Michel Pastoureau - Medioevo simbolico
Capitolo 1. Il simbolo medievale
In che modo l'immaginario fa parte della realtà
Nel medioevo il simbolo è talmente intrinseco nella realtà che non è nemmeno spiegato ai lettori, ha un grande significato che prende origine dagli scritti di sant'Agostino (padre della simbolica medievale e degli enciclopedisti del XIII secolo raccolte di exempla destinate ai predicatori). Le diverse sfumature di significato del simbolo sono espresse nel latino medievale e poco nelle lingue moderne; infatti, in italiano si parla di simbolo in generale, mentre invece nel latino medievale vi è il signum, figura, exemplum, memoria, similitudo. Nel latino medievale le parole sono scelte in modo accurato. Il simbolo si esprime non solo a parole o gesti, ma anche attraverso immagini.
Una storia da costruire
Ad oggi le opere di divulgazione hanno equivocato il significato di simbolo in modo tale da far salire le vendite. Invece le opere di qualità o si gettano sulla teologia e filosofia oppure sull'emblema e l’emblematica (e l'emblema non è un simbolo, ma un segno che indica l'identità di un individuo o gruppo di individui). Il simbolo si riferisce ad un’entità astratta, un’idea, una nozione, un concetto. Talvolta il simbolo e l'emblema si intersecano.
L’etimologia
Per gli autori anteriori al XIV secolo la verità (ontologica) degli esseri e delle cose è da cercare nelle parole. Nella lingua latina si cerca l'origine e la storia di una parola latina. Lo storico deve prendere in considerazione anche le “false” etimologie. La verità delle parole spiega l'origine di credenze, immagini, sistemi e comportamenti simbolici, riguarda i nomi comuni e nomi propri (es. il noce è considerato malefico perché deriva dalla parola latina nux nuocere/nocere, quindi è albero nocivo, stessa cosa il melo che rimanda a malus/male). Lo studio del simbolismo medievale deve iniziare dal vocabolario (es. nei romanzi francesi di cavallerie del XII-XIII secolo al vincitore di un torneo veniva consegnato come premio un luccio, il pesce è chiamato nell’antico francese lus e in latino lucius invece la ricompensa è los dal latino laus, quindi un gioco di parole). Il nome proprio indica la verità di una persona, il simbolismo del nome gioca un ruolo principale nell'agiografia (es. la Santa Veronica deve la sua esistenza alla costruzione di un nome proveniente dal latino vera icona che designano il Volto Santo, la vera immagine del Salvatore impressa sul sudario).
Alcuni santi guaritori devono i loro poteri terapeutici esclusivamente al nome, ma dato che nelle diverse lingue vi sono diversi nomi per indicare le malattie cambiano le virtù di ciascun santo secondo il paese (es. in Francia san Maclou viene invocato contro un gran numero di malattie pustolose/clous, mentre in Germania è san Gallo da die Galle/il bubbone). Conoscere l’origine di un nome proprio significa conoscere la natura di colui che lo porta.
L’analogia
Il simbolo medievale si costruisce sulla somiglianza tra due parole, due nozioni, due oggetti, oppure tra una cosa e un’idea, un legame tra qualcosa di apparente e qualcosa di celato. Hanno funzioni simboliche la parola, la forma, il colore, il materiale, il numero, il gesto, l’animale, il vegetale e anche la persona. In greco il simbolo era un segno di riconoscimento costituito dalle due metà di un oggetto che due persone conservavano ed esibivano per riconoscersi. Nel medioevo ogni oggetto o elemento o essere vivente era la rappresentazione di un’altra cosa che gli corrispondeva su un piano superiore: per i sacramenti e i misteri della fede (la teologia li spiega attraverso una dialettica tra simbolo e ciò che significa), oppure per i mirabilia più grossolani della mentalità profana (la relazione tra oggetto significante e cosa significata si articola secondo un procedimento più meccanico). Il pensiero moderno è di ostacolo per il ritrovare la verità nascosta del simbolo medievale (es. il blu per noi è un colore freddo invece per l’uomo medievale è un colore caldo perché colore dell’aria la quale è secca e calda). Per lo storico del medioevo l’immaginario fa parte della realtà ed è esso stesso realtà.
Lo scarto, la parte e il tutto
In una lista o gruppo un personaggio (o un animale o un oggetto) è simile agli altri tranne che per un dettaglio (il quale gli da il suo significato) operando uno scarto in relazione a ciò che si sa di lui, lo scarto fa accedere ad un simbolismo di natura esponenziale, quello del “selvaggio” (in una società come quella medievale nella quale le cose devono restare al loro posto, nel loro stato abituale o naturale per rispettare l’ordine divino, lo scarto o la trasgressione dell’ordine è un atto violento che attira necessariamente l’attenzione). Trasgredire la sequenza fa attivare il simbolo. Affine al procedimento dello scarto o dell’inversione è quello degli estremi che si toccano (es. Giuda è rosso, ma lo è anche il Cristo per osmosi nella scena del bacio).
La pars pro toto agisce tra micro e macrocosmo, per la scolastica l’uomo e tutto ciò che esiste sulla terra formano un universo in miniatura, costruito ad immagine dell’Universo nella sua totalità (il finito è immagine dell’infinito), la parte per il tutto è il primo grado del simbolismo medievale (es. nel culto delle reliquie un osso o un dente valgono per il santo intero, oppure la corona e il sigillo rappresentano il re). La verità si situa fuori della realtà, quindi la verità non è reale.
I modi di intervento
Nel simbolismo medievale niente funziona fuori contesto. Lo storico non può generalizzare, ma partire dai diversi elementi simbolici che si trovano nel documento da studiare, poi comparare quel documento con altri della stessa natura e altri ambiti affini (testi, immagini, luoghi, rituali), infine potrà riapprocciarsi al simbolismo in generale (anche se potrebbe portare su false strade). Il medievista compara il simbolismo medievale a quello della Bibbia o delle culture greca e romana. I grandi assi del simbolismo medievale sono il risultato della fusione di parecchi sistemi di valori e modi di sensibilità anteriori (Bibbia, cultura greco-romana e quella dei mondi “barbari”, cioè celtico, scandinavo, germanico). Il simbolismo interculturale fondato su archetipi e dipendente da verità universali non esiste (perché nel mondo dei simboli tutto è culturale e va studiato in rapporto alla società che lo usa). I numeri esprimono qualità e quantità (3-4-7 numeri primordiali, 12 la totalità, 11 è insufficiente, 13 è eccessivo e funesto, 40 un gran numero).
Capitolo 2. L'animale
2.1. I processi ad animali. Una giustizia esemplare?
Dagli anni ’80 alcuni filologi ed antropologi si sono interessati ai casi particolari degli animali. Considerato nei suoi rapporti con l’uomo, l’animale rientra in tutte le grandi indagini di storia sociale, economica, materiale, culturale, religiosa, giuridica e simbolica. Gli animali erano talmente presenti nella vita dell’uomo da entrare nelle chiese.
Il Medioevo cristiano di fronte all'animale
L’uomo medievale rifiuta ed è curioso dell’animale, da una parte perché l’uomo solo è immagine di Dio mentre l’animale è impuro, d’altra parte vi è un legame tra l’uomo e l’animale. La corrente del rifiuto è dominante e spiega perché l’animale sia chiamato in causa e rappresentato così spesso, da qui le proibizioni di travestirsi da animale, di imitare il comportamento animale, di festeggiare o celebrare l’animale e di intrattenere con lui relazioni giudicate colpevoli. Invece la seconda corrente è più moderata e moderna, anche se l’idea di una comunità di esseri viventi viene da Aristotele (nel De anima), ma l’esempio più celebre si trova in Francesco d’Assisi (il quale trae origine dai versetti di san Paolo nell’epistola ai Romani “la creatura stessa sarà liberata dalla servitù della corruzione, per avere parte alla libertà della gloria dei figli di Dio”). Ci si chiede se gli animali vadano trattati alla pari degli esseri umani (alla base dei processi che li conducono in tribunale a partire da metà del XIII secolo).
Questi processi sono sconosciuti prima del XIII secolo e proseguono per i tre secoli successivi. La Chiesa diventa un immenso tribunale (viene creato il tribunale vescovile, l’Inquisizione e la procedura inquisitoriale).
La scrofa di Falaise
In Normandia nel 1386 una scrofa di circa 3 anni, vestita in abiti da uomo, fu trascinata da una giumenta dalla piazza del castello fino al sobborgo di Guibray, dove era stato sistemato un patibolo sul luogo in cui si teneva la fiera, il boia la mutilò mozzandole il grugno e la coscia e dopo averla agghindata con una maschera a figura umana la appese per i garretti posteriori a una forca di legno fino alla morte. La carcassa della scrofa venne strangolata e legata ad un graticcio per il rituale della berlina. Infine dopo parecchi giri di piazza i resti del povero animale furono posti sul rogo e bruciati. L’avvenimento venne ritratto nella chiesa della Santa Trinità su richiesta del visconte di Falaise.
L’animale ha un’esecuzione pubblica perché ha commesso un crimine o un misfatto grave, viene giudicato e condannato a morte dall’autorità laica, come la scrofa di Falaise che aveva ucciso un lattante. Sugli archivi giudiziari medievali vengono accuratamente riportati tutti i soldi dati al carceriere, al boia, a quelli che hanno preparato il patibolo e supplizio, ai funzionari e alle guardie. Il visconte (cioè il balivo regio dato che in Normandia i baliaggi si chiamavano viscontee) si chiamava Regnaud Rigault tra il 1380-1387, fece portare ai contadini dei maiali affinché anche loro imparassero la lezione e fece realizzare la pittura nella chiesa (pittura che venne distrutta nel 1417 con l’assedio del re inglese Enrico V e rifatta in data sconosciuta, infine nel 1820 tutta la chiesa fu imbiancata a calce). Il crimine della scrofa fu mangiare la gamba e parte del viso di un bambino di circa 3 mesi figlio di un muratore. Il processo durò nove giorni nei quali venne nutrita la scrofa, infine ebbe perfino un difensore, ma nessun prete raccolse la sua confessione. Il proprietario dell’animale non è responsabile penalmente, al massimo deve compiere un pellegrinaggio. In un altro caso nel 1457 addirittura in Borgogna (a Savigny-sur-Etang) un’altra scrofa confessò sotto tortura di avere ucciso e in parte divorato un ragazzo. Altro caso nel 1394 in Normandia (a Mortain) un maiale venne posto alla berlina e pubblico ludibrio prima di essere impiccato per aver divorato un bambino di venerdì, giorno di magro.
Una storiografia deludente
I processi di animali devono essere ancora analizzati, solo qualche giurista e storico del diritto del 1800-1900 se ne è interessato, il primo che avvertì l’importanza dell’oggetto di studio fu Karl von Amira (1848-1930), rinnovatore dell’etnostoria del diritto tedesco. Gli archivi di questi processi sono spesso ridotti in briciole. Tra 1500-1600 dei giureconsulti si sono interrogati sulla legittimità ed efficacia di tali processi, dando vita a parecchie raccolte di giurisprudenza e trattati; tra questi vi è Barthélemy de Chasseneuz (1480-1541), magistrato borgognone più noto come Chassenée, inizia la carriera come avvocato del re nel baliaggio di Autun (1508) e la terminò come presidente del Parlamento di Aix, in una raccolta parla di quali siano gli animali perniciosi da portare a giudizio (ratti, topi, arvicole, punteruoli del grano, lumache, maggiolini, bruchi ed altri parassiti), il tribunale è quello del vescovo e la pena è l’esorcismo, l’anatema e persino la scomunica (tanto che nel 1120 il vescovo Bartolomeo della diocesi di Laon chiama “maledetti e scomunicati” i topi che hanno rovinato il raccolto; oppure nel 1516 contro le cavallette a Villenauxe, nel 1543 contro le lumache a Valence e nel 1585 contro i bruchi a Grenoble).
Tipologia dei processi
Si raggruppano i processi in tre categorie: quelli intentati ad animali domestici (maiali, bovini, cavalli, asini, cani) che hanno ferito o ucciso delle persone, sono processi penali e individuali quindi l’autorità ecclesiastica non interviene; ci sono poi quelli intentati ad animali considerati collettivamente, grandi mammiferi selvaggi (cinghiali e lupi) che devastano il territorio e animali di piccola taglia (roditori, insetti, parassiti) che distruggono i raccolti, quindi interviene la Chiesa che fa ricorso all’esorcismo, associando il rituale liturgico a quello giudiziario; il terzo tipo di processo riguarda gli animali implicati in crimini di bestialità, sono mal documentati perché l’uomo o la donna e l’animale (complice) sono rinchiusi vivi in uno stesso sacco con gli atti dell’istruttoria e bruciati sul rogo perché non resti traccia di un crimine così orribile, inoltre per il ricercatore è difficile distinguere il vero dal falso (es. nel 1553 Michel Morinne, negoziante di vini nell’Angiò, accusato dalla moglie di aver comprato una pecora e di aver abusato dell’animale, quindi l’uomo venne impiccato e bruciato in un sacco con la pecora e i suoi beni confiscati a vantaggio della moglie, la quale si risposa dopo due anni). Vi sono anche i processi di stregoneria ed eresia nei quali sono implicati gli animali (gatti, cani, capri, asini, corvi), ma riguardano più il 1500-1600 e poco il medioevo. Nel 1405 a Gisors un bue venne impiccato “per i suoi demeriti”; oppure nel 1735 a Clermont-en-Beauvaisis un’asina viene uccisa per avere “male accolto” la sua nuova padrona. In Francia tra il 1300 al 1500 c’è sempre lo stesso rituale: l’animale viene catturato vivo e incarcerato nella prigione, la magistratura locale istruisce un processo-verbale, svolge le indagini, mette sotto accusa l’animale, il giudice ascolta i testimoni, confronta le informazioni ed emette la sua sentenza, che è notificata all’animale nella sua cella, la condanna può essere l’impiccagione, rogo, strangolamento, decapitazione, annegamento o il sotterramento. Se l’esecuzione non può avere luogo l’animale viene restituito al proprietario (es. 1462 a Borest una scrofa che aveva divorato un bambino mentre i genitori erano in chiesa viene rilasciata perché le forche dei religiosi si erano deteriorate per putrefazione). Quando l’animale colpevole non può essere identificato o catturato si prende un congenere (ma non viene giustiziato) oppure un fantoccio che gli assomiglia (es. 1332 un cavallo aveva provocato un incidente vicino Parigi in una giurisdizione ritenuta molto severa, il proprietario del cavallo portò l’animale in un’altra giurisdizione ma venne scoperto e costretto a pagare una somma equivalente al valore del cavallo e una figura di cavallo che fu esposta ed impiccata).
Perché tanti maiali in tribunale?
In nove casi su dieci è il maiale a commettere crimini, perché è l’animale più diffuso in Europa (dopo viene la pecora), anche se l’archeozoologia ne sottovaluta il numero. Altra ragione per la presenza dei maiali in tribunale è perché per le società antiche l’animale più vicino all’uomo è proprio il maiale (la medicina dall’antichità al XIV sec studia l’anatomia del corpo umano a partire dalla dissezione del maiale, infatti siamo simili per l’apparato digerente, urinario, tessuto e sistema cutaneo), quindi essendo così vicino all’uomo si sono domandati se fosse vicino anche con l’anima.
L’anima delle bestie
Alla fine del 1200 Philippe de Beaumanoir afferma che condurre una scrofa in tribunale è fatica sprecata perché l’animale è incapace di distinguere il male e il bene, ma questa teoria non fu la più diffusa, anzi nel 1500 sono ancora numerosi i giuristi che ritengono occorra punire gli animali colpevoli di omicidio e infanticidio (1572 Jean Duret e 1575 Pierre Ayrault). Scopo della giustizia è l’esempio: avvisa i genitori di non lasciare i bambini incustoditi. Nell’Esodo si precisa che il bue che abbatte un uomo o una donna va ucciso e non si devono mangiare le sue carni e il padrone è innocente. Nel Medioevo si ritiene che anche l’animale possieda l’anima che ritorna a Dio dopo la morte, l’anima è vegetativa (si nutre, cresce, si riproduce) e sensitiva (dotata di sensazioni) e intellettiva (per gli animali superiori come l’uomo). Nel 1600 con Cartesio gli animali non hanno anima e sono incapaci di ragione, con Malebranche gli animali non conoscono sofferenza perché non hanno il peccato originale. In epoca moderna l’animale è lontano dall’uomo.
La buona giustizia
Il processo agli animali è testimonianza del rituale giudiziario, nulla sfugge alla “buona giustizia”, nemmeno gli animali. Se i processi agli animali fossero stati frequenti non si spiega il ristretto numero di documenti ritrovati, forse una pessima conservazione? Oppure erano casi rari, tanto rari da rendere il processo uno spettacolo: infatti a partire dal 1200 questi processi costituiscono exempla ritualizzati, mettono inscena il perfetto esercizio della “buona giustizia”.
2.2. L’incoronazione del leone
In che modo il bestiario medievale si è dato un re
La popolarità del leone in Europa è data dall’archeozoologia, dalla storia dei serragli, dalle immagini e testi letterari, l’antroponimia, il lessico, l’araldica, i proverbi. Leoni dappertutto - in Europa i leoni selvatici non ci sono, i romani li prendevano dall’Africa e Asia, invece nel medioevo gli ammaestratori di animali giravano di fiera in fiera e di mercato in mercato.
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