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Letteratura latina

Introduzione

Un pregiudizio radicato vuole che la letteratura latina sia un'imitazione di quella greca. Le cose non stanno così: i latini risposero sempre in maniera originale alle istanze greche; in particolare la romanità è identificata con la pragmaticità, la grecità con la teoreticità, la contemplazione ecc. Anche la religiosità romana era all'insegna della pragmaticità: gli dei erano invocati per fare qualcosa di concreto nella vita reale.

Tra Roma e Alessandria avvenne un incontro singolarissimo: Roma era arcaica (poco più che pastori), l'ellenismo era invece coltissimo, all'apice della raffinatezza. Roma comincia intorno al 295 a.C. (battaglia di Sentino) ad affermare la sua potenza sul territorio italico. Era una civiltà di tipo contadino, guidata da un'aristocrazia terriera.

L'assenza di produzione scritta nel periodo primitivo non deve portare a pensare all'assenza di cultura tout court; si pensi invece all'oratoria sentita come fondamentale e alle leggende, sorte presso importanti famiglie patrizie, di miti fondatori di Roma. La letteratura si fa iniziare convenzionalmente col 240 a.C. (anno della prima rappresentazione di Livio Andronico); quella data presuppone già contatti col mondo greco. L'influenza degli etruschi (a loro volta imbevuti di cultura ellenica) non è soltanto riscontrabile nelle arti figurative, ma anche nella lingua, religione, aruspicina e nel teatro arcaico; anche l'alfabeto porta i segni di quello etrusco. Roma, tuttavia, avrà la caratteristica di saper fondere tutte le suggestioni più disparate, all'insegna dell'originalità. Le prime forme letterarie sono perlopiù di natura sacrale e contadina, anche il lessico lo evidenzia (pecunia deriva da pecus = bestiame; egregius da grex = tratto dal gregge).

Le forme preletterarie

  • Fibula praenestina (forse un falso ottocentesco)
  • Iscrizione della Pietra nera bustrofedica
  • Il vaso di Dueno (forse forma arcaica di "bonus")
  • La coppa di Civita Castellana recante un invito a bere
  • La cista detta Ficoroni (nome dello scopritore)

Tra i documenti in dialetto osco ricordiamo la Tabula Bantina e le Tabulae Iguvinae trovate a Gubbio che recano norme rituali.

I carmina

Il confine tra poesia e prosa era tutt'altro che netto, i carmina erano dunque una sorta di prosa ritmica che contenevano formule rituali o espressioni tipiche dei trattati o dei giuramenti; loro caratteristica principale era quella di attribuire rilievo ai valori fonici (assonanze, allitterazioni, omoteleuti). Lo stile è quasi da preghiera, e resterà caratteristico in molti scrittori latini.

  • Carmen ad Martem (tramandatoci da Catone): preghiera a Marte per la purificazione dei campi.
  • Carmen Saliare: cantato dai Salii, sacerdoti di Marte, che a marzo portavano in giro i dodici scudi (ancilia) percuotendoli, tra i quali vi era quello sacro, che la tradizione diceva precipitato dal cielo ai tempi di Numa Pompilio, come segno della protezione di Marte.
  • Carmen Fratrum Arvalium: legato al mondo agricolo, alla purificazione dei campi nei primi giorni di maggio, anche qui, tra gli altri, è invocato Marte.
  • Le neniae erano canti funebri che le donne della famiglia del morto (successivamente donne prezzolate, le praeficae) intonavano col flauto; contenevano il compianto e le lodi del defunto.
  • Carmina convivalia: cantati nel corso dei banchetti (Catone e Varrone); esaltazione dei membri delle famiglie patrizie (anche miti di fondazione). Anche l'Eneide è su questa scia.
  • Le elogia contenevano lodi del defunto. Da ricordare due iscrizioni rinvenute sulla tomba di due Scipioni: Lucio Cornelio Scipione Barbato e il figlio, qui emerge l'ideale di virtus totalmente romano "fu uomo forte e saggio, di bellezza pari al valore".

Queste due iscrizioni sono in saturni; il saturnio è il più antico verso latino; sulla sua natura si è molto discusso: c'è chi lo ritiene autoctono e chi di derivazione greca.

  • Carmina popularia: lontani dalla poesia celebrativa, erano più che altro cantilene legate alla vita nei campi, della famiglia, del quotidiano in genere. I latini chiamarono Marcius vates l'autore di questi carmina, che in realtà devono essere anonimi e spesso improvvisati.
  • Carmina triumphalia: canti che i soldati indirizzavano ai generali celebrando il trionfo; molto più che espressioni laudative, erano ironici e canzonatori, in essi era evidente l'Italum acetum, la mordacità italica. Avevano una funzione apotropaica nel ricordare ai condottieri, proprio nel momento del trionfo, la dote della misura.

Le prime forme drammatiche

I fescennini: avevano carattere licenzioso e mordace, in versi alterni; legati alla città di Fescennium. Secondo alcuni derivano da fascinum (malocchio) ma non è accettabile. Alternando botta e risposta costituivano forse già una forma embrionale di rappresentazione scenica.

La satura, prima vera rappresentazione teatrale, nacque probabilmente dall'incrocio, durante una pestilenza diffusa a Roma, tra la danza e la mimica etrusca con il carattere lascivo e mordace dei fescennini. Solo successivamente la satura avrebbe conosciuto una forma scritta e non più legata all'improvvisazione e alla riflessione su vita e costumi degli uomini (come accadrà in Lucilio, Orazio e Giovenale); un legame potrebbe essere quello etimologico di lanx satura, piatto colmo di primizie (molto vario) che veniva offerto agli dei nel corso di riti religiosi.

L'atellana: originaria degli Oschi, era una forma di rappresentazione drammatica, quasi una commedia dell'arte (da Atella). Veniva recitata alla fine di uno spettacolo; si fondava su un canovaccio fatto da maschere fisse e caratterizzato da una serie di imprevisti e intrighi. Tra le maschere ricordiamo Pappus (vecchio dileggiato), Bucco (ciarliero), Dossenus (gobbo astuto), Maccus (sciocco ingordo). Sono nomi spesso di impronta greca o etrusca. Dell'atellana primitiva a noi non resta nulla; solo frammenti dell'atellana letteraria di età sillana.

La prosa

Annnoveriamo come prosa soprattutto gli atti ufficiali del popolo romano e scritti che successivamente si svilupperanno come generi di prosa. Non ci resta nulla dei foedera, trattati stipulati da Roma con altri popoli; di qualcuno conosciamo il contenuto, come di quello tra Roma e Cartagine riferito da Polibio.

  • Leggi delle dodici tavole: fonte di diritto pubblico e privato, la prima legislazione scritta di Roma antica. Erano esposte nel foro; era una prima forma di rivincita della plebe, anche se le leggi erano sempre a vantaggio del patriziato. Sarebbero state redatte da un decemvirato. Poco credibile la leggenda della delegazione inviata in Grecia per studiare la legislazione di Solone; la somiglianza è spiegata per l'influenza della Magna Grecia su Roma.
  • I Commentarii (o libri): gli atti più rilevanti che riguardavano magistrati o collegi sacerdotali. Libri pontificum, pontificum commentarii, libri magistratuum, alcuni dei quali su rotoli di lino, i libri lintei, nel tempio di Giunone.
  • I Fasti: elenchi curati dai pontefici che distinguevano i dies fasti (era possibile amministrare la giustizia) dai nefasti. Insieme con l'indicazione dei giorni vi erano segnati anche i magistrati eponimi.
  • Gli Annales Pontificum: da partire dal 249 divenne regolare la pubblicazione da parte del pontifex maximus in una tabula dealbata, dei nomi dei consoli, magistrati e eventi rilevanti. E' una primordiale forma di storiografia romana. L'incendio romano del 390 distrusse gli annales precedenti; causa di una grandissima lacuna. La forma annalistica resterà costante presso quasi tutti gli storici latini (anche sommi, come Livio e Tacito).
  • Le laudationes funebres: elogi di un defunto e dei suoi antenati pronunciati da un componente della famiglia o da un magistrato; entrarono a far parte degli archivi delle famiglie patrizie.

Appio Claudio Cieco

Fu il primo personaggio di rilievo della letteratura latina. Fu censore e console, appartenente alla gens Claudia. Consentì ai plebei l'accesso al Senato, costruì la via Appia (determinante per il contatto col mondo greco) e l'acqua Claudia (primo acquedotto); sconfisse Etruschi, Sabini e Sanniti; vecchio e morente, convinse il Senato incline ad accettare le condizioni di Pirro a rifiutarle. Fu quindi un oratore il primo letterato latino, prova importantissima dell'importanza dell'eloquenza.

Dalle guerre puniche alla morte di Silla (264 – 78 a.C.)

Livio Andronico

Scarse sono le notizie sulla sua biografia: nacque nella greca Taranto e fu condotto a Roma prigioniero di guerra verso il 272 a.C. Una sua fabula (termine generico per rappresentazione teatrale) fu rappresentata nel 240, nel corso dei ludi Romani: è l'inizio ufficiale della letteratura latina. Nel 207, sotto la minaccia cartaginese, fu incaricato di scrivere un carme in onore di Giunone, lui lo scrisse per 27 fanciulle. Dopo la vittoria su Asdrubale, il Senato, grato, riconobbe il collegium scribarum histrionumque come una corporazione di poeti e attori cui Livio stesso apparteneva; potevano adunarsi nel tempio di Minerva sull'Aventino.

In lui si comincia già a notare il legame tra letteratura e potere. I drammi latini erano rappresentati durante i ludi Megalenses in onore di Cibele, ludi Apollinares, ludi Romani in onore di Giove e i ludi plebeii, sempre a Giove.

L'Odusia

Livio "romanizza" Omero. La sua non è una traduzione alla lettera, né è il lavoro di un primitivo; è l'opera di uno che ha vissuto a contatto con la grecità e che quindi prende l'epica greca facendola risuonare meglio nel mondo romano, traponendone i valori e tenendo d'occhio le esigenze del pubblico dei lettori latini. Tipiche della traduzione liviana sono la tendenza ad intensificare le tinte e accentuare il pathos, la ricerca dell'espressività con le figure di suono. L'Odissea si prestava meglio dell'Iliade alla romanizzazione, è il poema del ritorno, della nostalgia, quindi della patria. Usa il saturnio perché è un verso vetusto, vuole ricreare un'atmosfera arcaica, che sia lontana dal quotidiano. Ce ne restano circa 40 versi. Anche Plauto seguirà il suo esempio: userà gli originali greci per creare un mondo espressivo totalmente nuovo.

Le tragedie

Ci sono pervenuti i titoli di otto tragedie: Achilles, Aegisthus, Aiax (armato di frusta), Andromeda, Danae, Equos troianus, Hermiona, Tereus. In tutto una quarantina di versi. Il modello principale è Euripide, che, più di Eschilo e Sofocle, aveva approfondito il dramma psicologico, l'intensificazione patetica degli stati d'animo. In prevalenza appartengono al ciclo troiano (identificazione famiglie patrizie-stirpe troiana). Il coro era presente, ma in misura molto minore rispetto alla Grecia del V secolo. È da rilevare la differenza tra deverbia e cantica: i primi erano parti recitate, i secondi parti cantate con accompagnamento musicale.

Nelle sue tragedie abbiamo dei "suggestivi scorci", delle immagini dolci di danze di delfini, pianure attraversate improvvisamente da torrenti ecc.; sono finezze da alessandrino che hanno qualcosa di miracoloso, poste, come sono, agli albori della letteratura latina.

Le commedie

Ne resta pochissimo (sei versi e tre titoli): Gladiolus, Ludius, Lydius, Virgo, Vargus. Livio sostituì le forme rudi (satura, fescennini e atellane) con testi tratti da modelli greci. Le commedie latine di argomento greco furono dette fabulae palliatae, dal pallium (abito greco). I modelli furono soprattutto quelli della commedia nuova (Menandro, Filemone, Apollodoro), quindi la nèa, non quella antica di Aristofane. Perché? Perché Aristofane attaccava il concetto di gravitas romana, attaccava i potenti, cosa inconcepibile nella romanità; l'Atene di Menandro, invece, era un'Atene periferica, fatta di fattarelli agevolmente rappresentabili. Le commedie sono senza più un coro vero e proprio, commedia che, come in Euripide, guarda più all'uomo. La trama di fondo è spesso una storia d'amore che vede figli scapestrati vs padri avari; oppure giovani che si invaghiscono di schiave che finiscono poi per essere scoperte eredi regali. Figura fondamentale è quella del servo astuto che aiuta il giovane padrone in modo determinante.

Nevio

È la prima personalità a tutto rilievo. Come Livio Andronico, è autore di tragedie, commedie e di un poema epico (il Bellum Poenicum); al contrario di Livio, poeta dell'aristocrazia, preservò una certa indipendenza e una libertà di linguaggio assolutamente italiche. La praetexta, cioè la tragedia di argomento romano è una sua invenzione. Livio Andronico è ancora un riflesso greco, Nevio è la primissima romanità.

Le notizie sulla sua vita sono scarse ma già ci danno il quadro di una vita ribelle, della plebe che voleva rifarsi sull'aristocrazia; il suo bersaglio più in vista era la famiglia dei Metelli, che furono consoli per il fatum (Nevio gioca sull'ambiguità del termine). Nacque forse in Campania e combatté nella prima guerra punica; al 235 risale la sua prima rappresentazione drammatica. Per il suo atteggiamento contro i potenti fu imprigionato, in carcere scrisse due commedie in cui poneva rimedio alle liti coi nobili. Scarcerato, morì in esilio in Africa.

Le tragedie

Ci sono pervenuti pochi frammenti di fabulae cothurnatae (tragedie di argomento greco, dal coturno: alto calzare degli attori greci). La preferenza è, come in Livio Andronico, per il ciclo troiano; tuttavia la novità assoluta sono le fabulae praetextae cioè le tragedie di argomento romano (praetexta è la toga che indossano i magistrati romani e gli attori sulla scena). Due le principali: Romulus (mito fondatore di Roma) e Clastidium (celebrava la vittoria sui Galli Insubri nel 222), tragedia che stranamente parlava di episodi contemporanei. Il teatro tragico neviano ha una caratteristica che sarà poi nota saliente di tutta la drammaturgia latina: la lontananza dal quotidiano, l'elevazione a tutti i costi.

Il Bellum Poenicum

Anche qui Nevio innovò, e al tema omerico di Livio Andronico, sostituì un tema storico. Fu scritto in saturni e concepito come carmen continuum (la successiva divisione in sette libri fu del grammatico Ottavio Lampadione nel II secolo a.C.). Nell'opera il mito si confonde con la storia; le peregrinazioni di Enea, da quanto abbiamo, sarebbero state contenute in una digressione (tecnica già dell'Odissea e successivamente dell'Eneide), come pure l'incontro con Didone, da cui derivò il conflitto Roma-Cartagine. L'opera vanta una tecnica compositiva alessandrina: è quindi concisa; presenta il tema della guerra (Iliade) più quello del viaggio (Odissea); questa struttura sembra anticipare l'Eneide. Anche Apollonio Rodio aveva concentrato Omero nei 4 libri delle sue Argonautiche: i primi due sui viaggi di Giasone, gli altri due sulle imprese eroiche. Il vigore espressivo è forte e originale, fondamentale per l'Eneide. Rispetto alle tragedie, la lingua risulta volutamente arcaica; tuttavia lo stile è differenziato: toni ricchi e solenni nelle parti mitiche, si avvicina al resoconto militare in passi relativi alla guerra; vi sono anche spunti di satira che ritroviamo nelle commedie.

Nevio comico (è il pre-Plauto, non risparmia nessuno)

Nelle commedie Nevio tira fuori la vena più originale, che trasmetterà molto a Plauto. Dei circa trenta titoli che ci rimangono, molti sono modelli greci, altri hanno forma latina; non è da escludere che Nevio, a parte esser stato il primo autore di praetextae, sia stato anche il primo a comporre fabulae togatae cioè commedie di argomento romano. Nevio potrebbe esser stato l'inventore anche della contaminatio: variare la trama di una commedia attinta da un modello inserendo scene da un altro modello (prologo dell'Andria di Terenzio)

Il senso del comico di Nevio è molto più vicino ad Aristofane che a Menandro, è cioè grossolano, caldo, coinvolgente, non risparmia nessuno (nemmeno Scipione Africano ritratto mentre viene tirato fuori da casa dell'amichetta); una comicità di corpo, forza e colore. I personaggi che animano le commedie di Nevio preannunciano quello che sarà il mondo di Plauto: canaglie, biscazzieri, vagabondi e puttanieri, cuochi ingordi, giovani scapestrati e padri all'antica. La Tarentilla (ragazza di Taranto) è il primo esempio di vezzosa (smorfiosa). Di donne del genere sarà piena l'operistica; lei, insomma, è la prima di una lunga serie.

Plauto

Può essere paragonato solo con Aristofane a livello di genio, ricchezza di situazioni comiche, varietà di linguaggio, ritmi ecc. È il tempo della guerra del Peloponneso (la seconda guerra punica): sintesi tra commedia attica nèa ed esigenze espressive rozze del mondo italico. La sua fortuna fu enorme, si crearono molte falsificazioni; il suo scolaro Varrone Reatino risolse la questione in un suo volume: 21 plautine varroniane, 19 dubbie e 90 spurie. Si può dire poco anche sulla cronologia delle commedie, poche sono le indicazioni a riguardo.

Le commedie

  • Amphitruo: Giove si trasforma in Anfitrione per ottenere sua moglie (Mercurio nel suo servo); i sosia si incontreranno, grasse risate. Alcmena è delicatissima e passa una notte con Giove credendolo il marito reduce dalla guerra.
  • Asinaria: Demeneto aiuta il figlio a conquistare Filenio (anomala alleanza); si impadronisce del ricavato della vendita di alcuni asini della moglie, ma viene scoperto. C'è chi ha avanzato dubbi sull'autenticità.
  • Aulularia: la commedia della pentola: un classico. Euclione (vecchio) nasconde la pentola d'oro per non essere derubato, Liconide la userà per conquistare con l'aiuto... (testo incompleto)
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Lellico di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università della Calabria o del prof Salemme Vincenzo.
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