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Francesco d’Assisi – Franco Cardini

1. “Perché a te?”

Francesco d’Assisi muore la sera di sabato 3 ottobre 1226 (la chiesa romana fa iniziare il giorno dal tramonto perché l’alba è quella

celeste) in un periodo (quello tra XII-XIII) tra i più sereni e prosperi dell’Occidente dopo l’anno mille (senza carestie o epidemie, anche

se le rese agricole erano sempre più basse). Francesco da morto ricorda il Cristo deposto dalla croce, perché smagrito, ulcerato e

piccolo. Da circa sei anni prima della sua morte le cose all’interno dell’Ordine non erano chiare: Francesco si era ritirato lasciando il

governo interno ad altri, con la sua morte ci si chiedeva cosa sarebbe stato dell’Ordine oltre che al preoccuparsi dei tumulti dovuti al

sottrarre o smembrare il corpo del santo come di solito succedeva per prendere le reliquie. Davanti alla Porziuncola la domenica si

riuniscono genti di paesi vicini per piangere il frate Francesco. La salma venne fatta sostare a San Damiano dove risiedeva Chiara e le

“povere dame”. Poi giunto in Assisi venne tumulato nella chiesa di San Giorgio (oggi incorporata con la basilica di Santa Chiara). Nei

giorni successivi frate Elia da Cortona inviò a tutti i ministri provinciali una lettera nella quale indcava le stimmate quale prova della

conformità rispetto a Cristo. La pratica di canonizzazione durò una ventina di mesi, perché a marzo era stato eletto papa Gregorio IX,

Ugolino da Ostia (protettore dell’Ordine), assistito come consigliere da frate Elia (per quanto il Capitolo dell’Ordine riunito ad Assisi nel

1227 avesse scelto come ministro generale Giovanni Parenti). Il 19 luglio 1228 il papa pubblicò la bolla Mira circa nos con la quale si

canonizzava Francesco. Nel 1230 le spoglie vennero traslate nella chiesa di San Giorgio e tumulate con una certa fretta nella cripta

sotto l’altare maggiore (per evitare che le stimmate fossero oggetto di verifica), la chiesa era presso un dirupo nel luogo Vallis Inferni,

orientata con l’ingresso rivolto ad est (come il Santo Sepolcro di Gerusalemme). La pomposità della chiesa fu oggetto di critica per i

rigoristi (che vedevano in Elia un potenziamento temporale dell’Ordine). Si sviluppò una polemica tra rigoristi e moderati. Le vicende

dei francescani si intrecciarono con la situazione religiosa e politica italiana: propaganda dei gruppi ereticali (catari) e la lotta contro

una Chiesa sempre più temporale. La Chiesa si serviva dei frati minori come inquisitori e docenti nelle università. Altra polemica

riguardava la povertà evangelica che si riversava nelle università e nelle piazze. Si diffusero idee che collegavano Francesco all’Angelo

del Sesto Sigillo e all’alter Christus ripresi da scritti attribuiti a Gioachino da Fiore. Le nuove polemiche tra “spirituali” e “convenutali” si

avvertono nei Fioretti (raccolta di leggende sul santo assisano). Le due ali del movimento si ramificarono, si affrontarono sui temi

dell’obbedienza e povertà: il Francesco fedele alla Chiesa è quello degli scritti di san Bonaventura e negli affreschi di Giotto nella

basilica superiore, invece il Francesco povero è quello dell’XI canto del Paradiso di Dante.

Tra il 1200 e 1400 il movimento minoritico subisce numerose vicende: una battaglia contro la mondanità della Chiesa, la

chiericalizzazione dell’Ordine, la mitigazione del primitivo messaggio del Fondatore per adeguarlo alle esigenze del papato. Per

ritornare all’Ecclesiae primitivae forma cioè alla purezza originaria vennero fatte riforme e rifondazioni, tra cui la “Osservanza” del

Trecento che al contrario dei conventuali bonaventuriani volevano rinnovare gli entusiasmi popolari dei quali Francesco era stato al suo

tempo oggetto. Dopo la Riforma il nuovo ritorno alle origini fu proclamato dai cappuccini, ulteriore famiglia minoritica. Il successo dei

Frati Minori è legato all’idea di Francesco in base alle società e ai tempi. Alla base della sua fama vi è la biografia di Bonaventura

(Legenda maior) che fornì una ufficiale immagine del santo conforme alla Chiesa, oppure il ciclo di affreschi giotteschi, infine il binomio

Francesco-Povertà di Dante (rivista nell’amor cortese perché si sposa con Madonna Povertà).

In Francia nel 1894 Paul Sabatier scrive “La vita di san Francesco d’Assisi facendo nascere la fortuna contemporanea di Francesco e

facendo esplodere la questione francescana. Il Sabatier era pastore protestante e allievo di Ernest Rénana, continuò l’opera del

maestro revisionandola molte volte fino al 1931 postuma. La questione storiografica francescana era imperniata sul valore degli scritti e

delle prime biografie del santo e sulla possibilità di redigere una vita filologicamente attendibile. Sabatier venne criticato per la sua

svalutazione dell’elemento sovrannaturale, per l’esaltazione degli aspetti conflittuali tra Francesco e Chiesa e la distorsione operata

dalla Chiesa del messaggio di libertà e di adesione al vangelo. A Sabatier venne contrapposta la biografia francescana del danese

Joan Joergensen nel 1907. Intanto nel 1926 Francesco venne eletto patrono d’Italia, facendo riavvicinare Stato e Chiesa nel ’29. La

figura di Francesco venne modificata e distorta nel corso del tempo (es nel 1956 il cretese Nikos Kazantzakis nel suo libro Il Poverello

di Dio dedica una biografia romanzata e un amore tra Francesco e Chiara), anche le stesse biografie scritte da Tommaso da Celano

descrivono un Francesco diverso l’una dall’altra. Per comprendere la figura di Francesco bisogna accostare le varie testimonianze e

vedere fino a che punto ogni fonte ha l’esigenza di presentare un Francesco diverso o opposto rispetto alle altre.

2. “Come fa questo talvolta di Gange”

La città e il contado di Assisi alla fine del XII-XIII sec avevano acquisito una autonomia all’interno del ducato di Spoleto (territorio

conteso tra Impero e Chiesa), l’area era tra l’Appennino, la Tuscia e Roma e poco distante dalla Via Francigena (che la collegava a

Roma) e la via che dal porto di Pisa arrivava a quello di Ancona. In più l’area di Assisi era fortemente antropizzata (tra 11-16mila

persone) testimoniato dalla messa a coltura di zone montane, dai passaggi di proprietà e dai nuovi contratti agrari di mezzadria (di

media durata, a canoni parziali). Le grandi signorie terriere erano in declino a favore dei ceti abbienti cittadini. L’economia assisiana tra

XII-XIII sec era costituita da cereali, vigne, olivo, ma anche alberi da frutto (noci e fichi), oltre che orti, campicelli chiusi, ma anche

boschi e pascoli. Mentre in pianura si combatteva contro la palude, in montagna si dissodava e si disboscava, ma il disboscamento

limitava la caccia e la pastura dei suini, nonché la raccolta di legname e alberi da frutto. Le carte dell’archivio della cattedrale di San

Rufino ci parlano di mulini, della lavorazione della lana (già presente nei monasteri, come quello di Sassovivo presso Foligno). La

manifattura tessile era caratteristica di quei gruppi di laici e religiosi, uomini e donne, che dalla fine del XII sec si riunivano in comunità

cittadine, rifiutavano il lusso nel vestire, l’astensione dall’usura, offerta ai poveri: questi gruppi sono noti come “umiliati” diffusi nell’Italia

settentrionale e centrale, si aggregavano nei quartieri poveri della città vicino a gore d’acqua (per la lavorazione dei tessuti). Le loro

forme di vita erano simili ai valdesi o ai catari, per questo vennero visti con diffidenza dai pontefici (anche perché sostenevano l’illiceità

del giuramento). Nel 1201 Innocenzo III approvò il propositum degli umiliati (ma non divennero un Ordine religioso), in questo modo si

inserirono nella disciplina ecclesiale e divennero oppositori della propaganda ereticale. La Assisi del XII sec era modesta, non vi erano

tantissimi mercanti, quindi il fatto che Pietro Bernardone fosse un mercante lo equiparava a un imprenditore di rilievo, in diretto contatto

con una clientela d’Oltralpe e i “panni francescani” erano considerati con ammirazione, ma probabilmente non poteva vivere facendo

solo il mercante, quindi è probabile fosse collegato al traffico di denaro (attività bancaria o usura, considerata negativamente dalla

Chiesa). La valuta dell’Umbria del XII-XIII sec era il danaro argenteo coniato a Lucca che aveva sostituito quello pavese dalla discesa

dell’imperatore Federico I e dei suoi collaboratori tedeschi (ma la moneta pavese era migliore di quella lucchese). Il rialzo dei costi dei

prodotti agricoli al dettaglio portò la fame e una maggiore mendicità, ma fu il differenziarsi socioeconomico ad aumentare la povertà. Ad

Assisi alla fine del XII sec si scatena la danza dell’argento: crescita dei prezzi, speculazione, usura, frode, avidità, ostentazione del

benessere, avarizia, invidia, un indurimento dei rapporti sociali. L’Assisi romana venne ampliata e comprese tre nuclei storici di San

Rufino, di Murorupto (rovine della cinta romana utilizzate come cava di pietre), e di Santa Maria Maggiore. L’autonomia di Assisi dal

ducato di Spoleto venne concessa da Federico Barbarossa nel 1160 (affinchè il congiunto non potesse godere di troppo potere), ma

una vera e propria autorità imperiale in città si organizzò nel1174 quando Assisi venne assalita e conquistata (dopo che l’Italia centrale

insorse contro il potere imperiale rappresentato da Cristiano arcivescovo di Magonza). Ad Assisi fu battezzato Federico II figlio di

Enrico VI di Svevia e di Costanza d’Altavilla. A seguito della morte di Enrico VI, il papa Innocenzo III rivendicò i territori appartenuti in

antico: Corrado di Urslingen duca di Spoleto e conte di Assisi offrì invano i suoi servigi al papato, nel 1198 gli assisani approfittarono

della situazione per togliere l’ipoteca del potere ducale spoletino assalendo e smantellando la rocca e assalendo le case-torri dei

milites o boni homines aristocratici filo ducali. Innocenzo III diede la colpa a Perugia che era interessata al territorio ducale. Questa

guerra civile riguardava i membri dell’aristocrazia (che facevano parte del consiglio comunale in qualità di consules) e i membri del ceto

che si stava arricchendosi (gli imprenditori e banchieri facevano parte dei populares). Nel 1203 tra boni homines e populares si stipulò

una charta pacis con la quale reintegravano gli aristocratici in quelle proprietà e prerogative dalle quali essi erano stati allontanati,

ristabilendo gli hominitia (forme feudali tra due uomini liberi). Francesco assisté come membro più alto dei populares.

Che Francesco fosse nato tra 1181/2 lo deduciamo dall’atto di morte (doveva avere 44anni), forse la casa natale era nell’area di Porta

Santa Chiara, oppure di Porta San Giacomo, che la madre si chiamasse Pica e fosse una nobile francese è una informazione tardiva e

discussa. Più interessanti le notizie sui suoi studi con il vecchio prete della chiesetta di San Giorgio, doveva sapere un po’ di latino.

Possiamo dedurre le sue letture e fantasie giovanili dal fatto che il padre mercante gli avesse portato da Oltralpe qualche testo di

chanson de geste o romanzo cavalleresco. Per quanto riguarda il nome la tradizione vuole che la madre lo avesse chiamato Giovanni

e che il padre di ritorno dai suoi viaggi oltralpini avrebbe preferito cambiare quel nome in Francesco, è più plausibile (dato che

Francesco alla fine del XII sec è un nome strano) che fosse un soprannome magari dato dai compagni di giochi e amici connettendolo

con quei “panni franceschi” che commerciava il padre. Sicuramente avrà visto a 13anni il battesimo di Federico II e verso i 14anni avrà

cominciato ad imparare la professione paterna, a 16anni fu presente alla presa della rocca e all’espulsione dalla città di alcune tra le

più potenti famiglie assisiane. La sua conversione va dalla conquista popolana della cittadella alla guerra assisano –perugina del

1202/3 (dopo la quale l’assisi sconfitta deve riprendere gli aristocratici esiliati).

3. “Non conosceva ancora i piani di Dio”

Tommaso da Celano entrò a far parte dei frati minori tra 1214/5, era un raffinato scrittore in latino, ma non conosceva da vicino

Francesco, tuttavia frate Elia e Gregorio IX gli affidarono la stesura della biografia del santo. Scrisse la Vita prima sancti Francisci fra il

luglio del ’28 (canonizzazione di Francesco) e il maggio del ’30 (quando il corpo venne traslato da San Giorgio alla chiesa nuova

costruita), dopo redasse un’epitome la Legenda ad usum chori nella quale sintetizzava l’evangelica perfezione del santo espressa da

una perfetta regola evangelica. Anni dopo l’Ordine esigeva un ripensamento della biografia francescana e Tommaso era entrato in

contatto con i compagni di Francesco (Leone, Rufino, Angelo) e aveva letto le memorie degli intermediari (Filippo, Illuminato, Masseo,

Egidio e Bernardo). Intanto frate Elia era caduto in disgrazia e nell’Ordine ferveva la disputa tra Regola e povertà. Tommaso redasse

nel 1246/7 un Memoriale in desiderio animae o Vita secunda sancti Francisci per incarico del Capitolo generale dell’Ordine minoritico

tenutosi a Genova e per ordine del ministro generale Crescenzio da Iesi. Nella prima biografia il Francesco giovane è mondano e

peccaminoso (riprendendo “luoghi comuni” di Seneca e sant’Agostino), nella seconda biografia abbiamo un Francesco più umano e

simpatico, un giovane con una vita gioiosa e intensa matura in se stesso i semi di un’esperienza più alta e alla quale era predisposto.

Nel suo Testamento Francesco stesso dice che la vita giovanile era in peccatis, ma intende vita mondana, vissuta prima della

“chiamata” (conversio, metanoia: momento nel quale egli coglie in modo chiaro e centrale il senso della propria missione e cambia

vita), e comunque non si pente della giovinezza passata perché forse faceva parte degli iuvenes (persone non sposate, coraggiosi e

robusti che potevano permettersi la guerra, invece in Francia è colui che ha ricevuto le armi attraverso la cerimonia

dell’addobbamento). L’avventura nel XII-XIII sec è una fase iniziatica del giovane guerriero che ha come scenario la foresta. Secondo

le consuetudini solidaristiche del tempo esistevano nei centri urbani delle brigate (societates iuvenum) contraddistinte da un nome, una

insegna, da usanze e statuti, armate e talvolta pericolose. Sappiamo che Francesco non era un cavaliere (miles: colui che assume le

armi e insegne del suo rango nel corso dell’addobbamento o chi aveva ottenuto una “collata”, schiaffo o pugno fra collo e spalla, con

valore iniziatico, in entrambi i casi aveva il titolo di “messere” o dominus; la cerimonia dell’addobbamento entra a far parte di un vero

documento liturgico il Pontificale di Guglielmo Durand vescovo di Mende), ma sicuramente avrà preso parte alla società aristocratica

assisana partecipando alle loro brigate o organizzando feste (nella brigata c’era anche il rex iuvenum che aveva una bacchetta/virga,

oggetto a metà tra scettro e bastone di comando, ma simile alla mazza dei giullari). La mentalità di Francesco era talmente dentro

l’idea feudale da rendere anche Dio un buon signore per il fedele vassallo, è un Dio “cortese” come nei romanzi di cavalleria;

Francesco ha la mentalità del laico che ambisce a crescere in rango e considerazione sociale e che interpreta valori e gerarchie sociali

in analogia con la suprema divina Maestà (seconda Chiara Frugoni all’inizio della conversione Francesco continuava ad adorare se

stesso). Sicuramente Francesco avrà sentito il ciclo arturiano dai giullari, oppure dalle sculture cavalleresche della vicina Narni (in tutta

Italia, dai mosaici di Brindisi al duomo di Verona, era possibile vedere collegamenti col ciclo di Rolando), ma a dispetto degli eroi

arturiani lui si definisce una “gallina nera”, basso, mingherlino, scuro di pelo e carnagione, ma sicuramente aveva fascino, giovane ed

intelligente.

4. “Diventerò un grande principe”

Tra 1202/3 Francesco montò a cavallo contro i perugini, ma venne sconfitto nella battaglia di Collestrada (o di Ponte San Giovanni) e

venne fatto prigioniero nelle carceri perugine, probabilmente in una cella diversa dei populares e sicuramente insieme a quei boni

homines che non si erano ritirati dopo il 1198 (sicuramente i perugini si aspettavano un buon riscatto da Pietro Bernardone). Data la

paura dei compagni di prigionia, Francesco ripescò in quell’occasione tutta la sua vitalità. Nel 1203 si stipulò la pace tra Perugia e

Assisi e si strinse un patto di riconciliazione tra boni homines e populares assisani, gli aristocratici esiliati potevano rientrare in città ed

essere reintegrati nei possessi e prerogative anteriori al 1204. Intanto nel 1204 i crociati partiti da Venezia nel 1202 per riconquistare

Gerusalemme avevano assalito la cristianissima Costantinopoli (cavalieri francesi, piemontesi e mercanti veneziani divennero padroni

di isole nell’Egeo o città intere in Grecia), poi Federico II (ancora minorenne) non riusciva a mantenere l’ordine quindi lo aiutò

Innocenzo III inviando in Puglia il cavaliere Gualtiero di Brienne (che aveva sposato la figlia di Tacredi conte di Lecce e che quindi

rivendicava i diritti feudali), quest’ultimo cercava guerrieri disposti ad un ingaggio mercenario. Cosa analoga accadde ad Assisi dove

reclutava armati un conte di nome Gentile (forse Gentile dei Paleari conte di Manoppello, vicario pontificio per il Mezzogiorno d’Italia).

Da quest’ultimo Francesco si spettava la cintura e gli sproni dorati. La spedizione in Puglia abortì da sola. Tutte le vite del santo sono

concordi nel dire che da questo sogno di gloria matura in lui la conversio. Nella Vita Prima Tommaso da Celano il sogno prevede la

casa paterna piena di armi e non di merci, quindi gioendo del nobile cambiamento che presagisce gloria futura. Nella cronaca detta dei

Tres socii (Tre compagni: Leone, Angelo e Rufino) narra che gli apparve quidam che lo guidò nello splendido palazzo della promessa

sposa. Alla luce di questa leggenda Tommaso da Celano nella Vita Seconda ci informa che il sogno pervenne da Cristo e che dopo la

prigionia era più incline alla compassione per i poveri e i diseredati, aveva rivestito un cavaliere impoverito e ridotto quasi alla nudità, e

per questo meritò che Cristo lo visitasse e gli parlasse. Lo schema agiografico della visitatio (sogno premonitore d’origine divina) è

presente anche in Francesco: uno splendido palazzo, bellissime armi, una mirabile sposa; e una voce che lo chiama per nome e lo

assicura che quei tesori sono riservati a lui e ai suoi cavalieri. Il fatto che la scena rimandasse ai racconti di Chrétien de Troyes è

testimonianza di un mantenimento nella coscienza di Francesco. Dal canto suo Bonaventura segue il Celano della Vita seconda, ma

elimina il particolare della sposa e fa del sogno il presagio di un nuovo Ordine religioso (simile a quelli militari del suo tempo: Templari,

Giovanniti di Gerusalemme, Teutonici, Ordini iberici): dopo l’episodio del cavaliere caduto in miseria l’infinita clemenza divina gli mostrò

un palazzo grande e bello pieno di armi contrassegnate dalla croce di Cristo per dimostrargli come la sua misericordia nei confronti del

cavaliere povero per amore del sommo Re stava per essere ricambiata con un’impareggiabile ricompensa. Per pauper miles si intende

il cavaliere caduto in miseria, ma il simbolo della croce è importante perché Bonaventura suggerisce che Francesco fin da subito ha

pensato a un Ordine militante, quindi una vita vissuta sotto il segno della cavalleria, ma non mondana bensì cristiana. Il particolare

delle armi crociate venne reinterpretato dai committenti ed affresca tori del ciclo francescano dipinto nella basilica superiore assisana

durante il papato di Niccolò IV (1288-1292), affreschi considerati “di Giotto” (anche se viene rappresentata una casa a quattro piani,

dove i primi due rimandano alla casa cittadina paterna della Vita prima, mentre gli ultimi due alla casatorre o fortezza). Alla fine del

Duecento la croce vermiglia in campo argenteo non era solo dei templari,ma anche delle milizie cittadine che avevano combattuto

contro gli eretici e i ghibellini oppure qualificava le istituzioni popolane delle città che avevano l’appoggio pontificio. Nella leggenda dei

Tre Compagni Francesco parte per la Puglia, ma a Spoleto lo coglie un’indisposizione (forse febbre dovute alle acque stagnanti) e una

voce nel dormiveglia gli dice di tornare indietro ad Assisi (come Paolo di Tarso quando chiede al Signore cosa dovesse fare, san Paolo

era molto considerato nel Medioevo dato il suo attributo: la spada). Ritornato organizza una festa (magari diventando il rex iuvenum),

ma ormai è assorto da altri pensieri e un compagno gli chiede se pensa di prender moglie, Francesco risponde che su ispirazione di

Dio prenderà in moglie la Sposa Bella (Chiesa). Per le strade della città di Assisi vi era miseria, malattia e abiezione, ma soprattutto i

lebbrosi (nella Bibbia la lebbra è impura perché attacca e riduce a brandelli l’anima, segno visibile del peccato del mondo), la malattia

di solito era temuta mentre il malato era oggetto di devozione (associato al Cristo sofferente sulla croce per i peccati di tutti), ma la

lebbra era peccato assoluto senza possibilità di remissione. Il lebbroso era escluso ed emarginato, doveva indossare una veste bigia o

nera contrassegnata da distintivi gialli e rossi e per mendicare era obbligato a suonare una campanella o agitare una raganella di

legno, le sue ferite lo rendevano un morto vivente. La lebbra si era diffusa nel XIII sec a causa degli intensi rapporti con l’Oriente, i

lebbrosi (contagiosi solo nella fase iniziale) erano rinchiusi in ghetti detti “lazzaretti” e vivevano di elemosina aspettando la fine,

nonostante questo vi erano dei cavalieri lebbrosi che fondarono un loro Ordine (di San Lazzaro, vestivano di livide strisce gialle e verdi)

oppure anche il re Baldovino IV di Gerusalemme era lebbroso ma nel XII sec aveva sconfitto più volte Saladino. A provocare odio non

era la paura del contagio di lebbra, ma la visione delle figure cadaveriche dei lebbrosi, i quali erano irascibili e violenti a causa della bile

nera (alla fine del XII sec il francese Béroul scrive il romanzo Tristano e Isotta nel quale dei lebbrosi vogliono violentare la regina e

trascinarla nella loro abiezione). Vicino ad Assisi c’erano alcuni lebbrosari: uno presso la chiesa di San Lazzaro in Arce, due nella

piana sottostante la città presso la chiesa di Santa Maria Maddalena e San Salvatore. Nel 1179 il Concilio Lateranense III aveva

stabilito che disponessero di chiese e cimiteri propri. Mentre Francesco cavalcava per la pianura d’Assisi gli si parò davanti un

lebbroso, Francesco scese da cavallo e vinse la paura: porse al lebbroso del denaro , lo abbracciò e lo baciò. Francesco aveva

paragonato il lebbroso al Cristo e con il bacio ha dichiarato con fermezza l’amore incondizionato e definitivo. In questo modo

Francesco che come disse nel Testamento prima “era nei peccati” riuscì a “uscire dal mondo”, cioè se prima viveva una vita improntata

ai valori terreni e da essi condizionata, ora era avvenuta una tra svalutazione dei valori (conversio) a partire dal provvidenziale incontro

con il lebbroso. Altro episodio, non si sa se prima o dopo, fu quello del viaggio a Roma, un pellegrinaggio ad limina Apostolorum, forse

alla fine del 1205: Francesco vedendo la taccagneria delle offerte dei pellegrini aveva gettato a piene mani tutti il suo denaro attraverso

la griglia della confessio sulla tomba dell’Apostolo, all’uscita della chiesa aveva fatto a scambio d’abiti con un mendicante e si era

messo a mendicare chiedendo l’elemosina in francese. In questo caso sperimentò per la prima volta la vita mobile e la mendicità.

5. “In guerra del padre”

Pochi si sono interrogati sulla figura di Pietro Bernardone, ci è stata tramandata la figura di un uomo ambizioso, avaro e furioso quando

Francesco rinuncia ai suoi averi. Tuttavia Pietro non deve essere stato né un padre peggiore né meno comprensivo degli altri del suo

tempo. Probabilmente aveva un altro figlio (Angelo), ma aveva riposto tutte le sue speranze di ascesa familiare in Francesco. Avere un

figlio canonico nella cattedrale o monaco benedettino non era né indecoroso né inutile per la famiglia, ma Francesco vagava per le

campagne e si commoveva davanti a tutti i poveri, Pietro non ne capiva il senso. Secondo Bonaventura era con la madre che

Francesco comunicava di più, ma ancora non sapeva il modo per seguire Dio (Sequel Christi). I laici del tempo aveva un’idea vaga di

Cristo: evangelico, poco conosciuto perché le Scritture non si potevano leggere direttamente in latino (i laici che le conoscevano

appartenevano a qualche setta ereticale), quel poco che sapevano del Vangelo era dovuto alle poche parole che i preti (talvolta

ignoranti) dicevano a messa); il Cristo sacramentale era più noto perché anche i laici sapevano che la consacrazione trasformava

realmente pane e vino nel corpo e nel sangue di Gesù (eucarestia), il XIII sec è periodo della devozione eucaristica e dei miracoli

eucaristici (la devozione eucaristica è una delle basi della spiritualità francescana); i laici conoscevano anche il Cristo iconico, delle

immagini, in una società largamente analfabeta le notizie ed insegnamenti venivano assunti attraverso gli affreschi, le vetrate e le

sculture delle chiese (Biblia pauperum), però si creavano confusioni perché la liturgia usava i vangeli canonici, invece gli artisti si

ispiravano agli apocrifi (il Cristo bambino nella Natività presente a San Rufino, il Cristo in Maestà nel giorno del Giudizio, e il Cristo

crocifisso raffigurato con regalità divina e senza dolore ma che non era molto comune, anzi sarebbe diventato comune con Francesco,

la croce simbolo trionfale). Altri tipi di crocifisso erano il Christus patiens con occhi chiusi e un atteggiamento del corpo abbandonato

perché rammenta che le sue sofferenze sono dovute ai peccati dell’uomo, e il Christus triumphans con occhi vigili e spalancati che

vince la morte, ed è quest’ultima immagine che Francesco vide nella chiesetta diroccata di San Damiano (diroccata perché con

l’urbanizzazione le campagne si erano spopolate), oggi nella chiesa di Santa Chiara. Nella Vita prima di Tommaso da Celano si legge

che Francesco, dopo aver venduto il cavallo a Foligno ed essere entrato dentro la chiesetta di San Damiano, avesse dato al povero

sacerdote il ricavato della vendita, quello conoscendo Francesco e Pietro non accettò il denaro, dal canto suo Francesco gettò il

denaro in una delle finestre della chiesa e si stabilì nelle vicinanze per un primo esperimento di vita eremitica, più tardi sarebbe andato

a cercarlo il furibondo padre con parenti e vicini. Questa versione dei fatti probabilmente deriva dallo scandalo cittadino di cui la gente

aveva magari parlato a lungo. Nella Leggenda dei tre compagni viene taciuto l’episodio della vendita di Foligno, considerato

irrispettoso perché il giovane si appropria del denaro del padre, ma introducono il mistico colloquio con il crocifisso e Francesco si

raccomanda di usare il denaro offerto per acquistare l’olio da ardere nella lampada davanti all’immagine. A suo volta Tommaso da

Celano nella Vita seconda accoglie la versione della sacra immagine che affida il compito a Francesco di riparare la chiesetta, una

sorta di racconto allegorico o sogno/visio, Nella biografia “canonica” di Bonaventura si riprende la Vita seconda di Tommaso, ma

aggiunge che tutto il denaro della vendita di Foligno viene poi restituito al padre. Per quanto riguarda la riparazione della chiesetta nella

Leggenda dei tre compagni si intende la Chiesa come istituzione, invece per Tommaso e Bonaventura si intende solo la chiesa edificio.

Qualche decenni prima lo aveva detto anche Bernardo di Clairvaux: la Chiesa risplende di ornamenti ma è nuda nei suoi figli più

miseri. Francesco sa che essere cristiani significa essere disponibili a ricevere l’onore di venire associati alla Passione di Cristo, quindi

le sofferenze che aveva provato il Cristo le avrebbe provate anche lui, anche perché le chansons raccomandavano al buon vassallo di

fare scudo col proprio petto alla vita del suo signore, non vi era eroismo ma povertà e abiezione (non sappiamo se Francesco

conoscesse il Lancelot di Chretien de Troyes: il cavaliere per amore della regina Ginevra accetta di perdere ogni onore, la cosa più

cara di un cavaliere). Quando Francesco torna in città è lacero, sporco e affamato, i ragazzi lo attaccano a sassate perché l’uomo dei

boschi (figura del folklore medievale) è privo ormai di qualunque dignità e rispetto. Il padre furioso lo cattura e lo fa incatenare in casa,

ma la madre gli permette di fuggire. Francesco aveva dato chiare prove di voler abbracciare l’esperienza eremitica e lo statuto di

penitente (figura precisa tutelata dal diritto canonico), come uomo di penitenza era un pauper protetto dalla Chiesa e non più un

semplice laico. Quindi secondo Bonaventura fu Pietro a rivolgersi a Guido I vescovo di Assisi per riottenere dalle mani di Francesco

tutti i beni paterni (è più probabile che Francesco stesso o il prelato a rivolgersi al vescovo per primo). È nota la scena

dell’adempimento al precetto evangelico, Francesco si spoglia davanti al vescovo e al suo seguito, davanti a tutta la famiglia, rimane

completamente nudo (la nudità non è scandalo nel medioevo), il vescovo allarga il suo piviale per accogliervi Francesco il quale vi si

rifugia fiducioso, ora nessuno può toccarlo. Gli offrono una povera veste, un sagum da contadino, che egli indossa. Tutto ciò dovrebbe

avvenire nel 1206. Sancita la sua posizione Francesco era libero di mendicare ad Assisi, un po’ di cibo e l’olio per le lampade di San

Damiano. A volte incontrando i vecchi amici si vergognava e mendicava in francese, in versi, con linguaggio allusivo e profetico.

6. “Nessuno mi diceva che cosa dovessi fare…”

La rinuncia agli averi paterni venne pronunciata forse nell’inverno 1206 (gennaio o febbraio). Inizialmente Francesco, come di solito

succede agli anacoreti, ha spesso freddo, fame, paura e istinti sessuali. La soluzione più ovvia sarebbe stata l’ingresso nel clero, ma

per Francesco non era altro che un ritorno a quel lusso che aveva abbandonato. Rimase fedele al suo territorio assisano e alla sua

diocesi perché sapeva che la Chiesa aveva in sospetto i girovaghi che aveva pretese di predicazione. Restaurò San Damiano e poi

l’altra fatiscente chiesetta di San Pietro vicino le mura della città e infine la cosiddetta Porziuncola nella valle. Furono due lunghi anni

(1206-1208) che lo videro spostarsi sempre nel territorio assisano , fu per poco tempo sguattero in un monastero, poi si recò a Gubbio,

sempre assistendo i lebbrosi. Andava cantando le lodi del signore in francese quando un gruppo di briganti lo sorprese, alla loro

richiesta di chi egli fosse lui rispose “Sono l’araldo del Gran Re: v’interessa questo?”. L’ araldo (dal latino praeco) è più autorevole fra i

giullari presenti durante un torneo, colui che è in grado di riconoscere le armi dipinte dei cavalieri partecipanti e di descriverle a gran

voce i pregi e gli atti di valore. All’inizio forse era incerto se prendere la via dell’eremita o del pellegrino. L’eremita del Basso Medioevo

non viveva isolato (come gli eremiti egizi o siriaci del primo cristianesimo), ma in romitori prossimi ai centri urbani e alle vie di

comunicazione. Il pellegrino basso medievale si spostava di ospizio in ospizio e i luoghi nei quali trovava riparo erano nei pressi delle

aree urbane o suburbane. Francesco era considerato socio-giuridicamente un eremita, ne vestiva l’abito: rozzo camicione, mantello,

cintura di cuoio attorno ai fianchi, calzari ai piedi, bastone, corti calzoni detti bracae. Non poteva allontanarsi da Assisi perché soggetto

alla disciplina diocesana e questo pesava molto a Francesco. Ella Vita prima alla fine del 1208 inizio 1209 sentendo la messa nella

chiesetta del fondovalle detta Porziuncola (era o il 12 ottobre festa di san Luca o 24 febbraio festa di san Mattia) Francesco sentì la

liturgia della “missione apostolica”: quindi scrive che Francesco ascoltando la lettura corse alla fine della messa dal parroco per farsi

rispiegare il passo (Tommaso era preoccupato di mantenere l’aspetto ortodosso di una scelta radicale di povertà che in quel momento

erano valdesi e catari a rivendicare). Nella Vita Seconda i fatti vengono narrati in modo diverso: un ricco cittadino (Bernardo di

Quintavalle) voleva restituire al Signore i beni che aveva così chiese parere a Francesco, i due trovarono una chiesa vuota e la pratica

delle Sortes Apostolorum aprirono a caso le Scritture leggendo il primo versetto che capitava sotto gli occhi, questo lo fecero per tre

volte (anche nella Leggenda dei tre compagni si trova questa pratica, ma specificano che lo fece in onore alla Trinità), si doveva

eseguire presso un altare e in presenza di un sacerdote. Da questi versetti derivò l’aspetto definitivo della veste francescana (anche

se l’Ordine ne avrebbe proposto diverse varianti): un saio/sagum da contadino, un camicione che arrivava a metà polpaccio e stretto in

vita da una semplice corda (il capestro dantesco, un segnale di penitenza) e non da una cintura, la corda aveva anche dei nodi

(simbolo di promessa, ma non sappiamo se fossero fin dall’inizio tre e se corrispondessero a precisi voti della fraternitas), la stoffa

dell’abito doveva essere di panno di lana (“berrettino”, tessuto non pettinato né tinto, dal bigio al bruno, prodotto di solito dagli “umiliati”)

che non era riconducibile a gente di Chiesa, l’assenza di fogge o contrassegni era indice di distinzione rispetto a qualunque condizione

privilegiata (gli eremiti poveri erano però circondati da rispetto e godevano di actoritas, nel mondo cavalleresco si ricorre a lui per

consigli. Nella Vita prima si insiste sul fatto che la veste francescana rimandi alla croce, riprende la lettera Tau prediletta da Francesco,

il saio cruciforme tiene lontano i demoni. L’abito aveva un cappuccio e poteva essere tolto solo per togliere i parassiti, al di sotto

dovevano portare un paio di brache. Il precetto evangelico escludeva che si disponesse di una veste di ricambio, quindi il saio

strappato o forato doveva essere ricucito con toppe applicabili da dentro o fuori, comunque visibili. L’assenza di calzari era l’ultimo

segno dell’assoluta povertà. Fra 1208/9 Francesco aveva attorno a sé una piccola comunità di assisani che si qualificavano come

poveri e penitenti, superato il periodo eremitico era venuto il momento di far penitenza (poenitentiam agere), vivere di elemosina

elavorare per guadagnarsi il cibo elemosinato, assistere poveri e lebbrosi, restaurare le chiese cadenti, testimoniare il Cristo attraverso

la pratica del suo vangelo. Il gruppo si configurava come una fraternitas di chierici e laici che seguivano un semplice propositum di

marca evangelica (simile agli umiliati e ai valdesi) sotto l’ala della Chiesa (rassicurata dal fatto che non volessero predicare e che

all’interno vi fossero preti come Pietro Cattani, sacerdote e canonico della cattedrale, e prete Silvestro). La proposta di Francesco di

seguire il Vangelo aveva colto nel segno, ma è difficile definire i primi compagni. Il banco di prova della sincerità del francescanesimo è

nella cura dei lebbrosi, non del corpo, ma dello spirito, infatti da come si legge nei Fioretti (ma è un testo molto tardo e non ci offre

riferimenti cronologici esatti) una volta Francesco incontrò un lebbroso che imprecava vistosamente, Francesco gli chiese cosa

potesse fare e il lebbroso gli ordinò di lavarlo, mentre lo lavava veniva ripulita anche l’anima: due energie indomabili, da un lato la

disperata malvagità del lebbroso, dall’altro lato l’intransigente forza d’animo e la volontà d’autoannientamento di Francesco. Nel 1208

prese avvio la fase dedicata alla prima missione, nella quale i frati a due a due si diressero ad Ancona, nella valle reatina e a Firenze,

ma è nella città toscana che si assiste a un fatto nuovo: per distinguersi dagli altri predicatori ambulanti (e per lo più eretici) che non

avevano il permesso ecclesiastico, i frati rinunciarono alla predicazione per non essere confusi con loro e anche all’elemosina

(dovevano guadagnarsela eseguendo lavori manuali, umili e faticosi, i laboritia, a patto che fossero onorevoli, quindi non appartenenti

a quei mestieri ritenuti impuri e proibiti, quindi usura, macellai e i cuoiai, poi l’elemosina doveva consistere in un po’ di cibo, mai in

denaro). Il vescovo Guido non vide di buon occhio l’avvio di questi viaggi fuori della sua diocesi. I rapporti delle diocesi col papato non

erano chiariti: i capi delle diocesi tenevano alla libertas della loro Chiesa nei confronti non solo del potere laicale, ma anche della sede

romana. Francesco e i suoi avrebbero potuto passare per eretici e la Chiesa sarebbe andata ad indagare sulle chiese locali. Ma per

Francesco il pellegrinaggio era quello che distingueva lui e la sua vocazione da quelle del clero secolare legato al territorio della sua

diocesi, dei monaci fedeli alla stabilitas loci, degli eremiti nascosti nelle loro grotte e nelle loro capanne. Lo affascinava il viaggio di

Gesù e gli apostoli dalla Galilea verso Gerusalemme. I dodici frati si mossero alla volta di Roma e della corte papale Innocenzo III. Il

viaggio oscilla tra primavera 1209 e quella successiva del 1210. È significativo che nel periodo del loro viaggio per Roma anche il

vescovo di assisi si trovasse lì alla corte papale. Forse si mossero da Assisi perché non c’era il vescovo e decisero di presentarsi al

papa in sua presenza per metterlo davanti al fatto compiuto, ma è più probabile che il viaggio fosse già stato concordato col vescovo

Guido(ciò spiegherebbe come Francesco avesse ottenuto facilmente udienza).

7. “…Regalmente, sua dura intenzione ad Innocenzio…”

Prima dell’Incontro, papa Innocenzo III sogna un piccolo e spregevole uomo in abiti religiosi (con una veste che lo qualifica come uno

che aveva fatto una promessa solenne) puntellare con le spalle la basilica di San Giovanni in Laterano affinché non cadesse. Questo

episodio non è presente nella Vita prima, ma in tutte le altre biografie. Tuttavia stessa cosa si narra nella vita di san Domenico di

Guzman (contemporaneo di Francesco), quindi si suppone che sia un elemento leggendario che si aggiungeva alle originarie biografie

per arricchirle. Sulle due biografie di Tommaso viene confermato che fu il vescovo di Assisi (amico di Giovanni Colonna cardinale di

San Paolo) a consigliare il papa di ricevere Francesco: secondo Tommaso tutto era in linea con la Chiesa fin dall’inizio. Per spiegare la

sua intenzione Francesco avrebbe narrato al papa una parabola quasi racconto popolare-cavalleresco: c’era una donna povera e bella

che abitava in un deserto, un potente re se ne innamorò, la sposò e ne ebbe dei figli che però fu cura della donna allevare nel luogo

nel quale essa aveva sempre vissuto, una volta grandi la madre rivelò loro chi fosse il padre e li inviò a corte, dove essi furono accolti

onorevolmente (Francesco e i suoi compagni erano la donna che Dio aveva visitato e alla quale aveva dato come i figli i suoi seguaci),

tuttavia questa scena è poco credibile, invece è probabile che Francesco fosse confuso e che mosse qualche accenno di danza, ma

va ricordato che nel 1209/10 Francesco il gruppo era poco importante e il papa troppo indaffarato. Che l’episodio fosse andato

diversamente ci è dato dalla Legenda maior, dove frate Gerolamo d’Ascoli (poi papa Niccolò IV) all’epoca ministro generale dell’Ordine

minoritico chiese a Bonaventura di aggiungere una postilla nella quale si riferiva un episodio raccontatogli dal cardinale Riccardo de

Annibaldis (perente di Innocenzo III): Innocenzo III sogna un albero alto e robusto (Francesco) che egli tuttavia con una mano sola

poté piegare sino a terra, il sogno era una rivelazione inviata da Dio al papa in quanto questi si era rifiutato di ricevere l’assisano.

Questo episodio è raccontato anche da Tommaso nella Vita prima, ma a sognarlo è Francesco e l’albero è Innocenzo III. La dimora

romana di Francesco era al Laterano nell’ospizio di Sant’Antonio Abate. Forse il cardinal Colonna gli fece conoscere personaggi

interessati alle cose di spirito, come la nobildonna Jacopa de’ Settesoli vedova di Graziano Frangipane (ma può darsi che l’incontro

avvenne nel 1212) a cui affida un agnellino che simbolicamente rimanda al Cristo Agnello di Dio. Nei racconti medievali vi è la vena

allegorica, dei rimandi sottili, così nei Fioretti vi è la vena polemico-ideologica di efficacia straordinaria, ad esempio l’episodio in cui

Francesco predica agli uccelli: gli uccelli sono creature dell’aria, hanno uno statuto simbologico complesso, possono essere simbolo

delle anime, degli angeli e dei demoni, erano simbolo di vizi o virtù umane, ingordi, lussuriosi, orgogliosi, dediti alla vanità. In modo

simbolico gli uccelli ai quali Francesco si rivolge, i poveri corvi che razzolano fra i rifiuti, i rapaci che solcano il cielo dell’Urbe, sembrano

simboleggiare i marginali, gli sventurati, i criminali. Ritornando all’incontro con Innocenzo III, Francesco sapeva che qualunque

approvazione pontificia della norma di vita che intendeva seguire andava messa per iscritto, nel Testamento Francesco dice che fece

scrivere “poche parole”, quindi non è possibile che fosse la Regola del 1221 (anche perché al primo incontro col papa i francescani

erano ancora pochi e la Regola del 1221 sarebbe stata troppo). Tuttavia il primo testo non ci è stato tramandato, ma si può immaginare

che fosse stato redatto dal sacerdote e giurista Pietro Cattani: doveva essere un semplice propositum, uno schema normativo che

Innocenzo accettò senza impegnarsi con un documento pontificio che lo avallasse e in cambio pretese che ai membri fosse imposta la

tonsura (carattere identificativo dei chierici), ma è probabile che Francesco avesse ricevuto la tonsura più tardi e forse non ne era

contento. Quindi il primo avvallo pontificio li liberava da una stretta dipendenza col vescovo assisiano. Il papa Innocenzo era gravato

da altri impegni politici: era tutore di Federico e voleva controllare il suo regno di Sicilia, ma al tempo stesso aveva paura che il sovrano

tedesco spingesse le sue mire a qual trono romano-germanico che era stato di suo padre e di suo nonno, quindi Innocenzo appoggiò


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Shrewa

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze dell'archeologia e metodologia della ricerca storica-archeologica
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Shrewa di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura latina medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Di Marco Michele.

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