatto per tutta la vita: Tito Pomponio detto Attico e Servio Sulspicio Rufo.

Durante la sua formazione fece importanti incontri per i suoi futuri interessi filosofici come quello

con l’epicureo Fedro di cui ascoltò le lezioni o quello con lo stoico Diodoto che prese in casa con

sé fino alla sua morte nel 60 a.C. L’incontro più importante fu però quello con Filone di Larissa, il

quale lo introdusse al probabilismo dell’Accademia di Carneade, base delle sue successive

speculazioni etico-filosofiche.

Delle sue opere giovanili rimane testimonianza di alcune composizioni in versi andate perdute e

Fenomeni

una traduzione dal greco dei di Arati di cui ci è pervenuto qualche frammento. Il

contributo di Cicerone alla formazione dell’esametro latino fu notevole, ma la sua opera più

De inventione

interessante rimane il trattatello , un piccolo manuale di retorica. Non era ancora un

genere ben definito; le uniche opere precedenti erano un libretto di Antonio e un’opera anonima

Rhetorica ad Herennium. Pro P. Quinctio

Risale all’81 a.C. la prima orazione di Cicerone di cui siamo a conoscenza. È la

scritta in difesa di un certo Publio Quinzio all’epoca della dominazione sillana. La causa

riguardava l’accusa di Nevio, ex socio in affari di Quinzio, di non aver ricevuto in restituzione una

somma di denaro che aveva prestato al padre di Quinzio. 1

APPUNTI DI GIULIAO.

Pro Roscio Amerino

Un’orazione successiva ( ) in difesa di Sesto Roscio, accusato di parricidio, lo

vedrà più inserito nelle questioni politiche. Le dinamiche dei fatti sono giunte a noi tramite

solamente il racconto che ne è stato fatto nell’orazione. Qui Cicerone vuole accusare due parenti

del defunto, Magno e Capitone che, anche se non potevano essere gli assassini materiali, avevano

tratto giovamento dalla sua morte. Avvenuto il delitto, infatti, avevano corrotto Lucio Cornelio

Crisogono, un liberto molto vicino a Silla, affinché inserisse il nome del loro parente nelle liste di

proscrizione (che erano già state chiuse) per acquisire le proprietà a prezzo stracciato. Roscio

però era un sillano e la sua presenza nelle liste di proscrizione suscitò indignazione e scalpore.

La vicinanza di Crisogono alla cerchia di Silla rendeva il processo molto importante dal punto di

vista politico, soprattutto alla luce del fatto che in sordina alcune delle famiglie più prestigiose di

Roma appoggiavano Sesto. Cicerone sapeva i rischi che correva a parlare contro un uomo della

cerchia di Silla, ma la fama e il debito di riconoscenza che poteva acquisire da quest’ultime

famiglie, lo convinsero. Durante il processo decise di parlare non contro il governo di Silla, ma

solo contro il comportamento di alcuni esponenti che, invaghiti del potere, avevano perso il senso

della morale. La causa fu vinta da Sesto Roscio e Crisogono fu allontanato da Roma. La non

reazione di Silla di fronte alla messa alla berlina di uno della sua cerchia fa pensare che avesse

capito anche lui il temperamento troppo violento dell’uomo e che lo volesse allontanare.

Poco dopo il processo di Roscio Cicerone si recò in Grecia per completare la sua formazione

insieme al fratello Quinto. Soggiornò per circa sei mesi ad Atene e poi si recò a Smirne, nella

provincia romana d’Asia, dove incontrò Publio Rutilio Rufo, uomo di grande cultura e senatore in

Somnium Scipionis

esilio, d grazie al quale Cicerone prende spunto per scrivere il . Infine fece

tappa a Rodi dove frequentò la scuola di retorica di Apollonio Molone dove imparò a elaborare il

Brutus

suo stile senza troppi vizi di maniera, come racconta lui stesso nel .

A Roma i processi si svolgevano il più delle volte all’aperto in tribunali che altro non erano che

tribune di legno montate per l’occasione. Esisteva qualche tribunale permanente che però

rimaneva riservato ai reati più gravi. La composizione della giuria, ancora al tempo di Cicerone,

non era ben definita; solo nel 70 a.C., dopo il processo a Verre, si arrivò a comporre una giuria

precisa e proveniente da ceti diversi. La legge fu proposta da Aurelio Cotta nel settembre di

quell’anno e fu approvata il mese successivo. Essa prevedeva che le giurie fossero composte per

tribunii aerarii

un terzo da senatori, un altro terzo da cavalieri e per un ultimo terzo dai . Era una

riforma che veniva incontro alle esigenze della classe equestre senza tralasciare il senato che

temeva un’alleanza dei populares. Le sentenze emesse dalla giuria si limitavano a dichiarare o no

la colpevolezza dell’imputato; non dovevano decidere la pena, già stabilita dalla legge. Tutto

perciò si giocava sulla rappresentazione: gli oratori tentavano di fare presa sull’animo dei giurati

con discorsi anche commoventi e fascinosi, senza però darlo a vedere. Infatti ogni discorso

richiedeva una preparazione accurata, ma si cercava sempre di non far trasparire il lavoro che

stava dietro all’orazione. Gli effetti più commoventi e grandiosi erano riservati spesso all’arringa

peroratio

finale, detta . De

Per Cicerone l’eloquenza era uno strumento moralmente neutro, come fa dire ad Antonio nel

oratore

. La maestria di un avvocato si misurava esclusivamente nella sua bravura di retore,

Tusculanae

indipendentemente dalle cause che perorava. In un passo delle presenta il suo lavoro

come una simulazione, simile a quella che portavano in scena gli attori. Se però le emozioni

espresse dall’attore sono finte in quanto si ritrova ad operare in una realtà immaginaria, quelle

dell’oratore invece sono pilotate, ma pur sempre reali. Il paragone con la recitazione si estendeva

actio De oratore

anche all’ che accompagnava i discorsi di qualsiasi oratore. Sempre nel Cicerone

ricorda un detto di Demostene secondo il quale l’azione era la parte preponderante di 2

APPUNTI DI GIULIAO.

un’orazione. Fondamentale era la capacità di modulare la voce, di misurare i gesti e le movenze

actio

che accompagnavano le parole. Nell’opera sopracitata Cicerone si faceva portavoce di un

moderata, non esagerata, dignitosa la quale non lasciava spazio ad affettazioni e gigionerie. La

spettacolarità dell’eloquenza non era lasciata solamente alle parole dell’avvocato, ma anche

all’ambiente circostante che poteva fungere da sollecito per le emozioni degli ascoltatori. Una

statua di qualche divinità, ad esempio, poteva richiamare un crimine compiuto verso gli dei o

ancora un monumento ricordare nei presenti le tradizioni dello Stato.

Il mettere per iscritto i propri discorsi non era una pratica tipica della Roma repubblicana. Anche

degli oratori più celebri vissuti prima di Cicerone abbiamo pochissime testimonianze. Fu proprio

quest’ultimo infatti a riprendere tale pratica dalla cultura greca e ad inaugurare così un nuovo

genere letterario capace di catturare l’interesse dei nuovi lettori dai gusti più raffinati. Il suo

scopo principale era quello di prolungare l’effetto dei suoi discorsi rendendoli fruibili nel tempo e

a un più vasto pubblico. Nonostante ciò meno della metà delle sue orazioni furono pubblicate,

forse per opportunità politica o perché non ritenute abbastanza rilevanti.

La difficoltà più grande era quella di rendere nella scrittura gli effetti del parlato facendo sì che la

lettura fosse gradevole e interessante. Per questo il suo stile puntò molto sulla metrica e sulla

costruzione simmetrica delle frasi che gli permettevano di cambiare l’andamento ritmico a

seconda del pathos richiesto.

Cicerone ritorna dal suo viaggio in Oriente nel 77 a.C. A Roma erano state abolite molte leggi

sillane ed era stata restaurata la figura del tribuno della plebe da parte di Lepido che, dopo aveva

tentato una ribellione per prendere il controllo di Roma, era stato sconfitto e infine ucciso in

Sardegna. Gran parte del suo esercito si era riunito a Sertorio, ultimo mariano, in Spagna.

Pompeo, insignito di poteri speciali dal Senato, scavalcò le Alpi e si diresse contro l’esercito dei

ribelli. La guerra durò a lungo e Sertorio fu ucciso dai suoi stessi uomini.

Negli stessi anni in Italia meridionale iniziò a divampare la famosa rivolta degli schiavi guidata da

Spartaco. Il suo esercito composto da gladiatori, schiavi e contadini si mosse per tutta l’Italia

infliggendo numerose sconfitte alle legioni inviate per contrastarli grazie alla tattica della

guerriglia. Alla fine il senato affidò il comando delle truppe a Marco Licinio Crasso, sillano molto

violento, che sconfisse i ribelli in maniera abbastanza rapida. Furono però scontri sanguinosi e

violenti; i superstiti vennero crocifissi sulla strada che portava da Capua a Roma. Spartaco

rimase ucciso in battaglia, ma del suo corpo si persero le tracce.

A trent’anni Cicerone era pronto a intraprendere la carriera politica e nel 76 a.C. venne eletto

questore per l’anno successivo. Fu inviato a espletare le sue funzioni a Marsala, nella Sicilia

nord-occidentale. Il suo compito consisteva per lo più nell’assistere il propretore nella

riscossione dei pagamenti. Dopo aver ricoperto la questura entrò in Senato. Tra il 74 e il 70 a.C.

intensificò la sua attività nei tribunali allo scopo di farsi notare dall’opinione pubblica. Molti dei

suoi primi clienti furono di origine municipale, quale era lui, e costituirono la base di sostenitori

su cui avrebbe in seguito contato per l’elezione al consolato. Per aspirare alla carica suprema

doveva però trovare l’occasione giusta in cui emergere sulla scena politica ed arrivò con il

processo a Verre.

Gaio Verre era stato propretore della Sicilia nel 73 a.C., ma alla scadenza del suo mandato i

siciliani decisero di intentare una causa contro di lui per il suo scellerato governo. L’avvocato a

3

APPUNTI DI GIULIAO.

cui si rivolsero fu proprio Cicerone che, ai primi di gennaio del 70 a.C., presentò la domanda del

processo al pretore Manio Acilio Glabrione, presidente del tribunale del reato di concussione. Gli

amici di Verre cercarono di ostacolare l’azione di Cicerone proponendo come sostituto per

l’accusa Quinto Cecilio, uomo di origini siciliane che aveva fatto parte dell’entourage di Verre.

Cicerone però ebbe la meglio su di lui facilmente e gli furono concessi centodieci giorni per fare

la sua inchiesta. I sostenitori di Verre non mollarono e tentarono in tutti i modi di procrastinare il

processo; il loro scopo infatti era quello di portare l’udienza oltre le prossime elezioni del

consolato, così da avere l’appoggio di consoli della loro cerchia di amicizie. A tal fine fecero sì che

fosse accusato un ex governatore della Macedonia per concussione e che i giorni disponibili per

l’inchiesta concessi fossero solo centootto. Secondo il diritto romano infatti i processi venivano

svolti secondo l’ordine dei giorni dei giorni di inchiesta. Cicerone, rassegnatosi al ritardo, iniziò

comunque il suo lavoro e si precipitò a casa dell’accusato per sequestrare i documenti e

inventariare gli oggetti di provenienza illecita. Alla metà di febbraio partì per la Sicilia e in poco

più di cinquanta giorni percorse tutta l’isola in cerca di testimoni e prove. Riuscì a tornare a Roma

per l’apertura del processo che però venne scavalcato ancora una volta dal quello contro l’ex

governatore della Macedonia. Subentrò poi un altro ostacolo quando le elezioni per consolato del

69 a.C. furono vinte da Ortensio e Quinto Metello che, grazie al nuovo potere acquisito, tentarono

di corrompere i testimoni dell’accusa. Nonostante l’influenza dei nuovi consoli che cercarono di

far slittare la prima udienza a gennaio, momento nel quale avrebbero avuto pieni poteri

decisionali, il processo iniziò ad agosto. Il pericolo però non era ancora superato perché le

numerose festività di quei mesi p

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GiuliaO. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Labate Mario Alberto.
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