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Cicerone: vita e carteggi

Introduzione

La diffusione degli epistolari nella Roma antica era dovuta principalmente a un fattore pratico: era il modo più efficace per rimanere informati sulla scena politica della città nei momenti di assenza. Esistevano anche dei gazzettini ufficiali redatti allo scopo di riportare sinteticamente gli esiti di assemblee, comizi e discussioni nel Foro, ma risultavano insufficienti per chi voleva conoscere le opinioni e le alleanze che intercorrevano fra i vari partiti. A questo poteva supplire per una buona parte anche uno scrivano che, sotto compenso, riportava i fatti più salienti nei minimi particolari. Di solito si trattava di greci spiantati che mettevano al servizio dei potenti la loro istruzione per guadagnare qualche soldo. Il problema di questi incaricati era che non potevano entrare ai banchetti e alle feste private dell’élite romana, non potendo così informare delle alleanze più segrete i propri padroni. A questo dovevano supplire proprio le lettere inviate da amici fidati che aggiornavano l’amico lontano su qualsiasi avvenimento o discorso di interesse.

Di Cicerone ci è rimasto un ampio epistolario; questo perché, a differenza di altri personaggi dell’epoca che selezionavano la propria corrispondenza, Cicerone non faceva distinzioni, scriveva e rispondeva a tutti indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza. Era un personaggio esuberante, pieno di vitalità che si lasciava trascinare dalle emozioni e dagli eventi. Per questo motivo sia i suoi contemporanei che gli studiosi successivi lo hanno criticato aspramente per la sua posizione politica troppo moderata e troppo incline a cambiare idea a seconda della convenienza.

La vita pubblica di Cicerone

Cicerone era un homo novus nato ad Arpino, un piccolo municipio di campagna dove resistevano ancora le antiche tradizioni romane. Studiò la filosofia greca e in particolar modo rimase affascinato da Platone da cui riprese molto per le sue opere. Chi lo vuole screditare afferma che si limitava semplicemente a rimettere in bella forma le idee di altri, ma in realtà Cicerone rielaborò e realizzò un pensiero in linea coi suoi tempi e con la cultura romana che mirava non all’astrattismo, bensì alla vita concreta.

Il suo esordio politico lo vide al fianco del partito dei populares. Vi rimase per diciassette anni, ma possiamo dire che non lo servì fedelmente perché Cicerone aveva un carattere tale che non apprezzava gli eccessi. E se gli eccessi dell’aristocrazia lo avevano spinto verso una fazione più democratica, ben presto si rese conto che anche la democrazia, quando conquistava il potere, non si comportava meglio dei rivali. Era un moderato e per questo non è sempre stato giudicato bene dagli storici. Aveva un carattere pauroso, incline ai ripensamenti, poco adatto a uomo politico dell’epoca.

Iniziò a fare le sue apparizioni nel foro all’epoca di Silla. Riscosse subito un successo tale che per ogni magistratura a cui si candidava, il popolo accorreva per votarlo. Era considerato il più grande oratore della sua epoca: i suoi discorsi più riusciti erano elogi o invettive nei confronti di qualcuno. Fino ai quarant’anni però si dedicò solo all’avvocatura, senza pronunciarsi sulla politica. Una cosa importante da ricordare è che all’epoca non esistevano cause giuste o sbagliate; un bravo oratore doveva essere in grado di affrontare sia cause oneste che non per dimostrare le sue capacità.

Come è stato detto prima, Cicerone non riusciva a conformarsi con nessun partito dell’epoca e per questo aveva pensato di costituirne uno nuovo, il partito dei moderati. Il nucleo doveva essere composto dalla sua classe di nascita, quella dei cavalieri (gli appartenenti a questa classe avevano una fortuna che superava i centomila sesterzi). All’inizio sembrò funzionare: la paura nei confronti di Catilina e dei suoi seguaci spinse i più a unirsi sotto la leadership di Cicerone che, in quel periodo, era candidato come console per l’anno 63 a.C. Cessato però il pericolo rappresentato dai congiurati, la coalizione si sciolse. Ritrovatosi solo, Cicerone decise di schierarsi con l’aristocrazia e tre anni dopo venne esiliato dai populares per aver ordinato la morte di Catilina e dei suoi.

Quando si arrivò alla vigilia della battaglia di Farsalo, Cicerone non sapeva decidere da che parte stare. Cesare era appoggiato dalle province occidentali, mentre Pompeo da quelle orientali. Cicerone descriveva il primo come un ambizioso che voleva il potere assoluto e del secondo diceva invece che era un piccolo Silla che sognava le proscrizioni. Entrambi ambivano a conquistare il potere, ma se Cesare mirava a sovvertire le istituzioni, l’aristocrazia fu costretta a schierarsi con l’unico in grado di difenderle, Pompeo.

La monarchia assoluta impauriva l’aristocrazia romana, custode dei valori repubblicani. Ne avevano osservato gli effetti in Oriente e non credevano che valesse la pena sacrificare la propria libertà per avere una situazione più stabile a Roma. La città infatti era preda di continue scorribande, lotte intestine fra i partiti, violenza e spargimenti di sangue. Ormai era divenuta un ricettacolo di gente senza scrupoli e dedita agli eccessi. È opportuno sottolineare che a Roma i lavori manuali erano relegati solamente agli schiavi e gli uomini liberi, se non appartenevano a una famiglia ricca, si limitavano a sopravvivere con le elargizioni di grano o altro che faceva lo Stato. La forte presenza di tal genere di persone che si limitavano a sopravvivere a spese dello stato era dovuta anche a un vuoto sociale che si era creato nel momento in cui Mario (nella precedente guerra civile) aveva arruolato nel suo esercito i piccoli contadini cacciati dalla loro terra dai grandi proprietari terrieri e in cerca di un lavoro in città.

Anche Cicerone si schierò con Pompeo, ultima speranza della repubblica, ma dopo la sconfitta di Farsalo decise di allontanarsi volontariamente dalla politica.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GiuliaO. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Labate Mario Alberto.
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