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Riassunto esame di letteratura italiana

La Divina Commedia spiegata dal professor Vinicio Pacca

Inferno

Canto I - Nella selva e nella piaggia deserta

  • Il colle, le tre fiere, Virgilio poeta mago e profeta, la profezia del veltro

Canto II - Nella piaggia deserta

  • Le muse, i dubbi di Dante (San Paolo ed Enea), le motivazioni di Virgilio (Beatrice)

Canto VI - Nel terzo cerchio (Golosi)

  • Cerbero viene placato, Ciacco e la guerra civile fiorentina (Carlo di Valois)

Canto X - Nel sesto cerchio (Eretici)

  • Farinata fiero ghibellino, l’esilio di Dante e la battaglia di Montaperti, Cavalcanti e il fraintendimento, spiegazione sulle visioni del futuro

Canto XIII - Nel settimo cerchio, secondo girone (Violenti contro se stessi, suicidi)

  • Pier delle Vigne, la fedeltà, l’invidia, la sincerità, la scena di caccia e il suicida di Firenze

Canto XV - Nel settimo cerchio, terzo girone (Violenti contro natura, sodomiti)

  • Brunetto Latini, il rapporto filiale, il Tresor, l’esilio di Dante nella compagnia scempia, i fiorentini discendenti dei fiesolani

Canto XVI - Nel settimo cerchio, terzo girone (Violenti contro natura, sodomiti)

  • Iacopo Rusticucci, Guido Guerra e Tegghiaio Aldobrandi, tre guelfi, la classe dirigente all’Inferno, la gente nova e i subiti guadagni

Canto XIX - Nell’ottavo cerchio, terza bolgia (I simoniaci)

  • La struttura delle bolge, Simon Mago, Niccolò III e l’arrivo di Bonifacio VIII e Clemente V

Canto XXVII - Nell’ottavo cerchio, ottava bolgia (I cattivi consiglieri)

  • La fiamma di Guido da Montefeltro, un frate fraudolento, la situazione della Romagna, la condanna di Bonifacio VIII, il diavolo e la coscienza morale

Canto XXXIII - Nel nono cerchio, seconda e terza zona (I traditori della patria e degli ospiti)

  • La storia del conte Ugolino della Gherardesca, i richiami letterari di Dante, le ali di Lucifero, Frate Alberigo e le lacrime ghiacciate

Inferno - Canto I

Dove: Nella selva oscura, poi nella piaggia deserta

Personaggi: Dante e Virgilio

A metà della vita di Dante (35 anni), si ritrova in una selva oscura, non sa come ci sia capitato, ha smarrito la strada. Una selva orribile, irta, intricata, che lo spaventa anche al solo pensiero. Si avvicina molto alla morte, ma è proprio lì che ha trovato i germogli del bene. Non sa come c’è arrivato, era intorpidito, assonnato.

La Bibbia afferma che la durata di una vita umana è 70 anni, nel Libro dei Salmi, e più precisamente nel Salmo 89, l’unico attribuito a Mosè. Anche nel capitolo 38 del Libro del Profeta Isaia si trova il Cantico di Ezechia, un Re di Israele, che comincia con “A metà della mia vita, me ne vado alle porte degli inferi”.

Dietro Dante c’è sempre la Bibbia, la Commedia vuole porsi come un libro profetico, come un’opera che dice la verità; Dante, a metà del Paradiso, si vanterà di aver pronunciato verità scomode contro i potenti. Quando aumenta il tasso di profetismo, aumentano anche le citazioni bibliche.

Il mezzo del cammino è di “nostra” vita: stanno parlando due persone, la persona fisica, Dante Alighieri, che ci racconta di aver attraversato un periodo di traviamento morale dopo la morte dell’amata Beatrice nel 1290, ma parla anche in nome dell’umanità intera. Dante nel 1300 ha esattamente 35 anni, nell’anno del primo giubileo plenario della Chiesa cattolica: ogni 50 anni doveva cessare il diritto della proprietà privata, la terra andava restituita a Dio (Vecchio Testamento). Bonifacio VIII stabilisce che il giubileo cada ogni anno secolare, ma in realtà le pressioni popolari portarono a un accorciamento delle tempistiche (attualmente uno ogni 25 anni). Il giubileo cattolico prevede l’indulgenza plenaria, ossia il perdono dei peccati, che per un uomo del medioevo significavano moltissimo. Dunque il 1300 è l’anno in cui Dante immagina il viaggio ultraterreno.

Quando giunge ai piedi di un colle, dove terminava la valle, guarda in alto e scorge la cima illuminata dal sole. La paura si acquieta, così come un naufrago, uscito da acque pericolose, si volge verso il mare da cui è riuscito a salvarsi, Dante guarda la selva alle sue spalle, e dopo una sosta per riposarsi riprende il cammino verso la cima del colle.

Si tratta di versi anticipatori che ricalcano la struttura dell’aldilà: valle (inferno), colle (purgatorio), sole (paradiso). Dante non da spiegazioni, mette se stesso e altri personaggi in situazioni di cui non fornisce la chiave per l’interpretazione; ci sono tante cose che sono lasciate implicite. Per adesso procede per passaggi rapidi.

Proprio mentre il poeta inizia la salita, gli si para dinanzi una lonza leggera e veloce che gli sbarra il cammino. Il momento favorevole dell’ora e della stagione (la mattina dell’equinozio di primavera) sembra ridare momentaneamente al poeta la speranza di raggiungere la sommità del colle, speranza che svanisce all’apparizione di un leone che avanza ruggendo e di una lupa magra e affamata, che ricaccia indietro Dante e gli fa perdere la speranza di salire.

Era il momento in cui sorgeva il sole, congiunto con la costellazione con cui era congiunto quando Dio creò il mondo, ovvero l’ariete. Sulle fiere i commentatori si sono sbizzarriti, Dante non da spiegazione. La lupa rappresenta l’avarizia, lo dice Dante nel XX del Purgatorio. Il leone rappresenta la superbia, il Re degli animali, che si presenta ruggendo. La lonza è un felino grande, leggera e rapida, col pelo maculato; per questo alcuni pensano che rappresenti la lussuria, anche se Dante spesso mette insieme avarizia, superbia e invidia, per cui sorgono dei dubbi e si possono avanzare diverse ipotesi.

Mentre retrocede verso la selva, Dante scorge una figura umana e le si rivolge chiedendo aiuto, anche se non sa distinguere se si tratti di un’ombra o di un uomo vivo. L’ombra risponde di essere stata un tempo uomo (e di essere dunque l’anima di un defunto), poi si rivela come Virgilio, i suoi genitori erano mantovani, visse a Roma sotto Ottaviano Augusto, nell’epoca del paganesimo.

Invita Dante a salire il monte. Sentendo questo, Dante risponde con umiltà esaltando Virgilio come onore e lume di altri poeti, come suo autore prediletto e maestro, e in nome della sua fedeltà, piangendo lo prega di aiutarlo e di liberarlo dalla lupa. Virgilio lo rincuora e lo esorta a incamminarsi per una via diversa, poiché la lupa non solo impedisce il cammino, ma è capace di uccidere chi si trova sulla sua strada.

Da questo punto in poi, Dante usa sempre il singolare, interpretandolo come allusione alla lupa, il più pericoloso dei tre animali. Una spiegazione alternativa ritiene che i tre animali siano effettivamente uno solo, una bestia cangiante, come il peccato che opera in modi diversi e assume varie forme.

Virgilio è considerato il punto più alto dell’umanità pagana, è rimasto escluso dalla salvezza per un soffio, quindi si trova nel Limbo. Questo punto verrà accentuato molto nel Purgatorio, poiché nell’Inferno Virgilio si trova a confronto con dannati come lui, mentre successivamente la sua condizione verrà resa dolorosa dal confronto con anime destinate alla salvezza. Dante sceglie Virgilio per vari motivi: è un grande poeta, ha scritto tre opere, Georgiche, Bucoliche ed Eneide, che si dispongono in senso ascensionale (mondo dei pastori, mondo degli agricoltori, mondo degli eroi); queste tre opere impongono un canone stilistico tripartito (rota vergilii), che stabiliscono gli argomenti, i personaggi e i toni di un’opera. Secondo una leggenda, Virgilio era un mago, Dante tiene presente questo aspetto, per cui nei primi canti dell’Inferno compie gesti “magici” e recita formule (“Vuolsi colà dove…”) per risolvere situazioni avverse. Virgilio è considerato anche come profeta: nella IV bucolica parla di una vergine e di un bambino che sta per nascere, dice che sta per arrivare una nuova epoca, di pace; si tratta di cose stupefacenti per un lettore medievale, ma in realtà intende la dea della giustizia, quando parla del bambino probabilmente intende il figlio di un amico, quando parla del regno di pace probabilmente intende il principato di Augusto. Virgilio rappresenta il massimo picco della ragione umana, il massimo a cui l’umanità può arrivare con i propri sforzi, ma purtroppo, l’uomo non può salvarsi solo con essi, serve la fede (Virgilio non può guidare Dante nel paradiso).

Proseguendo il discorso, Virgilio dichiara che l’opera della lupa sulla Terra continuerà finché non giungerà un veltro (un salvatore) a liberare il mondo dalla sua presenza. Con un linguaggio oscuro adatto alle profezie, il veltro è designato per mezzo di alcune caratteristiche: non si ciberà né di terra né di peltro, ma sarà nutrito di sapienza, amore e virtù, e la sua nascita avverrà fra feltro e feltro. Sarà la salvezza dell’Italia, per la quale sono morti i primi eroi cantati da Virgilio, e caccerà finalmente la lupa nell’Inferno da cui proviene.

La lupa, così come l’avaro, non si soddisfa mai, vuole sempre di più. Contamina sempre più uomini, e così farà fino all’arrivo del veltro. Letteralmente si tratta di un cane da caccia. Il veltro non cercherà né ricchezza né possedimenti, sarà immune dall’avarizia e quindi potrà scacciare la lupa. La questione del veltro è complessa: Dante sta facendo il profeta, tira a indovinare, non ha ben presente una persona precisa (conoscerà Cangrande della Scala più tardi). “Fra feltro e feltro” è interpretabile in molti modi, a seconda dell’ipotesi che si vuol avanzare. Nel Convivio Dante parla della funzione dell’Imperatore, e dice esattamente che dev’essere una figura universale, possiede già tutto e quindi non può desiderare niente, ed è quindi immune dall’avarizia. Il veltro deve essere quindi un Imperatore.

Virgilio spiega a Dante come l’unica via di salvezza sia il viaggio attraverso l’Inferno, fra le anime sofferenti che sperano di morire una seconda volta per sfuggire alla sofferenza, e il Purgatorio, fra le anime felici per la punizione perché destinate al paradiso, e si offre di guidarlo. Se poi vorrà salire al regno dei beati, lo affiderà a un’anima più degna, perché Dio non concede a lui l’entrata nel Regno dei Cieli. Dante accetta la proposta, dichiarandosi pronto a seguirlo, così si incamminano.

Inferno - Canto II

Dove: Nella “piaggia deserta” ai piedi del colle

Personaggi: Dante e Virgilio

Sta scendendo la sera e mentre l’oscurità porta quiete e riposo a tutti gli esseri della terra, solo Dante si accinge alla grande impresa: nella fatica materiale e nella fatica spirituale che il viaggio comporta è indicata la materia della cantica. Dante invoca quindi le Muse e il proprio ingegno: così la sua memoria potrà dar prova della propria capacità.

Il cammino nell’Inferno comincia di notte, così come il cammino nel Purgatorio inizia la mattina e quello nel Paradiso comincia a mezzogiorno; c’è un venir meno delle tenebre, un cammino verso la luce.

La Commedia è un poema cristiano, eppure Dante non ha ritegno a inserire un’invocazione alle muse, mostra un atteggiamento di non-rifiuto della mitologia pagana, accoglie la tradizione greco-romana e quella giudaico-cristiana. Questo espediente rivela il carattere soprannumerario del primo canto, il quale fa sì che l’Inferno sia composto da 34 canti invece che da 33; il numero complessivo di canti è 100, numero che indica la totalità ed evidenzia come la Commedia sia un’opera-mondo. C’è un’escalation anche per quanto riguarda le invocazioni: il purgatorio parte con un’invocazione a Calliope, e il paradiso con un’invocazione ad Apollo.

Dopo l’invocazione, la narrazione riprende. Dante, preoccupato, si rivolge a Virgilio dicendogli: “Secondo quanto tu racconti, Enea scese ancora vivo nell’Inferno, ma se Dio gli concesse questa grazia, pensando agli effetti che dovevano derivare da questo viaggio, il suo viaggio è più che giustificato. Nell’aldilà andò pure San Paolo, ma anche questo è giustificato dall’esigenza di portare argomenti alla fede, principio di salvezza. Io non sono né Enea né Paolo, e ritengo che le mie forze non siano adeguate rispetto a una simile impresa”.

Enea scende agli inferi nel VI libro dell’Eneide per parlare con suo padre Anchise, che essendo morto conosce il futuro; il racconto si configura come una celebrazione di personaggi della storia romana, è l’espediente per la scrittura del VI libro. Il corpo di Enea è “corruttibile ancora”, ovvero è ancora umano. La venuta di Enea nel Lazio è stato il primo germe della fondazione di Roma, per questo il suo viaggio è giustificato, poiché fu scelto come progenitore di Roma e dell’Impero, ma soprattutto del luogo santo dove ha sede il papato, dove si trova il “successore di Pietro”. San Paolo racconta, nella seconda lettera ai Corinzi, di un uomo che è salito al cielo in carne e ossa, insistendo sulla corporeità dell’esperienza. Viene quindi introdotto per la prima volta il tema dell’Impero e del papato, che diventerà sempre più centrale. I peccatori che hanno la pena maggiore sono i traditori di queste due alte autorità (Giuda, Cassio e Bruto). Si tratta di una concezione non ancora matura della situazione, l’Impero è subordinato al papato, mentre nel XVI del purgatorio verrà esposta la teoria dei due soli, secondo cui Impero e papato vengono posti allo stesso livello, indipendenti l’uno dall’altro; grazie a questi dettagli possiamo osservare come la Commedia si evolva nel tempo, dal momento che la sua stesura è avvenuta in un ventennio. Questo si intravede anche nella natura del viaggio dei due: Enea è il precursore dell’Impero e scende agli inferi, rimane legato alla terra, Paolo è il fondatore dei principi della Chiesa e sale in cielo.

Alle parole di Dante, Virgilio risponde rimproverandolo per questa “viltà” che spesso allontana l’uomo dalle azioni giuste. E per togliergli ogni dubbio gli narra come, mentre si trovava nel Limbo, si sia presentata a lui una donna dagli occhi luminosi e belli, invitandolo con soavi parole ad accorrere in aiuto di Dante che si trova sperso nella piaggia deserta, e teme di essere anche arrivata tardi. Disse di essere Beatrice, scesa dal cielo spinta dall’amore. La donna promette anche di parlare bene di Virgilio dinanzi a Dio, per quanto in realtà sia inutile.

Viene introdotto il personaggio di Beatrice, la donna amata da Dante, morta nel 1290. Si tratta del personaggio chiave della Vita Nova, nel quale il poeta si rammaricava di non aver celebrato la donna come si deve; la Commedia è la realizzazione di questo intento. Virgilio la ricorderà spesso per rincuorare Dante, che adesso sa che in fondo al cammino troverà la donna amata. In generale, Beatrice rappresenta la conoscenza delle cose divine, per questo può accompagnare Dante in paradiso al posto di Virgilio.

Virgilio chiede a Beatrice perché lei, beata, non tema di scendere nell’Inferno. Beatrice risponde che, essendo fatta da Dio in modo tale da non esser toccata dalla miseria di quel luogo, è scesa laggiù su invito di Santa Lucia, andata da lei quando sedeva insieme a Rachele; a sua volta Lucia è stata sollecitata dalla Madonna, che ha provato compassione della misera condizione di Dante. Con lo sguardo pieno di lacrime Beatrice conclude la sua richiesta, e Virgilio dichiara di essersi subito accinto al compito affidatogli. Invita quindi Dante a riprendere coraggio, visto che dal Cielo tre donne benedette lo proteggono.

Santa Lucia è morta martire, in quanto priva degli occhi è la protettrice dei ciechi e delle persone affette da malattie agli occhi; Dante nel Convivio afferma di esser stato afflitto da una malattia agli occhi, quindi è probabile che avesse particolare devozione per Santa Lucia.

Rachele è un personaggio dell’antico testamento, la moglie di Giacobbe, e con la sorella Lia rappresentano rispettivamente i simboli della vita contemplativa e della vita attiva (Lia aveva fatto molti figli, Rachele era sterile). Il fatto che Beatrice sieda accanto a Rachele indica che anche lei ha a che fare con la vita contemplativa.

Come i fiori che, chiusi durante la notte, riprendono vigore con i primi raggi del sole, così Dante si rinfranca alle parole di Virgilio, e rivolge un ringraziamento a Beatrice per la sua bontà, e a Virgilio per la pronta ubbidienza. Si dichiara forte e pronto al viaggio, e i due poeti riprendono il cammino.

Inferno - Canto VI

Dove: nel terzo cerchio

Peccatori: i golosi

Personaggi: Ciacco

Viene applicato il criterio del contrappasso, per distribuire le pene dei dannati: la pena ha qualcosa a che fare con la colpa, c’è un rapporto di continuità, o per somiglianza o per contrasto. In questo caso è per contrasto. I golosi sono immersi nel disgustoso fango, mentre nella vita si sono abbuffati di golosità.

Ripresi i sensi dopo lo svenimento, il poeta si trova nel terzo cerchio, dove una pioggia continua, formata da acqua sudicia, neve e grandine, flagella in eterno i peccatori e forma una puzzolente fanghiglia, in cui essi stanno sdraiati. Cerbero, orribile mostro dalle tre facce, dalle mani d’uomo e dal corpo di animale, latra con le tre gole canine, graffia e scuoia gli spiriti che urlano. Virgilio...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher francesac di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Santagata Marco.
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