Cicerone: la parola e la politica di E. Narducci
Questo libro propone una precisa ricostruzione del personaggio in quanto uomo politico, oratore, filosofo, intellettuale e scrittore, e nello stesso tempo ci offre un quadro completo della storia di Roma antica. Alla fine del primo capitolo, Narducci paragona il periodo in cui Cicerone ha vissuto e operato a un "secolo breve", definizione di Eric Hobsbawm. Da un lato ci sono molti eventi politici, militari e sociali negli anni che vanno dal 91 al 31 a.C., cioè dalla guerra sociale alla battaglia di Azio. È il periodo in cui Roma fonda un impero. Il secolo breve è anche l'età in cui l'umanità ha manifestato una violenza mai vista prima e che si trova anche nella nostra modernità.
Proprio per gettare subito il lettore in questo mondo di violenza, Narducci sceglie di iniziare la biografia con la morte del protagonista. Il filo principale che attraversa il libro è l'analisi della coerenza che ha caratterizzato le vicende politiche, personali, intellettuali e letterarie di Cicerone.
Il giudizio di Mommsen e il recupero di Cicerone
Mommsen ha pronunciato nei confronti di Cicerone un severo giudizio e ciò ha influito molto sulla storiografia moderna. Narducci sostiene che questo giudizio si è fondato sull'influenza che ha suscitato in Mommsen la visione hegeliana della storia. Dopo Mommsen, il processo di recupero della figura di Cicerone è stato lungo ed è arrivato a un approdo. Le linee di questo percorso sono due: da un lato una tradizione tedesca e italiana che attribuisce a Cicerone del De Republica l'elaborazione ideologica della figura del princeps. Altra linea è quella degli studi storici italiani e francesi iniziati dalla fine della guerra e dalla caduta del fascismo che inizia con il volume di Ettore Lepore su "Il princeps ciceroniano e gli ideali politici della tarda repubblica del 54". In questo testo c'è una nuova attenzione verso i rapporti tra etica e politica.
La linea su cui si colloca Narducci ha continuato a cercare nella scelta dei protagonisti della fase finale della repubblica (soprattutto in Cicerone) il riferimento a motivazioni economiche, politiche e sociali che hanno portato alla composizione in quel periodo di un quadro sociale molto complesso. Dei risultati di questa linea di studio, nella quale si è impegnato molto Narducci, questo volume presenta un'aggiornata e densa sintesi.
Moderatismo ciceroniano
Per un approccio a Cicerone, Narducci si rifà a Gaston Boissier che nel 1865 pubblicò "Ciceron et ses amis". Lo ha definito "Il libro più bello mai scritto su Cicerone". Narducci considera il "moderatismo" come l'elemento fondamentale della politica di Cicerone e dunque come la chiave per comprendere le sue scelte e i suoi comportamenti. La valorizzazione del moderatismo non deve essere vista però come un atteggiamento di simpatia per il moderatismo della sua età contemporanea. Anzi, la collocazione di Narducci nella Sinistra è sempre stata netta ed esplicita. Egli manifesta una denuncia del fatto che il moderatismo di Cicerone significava chiusura ed incomprensione verso i problemi dei ceti inferiori. Egli ci presenta i gravi limiti di un moderatismo così chiuso verso i bisogni degli strati più bassi della società.
Riconosce invece l'apertura del moderatismo ciceroniano ad un rinnovamento della classe dirigente e ad un suo allargamento alle grandi famiglie della capitale e del Lazio, allo scopo di conferirle la capacità di rappresentare la realtà della popolazione impedendo nel frattempo la violenza delle armi.
Concezione etica e oratoria di Cicerone
La caratteristica principale del profilo di Cicerone che viene fuori dagli studi di Narducci è la valorizzazione della concezione etica della sua politica e del suo impegno intellettuale. Cicerone insisteva sulla necessità che l'oratoria sia nutrita di ampia cultura, sia letteraria, sia storica e filosofica affinché non sia usata per rovinare lo stato. Un altro motivo ricorrente è l'accento che Cicerone pone sulla lettura, in chiave filosofica, delle proprie esperienze. Un altro aspetto ancora è la strategia che Cicerone ha operato per creare un'opinione pubblica intorno alle proprie scelte e ai propri progetti politici. Ma Cicerone doveva fare i conti anche con un'aperta ostilità della mentalità romana nei confronti delle discipline di origine greca, in modo particolare della filosofia.
Questa introduzione non è stata scritta dall'autore poiché egli è mancato improvvisamente all'età di 57 anni a Firenze nel 2007. Il libro era già stato ultimato fino al penultimo paragrafo del penultimo capitolo e l'autore voleva dedicarlo al grande latinista Alessandro Perritelli.
Cacciatori di teste
Le proscrizioni determinarono lo spostamento di grandi ricchezze e proprietà verso le guerre intraprese dai triumviri contro gli uccisori di Cesare e a garantire alla politica il sostegno del proletariato. Il senato e i cavalieri, cioè la classe dirigente, aveva a lungo impedito qualsiasi tentativo di alleviare le misere condizioni degli strati più bassi della popolazione come un’equa distribuzione delle terre. Le proscrizioni triumvirali furono una vendetta contro i ricchi ed un assalto ai loro beni, e Cicerone fu la vittima più illustre delle proscrizioni. Ciò viene raccontato da Livio in Ab Urbe Condita e da Plutarco in Vita di Cicerone.
L'uccisione di Cicerone avvenne ai primi di dicembre del 43 a.C. nella proprietà di Cicerone tra Formia e Gaeta. La testa e le mani gli furono mozzate ed esposte sui rostri. Gli schiavi di Cicerone, presi dal panico, lo abbandonarono ai suoi assassini. Ci sono versioni contrastanti sulla sua fine, ma un fatto è certo: la morte di Cicerone divenne ben presto il tema preferito per le esibizioni dei declamatori nelle scuole di retorica.
Si racconta dell'affissione sui rostri delle parti troncate del corpo di Cicerone e lo stile usato è quello che Cicerone aveva adottato per raccontare di quando la testa di Antonio, ancora grondante di sangue, sarebbe stata portata a Mario nel corso di un banchetto e posta sulla mensa, e di come Antonio l'abbia tenuta tra le mani. Appiano dice che Antonio si fece porre sulla mensa la testa di Cicerone. Cassio Dione, storico del III secolo d.C., riferisce che Fulvia, moglie di Antonio, avrebbe giocherellato a lungo con la testa di Cicerone strappandole la lingua e pungendola con spilli.
Nella versione nota ad Appiano, Cicerone appare come un fuggiasco disperato. Appiano, parlando del periodo in cui Cicerone fu alla guida del senato contro Antonio, si dimostra apertamente ostile verso l'oratore, anche se nel racconto della sua morte non dimostra apertamente questa ostilità. Appiano racconta di essersi recato personalmente presso la villa in cui Cicerone passò le ultime ore della sua vita. Egli esprime lo sdegno per l'oltraggio subito dal corpo esanime di Cicerone e condanna l'omicidio brutale di un uomo indifeso. Anche la narrazione di Plutarco tende a rappresentare come eroica la morte di Cicerone. Cicerone è dipinto come vittima di tradimenti, come un uomo che, ormai stanco e senza più voglia di vivere. Il biografo lo descrive con il volto disfatto ed i capelli impolverati ed arruffati.
Plutarco fa anche un paragone tra la morte di Cicerone e quella di Demostene che, procuratosi il veleno da molto tempo, quando vide che la situazione era disperata, lo assunse coraggiosamente. Diverso è il caso di Livio il quale sostiene che gli inutili tentativi di fuga, l’impedimento causato dalle cattive condizioni del mare, diventano parte fondamentale della scelta di morire in patria e di andare con determinazione incontro al destino. La fine di Cicerone, per Livio, è un riscatto alle debolezze ed egli pare conferire un’alta dignità alla fine dell’oratore. Seneca padre racconta che Cicerone stesso incitò i suoi uccisori esortandoli a compiere in fretta il loro compito.
Il ritratto che Livio fa di Cicerone mette in primo piano le debolezze dell’uomo che però seppe dimostrare vera dignità di fronte alla morte e insiste molto sul fatto che a molti suoi contemporanei la fine di Cicerone non sia apparsa del tutto immeritata in quanto lo stesso Cicerone, se ne avesse avuta la possibilità, sarebbe stato ugualmente crudele verso i suoi nemici. Dal punto di vista ideologico, Livio e Cicerone erano accomunati dal bisogno di ordine e dall’avversione per la plebaglia. Dal punto di vista stilistico, Cicerone rappresentava per Livio un modello importantissimo tanto che dice che per mettere bene in evidenza i meriti di Cicerone ci vorrebbe l’eloquenza dello stesso Cicerone. Il racconto di Plutarco fa riferimento anche al commento onorifico che Augusto fa nei confronti di Cicerone: Augusto ne elogia l’eloquenza, la cultura e la devozione alla patria. Augusto è visto dal Narducci come un cinico pronto ad indossare maschere diverse; infatti, mentre moriva, il principe chiedeva a chi gli stava accanto se nel corso della sua vita avesse recitato bene.
Ciò che è chiaro sono i conflitti violenti che c’erano nel periodo in cui visse Cicerone. Si può parlare di "secolo breve" così come il periodo che va dal 1914 (anno dello scoppio della I guerra mondiale) al 1991 (anno di disgregazione dell’Unione Sovietica). Il secolo breve romano si può fare iniziare nel 91/90 a.C. con l’inizio delle guerre civili e il 27 con la vittoria di Azio. Cicerone non si sottrasse alla spietatezza del suo tempo e condivise con le classi dirigenti i metodi violenti e repressivi contro le agitazioni del popolo. Egli si vantava di avere vinto su Catilina non con l’esercito ma con la toga. Il prestigio di Cicerone si basava sui numerosi processi politici che lo avevano visto in primo piano.
La piccola patria
Cicerone nacque nel 106 a.C. ad Arpino, antica cittadina dei Volsci che era autonoma negli affari interni ma sottomessa a Roma nel campo della politica estera e degli affari militari. Solo nel 188 a.C. Arpino divenne municipium. A questo luogo Cicerone dedicò una pagina del De Legibus in cui immagina una conversazione tra lui, Tito Pomponio Attico e il fratello di questi, Quinto. Questo brano ci fa capire che la villa preferita da Cicerone, tra quelle da lui possedute, era il Tusculanum, arredata con pezzi di arte greca. Egli rivendicava di essere nato da una stirpe antichissima e Plutarco riferisce che Cicerone sarebbe stato un discendente di un antico re dei Volsci, Attilio Tullio, figlio di un gualcheraio. Il soprannome "cicero" deriva da una vistosa verruca sul volto del primo esponente di questa famiglia.
È probabile che la famiglia di Cicerone fosse impegnata in qualche attività commerciale. Cicerone, riguardo alle proprie origini, è ambiguo: da un lato vanta le glorie della propria famiglia; dall’altro lato parla della modestia della sua famiglia che aveva saputo risollevarsi grazie ad uno strenuo impegno oratorio, politico ed intellettuale. In realtà, Cicerone proveniva da una famiglia di provincia di floride condizioni economiche appartenente all’ordine equestre. La madre Elvia apparteneva ad una famiglia che annoverava tra i suoi membri diversi senatori. Di lei Cicerone non parla nelle sue opere e accenna solo al fratello Quinto. Parla invece del nonno paterno che si chiamava anch’egli Marco Tullio e che era risultato vincitore nei confronti del cognato Marco Gratidio che voleva introdurre ad Arpino il voto segreto su tavoletta al posto del voto espresso ad alta voce. Marco Gratidio era fratello della moglie del nonno di Cicerone ed era a sua volta sposato con una sorella di Gaio Mario, un altro grande arpinate che era stato console. Il figlio di Gratidio era quindi primo cugino del nonno di Cicerone e a Roma fece una brillante carriera politica prima di finire ucciso e trucidato da Catilina.
Il nonno di Cicerone visse sempre ad Arpino e anche il padre non tentò mai la via della politica a Roma ma preferì dedicarsi agli studi ed all’educazione dei figli. Cicerone si sforzò sempre di conciliare i sentimenti di patriottismo locale con quelli di Roma. Egli si considerò sempre romano, una creatura del Foro e anche nelle questioni di lingua sosteneva che bisognava prendere a modello la pronuncia latina delle classi elevate di Roma.
L'apprendistato
Il nonno di Cicerone era ostile nei confronti della cultura greca. Invece il cognato e avversario politico, Marco Gratidio, era molto competente nelle lettere greche. Il padre di Cicerone si preoccupò di garantire ai figli un’eccellente educazione a Roma. A Roma, Cicerone conobbe i più importanti oratori del tempo. La città suscitava ammirazione in un ragazzo di provincia e in età adulta Cicerone assistette allo sviluppo urbanistico dell’Urbe, anche se assistette anche al contrasto tra la ricchezza dell’aristocrazia e le condizioni misere della povera gente.
Nel De Oratore Cicerone racconta della frequentazione di Antonio e Crasso, nella cui dimora operavano insegnanti greci che seguivano gli allievi più dotati. Negli anni in cui Cicerone fu sotto la tutela di Crasso, questi emise due provvedimenti di carattere conservatore: nel 95 promulgò una legge che escludeva dal corpo civico romano quanti si fossero introdotti abusivamente e istituiva una commissione d’inchiesta a tale scopo. Nel 92 decretò la chiusura della pubblica scuola di retorica latina aperta da tempo a Roma da Plozio Gallo. Per Crasso l’unico punto di riferimento per un giovane doveva essere l’auctoritas di uomini politici anziani ed esperti. Il tirocinium era un mezzo per controllare la formazione degli oratori e degli uomini politici (clientelismo). La scuola di Plozio Gallo si avvaleva esclusivamente del latino ed offriva una specializzazione professionale nel settore dell’oratoria tralasciando però la più generale formazione etico-politica dell’oratore. Il suo metodo poteva dimostrarsi molto efficace per vincere nei tribunali e per fare opera di persuasione nelle riunioni politiche.
La scuola offriva ai giovani la possibilità di aggiornarsi sulle tecniche dell’eloquenza e suscitare l’interesse di giovani di famiglia senatoria ma soprattutto di giovani che, per origine sociale e per inclinazione politica, erano tagliati fuori dal tirocinio aristocratico. È probabile che da questa scuola sia uscito l’anonimo autore della Rhetorica ad Herennium, uno dei primi manuali di retorica composti a Roma, il quale autore si dimostra molto vicino ai populares per l’ottica con cui guarda ad alcuni eventi contemporanei. La scuola di Plozio Gallo prevedeva un’alta retta e quindi era frequentata da chiunque se la potesse permettere. Secondo Crasso, in quella scuola s’insegnavano solo l’imprudenza e l’audacia. Cicerone all’epoca aveva 14 anni e sentì il desiderio di frequentare la scuola di Plozio Gallo ma i suoi protettori aristocratici glielo impedirono per paura di vedersi sfuggire di mano il controllo sulla formazione dei membri delle élites municipali che cercavano di farsi strada a Roma. Le argomentazioni ufficiali dei protettori erano che l’insegnamento in greco era il migliore per i giovani.
Crasso morì nel 91 dopo una brevissima malattia e nello stesso anno Cicerone indossava la toga virile che significava il suo ingresso nella maturità. Nel 90, allo scoppio della guerra civile, Cicerone dovette prestare servizio militare fino all’88, quando tornò a frequentare il Foro, sotto la tutela degli Scevola. Dagli Scevola, Cicerone derivò la convinzione che la guida della res publica dovesse essere nelle mani di uomini dotati di saggezza politica e che la vera arte dell’uomo di stato risiedesse nella conservazione dell’ordine interno. Seguirono gli anni del regime di Mario e Cinna che Cicerone ha descritto come un periodo di profonda degenerazione. Una delle vittime più illustri di questo periodo fu l’oratore Marco Antonio e anche Scevola il Pontefice è stato sgozzato. In questo periodo Cicerone si tenne in disparte così come nel periodo di Silla.
Gli anni della formazione furono anche gli anni delle frequentazioni intellettuali. Fu avversario dell’Epicureismo. A questi anni risale la conoscenza di Diodato, uno storico cieco che visse fino alla morte in casa di Cicerone. L’incontro più importante fu quello con Filone di Larissa, caposcuola dell’Accademia ateniese. Conobbe poi Apollonio Molone, ambasciatore di Rodi a Roma. Strinse una stretta relazione anche con il poeta Archia, greco di origine siriana che, alcuni anni dopo, Cicerone difenderà in un processo per usurpazione della cittadinanza. Archia forse ha avuto una certa influenza sui primi poemetti di Cicerone tra cui gli Aratea, una traduzione in esametri dei Fenomeni di Arato.
Tra le opere giovanili la più interessante è il De Inventione, interrotta al secondo libro. In quest’opera, Cicerone avrebbe voluto trattare in maniera esaustiva di retorica ma si occupò solo di quella parte della teoria che aveva per oggetto la ricerca degli argomenti più idonei per portare avanti una causa. Da ciò il titolo. Il De Inventione fu una delle opere ciceroniane più lette nel medioevo. Cicerone qui si dimostra contrario ad ogni tecnicismo, anche se per alcuni aspetti specifici della tecnica retorica segua Ermagora.
Primi successi di un oratore
Gli inizi della carriera di Cicerone coincidono con il conflitto tra mariani e sillani e la sua vita coincide con le proscrizioni triumvirali. Solo dopo la vittoria di Silla egli iniziò ad affrontare i processi. Il primo discorso che ci rimane di Cicerone è la difesa di un certo Publio Quinzio ma non era quella la prima volta che entrava nei tribunali. La causa era di carattere privato e verteva su questioni di diritto societario. Il cliente di Cicerone si vedeva spodestato dei propri beni per mano di Sesto Nevio, socio in affari del fratello di Publio Quinzio. Quando il fratello di Pubio morì, egli ereditò il patrimonio e aveva...
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