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L’ambiente culturale di Quinto Lutazio Catulo apprezzò molto il talento di Archia. Catulo, che fu anche

console, praticava egli stesso una poesia leggere per occasioni personali e private. Archia strinse legami con

molte casate aristocratiche. Nel 62 a C venne sottoposto a processo per usurpazione della cittadinanza

romana. Si è sospettato anche che il processo avesse qualche retroscena politico. Cicerone lo difende e

rivolge nel contempo un caloroso omaggio alla figura di Pompeo, paragonandolo ad Alessandro magno. Il

dibattimento ebbe esito favorevole ed Archia mantenne il diritto legale alla conservazione della

cittadinanza. Cicerone paragona Archia ad Ennio e ad Omero e afferma che i poeti rendono un servizio

indispensabile a quanti sono desiderosi di gloria. XII

VERSO IL PRECIPIZIO

All’inizio del 61 Cicerone partecipò ad una riunione del senato presso il Circo Flaminio, fuori dall’Urbe

perché Pompeo, non avendo ancora deposto l’imperium, non poteva rientrare in città in quanto di ritorno

dall’oriente era sbarcato a Brindisi ed aveva congedato l’esercito ma il suo trionfo si sarebbe ancora fatto

attendere a lungo. Cicerone ci teneva molto a ben figurare al cospetto di Pompeo che ammirava

tantissimo.

Nel corso della stessa riunione si era parlato anche di uno scandalo scoppiato da poco: praticamente Publio

Claudio Pulcro ( Clodio), appartenente ad una nobile famiglia, si era introdotto di notte nella residenza di

Cesare, Pontefice massimo, travestito da donna, per intrattenersi con la moglie di cesare. Riconosciuto da

una schiava era fuggito. Cesare, dopo aver soffocato lo scandalo, divorziò. Gli ottimati portarono Clodio

davanti al tribunale soprattutto per stroncare sul nascere la carriera di un personaggio che si profilava

come un leader difficile da tenere sotto controllo. Nell’imminenza del processo, Clodio si rivolse

all’assemblea popolare ed iniziò a reclutare bande armate tra la plebe urbana. Fu proprio al timore

suscitato da queste bande che si deve la sua assoluzione.

Al processo Cicerone depose affermando che Clodio, il giorno in cui era avvenuta la profanazione, era

andato a fargli visita per cui era a Roma mentre Clodio aveva sostenuto di essersi trovato lontano dalla

città. I rapporti tra Clodio e Cicerone degeneravano.

Nel marzo del 60, deluso da Archia e da altri che aveva sollecitato a scrivere delle sue imprese, Cicerone

inviava ad Attico in Epiro un “commentario” in greco sul proprio consolato. In seguito gli inviò una raccolta

delle sue orazioni consolari. Sempre nel 60 compose un poema epico-storico in tre libri sul proprio

consolato: “De Consulatu suo”. Questo poema provocò derisione da parte dei contemporanei e dei posteri

sia per lo scarso valore poetico che per le lodi che l’autore faceva a se stesso.

Nel 61 il fratello Quinto ottenne il governo della provincia d’Asia e Cicerone gli scrisse una lunga lettera e

tra le raccomandazioni più importanti c’era quella di sapersi abilmente destreggiare tra i vari ceti sociali,

senza scontentare nessuno. Egli deve mantenere la propria integrità personale. Il pericolo di Clodio verso

Cicerone si manifestò quando gli ottimati rifiutarono di ratificare la sistemazione data da Pompeo ai

territori orientali e alla sua richiesta di terre dove insediare i suoi veterani. Il senato si dimostrò ostile verso

Pompeo che strinse il famoso patto con Pompeo e Crasso. L’accordo segreto, “primo triumvirato” ebbe

luogo nel 60, dopo il ritorno di cesare dalla Spagna: in cambio dell’appoggio che Pompeo e Crasso gli

avrebbero fornito per ottenere il consolato nel 59, Cesare prometteva al primo la ratifica dei provvedimenti

in Oriente e la sistemazione dei veterani e al secondo un intervento in favore degli interessi economici delle

“societas publicanorum”. Il 59, l’anno del consolato di Cesare rappresentò per Cicerone la perdita di ogni

vera importanza politica. Trascorse la primavera fuori Roma, nelle sue numerose ville. La lontananza dalla

vita politica gli avrebbe tolto qualsiasi protezione contro la vendetta di Clodio. Mentre si trovava nella villa

di Formia, Cicerone apprese che era stata approvata la legge agraria di Cesare. La legge andava a beneficio

dei veterani di Pompeo e dei cittadini poveri con figli a carico. Costretto all’ozio Cicerone si dedicava a studi

di teoria politica e di geografia.

Nel marzo del 59, prima di lasciare Roma per le sue ville, Cicerone aveva difeso da un’accusa di Maiestas

cioè comportamento indegno nel governo della Macedonia, l’uomo che era stato suo collega nel consolato,

cioè Gaio Antonio Ibrida. Fu una delle poche volte che Cicerone fu sconfitto e il fatto più bruciante era che

l’accusatore era Marco Cecilio Rufo, un giovane che nell’eloquenza era stato allievo di Cicerone. Il giorno

del verdetto la tomba di Catilina venne trovata ricoperta di fiori. Cicerone fece ritorno a Roma ai primi di

giugno. La città era dominata dai triumviri ed egli era preoccupato per un possibile attacco da parte di

Clodio. Nel mese di giugno Cesare mise a segno un altro colpo. Praticamente il senato, prima delle elezioni

consolari, certo che Cesare avrebbe vinto, in maniera derisoria scelsero come “provincia” per i consoli il cui

mandato sarebbe scaduto alla fine del 59 “selve e pascoli”. Ma Cesare, grazie all’appoggio di Pompeo,

riuscì a farsi assegnare dal popolo un comando proconsolare nella Gallia Cisalpina e nell’Illirico per 5 anni. Il

senato aggiunse la Gallia comata. Nell’ottobre dello stesso anno Cicerone pronunciò un’altra apologia del

proprio consolato e l’occasione gli fu data dalla difesa di Lucio Valerio Flacco ( Pro Flacco) in una causa “De

repetundis” . Ottenne l’assoluzione. XIII

L’ESILIO

Nel 58 Clodio rivestì il tribunato. Sul seguito di Clodio si è molto discusso: Cicerone lo presenta come

formato da bande di nullatenenti con la vocazione alla criminalità. Uno dei primi provvedimenti di Clodio fu

la riapertura dei Collegia che erano associazioni di plebe, fatti chiudere tempo prima in quanto potenziali

fonti di disordine. All’inizio i collegia assolvevano solo funzioni religiose e professionali ma in seguito si

erano trasformati in associazioni di massa della plebe urbana povera.

Clodio fece anche approvare una legge frammentaria che garantiva la distribuzione gratuita di denaro alla

cittadinanza; questa legge ebbe come conseguenza l’emigrazione dalle campagne verso la città di molta

povera gente. La legge frumentaria piaceva al popolo ma anche ai proprietari che evitavano di essere

espropriati dei loro possedimenti. Il successo di Clodio fu effimero in quanto molto presto attaccò i

triumviri come falsi populares in cerca di potere personale. Pompeo fu costretto a rinchiudersi in casa per

sottrarsi agli assalti. Verso la fine di gennaio del 58 Clodio presentò un progetto di legge che prevedeva

l’esilio per chi avesse condannato a morte un cittadine romano senza concedergli di appellarsi al popolo:

era ben chiaro che il suo bersaglio era Cicerone. Cicerone tentò, senza successo , il ricorso a una

mobilitazione generale ma senza successo.

Tutti, consoli, triumviri e ottimati, consigliarono a Cicerone un esilio volontario per allontanare il pericolo di

una guerra civile. Fu così che, in preda allo sconforto, Cicerone lasciò Roma il 19 marzo e prima della

partenza portò sul Campidoglio una statua di Minerva che teneva in casa e la dedicò con l’iscrizione “A

Minerva, protettrice di Roma”.

Contemporaneamente Cesare muoveva con il suo esercito verso la Gallia. Intanto Cicerone, durante il

viaggio verso Brindisi, trovò ospitalità presso amici mentre Clodio emanava un decreto in base al quale

Cicerone doveva risiedere a non meno 500 miglia marittime dall’Italia e vietava a chiunque di proporre il

suo richiamo. Il patrimonio di Cicerone venne confiscato e la sua casa sul Palatino fu rasa al suolo. Le ville di

Tusculum e Formia subirono gravi danneggiamenti.

Cicerone trascorse l’esilio ad una distanza da Roma minore da quella prescritta dalla legge, a Tessalonica e a

Durazzo. Degli amici rifiutava le parole di conforto e le esortazioni a non lasciarsi abbattere dalla sventura..

alcuni critici hanno trovato l’atteggiamento di Cicerone durante l’esilio non consono ad un uomo nutrito di

sapere e di cultura.

A Roma ben presto iniziarono i tentativi in favore del richiamo di Cicerone ma per mesi non ebbero alcun

esito.

La situazione iniziò a cambiare quando Pompeo, stanco dello spadroneggiare di Clodio, e in assenza di

Cesare, iniziò un riavvicinamento al senato e agli ottimati. Per un certo periodo le bande armate di Clodio

impedirono che la questione del richiamo venisse messa ai voti. Fu allora che Annio Milone, per opporsi a

Clodio si mise a sua volta a reclutare bande armate e le strade di Roma divennero teatro di sanguinose

battaglie.

Decisiva per il ritorno di Cicerone fu una controffensiva di tipo politico preparata dallo stesso Cicerone. Il 4

agosto del 57 veniva approvata una legge che autorizzava il suo rientro in Italia e la restituzione dei beni

confiscati. Il 5 agosto egli sbarcava a Brindisi dove c’era ad attenderlo l’amata figlia Tullia. Un mese dopo

entrò a Roma dalla stessa porta Capena attraverso la quale aveva lasciato la città.

XIV

ATTICO. CICERONE E IL SUO AMICO

L’esilio di Cicerone è il periodo in cui i rapporti con Attico attraversano la crisi più seria anche se breve.

Cicerone rimproverava Attico di avergli fatto mancare, nel momento dell’esilio volontario, l’appoggio del

suo consiglio che forse lo avrebbe fatto agire direttamente.

Cicerone ed Attico erano amici fin da giovani. Tra i due c’è stato anche uno stretto rapporto epistolare ma

nessuna delle lettere di Attico a Cicerone si è conservata. La sorella di Attico era sposata con Quinto

Cicerone ma non si trattò di un’unione felice. Ad Attico dedicò una biografia Cornelio Nepote, pubblicata

mentre Tito Pomponio era ancora in vita. Cornelio Nepote lo descrive in modo esemplare e il fascino di

Attico si ripercuote anche in età umanistico-rinascimentale nelle pagine di scrittori come Montaigne o Leon

Battista Alberti. La capacità di Tito Pomponio di accattivarsi le amicizie più diverse negli opposti

schieramenti politici offre spunti di riflessione anche in epoche successive. Dal Romanticismo in poi si parla

di Attico come di un personaggio senza odio e senza amore, portato ad adattarsi alle varie circostanze e ai

vari uomini. Boissier trova sgradevole la sollecitudine con la quale Attico, dopo la morte di Cicerone, aveva

saputo adattarsi al regime dei triumviri proscrittori del suo amico.

La biografia di Cornelio Nepote inizia con la descrizione delle qualità che, fin dalla prima giovinezza,

avevano reso Tito Pomponio un modello per i suoi coetanei: la sua educazione letteraria, la facilità

nell’apprendimento, la capacità di esporre con eleganza e il timbro gradevolissimo della voce. Durante la

guerra tra mariani e sillani decide di andare ad Atene e di trasferire lì le sue ricchezze.

Per più di 20 anni Tito Pomponio si recherà a Roma solo ogni tanto e per brevi soggiorni. Solo nel 65

ritornerà definitivamente in patria e la sua partenza sarà salutata in lacrime dagli Ateniesi. Dopo il ritorno a

Roma il patrimonio di Attico si accrebbe di molto grazie all’eredità che gli lasciò lo zio Quinto Cecilio che era

un noto usuraio. Dell’eredità faceva parte anche la casa del Quirinale dove Attico andò ad abitare. L’edificio

era vecchiotto ma aveva un vasto parco che lo circondava. L’arredamento era sobrio ma raffinato. Durante

la sera spesso Attico invitava i suoi amici a riunioni rallegrate da conversazioni o dalla presenza di uno

schiavo che leggeva abilmente le novità letterarie. Tra i frequentatori più assidui della casa c’erano

Cicerone, l’amico di tutta la vita, Ortensio, Varrone e Cornelio Nepote.

Se Attico lo avesse voluto si sarebbe aperta facilmente la via del successo nella vita pubblica. La lontananza

dalla vita politica non significa che Attico non si sia impegnato in un modo particolare aiutando gli amici

bisognosi, anche economicamente. Mantenne buoni rapporti con persone di opposte frazioni e arrivò

tranquillamente all’età di 77 anni. Si spense per malattia nel 32 a C, l’anno prima della battaglia di Azio.

Diede disposizioni affinché le esequie si svolgessero senza alcuno sfarzo.

Gran parte della storiografia del 900 ha fatto di Attico un grande finanziere o banchiere. Senza dubbio egli

impegnava il suo patrimonio in attività finanziarie ma aiutava anche chi sapeva che non avrebbe mai potuto

restituirgli i soldi dati. Aveva un alto senso del dovere che sovrastava anche gli affetti familiari. L’humanitas

è la chiave che aprì ad Attico l’amicizia di tutti. XV

DOPO IL RITORNO

Cicerone rientrò a Roma il 4 settembre su un carro dorato e prese alloggio nella casa del fratello Quinto. Il

giorno seguente un discorso di ringraziamento in Senato nel quale ringraziò quanti lo avevano aiutato a

ritornare. Attacca Gabinio e Pisone, i consoli che avevano appoggiato Clodio ottenendo in cambio

l’assegnazione di province di loro gradimento. Cicerone li definisce “ mercanti di province e barattieri del

prestigio del Senato”. Cicerone nel “ Post reditum in Senatu” spiega perché ha deciso di recarsi in esilio

anziché lottare contro i propri avversari: il timore di far precipitare la città nel caos. Nel novembre del 57

Cicerone subì un tentativo di aggressione sulla Via sacra e si salvò rifugiandosi in una casa vicina. Alla fine

del gennaio del 56 Clodio riusciva a farsi eleggere edile e nello stesso periodo nasceva la questione

dell’Egitto: il sovrano che Cesare aveva imposto nel 59, Tolomeo Aulete era stato cacciato da una

sollevazione dei sudditi e si era stabilito a Roma. Il re sperava di tornare al suo posto con l’aiuto armato dei

romani e Pompeo si candidava per condurre le operazioni. Non si fece nulla.

XVI

OTTIMATI E POPOLARI

IL PROCESSO DI PUBLIO SESTO

Intorno alla metà di marzo del 56 Cicerone sostenne la difesa di Publio Sestio che era accusato da

sostenitori di Clodio degli episodi di violenza legati all’attività dei tribuni per il richiamo di cicerone.

Cicerone non aveva molta simpatia per Sestio ma i fatti di cui era accusato coinvolgevano la sua immagine

politica. A favore di Sestio si era schierata tutta l’aristocrazia. Accanto all’imputato, vestiti a lutto, sedevano

Milone e molti membri della classe dirigente. Del collegio di difesa, oltre a Cicerone, facevano parte anche

Crasso, Ortensio e Licinio Calvo, personaggi di diversi orientamenti politici. La Pro Sestio testimonia il

vastissimo successo di pubblico del processo. La Peroratio è uno dei massimi punti di forza. Cicerone fa leva

sull’abbigliamento e sull’abbattimento di Sestio, dei suoi parenti e dei suoi sostenitori. Gli accusatori di

Sestio denunciavano la sua appartenenza alla genìa degli ottimati ed allora Cicerone fa un excursus sulla

perpetua divisione dei cittadini in optimates e populares che è come dire i sostenitori dell’ordine

prestabilito e i fautori del disordine e delle sommosse. Ma la plebe contemporanea, dice Cicerone, ha

raggiunto una condizione pienamente soddisfacente con cui i sovversivi come Clodio possono contare solo

sull’appoggio di bande di criminali pagati. Cicerone insomma, afferma che ormai il popolo è dalla parte dei

fautori dell’ordine e della legalità. Il termine “ottimati” era riservata ai membri più attivi politicamente della

nobilitas. Cicerone, volutamente provocatorio, allarga l’accezione del termine fino ad includere molti ceti

sociali, uniti dall’aspetto economico e morale. Sono i “boni” cioè i ceti agiati, gente perbene accomunati dal

ricco patrimonio. Il programma politico degli optimates è la “tranquillità congiunta con il prestigio”. Nella

sua arringa egli si rivolge ai giovani invitandoli a dedicarsi con abnegazione al servizio della res publica. Li

esorta a non lasciarsi intimorire dalla sua sorte personale e a considerare come egli abbia presto

riacquistato la sua dignità. Il servizio della res publica comporta anche pericoli gravissimi ed espone ad

inimicizie violente ma il buon politico saprà farsi buona fama presso la gente perbene.

Sestio venne assolto con voto unanime dei giudici. XVII

LE TRASGRESSIONI DELLA GIOVENTU’

IL PROCESSO DI MARCO CELIO

Un mese dopo la Pro Sestio, Cicerone tornò ad occuparsi del problema della formazione e dell’educazione

dei giovani nella difesa di Marco Celio Rufo. Gaston Boissier ha definito Celio “ il simbolo della gioventù

romana al tempo di Cesare”. Il critico francese sottolineava il suo talento brillante, la personalità

spregiudicata, la verve oratoria ma anche la scarsa capacità di provare entusiasmo e l’eccesso di sangue

freddo e di lucidità.

Di origini municipali, Celio si era formato all’ombra di cicerone cui il padre lo aveva affidato per il tirocinio

del Foro. In seguito però celio si avvicinò a Catilina. Fu in Africa al seguito di Quinto Pompeo Rufo che

aveva collaborato con Cicerone nella lotta contro i catilinari. Sul Palatino avvenne l’incontro con Clodia, la

Lesbia di Catullo, vedova di Quinto Metello Celere. La donna, proveniente da una famiglia di antica nobiltà,

era molto affascinante. Di lei i contemporanei ricordano la vita scandalosa, priva di inibizioni e che aveva

numerosi amanti. Clodia era più anziana di Celio e la relazione durò due anni. Il primo a stancarsi fu Celio e

ciò provocò la rabbia di Clodia la quale sarà la regista del processo contro di lui. Cicerone fece assolvere

Celio e si garantì da parte di questi la fedeltà politica. Nel 51 Cicerone andò come proconsole in Cilicia e per

il periodo della sua assenza da Roma scelse Celio come suo informatore privilegiato. La corrispondenza di

questi anni ci permette di farci un’idea sulla personalità di Celio. Man mano che si profila la guerra civile i

rapporti tra i due si raffreddano. Lontano da Cicerone Celio va maturando un avvicinamento a cesare. Ma i

rapporti di celio con cesare ben presto presero una brutta piega. Nonostante nel 48 Cesare lo avesse

nominato praetor peregrinus, Celio non era soddisfatto di questa carica e diede inizio ad un’agitazione in

favore dei debitori che erano insoddisfatti per le misure di condono prese da Cesare. Dopo alcuni tumulti

venne deposto dalla sua carica e cacciato da Roma. Morì a Turi, in Calabria, nel 48.

Il processo contro Celio nel 56 nasceva da rancori di natura personale. L’accusatore era Lucio Calpurnio

Bestia che Celio perseguitava con un’accusa di corruzione anche se questi era stato assolto da Cicerone.

L’accusa principale era che Celio avesse avuto come agente Pompeo in oscure relazioni sulla vicenda del re

d’Egitto Tolomeo, che il grande voleva reinsediare sul trono. Si aggiungevano altre accuse volte a dare

un’immagine morale negativa di celio. Cicerone adotta come strategia difensiva quella di sbriciolare le

argomentazioni degli accusatori passandole per maldicenze prive di validità processuale.

Il processo si teneva nei giorni delle feste dei Megalensia in onore di Cibele, la magna mater. Il carattere del

processo non permetteva la sua sospensione, benché fosse periodo di festa per cui Cicerone conta sul

fastidio dei giudici di trovarsi sul posto di lavoro dicendo loro che devono ciò solo alla gelosia di una donnna

di malaffare.

Clodia viene rappresentata ironicamente come la caricatura di un’eroina tragica. Il discorso tenuto da

Cicerone è comico, molto spiritoso e diverte il pubblico presente: in qualche modo egli offe uno spettacolo

alternativo a chi è costretto a partecipare al processo anziché alle feste dei Megalensia. Rievoca anche la

morte del marito di Clodia, Quinto Metello Celere probabilmente avvelenato dalla moglie.

Nella Pro Celio, Cicerone si mostra indulgente verso le deviazioni e la corruzione delle nuove generazioni.

Ha un atteggiamento conciliante e parla anche della formazione della gioventù. I piaceri della vita moderna

sono tanti e non si può pensare che un giovane sia austero fino all’adolescenza: l’importante è che al

momento buono si sappia rinunciare alle intemperanze giovanili e prendere il proprio posto nella società.

La vicenda di Celio è così ricondotta alla trama di una commedia: qualcosa da non prendere sul serio e

destinata ad una lieto fine, dove il figlio scapestrato, una volta finite le intemperanze giovanili, ritorna sulla

retta via. Cicerone quindi si presenta come un maestro onesto e tollerante. Insiste sulla giovinezza corrotta

e scapestrata di molti personaggi di alto prestigio del presente e del passato e osserva come, in età matura,

abbiano saputo trasformare i propri vizi in virtù. Cicerone sostiene anche che Celio non ha mai fatto debiti e

non ha mai avuto smanie i lusso e di piaceri ma riconosce che nella sua attività di oratore Celio si è scelto

bersagli sbagliati, che è un grave errore il suo attacco a Calpurnio Bestia ma che tutto ciò è pur sempre

indizio di un animo ardimentoso che cerca successo e gloria.

La colpa di Celio è quella di aver ceduto momentaneamente ad una donnaccia ma la crisi può dirsi superata

e Cicerone si fa garante in prima persona della futura condotta di Celio e del fatto che egli costituirà per

l’avversario un valido sostegno alla causa dei “boni”.

XVIII

SOTTO L’ALA DEI TRIUMVIRI

Nei primi anni del 56 Cicerone si era illuso di poter tornare a svolgere un proprio ruolo nella politica romana

e faceva affidamento alla discussione tra i triumviri appoggiandosi soprattutto a Pompeo per mettere in

discussione l’applicazione della legge agraria di Cesare all’Ager Campanus.

Pompeo riuscì a manovrare Cicerone affinché fosse assente in senato il giorno in cui si doveva riaprire la

discussione sulla legge agraria. Il giorno della seduta Cicerone partì per la sua villa di Anzio. In questo

periodo Cicerone accentua il fastidio per la politica e l’attività forense che aveva iniziato a manifestare dal

59. Verso la fine di maggio Cicerone, in aperto contrasto con i più intransigenti degli ottimasti, sostenne in

senato le richieste di Cesare di ottenere il (soldo ?) per le nuove legioni che aveva arruolato di sua iniziativa

e per dieci legati. Dopo parlò in favore della proroga del comando gallico di Cesare. Cicerone non nega i

contrasti avuto in passato con Cesare e non disconosce il ruolo che Cesare aveva avuto nel suo esilio ma

afferma di deporre l’inimicizia in favore dei grandi merito militari che egli ha acquisito. A quanti gli

rimproveravano la sua riconciliazione con Cesare egli ricorda come già da tempo si fossero riconciliati con

Clodio. Lo scontro con Clodio si riaccese quando si sparse la voce che nei campi vicino la città si era udito un

sotterraneo rumore ( era un terremoto) di armi e ciò venne interpretato dagli aruspici come l’ira degli dei

per la profanazione di luoghi sacri. Di fronte al popolo Clodio sostenne che la profanazione consisteva nel

fatto che Cicerone stava costruendo la sua casa in un luogo consacrato. Per tutta risposta Cicerone tenne in

Senato l’orazione “De haruspicum responso” con cui riversò la colpa su Clodio.

Nell’estate del 56 si colloca la difesa di balbo in un processo che ne metteva in discussione i diritti di

cittadinanza. Balbo, spagnolo di Cades ( Cadice) aveva ottenuto lo status di cittadino romano da Pompeo.

Poi era divenuto collaboratore di Cesare come faccendiere per importanti affari finanziari e politici. Le

ricchezze accumulate da Belbo suscitarono invidia. Cicerone lo difende anche in virtù del fatto che Belbo, ai

tempi dell’esilio, lo aveva appoggiato. Al processo parlò per ultimo, dopo Pompeo e Crasso e la sua difesa

si concluse con un successo..

Intanto Cicerone cercava un narratore per le proprie gesta e scrive una lettera all’amico Lucio Luceio il

quale si era ritirato dalla vita politica e si era dedicato alla composizione di un’opera storica sul periodo

della guerra civile del conflitto tra mariani e sillani. Cicerone gli propone di scrivere una monografia sul

periodo della sua vita dal consolato fino al ritorno dall’esilio. Luceio lasciò cadere l’invito e la monografia

verrà scritta da Sallustio.

Nell’estate del 55 attaccò violentemente in senato Pisone, suocero di Cesare. Richiamato dalla Macedonia,

Pisone aveva accusato Cicerone come responsabile della sua rimozione dalla provincia accusandolo di

prendersela con i più deboli risparmiando i potenti come Cesare e Pompeo che, invece, secondo lui,

avevano giocato un ruolo ben preciso nel suo esilio. Cicerone critica le basse origini sociali di Pisone, il suo

aspetto fisico, l’abbigliamento eccentrico, l’immoralità e lo insulta in ogni modo.

Quando fu pubblicato il discorso contro di lui, Pisone reagì con un’invettiva oltraggiosa nei confronti di

Cicerone. Cicerone non replicò in quanto pensava che un suo intervento avrebbe procurato dei lettori allo

scritto di Pisone.

Dal 61 Pompeo aveva iniziato la costruzione del teatro, il primo in muratura ispirato ai modelli ellenistico-

italici; superava ogni precedente per dimensione, era ricco di marmi pregiati ed era adornato di statue

greche. Tutto il complesso costituiva il più grande spazio chiuso che Roma avesse mai posseduto.

Cicerone assistette con indifferenza e noia agli spettacoli durati 5 giorni in occasione dell’inaugurazione.

Non gli era piaciuta l’opera drammatica messa in scena, i duelli dei gladiatori e gli elefanti, arrivati l’ultimo

giorno, gli suscitarono una certa compassione. Nello stesso periodo cicerone difende Canino gallo da

un’accusa di corruzione elettorale.

Tra il 55 e il 54 si consolidarono i rapporti con Cesare e riceve da questi l’incarico di sovrintendere a Roma la

realizzazione di importanti opere edilizie come l’ampliamento del Foro. S’intensificò con cesare anche la

corrispondenza di tipo letterario. Più difficile, inizialmente riallacciare i rapporti con Crasso. La

riconciliazione fu possibile grazie all’opera di Cesare e Pompeo, con una cena nei giardini di Crassipede,

genero di cicerone, secondo marito della figlia Tullia. Dal 54 Cicerone assunse numerose cause per cui ebbe

meno tempo da dedicare al lavoro letterario. A settembre andò in vacanza ad Arpino e al suo ritorno si

tuffò nell’attività forense. XIX

IL “DE ORATORE”

A novembre del 55 Cicerone annunciò ad Attico di aver terminato il “De oratore”che poteva essere messo

in circolazione. Nel proemio del I libro egli traccia il deludente bilancio di una vita dissipata nelle cause e di

una vecchiaia in cui si è visto negare la quiete degli studi.

Il tema della memoria è il motivo conduttore dei tre libri del De Oratore. Nel primo libro il ricordo delle

vicende personali lascia il posto a quello dell’antica conversazione tra illustri personaggi del passato; nel

secondo v’è la nostalgia per gli anni della formazioni, l’infanzia e l’adolescenza; nel terzo parla delle tensioni

sociali subito prima della guerra civile. Diversi personaggi andranno incontro, in breve tempo, ad una morte

violenta. Crasso muore di malattia mentre sta terminando un’orazione vibrante contro il console Filippo. Il

discorso contro Filippo viene definito “il canto del cigno” di Crasso.

All’origine della composizione del De Oratore vi è anche il desiderio di trasmettere ai posteri l’immagine dei

grandi oratori del recente passato. Ai suoi maestri Cicerone attribuiva un rapporto ambivalente con la

cultura di matrice ellenica della quale erano imbevuti. E’ evidente che Cicerone proietta se stesso nei propri

personaggi.

Rivolgendosi al fratello Quinto, Cicerone mette in campo l’origine del dissenso nei suoi confronti: nella

formazione dell’oratore Quinto dà più importanza alle doti naturali e all’applicazione anziché alla

formazione culturale. Cicerone fa anche un breve excursus sulla storia dell’eloquenza romana.

Anche se il De Oratore non era la prima opera dialogica in latino, la sua struttura e la sua concezione furono

una novità per i contemporanei di Cicerone. I modelli sono i dialoghi di Platone e Aristotele anche se gli

elementi principali vengono rivissuti e ricreati attraverso il filtro della sensibilità romana. Nel De Oratore la

città è esclusa: essa è lo spazio dei negotia, degli impegni politici e forensi, della folla dei clienti. Solo nelle

ville i personaggi ciceroniani possono conversare tranquillamente.

I personaggi del De Oratore vogliono imitare i greci ma nello stesso tempo sono preoccupati di conservare

la propria dignità romana. Affiora spesso il disprezzo per i ciarlieri intellettuali greci mentre, al contrario, la

vita pubblica assorbe quasi completamente le energie dei protagonisti del De Oratore. Sull’opera incombe

l’imminente crisi dello Stato. Per il lettore del De Oratore non è affatto agevole fissare nei dettagli le

opinioni dei protagonisti soprattutto di Antonio e Crasso che in fondo hanno le stesse idee ma con

coloriture diverse. Ovviamente ciò presentava il rischio di gettare il lettore nel disorientamento ma

Cicerone si è sforzato di evitare ciò prendendo personalmente la parola nei poemi.

Cicerone affida a Crasso il compito di farsi interprete del suo ideale di oratore molto colto in contrasto con

il compito di Antonio che è quello di fornire, in negativo, una contrapposizione alle idee di Crasso. Lo

scetticismo di Antonio sulla reale possibilità di una solida formazione filosofico-culturale dell’oratore

tradisce una conoscenza dell’eloquenza che in essa privilegia gli aspetti che la rendono uno strumento di

persuasione ed è una dimensione molto nota a Cicerone, soprattutto nella sua attività di avvocato.

Antonio si presenta agli amici con i quali discute come un dilettante dagli interessi limitati. Asserisce di

leggere per puro diletto e non a Roma ma nella villa di Miseno. La retorica, per Antonio, è una sorta di

teoria generale della letteratura e dell’espressione verbale.

Egli auspica un profondo rinnovamento della storiografia romana che sappia appassionare il lettore grazie

ad una narrazione vivace, fluida ed armoniosa.

Cicerone si raffigura l’oratore ideale come il perfetto uomo politico. Crasso si preoccupa del fatto che i

filosofi riducono l’oratore ad un mestierante dei tribunali limitandone così il ruolo politico e sociale e

cacciandolo sia dal governo della città che da ogni forma di cultura superiore. Per bocca di Crasso, Cicerone

individua nell’arte dell’oratore la capacità di parlare bene dei più svariati argomenti. Tra le competenze

necessarie al’oratore, Crasso insiste sulla storia, sul diritto civile e sulla filosofia morale.

Per convincere l’uditorio occorre possedere però la tecnica della persuasione. Cicerone era l’unico del suo

tempo a possedere una profonda competenza in materia oratoria e politica e una buona attitudine alla

speculazione filosofica.

Il ritorno a Carneade o ad Aristotele è necessario a chi vuole raggiungere un modello di oratore come

Demostene: un oratore che sappia essere guida dello Stato e ispiratore del senato e del popolo. Il modello

di Pericle assume un particolare rilievo; egli incarna il “primo cittadino” che, attraverso le sue parole sa

dominare il corpo civico. L’oratore deve essere insieme filosofo, giurista e uomo di Stato. La formazione

generale è posta su un piano superiore rispetto alle competenze specialistiche. L’oratore deve conservare

la schiettezza del parlare romano senza snaturarla con un timbro rozzo e contadinesco. Lo stile si può

affinare grazie ad una vasta formazione culturale che privilegi la lettura degli oratori e dei poeti del passato.

Grande importanza assume la capacità di alternare i toni e i registri e qui l’oratore ha molto da imparare da

poeti e musicisti i quali modulano i toni nei modi più diversi.

Anche il ritmo oratorio ha la sua importanza: nato da esigenze di respirazione, esso con il tempo si è

trasformato in una raffinatezza volta a generare piacere in chi ascolta. Crasso lamenta che molto spesso gli

oratori trascurano questi aspetti e di qui di nuovo il richiamo al modello della recitazione teatrale.

XX

IL PROCESSO DI MILONE

Nel 53 Crasso muore in Mesopotamia, nella campagna contro i Parti ed in questo modo il triumvirato

s’indebolisce. Nel 54 era morta di parto Giulia, figlia di Cesare e moglie di Pompeo che da lì a poco si

sposerà con Cornelia. Gli ottimati proposero la candidatura di Milone al consolato del 52 e Cicerone

s’impegnò molto in suo favore. Il 52 cominciò senza che i consoli fossero eletti. Il 18 gennaio Clodio, di

ritorno da Ariccia, casualmente s’incrociò con Milone che era seguito dai suoi seguaci. Nella zuffa che ne

seguì Clodio rimase ferito in modo non grave ma Milone ordinò ai suoi di finirlo. Il cadavere di Clodio venne

gettato in strada e fu trovato da un senatore che tornava da Roma.

La rabbia della plebe esplose in tutta la sua violenza. Per ordine dei tribuni della plebe il suo corpo

martoriato fu portato nel Foro e deposto sui rostri, poi fu trasferito nella Curia e lì venne allestito il rogo.

L’incendio divampò incendiando la Curia e propagandandosi agli edifici vicini. Il corpo di Clodio,

semicarbonizzato, durante la notte diventò pasto per i cani randagi.

In questo clima di tensione Pompeo riuscì a farsi accordare pieni poteri e venne nominato “console senza

collega” per non pronunciare la parola “dittatore”. Questo possiamo dire che fu il primo passo verso la

guerra civile. Togliendo di mezzo anche Milone, Pompeo sarebbe rimasto il solo padrone della città. Da lì a

poco iniziò il processo di Milone per atti di violenza.

Cicerone accettò di difendere Milone in virtù degli antichi legami. Egli doveva parlare nel quinto e ultimo

giorno di processo e nelle settimane precedenti era stato attaccato duramente dai populares. Per evitare

pericoli si fece portare in lettiga fino al luogo del processo e andò via due ore dopo che era finito il

dibattimento. Cicerone parlò con il corpo tremolante e la voce rotta in un’atmosfera ostile e pronunciò uno

dei suoi discorsi più fiacchi. Milone, condannato dalla maggioranza dei giudici, se ne andò in esilio a

Marsiglia.

La Pro Milone costituisce un capolavoro letterario. Oltre all’esposizione dei fatti ci sono molte

considerazioni personali intese a predisporre benevolmente l’animo dei giudici.

Nel racconto di Cicerone è stato Clodio a tendere un’imboscata al suo nemico: alla guida nei suoi armati,

egli aggredisce Milone che percorre tranquillo la campagna romana, in compagnia di persone

assolutamente pacifiche. All’improvviso viene colto alla sprovvista dall’attacco dei clodiani. La descrizione

dell’agguato è fatta con rapidità. Successivamente, la difesa di Milone si trasforma in invettiva contro

Clodio a cui Cicerone indirizza un atto di accusa. Eleva poi il registro stilistico e rievoca i lunghi anni di

anarchia, l’impotenza del Senato e l’emergere della figura di Milone come valido oppositore a Clodio.

Cicerone, insomma, difende Milone con tutta la sua auctoritas. Milone se ne andò in esilio a Marsiglia e

ironicamente affermava che se Cicerone avesse vinto la causa non avrebbe potuto gustare, nel suo esilio in

riva al mare, pesci tanto saporiti! XXI

PLATONE A ROMA

I DIALOGHI POLITICI

La composizione del De Republica non fu rapida come quella del De Oratore e occupò Cicerone dal 54 al 51.

Il progetto iniziale subì numerose modifiche ma alla fine Cicerone tornò al progetto iniziale di una

conversazione tra illustri personaggi del passato ( in 6 libri, disposti su 3 giornate di 2 libri ciascuna).

L’opera è giunta fino a noi in modo frammentario. Nel 1820 avvenne una scoperta filologica eccezionale,

celebrata da G. Leopardi. In un palinsesto della Biblioteca Vaticana ( proveniente dal Monastero di Bobbio)

il cardinale Angelo Mai ritrovò, al di sotto del commento di Agostino ad alcuni salmi, consistenti porzioni

del De Republica, circa ¼ dell’opera.

Il De Republica ebbe molto successo tra i contemporanei. Il dialogo s’immagina tenuto nella villa suburbana

dell’Emiliano.

La conversazione inizia di buon mattino nella camera da letto dove gli amici sono ricevuti da Scipione ma

ben presto si sposta sotto il portico e poi in un prato.

Le lunghe discissioni sulla concezione ciceroniana del rapporto tra impegno politico e otium filosofico non

hanno portato a conclusioni univoche. Egli si dibatteva sempre tra il dovere dell’impegno politico e il

desiderio della tranquillità di una vita di studi. In un passo del libro Scipione si slancia in un vero e proprio

elogio della vita contemplativa e in un altro passo Cicerone definisce “felice” chi si dedica allo studio e alla

contemplazione ma più lodevole e più utile agli altri uomini chi è capace di porre il suo sapere al servizio

della vita sociale.

Il costo della rinuncia agli studi rende necessario garantire all’uomo politico una ricompensa ultraterrena. Il

De Republica si chiude con un sogno che l’Emiliano aveva fatto 20 anni prima, quando si trovava in Africa

come tribuno militare.

Nel corso della cena con il re di Numidia Masinissa, la conversazione aveva avuto come oggetto le gesta del

grande Scipione Africano, nonno adottivo dell’Emiliano. Piombato nel sonno più profondo, Scipione si trova

nella via Lattea da dove si apre un’ampia prospettiva sulla terra e sull’intero universo; gli appaiono il nonno

Scipione Africano e il padre Emilio Paolo: questi gli rivelano l’origine astrale dell’anima e la sua aspirazione a

tornare nella sua sede originaria, un premio che tocca a quanti, nel corso della vita, hanno operato bene in

favore della patria e dei concittadini. Dal successivo dibattito emerge che l’intero universo è la vera patria

dell’uomo e di fronte alla sua immensità ogni grandezza e ambizione terrena sono niente.

L’insistenza sulla precarietà delle cose terrene ha la funzione di svuotare l’animo dell’uomo politico da ogni

ambizione personale per trasformare la sua attività in un servizio alla continuità.

A Scipione viene profetizzata l’intera sua brillante carriera ma anche la scelleratezza che porrà fine alla sua

vita.

Lo scopo di Cicerone, nello scrivere il De Republica, non è quello di scrivere la storia di Roma arcaica ma la

sua è una discussione teorica all’interno di un quadro storico che si avvale dell’esempio di Roma per

delineare le principali forme di governo. La narrazione parte dalla scelta di Romolo di fondare Roma non sul

mare ma distante da esso per il timore di pericoli provenienti dal mare stesso. Partendo da Romolo il

racconto ciceroniano arriva fino a quando, con le leggi Valerie Orazie, la costituzione mista raggiunge un

equilibrio stabile, destinato a conservarsi a lungo.

La dottrina della costituzione mista già dai pensatori greci ubbidiva ad una tendenza conservatrice. Iconsoli

continuano a rappresentare l’elemento regale, il senato quello aristocratico ed il popolo quello

democratico..

La costituzione mista garantisce la gerarchia degli ordini sociali mentre la forma della democrazia si basa su

un principio di uguaglianza che azzera qualunque gerarchia. Cicerone si avvicina a Platone quando sostiene

che il male della democrazia non consiste tanto nel principio dell’uguaglianza in sé quanto nel suo venir

meno per il fatto che i ceti più ricchi sono corrotti e finiscono così con il prevalere i peggiori.

A Romolo è attribuita anche la creazione della clientela e degli auspici che hanno la funzione di tenere il

popolo legato alla classe dirigente e sottomesso all’autorità religiosa.

La valutazione positiva della monarchia è una tendenza fondamentale del De Republica.

Polibio vedeva la vita delle forme istituzionali come un ciclo biologico: la monarchia degenerava in

tirannide, il governo aristocratico in predominio oligarchico cui faceva seguito un regime democratico che

precipitava nell’oclocrazia e nell’anarchia finché per reazione si aveva un ritorno alla monarchia e l’inizio di

un nuovo ciclo. A questa legge di nascita, sviluppo e decadenza non si sottraeva neanche la costituzione

mista.

Cicerone invece sostiene che lo Stato deve essere costituito in modo tale da essere tendenzialmente “

eterno” e quindi il crollo di uno Stato è una catastrofe.

Nel De Republica l’uomo politico ideale è l’arbitro delle divergenze interne della società. Egli è il princeps.

La figura del princeps ciceroniano nella prima metà del 900 è stato oggetto di un vasto dibattito

storiografico. Si diffuse la tesi secondo la quale Cicerone al fine di valutare la costituzione mista avrebbe

mirato a sottoporla alla supremazia di un singolo princeps dotato di autorità straordinarie e con vastissimi

poteri.

Ma questa tesi non ha retto alle critiche in quanto per Cicerone “princeps” è ogni singolo rappresentante di

spicco della elite politica riformata ed educata in base ad alti valori morali.

Però, in caso di crisi molto grave, dalla elite può elergere un personaggio di prestigio il quale, su mandato

del senato,assume poteri straordinari e di breve durata per risolvere i conflitti politici e salvare la

repubblica dalla tirannide.

La storia di Roma offriva anche esempi di crisi risolte da uno o più princeps senza necessità di ricorrere a

magistrature straordinarie e il caso più recente era proprio quello di Cicerone nell’anno del suo consolato.

La salvezza della repubblica deve essere riposta in personalità di grande prestigio intorno alle quali deve

esserci un grande consenso. Tra i compiti del princeps c’è quello di darsi più pensiero dell’interesse del

popolo che della sua volontà.

Sempre proteso verso la gloria, il princeps e nello stesso tempo distaccato da questo suo desiderio: il

desiderio di gloria lo spinge all’impegno e alla fatica, il disprezzo di ogni vantaggio personale gli

impediscono di trasformarsi in tiranno. Il princeps deve unire alla capacità di governo una profonda cultura

filosofico-letteraria.

Buona parte del libro III del de Republica è dedicata alla discussione dei personaggi sulla giustizia. Viene

rievocato un episodio di 25 anni prima: nel 155 a. C. l’opinione pubblica romana era rimasta scossa dalle

conferenze con cui Carneade aveva prima sostenuto tanti argomenti a favore dell’esistenza di un criterio

obiettivo di giustizia per poi fare dietro front. Carneade era venuto a Roma come membro di un’ambasceria

da Atene e le lezioni dei filosofi che facevano parte di questa ambasceria avevano suscitato molto interesse

tra i giovani romani. Ma catone, preoccupato del diffondersi tra i giovani di oziosi interessi culturali, fece in

modo che l’ambasceria abbandonasse Roma prima del previsto. Carneade non ha lasciato nulla di scritto e

Cicerone attingeva le informazioni su carneade da uno scritto di Clitomaco, allievo di Carneade. Carneade

partiva dalla relatività, presso i popoli romani, degli usi e costumi e delle istituzioni legali; poi procedeva a

negare l’esistenza del diritto naturale e ad affermare il carattere puramente convenzionale della legge e

della giustizia. Se i Romani volevano essere giusti avrebbero dovuto restituire tutte le loro conquiste per

ritirarsi a vivere nelle capanne di Romolo. Lo scopo principale di Carneade non era quello di denunciare la

brutalità dell’imperialismo romano quanto quello di demolire le teorie stoiche sulla giustizia.

In generale dobbiamo dire però che Carneade non ha mai manifestato apertamente sentimenti antiromani

e nel 155 ancora non s’erano verificate le distruzioni di Cartagine e Corinto che avrebbero suscitato forti

reazioni elleniche.

L’immagine che noi possiamo farci del De Republica è falsata dalla frammentarietà in cui ci è pervenuta.

Oltre a delineare la figura del rector, Cicerone si addentrava in considerazioni sull’economia e sulla società.

Egli esalta i costumi romani in contrapposizione alla dissolutezza di quelli greci. Nello stesso tempo

ribadisce il ruolo dei censori nella sorveglianza della pubblica moralità; in modo particolare sostiene la

necessità di frenare la libertà delle donne. Nel campo dell’arte attacca la commedia antica ateniese

affermando che il giudizio sulla moralità dei cittadini spetta ai magistrati e non ai poeti. Lascia perplessi la

proposta di sanzioni nei confronti degli oratori che influenzano il verdetto dei giudici con il potere della loro

eloquenza.

Nel 51 a. C., partendo per la Cilicia, Cicerone lasciò incompiuto il dialogo “De legibus” destinato ad

affiancarsi al “De Republica. Ci sono pervenuti solo i primi tre libri. Sicuramente mancano altri 2 libri. Può

darsi che il progetto di Cicerone prevedesse 6 oppure 8 libri. Stavolta Cicerone aveva scelto interlocutori

contemporanei: se stesso, Attico il fratello Quinto. De Legibus è ambientato nei dintorni di Arpino:

indimenticabili le descrizioni dei luoghi in cui si svolge il dialogo, prima il bosco, poi l’isoletta che emerge

dalle acque dove il Fibreno si divide in due rami, un gusto per la natura vergine insolito in Cicerone che di

solito preferisce la natura addomesticata delle ville e dei giardini.

Durante la passeggiata nel bosco la vista della “Quercia di Mario” celebrata da Cicerone, accende il

dibattito sull’epica storica e sulla storiografia. Cicerone respinge la proposta di Attico di dedicarsi alla

storiografia e accenna ai progetti di attività giuridica che nutre per l’imminente vecchiaia ma che gli

sembrano anch’essi troppo impegnativi. A questo punto Attico suggerisce a Cicerone di far seguire alla

trattazione sullo Stato quella delle leggi.

Il suggerimento viene formulato dal personaggio Attico. Il dialogo si apre con l’emarginazione, da parte di

Cicerone, dell’epicureismo e dell’Accademia di carneade. A fondamento del diritto civile viene posto il

diritto naturale. L’esistenza del diritto e della giustizia naturale è un postulato indispensabile affinché la

pubblica moralità e l’esistenza dello Stato trovino una base stabile. Le leggi ingiuste sono nulle e per leggi

ingiuste s’intendono quelle popolari, volte alla ridistribuzione delle terre ecc.

La religione ha la funzione di tutela della pubblica moralità. Di qui la necessità di inculcare la credenza nella

punizione divina delle azioni ingiuste e la difesa dell’augurato e degli auspici e la divinazione.

Per quanto riguarda la vita politica, Cicerone propone di rafforzare l’autorità del senato. In casi particolari al

senato è data la facoltà di nominare un dittatore ( magister populi) destinato a restare in carica per non più

di 6 mesi.

La volontà di “addomesticare” il popolo evitando lo scontro frontale si esprime nella valutazione del

tribunato della plebe. Il fratello Quinto elogia Silla per le restrizioni ai poteri dei tribuni della plebe e prende

le distanze da Pompeo che li aveva restaurati. Cicerone invece mostra come il tribunato sia servito agli

interessi dell’aristocrazia in quanto, ponendo un limite al potere dei consoli ha ostacolato la formazione di

incontrollabili poteri personali. XXII

LA FINE DELLA REPUBBLICA

Nel 52 venne emanata da Pompeo una legge che prevedeva che nessuno che avesse rivestito a Roma le più

alte magistratura potesse ricoprire altri incarichi prima di 5 anni dalla scadenza del suo mandato e che per i

prossimi 5 anni l’amministrazione delle province dovesse essere assegnata agli ex consoli e pretori che

precedentemente avevano rifiutato il governatorato.

A Cicerone venne assegnata la Cilicia e vi andò di malavoglia in quanto amava molto i dibattiti in senato, la

vita politica romana, la vita in famiglia e i soggiorni nelle ville.

Il viaggio verso la Cilicia durò circa 3 mesi ed egli fece numerose soste: ad Atene riprese i contatti con le

scuole filosofiche. Dopo sostò in diverse isolette. Il periodo in cui governò la Cilicia fu uno dei più luminosi

della sua vita. Trovò la provincia spolpata dal suo predecessore Appio Claudio ( fratello di Clodio), tutelò i

diritti dei suoi sudditi liberandoli dalle tasse eccessive, dall’usura e dai debiti ad interessi troppo elevati.

Riuscì anche, senza violare la legalità, ad arricchirsi.

Tra le principali preoccupazioni di Cesare vi era il rischio dell’invasione della Cilicia ad opera dei Parti e per

questo egli si era circondato di legati che in guerra avevano dato prova di sé, primo fra tutti il fratello

Quinto il quale in Gallia, con Cesare, aveva avuto responsabilità di comando. La minaccia dei Parti si

dissolse. Rifiutata ogni proroga al suo mandato, Cicerone rientrò a Roma alla fine del 50.Durante il viaggio

di ritorno lo raggiunse la notizia della morte di Ortensio.

La guerra civile era in incubazione già prima che Cicerone partisse per la Cilicia. Al suo ritorno Cicerone

cercò di adoperarsi per una conciliazione nei confronti di Cesare mentre di Pompeo era amico già da prima.

Nel gennaio del 49 cesare passava il Rubicone già prima che Cicerone partisse per la Cilicia. Al suo ritorno

Cicerone cercò di adoperarsi per una conciliazione nei confronti di Cesare mentre di Pompeo era amico già

da prima.

Nel gennaio del 49 Cesare passava il Rubicone e iniziava a occupare l’Italia. Il panico dilagò

immediatamente e Pompeo ordinò che tutti i magistrati e i senatori lasciassero la città e si ritirassero

nell’Italia meridionale dove c’erano diverse sue legioni. A Cicerone venne assegnato il distretto militare di

Capua. Cesare conseguì la vittoria finale e Pompeo decise di recarsi in Grecia invece di cercare il consenso

che Cesare invece aveva saputo garantirsi.

Fu così che Cicerone iniziò a sospettare che Pompeo aspirasse ad una monarchia sorretta dalle forze

dell’Oriente ellenistico. Il 28 marzo Cicerone rifiutò la proposta di cesare di rientrare a Roma per legalizzare

un senato che ormai era depauperato. Il 7 giugno si imbarca a Gaeta con il figlio, il fratello e il nipote per

raggiungere Pompeo in Gracia.

I rapporti con Pompeo inizialmente erano freddi ma migliorarono quando Cicerone prestò a Pompeo una

grossa somma di denaro che si trovava depositata presso un banchiere di Atene affinché si finanziasse

militarmente. Cesare sbarcò in Grecia nel gennaio del 48 e lo scontro decisivo avvenne a Farsàlo, in

Tessaglia il 9 agosto dello stesso anno. Nonostante la superiorità delle forze pompeiane, la loro sconfitta fu

totale grazie alla superiorità di Cesare nel campo della strategia militare.

Sul campo morirono 15.000 pompeiani e 24.000 furono fatti prigionieri. Pompeo cercò di fuggire in Egitto

dove, appena sbarcato, fu ucciso a tradimento e poi decapitato. Per Cicerone la guerra era finita. Fece

ritorno in Italia. Sbarcò a Brindisi e vi rimase per circa un anno in preda all’angoscia per i cattivi rapporti con

i familiari. Verso la fine di settembre del 47 avvenne il sospirato incontro con Cesare. Ottenuto il perdono,

Cesare si mise in viaggio per Roma. Agli inizi del 46 intervenne il divorzio da Terenzia e verso la fine

dell’anno si sposò con la giovanissima e ricca orfana Publilia, della quale Cicerone amministrava i beni.

Anche questo legame si concluse presto.

Nel periodo in cui si tenne in disparte dalla vita politica, Cicerone si dedicò all’attività letteraria.

XXIII

STORIA DELL’ELOQUENZA E POLEMICHE DI STILE

Nel 46 Cicerone riprendeva la riflessione sull’oratoria e sulla retorica. Da qualche tempo gli atticisti, un

gruppo di oratori più giovani,mettevano in discussione i princìpi fondamentali della sua eloquenza che


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DETTAGLI
Esame: Storia romana
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in lettere moderne (letteratura, linguistica, filologia italiana e romanza)
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher suxfrago di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Segenni Simonetta.

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