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a valutazioni parziali; non mostrava fiducia per i commentari di Cesare; fu ostile a Cicerone, a

Sallustio e a Livio.

Il circolo di Messalla: fu al centro di un gruppo di poeti (Tibullo in primis) caratterizzati da una

vena intimistica esaltante l'amore e la dolce quiete dei campi, lontani da quell'attivo impegno di

ricostruzione morale imperante da Mecenate.

VIRGILIO

E' poeta come pochi altri nella letteratra mondiale; nella sua opera ha "reinterpretato il mondo". La

sua poesia è un universo compiuto ove mito, natura e storia si equilibrano in una visione totale.

La vita: nasce nell'odierna Pietole (forse) presso Mantova, in Gallia Cisalpina, nel 70 a.C. La

famiglia di piccoli proprietari terrieri gli permette l'istruzione di grammatica a Verona, retorica a

Milano e a Roma; poi soggiornò a Napoli che restò la sua città più cara, ove studio filosofia presso

Sirone.

Dopo Filippi (42) seguirono le spartizioni delle terre ai soldati di Antonio e di Ottaviano; la

proprietà di Virgilio a Mantova non fu risparimata. La vicenda segnò profondamente l'animo del

poeta (I e IX bucolica). Le Bucoliche sono certamente la sua prima opera, scritta tra il 42 e il 39.

Nel 38 è già nel circolo di Mecenate, il quale lo esorta a scrivere un'opera sull'agricoltura; Virgilio

gli dedicherà le Georgiche composte dal 37 al 30. Intorno al 29 Virgilio comincia a comporre

l'Eneide, il poema epico attesissimo da tutti e in particolare da Augusto; Properzio nel 26

annunciava che qualcosa di più grande della stessa Iliade stava per nascere. Nel 19 si recò in Grecia

per raccogliere materiale allo scopo di ultimare il poema, per poi dedicarsi a studi filosofici;

purtroppo lì si ammalò e, sbarcato a Brindisi, morì nello stesso anno (venne sepolto a Napoli). Il

manoscritto dell'Eneide lo aveva affidato, ancora incompleto (ricordiamo i tibicines, puntelli per

una costruzione ancora in corso), agli amici Tucca e Vario, con la raccomandazione di non

pubblicarlo (forse di bruciarlo); tuttavia, per ordine di Augusto, Vario ne curò l'edizione.

Le fonti per la ricostruzione della biografia virgiliana sono costituite essenzialmente da alcune

Vitae del IV/V secolo: la coiddetta Vita di Probo, quella che precede il commento dell'Eneide di

Servio e la Vita di Elio Donato, la più ampia; Donato ci tramanda che Virgilio fu grande di corpo e

di statura, scuro e di aspetto rusticano, di salute precaria; probabilmente tubercolotico. Si esprimeva

in maniera stentata, tanto da sembrare un ignorante.

LE BUCOLICHE

Sono dieci, denominate pure ecloghe ossìa "componimenti scelti". Bukòlos in greco vuol dire

"pastore". Riprendono quel genere poetico pastorale che nel III secolo era stato di Teocrito, che

restò il modello principale di Virgilio.

Nei secoli, questo tema fu più volte trattato, ricordiamo soprattutto Sannazaro che cantò con malinconia la vita dei

pescatori (sostituendola ai pastori) napoletani e l'Aminta del Tasso.

1. E' la bucolica della felicità di Titiro e del dolore di Melibeo che è costretto a lasciare la terra

patria spingendo a stento il gregge davanti a se'. Titiro, che in un certo senso rappresenta

Virgilio stesso, grazie all'intervento di un deus, presumibilmente Ottaviano, ha potuto

conservatre il suo campo. Solo alla fine Titiro si commuove davanti alla malinconia

dell'esilio, e, coi versi forse più belli di Virgilio, lo invita a restare con lui, al calare della

sera.

2. Il pastore Coridone effonde il suo vano canto d'amore. Modello è il celebre amore di Polifemo per Galatea.

3. C'è un alterco tra due pastori, Dameta e Menalca, il ritmo è quasi plautino; si sfocia in una

gara di canto a botta e risposta. Bucolica ricca e complessa, ricca di istantanee

indimenticabili, come la ragazza che da una mela all'innamorato e fugge curandosi, però,

d'esser prima vista.

4. Forse la più celebre e discussa, è un canto per la nascita del figlio di Pollione. La pace tra

Ottaviano e Antonio del 40 è ad opera proprio di Pollione, console in quell'anno. Una nuova

era di pace e prosperità sembra inaugurarsi. Il puer cantato si atteggia allora a iniziatore e

simbolo di questa rinnovata età dell'oro. Bucolica dottissima dove il culto sibillino si sposa

con credenze pitagoriche. Nel Medioevo fu ritenuta profetica perché da lì a quelche

decennio sarebbe nato Gesù Cristo. Il tutto, cultura sublime e anleito di un mondo nuovo, si

risolve in un tono favoloso, in un sorriso di bimbo alla mamma; un sorriso che segna l'inizio

di una nuova vita.

5. Lo sfondo pastorale s'accorda col tema religioso e, forse, con quello storico. Due pastori, Menalca e Mopso,

celebrano l'uno il compianto per la morte, l'altro l'apoteosi di Dafni, bellissimo pastore. (il modello è il Tirsi di

Teocrito). Nel dolore per la morte c'è il dolore della natura tutta.

6. Il vecchio Sileno viene legato con le sue stesse ghirlande da due giovinetti, mentre la ninfa

Egle gli tinge la fronte con more sanguigne. La componente lucreziana e il mito

alessandrino si fondono in questa singolarissima ecloga: il vecchio comincia a cantare

l'origine del mondo e vai altri miti di amori e di "imbestiamenti".

7. Gara poetica tra Coridone e Tirsi; due canti: uno dolce e uno aspro che si fondono in una

melodia; anche se la Musa concede la palma a Coridone.

8. Due pastori cantano il loro canto: uno di un amante abbandonato e l'altro l'incantesimo di una donna che con

gli scongiuri vuole che Dafni, che l'ha lasciata, torni da lei.

9. Licida incontra Meri vicino Mantova, sta portando (Meri) i capretti dal suo nuovo padrone;

il primo, Menalca, ha perso le terre nonostante la bellezza dei suoi canti. C'è infatti

l'illusione che basti il potere del canto per evitare il dolore della vita, o se non evitarlo,

almeno ridurlo.

10. Dedicata a Cornelio Gallo che si consuma per l'abbandono della sua Licoride. Natura,

animali e uomini cercano di consolarlo, ma Gallo stenta a star meglio. Alterna momenti di

desiderio di vita bucolica, ad altri in cui la rifiuta; alla fine, però, cede: Omnia vincit Amor,

et nos cedamus Amori.

Il mondo fantastico delle Bucoliche

Vi è un intreccio di immagini nelle quali il mondo della fantasia virgiliana è già compiuto: c'è il

mondo della storia con le sue delusioni; c'è la storia degli uomini, c'è tanta dottrina recondita; nulla

prevarica sul tutto. Virgilio è molto più attento alle sfumature, ai quadri, che non ai contorni netti.

La differenza principale con Teocrito è proprio questa: mentre quest'ultimo tratta i pastori con

ironia, Virgilio li riempie di malinconico pathos; il paesaggio mediterraneo teocriteo diventa quello

padano.

La lingua delle Bucoliche è di eleganza suprema, densissima di echi e suggestione, aperta ai palpiti

della natura, ma anche dell'uomo; è superata la rigidità arcaica e anche l'esperienza neoterica. E' un

linguaggio poetico nuovo.

LE GEORGICHE

Parliamo di "immaginosa concretezza" perché siamo ormai lontani dal mondo agreste delle

Bucoliche dove bastava cantare poesie per riprendersi dalle brutture della vita; qui è il mondo delle

piccole realtà della vita dei campi, è la terra del duro lavoro, che santifica e insegna i valori autentici

a quanti si rivolgono; un vero e proprio valore morale, in sintonia con l'odio per le guerre civile e

con la contrapposizione del suo italico all'esotismo che era finito con Azio.

L'opera gli fu suggerita da Mecenate, naturalmente non si esaurisce tutto qui. Alle radici vi è

l'affettuoso legame di Virgilio alla terra, l'esperienza delle espropriazioni. Non è un poema di

propaganda.

Argomenti

1. Dedica a Mecenate, invocazione alle divinità agresti e a Ottaviano divinizzato; lavoro dei

campi, condizioni atmosferiche, pronostici celesti. Morte di Cesare e speranze in Ottaviano

che scansi la guerra civile.

2. Culture arboree e vite; elogio della vita dei campi, lontana da tumulti e ambizioni.

3. Allevamento del bestiame ed epidemie. E' il libro del dolore, di un dolore chiuso e

inesprimibile.

4. Api: vita e organizzazione. La storia di un pastore che fa un piccolo campicello a Taranto, è

un piccolo eroe, la grande eroina è l'Italia.

5. Tutta la seconda parte del libro contiene la favola di Aristeo che interroga il dio del pare

Proteo per conoscere la causa della morte delle sue api (avrebbe ucciso Euridice); avrà un

nuovo sciame dai corpi putrefatti dei buoi. Probabilmente in realtà la fine del poema era un

elogio del poeta Cornelio Gallo, però, visto che era caduto in disgrazia presso Augusto,

Virgilio sostituì le lodi con la storia di Aristeo.

Virgilio umanizza la natura: gli animali e le piante sembrano avere le stesse gioie e paure degli

umani; lo strazio dell'amore e i tormenti della morte: c'è una visione globale del tutto. La natura è

avvertita come una madre tenace e teneramente attaccata agli esseri viventi. Le immagini delle

Bucoliche sono preservate, ma la ricchezza spirituale dell'Eneide è alle porte. La concezione della

natura s'è fatta più concreta rispetto alle Bucoliche, esattamente come lo stile. All'uomo assorto e

sognante che si oblia sulle balze bucoliche si sostituisce l'uomo che soffre e lavora realizzzando un

ideale etico di vita.

Fonti: la rielaborazione è profondissima; ha alle spalle Catone (De agri coltura) e Varrone (il De re

rustica) ma li supera con raffinatezze formali. Molto più di loro, vivono nelle Georgiche due

modelli che avevano collegato poesia didascalica a problemi naturali e umani:

Esiodo: con le sue Le opere e i giorni aveva dato a Virgilio la concezione del lavoro.

Lucrezio: da lui Virgilio ha desunto molto, a partire dalla struttura con proemi, finali e digressioni.

I collegamenti però, sono tra le cose e se stesse, non tra le cose e il tutto. Da Lucrezio prende interi

episodi, il gusto di alcuni quadri; tuttavia la sua natura è di un principio unitario non interpretabile

come la casualità cosmica di Lucrezio. Alla felicità intellettuale del filosofo epicureo che conosce

da scienziato la costituzione del reale, Virgilio affianca quella di chi, più che spiegarsi le cose, ama

viverle e avvertirle; magari con trepidazione. Trepidazione presentissima nel mito di Orfeo ed

Euridice; la corposa realtà del poema sembra dissolversi in un mito amoroso. La vicenda di Morfeo

è da inquadrare nel libro delle api, modello di operosa felicità. Queste, nell'orfismo simboleggiano

le anime degli iniziati; quindi con Orfeo rappresentano la sopravvivenza dell'anima alla morte. La

morte è quindi vinta dalla poesia; celebrazione della quale chiude l'opera.

L'ENEIDE

E' scritta in esametri e consta di 12 libri. Enea è figlio di Venere e, tramite Ascanio/Iulo, capostipite

della gens Iulia (dunque anche di Ottaviano Augusto). Virgilio ravvisava nel nuovo ordine augusteo

la realizzazione di un disegno universale. La leggenda di Enea è certo anteriore a Virgilio; ai romani

piaceva perché li collegava coi Troiani, quindi in diretta rivalità coi greci. Mutò infatti l'idea,

espressa nel proemio del III libro delle Georgiche, di comporre un poema sulle imprese militari di

Ottaviano, sarebbe significato mettere al centro la storia fondendola col mito; Virgilio invece si basò

sul mito, facendolo diventare presagio di eventi avvenire.

Si tratta, come detto, di un progetto provvidenziale; il mondo di Virgilio NON è senza luce:

attraverso lutti, distruzioni, guerre, Enea deve guidare quelli che sono i resti di Troia alla fondazione

di una nuova nazione. Quello di Enea è il sacrificio di un singolo che sottomette la sua volontà a un

progetto cosmico. L'Eneide è un poema proiettato verso l'avvenire (a differenza dell'Odissea): ogni

particolare diviene elemento che contribuisce al progetto finale anche se questo costa sangue e

sacrificio.

L'argomento del poema

Virgilio stese prima tutto il poema in prosa, dividendolo in libri e sviluppando poi, in versi, una

parte o l'altra, guidato dall'ispirazione del momento, senza badare alla successione dei libri. Amava

leggere libri finiti ad amici (nel 22 lesse II, IV e VI a Ottavia e ad Augusto).

[MANCA LA TRAMA LIBRO PER LIBRO, E' DA AGGIUNGERE...MA C'E' CRISI...]

Confronto con Omero

Già la struttura dell'opera può far pensare ai modelli omerici: i primi sei libri sembrano richiamare

l'Odissea (motivo del viaggio di Enea); i secondi sei l'Iliade con le guerre di Enea nel Lazio.

Vi sono alcuni echi omerici: la narrazione delle proprie peripezie che Enea fa a Didone ricorda il

racconto di Ulisse ad Alcinoo; il duello tra Enea e Turno è ricalcato su quello tra Achille ed Ettore;

il libro VI ha il suo corrispondente nel libro XI dell' Odissea; la descrizione dello scudo di Enea è

simile a quella dello scudo di Achille.

Mentre la narrazione di Omero è "oggettiva", Virgilio interviene con approfondimenti psicologici,

con commenti personali, a volte anche un solo aggettivo. Omero può apparire disorganico,

nell'Eneide c'è una tensione dall'inizio alla fine, tutto appare più compatto. La poesia dell'Odissea è

quella del ritorno, quella dell'Eneide è dell'andata. Nell'Odissea l'obiettivo (Itaca) rischia sempre di

essere dimenticato, sopraffatto dagli eventi; nell'Eneide no: è chiaro sempre.

I personaggi

Rispetto ai personaggi omerici, quelli di Virgilio registrano un enorme approfondimento interiore.

Achille è Achille, non è amorale ma è premorale; incarna quello che incarna, raramente ha dissidi

interiori; tutt'altro si può dire per Enea. I dotti travisarono il ruolo di Enea considerandolo come

simbolo dell'anima umana che...per aspera ad astra.

Tra lui e Didone vi è un abisso di incomprensione in quanto parlano linguaggi troppo diversi: lei

quello del cuore, lui quello del sacrificio in vista di una prospettiva superiore. Enea è figura tragica.

Didone è stta avvicinata ad altri personaggi femminili della letteratura antica: Arianna abbandonata

di Catullo, Nausicaa di Omero (non ha la stessa freschezza, Didone è donna). Persino nell'Averno

cerca parole d'amore da Enea, e continua a non comprendere le sue ragioni.

Qualche parola sui giovani: un fuoco ideale li spinge a combattere, a credere nell'ingranaggio della

guerra, a morire senza scampo. Il loro ingenuo eroismo risalta tanto di più se affiancato alla

pensosità di Enea. Eurialo e Niso (li ricorderà Ariosto per Cloridano e Medoro); Lauso; Pallante

(versione virgiliana di Patroclo).

Il paesaggio

Anche la natura diventa qui mito, leggenda, storia. Si riempie di presenze degli uomini, i luoghi che

un giorno saranno Roma già sono colmi di spiritualità: Cuma, il lago d'Averno, Gaeta e le

incantevoli foci del Tevere.

Il linguaggio poetico

Densissima è la risonanza espressiva del linguaggio poetico dell'epica di Vrigilio: le sue parole

rivelano echi imprevisti grazie alla loro singolare collocazione nel verso. Vi sono nuovi nessi,

termini usuali accoppiati in maniera nuova. La sua poetica è ambigua, fatto unico nella letteratura

latina, che sarà poi tanta parte della letteratura europea.

L'Appendix Vergiliana

E' il nome che Giuseppe Scaligero diede nel 1573 a una raccolta di poemetti ei brevi carmi

tramandati sotto il nome di Virgilio e assegnati al periodo antecedente le Bucoliche. La Vita

donatiana riferisce Catalepton et Priapea et Epigrammata et Diras, item Cirim et Culicem, cum

esset annorum XVI. Nella vita serviana ci sono pure Aetna e Copa. La tradizione manoscritta tende

ad aggiungere pure il Moretum e alcune Elegiae in Maecenatem (assurde! Mecenate morì l'8;

Virgilio nel 19!). A lungo si è discusso sulla paternità dell'Appendix: non si può accettare in toto, ma

nemmeno rifiutarla. Il catalepton e il Culex, o almeno qualche epigramma, potrebbe essere

considerato suo.

Catalepton: raccolta di quindici poesie "alla spicciolata" in vario metro. In una il poeta dà l'addio

alle ampollosità dei retori per dedicarsi alla filosofia; alle dotte parole di Sirone.

Priapea: carmi nei quali domina Priapo.

Dirae: imprecazioni di un contadino per la perdita del suo campo; e la Lydia: il contadino impreca

per la lontananza della donna amata.

Ciris: poemetto di argomento mitologico. Folle passione di Scilla per Minosse. Ella tradì la patria e

il padre. Minosse la fece legare alla poppa della nave, gli dèi la trasformarono in un airone bianco.

Culex: narra di un pastore che 'assormenta nella calura dell'estate; un serpente vuole moderlo ma

una zanzara (culex) lo punge e, svegliandolo, lo salva, allora il pastore, adirato, la schiaccia; la

zanzara gli appare poi in sogno chiedendo una degna sepoltura, che le verrà concessa. Il Culex

mostra molto bene in piccolo le tematiche che saranno del Virgilio maturo: la natura, la morte,

l'aldilà.

L'Aetna è un poemetto sui fenomeni vulcanici in esametri, ricorda molto Manilio. L'autore non

menziona l'eruzione del 79, quindi è antecedente. Alcuni attribuirono l'opera a Lucilio

Il Moretum : il contadino Similo prima di recarsi al lavoro fa una focaccia rustica; garbato realismo.

Nella Copa, in piena afa estiva una invitante ragazza siriaca danza accompagnata dal crotalo;

esortazione a fermarsi e a godere del giorno che fugge.

ORAZIO

Gli Epodi

Sono 17 componimenti scritti contemporaneamente alle Satire. Il termine designa un verso corto

posto dopo uno lungo, col quale forma un distico. Infatti gli epodi sono scritti in distici, tranne

l'ultimo. Orazio invece li denominò "giambi" per la prevalenza di questo; i riferimenti sono ad

Archiloco, a Ipponatte e naturalmente a Callimaco. In quest'opera Orazio intende tradurre le sue

insoddisfazioni dopo Filippi. Spesso si avverte nei suoi versi come un che di artefatto, con

ridondanze che già nei contemporanei Sermones vengono superate del tutto. Quando non scade nel

convenzionale, indugia in effetti molto caricati e/o ripugnanti. Non mancano dolorose note civili e

politiche (tema assente nelle Satire). Alcuni vagheggiano età dell'oro e terre mitiche, altri sono più

sentiti e concreti: la battaglia di Azio con lo sdegno vers i soldati romani rammolliti

dall'asservimento alla femminilità egiziana. Altri epodi anticipano episodi che verranno poi

sviluppati nelle Odi. Nel XIII vi è l'esortazione del simposio al vino e al canto.

Le Satire

Sono due libri (Saturae o Sermones), scritti in tutto in dieci anni dal 40 al 30 (il 33 è l'anno di

mezzo). Il modello diretto è Lucilio, indicato come inventor, di cui Orazio, pur prendendo

l'esametro, sottolinea la frettolosità di composizione e il poco labor limae. Rispetto a Lucilio,

tuttavia, la satira di Orazio è stemperata; non attacca personaggi in vista, ma vizi e difetti dell'uomo

in generale e anche di sé stesso, nella costante speranza di un equilibrio. Questo conserva della

satira luciliana: l'autobiografismo, il tema del viaggio e i discorsi sulla critica letteraria. Vi sono

anche elementi diatribici con allusioni ad altri autori greci di diatribe.

Libro I: La prima satira è quella dell'est modus in rebus, l'equilibrio che non va superato. La

seconda contro gli eccessi in amore. La terza dell'indulgenza, di comprendere gli altri per poter

essere compresi ed esaminare profondamente anche noi stessi. La quarta è una difesa dei suoi

argomenti satirici, c'è un confronto con Lucilio e Orazio sostiene di non essere un poeta; solo il

metro distinguerebbe il suo linguaggio da una prosa; per essere poeti occorre ingegno ed elevato

linguaggio.

La quinta satira è un diario di viaggio fatto da Orazio da Roma a Brindisi insieme a Mecenate,

Virgilio e altri amici. E' una cronaca singolare, fatta di episodi minuti, il cui sfondo è,

incredibilmente, l'occasione solenne che aveva determinato il viaggio: il rinnovo dell'accordo tra

Ottaviano e Antonio. La sesta è un ringraziamento a Mecenate che diviene elogio dei valori

dell'uomo. E' la satira dei ricordi: infanzia, immagine paterna vista con affetto, con grande rispetto

per averlo fatto studiare; è un autoritratto di sé stesso interessantissimo; la sua profonda ricerca di

un equilibrio interiore gli consente di tirar tardi nel circo, di chiedere i prezzi delle verdure, di

cenare frugalmente a casa e riposare senza preoccupazioni. [...]

La nona è la sastira del seccatore. Orazio tutto intento nelle sue fanasticherie mentre passeggia,

viene importunato da un tale che gli si attacca addosso con proteste di amicize e richieste di

raccomandazione presso Mecenate. E' felice, narrativamente mimica, Orazio si divincola

urbanamente di un inurbano seccatore.

Libro II: Qui prevale lo schema dialogico; più voci esprimono il loro punto di vista (spesso sono

satire di difficile interpretazione).

La prima è una difesa della satira, nella seconda c'è un elogio della frugalità e della temperanza che

devono essere lontane dall'avarizia. La terza è sulla follia umana.

Nella quinta, Tiresia insegna a Ulisse (derubato dai Proci) a rimpossessarsi dei suoi averi con

testamenti ed eredità.

Nella sesta Orazio ringrazia Mecenate del dono della villa sabatina; un punto di ristoro spirituale

dove, negli alberi, può sentirsi lontano dalla vita di città boriosa e angusta. La satira si conclude con

la favola del topo di campagna e del dopo di città: il primo dei due è palesemente l'autore stesso.

Nella settima, Davo (lo schiavo di Orazio) gli dimostra durante i Saturnali, di essere più libero del

padrone. Nell'ottava un poeta comico descrive a Orazio l'ultimo banchetto offerto a Mecenate da un

cafone arricchito precursore di Trimalchione.

Una misura morale e stilistica

La satira di Orazio sembra svilupparsi senza un rigoroso ordine logico; al poeta piace andare per

associazioni molto variegate; i registri si alternano spesso e volentieri, i toni imitano quelli della

quotidianità (prosaici) e la brevitas domina. È un'arte finissima, non lontana da quella che sarà delle

Odi, ma che qui ha il vezzo di voler apparire spontanea anche se è controllatissima.

Nella sua ricerca morale Orazio non parte da principi assoluti; a lui non interessano sistemi

filosofici sistematici; è invece per l'osservazione dei principi dalla vita di tutti i giorni. Il suo ideale,

pur vicino a quello dell'epicureismo, è quella della metriòtes, del "giusto mezzo", e quindi

dell'autàrkeia, cioè l'autosufficienza.

LE ODI (o CARMINA)

Sono 4 libri: i primi 3 dedicati a Mecenate usciti nel 13. Orazio si attendeva l'immortalità dai

Carmina, aveva eretto un monumento più duraturo del bronzo – dice nell'ultima ode del terzo libro.

Fondamentale per la lettura delle Odi è il riferimento alla letteratura greca: soprattutto Alceo,

Anacreonte e Pindaro; coi quali Orazio intendé addirittura rivaleggiare, spesso inserendo all'inizio

dei un'ode una traduzione degli originali greci, per poi distaccarsene. Il modello di misura

armoniosa e controllata delle Odi è il punto di approdo degli Epodi e delle Satire. Orazio ha letto la

lirica greca attraverso la raffinata lezione degli alessandrini; la sua è un'arte elitaria, per un pubblico

ristretto e scelto.

I contenuti delle Odi (ma anche di Satire e delle Epistole) possono dare l'impressione di appartenere

a luoghi comuni, a temi sfruttati già. Eppure il carattere principale è proprio la ripresa di motivi

tradizionali (la fugacità del tempo, il carpe diem, il culto dell'amicizia, della bellezza ecc.) fatti

propri e ripeterli con somma misura formale ed equilibrio etico e formale. Rimarrà per secoli il

modello di poesia lirica, frutto maturo e genuino della classicità.

Le Odi sono state composte nel periodo storico di ritrovata tranquillità dopo le burrasche civili; in

un certo senso, quindi, questi temi antichi si storicizzano, tornano attuali.

E' importante sottolineare che l'esperienza neoterica è stata superata in quanto la perfezione della

forma adesso è dettata e sottesa da una superiorità etica, morale, da un equilibrio interiore; non più

solo decorativismo.

A livello di scelte espressive e metriche, notiamo l'assenza del sermo cotidianus (che era stato delle

Satire), sostituito invece da un'elegante essenzialità.

A differenza della lirica greca, le odi oraziane (tranne il Carmen saeculare) non sono destinate al

canto ma alla recitazione.

Il tema del carpe diem e la trasfigurazione del quotidiano: insiste nell'opera. Si badi: il carpe

diem non è un'esortazione al piacere libero e lascivo; al contrario, è un invito tutto pensoso sul fluire

del tempo, visto in senso negativo, che è impossibile fermare. E' un invito a godere di ogni

momento prima che la pallida Mors giunga e ci restituisca al mondo dell'ombra e della cenere.

Mentre la natura si rinnova ogni anno, noi, una volta morti, restiamo cenere. Anche il tema del

simposio, molto caro ad Orazio, non è semplicemente un'amena descrizione conviviale, al contrario,

assurge a simbolo di stile di vita dedito al canto e alla bellezza. La sublimazione del quotidiano

consiste nell'elevare ogni momento della propria vita. A godere di ogni istante.

Singolare è la presenza delle figure femminili. Orazio non vivé l'amore in maniera totalizzante,

anche quando si atteggia a geloso cova un atteggiamento chino su se' stesso e intendo alla

riflessione. Le sue sono avventure galanti, momenti per confortare la vita e darle un po' di calore,

con donne intense e incostanti, decorative al massimo; colpevoli sono quando non vogliono

accettare di divenire (o di essere già) vecchie.

Un caso illustre è Galatea: per lei, che sta partendo, Orazio scrive un carme di augurio di buon

viaggio; le racconta il mito di Europa, anche lei viaggiatrice sperduta, che desidera darsi in pasto

alle tigri per espiare il suo peccato di corpo, e a cui Venere in persona sorride, spiegandole che è

stata sposa di Giove (sotto le sembianze di toro) e che le verrà dedicata una parte del mondo.

Intende spaventare Galatea, ma anche tranquillizzarla, dal momento che, alla fine, Venere ride.

Il poeta della storia e del principato

Come spiegare il fatto che Orazio fu poeta del principato augusteo nonostante il suo dichiararsi

lontano dalla vita politica? Semplice: lui celebrò il principato perché, a sua volta, il principato, con

l'arrivare alla pace, gli aveva permesso di esercitare la poesia. Il suo apprezzamento per la pace

augustea è sincero; l'identificazione tra pax e equilibrio interiore è possibile.

Fu inventore della lirica civile, ode di contenuto storico civile che resterà modello esemplare nei

secoli.

La testimonianza più rappresentatva dell'adesione di Orazio al egime augusteo è costituita dalle

cosiddette Odi romane (le prima 6 del libro III). In esse Orazio esalta l'eroismo romano e auspica un

ritorno alla prisca semplicità e virtù.

A parte è il Carmen saeculare scritto per incarico di Augusto in occasione dei ludi saeculares. È

una preghiera agli dei pronunciata dalle candida labbra dei fanciulli per la pace e la grandezza di

Roma.

LE EPISTOLE

Sono in versi: novità assoluta a Roma.

Nelle epistole Orazio è molto incline alla descrizione di se' stesso; si descrive piuttosto basso,

precocemente invecchiato non solo nel fisico ma anche nella pensosità; è inoltre, forse, nevrastenico

e depresso; soffre di un "torpore micidiale" che gli ha bloccato la voglia stessa di vivere. Ci

racconta degli amici, delle donne, e della sua assoluta libertà (si dichiarò pronto a restituire tutto a

Mecenate, pur di rimanere libero). Tutto ciò, tuttavia, corrisponde più al "voler essere" che

all'essenza intima impenetrabile del poeta. Arriva, a volte, a dei quadri molto cupi e malinconici

della sua vita; come quello in cui auspica che venghino i giovani e che lui si ritiri per non essere da

loro deriso. E' l'Orazio piegato su se' stesso, malato di spleen, disincantato. Nonostante tutto ciò,

però, nel libro I vi è un invito a vivere al poeta Tibullo, che s'era ridotto ad essere un corpo

senz'anima. "Vivi ogni giorno come fosse l'ultimo" – gli dice Orazio – "e guarda me, il poeta grasso,

lucido, con la pelle ben curata, un vero porcello della mandra di Epicuro". Si affacciano i temi della

difesa della sua libertà, l'esaltazione della campagna e vi sono anche cenni di critica lettaria, che

saranno maggiormente sviluppati nel libro II.

Le epistole costituiscono il momento del raccoglimento interiore, rivolto alla ricerca della saggezza;

vi è anche qui un'esortazione alla filosofia vista mai come sistematica.

Le epistole letterarie del libro II

E' fatto di due lunghe epistole, la prima è dedicata ad Augusto, la seconda a Floro (qui si parla non

solo di poesia, si tratta anche di un apertura a cuore aperto al dialogo). A parte vi è l'Epistula ad

Pisones (da Quintiliano chiamata Ars poetica, poiché disquisiva su rilevanti problemi della poetica

antica).

Nella lettera ad Augusto si discute sul rapporto tra poesia/teatro e masse. Secondo Orazio si deve

andare nella direzione di un'arte elitaria; Augusto è del parere opposto.

Nella lettera a Pisone, invece, la prospettiva è radicalmente mutata. Perché? Perché, mentre in

quella il discorso è personale e particolare; qui si parla di una teoria generale; non è propaganda. Il

teatro prospettato da Orazio è comunque di esperti cultori.

L'arte per Orazio dev'essere fatta con decorum, convenientia (coerenza tra stili, linguaggi,

personaggi ecc.) e deve sia prodesse (comunicare contenuti morali) che delectare. L'artista, dotato sì

di ingenium, ma anche lavoratore e curatore, deve leggere giorno e notte i greci, lavorare di labor

limae e tenere le opere nel cassetto per nove anni prima di pubblicarle.

L'ELEGIA

L'amore ha una sua storicità; dire che è universale è ovvio e unilaterale; ciò che invece è utile dire, è

che in ogni tempo ha avuto una sua codificazione secondo diversi schemi sociali e culturali in

genere. L'età augustea, in particolare, ha avuto la codificazione dell'amore elegiaco.

Cos'è l'elegia? Nella sua storia, l'elegia ha conosciuto toni e contenuti molto differenti, pur nell'unità

della struttura metrica (distici detti proprio "elegiaci": unione di un esametro e di un pentametro

dattilico in coppia). Nasce in ambiente ionico nel secolo VII, è guerresca, politica e sociali,

moraleggiante, filosofica a seconda degli autori. A partire dal V secolo è anche lirica d'amore. In età

alessandrina abbiamo un'elegia dell'eros tormentato e doloroso, delle passioni del mito meno

conosciute; in esse il poeta parlava di miti più che di se' stesso. I latini si rifecero proprio agli

elegiaci alessandrini (come Callimaco e Filita); purtroppo di essi quasi nulla è giunto a noi, quindi

non sappiamo se il carattere personale fosse in loro già presente, probabilmente no, dato che

Quintiliano afferma che "nell'elegia gareggiamo coi Greci". Noi possiamo sottolinare l'importanza

di Catullo e del suo mondo poetico per lo sviluppo dell'elegia.

Al centro dell'elegia latina è la figura femminile: una donna dai netti connotati spirituali ma da una

presenza fisica talora molto corposa e ossessiva. Il poeta la canta perché lei stessa è il suo ingenium,

l'ispirazione esclusiva. Il componimento poetico è essenziale anche nei fini della conquista

dell'amata, dal momento che garantisce a lei fama imperitura. E' una donna idealizzata fin dal nome;

è la vita del poeta, ma anche la domina alla quale sottomettersi in un servitium, non senza una certa

voluptas nolendi. E' volubile e traditrice. E' comunque un amore che vuole durare in eterno, non è

una passione intensa ma labile come quella di un epigrammista greco. È eros che va oltre la morte.

CORNELIO GALLO

Costituisce l'anello di congiunzione tra la poesia neoterica e l'elegia augustea. Divenne il primo

praefectus Aegypti; alcuni tra i suoi atteggiamenti, specie quello di tributare onori divini ai

governanti di quella regione, lo misero in cattiva luce presso Ottaviano, che ne decretò la damnatio

memoriae, a causa della quale Virgilio sostituì il finale delle Georgiche: non più le lodi a Gallo ma

l'episodio di Aristeo.

Fu influenzato da Partenio di Ncea e da Euforione.

Amò, sotto lo pseudonimo di Licoride, una donna seducente e spregiudicata, che da schiava era

riuscita a diventare mima, idolatrata attricetta, col nome di Citeride; lei era amante di Bruto e

Antonio (due avversari!) e abbandonò il poeta per seguire un ufficiale tra le nevi delle Alpi. Lui le

dedicò quattro libri di elegie chiamati forse Amores, o forse Lycoris.

Sino a pochi anni fa non avevamo nulla di Gallo, nel 1979 fu trovato un papiro egizio.

TIBULLO

Abbiamo poche notizie sulla vita di Tibullo, che Orazio vedeva girare per la campagna ridotto come

"un corpo senz'anima". Fece parte del circolo di Messalla Corvino e a lui fu legato sempre da

profonda amicizia.

Il Corpus Tibullianum sono tre libri; i primi due di certissima attribuzione; nel primo è cantato

l'amore per Delia, nel secondo per un'altra donna, chiamata con uno pseudonimo, Nemesi, come

una "vendetta" per i tradimenti di Delia. Il terzo libro parla di un'altra donna e forse è di un giovane

Tibullo. Molto probabile è che l'intero corpus sia frutto di poeti del circolo di Messalla: si nota

dall'aspirazione comune, comunque lontanissima dall'estrema ricchezza di toni dei poeti della

cerchia di Mecenate.

I temi preferiti dalla sua poesia sono la campagna e l'amore, spesso intrecciati. Tibullo ama vedere

Delia sullo sfondo della campagna, e contemplarla con tenerezza, talora con lieve dolore. E' un

amore che oscilla tra il desiderio di starle accanto e un certo vagheggiamento della morte. Nemesi,

nel secondo libro, che sarebbe dovuta essere la soluzione a Delia, è in realtà ancora peggio, obbliga

il poeta a un triste servitium. A differenza di quello con la Lesbia catulliana, l'amore di Tibullo è più

intravisto che reale, più fantasticato che vissuto realmente; quest'idea è rafforzata dalla forma

narrativa che è ondosa: gli argomenti si accavallano uno sull'altro, vengono lasciati per essere

ripresi; tutto ruota intorno al tema centrale, la composizione è quindi varia ma organica.

Il linguaggio sembra sobrio, ma è studiatissimo anche qui.

La III elegia del I libro permette di comprendere bene un esempio della composizione di Tibullo: è

a Corfù, malato, e teme di morire lontano dai suoi, lontano da Delia che ha interpellato gli oracoli;

se si salverà dovrà celebrare i Penati e i Lari. Il ricordo di queste divinità gli suggerisce la

rievocazione dell'età dell'oro; che contrappone a quella del presente, che è regno di Giove, di stragi

e morte; dello stesso Giove che dovrà salvarlo. Se invece dovesse morire, sarebbe portato negli Elisi

da Venere; ma non esistono solo gli Elisi...ecc. Delia, però, resti casa e priva di colpa; raccolta

nell'intimità della casa, tra la nutrice e l'ancella, sarà colta da lui all'improvviso, e gli verrà incontro

a piedi nudi e coi capellis scomposti; immagini tra le più alte dell'arte tibulliana. E' tutto così

incerto: non solo non è mai avvenuto, ma non si sa se avverrà. Sogna di morire tenendo la mano di

lei, come pure una vita agreste insieme a lei, o di abbandonarsi e contare nulla in una casa dove lei

domina.

La campagna di Tibullo non è solo quella di Delia e della tenerezza amorosa; è anche quella che si

contrappone, con la sua pace, al fragore delle armi. È la campagna degli dei del focolare, delle

tradizioni agresti; genuina, modesta.

Ligdamo è lo pseudonimo che il poeta si dà nel libro III; certamente non è Tibullo (Dalla data di

nascita potrebbe essere un primo Ovidio, ma lo stile è differente), ma un altro poeta del circolo di

Messalla. Certo è che, chiunque sia, ha imitato bene sia Ovidio che Tibullo.

Anche il Panegyricus Messallae, composto forse nel 31 a.C., che apre il IV libro del Corpus, non

sembra essere di Tibullo: il caratteristico divagare tibulliano qui è solo retorica scaduta.

Seguono nel IV libro altri componimenti, di cui solo gli ultimi due sono tibulliani (come resta

strano, però, che parli di amori altrui; quelli di Sulpicia e Cerinto).

PROPERZIO

Fece parte del circolo di Mecenate.

Cantò l'amore per Cinzia nel suo monobiblos (libro unico): una donna colta e mondana, elegante

amante della danza, della poesia, e anche di facili avventure amorose. I due si amarono

nevroticamente per 5 anni. Quando la donna morì, nel poeta l'amore infiammò ancora più forte; non

ci fu mai una fine.

Properzio conobbe i più importanti poeti dell'epoca: Virgilio, Ovidio, Orazio (coi quali ebbe

rapporti difficili per divergenze ideali) e Tibullo (col quale sembra ignorarsi reciprocamente).

Amore e poesia sono inscindibili in Properzio. La sua è una scelta: quella di proclamare il suo

servitium Amoris, la sua dedizione totale, implicito è l'allontanarsi dalla vita politica.

A differenza di Tibullo, Properzio ha un'immaginazione corposa, che ama le tinte intense. L'amore è

al centro del suo canto, ma un amore fatto di passione e tormento, assoluto e coinvolgente, che

supera finanche le barriere della morte. E' una presenza splendida fatta anche di carne che

ossessiona il ricordo e alimenta la gelosia di Properzio; è descritta anche una notte di passione con

somma audacia. Properzio ama fissare Cinzia in situazioni assurde, come in un naufragio, ma anche

in momenti di seduzione; come nel giorno del compleanno in cui la invita a vestirsi col vestito con

cui si erano visti per la prima volta.

L'ira di Cinzia attira spesso la fantasia del poeta, egli ricorda con piacere persino le coppe di vino

lanciategli in faccia. Quelle, come le lividure, sono segni di passione. Persino dopo la morte, Cinzia

appare al poeta non come defunta/fantasma, ma in carne ed ossa; in una presenza ossessiva. "Ama

chi vuoi" – gli dice Cinzia – "tanto tra poco solo io ti terrò" (lei è, ricordiamolo, defunta.).

Properzio sublima la realtà elevandola a mito.

Scrive anche, lasciandosi convincere da Mecenate, le Elegie romane: canti eziologici sulla scia

degli Aitia di Callimaco. Ovidio riprenderà l'elegia eziologica coi Fasti. Properzio rivive dunque le

origini di storie e leggende dell'antica Roma colleganodi a Callimaco, ma con una visione finale più

ampia. È vagheggiata l'età primitiva di Roma, prischi miti e leggende.

La lingua e lo stile

A termini dotti e ricercati si alternano espressioni del linguaggio quotidiano; a volte compare anche

una certa ironia. Si avverte un incalzare di immagini che s'addensano come in blocchi. C'è in lui

un'atmosfera mitica che pone ogni cosa in una prospettiva ideale.

Oggi Properzio è sentito come "moderno"; tradotto e modernizzato da Ezra Pound.

OVIDIO

Come già detto, Ovidio rappresenta la seconda metà del periodo augusteo; una Roma sontuosa e

una cultura compiutamente greco-latina.

Nacque a Sulmona nel 43 a.C. da agiata famiglia equestre; come tanti viaggiò ad Atene per

formarsi; prestissimo sentì la vocazione per la poesia "tutto ciò che provava a dire era in versi".

Conobbe i maggiori poeti dell'epoca e stette sia con Mecenate che con Messalla. Nell'8 d.C., quando

tutto sembrava andare a meraviglia, Augusto ordinò una relegatio nei suoi confronti nell'attuale

Cosenza. Città inospitale dove rimase fino alla morte (17 o 18 d.C.). Non trattandosi di exilium, non

perse i diritti del cittadino romano. Non si conoscono i motivi precisi di questo severo trattamento.

Secondo Ovidio stesso sono stati due: carmen et error. Carmen sta naturalmente per l'Ars amatoria

che non dovette essere particolarmente apprezzata dalle alte cariche dello Stato; condannata e anche

ritirato dalle biblioteche pubbliche. Riguardo l'error si è detto molto; probabilmente è stato uno

scandalo di corte. Fatto sta che né Augusto, né il suo successore Tiberio, gli concedettero il perdono.

OPERE

Le dividiamo in tre periodi:

1- Poesie erotiche

Amores: in tre libri, tra il 23 e il 14 a.C (era ventenne). Sono elegie amorose nelle quali è cantata

Corinna; personaggio lontano anni-luce dalle altre donne cantate dai precedenti poeti elegiaci; pur

tuttavia, Ovidio trae ispirazione da questi, trae la casistica e i "luoghi comuni" (lamento davanti alla

porta dell'amata; il servizio d'amore come milizia ecc.). Corinna è una somma di tutti gli amori; un

insieme di donne. Amore come avventura: corteggiamento, attese, ritrosie, conquiste mai

definitive... Ovidio qui è ironico e arguto. È poesia di una superficialità che incanta; egli non può

conoscere un solo oggetto d'amore; ogni donna ha una sua attrattiva.

Heroides: sono lettere d'amore in metro elegiaco, indirizzate da donne, in genere del mito, ai loro

amanti. Penelope ad Ulisse, Didone ad Enea, Medea a Giasone. Ci sono anche, poi, lettere di eroi

alle loro amate, con tanto di risposta. Domina la tendenza a convincere il destinatario a ricambiare

l'amore. Ovidio può vantarsi di aver introdotto una novità assoluta. Le donne del mito sono qui

umanizzate, vivono le stesse passioni delle donne di Roma, di sempre. Il motivo alla base è quello

dell'amore infelice. E' importante notare come Ovidio, erede di Euripide, approfondisce molto

l'aspetto psicologico, pur non scadendo nella freddezza, grazie al fatto che possiede un'ottima

retorica. In questo si nota come le Heroides sono la più moderna delle opere di Ovidio.

Ars Amatoria: la composizione è tra l'1 a.C. e l'1 d.C. Sono tre libri in distici elegiaci. I primi due

libri sono dedicati agli uomini, ed è enunciato come conquistare (I) e conservare (II) l'amore di una

donna; nel III, composto più tardi, le stesse cose sono dette alle donne. Anche questa è un'opera

nuova: si tratta di una precettistica di galanteria erotica, condita di piacevolezze e arguzie; ma nella

struttura di poema didascalico. L'arguzia del poeta, effettivamente, è sopra a tutto: sopra ai

riferimenti mitici, sopra i consigli ecc. Lo sfondo sembra essere sempre quello della Roma

dell'epoca: sontuosa e luminosa.

Medicamina faciei femineae: ovvero "L'arte del trucco", è precettistica e indica come truccarsi.

Remedia amoris: con fine ironia, Ovidio invita l'amante infelice a considerare i difetti dell'amata, a

fuggire la solituine e, insomma, a distrarsi.

2 – Opere mitologico-narrative (>3d.C.)

Metamorfosi: il "poema delle trasformazioni". Contiene circa 250miti uniti tra loro dal tema della

trasformazione.

Numerosi possono esser state le fonti: quello per la trasformazione era un gusto tipicamente

alessandrino, ma anche di Catullo e Virgilio. Il motivo di quello che Ovidio nel proemio definisce

carmen continuum è quello di andare dall'origine del mondo, quindi la prima trasformazione del

caos in cosmo, fino al catasterismo di Cesare in astro, qindi la celebrazione di Augusto. Il motivo

del continuum è ribadito quando è messo in bocca a Pitagora nel libri XV; egli dice infatti che

l'universo dev'essere inteso come luogo di eterna trasformazione.

I miti sono uniti tra loro con legami spesso sottilissimi e vi è una gioia nel narrare che ricorda quella

dell'Ariosto del Furioso. Della mutazione Ovidio raccoglie il dolore più intenso, a volte la lentezza,

a volte l'essere repentino. Accanto al mito, l'amore è l'altro grande tema delle Metamorfosi: non

quello dell'Ars, ma quello del mito, che conosce mille modi e modulazioni differenti. C'è un velo di

tristezza, specie quando Filemone e Bauci vengono uniti solo nella trasformazione in alberi. Anche

Apollo e Dafne diventò famoso; Narciso ed Eco idem.

Fasti: sono opera narrativa che vuole illustrare il calendario romano (fasti sta per "calendario");

furono composti insieme alle metamorfosi, ma vennero interrotti per la relegazione a Tomi.

L'intento è quello di spiegare le lontane origini di una festa, di un culto, di un nome. Ciò che manca

davvero sono le motivazioni interiori di un'opera che si confaceva più al programma augusteo di

restaurazione. Vi sono rievocazioni di feste in onore di dei romani, antichi personaggi della

tradizione. Ovidio ha avuto il merito di aver fissato e trasmesso ai secoli un'immagine concreta e

verace di quella che a lui appariva la religiosità romana.

Ancora una volta il mito è avvertito dal poeta in maniera cordiale, con familiarità coi culti, i riti, gli

dèi di Roma.

3 – Periodo dell'esilio

Tristia: i destinatari NON vengono nominati.

Epistulae ex Ponto: i destinatari vengono nominati

I temi sono sostanzialmente identici: la tristezza dell'esule, la desolazione che lo circonda, il

rimpianto della Roma mondana ecc. Monotonia di forma e sostanza. Addirittura Ovidio chiede

scusa ai lettori, chiede di compatirlo in quanto sta scrivendo per consolarsi e non per fame di gloria.

Lontano da Roma, Ovidio scopre il dolore. È un Ovidio solo con se' stesso.

Ibis è un poemetto contro un anonimo avversario.

Gli Halieutica sono invece un poemetto sulla pesca. Si dubita possa essere autentico. Scrisse anche

una fortunata Medea e un poema astronomico.

LIVIO

La sua opera costituisce un monumentale affresco degli eventi che condussero Roma al culmine

della sua potenza e, insieme, il bilancio di un ciclo storico che si avviava verso un declino senza

scampo.

La vita e l'opera: nacque a Padova nel 59 a.C. Asinio Pollione tacciava la sua lingua di patavinitas

(padovanità). Pur non rivestendo alcuna carica pubblica, fu molto amico di Augusto che lo

chiamava, con benevola ironia, "pompeiano", cioè sostenitore dei vecchi valori della Repubblica.

Fu rinomatissimo ai suoi tempi: uno spagnolo si recò da Cadice a Roma soltanto per incontrarlo, e

se ne tornò in patria senza voler vedere altro. Morì a Padova nel 17 d.C.

Alcune opere sono perduto, qualcuna di filosofia e una Epistula ad filium nella quale gli

raccomandava la lettura di Demostene e di Cicerone.

La grande fama gli viene dai 142 libri Ab urbe condita: una imponente storia di Roma iniziata a

comporre intorno al 25. E' divisa in deche (non è escluso che tale divisione sia stata dello stesso

Livio), di cui noi abbiamo la prima, la terza, la quarta e metà della quinta.

Conosciamo il disegno generale dalle periochae: brevi sommari compilati più tardi. La storia

comprendeva il periodo dalle leggendarie origini di Roma sino alla morte di Druso (9 a.C.); forse

nei progetti l'opera doveva constare di 150 libri; cioè fino alla morte di Augusto.

Il metodo storico: Livio definisce annales la sua opera storica; effettivamente, almeno nella forma

esteriore, usa lo stesso metodo: la narrazione è di anno in anno; si inizia dalla registrazione dei nomi

dei consoli per poi elencare i più importanti avvenimenti civili e religiosi. La sua scelta è molto

significativa, specialmente dal momento in cui storici a lui cronologicamente vicini (si veda

Sallustio) avevano già ampiamente fatto ricorso al metodo monografico. Tornare agli annales

significava tornare alle origini della storiografia, all'età dell'oro. Tuttavia, per scongiurare il rischio

di questo tipo di narrazione, e cioè la frammentarietà, Livio infonde un profondo carattere unitario a

quello che potremmo definire un enorme epos narrativo.

Il problema delle fonti: Individuare le fonti di Livio è parecchio arduo, sia perché non conosciamo

gli autori che lui cita, sia perché spesso è molto generico nel nominarli come auctores, scriptores e

simili. Sappiamo comunque esserci storici precedenti, le Origines di Catone e i primi annalisti come

Fabio Pittore. Un discorso a parte va fatto per Polibio: pur essendo accostabili per la versione

universale e non particolaristica della storia, a Livio non intererssava il puntiglio polibiano di

andare a cercare le cause degli eventi; il metodo di Livio può far sorridere (o peggio) chi oggi si

occupa di storia. Egli infatti non fa una scelta critica delle fonti; spesso e volentieri ne sceglie solo

una (quella più antica) e accentua gli aspetti drammatici o patetici per essere più affascinante.

Quando trova fonti leggermente differenti si limita a citarle brevemente a margine.

Molto si è detto sulla credibilità di Livio che, nonostante Dante dica "L. che non erra", non è alta,

tutt'altro: egli ha escluso dalla ricerca storiografica l'indagine sulle cause, le concatenazioni

economiche e gli scenari geo-topografici. Non è nemmeno paragonabile all'attuale storiografia.

La Praefatio e la verità storica di Livio

Intento dichiarato nella praefatio non è quello di appurare criticamente i fatti nel loro svolgersi, ma

di illustrare quali siano stati la vita e i costumi, per opera di quali uomini e di quali mezzi sia stata

creata e accresciuta la potenza romana. E' una storia che mira, all'interno dei valori della prisca

tradizione, a indicare il cammino ideale che ha fatto una piccola città per mettersi alla testa di un

impero. L'impero ha assunto proporzioni talmente grandi da soffrire per la sua stessa grandezza;

l'intera vicenda di Roma è vista come una progressiva decadenza dalla purezza dei tempi antichi

sino alla corruzione contemporanea nella quale, dice Livio, né i mali, né gli stessi rimedi sono più

sopportabili.

Vi è un inquieto pessimismo che cerca scampo nella contemplazione del passato, di un passato

dove dei e uomini camminavano vicini, dove il mito è talmente offuscato da sembrare realtà; dove

c'è l'anello di congiunzione col presente è nel programma moralizzatore di Augusto; in questo i due

si trovano d'accordo. È epopea drammatica, perché tutta la storia di Roma viene rappresentata nell

aforma di un dramma grandioso e solenne, animato da un entusiasmo che solo gli amori assoluti

sanno destare: Livio è affascinato dalla virtus romana che è voluta dagli dèi, da un impero che

rivaleggia proprio con quello divino.

Alla storia di Livio, insomma, non si può chiedere autenticità; vi si può rinvenire, però, tutta una

serie di dati che non si trovano negli archivi: la vita di un popolo, i suoi costumi e le idealità.

Se Polibio vedeva nella religione solo un metodo di controllo delle masse, per Livio la sacralità è

fondamentale.

Di importanza fondamentale è la virtus del popolo romano, non del singolo. Anzi, è anche del

singolo solo quando risolve bene nel corale. In una celebre digressione Livio sostiene che se Roma

avesse combattuto contro Alessandro Magno avrebbe senz'altro vinto proprio perché la virtus era

del popolo e non del singolo, come nel caso nel condottiero macedone.

L'arte drammatica e lo stile

Livio concretizza il suo mondo ideale e morale in scene e personaggi di intensa drammaticità. Livio

sa rendere bene tanto la psicologia di una folla, tanto una contrapposizione tra animi. Importante è

anche la tecnica del discorso diretto ricostruito in maniera tucididea coi concetti essenziali, con fine

arte di drammaturgo.

A livello di stile riprende la prosa di Cicerone con altissima eloquenza che non è, si badi, semplice

abbellimento retorico. Quintiliano ne esalta la prosa fluida, limpida. È una prosa ricca, talora

sovrabbondante nelle sue subordinate, ma che conosce il senso della misura.

VITRUVIO

Scrisse un trattato organico di scienza della costruzione, destinato a fare da importante tramite tra

l'architettura antica e la formazione della nuova architettura rinascimentale. Riscoperta nel 1414,

ispirò Vignola e Palladio.

La vita e l'opera

Molto poco sappiamo della biografia di Vitruvio Pollione. Fu una sorta di ingegnere del genio

militare al seguito di Cesare in Gallia; sia per lui che per Augusto progettò macchine belliche, ed

entrambi gli concessero una pensione a vita; evidente segno di riconoscenza.

Vitruvio compose un trattato di dieci libri, il De architectura, dedicato a Ottaviano tra il 27 e il 23

a.C.. Qui la costruzione viene vista coincidente col progredire della civiltà (che è giunta al suo

massimo splendore); un'intima relazione si pone tra l'uomo e l'edificio. Questa sorta di "apertura

umanistica" a una scienza eminentemente tecnica è il merito più grande di Vitruvio, preoccupato di

conferire dignità a una disciplina che, come tutte le tecniche, non era adeguatamente considerata nel

mondo antico.

Passa quindi a delineare i requisiti di un architetto: egli deve possedere la scienza teorica (la

ratiocinatio) e anche l'arte pratica (la fabrica). L'architetto deve tener conto del decor e della

convenientia. Occorre, per la sua formazione, un sapere enciclopedico: la conoscenza della

geometria e del disegno, ma pure delle lettere e della storia, e poi della musica (per l'acustica dei

teatri), dell'astronomia, della medicina (per la scelta dei siti edificabili), del diritto, della filosofia

morale. Né l'ingegno senza studio, né lo studio senza ingegno possono produrre un tecnico perfetto.

Diamo un'occhiata ai libri:

1. Urbanistica: il luogo migliore per edificare una città

2. Materiali di costruzione

3. Templi, espressione fondamentale della religione del popolo romano. Tra i vari ordini, dà la

sua preferenza allo stile ionico, modello esemplare di equilibrio.

4. Altri ordini architettonici.

5. Edifici pubblici: foro, basilica, erario, carcere, curia, portici, bagni, palestra, teatri (su cui si

sofferma, distinguendo quelli greci da quelli romani).

6. Case di abitazione; passaggio quindi dal pubblico al privato.

7. Decorazione degli interni: non solo abbellimenti, ma anche dispositivi che aumentano la

sicurezza.

8. Costruzione delle macchine idrauliche

9. Costruzione degli orologi solari

10. Costruzione delle macchine da guerra.

A differenza di tutta la precedente trattatistica erudita, Vitruvio dà l'idea di avere concrete

esperienze di cantiere.

La lingua e lo stile: il De architectura ha una sua rilevanza anche dal punto di vista linguistico. Ci

sono evidenti sforzi di sopperire alla carenza nel lessico latino di termini tecnici; quindi ricorsi al

substrato popolare e ai grecismi.

ALTRI PROSATORI DI ETA' AUGUSTEA

La storiografia di Pompeo Trogo

Fu assolutamente un anti-liviano. Se Livio aveva esaltato la missione universale di Roma, per Trogo

l'impero romano è solo un momento della storia generale degli imperi, destinato pure a soccombere

per dar vita ad altra grande compagine politica. La sua è una storia universale che da Babilonia

passa all'impero persiano, al macedone e a Roma, che ha nei Parti i propri più temibili avversari che

forse la sovrasteranno.

L'opera principale sono le Historiae Philippicae, in 44 libri per noi quasi del tutto perduti. Il

contenuto è ricostruibile tramite Epitome e dai Prologi: indici fatti dallo stesso Trogo. E' quasi

indistinguibile l'epitomatore dall'autore. Il titolo riprende quello delle storie di Teopompo, lo storico

che aveva esaltato la figura di Alessandro Magno, infatti le vicende macedoniche si estendono per la

maggior parte dell'opera.

Ampia rinomanza ebbero gli Annales di Fenestella. A carattere erudito e antiquario.

LA RETORICA E SENECA IL VECCHIO

L'eloquenza e la retorica registrano in età augustea un mutamento di rotta che avrà rilevantissime

conseguenze anche su tutta la successiva produzione letteraria. Con l'accentramento del potere è

venuto meno il libero dibattito delle idee; l'oratoria si rifugia nelle scuole per discutere di argomenti

fittizi e comunque improbabili, all'insegna dell'asianesimo sfrenato: frasi brevi a effetto ecc.

Nelle scuole prevalgono due tipi di esercitazioni: le controversiae e le suasoriae: le prime sono

discorsi che, in processi immaginari, sviluppano pareri contrastanti; le seconde, letteralmente

persuasioni, sono esortazioni che intendono convincere un personaggio a fare o meno una

determinata azione. Già gli antichi avevano criticato questo metodo, colpevole di proiettare i

giovani in un mondo di fantasmi, senza concretezza. Tuttavia la retorica fu fondamentale per la

tradizione anteriore; i grandi autori seppero svuotarla e riempirla di contenuti.

Preziosi documenti delle declamazioni dell'epoca sono nell'opera di Seneca il Vecchio: la sua fama

è legata a un'opera sulle forme della retorica che compose nella vecchiaia, dal titolo Oratorum et

thetorum sententiae, divisiones, colores, che comprendeva appunto le espressioni pregnanti

(sententiae), gli schemi, lo stile degli oratori più celebrati della sua epoca. Grande pregio è quello di

citare esempi concreti di declamazioni. Seneca il vecchio è nostalgico del passato e poco incline ad

apprezzare la nuova retorica; rimpiange Cicerone. Quattro nomi su tutti: Porcio Latrone, Giunio

Gallione, Albucio Silo, Arellio Fusco; e anche Tito Labieno.

Da segnalare a Roma è la diffusione di due scuole rivali di retorica di orgine greca: la apollodorea

(poneva in risalto la normatività) e la teodorea (prediligevano la libera espressione dei moti d'animo

congiunta a una intensa forza patetica.

ERUDITI, FILOSOFI, GIURISTI

L'erudizione era soprattutto quella di Giulio Igino e Verrio Flacco. Il primo compose molte opere di

vario argomento, tutte perdute, che lo collegano all'erudizione di Varrone. Verrio Flacco fu invece

un insigne grammatico; a lui Augusto affidò l'educazione dei suoi due nipoti. Molte opere perdute,

la più notevole è il De verborum significatu : un'enciclopedia disposta in forma di imponente

repertorio bibliografico di termini ardui o antiquati.

In età augustea la componente filosofica è alla base di gran parte delle realizzazioni culturali, ma si

risolve eminentemente in espressione poetica e letteraria, lontana da ogni organicità.

Come novità vediamo la Scuola dei Sesti: il fondatore fu Quinto Sestio. Il loro insegnamento si

fondava su una mistione di elementi stoici (impassibilità del saggio), platonici e pitagorici (vita

ultraterrena e ascesi). Ritiro dalla vita pubblica e rigorosa prassi ascetica, in una dimensione

permeata di religiosità.

I giuristi Labeone e Capitone: erano più o meno opposti: il primo liberale, il secondo augusteo. In

seguito, da loro due deriveranno le scuole dei Proculeiani e dei Sabiniani.

POETI MINORI

Vario Rufo: colui che pubblico l'Eneide dopo la morte di Virgilio; appartenne al circolo di

Mecenate. Compose un De morte, un Panegyricus Augusti e una tragedia a noi non pervenuta che,

con la Medea ovidiana, era ritenuta il top del teatro dell'epoca.

Melisso, invece, propose le trabeatae: commedie denominate così dalla trabea, cioè la veste dei

cavalieri. Il tentativo fallì, scrisse 150 libri di Facetiae.

Valgio Rufo: sempre con Mecenate; fu autore di epigrammi e di elegie.

Domizio Marso: nella sua Cicuta scrisse velenosi epigrammi.

Emilio Macro: produzione a carattere prevalentemente didascalico, autore di opere sui serpenti

velenosi e sulle erbe medicinali.

Altri poeti, per di più del secondo periodo, furono Cornelio Severo, Albinovano Pedone, Rabirio,

Grattio.

L'ETA' DELLA DINASTIA GIULIO-CLAUDIA

(14 – 68 d.C.)

Si parla di "età argentea", tuttavia è una denominazione abbastanza imprecisa per una connotazione

che vorrebbe essere negativa. Ovidio aveva cantanto la mutevolezza delle forme (nelle

Metamorfosi) inaugurando la nuova età, quella del barocco letterario latino. Siamo ormai lontani

dall'equilibrio composto delle Georgiche, dell'Eneide e delle Odi di Orazio.

È l'età in cui i rapporti tra il principe e la cultura si deteriorano; finisce il mecenatismo; né Tiberio,

né tantomeno Caligola, Claudio e Nerone seppero far rinascere quel magico momento. In fondo sia

l'opera di Virgilio che di Orazio erano state favorite anche da quel senso di pace e benessere che

l'impero augusteo aveva creato intorno a sé. Negli ultimi anni, quelli di Nerone, sotto la guida di

Seneca, sembra nascere un nuovo flebile mecenatismo.

Del classicismo augusteo crollano quegli ideali di universalità legati alla natura stessa del recente

Impero, emerge tutto il viluppo delle emozioni, quel sostrato che la poetica classicista del decorum

aveva volutamente tenuto nascosto. Dominano gli animi il senso dell'umana precarietà, la relatività

del tutto, insieme a una coscienza etica ormai svincolata dai suoi compiti civili.

Quella giulio-claudia è l'età delle grandi energie spirituali e morali. Vi è da un lato il culto della

libertas, dall'altro l'avvento del Cristianesimo, i primi martiri: una spiritualità che formerà la

fisionomia della civiltà occidentale.

Il nuovo stile

I nuovi scrittori prediligono le tinte forti, gli esasperati colores, i toni cupi, patetici; organizzano i

periodi quasi a singhiozzi, lontani da quella simmetria compositiva che era stata dei classici. Da un

lato tendono a una certa brevitas che risulta concettosa, una concentrazione che rasenta l'oscurità;

dall'altro hanno, paradossalmente, la tendenza ad amplificare, ad enfatizzare, a rendere il tutto

abnorme, smisurato: questo è il barocco letterario del I secolo d.C.

È l'espressione di un mondo dominato dall'irrazionale, dall'angoscia, dal taedium vitae, ma che

registra un universale senso di humanitas, un'acuta curiositas che spinge gli animi a indagare aspetti

nuovi della vita come del sapere; un movimento non solo all'interno della Romanitas da al cosmo

intero.

Il discorso si apre con Manilio e si conclude con Severino Boezio, che inaugura il Medioevo. A

distanza di secoli l'uno dall'altro, testimoniano la continuità di alcune problematiche che saranno poi

tutte dell'uomo moderno. MANILIO

Poeta estremamente complesso (forse il più difficile della letteratura latina), è inserito in un periodo

nodale della letteratura latina. La sua opera più importante sono i cinque libri degli Astronomica. (I:

volta celeste; II: zodiaco; III: oroscopi; IV e V: influenze dello zodiaco sull'uomo).

Al centro del mondo spirituale e poetico di Manilio è il legame simpatetico che salda il cosmo nelle

sue parti e che unisce l'uomo; l'umano al divino. La stessa arida tecnica astronomica si innesta in

questo centro focale di canto. L'uomo è un microcosmo che proviene dalle stelle e ad essere deve

ritornare; il logos è dentro di lui. Se l'Essere si risolve nel Cosmo, se, insomma, la metafisica si

riduce a fisica, il reale viene a concidere col grande Corpo vivente, le cui parti sono animate da una

stessa linfa vitale. Nel cosmo è impensabile che qualcosa possa essere inutile all'armonia totale;

niente può avvenire senza significato per tutto il resto. In tale prospettiva, gli astri sono entità

divine: è impossibile che siano solo fiaccole atte a ornare la volta celeste; sono privilegiate e

influenzano la vita dell'uomo.

Come non pensare a Lucrezio? Di Lucrezio Manilio prende la struttura del poema didascalico, con

proemi e digressioni, tuttavia non siamo di fronte né a due opere simili, né a due antitesi.

Semplicemente: Manilio è il poeta della speculazione stoica; è il poeta del legame simpatetico che

lega il tutto al tutto; dei rerum catenae, cioè dei collegamenti cosmici. Il tutto non è legato al caso,

ma ha uno sviluppo coerente e necessario; ogni cosa che accade deve accadere perché è bene che

accada. Da questo deriva anche che il Fato e la Necessità non sono avvertiti come cose "dall'alto",

al contrario, sono il palpito stesso delle cose. Immergersi nel tutto vuol dire inserirsi in quel piano

necessario entro cui siamo immersi, significa realizzarlo e sentirlo come proprio.

Negli Astronomica il Fato sembra cristallizzarsi: c'è un tendenziale volgersi al passato molto più

che al futuro incerto.

La società è assolutamente a piramide; è elitaria: pochi sono i sapientes che rimangono chiusi nella

loro torre d'avorio a contemplare la volta celeste.

Eppure, nonostante questo modo di vedere aristocratico, possiede un gran senso del ritratto nel

dipingere i portolani, gli attori, i salinatori e le classi meno abbienti della Roma dell'epoca; è

un'umanità che si agita sotto alla volta celeste.

Si è parlato per Manilio di realismo estremo, che sconfina dell'oscuro; man mano che si va avanti

nell'opera egli prende le vesti del poeta vates, l'impegno didascalico cede il posto al mito erudito;

esemplare è quello di Andromeda. GERMANICO

Accanto a Manilio va ricordato anche un altro poeta cultore di astrologia: Germanico, figlio adottivo e nipote di

Tiberio.Di lui possediamo gli Aratea (traduzioni dei Fenomeni di Arato) e i Prognostica. (sempre di Arato, in traduzione

libera). La sua descrizione della volta stellata è decisamente più arida. È più interessato al collegamento tra le

costellazioni e la loro denominazione mitologica. Lo stile è tuttavia fine, elegante e conciso, la metrica è curata anche se

non perfetta. LA FAVOLA: FEDRO

E' il favolista della letteratura latina, iniziatore di un nuovo genere poetico e, insieme, espressione

spesso malinconica, della voce degli umili, degli oppressi e degli schiavi. Favole erano già presenti

in Ennio, Lucilio, Orazio ed Ovidio (per i greci citeremo Esiodo, Callimaco ed Esopo).

Restano protagonisti gli animali, quali depositari di sentenze morali; tuttavia, a differenza di Esopo,

qui anche gli animali acquistano una dimensione nuova, maggiormente legata al quotidiano, al

vissuto.

Compose cinque libri di fabulae. Un umanista del XV secolo, Niccolò Perotti, mise insieme

trentadue favole probabilmente autentiche: è l'appendix Perottina).

Man mano che si va avanti nella narrazione, Fedro prende sempre più le distanze da Esopo.

Elementi tipici della favola sono l'uso di una premessa e di una postilla in cui ci vera la morale. Gli

animali, anche se in maschere fisse, parlano la lingua degli uomini, soprattutto di quelli emarginati.

La sua è una brevitas ben studiata; non è patina popolaresca.

Fedro non è uno spirito sereno, e serena non è la sua fiaba, sofferta e malinconica. E' il mondo visto

dall'angolazione degli oppressi che, piuttosto che parlare, preferiscono la fiaba per esprimersi.

Il libro non regge a una lunga lettura, monotono com'è; tuttavia questo realismo comico, a volte

sordido, tornerà, e lo farà nel romanzo petroniano.

LA STORIOGRAFIA DI ETA' TIBERIANA

La storiografia del consenso: Velleio Patercolo

Compose le sue Historiae in maniera senz'altro squilibrata: sommaria e sintetica nella prima parte,

si fa sempre più dettagliata a mano a mano che lo storico si avvicina ai suoi tempi. Tiberio gli

appare quasi come la vetta suprema cui sia pervenuta la storia di Roma; il suo tono si fa allora

persino da panegirico. Eppure, nonostante ciò, non si può parlare, per Velleio, di gretta

cortigianeria, ché del cortigiano egli non ha l'animo. Conosce invece il lealismo del soldato (che è

stato a fianco nella campagna di Germania?) e un genuino attaccamento alla figura del suo generale

divenuto poi imperatore di Roma.

Velleio non ha il senso della storia come disamina delle cause interne; non ha il senso globale del

divenire storico: resta un moralista attento a cogliere il singolo episodio. Non usò la forma

annalistica.

Una galleria di ritratti: Velleio ha interesse per la persona umana (come Sallustio; la sua influenza

è fondamentale, simile è il colore e il gusto per alcuni preziosismi di prosa): ama soffermarsi sulle

analisi minuziose dei personaggi, non come Sallustio, che vi individuava la molla dell'agire storico,

ma come qualcuno che ama offrire dei particolari, delle curiosità (Svetonio svilupperà aspetti

deteriori). Un'altra influenza importante è quella di Livio; come lui vede Roma eterna.

Non è escluso che Tacito abbia letto le Historiae di Velleio Patercolo.

Gli Exempla di Valerio Massimo

Fu strenuo sostenitore di Tiberio; come Velleio Patercolo amò l'attenzione nei confronti dell'uomo.

Scrittore mediocre, ebbe fortuna sproporzionata, anche presso il Petrarca.

L'opera si chiama Factorum ac dictorum memorabilium libri: è divisa in capitoli (De religione, de

patientia, de humanitate, de pudicitia, de severitate...). I capitoli sono divisi in sezioni, di cui una è

di storia romana, l'altra degli altri popoli, specie dei greci.

Svariate le fonti, enumerate da lui stesso: Erodoto, Senofonte, Sallustio, Cicerone e Livio.

L'opera di Valerio Massimo si riduce quindi a una raccolta di exempla messa insieme ad uso delle

scuole di retorica; e retore, arditamente retore, resta nella sostanza V.Massimo. Il suo è uno stile

enfatico e artificiosamente scintillante; pochi episodi restano in mente. L'opera è importante più per

la curiositas così tipica dei gusti dell'epoca.

La storia romanzata di Curzio Rufo

L'opera è lo sviluppo di un unico, grande e famoso exemplum: quello di Alessandro Magno. Curzio

si rifà all'ellenismo. Egli non esita ad andare oltre la ricerca fantastica di ambienti e colori tipica

delle fonti greche. La sua storia ha tutta l'aria del romanzo d'avventura, è forse il primo "romanzo"

della letteratura latina, che non mancherà di influenzare le numerose redazioni del fortunatissimo

Romanzo di Alessandro in età medievale. Curzio è attratto dal profondo fascino delle imprese del

condottiero macedone, reso ancor più acuto dalla morte prematura. L'atmosfera è esotica, carica di

pathos. A lui non interessa la veridicità, ma l'accentuazione del meraviglioso. Una particolarità (che

fa capire quanto gli importasse della veridicità e dell'oggettività): cita ellenisti anti-romani e poi

addirittura Livio!

La storia di Curzio si legge con diletto; lo stile è variegato, ricco di interrogazioni, antitesi, frasi ad

effetto. Soprattutto è interessante documento dei mutamenti dello stile della prosa da Livio a Tacito.

La storiografia dell'opposizione

L'età giulio-claudia conosce un altro tipo di stioriografia, che, collegandosi agli ideali repubblicani,

si pone in netta opposizione al principato. Le opere di questi autori non sono pervenute

(naturalmente sono state distrutte). Nonostante ciò, Tacito si ispirò più a questi storici che ai

precedenti.

Ricordiamo Cremuzio Cordo, autore di Annales nei quali si esaltava la figura di Bruto e di Cassio.

Anche Aufidio Basso è tra le fonti di Tacito.

SCRITTORI TECNICI ED ERUDITI

In questo periodo continua la tradizione tecnica tipica dell'età augustea, favorita dalla scarsa

attenzione all'attività politica causata dalla mutazione dei tempi.

La medicina: Celso

Mise insieme una vasta enciclopedia detta Artes o Cesti, comprendente arte militare e

giurisprudenza, retorica, filosofia, agricoltura e medicina. Fu molto apprezzato nell'antichità.

Il De medicina di Celso, per competenza e ricchezza di fonti, doveva superare la trattazione che allo

stesso argomento aveva riservato Varrone. La medicina è sorta sia per ristabilire la salute, sia per

rimediare ai dani prodotti nel fisico per l'eccessiva cura dello spirito. Dimostra di seguire una via

intermedia tra le due principali scuole di medicina dell'epoca: la razionale (ricercava le cause delle

malattia) e quella empirica (noncurante dell'eziologia, seguiva la via pragmatica). Per Celso la

medicina deve limitarsi a tener conto solo delle cause evidenti. Accetta la dissezione dei cadaveri,

condanna duramente la vivisezione.

La geografia: Pomponio Mela

Compose una descrizione della terra, una Chorographia in tre libri; l'opera geografica latina più

antica a noi pervenuta. Per la sua descrizione, Mela muove dallo stretto di Gibilterra per percorrere

le coste del Mediterraneo in senso antiorario, dall'Africa verso l'Asia...

Possiede spiccato il gusto, l'elemento leggendario e meraviglioso; ma è anche un erudito che prende

da diverse fonti. Si rammarica di non poter approntare una trattazione più ampia sullo stesso

argomento e di non poter agghindare la sua opera con gli abbellimenti della retorica. Lo stile è

davvero attraente e gradevole.

L'agricoltura: Columella

Già Catone e Varrone ne avevano parlato. Era argomento di alta attualità; tutta l'aristocrazia romana

era proprietaria terriera.

Il suo De re rustica ci è pervenuto integro. Parla di coltivazione di campi, alberi e vite, animali e

api; il libro X dei giardini ed è in esametri; parla anche delle incombenze dei fattori e delle

fattoresse.

Si tratta certametne del più ampio trattato di agricoltura degli antichi che ci sia pervenuto. Le fonti

sono greche (Senofonte) e latine (Catone, Varrone, Igino, Celso e Virgilio). Egli lamenta che molti

abbiano abbandonato lo studio della terra, che tempra gli animi ed è sorgente di sanità e di

benessere, per dedicarsi a ricerche inutili. Depreca l'urbanesimo e smentisce la diffusa concezione

che i campi siano ormai invecchiati e incapaci di produrre. Era stato Virgilio in un passo del De

rerum natura ad alimentare questa credenza; in realtà, secondo Columella, è solo l'incuria a

determinare la fine delle produzioni. Non è contrario alla manodopera servile, a condizione che gli

schiavi vengano scelti con criterio.

Affianca a tutto ciò la nostalgia di alte idealità e antichi ideali legati alla terra. Il suo stile,

nonostante i tecnicismi, è chiaro.

La grammatica: Remmio Palemone

Fu il maggiore grammatico dell'epoca. Uomo arrogante e corrotto, ma di grande dottrina, scrisse

un'Ars grammatica (perduta) che restò basilare per tutta la futura produzione. Era basato sulla

lettura dei classici. Derivò i suoi esempi da un ampio numero di scrittori di ogni età: da Plauto e

Terenzio a Catullo, Sallustio, Cicerone, Virgilio e Orazio. A lui si deve l'introduzione di Virgilio tra

le letture scolastiche.

La gastronomia: Apicio

Soprannominato così dal nome di un famoso bongustaio del II secolo a.C. Fu uomo di balorda

immoralità. Seneca ci dice che preferì uccidersi notando che, avendo delapidato mezzo suo

patrimonio, non avrebbe potuto continuare la sua vita da crapulone. Sembra abbia scritto un trattato

di culinaria (Apicius Caelius de re coquinaria, in dieci libri) modificato in età tardoimperiale

rispetto al nucleo iniziale. Vi è descritto il gusto di certi ambienti romani per una cucina amante

delle invenzioni spettacolari (pensiamo a Trimalchione).

L'ARCADIA NERONIANA

Calpurnio Siculo

Scrisse sette bucoliche ove domina l'imitazione virgiliana. Canta la novità che Nerone ha

inaugurato, è importante notare come dopo Caligola e Claudio (autoritari), il principato neroniano

sembrava configurarsi come migliore. Più di una volta, combinando Virgilio, Teocrito (fonte greca

di Virgilio stesso), Orazio ed altri, giunge a risultati originali. I suoi sono pu sempre lamenti di

anime tradite in amore, ma il suo gusto pittorico e descrittivo rende nuova la sua bucolica, specie in

certe immagini. SENECA

Personalità d'eccezione, la più rappresentativa dell'intero periodo, segna il passaggio non solo della

letteratura ma anche della spiritualità del tempo. Attraverso uno stile cangiante come l'animo

unmano, porta allo scoperto quel viluppo di passioni, ambiguità, ansie e incertezze "esistenziali"

che il classicismo aveva programmaticamente contenuto nei limiti del decorum.

Lo sconvolgimento politico lo ha portato da un lato a una visione universalistica, dall'altro a

indagare nei meandri della psiche. Ne viene fuori un'umanità che è divisa tra voglia di vivere e

attesa della morte; sono descritte le vette sublimi cui può pervenire l'uomo con l'esercizio della

virtus e gli abissi nei quali precipita quando è in preda al furor.

La vita: nacque intorno al 4 a.C. a Cordova. Acquisì presto ottime doti oratorie tanto che Caligola,

per invidia, l'avrebbe fatto uccidere se una sua favorita non gli avesse detto che tanto sarebbe morto

da solo di lì a breve. Nel 41, per i raggiri di Messalina, fu relegato in Corsica da Claudio perché

coinvolto nell'acusa di adulterio nei confronti della sorella di Caligola. Tornò a Roma grazie ad

Agrippina che lo volle come precursore del figlio Domizio (poi Nerone). Di Nerone fu il

consigliere, sostenne il sogno di un governo illuminato dalla filosofia; deludente fu la risposta del

discepolo che fece addirittura uccidere Britannico e la madre Agrippina per il suo carattere

autoritario. Seneca nel 62 d.C si ritira a vita privata, dedicandosi alla filosofia; nel 65, coinvolto

nella congiura di Calpurnio Pisone, fu costretto da Nerone a darsi la morte.

Le contraddizioni

Oppositore della tirannide di Caligola, incorse nelle ire imperiali per volgari intrighi di palazzo; una

volta esiliato in Corsica scrisse una servile consolazione a Polibio, potente liberto di Claudio,

cercando di ingraziarsi quest'ultimo. Dopo la morte di Claudio, mentre componeva l'orazione

funebre pronunciata da Nerone, compose il Ludus de morte Claudii, una satira irriverente contro il

defunto imperatore. Ebbe, secondo le fonti, un atteggiamento poco chiaro nei confronti

dell'assassinio di Britannico e persino di fronte all'uccisione di Agrippina (madre di Nerone

possessiva e accentratrice). Predicò il distacco dai beni terreni ma accumulò ingenti ricchezze e

ricercò prestigiose cariche. Tuttavia egli parla della virtù per come dovrebbe essere, non per come è

lui. Fu tortuoso e barocco sia nello stile che nella vita.

Le opere filosofiche

Ci sono pervenuti dieci Dialogi (non si sa se la denominazione sia o meno postuma), il nome è

dovuto alla forma tipicamente colloquiale dell'esposizione, quasi di dialogo con se' stesso o con un

immaginario interlocutore.

I Dialogi sono i seguenti:

 Ad Lucilium de providentia: gli apparenti mali che colpiscono i buoni rientrano in un piano

provvidenziale.

 Ad Serenum de constantia sapientis: il saggio non può soffrire ingiurie dal momento che la

virtus è invulnerabile.

 Ad Novatum de ira libri tres: il dialogo è dedicato ad Anneo Novato, suo fratello; a lui

indica i modi per liberarsi dall'ira.

 Ad Marciam de consolatione: Seneca consola Marcia della morte del figlio. La morte è

contenuta nel vivere stesso.

 Ad Gallionem de vita beata: la felicità consiste nella virtù; non è nesessario rinunciare ai

beni terreni, purché adoperati con moderazione.

 Ad Serenum de otio: esaltazione della vita contemplativa

 Ad Serenum de tranquillitate animi: suggerimenti sui modi opportuni per raggiungere

l'equilibrio

 Ad Palinum de brevitate vitae: il tempo assegnato alla vita umana è breve solo per quanti lo

dissipano. La natura ci ha concesso tempo sufficiente, tanto più che col nostro spirito

possiamo superare le barriere del tempo e partecipare all'eternità.

 Ad Polybium de consolatione: Seneca consola Polibio della morte del fratello.

 Ad Helviam matrem de consolatione: consola la madre del proprio esilio, per consolare

anche se' stesso.

Vi sono anche opere filosofiche non comprese nel corpus dei dialogorum libri; sono:

 Ad Neronem Caesarem de clementia dedicato a Nerone appena asceso al trono. Seneca

insiste su una virtù che era stata alla base del governo di Cesare. Primissima fase di Nerone.

 De beneficiis libri VII: necessità di fare e ricevere del bene.

 Ad Lucilium naturalium quaestionum libri VII: le Naturales quaestiones sono indirizzate a

Lucilio, costituiscono l'opera "scientifica" di Seneca, dedicata all'astronomia, alla

metereologia e alla geografia. Si parla dei fenomeni celesti, fulmini, tuoni, venti terremoti

ecc. Vi sono digressioni anche a carattere morale; e l'intento ultimo è proprio morale:

attraverso la conoscenza del cosmo l'uomo si libera dalla paura e può affrontare la ricerca

della perfezione interiore. Inevitabile il confronto col De rerum natura; anche lì, però,

nonostante le diverse partenze, si era subordinata la scienza al fine etico al fine di liberare

l'uomo dal timore degli dei.

 Ad Lucilium epistulae morales: è il frutto più maturo di Seneca filosofo. Qui vi è la summa

della sua filosofia morale. Il destinatario è un pretesto; Seneca si rivolge a ogni uomo:

incombe, assillante, la presenza della morte. Si parla di vita, morte, spirito, libertà,

indipendenza.

Il pensiero

La ricerca della perfezione interiore e l'interesse predominante per i problemi etici caratterizzano lo

stoicismo romano di età imperiale; il tipico ripiegamento intimistico.

Sognò sempre un principato illuminato, sulla scorta della Repubblica di Platone, fu precettore di

Nerone, era ben sperante nei suoi riguardi. Anni dopo, come è noto, preferì la meditazione

filosofica.

Quello di Seneca è uno stoicismo aperto a ogni apporto vitale di pensiero (non mancano citazioni

epicuree). E' tutto sommato uno stoicismo vitale e molto personale; la sua non è dottrina

sistematica, è ragionata, acuita.

Il problema di Dio: Seneca ribadisce, con gli stoici, che il divino coincide con la razionalità insita

nel reale, in maniera panteistica. Dio è il logos immanente nelle cose, e dunque il destino che

collega il tutto con coerenza. Eppure, in alcuni passi, sembra un Dio personale, presente nell'anima

umana.

Anche per anima, di cui più volte afferma la natura materiale, a volte pare tirar fuori la teoria

platonica del corpo prigione dell'anima. Vi sono accenni alla vita futura, dopo la morte, che sono

inquietanti. ("dies iste quem tamquam extremum reformidas aeterni natalis est").

Centrale è poi la dimensione dell'interiorità; il saggio guarderà con suprema indifferenza eventi che

solo dai superficiali potranno essere indicati come negativi (coloro che non capiscono l'inalterabile

razionalità divina dell'universo).

Seneca, nonostante questo tendere all'imperturbabilità, vibra di umanità. Un'umanità che lo porta a

comprendere i limiti dell'uomo, mai esente dal peccato; una dimensione lontanissima dalla

perfezione. Cos'è uno schiavo, un liberto o un cavaliere? - si chiede. Ha parole buone anche per gli

schiavi; gli uomini sono uguali, tutti generati dalle stesse sostanze.

Seneca e il Cristianesimo: nonostante sembri a tratti avere una patina cristiana, da questa religione

è abbastanza lontano: il suo saggio è parte della divinità, non necessita affatto della sua redenzione;

in più non possiede l'idea di caritas e la chiara concezione di un dio trascendente e personale.

Mentre il Cristianesimo predica l'abbandono, Seneca tende a dire che l'uomo deve riscattarsi da se'

con l'esercizio della virtù.

Alla base della sua filosofia c'è poi una magistrale analisi dei viluppi della psiche umana; nel

tentativo, a volte senza speranza, di porre una ratio in una materia informe e oscura.

LO STILE

Lo stile nelle opere filosofiche è cangiante, secco, nservoso, sembra seguire i contorni delle

inquietudini dell'animo umano. È l'incocinnitas opposta alla concinnitas ciceroniana; prevale la

paratassi convulsa e asimmetrica. È il linguaggio dell'interiorità che diventa della predicazione. La

prospettiva prelude a quella che sarà la fuga mundi del rigido ascetismo medievale; non a caso,

infatti, sarà enorme, durante il Medioevo, la fortuna del Seneca "morale" .

L'apokolokyntosis

Si tratta di un'ironica satira menippea rivolta contro l'imperatore Claudio. Si discute molto sul titolo,

non si sa se significhi "lode a quella zucca di Claudio" oppure "inzuccamento di Claudio"; lo stile è

simile a quello del Seneca filosofico.

La trama: Claudio, l'odiato imperatore che lo aveva esiliato in Corsica, dopo la morte arriva al

concilio degli dei che rifiutano la nuova divinità; viene quindi sbattuto all'Inferno e condannato a

giocare a dadi con un bossolo senza fondo.

Questo ludus resta la più efficace testimonianza della versatilità di Seneca, nell'arte come nella vita.

Dal "comico" non esiterà a passare al "tragico".

LE TRAGEDIE

Sono nove:

1. Hercules furens: Giunone fa impazzire Ercole reduce dagli inferi; l'eroe ucciderà moglie e

figli. Rinsavito, vorrebbe suicidarsi, ma poi si reca ad Atene per purificarsi.

2. Troades: Polissena, figlia di Priamo, viene sacrificata per ottenere il ritorno della flotta

greca. Invano Andromaca cerca di salvare suo figlio Astianatte dal sacrificio; Ulisse glielo

sottrae.

3. Phoenissae: è una tragedia su due episodi: Antigone impedisce al padre Edipo di darsi la

morte mentre Giocasta tenta di impedire la strage fraterna di Eteocle e Polinice.

4. Medea: a differenza del modello di Euripide, qui Medea è donna efferatissima (non più

umana) fin dagli inizi; l'epoca di Nerone non ha tinte di mezzo.

5. Phaedra: la vicenda del folle amore di Fedra, moglie di Teseo, per il figliastro Ippolito.

Davanti al rifiuto del giovane, Fedra lo accusa di averla sedotta. Teseo maledice il figlio, che

muore massacrato dopo esser stato sbalzato a terra dai cavalli del suo cocchio. Davanti al

cadavere di Ippolito, Fedra confessa la colpa e si trafigge con una spada cercando di

raggiungere il figliastro negli inferi. E' la tragedia suprema dell'amore e della morte; il

motivo sarà ripreso da moltissimi: Racine, D'Annunzio, Swinburne ecc.

6. Oedipus: Edipo è colpevole, senza saperlo, di avere ucciso il padre e sposato la madre

Giocasta. Quando lo scopre si acceca, e Giocasta si uccide. In Sofocle Edipo è vittima di un

immeritato destino, qui in Seneca, al contrario, diventa immagine di un male profondo, è

una colpa molto più intima.

7. Agamennon: Agamennone è ucciso da Clitemestra e da Egisto, suo amante. [...]

8. Thyestes: tragedia a "sfondo politico", vuole dimostrare le perversioni della tirannide. Tieste

e Atreo sono fratelli, il secondo invita a un banchetto il primo per una conciliazione, in realtà

sta macchinando un piano: fa mangiare a Tieste la carne dei suoi stessi figli. Tieste piange

mentre mangia senza sapere perché, chiede ad Atreo di vedere i figli e questi gli mostra le

teste mozzate. È una pagina di altissimo teatro, macabro all'ennesima potenza,

ricercatamente smisurato.

9. Hercules Oetaeus: Ercole torna a Trachis con Iole, di cui è innamorato [...]

Il mondo tragico di Seneca

Questo teatro di Seneca è destinato prevalentemente alla lettura (non è da escludere che qualche

tragedia sia stata realmente rappresentata). È un teatro filosofico; non bisogna criticarlo per il gusto

del macabro e dell'orrido; questo tende a esprimere il contrasto insanabile tra la ratio e il furor. Non

solo, per molti versi Seneca può essere considerato il vero fondatore della tragedia moderna

(eternità dei sentimenti trattati, valore psicologico ecc.). Ha la forza, rispetto ai modelli, greci, di

attualizzare il mito. Se Euripide ironizzava sul mito, riducendolo a livelli umani, Seneca del mito

accoglie e sviluppa elementi bestiali, subumani, ove ogni prospettiva religiosa è assente.

PERSIO

Le Satire

Il liber di Persio comprende sei satire in esametri.

1. La prima satira è di argomento letterario: Persio polemizza contro la vuota poesia dei suoi tempi avida solo di

facili applausi, laddove gli intende proporre una satira di alto impegno morale.

2. La seconda è polemica nei confronti di un culto religioso pago solo alle apparenze.

3. La satira del "giovin signore". È un invito alla filosofia rivolto a un giovane accidioso e

dimentico dei suoi doveri. Mirabile la descrizione del crapulone che muore bella vasca da

bagno dopo essersi abbuffato.

4. Conoscenza di se' stessi e condanna di quanti si dedicano alla politica senza un'adeguata preparazione

5. La quinta è la più bella: indirizzata al suo precettore. Persio esprime nelal prima parte tutta

la sua affettuosa riconoscenza. Nella seconda tratta il tema della libertà interiore, che

soltanto l'applicazione alla filosofia riesce a dare.

6. Contrapposizione della serenità del poeta alla follia degli avari che accumulano a beneficio degli eredi.

La satira "barocca"

Come Manilio, anche Persio fu stoico integrale. Consumò la sua breve esistenza tra le mura

domestiche. C'è un'enorme differenza tra la sua satira barocca, impregnata di stoicismo, e la vita

pulsante di umanità di Orazio. Il suo stile è teso alla ricerca di una novitas espressiva; tende alla

polisemia spesso di ardua interpretazione. Vuole rappresentare la realtà così com'è, coi verba togae

(le parole di tutti i giorni). Non ama la facile ispirazione e gli applausi effimeri: la sua vuole essere

una poesia di strenuo impegno stilistico e insieme morale. Il suo stile difficile sembra registrare le

sofferenze dell'anima.

Potrebbe sembrare un isolato; non è così se si pensa che il mondo che descrive non è, a conti fatti,

lontani da quello petroniano.

Le sue satire vanno lette così come sono, come documento umano di un poeta giovane, troppo

giovane, che volle, nella vita come nell'arte, essere vecchio molto prima del tempo. Di tutto ciò fu

consapevole dal momento che si premurò di stilare un minuzioso testamento, che i fatti non

dimostrarono prematuro. LUCANO

Poeta arduo, piacque al Goethe del Faust, a Keats, a Shelley, a Foscolo, al Manzoni, al Leopardi.

Anche Dante stesso lo rappresenta nella raffigurazione di Catone nel I del Purgatorio.

Cantò nel suo poema la guerra civile tra Cesare e Pompeo: nei toni di un convulso patetico

"barocco" (fu nipote di Seneca!) sovvertì in parte le strutture tradizionali dell'epos, immettendoci

uno scottante tema storico dominato dall'angoscia del vivere, dal senso della morte.

La vita

Nacque a Cordova come Seneca nel 39 d.C.; fu diametralmente opposto a Nerone sul piano

letterario: autoritario il primo, libertario Lucano. Come attesta Tacito, il poeta fu tra gli esponenti

principali della congiura di Pisone. Fu, come lo zio, costretto a uccidersi: si lasciò morire

dissanguato nel 65, poco più che 25enne.

Il poema storico

Pharsalia è il titolo tradizionale del poema, mentre alcuni parlano di Bellum civile. Vi è descritta la

guerra tra Cesare e Pompeo, dal Rubicone fino alla rivolta di Alessandria.

[trovo abbastanza superfluo fare la descrizione libro per libro; ci basta sapere che sono dieci]

Naturalmente è in esametri, restò certo incompiuto per la morte del poeta. Vi è all'interno

un'evoluzione ideologica: nei primi 3 libri c'è una laus Neronis e una generale opinione positiva del

principato; nei successivi, complice la svolta autoritaria di Nerone, vi è un vagheggiamento e

l'esaltazione del regime repubblicano.

Le fonti sono quelle dei Commentarii belli civilis di Cesare, la storia di Livio e Seneca retore.

Dominano nel poema il paradosso in tutte le sue forme, le tinte cariche a effetto, la tensione, la

contraddizione dell'età neroniana che rifiuta il decorum non per statuto, ma perché è effettivamente

convulsa. Il registro è altissimo, fioriscono le iperboli.

È un'escalation: se Omero narra in maniera oggettiva e distaccata, Virgilio partecipa alla narrazione,

pur nei limiti del decorum, Lucano è, si può dire, al centro della narrazione stessa.

I rapporti con Virgilio: vi è una sorta di imitatio/aemulatio. Sarebbe riduttivo parlare di Lucano

come dell'anti-Virgilio. La Provvidenza, che in Virgilio aveva voluto la nascita di Roma, in Lucano

diventa Caso (che vuole invece la fine di Roma). I termini fede, dio e fortuna sono molto ambigui in

lui; si rifa' essenzialmente allo stoicismo, ma di questo rifiuta il Fato, che invece avverte più simile

a una tyche greca: una fortuna cieca e malevola.

I temi della poesia lucanea

Il tema della disfatta incombe. Gli dei non esistono, sono un'invenzione umana e, anche esistano, il

loro scopo è la vendetta. Bisogna però comunque intervenire nel corso della storia, anche per cause

perdute. Esemplare è l'atteggiamento di Catone.

Cesare è la forza del male, che con le sue opere asseconda le forze capricciose della Fortuna.

Pompeo cerca ancora applausi nel teatro, sogna di essere applaudito proprio mentre la Fortuna sta

preparandogli la disfatta di Farsalo; lui è l'assurdità della storia.

Anche l'amore è visto come qualcosa destinata irrimediabilmente a perire. Nulla possono i

sentimenti di fronte alla storia. Stesso dicasi per la bellezza femminile, vista come fonte di

distruzione: è il caso della bella Cleopatra.

Non si può parlare di protagonista al singolare se non per la storia stessa: è lei la protagonista, coi

suoi vinti e i vincitori.

Una grande questione di fondo: è legittimo intervenire con l'opposizione politica contro il regime

neroniano che ha calpestato la libertas oppure l'atteggiamento migliore è quello della rinuncia e

della vita umbratile? È una questione scottante.

Lo stile patetico

Nello stile risente della lezione virgiliana, ma stravolge quanto c'era già di soggettivo portandolo al

parossismo. PETRONIO

Scrittore problematico, autore della più problematica opera della letteratura latina, il Satyricon, un

romanzo misto di prosa e versi, con forma, quindi, di satira menippea.

L'identificazione, la vita e la morte

E' tacito ad identificarlo. Di lui si dice sia morto nel 66 d.C. vittima della repressione neroniana che

seguì la congiura dei Pisoni. Vediamo il ritratto di Tacito: si era procurato con la sua ignavia la fama

che altri si procurano con l'operosità, non era un uomo dissoluto, anzi, gli era riconosciuta

raffinatissima eleganza: era ritenuto arbiter elegantiae da Nerone, che nulal stimava elegante se non

approvato da lui. Cadde in disgrazia peresso l'imperatore ad opera di Tigellino. Fu condannato

mentre viaggiava seguendo Nerone in Campania; fermatosi a Cuma e non tollenrando l'attesa della

condanna, decise di recidersi da sé le vene, trascorrendo le sue ultime ore tra amene discussioni e i

versi leggeri degli amici. Compiò anche un elenco delle nefandezze di Nerone e gliele inviò,

sigillandolo col suo anello.

L'opera (le minori)

Oltre al Satyiricon gli vengono attribuiti circa 30 carmi e frammenti poetici; la paternità è spesso

dubbia. L'ispirazione di fondo è decisamente epicurea.

IL SATYRICON: LA TRAMA, I TEMI E I PERSONAGGI

Encolpio è il narratore e protagonista, il fattore unificante dell'intera vicenda. Ha un compagnone,

Ascilto, ruvido e ignorante, con cui va in cerca di esperienze. Durante una dissertazione del retore

Agamennone seguita da una tirata di Encolpio sulle cause della decadenza dell'eloquenza, Ascilto

scappa con la fiamma comune dei du, il sedicenne Gitone, giovanetto capriccioso e furbastro.

Encolpio li insegue, viene a sapere dal ragazzo che Ascilto ha attentato più volte alla sua virtù;

tuttavia, dopo una litigata, i due compagni si chiariscono. Insieme poi penetrano in una santuario di

Priapo (che perseguita Encolpio facendogli perdere la forza virile) e, cercando di rubare un pallio,

fanno la conoscenza di una femmina ardente, Quartilla, che li conduce a casa sua a partecipare a

un'orgia spettacolare. Scampati alle smanie di Quartilla, partecipano alla libera cena di

Trimalchione, prototipo di tutti i beceri arricchiti; alla cena vi sono pezzenti, morti di fame,

scroccatori, e anche borghesi che si danno arie di decoro. Non mancano i luoghi comuni fatti

passare immancabilmente per consumata cultura da salotto.

Trimalchione a tavola fa vento invitando gli altri a non fare complimenti, offre vasi da notte e

intrattiene gli altri con le condizioni delle sue viscere. C'è poi Fortunata, prototipo della moglie

arricchita, c'è l'ignorante che vuole che il figlio studi, c'è Ganimede che ricorda i tempi antichi,

Seleuco che non si lava mai e Abinna, il marmista, che si dà arie da magistrato. Sembra il Simposio

di un Platone impazzito.

Trimalchione resta comunque centrale: tanto ricco quanto cafone, espressione di un'intera classe

sociale; mai dimentico delle sue bassissime origini (a differenza degli altri a tavola). È un arricchito,

mai si è fatto buttar giù dai rovesci della sorte e sa condurre affare, anche quelli meno limpidi.

Trimalchione ha le sue paure, diventa pavido parlando di arti magiche e intenerisce al pensiero della

sua morte.

Il tema della commentatio mortis entra prepotentemente nella Cena, e non solo per l'ubriacatura. Tra

i fumi dell'alcol e dell'unto si riesce a intuire quanto i commensali, Trimalchione in primis, tengano

alla propria morte e sepoltura; emblemantico è in questo senso il cafonesco monumento funebre che

auspica per se' stesso. Viene fatto addirittura entrare uno scheletro in argento davanti al quale

Trimalchione sciorina discorsi pseudo-filosofici sulla caducità dell'essere umano, persino con

tenerissime lacrime.

La Graeca urbs

E' nello sfondo, una Soho nel I secolo, grande, collettivo lupanare dove avvengono le orge pià

strane, camuffate da riti religiosi.

A fine cena Encolpio rientra in albergo ma viene abbandonato da Gitone che fugge ancora con

Ascilto. Esce per la città e incontra un attempato uomo di lettere in una pinacoteca; questi gli

prepara in un momento un poemetto sulla presa di Troia (forse parodie di un componimento di

Nerone sull'argomento). Trovato Gitone, e uscito di scena Ascilto, i corteggiamenti del nuovo

Eumolpo non saranno da meno. Si imbarcano insieme e durante il viaggio Eumolpo racconta a tutti

la favola della matrona di Efeso (è presa in giro l'incostanza delle donne; il modello è una parodia

dell'amore di Didone per Enea).

Il viaggio è bloccato da una tempesta e da un rovinoso naufragio, ma i tre si salvano e arrivano a

Crotone, città ridotta all'ombra del proprio passato, con gente che muore lasciando eredità e altra

gente che lotta per accaparrarsele. Sul cammino per Crotone, Eumolpo, per dare saggio della sua

abilità poetica, declama un altro poemetto sulla guerra civile tra Cesare e Pompeo; è di ardua

interpretazione, non si sa se sia una parodia o un'esemplificazione di come si scrive un poema

epico; improbabili entrambe le strade. Certamente si rifece alla Pharsalia di Lucano.

A Crotone Eumolpo fa travestire i compagni da schiavi e si presenta come un riccone senza figli,

proprietario ricco di terre in Africa, giunto naufrago; i Crotoniati, quindi, faranno a gara per

accattivarselo.

A Crotone Encolpio ha un flirt con Circe, una donna del luogo, solo che, complice Priamo, non

riesce a dar prova delle sue doti amatorie.

La cuccagna per Eumolpo sta per finire, ma proprio mentre i crotoniati stanno per scoprire la

menzogna, egli racconta che nel suo testamento c'è scritto che erediterà i suoi averi chi si ciberà del

suo cadavere. Purtroppo non sappiamo com'è andata a finire.

Personaggi

Ascilto è la forza bruta, ignaro di cose belle e di letteratura, che viaggia con un gentleman come

Encolpio. Sembra una figura uscita da un romanzo picaresco, è perennemente in lotta con Encolpio

per accaparrarsi Gitone.

Gitone è femmineo, un sedicenne dall'animo impudico come quello di una baldracca, pronto a

sedurre e a mettersi dal lato del più forte.

Eumolpo è un fanatico facitore di versi, rappresenta l'intellettuale pervertito, pronto a tutto.

Al di sopra di tutti c'è Encolpio, uomo raffinato, di cultura e di gusto, eppure immerso in quello

schifo intorno; geloso di Gitone. A salvarlo è la sua intelligenza, il ribrezzo per la cafoneria e per il

cattivo gusto. Certamente dietro la disincantata sensibilità di Encolpio si cela in parte Petronio...ma

sino a che punto?

Il mondo artistico di Petronio

La caratteristica più rilevante resta il suo supremo, signorile distacco; il suo calarsi in situazioni

sconcertanti restandone sostanzialmente fuori.

C'è poi il problema del genere letterario. Come interpretarlo? Romanzo d'avventura? Potrebbe,

parodicamente due invertiti sarebbero la "coppia" della situazione. Ci sono però tantissime altre

componenti che entrano in gioco nella narrazione: la satira menippea, la novellistica, il mimo, la

diatriba; l'epica, il tema del viaggio dell'Odissea, la satira latina. Va letto quindi nella sua originalità.

Al di là di ogni componente parodica, l'arte del Satyricon sorprendere per il realismo della

narrazione che non ha riscontri nell'antichità.

Ci sono rapporti tra Petronio e la modernità, uno su tutti è il motivo dell'intellettuale esiliato,

dell'anti-eroe visto nel suo fallimento (Encolpio come Zeno Cosini...)

L'utilizzo del sermo vulgaris, poi, permette una rappresentazione che più reale non si può.

Nemmeno la commedia era arrivata a tanto, era stata sempre meno specifica e più generale.

Proprio per la maestria di Petronio nel sapere adattare la lingua ai vari personaggi, è possibile

distinguere come due strati: da una parte c'è il linguaggio dei ceti più elevati (Encolpio ed

Eumolpo), dall'altra c'è la parlata degli schiavi, dei liberti, dei nuovi ricchi che conservano

l'incancellabile impronta delle loro origini. L'opera inoltre è un documento fondamentale per la

storia della lingua e per il latino del I secolo in generale; i singoli personaggi usano toni e addirittura

sintassi leggermente diversi tra loro. C'è il dialetto delle strade, il latino popolare, l'idioma degli

schiavi affrancati, il barbaro misto di siriaco, greco e africano e anche altre minoranze.

Il risultato finale è quello di una semplicità sorprendente perché dovuta all'esperienza di più lingue.

L'ETA' DEI FLAVI E DI TRAIANO

(69 – 117 d.C.)

Introduzione

Coi Flavi torna imperante il classicismo, una nuova misura formale che si collega da un lato alla

tradizione letteraria dell'età di Augusto, dall'altra asseconda un pubblico negletto al principato

neroniano.

Tematiche più ovvie e semplici entrano, insieme con spunti propagandistici, nella letteratura

dell'epoca, ma, complessivamente, il risorgere dell'epica (con Valerio Flacco, Silio Italico e Stazio)

e il paludamento aulico entro cui spesso ama avvolgersi, continuano a costituire l'espressione di

alcuni ceti sociali piuttosto sostenuti. Mentre l'esaltazione dei Flavi e il culto per Virgilio generano

una letteratura di maniera, dal caratteristico gusto neoclassico.

Coi Flavi si ritorna quindi a Cicerone, a quel classicismo che aveva vigorosamente restaurato

l'antico mos maiorum. Di qui l'esigenza di combattere contro il nuovo stile, quello di Seneca in

primis.

La restaurazione resto comunque di facciata; la politica culturale avviata dai Flavi si risolse

essenzialmente in forme spudoratamente adulatorie (anche poeti del livello di Marziale arrivarono

ad abbassarsi a tanto). Quintiliano, che è stato il più grande propugnatore della restaurazione

ciceroniana, registra, tra le pieghe della sua pagine, alcuni tra quei dulcia vitia che imputava al suo

principale bersaglio, Seneca.

Ancora lenta, ma sottile e ormai inevitabile, la penetrazione del Cristianesimo, che non può non

consolidare un senso di profondo smarrimento e di sdifucia in un mondo che, all'apparenza, vuole

essere di gloria e di esaltazione degli antichi ideali.

Anche la tragica eruzione del Vesuvio del 79 dovette sconvolgere le vite dell'epoca; due intere città

vennero escluse dalla vista umana.

È vero che libertà e impero hanno finalmente trovato un singolare accordo; eppure gli occhi di

Tacito e di Giovenale continuano a fissarsi su un atroce passato che ha irrimediabilmente

compromesso l'equilibrio degli animi. Il passato che si vuole dimenticare, quello neroniano, è

troppo recente; non è facile; così Tacito e Giovenale non dimenticano quella lezione stilistica e

creano indimenticabili scorci che lasciano intravedere gli abissi di miseria dell'animo umano;

tuttavia restano espressioni di un nuovo classicismo che si vede nella concisione del linguaggio, in

una cupa coscienza morale. I fasti del neoclassicismo e le audacie del neoasianesimo si ritrovano in

un nuovo equilibrio, in una nuova, inconsueta armonia.

L'EPICA FLAVIA: VALERIO FLACCO, SILIO ITALICO, STAZIO

L'epica di questo periodo segue le linee della restaurazione classicistica propugnata dalla dinastia

flavia. Ritorno a Virgilio contro Lucano.

VALERIO FLACCO

Abbiamo scarsi dati biografici; fu sacerdote del collegio dei quindecimviri; di cui le tracce si notano

tanto nelle sue Argonautiche. È morto attorno al 90 d.C.

Le Argonautiche

Valerio Flacco dedica il poema a Vespasiano, esaltato per la sua spedizione in Britannia, istituendo

così un sottile legame con l'ardimento della spedizione degli Argonauti. L'opera è in 8 libri e tratta

lo stesso argomento dell'omonimo poema di Apollonio Rodio (poeta epico greco del III secolo

a.C.). E' la storia di Giasone che è incaricato di riprendere nella Colchide il vello d'oro dell'ariete

che aveva trasportato Frisso ed Elle. Viene costruita la nave Argo e vi salgono gli eroi più famosi

della Grecia.

Il mondo poetico

Nonostate i tentativi critici di alcuni studiosi, le Argonautiche mancano di unità strutturale e di

coerenza compositiva e narrativa. Se di unità si deve parlare, essa è da individuare piuttosto nella

tendenza del poeta a interiorizzare psicologicamente i dati della tradizione mitico-letteraria; di qui

la sua predilezione per le scene isolate, la raffinata cura dei particolari.

Le Argonautiche sembrano a volte un romanzo di viaggi e d'amore; sono assenti le ispirazioni

epiche di Virgilio; anch eil tema del viaggio è affrontato in modo diverso: per Enea è un'esperienza

dolorosa; qui c'è vero e proprio desiderio di conoscere il mondo. Dei suoi eroi, Giasone in primis,

Valerio non avverte il valore bellico; piuttosto è sensibilissimo nel descriverne in momenti di

ripiegamento (la tristezza per la scomparsa di un amico; sono eroi dalla sensibilità profonda, dalla

inquieta temperie spirituale tipica del I secolo che segna la natte distanza tra Valerio e Apollonio

Rodio.

Rapporti col modello (Apollonio Rodio)

Il modello è un costante punto di riferimento per Valerio Flacco; anche se vengono reinterpretate su

un registro che non è azzardato definire totalmente nuovo. Ora con aggiunte, ora con riduzioni; ma

è soprattutto con questa beneamata introspezione psicologica che si stacca dal modello greco.

L'umanità è intima, fatta di situazioni dell'animo. A volte Valerio sembra aver ereditato tendenze

tipiche dell'elegia latina. Risulta adorottira illeggibile senza i riferimenti al modello. Se dunque

Valerio non ha imitato la natura, ma il testo, l'opera sono due volte testo: il suo e quello di

Apollonio, presente talora in modo insospettato.

Oltre Apollonio, l'altra grande presenta è Virgilio (specie nell'accentuazione di aspetti psicologici

intimi). Da Ovidio prende invece la caratterizzazione dell'animo femminile.

C'è poi la Medea di Flacco, che ha superato quella di Euripide, di Seneca, ma anche di Rodio . In lei

Flacco trova un motivo congeniale e lo sviluppa bene; è una creatura densa di fascino e di

mitestero: in lei l'eros è intima sofferenza. Resta una fanciulla di un paese remoto, destinata ad

abbandonarsi a uno straniero per il capriccio di Venere e Giunone.

Certo, persistono i legame col testo apolloniano, ma il risultato è del tutto diverso. Perché Valerio è

poeta delle ombre, acutizza quello sfumato anche in relazione ai sentimenti.

Gli Argonautica sono un poema dai toni sottili e dagli intensi turbamenti interiori.

SILIO ITALICO

Dei tre epici di età flavia è il più monocorde. Volle mettere in versi la seconda punica e farne poesia,

ma restò al di qua della grande arte toccata dalla poetica prosa liviana della terza decade. E tuttavia

forse più degli altri rappresenta il classicismo di maniera, col suo culto di Virgilio e di Cicerone;

con la sua esaltazione per la Romanità.

[credo sia superfluo scriverne la vita...passo invece all'opera]

Il poema epico

Si chiamano Punica. Inizia con la caduta di Sagunto e si conclude con le imprese di Scipione in

Spagna e la battaglia di Zama vinta da quest'ultimo.

Le fonti: in contrapposizione a Lucano, Silio vuole rievocare la gloria romana; fonde quindi la

tradizione omerico-virgiliana con le innovazioni lucanee. La presenza di Virgilio è forte negli

interventi divini, nei presagi, negli Inferi ecc.

Luci ed ombre nei Punica

I Punica restano nel complesso un impertrofico poema storico, con sfoggio talora eccessivo di

erudizione. Manca un singolo protagonista; l'intero popolo romano lo è. Mancano personaggi

compiuti dal punto di vista artistico e fantastico; ma non mancano bei ritratti, come queo di

Annibale o di Archimede.

Pan: il Pan di Silio è selvatico e birichino, sa placare animali e uomini, penetra nei cuori per

diffondervi un senso di pace. STAZIO

Nacque a Napoli tra il 40 e il 50 d.C, figlio di un maestro di retorica che gli trasmise il gusto per

l'erudizione e per la poesia. Dal padre ereditò l'idea di letteratura come lettura di recitationes.

Ottenne la sua prima premiazione in una gara poetica a Napoli. La Tebaide è la sua opera

principale.

È scritta in 12 libri, è dedicata a Domiziano e riprende l'argomento mitico dei sette contro Tebe, con

la lotta fratricida tra Eteocle e Polinice.

È difficile precisare le numerosi fonti greche e latine cui Stazio ha attinto. Il mito è uno dei più usati

dell'antichità. Ciò che invece si può affermare con certezza è che il modello principale è Virgilio, a

partire dalla struttura del poema in due parti di 6 libri, come l'Eneide. Stazio è consapevole, infatti a

un certo punto dell'opera invita la sua opera stessa a non tentare di emulare la "divinam Aeneida".

Eppure, il Virgilio rivisitato da Stazio è lontano dal classico; è un Virgilio "barocco". La lezione

virgiliana è presa e portata all'eccessivo, allo spettacolare, allo smisurato, in un'atmosfera cupa,

notturna, color rosso sangue. È un avvicinamento a Lucano, che pure è citato con elogio.

Indubbi sono dunque gli elementi virgiliani, con l'armamentario ormai stereotipo dell'epica.

L'armonia compositiva, tuttavia, non è quella del capolavoro del mantovano. Stazio tenta di staccare

i quadri, facendone momenti a parte.

Comunque, sia Dante che Giovenale (presente fisicamente durante le repetitiones) avvertono in lui

qualcosa di dolce, un flebile spirito elegiaco, che descrive molte cose con una delicatezza non

consona alla guerra, come le flebili figure evanescenti di fanciulle e di donne ritrose come

Antigone. Persino il nucleo del XXXIII dell'Inferno, il conte Ugolino che rode il cranio

all'arcivescovo Ruggeri, è preso da un modello della Tebaide.

I personaggi della Tebaide sono essenzialmente tragici.

L'Achilleide

Narra gli amori tra Achille e Deidamia, dai primi incontri sino alla partenza dell'eroe.

Il poema ha un tono tutto suo, tra romanzo e fiaba. Lontanissima è l'atmosfera di morte e di sangue

della Tebaide. I colori sono diventati più leggeri, e le descrizioni più sfumate. Le pagine più belle

sono quelle che descrivono l'amore di Deidamia, ora gelosa, ora romantica.

Le Selve

Con le Silvae Stazio affrontò il genere lirico-epigrammatico, infarcendo l'attualita con una spesso

eccessiva decorazione mitologica erudita. Il nome deriva da "varietà confusa", sembra alludere

all'improvvisazione dei 32 componimenti ivi compresi.

Spunti neoclassici si fondono con particolari barocchi. Gli argomenti sono desunti dalla vita ma

vengono trattati con un che di artificioso. È un alessandrinismo manierato e retoricizzato. Ci sono

lettere cortesi alla moglie e agli amici in occasione di viaggi, matrimoni, nascite ecc. Componimenti

anche di adulazione per il tiranno Domiziano e poi descrizioni di ville, opere d'arte.

Vi è anche l'elogio di Napoli; della Napoli eterna coi suoi miti inverni e le sue fresche stati, le sue

spiagge, la vita libera e un po' molle.

PLINIO IL VECCHIO E GLI ERUDITI DI ETA' FLAVIA

L'erudizione e la scienza tendono a sistemarsi in opere enciclopediche; Plinio il Vecchio è lo

scrittore più significativo in questo senso. Sulla scia delle Naturales Quaestiones di Seneca, ma

senza troppa filosofia, Plinio propone un quadro generale del sapere che incontrerà enorme fortuna

durante il Medioevo. PLINIO IL VECCHIO

La sua morte conferma la sua vita. Morì durante l'eruzione del Vesuvio a causa della sua voglia di

consocenza che lo spinse ad avvicinarsi al vulcano. Passava le giornate a schedare libri, anche nei

piccoli ritagli di tempo; riteneva che nessun libro poteva essere tanto cattivo da non poter giovare,

almeno in qualche sua parte.

Le opere perdute

Tutte frutto della sua curiositas. Ci sarebbe un lungo elenco di opere da fare, ce le ha trasmesse il

nipote Plinio il Giovane. Ne cito qualcuna giusto per rendere giustizia alla poliedricità di questo

scrittore. Scrisse un libro sull'arte di tirare da cavallo; una vita di Pomponio, venti libri di storia

Bellorum Germaniae (diverranno fonte degli Annales di Tacito), un manuale sulla formazione degli

oratori.

La Naturalis Historia

Si parla di cosmografia, geografia, etnografia, antropologia, zoologia, botanica, agricoltura,

botanica e zoologia medica, mineralogia.

Certo, il suo modo di lavorare non gli consente un vaglio critico delle notizie, quale noi oggi

esigeremmo.

Lontano dalle superstizioni, ne fa un moderato uso nell'opera; ciò è dovuto alle sue letture.

Sbaglieremmo, tuttavia, se di Plinio ci facessimo l'opinione di un erudito miope.

Si tratta di un sapere in funzione dell'uomo che permea tutta l'opera costituendone il filo

conduttore; e dell'uomo sottolinea il perenne desiderio di conoscenza e, insieme, l'innato senso del

mistero e i limiti posti dalla natura.

Di particolare interesse sono i libri di mineralogia e lavorazione di metalli e pietra che è fonte di

eccezionale valore per la storia dell'arte. Plinio è portavoce della tendenza alla mimesi, l'arte come

imitazione della natura. Plinio ha inoltre la premura di fare un quadro globale dell'arte antica;

collegandolo con una bibliografia di fonti.

Lo stile risente molto delle fonti, è dunque letterario, ora popolare, ora strettamente tecnico.

[SALTO VOLUTAMENTE SESTO GIULIO FRONTINO]

LA FILOLOGIA

Asconio Pediano: tra i filologi è il più importante insieme a Valerio Probo. Fu un classicista, quindi

antiasianesimo. Scrisse un importante commento alle orazioni di Cicerone. Scrisse anche contro gli

osteggiatori di Virgilio.

Valerio Probo: Accanito lettore di testi arcaici, fu tenuto in somma considerazione nell'epoca

flavia. La sua fama è legata al commento dei testi di Terenzio, Virgilio, Persio e anche altri. Il suo

lavoro, ci dice Svetonio, era quello di emendare, correggere, cioè, gli errori degli amanuensi, porre

l'interpunzione o scegliere la lezione migliore tra quelle offerte dai monoscritti. In più faceva delle

chiose ai margini.

Apocrifa è l'Appendix Probi (III secolo), un repertorio di forme errate, di grande importanza per la

documentazione del passaggio dal latino alle lingue romanze.

QUINTILIANO

E' l'esponente più tipico della cultura restaurata di età flavia.

Maestro e trattatistica di retorica, ripropose l'imitazione dei modelli classici (specie Cicerone). Il

suo principio ispiratore è quello del servire temporibus: la sua attività intellettuale va inquadrata

nell'intento di sostenere l'ordine costituito; anche l'oratoria serve a questa causa.

Dell'epoca flavia impersonò pure l'humanitas, che si espresse sopratutto in una duttile pedagogia.

L'opera quintilianea non conobbe grande fortuna presso le età successive della letteratura latina, fu

molto storicamente determinata e poco universale.

Il suo messaggio, però, non si milita al formalismo umanistico; la sua stessa attuazione pratica non

fu sempre coerente. Il retore non esita a rivelare al lettore i suoi dolori familiari e la tragedia della

morte del suo primo figlio.

La vita

Nacque il Spagna tra il 35 e il 40 d.C. Fu allievo a Roma di Remmio Palemone; fu strenuo

ammiratore di Cicerone e implacabile avversario dell'asianesimo; trovò quindi grande favore nella

Roma di Vespasiano che gli assegnò, per il suo insegnamento di retorica, uno stpendio statale annuo

di 100.000 sesterzi. Il De causis corruptae eloquentiae era un libro sulle cause dell'eloquenza;

secondo lui la causa principale fu la distanza tra la scuola e la vita.

Tra gli allievi ebbe Plinio il Giovane e forse anche Tacito.

L'institutio oratoria, l'opera più importante, la scrisse dopo l'88, quando fu finalmente a riposo. È

preceduta da una lettera che scrive all'editore Trifone spiegandogli che acconsente la pubblicazione

nonostante non sia stata compiuta una revisione, specialmente stilistica.

Morì probabilmente intorno al 96, prima di Domiziano di cui educò i pronipoti. La sua, più che

essere pura adulazione, fu la gratitudine di un provinciale che debbe tutto il prestigio all'inserimento

nella società romana alla benevolenza dei Flavi.

L'institutio oratoria

E' dedicata a quel Vitorio Marcello cui Stazio dedicò il IV libro delle Silvae.

Il primo libro parla dell'insegnamento elementare, dell'educazione a casa e presso il grammaticus;

molto importante anche perché ci tramanda gli usi romani sull'insegnamento. Il secondo libro parla

dell'educazione presso il maestro di retorica. Dal terzo in poi vi è la trattazione classica che

comprendere: inventio, dispositio, elocutio, memoria, actio. L'ultimo parla dei requisiti necessari

per l'ottimo oratore.

Le fonti: sono varie: Aristotele, Dionigi di Alicarnasso, Varrone, Verrio Flacco e Probo (per la

sezione grammaticale del I libro). Anche a Cicerone deve molto. Lungi dall'essere una sommatoria

delle fonti, è invece il programma flavio.

Nella concezione di Quintiliano, l'oratoria, che ingloba in sé ogni altra disciplina, è al servizio dello

Stato, dunque della communis utilitas. L'institutio, che vuol dire "primo insegnamento" non si limita

a formare l'oratore dal punto di vista tecnico, piuttosto ne segue la formazione in senso globale,

dalla nascita sino al ritiro dall'attività. Quintiliano vuole formare l'uomo colto ancor prima che

l'oratore; è un'educazione morale prima che grammaticale.

La retorica in lui si risolve in filosofia, il maestro di retorica è maestro di vita.

Il rapporto con Cicerone: l'aver ripreso Cicerone non è soltanto un invito al classicismo e a

mettere da parte il virtuosismo stilistico dell'asianesimo di età neroniana; è anche il recupero di una

misura interiore con determinati valori legati a quel modello. La contrapposizione tra Cicerone e

Seneca è radicale; quest'ultimo rappresenta la corruzione degli animi giovanili; un degrado non solo

espressivo ma, ancora, morale.

Esattamente come aveva detto Vitruvio per il perfetto architetto, Quintiliano crede che per formare

un ottimo oratore ci voglia sia l'ars (la tecnica), sia la materia (le doti di natura), insieme

all'exercitatio e allo studium. In modo particolare insiste sull'imitatio dei modelli, che deve

diventare aemulatio; occorre soprattutto prendere più di un modello e scegliere cosa ci sia di

migliore in ognuno. Famosa è anche la rassegna di scrittori antichi che fa nel libro X.

La pedagogia

Il libro I è dedicato alla formazione del bambino e del fanciullo, è il più complesso trattato di

pedagogia dell'antichità. Crede davvero che con l'istruzione si possa migliorare la natura umana.

Nei primi anni l'insegnamento deve avere carattere di gioco; e soprattutto badare alle singole

necessità di ogni discepolo, non dev'essere un'istruzione uguale per tutti. È per la scuola pubblica

(non per la privata) perché permette il confronto con gli altri alunni fin da piccoli. Contrario alle

punizioni corporali, raccomanda al maestro una delicata moderazione nei confronti della fragile

natura degli allievi, i quali dovrebbero considerare i maestri alla stregua di genitori non del corpo,

ma della mente.

Lo stile

Riserva una sorpresa: nonostate il riferimento a Cicerone, Quintiliano è lontano dal riprodurne la

temperie stilistica. Non solo, la sua pagina risente, talora vistosamente, di quell'asianesimo che

aveva programmaticamente condannato. È pur vero che l'opera, come ricorda la lettera iniziale, non

era conclusa, tuttavia è impossibile non notare come l'asianesimo, questa tendenza modernista, si

era diffusa tantissimo, anche tra i suoi più convinti oppositori.

(L'agognato rivestimento stilistico ciceroniano che non riuscì a Quintiliano, fu invece realizzato nel

Dialogus de oratoribus, da quel Tacito che quasi di certo ne fu l'autore, da quel Tacito che, forse, fu

allievo di Quintiliano. L'epigramma e MARZIALE

In origine l'epigramma era una breve iscrizione posta su lapidi sepolcrali o, con carattere votivo, su

templi. In seguito divenne componimento letterario, specie in età alessandrina. È stato definito il

"sonetto delle letterature classiche", il genere soggettivo per eccellenza.

Si è soliti distinguere l'epigramma ellenistico in tre "scuole":

1. la dorica, che cantò il mondo della natura e degli animali (a volte bucolica)

2. la ionico-alessandrina che trattò i temi dell'amore e del convito, spesso alla luce di un

edonismo sconsolato.

3. La fenicia, che riprese i temi della ionica, ma con un languore tutto orientale.

Fu comunque molto vario; dentro c'è il taedium vitae, il sottile erotismo, l'edonismo, lo scherzo e

tante altre cose.

Fu quando alcuni epigrammisti greci passarono a Roma che il genere conobbe una svolta. In età

neroniana opera Lucillio, non un grande poeta, ma molto significativo dal punto di vista culturale.

Con lui nasce l'epigramma satirico, che ritrae la realtà dal lato comico, caricaturale, grottesco. È già

l'epigramma con la battuta a sorpresa, l'epigramma che Marziale accoglierà e porterà alla

perfezione. Lucillio è fondamentale per capire a pieno Marziale.

L'epigramma a Roma: i primi furono nel circolo innovatore e anticonformista di Lutazio Catulo;

proseguì coi poetae novi. Fondamentale fu anche Catullo che compose epigrammi che sfociano ora

nell'elegia, ora grandi elegie; insomma, fuse ciò che nella poetica alessandrina era contrapposto, il

serio e il faceto. Nella prefazione del I libro Marziale stesso dichiara i debiti nei confronti di

Catullo.

(in età umanistica l'epigramma fu coltivato da Poliziano, Pontano e Sannazaro su tutti; altrove

piacque molto a Schillere e a Goethe...citiamo anche l'Antologia di Spoon River di Edgar L.

Masters). MARZIALE

Tendenzialmente dotato di animo fine e sensibile, la sua Musa fu piuttosto avvilita dal contatto

continuo che la sua vita di cliens gli imponeva, fatta di adulazioni e di volgare lotta per la

sopravvivenza; gli furono comunque concessi buoni privilegi.

Nell'84 pubblicò gli Xenia e gli Apophoreta (epigrammi), brevi componimenti in distici.

Il rapporto col pubblico è complesso: lo accontentò a più riprese; spesso si nota nei componimenti

la battuta salace, giusto per accontentare le istanze del popolo.

Alla morte di Domiziano, essendo caduto in disgrazia per il suo umorismo salace e per la sua

adorazione eccessiva nei confronti del defunto imperatore, torna in Spagna ; lì la nostalgia di Roma

si fece acutissima, di quella Roma odiata ma amata visceralmente. Gli manca l'ispirazione della

realtà: questo si può dire di Marziale, la sua ispirazione è viva, viene dalle cose, dagli oggetti anche

più minuti e in apparenza più insignificanti; dai vicoli di Roma...

Gli epigrammi

La sua posizione non è esente da equivoci: da un lato è fra i paladini dell'impero; non c'è tema

propagandistico che non è da lui rappresentato, dall'altro lato è un convinto oppositore con la

poetica proposta dal regime. Non è uomo da composizioni di ampio respiro, preferisce i bozzetti

realistici, la dignità delle piccole cose. L'epigramma non è un lusus ma è un breve carmen; non

vuole attaccare personalmente nessuno; vuole solo essere una satira generica contro i vizi umani.

La sua è arte caricaturale: molto spesso prende di mira tipi fissi, non uomini concreti, ricorre a

nomi fittizi (come Lucillio). Individui dai nasi enormi, grassi ogni misura, vecchie velleitarie che

vogliono sembrare giovani e belle, sedicenti filosofi, grammatici sprovveduti e maldestri, poeti da

strapazzo, medici pericolosi, ladri sfortunati, questo è il suo mondo di periferia, ritratto in un gesto,

un atteggiamento balordo e sconcio.

Fra i modelli latini, Catullo in primis gli dà il gusto per l'invettiva feroce e sarcastica, poi Orazio, da

cui eredita il motivo del carpe diem.

In particolare aveva il gusto per le sententiae, che venivano utilizzate dal poema nella chiusa

dell'epigramma che, per sua natura, richiedeva un finale brillante che chiamasse l'applauso.

La poetica degli oggetti

La poetica di Marziale è interamente fatta di oggetti, che compaiono schedati, descritti nei minimi

particolari e attraverso i quali è raccontata la realtà. Non vi sono approfondimenti psicologici, sono

fatti in maniera indiretta (ritratti indiretti in base a ciò che i personaggi toccano, vogliono,

desiderano). Spesso gli oggetti assumono valenze connotative, nel senso che la loro presenza

designa una situazione, rievoca un personaggio o un ambiente.

Alla base, dunque, una disposizione all'osservazione, all'enucleazione delle cose, e , di qui, una

tendenza ai lunghi elenchi, ai cataloghi a volte ossessivi.

Il mondo poetico

Mamurra è un uomo raffinato ma miserabile, che gira nei mercati toccando articoli eleganti, con

gran gusto, per poi comprare, alla fin fin, due soli calici, miserabili come lui. Mamurro è i suoi

oggetti, lo documentano meglio di un ritratto. Come lui, ci sono anche altri esempi, come l'uomo

che ruba le bevande a una cena per venderle il giorno dopo.

Anche la campagna intrisa di nostalgia è una campagna "tutte cose", piena di oggetti: sacchi di

grano, oche, tori, vitelli, fenicotteri, fagiani, colombe, maiali, angelli ecc. È una campagna

chiassosa, lo squarcio di un cortile di fattoria opulenta è contrapposta agli sterili mirteti di Basso.

Molte figure femminili ricorrono negli epigrammi (non c'entrano nulla con le donne dei poetae

novi). Marziale ama descrivere la figura femminile nei momenti più degradanti e avvilenti; femmine

di strada e dei postriboli; eppure ebbe un senso dell'amore profondissimo.

La femminilità vera la conobbe più tardi, con Marcella, che nell'ultimo periodo della sua vita lo

raccolse, solo e stanco, se non con amore, almeno con tenerezza. Per lui, lei è Roma (eppure è

spagnola!); è la Roma dei vicoli, non quella delle piazze, sono istantanee di vita e non la l'Urbe

"ufficiale".

Anche il tema della morte è presente in Marziale. La morte prematura è vista con tenerezza, spera

che i genitori di una bimba la tengano con loro nell'al di là; invita la terra a non essere troppo

pesante sulle membra di un altra bimba.

La lingua e lo stile

Marziale, lo si sarà capito, ama le espressioni del sermo plebeius che tuttavia è trattato con fini

artistici. Numerose le allusioni dotte, i giochi letterari, che si inquadrano nella voglia di piacere a

tutti. È realistico e impressionistico al tempo stesso.

Metricamente va dal distico elegiaco ad altri metri.

La memoria delle cose

Agli ambiziosi progetti d'impegno di età flavia, Marziale sostituisce l'osservazione delle cose,

l'attenzione al loro "messaggio". Ai personaggi classici sostituisce personaggi fatti di cose, che si

identificano con esse.

L'attenzione realistica nei confronti degli oggetti è l'elemento unificante della poesia di Marziale.

Nessuno come lui, nel mondo antico, ha avvertito il fascino delle cose, il loro messaggio filtrato

attraverso lo specchio della memoria. TACITO

L'intera produzione sstorica di Tacito va vista alla luce del problema dei rapporti tra principatus e

libertas, con le sue luci e le sue ombre; con un senso amaro delle vicende umane. Tacito è lo storico

del I secolo dell'Impero, di cui registra paure, ossessioni, ambiguità, nel bene e nel male.

Vita e opere

Scarse le notizie biografiche, nacque e morì tra il 55 e il 120 d.C. La base della sua educazione fu

retorica e presto conobbe il lustro nell'oratoria sia nel Foro che nella linea teorica; il Dialogus de

oratoribus è molto probabilmente suo. Dal punto di vista politico si sa che ebbe numerosi vantaggi

dovuti alla sua mirabile preparazione; forse su inviato in Germania, da qui l'uso di descrivere tali

popolazioni barbariche. Morto Agricola, suo parente e agevolatore, si chiuse in sé (scrisse una Vita

di Agricola); il respiro ritorna nel 96 con Nerva, che concilia principato e libertà.

L'attività pubblica non gli impedì di progettare e stendere la sua maggiore opera storiografica, le

Historiae.

Dal Dialogus alle Historiae

Il dialogus è il libro ciceroniano di Tacito; ne imita lo stile e la materia molto meglio di un Plinio il

Giovane o di un Quintiliano; si dubita, in maniera errata, della sua paternità. Il tema è lo stesso del

de causis corruptae eloquentiae di Quintiliano: si tratta di un dialogo con più personaggi in cui

ognuno difende una posizione; c'è il tema della scuola alienata che parla solo di fantasmi.

Una meditazione sull'eloquenza, dunque, che acquista valenze etiche, storiche e politiche del tutto

assenti in Quintiliano. Dalla eloquenza, quindi, si passa alla storia.

L'Agricola vuole essere una commemorazione del suocero e dunque una laudatio funebris e

insieme una monografia. Agricola è colui che è riuscito a giovare allo Stato anche durante

l'oppressione politica con la sua rettitudine, senza gesti teatrali o opposizioni sterili. L'ombra che

Tacito lascia sui particolari della morte ne fa in un certo senso un martire della libertà. Un modello

di virtus e di moderatio.

La Germania è un'evoluzione tacitiana: si va verso la narrazione prettamente storiografica. La

narrazione diventa più espositiva e vi sono ottimi esempi etnografici.

È divisa in due parti: la prima sulla regione, sulle origini dei Germani, sui loro costumi e usi; la

seconda passa in rassegna i singoli popoli. Anche Cesare, Sallustio e Livio si erano interessati alla

Germania, ma non con lo stesso occhio. Mai prima di lui una popolazione barbarica aveva ricevuto

tanto interesse; quasi come se lo storico avesse interpretato questo come un campanello d'allarme

per i confini dell'Impero; egli spera che continuino a litigare tra di loro.

Lo stile è attento a rendere il favoloso e l'arcano di quelle remote solitudini.

Come Sallustio, Tacito parte dalle monografie singole per arrivare a opere di struttura più ampia, di

impostazione annalistica. Come quello sallustiano, il moralismo tacitiano si fa sempre più cupo e

pessimistico con gli anni.

Delle Historiae ci son giunti i primi 4 libri e qualcosa del quinto. Nel proemio Tacito giunge a

presentarle come l'opera preparatoria per la narrazione del felice periodo di Nerva e Traiano. In

effetti, non toccò mai questo periodo. L'incupirsi del suo pessimismo e la consapevolezza

dell'insanabile contrasto tra libertà e impero lo avevano spinto a ricercare le origini della

degenerazione della Repubblica. Ecco perché gli Annales trattano il periodo precedente anche

essendo state scritte dopo.

Gli Annales dovevano essere 16 libri, ci è giunta lacunosa. Ci sono discussioni sul vertice

storiografico di Tacito, alcuni sostengono si sia raggiunto nelle historiae, altri dicono qui. La

discussione è sterile. Nelle prime prevalgono gli aspetti corali, qui invece le singole personalità.

Le fonti

E' un problema delicato. Alcune sono citate: Plinio il Vecchio, Messalla, Rufo, Rustico. Gli acta del

Senato ecc. Nonostante il metodo storico non fosse naturalmente quello odierno, la ricerca delle

fonti parrebbe accurata.

I caratteri della storiografia tacitiana

Tutta la sua storiografia è caratterizzata da un tenebroso moralismo che si traduce in una visione

pessimistica della vita e della storia, una delle più sconsolate dell'antichità. Dopo Livio, e dopo il

periodo di "evoluzione" di Roma, lui già parla di libertà perduta, di pessimismo, di degenerazione

morale. Bisogna tener presente, però, che la decadenza di cui parla Tacito è quella dell'aristocrazia

senatoria, c'è in lui una sorta di inconscia arte della deformazione.

Il peccato d'origine per Tacito è la svolta costituzionale segnata da Augusto, da lì sono scaturite le

sopraffazioni del sistema dinastico. Lui resta legato all'antica repubblica aristocratica che però non è

certo attuabile nel I secolo. Il principato nasce dalla giusta necessità di avere un potere centrale su

un impero vastissimo; tuttavia il princeps dovrebbe essere scelto tra i migliori e dovrebbe rispettare

la classe senatoria. La sua delusione deriva dalla comprensione che libertà e principato sarebbero

attuabili teoricamente ma non praticamente. Non tanto per le istituzioni, ma per le persone; la storia

di Tacito è essenzialmente individualistica: non le masse muovono l'evoluzione, ma le scelte dei

singoli.

L'introspezione psicologica è in lui fondamentale; è convinto del fatto che il destino sia deciso

dalle pulsioni incontrollabili dei personaggi della Roma imperiale, che egli descrive a tinte forti in

una narrazione fatta di molte ombre e poche luci.

Al di sopra è assente qualunque principio superiore di armonia e/o equilibrio. Tacito mostra di

credere ora in una divinità malefica, ora nell'azione del Caso. Dello stoicismo non condivide

neanche l'opposizione al potere imperiale. I vari suicidi d'onore (Seneca in primis), per Tacito, non

sono serviti a nulla.

Il mondo artistico di Tacito

L'influenza della retorica è molto importante; quando analizza spietatamente le azioni dei suoi

personaggi e le motivazioni interne non fa che approfondire tendenze tipiche dell'epoca, che lui

affina ulteriormente.

La storia di Tacito quindi non è tanto politica, è più una storia di anime contorte, attanagliate da un

male che le consuma dall'interno. È una storia di sospetti, di intrighi, di ambiguità, di scelte che

nascondono sempre il male. Persino le buone azioni sono trattate con sospetto.

Tacito ha una capacità unica nel descrivere episodi minuti, di cronaca, e da essi risalire ai grandi

avvenimenti della storia, insieme con una impressionante abilità nel pervenire, attraverso ritratti, ai

nuclei psicologici che ne sono alla base. Da ricordare Nerone, Poppea, la morte di Petronio, la

descrizione dell'uccisione di Britannico e ancor più quelal di Messalina e di Agrippina.

L'arte del ritratto

Ve ne sono di due tipi in Tacito: quello diretto (descrizione del personaggio, prevale nelle Historiae)

e quello indiretto (il personaggio si presenta da se' con le sue azioni, prevale negli Annales).

Possiede una ricchezza di toni tale da essere a suo agio sia nell'intimità dei personaggi, sia nella

descrizione, con brevitas, di grandi scene storiche.

Quella di Tacito è una sottile arte del patetico, che con colore pone in evidenza quei particolari più

impressionanti per il lettore. Anche i paesaggi non sono esenti da ciò.

Le pagine tacitiane hanno toni di tragedia, con molto pathos. Il personaggio stesso ha connotazioni

tragiche, nelle passioni che lo dilaniano, nell'urto con la realtà esterna, nella solitudine, nell'angoscia

che lo stringe.

La psicologia e lo stile

Con Tacito si ha un superamento del neoasianesimo. La sintassi ciceroniana s'era sfaldata nella

prima età imperiale. Anche Tacito è figlio di quella tendenza, tuttavia riesce a conferire ad essa,

oltre che un'impronta personalissima, una disciplina interna, un'armonia irripetibile. In certo senso il

suo è un nuovo (inimitabile) classicismo, con una sobrietà e un equilibrio, una gravitas che mai

aveva conosciuto, neanche con Seneca. Il suo carattere fondamentale è quello di seguire la psiche

umana.

Lo stile si evolve, dal primissimo motivo ciceroniano del dialogus, passando per l'Agricola e la

Germania, alla grande storia degli Annales e delle Historiae. Più che di evoluzione potremmo

parlare di coesistenza visto che anche nel Tacito minore sono presenti suoi stilemi caratteristici. Lo

stile è ricco anche di variatio , di inconcinnitas, di sententiae.

Tacito e la crisi della spiritualità classica

Tacito registra l'atmosfera di crisi che vede i barbari affacciarsi, il Cristianesimo idem; sono

problemi dello spirito scritti da un aristocratico che vede gli antichi suoi ideali e il modello di vita

dissolversi al tramonto.

Dramma intimo personale, e dramma collettivo. La storia è per lui tragica non solo perché ricalca a

tratti l'andamento di una tragedia, ma perché è dissoluzione progressiva di un mondo senza che lo

storico ravvisi prospettive di salvezza.

PLINIO IL GIOVANE E L'EPISTOLA LETTERARIA

Il genere epistolare ha sempre avuto, nella produzione letteraria latina, un ruolo sifgnificativo.

Fondamentalmente ha tre componenti

1. la comunicazione di tipo personale

2. la relazione ufficiale (di natura militare o burocratica)

3. la propaganda politica (come le epistulae ad Caesarem attribuite a Sallustio)

Non mancano nemmeno quelle di argomento didascalico-filosofico, come quelle di Seneca ad

Lucilium o le meditative in esametri di Orazio. Fu variamente utilizzata l'epistola anche da Ovidio

(le Heroides).

Ma la distinzione fondamentale è tra lettere private, quindi autobiografiche e non destinate alla

pubblicazione (vedi le lettere ad Atticum e ad familares di Cicerone), e lettere concepite già per la

pubblicazione, destinate a essere lette e conosciute da tutti: così sono quelle di Plinio; a differenza

delle altre, tendono a sviluppare un unico tema. Grande influenza hanno naturalmente le scuole di

retorica.

La vita: nato a Como nel 61 d.C. ebbe come zio materno Plinio il Vecchio. Fu educato a Roma da

Quintiliano. Appena 19enne fu avvocato. Di condizione agiatissima, possedé numerose ville ed

ebbe una moglie affettuosa, niente figli.

Poeta e oratore

La massima parte della fama di Plinio è legata al suo epistolario, diamo però un'occhiata anche alla

produzione perduta.

Quasi nulla ci resta della sua produzione poetica: compose versi d'amore in vario metro e una tragedia greca. Pubblicò

una raccolta di Hendecasyllabi, di cui vanta il successo. Ciceroniano fu il suo stile oratorio; per lui la brevitas

costituiscono un tradimento del difensore nei confronti del cliente, in quanto impediscono che i concetti vengano

debitamente impressi nell'animo di chi ascolta.

Il panegirico a Traiano

E' l'unico discorso a noi pervenuto. Ai suoi occhi, Traiano è l'optimus princeps, colui che dopo la

tirannide domizianea ha restituito libertà e giustizia al popolo romano. Certo da lui non si può

pretendere l'approfondimento storico di un Tacito, tuttavia resta un documento importante che

attesta non solo la mentalità di Plinio, ma anche com'era visto Traiano, colui che era salito al potere

non per arbitrio dell'esercito ma per adozione, e con l'approvazione senatoria; nella legalità.

Il suo atteggiamento è entusiastico, sincero nonostante l'enfasi letteraria che lo porta a espressioni

adulatorie nei confronti del principe. Certo, Plinio non s'accorgeva che rafforzava quel culto della

personalità che aveva avuto esiti così disastrosi negli anni appena precedenti. Di Traiano esalta la

clemenza, la moderazione e altre virtù. È un ottimista convinto che documenta l'entusiasmo non

solo suo, ma generale intorno al nuovo principe.

Le lettere

Un quadro sereno, raffinato e ottimistico della società traianea è ritratto nei 9 libri di epistole; non

sono ordinate cronologicamente ma in modo da garantire un'alternanza di temi. Sembra essere

diametralmente opposto a Tacito: mentre lo storico poneva in evidenza le ombre, Plinio mira a

vedere il lato positivo di ogni cosa. Vede le cose da gran signore, e per questo rimuove tutto ciò che

può sembrargli di cattivo gusto o di poco equilibrio. Vengono esaltati molto la prodigalità e la cura

verso i bisognosi.

Accanto a tutto questo compiacere e compiacersi s'accampa un po' troppo spesso una vanità che a

volte diviene autentico narcisismo, voglia di consensi: la sua terza moglie lo ama perché è un

grand'uomo, e aiutando Marziale, in fondo, aiuta se' stesso.

Tuttavia questo non deve influenzare più di tanto: Plinio ama se' stesso, è vero, ma ama soprattutto

gli altri, dei quali evidenzia i pregi più che i difetti.

Lo stile

Forma stilistica originale, vivace, moderna, ricercata ma scorrevole. È elegante, tocca gli argomenti

con simpatia e senza troppo coinvolgimento (che sarebbe stato poco equilibrato). Descrive gli

ambienti (suoi) con compiacimento ma con gusto pittorico.

Toni drammatici ha invece la descrizione della tremenda eruzione del Vesuvio che nel 79 distrusse

Pompei, Ercolano e Stabia. La lettera è indirizzata a Tacito, che gli aveva chiesto notizie

sull'avvenimento per poi inserirle nelle sue Historiae. A distanza di anni (all'epoca dell'eruzione era

17enne) Plinio rievoca la tragica morte dello zio Plinio il Vecchio, il suo sacrificio in nome della

scienza, e poi le varie fasi dell'eruzione, con quella nube che dal Vesuvio s'alzava così come un

albero di pino, e che s'allargava, impastata di terra e di cenere.

Plinio, Traiano e i Cristiani

Nella famosa lettera 96 Plinio, quasi privo di capacità decisionali, per ogni questione chiede

consiglio al principe Traiano. Si parla, in questa lettera in particolare, della questione dei Cristiani.

Che fare con loro e con le denunzie? Alla fine non fanno nulla di male! Prendono un pasto insieme

e cantano inni; si tratta solo di una superstitio. Traiano risponde che non vanno puniti a meno che

non ci siano denunzie (non anonime); e anche in quel caso, se dimostrano di non esserlo,

sacrificando agli dei, vanno lasciati in pace. Disposizione in apparenza equanime, ma in effetti

contraddittoria. (Strani colpevoli questi cristiani: non ricercati ma puniti se accusati).

Quello che Plinio e Traiano non possono capire è un marcato stravolgimento delle coscienze.

LA DECLAMAZIONE PSEUDOQUINTILIANEA: RETORICA E PATOLOGIA DEI

SENTIMENTI

Ci sono pervenute sotto il nome di Quintiliano alcune Declamationes (maiores e minores) che

naturalmente non possono essergli attribuite poiché affrontano questioni da lui bandite. Sono

tuttavia importanti perché hanno un'aria da romanzo psicologico, un insistere quasi ossessivo su

situazioni assurde, sui casi più abnormi della vita e della psiche umana, con casistiche prese dalla

casistica retorica.

Gli argomenti sono tra i più vari, al confine tra il reale e l'irreale (talora il surreale).

C'è la storia di un cieco che avrebbe ucciso il padre.

Sono pagine di grande suggestione, anche dal punto di vista linguistico e stilistico. C'è sì la

tendenza all'esagerazione, ma è proprio grazie a tale esercizio che si effettua un'analisi psicologica

profonda e nuova.

La retorica, almeno questa imperiale, si rivela ancora uno strumento unico per descrivere quella

patologia dei sentimenti umani che solo i romanzi moderni hanno affrontato con morbosa

spregiudicatezza. Agostino, Tacito e tutti i grandi attenti alla psicologia devono molto alle scuole di

retorica, per questo queste declamationes sono importanti.

GIOVENALE

Poco sappiamo della vita del poeta. I dati sono contraddittori e lui stesso parla poco di se', per

evitare di edulcorare una satira che vuol essere pura invettiva. Inizia a comporre satire dopo la

morte di Domiziano nel 96, scagliandosi contro quella società che Marziale aveva adorato.

Le Satire

Compose 16 satire divise in 5 libri. Arduo è volerne precisare la cronologia; l'unica differenza è che

i primi libri sono più vivaci mentre gli ultimi più distesi e discorsivi.

La prima satira ha funzione proemiale (non è per forza stata scritta prima) e in essa sono esposti i

motivi della scelta di questa forma; non come Orazio o Lucilio e Persio, che avevano motivato la

scelta con l'inclinazione naturale a tale genere o con l'avversione nei confronti degli altri.

Giovenale dice di non manifestare attitudini particolari verso la satira, eppure difficile est satiram

non scribere. Sono i tempi stessi, corrotti e corruttori, a spingerlo.

Questa poetica dell'indignatio determina in lui una tensione che vuole essere alla base dei suoi

componimenti di fronte alla vacuità di tanta letteratura contemporanea. C'è una corrispondenza tra

questo atteggiamento e il cupo pessimismo di Tacito; tuttavia Tacito non ammette lo sdegno,

vorrebbe essere imparziale, Giovenale no; per lui è un'indignazione "programmatica".

1. Sempre nella I satira egli esprime il proposito di non attaccare i vivi ma soltanto i morti;

eppure i morti che egli prende in giro sono i suoi contemporanei in carne e ossa! È un modo

come un altro per renderli eterni.

Naturalmente tutto questo si nota anche dal punto di vista dello stile: lontano dall'equilibrio,

infatti, egli ignora il piacere del narrare, la struttura narrativa sembra farraginosa,

accavallata, senza un evidente ordine logico. Non è disarmonia, anche questa sembra una

scelta.

2. Nella seconda vi è una critica al falso moralismo e ai suoi rappresentanti.

3. Il vecchio Umbricio abbandona la vita della capitale per ritirarsi a Cuma. Egli gli descrive i

vizi di Roma, la sua povertà ambiziosa; di notte ci sono ubriachi, ladri, gente con pessime

intenzioni; è una Roma imbastardita. Il discorso è quasi pacato quando c'è la nostalgia

dell'Urbe antica che fa da sfondo.

4. È una sferzante parodia del consiglio privato dell'imperatore Domiziano, che lo convoca per

deliberare sul modo migliore di cucinare un grosso rombo pescato ad Ancona. C'è qui una

carrellata di tipi umani, di uomini che si comportano diversamente: il pio, l'impavido, il

timorato ecc. Alla fine prevale l'idea di Montano: trovare un nuovo Prometeo in grado di

forgiare una enorme padella.

5. Descrive la vita grama di parassiti e clienti esposti a umiliazioni continue da parte dei loro

padroni.

6. Forse la più celebrata e di certo la più lunga; è indirizzata contro le donne. Giovenale vuole

distogliere l'amico Postumo dal matrimonio, poiché rara avis in terris nigroque simillima

cycno è la donna virtuosa. Delinea così una serie di ritratti di donna in modo da criticare il

genere intero; è misogino a tutti gli effetti. La donna è capace solo di istinti bestiali, passioni

ferine, non ha nessun sentimento vero, non può redimersi. Sembra quasi godere a scavare a

fondo e a dissacrare la figura femminile che pure era stata oggetto di tante idealizzazioni.

Giovenale mostra di ignorare gli esempi positivi e punta il dito contro quelli aberranti:

donne che vogliono l'ultima parola su tutto, avide di gloria letteraria, che amano atteggiarsi a

critici saccenti, le sportive, quelle che mangiano e bevono in maniera disgustosa...

Soprattutto c'è Messalina, la meretrice imperiale (meretrix Augusta), la spudorata moglie

dell'imperatore Claudio. Di notte lei dà il suo corpo in un insieme di amplessi che la lasciano

stanca ma mai sazia.

7. Sulle misere condizioni della vita degli intellettuali.

8. Si sottolinea che vera nobiltà è quella delle opere e non del sangue. Tema eterno della satira.

9. Riprende il tema della perversione sessuale. Immagina di avere un dialogo con uno squallido

invertito che si lamenta con lui perché i suoi servizi sono compensati in misura molto magra

dal suo patrono. E dire che deve a lui la nascita dei "suoi" figli! Il tutto è descritto

spietatamente, senza una parola di critica. Il lavoro che fa Nevolo è nella sua natura.

10. La decima satira è sulla cecità dei desideri degli uomini, i quali, anziché chiedere mens sana

in corpore sano, bramano, scomodando anche gli dei, ricchezza, onori, potenza, bellezza,

tutte cose che, alla lunga, invece di dare felicità, recano sciagure. È una tragica discussione

sul divenire storico: chi è Annibale? Ormai è una declamazione tra tante, uno fra tanti e non

il condottiero unico che fu davvero. C'è in lui un martellare insistente sulla vanità delle cose

umane che potrebbe fare pensare a qualche padre della Chiesa.

11. Qui il poeta si scaglia contro le ricche mense, sotto forma di un invito a pranzo all'amico Persico, al quale

descrive il suo semplice menu. È una contrapposizione tra una società romana dedita ai piaceri e la città dei

tempi antichi.

12. Giovenale ringrazia gli dei per il ritorno dell'amico Catullo, reduce da un naufragio.

13. Giovenale consola un certo Calvino al quale un amico non ha restituito il denaro datogli in

deposito. Gli dice che anche se chi commette un crimine può sfuggire al castigo degli

uomini, non può sfuggire a quella pena eterna che è il dilaniamento interiore che lo prenderà

anche nel sonno.

14. La satira pedagogica: è permeata da una profonda eticità. Tratta dell'educazione dei figli che

mai deve essere disgiunta dall'esempio.

15. Vi è la descrizione di un atto di cannibalismo causato da fanatismo religioso avvenuto in Egitto. L'uomo è la

peggiore tra le belve feroci, tuttavia, con le lacrime, mostra di avere un cuore.

16. Incompleta: sui vantaggi della vita militare.

La predica immaginifica

E' indubbia la presenza della retorica in questa satira, dei suoi schemi e delle sue tecniche. A volte

stonano un po' l'eccessiva tendenza al pathos a oltranza; le immagini ardite che si sovrappongono le

une sulle altre in modo convulso.

L'essenza della satira di Giovenale scaturisce da un sincero e robusto senso morale che conferisce

unità al tutto, una indignatio che è espressione dell'anima italica delusa dalla corruzione imperante e

da tutto il decadimento post-repubblicano. Le grandi immagini servono proprio a questo.

Lo stile epico-tragico

Tende all'evidenza, ondeggia tra linguaggio aulico e plebeo in un singolare impasto stilistico ove la

realtà esce talora deformata. A differenza delle satire oraziane, quelle di Giovenale erano destinate

alle publiche recitationes. SVETONIO

Conclude l'età di Traiano e inaugura quella adrianea, nasce intorno al 70 e muore intorno al 140.

Con lui la storia diviene aneddotica, ma non per questo priva di valore: col suo cumulo di notizie, e

anche di pettegolezzi, getta una luce singolare sulla vita segreta e sulla mentalità degli ambienti di

corte.

La vita e le opere

Avvocato, e probabilmente pure grammatico, fu preposto da Traiano alle biblioteche; in seguito, da

Adriano venne nominato segretario addetto alla corrispondenza; questa carica mise a sua

disposizione gli archivi imperiali, spingendolo quindi alla narrazione storiografica. Abbiamo un

copioso elenco di opere su argomenti molto diversi, come in costumi romani, i ludi greci, il

calendario, una difesa a Cicerone. Anche due enciclopedie dai titoli Roma e Prata. Anche lui

mostra quindi tendenza all'enciclopedismo come Plinio il Vecchio; tuttavia con una spiccata

preferenza per l'aneddoto curioso e piccante.

Il De viris illustribus è una raccolta di biografie di letterati latini, divisa in varie sezioni (de poetis,

De oratoribus, De historicis, De philosophis ecc.) Altre notizie svetoniane si desumono attraverso

Girolamo, allievo di Elio Donato, che utilizzò quest'opera per integrazioni del Chronicon di Eusebio

da lui tradotto.

Integro ci è pervenuto il De vita Caesarum. L'opera si articola in otto libri: uno per ogni singolo

imperatore della dinastia giulio-claudia, poi uno per Galba, Otone e Vitellio (i tre imperatori

dell'anno dell'anarchia) e uno per i tre flavi.

Una biografia aneddotica

Già nel De viris illustribus Svetonio mostra, accanto all'interesse erudito e documentario, il gusto

per la notizia scandalosa, per il particolare sconosciuto e sapido. Ma è nel De vita Caesarum che

meglio si rivelano la tecnica e la mentalità di Svetonio.

Un breve confronto con Tacito: le fonti da cui attingono sono sostanzialmente le stesse (quelle

letterarie), tuttavia, quelle dicerie che erano dette da Tacito solo con uno "sfumato psicologico", qui

diventano protagoniste assolute. A Svetonio non interessa scrivere storia, interessa soprattutto

caratterizzare gli imperatori con quei particolari piccanti. Ci svela spesso e morbosamente

l'imperatore lontano dalla sua ufficialità, ritratto nell'intimità, quando rivela il suo ruolo criminale o

semplicemente stupido.

La sua biografia manca del tutto di un sostegno ideale e filosofico. Il valore resta proprio quello di

introdurci nei rumores della corte imperiale.

Il problema della struttura

Svetonio struttura la sua biografia molto più secondo categorie (vizi, virtù, costumi) che secondo

l'ordine cronologico. Preferisce articolarle secondo rubriche piuttosto che esporre organicamente lo

sviluppo lineare dei fatti. La caratteristica di fondo è la romanità del dare notizia ai fatti e non alle

idealità etiche.

Lo stile è lineare, spesso vivace e articolato. È espressivamente libero. Ora con felicità espressive

tipiche dell'istantanea, ora con toni romanzeschi. Se Tiberio e Augusto sono ritratti assurdamente, il

secondo con la brutta abitudine di grattarsi, non bisogna pensare che è tutto così; anzi, alcune vite

sono particolarmente decorose.

Nel complesso, pur se non ha esplicitamente composto storie, attraverso la sua biografia ci ha dato

la forma forse più idonea di fare storia in un età, quella imperiale, la cui periodizzazione è affidata

al succedersi delle figure regnanti.

L'ETA' DI ADRIANO E DEGLI ANTONINI

(117 – 192 D.C.)

INTRODUZIONE

E' l'epoca che registra il trionfo della retorica, il culto della parola. Ma non solo. È anche un'epoca

di grande benessere e prosperità, un età "aurea" (almeno in apparenza) per l'Impero sotto la guida

umanistica di sovrani illuminati (Adriano, Antonino Pio, Marco Aurelio, tutti tranne Commodo).

Fenomeno importante è quello della seconda sofistica, ovvero un fenomeno culturale che eredita

solo l'aspetto più appariscente della grande sofistica del V secolo. I nuovi sofisti esasperano il vuoto

dei contenuti e il carattere meccanico dei luoghi comuni e gli effetti verbali, in vista dell'applauso

del pubblico. Sono pronti a discutere di qualunque cosa con dottissime sentenze. Si prefiggono il

ritorno all'antico, al purismo linguistico.

Le imperanti tendenze cosmopolitiche svuotano lo stato romano del tradizionale conservatorismo

nazionalistico (nel 212 la constitutio antoniana concede la cittadinanza romana a tutti i liberi che

dimorino nei confini dell'Impero). Lo stesso Marco Aurelio al trono (autore dei suoi Ricordi scritti

in greco!) è sintomatico di ciò.

Nel campo letterario è da registrare la massiccia presenza dei retori africani. Se prima erano stati

spagnoli i più importanti (Seneca, Lucano, Quintiliano e Marziale), adesso Apuleio è africano, idem

Agostino.

Al di là degli aspetti svagati e formali, al di là dei virtuosismi dei poetae novelli che

pretenziosamente vorrebbero agganciarsi ai neoterici, il II secolo si muove ricco di fermenti

culturali e spirituali nuovi: in poesia fa capolino un fresco gusto popolaresco e verso la fine del

secolo la letteratura cristiana farà le sue prime grandi prove con la produzione apologetica di

Minucio Felice e di Tertulliano.

Ma la caratteristica dominante del secolo, il suo comune denominatore, è la curiositas di

conoscenze sempre nuove, nel mondo delle scienze conosciute come in quello magico dell'occulto,

l'ostinata voglia di provare tutto e conoscere tutto; la smania di viaggiare. Apuleio è il più

rappresentativo. I POETAE NOVELLI

In linea con quanto scritto da Plinio il Giovane (versificazione affine a quella dei poetae novi) si

sviluppa intorno ad Adriano una nuova corrente che viene detta poetae novelli.

Hanno in comune con gli arcaicizzanti prosatori dell'epoca lo sguardo rivolto ad autori preclassici,

in particolare a Lutazio Catulo e al cenacolo neoterico. Tuttavia la loro visione del reale è molto

naif, è trascritta in termini di raffinatezza letteraria. Resta un'atmosfera strana: a termini

squisitamente dotti s'alternano espressioni popolaresche, con artificiosissimi virtuosismi metrici. I

novelli si dilettano a comporre versi che si leggono sia dalla prima parola all'ultima che viceversa,

oppure versi rhopalici (che aumentano di una sillaba a ogni verso).

Lo stesso Adriano scrisse poesie di vario argomento, fu accanito viaggiatore e sovrano illuminato,

appassionato d'arte e di cose belle; lo testimonia la sua villa a Tivoli.

La loro ispirazione a volte è scherzosa (Floro ad esempio prende in giro la passione di Adriano per i

viaggi; l'imperatore gli risponde con un'altra poesiola con la quale gli rinfaccia l'amore per le

taverne e le osterie). Altre volte vi sono toni malinconici ed edonistici.

Accanto a Adriano e a Floro è ancora da ricordare Anniano Falisco (considerato caposcuola dei novelli), anche gli

Excellentes viris di Alfio Avito e i Lupercalia di Mariano.

La nota distintiva di questa poesia è forse da individuare in un gioco letterario condotto con

signorile distacco e improntato a un unovo naturalismo che a volte si tinge di vaga tristezza.

Una tenue ma insinuante visione "pagana" della vita che fortemente contrasta con la coeva

esaltazione cristiana della supremazia dello spirito.

LA CIVILTA' DELLA PAROLA

L'arcaismo di Frontone

Una delle personalità più rappresentative dell'epoca è quella dell'imperatore Marco Aurelio

Antonino, autore di un'affascinante biografia intima (A se' stesso, scritta in greco forse per superare

l'impasse stilistica del suo celebre maestro Frontone). Frontone dovette soffrire molto quando

Marco Aurelio abbandonò le rigide regole della retorica per darsi alla meditazione filosofica;

tuttavia la trepidazione nei confronti della morte, le sue esigenze di penetrare nelle profondità dello

spirito, non potevano essere comprese da un arcaico come Frontone.

Frontone nacque in Africa all'inizio del II secolo e morì attorno al 170. E' da lui che prende il nome

il movimento oratorio arcaizzante, detto appunto frontoniano. È un movimento che vuole guardare

programmaticamente al passato, in particolare ai preclassici, in modo anacronistico e purista.

Eliminati sono non solo Seneca, anche Cicerone, Virgilio e Orazio. I suoi modelli sono Catone,

Sallustio, Nevio, Plauto, Ennio, Accio, Lucrezio. Ebbe enorme successo sia all'epoca che con

Leopardi.

Le opere

Cinque libri di epistole a Marco Aurelio con tanto di risposte, due a Lucio Vero, uno ad Antonino Pio e due agli amici;

due speciali libri indirizzati a Marco Aurelio di argomento retorico. Compose inoltre lettere e saggi svariati in stile

Nuova Sofistica.

Frontone è un tradizionalista accanito: vuole restituire al mondo l'antica gloria romana, e lo fa sia

difendendo la religione di Stato, sia la cernita dei vecchi retori. Tuttavia la ricerca a ogni costo di

parole desuete pone quasi un diaframma tra le lettere e la vita.

Oggi la critica è forse eccessivamente severa nei confronti di questo personaggio che, ai suoi tempi,

fu al centro della stima e della benevolenza di tutti, anche per il suo profondo senso di umanità.

Amava gli uomini sensibili e la tenerezza con gli allievi.

LE "NOTTI" ERUDITE DI GELLIO

Aulo Gellio è l'esponente più tipico della cultura erudita del secolo. In lui si fondono l'insegnamento

di Sulpicio Apollinare e la leziona frontoniana, accolta, però, in maniera moderata. Di qui il suo

amore per Plauto, per i vocaboli desueti, per i preclassici, ma anche per Virgilio e Cicerone.

La sua grande opera erudita è in venti libri, ed è intitolata Noctes Atticae perché composta nelle

serate invernali in Attica. È un coacervo di spunti di varia erudizione, dalla religione al diritto, alla

grammatica, all'antiquaria; notizie ordinate senza un criterio regolatore. È una dispersività

intenzionale, l'ordine è l'ordine di come lui ha appreso queste cose; forse anche per evitare la

monotonia dell'esposizione sistematica.

Le Notti costituiscono un repertorio enciclopedico dell'antica gloria romana, in un nostalgico, anche

se velleitario recupero del passato. È indiscutibile il pregio di Gellio di averci tramandato, insieme a

un'autentica miniera di notizie, numerosi testi di autori, quasi sempre arcaici, che avremmo


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Lellico

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Calabria - Unical
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Lellico di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Calabria - Unical o del prof Salemme Vincenzo.

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