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Figlie del padre

Alle radici archetipiche di una relazione

La Bibbia: la figlia assente

Nel rapporto tra padre e figlia ci sarebbe la chiave per il passaggio degli esseri umani dall’animalità alla dimensione umana, dalla natura alla cultura, che è rappresentata dal tabù dell’incesto che implica la necessità che il potere patriarcale ceda la figlia al di fuori della famiglia, stabilendo quel passaggio femminile che caratterizza la società umana. Dunque la cultura occidentale vede nel padre il principio ordinatore che porta il mondo umano verso la società.

Nelle prime narrazioni cosmologiche (mito) si vede la convivenza tra potenze maschili e femminili, ma si ha una maggiore attenzione per la figura del figlio, colui che minaccia il potere patriarcale. Si potrebbe pensare alla Genesi, dove è Eva che si oppone alla legge del padre, ma si vede subito dopo che il frutto viene passato ad Adamo e quindi l’ordine patriarcale è ristabilito. Mentre così non sarebbe andata con la prima figlia ribelle delle antiche religioni mesopotamiche, Lilith, che per essersi ribellata al dominio di Adamo venne cacciata dal paradiso e divenne un demone.

Nella versione vulgata del racconto di Eva comunque viene rappresentata la pericolosità della donna che vuole indurre in tentazione (Adamo, quindi un altro uomo rispetto a suo padre) e la sua volontà di conoscenza. Nonostante tutto, la famiglia ha una struttura simbolica organizzata su un triangolo: padre-madre-figlio. La figlia rimane fuori e occupa una posizione speculare e opposta a quella del padre, ella esce dall’ambito familiare e deve trovare una propria legittimazione come madre/moglie al di fuori.

Nella Bibbia si parla poco delle figlie e l’unico patriarca che non ha figli è Lot, che prova attrazione per le giovani donne. Da qui il tema dell’incesto padre-figlia, che sintetizza il rapporto di potere tra sessi: le figlie come proprietà da tenere o scambiare. Nella vicenda di Lot sono le due figlie che hanno la colpa dell’atto incestuoso. L’incesto non è connesso al desiderio ma alla necessità di procreare e in secondo luogo sono le figlie le autrici dell’atto, il patriarca è solo coinvolto.

Mentre nell’episodio di Jefte si assiste al sacrificio della figlia (la prima persona che si incontrerà sul proprio cammino). Ci sono diverse rappresentazioni di figlie vergini e ubbidienti fino alla figura della Vergine Maria (negazione della sessualità), consacrata come strumento per la riconciliazione tra padre e figlio per l’espiazione della colpa umana: la ribellione al padre.

Dunque la tradizione cristiana non riesce a concepire il matrimonio come unione di corpi desideranti ma lo consente come necessario alla relazione madre-figlio, in quanto la madre è l’unica dimensione femminile accettata da chi è solo figlio. Il matrimonio è mistico: la moglie va amata come Cristo ha amato la Chiesa.

Il mito e le fiabe: la figlia del padre

Nella mitologia classica compare Atena, la figlia ideale. L’oracolo profetizzava che sarebbe nato dall’unione con Metide un figlio che lo avrebbe annientato e Giove uccide la donna, ma il concepimento è già avvenuto: Atena nascerà dalla testa di Giove, priva di madre. In genere, quando la figlia è rappresentata in rapporto con il padre, la madre è quasi sempre cancellata.

Atena è la figlia perfetta per diverse motivazioni: è donna, nasce dal padre, simboleggia la Sapienza, non ha bisogno di accudimento dato che è già adulta quando nasce, è vergine-guerriera. La sua figura si caratterizza più come una figlia-attributo del padre e questo cancella ipotesi di lotte-dispute. Viene, dunque, amata per la mancata minaccia al potere paterno e per il fatto che può rappresentare alcune qualità del padre senza il desiderio di sostituirlo.

In molte fiabe popolari c’è il padre che mette in palio la figlia e la cede a colui che ha superato delle prove. O ancora fiabe in cui il padre vende la figlia al diavolo, “La fanciulla senza mani”. La fanciulla, come in tutte le fiabe, accetta ubbidiente e si sacrifica. Raro trovare una fiaba diversa come “La pulce” del “Cunto de li cunti” di Basile, in cui la fanciulla, destinata ad un orco, si ribella.

Tra mito e classicità: Omero, i tragici, Ovidio

Il traffico delle figlie: nell’Iliade Crise chiede aiuto ad Apollo per avere indietro la figlia, Criseide, che è stata presa da Agamennone come bottino di guerra. Le figlie vengono, dunque, offerte come dono prezioso e hanno un ruolo passivo. Ci sono anche modelli femminili che si pongono in forte rapporto emotivo con il padre.

  • Ifigenia, la figlia ubbidiente: Agamennone sacrifica sua figlia per salpare per Troia e la madre sottolinea il grande amore della figlia per il padre e per salvarla accusa il marito di attaccamento al potere. Ifigenia ricorda l’intimità del suo legame con il padre e la drammaticità dell’azione ma il padre si giustifica con pesanti argomentazioni (la salvezza dell’Ellade). In un secondo momento, perciò, la fanciulla passa all’età adulta (privazione legame affettivo) e accetta il mandato paterno, accettando la volontà collettiva. Ifigenia, dunque, accede al dominio del logos, rinunciando al suo destino di donna per il padre (bene comune) e abbandonando la madre.
  • La vestale del culto paterno che odia la madre: il suo compito è preservare lo scandalo e l’orrore dell’uccisione del padre. La passione che la muove è l’odio radicale verso la madre. Il suo sentimento si trasforma in un opposto del modello edipico freudiano: l’amore eccessivo della figlia verso il padre, con caratteri incestuosi.
  • La figlia che sfida il potere patriarcale: Antigone, figlia di Edipo, che sfida la legge del padre in ubbidienza a leggi più antiche, quella la legge del materno e del ghenos. Alla fine si toglie la vita come fine drammatica. Il re Creonte, che regna al posto del padre di lei, le si oppone in nome del principio di potere. La misura della sua libertà è dovuta al suo essere ancora vergine. Si può tracciare un legame simbolico tra queste vergini e Atena: se Atena non è mai entrata in contatto con una figura materna, la sua verginità le offre la possibilità di identificarsi con un imperativo morale, che non è necessariamente paterno.

Ovidio, affronta l'incesto e trova le parole

Ovidio è interessato al desiderio incestuoso e nelle Metamorfosi narra la vicenda di Mirra, figlia del re di Cipro, Cinira di cui è innamorata. Prima di iniziare il racconto, il narratore avverte il pubblico: chiede ai padri e alle figlie di allontanarsi in quanto riconosce la pericolosità del tema, non c’è delitto peggiore dell’incesto.

Mirra si appella agli dei, alla pietas, alle leggi degli avi affinché le impediscano di compiere l’atto, ma poi ribadisce che la sua è una pulsione naturale, considerata delitto (nefas) solo a causa delle leggi umane. Nel suo monologo si iura e natura, assiste alla contrapposizione tra sacro e profano e incarna quella concezione che vede la donna come portatrice del Disordine. Nel testo di Ovidio c’è un maggior interesse in ciò che può essere detto e ciò che non può esserlo: il divieto del nefas comporta anche la dicibilità di un sentimento. Dare spazio e forma alle emozioni vuol dire tradurle in fatti/atti.

Il conflitto non può che concludersi con una riflessione sofferente che la porta alla verbalizzazione della volontà di morte, che viene sentita dalla nutrice. Questa inizialmente l’aiuta ma poi inganna sia Cinira (che attende che venga condotta una giovane con cui giacere durante la festa di Cerere che impone castità alle donne) che Mirra. In questo modo è Mirra la causa del nefas, ma nemmeno Cinira è del tutto innocente in quanto ha questo desiderio per le giovani fanciulle come Mirra.

Quando poi il padre scoprirà che si sta unendo alla figlia tenterà di ucciderla, ma Mirra riuscirà a scappare e verrà trasformata in un albero, dando alla luce Adone. Ovidio accetta che la colpa venga addossata alla donna, che, limitata dunque, merita di pagare; è importante però l’attenzione posta al tra ciò che è umano e ciò che è animale, tra conscio ed inconscio: la parola che esprime e rende viva la pulsione.

Dal mondo antico alla modernità

Il fantasma dell'incesto: da Ovidio a Boccaccio

Ovidio trattando il tema dell’incesto e della sua indicibilità individua la responsabilità nel desiderio della fanciulla, sostenuta da un desiderio materno arcaico che non vuole accettare l’autorità maschile. Eppure non ci sono innocenti nella narrazione: il padre anche è posseduto da un desiderio che, anche se non illegale, non è del tutto legittimo verso una fanciulla così giovane. Ma è la figlia a incarnare le ragioni della natura, che viene condotta fino all’Ordine (i temi augustei).

Ovidio riesce inoltre a sottrarre in parte la rappresentazione dell’incesto al mondo simbolico e a ricondurla a un mondo più realistico, rispetto ad altre rappresentazioni letterarie. Una di queste è il romanzo di Apollonio di Tiro. Allo stesso modo Boccaccio affronta nel Decameron (prima novella della quarta giornata) questo tema: la storia del principe di Salerno, Tancredi e sua figlia Ghismunda. La madre è assente e la figlia, molto amata dal padre, ha già superato l’età da marito.

Alla fine la fanciulla maritata e subito vedova, torna dal padre e si rende conto che lui non vuole trovarle un nuovo sposo e comprende anche le motivazioni. La ragazza sceglie come amante Guiscardo, nobile d’animo ma non di nascita, con cui si incontra in segreto. Un giorno Tancredi si reca ad aspettare la figlia e vede i due amanti: fa arrestare l’uomo e parla con la figlia (vergogna per essere amante di un uomo con cui non è sposata e di un ceto inferiore).

La risposta della ragazza (retorica classica) si fonda su un codice di valori opposto a quello del padre, basato sulla nobiltà d’animo e sui diritti della giovinezza. Qui il punto di vista si ribalta: è il padre a non separarsi dalla figlia accecato dal suo sentimento. Non sa comprendere la fanciulla e il suo sentimento ossessivo lo porta a compiere crudeltà e al suicidio della ragazza. In Boccaccio, ormai, il desiderio incestuoso è divenuto un tabù, indicibile e si traduce nel desiderio del vecchio che reprime il legittimo desiderio della donna giovane.

Questo tema (desiderio dell’uomo verso una giovane) non può essere propriamente identificato con l’incesto, ma lo richiama. D’altra parte la figlia ribelle che sfida il padre rappresenta un nuovo individuo, che vuole avere del proprio spazio.

La relazione padre-figlia permette di esplorare i concetti di potere e autorità in quanto la legge contro l’incesto è quella fondativa della società patriarcale. Il padre ha ogni autorità sulla figlia ma la deve cedere con il matrimonio alla società. Infatti nel potere assoluto è implicita la stessa chiusura anti-sociale presente nell’incesto: un abuso di potere contro la persona/società, che deve essere regolato con una cessione di potere. Le figlie non hanno diritti e devono rispettare il volere patriarcale, sono vittime di uno scambio tra uomini attraverso il matrimonio. Questo però è anche una separazione del padre e della figlia.

Nascita dei soggetti e nuovi padri: il caso di Shakespeare

Nel teatro di Shakespeare sono presenti padri possessivi e figlie indipendenti, androgine. Sono proprio queste figlie spesso inclini a spinte incestuose. La maggior parte delle fanciulle (a differenza di Ofelia, Desdemona) sono rappresentate nel naturale movimento di crescita e nello sviluppo di un’indipendenza. A differenza delle commedie, nelle tragedie i conflitti rivelano tradimenti, dolore della perdita e il sacrificio nella passività femminile. Si ha una critica degli eccessi rappresentati nei due sessi.

Un esempio è “Re Lear” quando nella scena iniziale dichiara la propria preferenza per la figlia minore, Cordelia, e pretende da lei una dichiarazione d’amore. La fanciulla rifiuta perché comprende il sentimento eccessivo del padre che non le ha permesso di sposarsi. Si ha una critica sia all’autorità paterna che al potere monarchico. Il rifiuto di Cordelia ha come conseguenza la negazione della sua parte di regno (la dote) ma allo stesso tempo non deve più sottostare allo scambio tra uomini e questo la porta a sposare il re di Francia (anche senza dote).

All’opposto di questo mondo si colloca “La Tempesta” in cui la figura di Prospero, governatore giusto ma spodestato dal fratello, mago e padre di una bambina di tre anni senza madre, è rappresentata in maniera positiva. Sull’isola deserta in cui sono approdati, a seguito della tempesta, giunge il figlio del re di Napoli: tra lui e Miranda è subito amore mentre per Prospero è il momento della giustizia.

Prospero sottopone il giovane a delle prove ma poi gli offrirà sua figlia: non ha nessun attaccamento morboso e rappresenta moderazione ed equilibrio. Nella Tempesta un rapporto equilibrato con la figlia si sovrappone ad un buon modo di governare, secondo giustizia. Si assiste a nuove figure femminili e maschili, lontane dagli stereotipi: le prime che sfidano l’autorità e gli altri che mutano.

Reinventare l'autorità: padre e figlia nell'illuminismo

Modernità tra teatro e romanzo

Nel 1700 illuminista si sviluppano immagini simboliche ancora vive nel nostro mondo. L’Illuminismo è caratterizzato dalla critica al potere assoluto, alla religione rivelata, alle disuguaglianze e all’autoritarismo. Già nel 1600 ci sono testimonianze di critica al potere assoluto, come nel suo “Essay on Government (1690), dove Locke discute circa la necessità di trovare nuove parole in quanto quelle vecchie avrebbero potuto generare errori, proprio come l’espressione “potere paterno”.

Viene messa in discussione l’autorità paterna e allo stesso tempo quella assoluta in senso politico. Alla famiglia del nuovo secolo (1700) è affidato il compito dell’educazione e il padre diviene il centro di una particolare attenzione: la crisi dell’autorità produce un vuoto e quindi una nuova necessità di un’autorità diversa. Protagonisti di questa crisi e questi sono il teatro e il romanzo, anche nella loro dimensione popolare.

Il teatro: Vienna, Venezia, Parigi e Lipsia

L’idea di patria nata nel 1700 si fonda su una nuova definizione di Padre, del suo ruolo pubblico e morale. Metastasio compone nel 1740 a Vienna il melodramma “Attilo Regolo” e pone al centro la figura di Attilo, incarnazione dell’ideale di patria: il romano, fatto schiavo dai Cartaginesi, viene inviato a Roma per negoziare uno scambio e offre la sua vita per l’onore di Roma. Attilia è decisa a salvare il padre che crede ancora lontano: si reca in Senato e per mezzo della retorica riesce a conquistare i padri e convincerli.

Contemporaneamente il padre è giunto a Roma e messo al corrente dell’azione della figlia, che ha oltrepassato i limiti dello spazio simbolico. Infatti è proprio suo padre a respingerla e che si infuria per il suo comportamento: Attilo non vuole essere salvato, ma vuole immolarsi per la patria. La figlia è relegata al privato e non può accedere al mondo pubblico; questa imposizione viene dal padre, nonostante sia prigioniero. Regolo è dunque un padre ideale per la patria.

Alla fine per mezzo del personaggio di Attilia Metastasio spiega la scelta del padre: la figlia (popolo romano) che piange e accettare la legge del Padre (nel brano i due si dicono addio anche se Attilia vorrebbe impedirgli di andare ma il padre ribatte che non può nulla: non può combattere, prendere parte al senato). Attilo pone al primo posto la sua patria e al secondo la famiglia, quindi tutti i poteri sono ristabiliti secondo l’ordine gerarchico. Le figlie non sono in grado e non possono accedere al mondo “superiore”, quello dei princìpi.

Il teatro illuminista

Il nuovo teatro illuminista mette al centro problemi di vita quotidiana borghese con un fine didattico. A Parigi, a Venezia e a Lipsia i teatri sono frequentati da persone di tutti i ceti e generi. A Venezia Goldoni, nel 1750, mette in scena “Il padre di famiglia” e la figura paterna è rappresentata attraverso due personaggi: due padri borghesi convinti che gli sia dovuta ubbidienza.

Uno ha due figli e assume su di sé la responsabilità per l’altro che ne ha due. La decisione del padre solitamente riguarda questioni matrimoniali dominate dal tema economico. In queste commedie l’autorità paterna non è più eroica ma diversa: si concentra sul concetto della misura, della negoziazione anche se i figli sono comunque passivi. Nell’opera di Lessing (1755, Lipsia) “Miss Sara Sampson”, la protagonista fugge insieme all’amato poiché il padre ostacolava il proprio matrimonio. La ragazza sembra da un lato voler accettare le resistenze di lui a sposarla e dall’altro non vuole sposare il padre contro i suoi principi. Non le resta che il sacrificio, dopo aver accettato il perdono del padre.

L’interesse di Lessing è, però, limitato al processo di umanizzazione del padre, che muta la sua autorità; in questo mondo le figlie possono essere sacrificate e in tal modo acquisire uno statut

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher elenapagano di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Sapegno Maria Serena.
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