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Nostalgia del paradiso

Eredità e risignificazione

Per il medioevo i giardini antichi erano descrizioni letterarie, stereotipe e collegate al mito (Campi Elisi o il topos di locus amoenus), tra cui si distinguevano il giardino di Flora dei Fasti di Ovidio e quello di Amore (eterna primavera) dell’Epitalamio per le nozze di Onorio di Claudiano; oppure dalle opere naturalistiche di Varrone, di Plinio. I cinque archetipi di giardino erano: quello di Alcinoo dell’isola dei Feaci nell’Odissea; quello dei giardini pensili di Babilonia; quello dell’Eden (paradisus voluptatis cioè del piacere); l’hortus conclusus del Cantico dei Cantici; il giardino di Giuseppe di Arimatea (dove c’era il Sepolcro e dove Gesù apparve alla Maddalena nelle vesti di giardiniere dopo la Resurrezione).

Più tardi nell’immagine del Paradiso vengono assorbiti il giardino dell’Eden e i Campi Elisi: luogo di pace, refrigerium, dei beati (ricordato negli Atti e Passioni dei martiri), ambientato in scenari di acque vive e freschissime, fiori e frutti (eternità simboleggiata dai frutti di diverse stagioni), brezza leggera e costante e presenza di fiere libere e mansuete. Il giardino veniva costruito tenendo presente il modello paradisiaco.

L’eredità romana e l’universo mitico

Per gli antichi il giardino era il luogo dove regnava la perenne primavera, dove fiori e frutti sono disponibili all’uomo (es. giardino di Alcinoo). L’idea del giardino con natura mite era giunta ai greci dalle notizie relative ai giardini pensili di Babilonia (i pairi-daeza “parco reale di caccia e di piacere”, da cui l’ebraico pardes e il greco paràdeisos) e dei Gran Re iranici (resi famosi dalle avventure di Alessandro Magno). I poeti latini immaginavano i Campi Elisi come un giardino locus amoenus e dimora dei beati. Nelle domus romane non mancava il giardino, soprattutto nei Palazzi imperiali dove erano monumentali. Varrone forniva uno schema di uccelliera/aviarum nelle analisi delle tenute di campagna nell’Agricoltura (De re rustica), modello realmente realizzato nella sua villa di Cassino.

Fiori cristiani

Dopo il 476 d.C. la società romana occidentale mantenne i suoi caratteri e quadri istituzionali (i popoli germanici intanto fondavano all’interno dell’Impero dei regni nei quali convivevano coi romani). In seguito mutarono le abitudini alimentari (animali grassi e proteine), i caratteri produttivi, il rapporto con l’ambiente e la natura (scomparvero le vaste estensioni di terreno che i romani avevano adibito a orti, a frutteti/pomaria e a viridaria - luogo verde per alberi, arbusti, erbe ad oggi verzieri).

L’eterna primavera

Isidoro di Siviglia nell’Etimologie scritte all’inizio del VII sec definisce l’hortus come orto dal verbo orior nascere, perché vi nasce sempre qualcosa, non è mai senza frutto, l’uomo è stato capace di creare un’eterna primavera come un’imitazione divina all’Eden. Nel IX sec Rabano Mauro nel trattato Le nature delle cose riprendeva Isidoro, distinguendo tra le nobili erbe coltivate nell’orto e quelle più vili che crescevano spontanee nei campi, precisando come l’hortus fosse simbolo della Chiesa. L’orto delle delizie (Paradiso) rappresenta la Chiesa del suo tempo, ma anche quella prefigurata nel Genesi e nel Cantico dei Cantici: il fiume che nasce è il Cristo, i quattro fiumi che irrigano la terra sono le 4 virtù cardinali (prudenza, temperanza, fortezza, giustizia) e i 4 vangeli, l’albero della vita è il Cristo (quello del bene e del male, il libero arbitrio). Anche le erbe dell’orto hanno significati allegorici. Quindi nell’altomedioevo il giardino ha un posto nell’allegoria ereditata dal mondo antico. In tutto il medioevo avevano buona fortuna i tratti “erbari” con elenchi di piante, descritte e illustrate nel loro aspetto e nelle loro proprietà.

Il giardino dei monaci

Nell’altomedioevo le condizioni climatiche, sociopolitiche, ambientali e culturali determinarono una crisi nell’agricoltura, floricoltura e frutticoltura. All’interno dei monasteri si riprese la coltivazione in spazi chiusi e recintati nei quali si coltivavano tanto piante aromatiche e salutari quanto legumi, ortaggi, alberi da frutto per la mensa comune e fiori per l’altare. La Regola benedettina prescrive che dentro il monastero si trovino sempre riserve d’acqua e un hortus. I monasteri sono eredi in parte delle villae rusticae codificate da Varrone, quindi avevano diversi spazi destinati alle colture: horti, frutteti/pomaria, giardini alberati o viridaria ed erbari/herbaria. Dal centro del chiostro benedettino (dove vi era o un pozzo, o cisterna o albero) si dipartivano 4 bacini d’acqua o sentieri disposti in maniera cruciforme. Il chiostro era immagine del paradiso terrestre e figura di quel Paradiso eterno della Gerusalemme celeste.

Erbe carolinge

Nel giardino medievale fiori e verdure saranno disposti in aiuole quadrate o rettangolari, elevate rispetto al piano di calpestio, cinte di legno o mattoni, sistemate a scacchiera. L’orto monastico annulla tutte le conseguenze del primo peccato. Nel piano dell’abbazia di San Gallo dell’820 tre spazi sono destinati alla coltivazione, con funzioni diverse: un orto rettangolare (hortus) diviso in 18 aiuole su due lati, ciascuna con un’essenza; un giardino quadrato deputato alle erbe e alle essenze medicinali (herbularius) con otto aiuole disposte lungo il perimetro e otto all’interno su due file; il terzo spazio coltivato ad alberi da frutto è il cimitero-frutteto, con al centro la croce contornata dall’iscrizione che da i frutti della salvezza, tra le tombe dei monaci avrebbero dovuto esserci quindici piante. Alcune di queste piante compaiono nel Libro della coltura degli orti di Valafrido Strabone, monaco a Reichenau (in questo importantissimo testo le tecniche di giardinaggio e orticoltura sono esposte in maniera semplice, pratica e moderna. vengono descritte sia specie utili che ornamentali), e comparivano anche nel 795 nel Capitolare sulle ville di Carlo Magno (si imponeva nell’orto oltre 70 specie di piante e alberi da frutto tutti diversi). Nel IX sec quindi l’elenco delle piante è abbastanza articolato.

L'albero della vita

Nel X sec a Cluny il monachesimo benedettino viene trasformato e lo spazio riservato a chiostri, orti e giardini sarà imponente. Nell’architettura benedettina i giardini erano importanti, perché spazi di fruizione comunitaria ed essenziali per alcune regole benedettine riformate: i certosini (fondati nel 1084 da san Bruno di Colonia) devono vivere in cellette separate all’interno di un comune recinto e a ciascuna di esse sia annesso un piccolo giardino; con i cistercensi (Bernardo di Clairvaux) i simboli del giardino vengono trattati con intensità e profondità.

Per la mistica e il folklore cristiani gli eventi fondamentali della storia dell’umanità (dalla creazione alla Resurrezione fino al gaudio dei giusti) si svolgono in un giardino che deve essere conchiuso o limitato (per distinguerlo da ciò che non è giardino), poi vi deve essere armonia tra natura e cultura (carattere architettonico dell’uomo), poi questo equilibrio subisce un pericolo costante perché effimero. Il giardino diventa tempio e spazio sacro, quindi inviolabile, l’archetipo è il giardino dell’Amen.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/08 Letteratura latina medievale e umanistica

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