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si lamenta dell’assenza di una guida, che porta tutti quanti a odiarsi profondamente. La città d’Italia sono

piene di tiranni che usurpano il potere legittimo dell’Imperatore, dopo aver ottenuto il potere

illegittimamente; ognuno di questi diventa un “Marcello”: Claudio Marcello fu un avversario irriducibile di

Cesare.

Infine Dante si rivolge a Firenze e in tono amaramente ironico, denuncia la leggerezza e

l’insipienza dei fiorentini, la volubilità e l’incostanza nei loro istituiti politici, concludendo che, forse,

Firenze è una grande ammalata i cui rivolgimenti interni non sono che il vano tentativo di renderne

più sopportabili i dolori.

Dante dichiara che esistono molti che hanno a cuore la giustizia, ma per non parlare sconsideratamente, la

manifestano tardi, mentre i fiorentini parlano sempre di giustizia, senza applicarla mai; si dichiarano

pronti a sostenere il peso degli incarichi pubblici anche senza essere stati chiamati. Firenze viene

paragonata ad Atene e Sparta, considerate come la fonte del diritto civile: la città emette un numero

spropositato di leggi, che però non vengono rispettate e durano pochissimo. Successivamente il tono si fa

più pacato, come di commozione: Firenze è una donna ammalata che si rigira nel letto per trovare conforto

al dolore (cambiando spesso leggi e posizioni), ma la malattia non può guarire in questo modo.

Purgatorio - Canto VII

Dove: nell’Antipurgatorio, secondo balzo

Espianti: i principi negligenti

Personaggi: Sordello e la rassegna dei principi negligenti

Dopo l’affettuosa accoglienza al concittadino, Sordello chiede chi siano e, saputo che uno dei due

è Virgilio, lo abbraccia con riverenza e gli chiede perché sia lì, Virgilio risponde spiegando le

ragioni del suo viaggio, gli parla del Limbo e gli domanda la via più breve per salire alla porta del

Purgatorio.

Nelle parole di Virgilio si deduce una nota di amarezza per la mancata salvezza, non ottenuta solo per

motivi cronologici, poiché non ha alcuna colpa. Per questo motivo, tutte le anime che riconoscono Virgilio

nel Purgatorio, gli si approcciano con umiltà e riverenza. Il poeta descrive il Limbo come un luogo di

tenebra e sospiri, senza pene sofferenti; l’unico peccato delle anime che contiene è il non aver conosciuto

la Rivelazione, ma hanno conosciuto e praticato tutte le altre virtù, non hanno conosciuto Dio ma hanno

praticato la giustizia.

Sordello si offre come guida e spiega che di notte non si può salire, poiché alle anime, una volta

arrivata la tenebra, vien meno la volontà di proseguire il cammino, poiché non si è guidati dalla

luce divina; si può solo scendere o camminare sulla stessa cornice E’ ormai il tramonto, quindi

consiglia ai due poeti di seguirlo in una valletta vicina, dove potranno trascorrere la notte. Virgilio

accetta l’offerta. I due poeti giungono in una valletta piena di fiori dove alcune anime cantano tutte

insieme il Salve Regina. Sordello, fermatosi sulla soglia della valletta, propone di fermarsi lì per

osservare le varie anime che egli potrà indicare: Rodolfo I d’Asburgo e Ottocaro II di Boemia,

Filippo II di Francia e Enrico I di Navarra, Pietro III d’Aragona e Carlo I d’Angiò, Enrico III

d’Inghilterra, Guglielmo VIII marchese di Monferrato.

La visione inizia con un’esplosione di colori: rosso, bianco, indaco, smeraldo; ognuno di questi colori

sarebbe stato vinto dall’intensità dell’erba e dei fiori della valletta. La descrizione della natura e dei colori è

molto tecnica: probabilmente questo è dovuto alla formazione del poeta all’interno delle botteghe di

speziali, predisposti alla creazione di colori anche a livello industriale. La natura le ha conferito anche mille

profumi, che ne creavano uno indistinto e unico. Ai regnanti d’Europa è stato riservato un luogo così

piacevole per riguardo alla loro posizione, ma che suona un po’ come rimprovero: hanno vissuto in luoghi

belli come quello, ma si trovano comunque nell’Antipurgatorio.

Per la presentazione dei principi, Dante segue la gerarchia usata da Sordello nel “Compianto in morte di

ser Blacatz”, e comincia dall’Imperatore. I principi sono presentati come tre coppie e due singoli: le prime

tre coppie sono formate a ragion veduta. Tutte queste anime sono destinate alla salvezza, il poeta le utilizza

per condannare i loro successori.

Rodolfo I d’Asburgo viene presentato insieme a Ottocaro II re di Boemia, che gli mosse guerra ma venne

ucciso; Dante li colloca insieme per sottolineare come nel Purgatorio, tutti gli odi e gli antagonismi

scompaiano. Rodolfo avrebbe dovuto risanare le ferite dell’Italia, ma venne meno al suo dovere; il poeta fa

riferimento al successore Enrico VII: “tardi per altri si ricrea” farebbe riferimento ai vari tentativi di Enrico di

restaurazione imperiale in Italia; l’Imperatore scese in Italia per essere incoronato nel 1311, ma morì solo nel

1313, senza aver compiuto molto. Questo verso acquisisce senso solo se fosse scritto dopo la morte di

Enrico, ma questo presupporrebbe una composizione troppo tarda del canto. I casi sono due: o Dante è

intervenuto in seguito aggiungendo questo cenno al fallimento di Enrico VII, o forse questo “altri” è

indeterminato, Dante sta parlando di Enrico quando non era ancora sceso in Italia, esprimendo a priori la

sua sfiducia. Di Ottocaro, il poeta sottolinea il cattivo operato del figlio Venceslao II.

Filippo III di Francia intervenne nella guerra del Vespro fra Angioini e Aragonesi per la conquista della

Spagna, ma morì fuggendo e disonorando la sua casata, simboleggiata dal giglio dorato. Viene presentato

con Enrico I di Navarra, amico e consuocero, per un motivo preciso: la figlia di Enrico, Giovanna, andò in

sposa al figlio di Filippo III, Filippo IV il Bello, considerato come il male di Francia, la cui vita fu viziosa e

sporca. Il dolore dei due principi deriva dalla consapevolezza dell’operato di Filippo IV.

Pietro III d’Aragona e Carlo I d’Angiò vengono presentati insieme come nemici, si sono combattuti

durante la guerra del Vespro. Pietro III (che sposò Costanza, la figlia di Manfredi) viene lodato per le sue

virtù civili e militari, per rendere più evidente la decadenza dei suoi eredi: Alfonso III fu un erede degno, gli

altri figli Giacomo II e Federico III furono tutti indegni come re di Sicilia e di Aragona, e non possedevano

le virtù del padre, poiché queste non sono ereditarie. Anche a Carlo d’Angiò non andò bene: il regno di

Puglia e la contea di Provenza si dolgono del malgoverno del figlio Carlo II lo Zoppo.

Enrico III d’Inghilterra fu un re tranquillo, senza sete di dominio, e fu padre di Edoardo I, uno dei più

notevoli re della storia inglese. I due vennero vinti e imprigionati, ma il figlio riesci a fuggire e riportare il

padre sul trono.

Più in basso di tutti si trova Guglielmo VIII marchese di Monferrato, che guarda in alto verso i re. Era stato

catturato ad Alessandria per volere del comune, così il figlio Giovanni mosse una guerra lunga e sfortunata

alla città, per vendicare il padre.

Purgatorio - Canto XIV

Dove: nella seconda cornice

Espianti: gli invidiosi

Personaggi: Guido del Duca e Rinieri da Calboli

Due spiriti, che hanno udito il colloquio fra Dante e Sapia, si domandano chi possa essere quel

vivo. Uno si rivolge al poeta chiedendogli spiegazioni, Dante risponde di venire dalla valle di un

fiume indicato con una perifrasi, e di non voler dire il proprio nome, perché ancora poco noto.

Dante ha conosciuto la pena degli invidiosi nel canto precedente: gli invidiosi hanno le palpebre cucite,

sono momentaneamente cieche; il verbo latino invideo è un composto di video, e significa “guardare

storto”, si tratta di un peccato della vista, così per contrappasso le anime ne vengono private.

L’anima risponde di aver capito che si riferiva all’Arno. L’altra, Rinieri, si volge stupita a Guido,

chiedendo come mai il loro interlocutore abbia taciuto il nome dell’Arno, come se fosse una cosa

ripugnante. Guido allora risponde di ignorarne il perchè, ma aggiunge che è giusto tacerne il nome

per l’indegnità di coloro che vi abitano. Così enumera gli abitanti della valle dell’Arno, indicandoli

come animali, poiché hanno smarrito il senso della virtù: porci i casentinesi, botoli ringhiosi gli

aretini, lupi i fiorentini e volpi i pisani. Guido continua profetizzando le stragi che fra quei lupi (i

fiorentini) farà il nipote del suo compagno, Fulcieri; a quelle parole Rinieri si turba.

Dalla sorgente dell’Arno, dalla parte dell’Appennino da cui è stata staccata la Sicilia, fino al punto in cui

sfocia nel mare, tutti gli uomini fuggono la virtù come fosse un serpente. Guido fa due ipotesi sul motivo: o

perché il luogo è stato maledetto, o perché l’abitudine li spinge a comportarsi in modo malvagio. Questi

uomini sembra che siano stati allevati da Circe, e quindi siano diventati animali. Inizialmente l’Arno, ancora

fiumiciattolo, passa per il Casentino, fra i sudici porci: l’immagine dei porci potrebbe esser stata suggerita

al poeta dal castello di Porciano, uno dei feudi della famiglia dei conti Guidi. Prima di arrivare ad Arezzo,

l’Arno fa un’ampia curva e torna su se stesso; come la figura presente nel loro stemma, gli aretini sono

definiti cagnolini ringhiosi, alludendo alle passate ambizioni di predomino della città. Quando l’Arno si

ingrossa per via degli affluenti, incontra Firenze e i suoi lupi, caratterizzati dall’avarizia. I Pisa e i pisani

sono raffigurati invece come volpi, simbolo dell’astuzia a fin di frode.

Quella di Guido è una profezia post-factum: nel 1303, il podestà di Firenze, Fulcieri da Callboli, ordina

sanguinose rappresaglie per mano dei guelfi neri, e per questo viene ricordato come un persecutore di

fiorentini. “Antica belva” può essere inteso in due modi: o il cacciatore che uccide i lupi e vende le loro

carni, o Fulcieri stesso, definito come un predatore spietato con anni di esperienza alle spalle.

Dante scorge l’altra anima che si turba con il volto rattristato dopo aver ascoltato la profezia, così

nasce in lui il desiderio di sapere chi siano questi due individui: l’interlocutore si dichiara come il

romagnolo Guido del Duca, che dice di esser stato un grande invidioso e di pagare qui il prezzo

del suo peccato. Successivamente indica nel compagno di espiazione Rinieri da Calboli, del cui

valore nessuno della sua famiglia si è fatto erede, così come è avvenuto in tutta la Romagna, dove

le virtù civili e cavalleresche sono del tutto scomparse. Guido seguita a enumerare i grandi uomini

della Romagna e le famiglie in cui albergavano le migliori doti cavalleresche; alla fine, commosso e

desideroso di piangere, congeda Dante.

Si tratta di un tipico caso in cui Dante usa dei personaggi fantoccio, che storicamente non contano niente,

ma contano per i discorsi che pronunciano nella Commedia. Guido del Duca era un ghibellino di Ravenna,

Rinieri da Calboli era un guelfo di Forlì. Nessuna fonte storica documenta l’invidia dei due, solo Guido la

dichiara nel testo. L’anima dice anche che non si dovrebbe desiderare ciò che solo un individuo può

possedere (i beni terreni, che possono appartenere solo a una persona per volta), ma si dovrebbero

perseguire le virtù, che possono essere condivise da tutti.

Dante mostra il superamento di quella visuale fiorentina che era propria dei canti dell’Inferno, e mostra la

propria competenza di faccende romagnole, delle vicende politiche della Romagna. Viene fuori il

panorama di un’epoca passata, idilliaca, rimpianta, in cui si praticavano le virtù. Tutto questo per

sottolineare l’indegnità dei successori in tutta la Romagna. E’ significativo che Dante, formatosi in un

contesto comunale, venga così affascinato dal mondo delle signorie: tre versi di questo canto hanno

ispirato l’inizio dell’Orlando Furioso (“le donne e’ cavalier, li affanni e li agi che ne ‘nvogliava amore e

cortesia là dove i cuor son fatti sì malvagi”), l’opera che si è fatta espressione di quel mondo signorile.

I due poeti riprendono il cammino in silenzio. Appena oltrepassato il gruppo degli invidiosi,

improvvise voci aeree passano gridando esempi di invidia punita. Il primo è quello di Caino, il

secondo di Aglauro. Dante, spaventato, si accosta al maestro. Una volta tornato il silenzio, Virgilio

spiega che quelle voci sono il freno che dovrebbe trattenere l’uomo entro i limiti che gli sono stati

assegnati, e invitarlo a non volgere l’occhio ai beni mondani. Anche il Cielo, con le sue eterne

bellezze, dovrebbe attirare a sé lo sguardo dell’uomo, ma questi guarda ostinatamente verso terra:

perciò Dio lo punisce.

Si evidenzia l’azione rieducativa delle cornici del Purgatorio, con voci che enunciano esempi di invidia

punita: Caino uccise il fratello Abele per invidia; Aglauro, secondo una leggenda greca, venne trasformato

in sasso perché invidioso della sorella.

Purgatorio - Canto XVI

Dove: nella terza cornice

Espianti: gli iracondi

Personaggi: Marco Lombardo

I due poeti procedono nel buio fitto provocato dal fumo, che Dante paragona al più fitto buio

dell’Inferno o di una notte nuvolosa. Il fumo impedisce l’uso della vista e punge gli occhi di Dante:

Virgilio gli si accosta e lo fa appoggiare alla propria spalla, affinché non si smarrisca e possa

continuare il cammino. Nel buio, Dante sente delle voci che cantano l’Agnus Dei. Non potendo

vedere a chi appartengono queste voci, chiede a Virgilio se sono gli spiriti della cornice: Virgilio

spiega che si tratta delle anime degli iracondi, che espiano il loro peccato.

La punizione prevista per l’ira è un’oscurità fitta, è impossibile vedere, così come i vivi sono accecati

dall’ira. Per questo, il personaggio incontrato in questo canto, non è mai visto da Dante, ma solo ascoltato.

Una delle anime, che ha sentito il dialogo e la domanda, capisce che forse si tratta di un vivo e

chiede al poeta chi sia. Virgilio esorta Dante a parlare e a chiedere se quella è la giusta direzione

verso il passo del perdono. Dante risponde come da consiglio, e chiede all’anima di farsi

riconoscere. Questa dichiara di essere Marco Lombardo, di aver amato la virtù e, dopo averli

confermato che la via è esatta, chiede di pregare per lui.

Marco Lombardo è un altro personaggio di cui si sa ben poco, non importa la sua esistenza storica. I

discorsi che Dante gli fa pronunciare sono estremamente importanti, per cui il poeta ha voluto dare la

minima importanza fisica alla scena; non si vede niente, si sentono solo quelle frasi. Su Marco Lombardo

c’è anche una tradizione novellistica, era stato un personaggio letterario, un uomo di corte esperto dei

giochi di potere, tendenzialmente sdegnoso.

Dante promette di pregare per Marco, ma aggiunge che ora, dopo le sue parole, è tormentato da

un dubbio: quale sia la ragione della corruzione del mondo. Dopo un sospiro sulla cecità degli

uomini, Marco spiega come, pur influendo gli astri sulle inclinazioni umane, l’uomo è libero.

Continua con una digressione sulla nascita dell’anima degli uomini: appena nata, esce dalla mano

di Dio che l’ama, come una bambina che piange e ride; essendo stata creata dal bene supremo, è

per natura orientata al bene. Inizialmente si sente attratta da cose insignificanti, per cui è

necessario che esista una guida che la indirizzi sulla retta via.

Sommando i 34 canti dell’Inferno ai primi 16 del Purgatorio, viene fuori il numero 50. Siamo a metà del

cammino, in un punto cruciale, nel quale viene collocato il discorso di Marco Lombardo sulla domanda

fondamentale: da dove viene il male del mondo? Prima Dante aveva un dubbio sulla provenienza del

male, e aveva ricevuto in risposta le ipotesi di Guido del Duca (o dalla fortuna o dalla cattiva abitudine).

Marco rinnova il dubbio, per cui Dante chiede spiegazioni per poterle successivamente spiegare ai vivi.

Marco spiega che gli uomini sono abituati ad attribuire ogni causa al Cielo, come se tutto fosse già

determinato; se così fosse l’uomo non avrebbe libero arbitrio, quindi non avrebbe senso avere giustizia

retributiva (bene per bene, male per male), quindi Dio sarebbe ingiusto. Il Cielo da solo l’avvio alle azioni

degli uomini, successivamente il lume della ragione permette di distinguere il bene dal male.

Marco conclude il ragionamento spiegando che, se la causa della corruzione universale è da

cercarsi nell’uomo, la sua ragione primaria è nella confusione fra potere temporale e potere

spirituale. La guida spirituale, la Chiesa, ha confuso i due poteri e offre agli uomini un pessimo

esempio di attaccamento alle cose terrene. Per confermare la sua teoria, Marco porta l’esempio

della Lombardia, un tempo virtuosa e ora corrotta, ad eccezione di tre vecchi: Corrado da Palazzo,

Gherardo da Camino e Guido da Castello, che non vedono l’ora di morire per passare a una vita

migliore. Marco conclude che ciò è l’effetto della corruzione della Chiesa, poiché assume su di sé

entrambi i poteri: spirituale e civile.

Marco dichiara la necessità di leggi e di qualcuno che le faccia rispettare. Le leggi esistono, ce le ha date

Giustiniano, ma nessuno le fa rispettare, perché l’Impero è vacante, gli imperatori si disinteressano del loro

compito e badano solo alla Germania. Il papa ha usurpato la loro funzione, poiché cerca di compiere

doveri appartenenti all’Imperatore; la guida degli uomini da il cattivo esempio, pensa ai beni terreni al

posto di quelli divini, per questo l’umanità si comporta in malo modo. Questa è la causa del male. Viene

introdotta la teoria dei due soli: Roma, che ha governato il mondo per secoli, ha avuto due soli, quello del

mondo e quello di Dio, l’Impero e il papato; i due poteri vengono posti sullo stesso piano, divisi e

distinti, dipendenti direttamente dall’autorità di Dio. La visione di parte guelfa, quindi papale, era simile: il

sole era il papato che brillava di luce propria, e la luna l’Impero che brillava di luce riflessa, ed era quindi

subordinato. I due poteri sono congiunti in modo innaturale: unificando i due poteri sotto una sola

persona, le cose non possono andare nel modo corretto, viene a mancare il controllo reciproco che ci

dovrebbe essere. Nel III libro della Monarchia, un trattato politico, Dante parla dell’autorità imperiale e della

necessità che questa proceda in modo autonomo dal papa. Con queste argomentazioni, Dante entrava nel

dibattito politico dell’epoca, poiché pochi anni prima, nel 1302, era stata emessa da Bonifacio VIII la bolla

papale Unam Sanctam, nella quale viene usata l’immagine di due spade (nel giorno della Passione di

Cristo, vengono offerte al messia due spade) che rappresentano il potere civile e quello religioso, e che

entrambe appartengono al papa, visto che sono state offerte a Cristo. I due soli di Dante si

contrappongono anche a questa teoria.

Qualche canto prima, Guido del Duca vaneggiava un passato atemporale e idilliaco: adesso Dante

storicizza questo passato e gli da una dimensione, si tratta dell’epoca prima delle lotte di Federico II con

i comuni del nord e con il papato. Vediamo come cambia la visione dantesca dall’Inferno al Purgatorio, nel

quale Dante fa propria una visione imperiale.

Dante dichiara di ave capito, e chiede chi sia quel buon Gherardo a cui è stato accennato. Stupito

della domanda, Marco gli risponde che non saprebbe chiamarlo altrimenti, a meno di definirlo

padre di Gaia. Poi, vedendo attraverso il fumo il chiarore del sole, lo saluta in fretta e torna indietro.

Purgatorio - Canto XX

Dove: nella quinta cornice

Espianti: avari e prodighi

Personaggi: Ugo Capeto

Interrotto bruscamente il colloquio con il papa Adriano V, Dante riprende il cammino avanzando

lungo la parete della cornice e impreca contro l’antica lupa, la cupidigia, invocando la venuta di un

salvatore che la cacci dal mondo per sempre. Dante sente un’anima ricordare due esempi di

povertà: quello di Maria e quello di Fabrizio; mentre si avvicina, quest’anima ricorda un terzo

esempio: la liberalità di san Niccolò.

Nel canto XIX Dante aveva incontrato il papa Adriano V, in questo canto incontra Ugo Capeto: in questo

modo il poeta riesce a condannare l’avarizia del papato e dei re di Francia, che erano il braccio armato

della Chiesa. Il discorso si sviluppa con tono polemico.

Gli avari sono distesi per terra con mani e piedi legati, a manifestare il loro attaccamento ai beni terreni e

alla terra. Per questo Dante e Virgilio devono procedere con cautela, lungo la pendice della montagna. C’è

una ripresa precisa al primo canto, che conferma come la lupa simboleggi l’avarizia; ancora una volta

Dante invoca l’arrivo di un Imperatore che scacci definitivamente la bestia.

Il primo esempio di virtù è sempre la vergine Maria, la cui povertà è evidente dal racconto evangelico, e si

manifestò quando scelse di partorire Gesù in un’umile stalla. Fabrizio fu un console romano che rifiutò doni

e ricchezze durante il suo consolato. San Niccolò (da cui Santa Claus della tradizione natalizia), riuscì a

salvare tre donne costrette dal padre a prostituirsi, fornendole di dote per permettergli di sposarsi.

Dante si rivolge allo spirito e chiede chi sia e perché sia l’unico a pronunciare gli esempi: in cambio

la ricorderà quando sarà tornato sulla Terra. L’anima risponde di essere Ugo Capeto, capostipite

della dinastia dei re francesi, che per cupidigia cominciarono ad accumulare crimini su crimini. Ugo

profetizza il tradimento di Carlo di Valois nei confronti di Firenze, di Carlo II d’Angiò che farò

mercato della propria figlia, e di Filippo il Bello che, con l’oltraggio al papa di Anagni, rinnoverà la

passione di Cristo. Di fronte a tanti mali, Ugo invoca la vendetta di Dio.

Ugo Capeto fu il capostipite della dinastia dei Capetingi, di cui Dante da un ritratto idealizzato in senso

negativo, poiché si trattava di un’epoca lontana (anno 1000), e in assenza di fonti certe il poeta si servì di

leggende generate dalla parte ghibellina, tendenziose contro i re di Francia. Dante allude poi alla guerra

condotta da Filippo il Bello contro le Fiandre francesi: questa si era conclusa con il tradimento di Filippo ai

danni del conte di Fiandra; successivamente, i re francesi vennero clamorosamente sconfitti nel 1302 a

Courtrai, in quella che parve veramente una vendetta di Dio contro la cupidigia e il tradimento. La notizia

delle umili origini dei Capetingi è falsa, Ugo era figlio del conte di Parigi, non di un macellaio. Ugo si

ritrovò re di Francia senza quasi volerlo, e suo figlio gli succedette, così nacque effettivamente la dinastia.

Comincia una rassegna storica sull’operato dei re francesi. Con “dote provenzale” Dante allude al

matrimonio di Carlo I con Beatrice di Provenza, erede della contea di Provenza, così questa entrò a far

parte del regno di Francia; in realtà ci fu anche una pressione armata dei francesi al confine. Da quel

momento cominciarono le malefatte della dinastia. Dante utilizza l’espressione “per ammenda”, con

sferzante ironia, per introdurre le azioni dei re. Successivamente Carlo I scese in Italia per occupare il regno

di Napoli, facendo uccidere Corradino di Svevia (figlio di Corrado IV, legittimo erede del regno, solamente

diciottenne) e Tommaso d’Aquino (una bufala raccontata dalla parte ghibellina). Successivamente, il

discorso assume il tono della profezia, e viene individuato un altro colpevole della decadenza di Firenze.

Dopo Carlo I d’Angiò, nel 1301 Bonifacio VIII chiamerà Carlo di Valois, per restituire Firenze ai neri; esce

dalla Francia con un piccolo esercito, armato delle armi del tradimento, e ferendo la pancia di Firenze ne fa

uscire tutto il “marcio”: da questo non riceverà alcuna ricompensa, ma solo disonore. Carlo II d’Angiò,

venne preso prigioniero dagli Aragonesi durante la guerra del Vespro, e una volta liberato, come re di

Napoli, vendette sua figlia al marchese d’Este in cambio di una dote esorbitante. Infine, Filippo IV il Bello,

dopo aver occupato la contea di Ponthieu e la Guascogna ingannando il re d’Inghilterra, compirà lo

“schiaffo di Anagni” nel 1303: il re organizza una spedizione punitiva contro il papa che si trovava ad

Anagni; Dante personifica la figura del papa in Cristo che vive ancora una volta la passione, per questo

Filippo viene definito il “nuovo Pilato”. Bonifacio fu liberato in brave tempo, ma dopo un periodo altrettanto

breve morirà. Ugo conclude alludendo alla cattura e allo scioglimento dell’ordine cavalleresco dei

Templari, ordine che prendeva il nome dal tempio di Gerusalemme: questi avevano partecipato alle

crociate e avevano accumulato ricchezze enormi di cui il re si appropriò illegalmente.

Terminata la requisitoria contro la sua stirpe, Ugo Capeto risponde alla seconda domanda di

Dante, spiegando che le anime dicono durante il giorno esempi di povertà e liberalità, e durante la

notte quelli di avarizia punita: Pigmalione, Mida, Eliodoro, ecc. Spiega inoltre che le anime li

pronunciano a voce più o meno alta a seconda del sentimento che li stimola; se Dante ha sentito

solo lui, è perché le altre anime ripetevano a voce bassa. I due poeti riprendono il cammino,

quando un terremoto scuote la montagna; le anime intonano Gloria in excelsis, il primo canto che

echeggiò nella notte in cui nacque Gesù. Fermatisi ad ascoltare, Dante e Virgilio riprendono a

camminare, mentre le anime riprendono il pianto di pentimento. Dante procede timoroso e assorto

nei pensieri: vorrebbe conoscere la causa del terremoto e del canto.

Nell’immagine del terremoto Dante fa riferimento alla mitologia: l’isoletta di Delo, una delle Cicladi

nell’Egeo, era scaturita dalle onde per mano di Nettuno, e vagava per il mare in balia delle tempeste; poi,

Latona, incinta di Apollo e Diana, vi si rifugiò per fuggire l’ira di Giunone, così Apollo la rese stabile e fissa

per ricompensarla.

Purgatorio - Canto XXI

Dove: nella quinta cornice

Espianti: avari e prodighi

Personaggi: il poeta latino Stazio

I due poeti procedono nella loro via; Dante è desideroso di conoscere il perché del terremoto e del

canto. Improvvisamente appare dietro di loro un’anima che li saluta con l’augurio di pace. Virgilio

risponde salutando e precisando che a lui la beatitudine eterna è negata. Allo stupore dell’anima,

Virgilio spiega che Dante è vivo ed egli, che risiede nel Limbo, gli fa da guida finché gli sarà

consentito. Poi chiede allo spirito il motivo del terremoto e del canto.

Per indicare la sua sete di conoscenza, Dante fa riferimento a un passo del Vangelo di Giovanni, in cui

Gesù, vicino al pozzo di Giacobbe, chiese da bere a una samaritana; questa si meraviglia della richiesta, e

il messia risponde dicendo che conoscendo il dono di Dio e la Grazia divina, l’uomo può saziare la propria

sete per sempre. Successivamente, l’apparizione di Stazio viene descritta con un’altra citazione evangelica

letterale al Vangelo di Luca, riguardo all’apparizione di Cristo, ormai risorto, ai due discepoli sulla strada di

Emmaus.

La condizione di amarezza di Virgilio per l’essere relegato al Limbo tocca il suo culmine nell’incontro con

Stazio, un poeta a lui vicino, ma soprattutto un’anima che si è appena salvata. Inoltre, Virgilio accenna al

fatto che il suo magistero sta per terminare, poiché si stanno avvicinando alle porte del Paradiso.

Stazio spiega che nel Purgatorio non possono esserci alterazioni atmosferiche e il terremoto

avviene quando un’anima si sente monda dal peccato e si avvia a salire al Paradiso. Stazio

precisa come il penitente si accorge che l’espiazione è finita, poi rivela di esser lui stesso quello

liberato dalla colpa: perciò il monte ha tremato e tutte le anime si sono unite alla sua gioia. Dante

dichiara di essere soddisfatto di ciò che ha appreso.

Nel Purgatorio tutto avviene in modo preciso e regolare, secondo le leggi divine, non esistono le alterazioni

atmosferiche, ma solo quelle previste dai flussi del cielo. Le perturbazioni colpiscono solo la parte

dell’Antipurgatorio. Quindi il terremoto è provocato dalla liberazione di un’anima dal peccato: la volontà

dell’anima si sente pura, libera di salire; anche prima l’anima vorrebbe salire, ma non può, perché il suo

desiderio non è ancora libero e puro, e la Giustizia divina gli fa desiderare la punizione che gli spetta.

Virgilio chiede all’anima di dire chi sia e perché sia rimasta a lungo in a questa cornice (500 anni).

Lo spirito risponde di esser stato un famoso poeta latino al tempo della caduta di Gerusalemme,

ma non ancora cristiano. Dichiara di essere Stazio, di aver scritto la Tebaide e di essere morto

prima di terminare l’Achilleide. Inoltre dichiara di essere debitore all’Eneide per la sua poesia

epica: essa gli fu mamma e nutrice. Aggiunge poi che sarebbe disposto a rimanere ancora un

anno nel Purgatorio pur di esser vissuto al tempo di Virgilio. Di fronte a questo elogio, Virgilio fa

cenno a Dante di tacere, ma questi non riesce a trattenere un sorriso. Stazio fissa Dante negli

occhi e glie ne chiede il motivo, mettendolo in imbarazzo: da un lato Virgilio lo ha invitato a non

parlare, dall’altro Stazio lo prega di farlo; allora il maestro gli permette di spiegare. Dante presenta

Virgilio, e Stazio, con movimento spontaneo e naturale, si inginocchia per abbracciare i piedi del

maestro, ma questi lo prega di desistere, ricordandogli che entrambi sono ombre. Stazio dichiara

che proprio da questo gesto si comprende l’intensità dell’affetto, se ha potuto dimenticare di essere

un’ombra e di avere davanti un’altra ombra.

Stazio è un poeta latino, inizialmente pagano, poi convertito dalle stesse parole di Virgilio. Visse al tempo

della distruzione di Gerusalemme per mano di Tito, vista come una vendetta divina sul popolo ebraico per

la condanna di Cristo. Tutti nel medioevo credevano che Stazio fosse di Tolosa, confondendosi con un

omonimo, mentre in realtà era di Napoli. La Tebaide è un’imitazione dell’Eneide (12 canti, 6 di viaggio e 6 di

guerra), nel cui finale invita il suo poema a seguire l’Eneide senza avvicinarsi troppo, come segno

d’ammirazione. Senza l’Eneide, Stazio non avrebbe saputo fare niente, neanche sollevare una “dramma” di

peso (unità di misura). Dante ha scelto Stazio partendo da fonti reali, per proseguire con invenzioni

poetiche che vanno al di là del personaggio storico.

Purgatorio - Canto XXII

Dove: dalla quinta cornice alla sesta cornice

Espianti: avari e prodighi, golosi

Personaggi: il poeta latino Stazio

I tre poeti hanno già oltrepassato il passo del perdono, dove l’angelo ha cancellato un’altra P dalla

fronte di Dante, cantando la quarta beatitudine. Più leggero di prima, il poeta procede senza fatica

verso la cornice successiva, seguendo i due poeti antichi.

Una volta arrivato in Purgatorio, un angelo ha inciso con una spada sette P sulla fronte di Dante,

corrispondenti ai sette peccati capitali, e ad ogni cornice un angelo ne cancellerà una, cantando una delle

beatitudini del Vangelo di Matteo. Man mano che sale, il cammino di Dante diventa sempre più leggero.

Virgilio, dopo aver dichiarato a Stazio il suo sentimento di reciproca amicizia, nato nel Limbo,

quando Giovenale gli ha recato la notizia della devozione di Stazio, gli chiede come possa aver

ospitato nel suo petto l’avarizia, propria solo di animi meschini. L’anima risponde di essere rimasta

nella cornice a causa del peccato di prodigalità, dalla quale lo ha distolto una frase dell’Eneide, che

gli fece comprendere come essa fosse peccato, cosa che molti ignorano, per cui, finiscono

all’inferno non pentendosi.

Negli ultimi momenti del suo magistero, Virgilio diventa il protagonista del racconto. Le sue ultime parole

saranno pronunciate nel canto XXVII, poi sarà presente per un altro paio di canti, in silenzio. La ragione

umana cede il passo alla fede, a Beatrice. Tutto l’episodio con Stazio gira intorno alla condanna di Virgilio

nel Limbo, alla mancata salvezza. In questo canto svolge la funzione che solitamente ha Dante: fa le

domande, non da delle risposte.

Dante aveva molti limiti culturali, non aveva fatto le letture di un Petrarca, ma è molto abile ad utilizzare le

poche fonti che aveva a disposizione. Giovenale non viene citato a caso: Stazio è presente nella satira VII,

dalla quale si evinceva il peccato da lui commesso: non fu un avaro, ma un prodigo; si tratta dell’unica

fonte della prodigalità del poeta.

La frase che salva Stazio proviene dal libro III dell’Eneide, il canto in cui si trova l’episodio di Polidoro e

Polinestore; Dante sta citando Virgilio, ma in modo sbagliato: in un contesto che dovrebbe punire la

prodigalità, viene citata la frase “Perchè non reggi tu, o sacra fame de l’oro, l’appetito de’ mortali?”,

riferendosi all’utilizzo della ricchezza con parsimonia. Virgilio, nel contesto dell’Eneide, utilizza la frase

“Quid non cogis”, che significa “A che cosa non spingi l’uomo a fare, sacra fame dell’oro?”, in modo da

condannare l’avarizia di Polinestore (“sacra” significa esecrabile, in senso negativo). Dante ha

volutamente frainteso la frase, modificandone il senso per inserirla nel contesto della Commedia; secondo

la teoria dell’epoca, la profondità di un testo poteva essere scandagliata a più livelli per essere riferita a vari

contesti.

Virgilio chiede a Stazio chi l’abbia indirizzato alla vera fede, dal momento che nella sua Tebaide

non c’è traccia di Cristianesimo. Lo spirito risponde che anche per questo fu Virgilio stesso ad

illuminarlo, grazie ad alcuni versi della IV egloga. Cominciò a frequentare i cristiani e ad aiutarli

durante le persecuzioni di Domiziano, e ebbe il battesimo ancora prima di terminare la Tebaide, ma

per paura di mostrare la nuova fede la tenne nascosta. Questa timidezza lo ha costretto a

rimanere nel cerchio degli accidiosi per più di quattrocento anni.

Stazio dichiara di dover tutto a Virgilio: ispirazione poetica e salvezza dello spirito. E’ stato per lui come il

portatore di lampade che porta il lume dietro le spalle, e se la luce non serve a lui, serve a quelli che stanno

dietro; con la sua opera Virgilio ha indirizzato gli uomini verso il cristianesimo. Vengono citati i versi della IV

egloga sulla venuta di una vergine, l’arrivo di un periodo di pace e la nascita di un bambino: qui Dante

interpreta e traduce alla lettera le parole di Virgilio. La vergine non era altro che la dea della giustizia

Astrea, tradotta appunto con “giustizia, e il bambino era il nascituro di Asinio Pollione, che potrà vedere

il ritorno dell’età dell’oro. E’ giustificabile, in un periodo come il medioevo, l’interpretazione cristologica, che

si diffuse. Nessuna fonte certa indica la conversione di Stazio, per cui Dante si inventa anche il fatto che il

poeta nascose la sua nuova fede per paura delle persecuzioni.

Stazio chiede a Virgilio dove siano i grandi poeti latini, e questi risponde che essi, con altri poeti

greci e molti personaggi che Stazio ha cantato nei suoi poemi, si trovano con lui nel Limbo.

Terminato il colloquio, giungono alla sesta cornice: è l’inizio della quinta ora del giorno. Virgilio

ritiene che, avendo sempre girato verso destra nel Purgatorio, sia anche qui necessario fare

altrettanto. Stazio acconsente e i tre poeti riprendono a camminare: Dante sta in disparte, attento

ai discorsi degli altri due. A interrompere i ragionamenti dei poeti appare uno strano albero, dai cui

rami pendono frutti al profumo soave, ma che, al contrario degli alberi comuni, ha tronco e rami

che diventano più stretti verso il basso.

Purgatorio - Canto XXXII

Dove: nel paradiso terrestre

Personaggi: Beatrice, Matelda

Stazio accompagna i due fino alla fine del Purgatorio, poi sparisce. I poeti arrivano nell’Eden alla fine del

canto XXVII, sulla cima della montagna, luogo in cui Dio avrebbe creato Adamo ed Eva e dove l’umanità

avrebbe dovuto vivere, ma in seguito al peccato originale venne cacciata sulla Terra. Nel canto XXVIII

compare il personaggio più enigmatico di tutta la Commedia: Matelda, il cui nome viene enunciato soltanto

una volta, nel canto XXXIII; svolge il compito di introdurre i nuovi venuti nel Paradiso terrestre (non si

capisce se per tutte le anime o solo nel caso di Dante) e di spiegarne la struttura, indirizzando le anime

rispetto ai due fiumi lì presenti: il Lete e l’Eunoè. I fiumi sono presenti anche nella Genesi, ma Dante

reinterpreta le sue fonti e colloca nel Paradiso terrestre il Lete, un fiume mitologico, segno dell’oblio e della

dimenticanza, che permette di dimenticare i peccati e le colpe espiate. L’Eunoè è un’invenzione dantesca

(dal greco significa “buona memoria”), e svolge la funzione opposta a quella del Lete, richiamando alla

memoria le cose buone commesse nella vita. Le anime, prima di salire al Paradiso, si immergono in

entrambi i fiumi.

Successivamente si assiste ad una processione sacra. La processione è aperta da sette candelabri, che

rappresentano i sette doni dello spirito santo, in quanto illuminano gli uomini nel loro cammino terreno.

Questi sono seguiti da un carro che rappresenta la Chiesa, tirato da un grifone (animale mitico, metà leone

e metà aquila) che rappresenta Cristo e la sua doppia natura: Cristo era vero Dio e vero uomo. Il carro è

circondato da sette donne che rappresentano le sette virtù: tre da una parte a rappresentare le virtù

teologali (fede, speranza e carità) e quattro dall’altra a rappresentare le quattro virtù cardinali (prudenza,

giustizia, fortezza e temperanza). Il carro è seguito da una serie di personaggi, e ciascuno rappresenta un

libro della Bibbia.

Appare in seguito Beatrice, e contestualmente scompare Virgilio, senza lasciare traccia, senza dire addio

(Dante non ha voluto introdurre una scena di congedo, per il troppo patetismo), ma anche dal punto di vista

ideale è giusto che Virgilio scompaia alla comparsa di Beatrice, come la ragione umana cede il passo

alla conoscenza delle cose divine. C’è un lungo dialogo fra Dante e Beatrice: la donna rimprovera al

poeta le sue mancanze, facendo riferimento alla realtà biografica. Alla fine del processo Dante si pente e

viene riconosciuto purificato e immerso nel Lete. Successivamente Beatrice si toglie il velo che aveva

tenuto fino a quel momento, così Dante riesce a rivederla dopo dieci anni (nella finzione poetica).

Dante, assorto nella contemplazione di Beatrice, viene richiamato con un “Troppo fiso!” dalle virtù

teologali. Si volge, ma non riesce a vedere niente, essendo ancora abbagliato dalla bellezza di

Beatrice: quando finalmente riacquista la vista, vede che la processione, e con essa il carro,

voltando a destra torna indietro verso oriente. Dante, Matelda e Stazio la seguono stando accanto

alla ruota destra del carro; in sottofondo si sente un canto di angeli. Percorso un tratto lungo circa

tre tiri di freccia, Beatrice scende dal carro. Tutti si dispongono in cerchio intorno a un albero

spoglio e Dante sente mormorare da tutti “Adamo”, e poi rivolgere un elogio al grifone che non

lacera col becco quel legno e non coglie il frutto del peccato. Il grifone, dopo aver risposto, trascina

il carro presso l’albero e ne lega il timone: l’albero rifiorisce, mentre tutti intorno intonano un inno di

ineffabile dolcezza.

Davanti all’albero della conoscenza, Dante ripercorre tutta la storia del genere umano, dal primo peccato

fino al 1300; evidenzia gli snodi che gli interessano: la storia della Chiesa, e i riferimenti politici. Si tratta di

un albero altissimo, che si leva verso il cielo. C’è un chiaro riferimento alla Lettera di san Paolo ai romani:

nel capitolo V, san Paolo traccia un parallelo fra Adamo e Cristo, definendo Gesù come il nuovo Adamo,

puro, senza peccato, che salva l’umanità macchiata dal peccato del primo Adamo. Il grifone tira il timone

del carro verso l’albero: “quel di lei” sta a indicare che il timone era stato fatto con il legno dell’albero; Dante

fa riferimento alla leggenda secondo cui la croce di Cristo sarebbe stata formata dall’albero della

conoscenza (per sottolineare il parallelismo fra Cristo e Adamo).

Prima della fine del canto, Dante cade addormentato. Svegliatosi per un improvviso fulgore, sente

una voce che lo invita ad alzarsi. Vede accanto a sé solo Matelda e paragona il suo risveglio

stupito allo stupore di Pietro, Giovanni e Giacomo al loro ridestarsi dopo la trasfigurazione di Gesù

e la scomparsa di Mosè e di Elia, non vedendo più Beatrice. Dante chiede spiegazioni, e Matelda

indica che Beatrice si trova seduta sotto l’albero, circondata dalle sette donne-virtù con i sette

candelabri, mentre il grifone e tutti gli altri personaggi della processione e stanno salendo al cielo,

accompagnati da un dolce canto. Dante non saprebbe dire se Matelda aggiunse ancora altre

parole, perché fissati gli occhi di Beatrice non ebbe altro pensiero né desiderio.

Dante dichiara l’impossibilità di descrivere il momento preciso in cui ci si addormenta. Fa riferimento alle

Metamorfosi di Ovidio, agli occhi del pastore Argo che si addormenta mentre fa la guardia a una

giovenca; per il momento del sonno, il poeta ha scelto un riferimento mitologico. Per il risveglio, Dante

sceglie un brano del Vangelo: nell’episodio della trasfigurazione, Cristo si mostra ai tre apostoli nel suo

aspetto divino.

Beatrice, rivolgendosi a Dante, gli dice che egli rimarrà poco tempo nel Paradiso terrestre, ma sarà

poi per sempre con lei, cittadino della città celeste. Lo invita quindi a tener fissi gli occhi e la mente

al carro e, una volta sulla Terra, a scrivere ciò che ha visto per comunicarlo all’umanità traviata.

Dante si concentra attentamente sul carro simbolico.

Per la prima volta Dante viene invitato a scrivere ciò che vede; neanche Virgilio, in tutto il percorso, ha

mai suggerito una cosa simile. Altre due investiture si incontreranno nel Paradiso: una da parte di

Cacciaguida, l’altra da parte di san Pietro.

Dante vede un’aquila calare giù più veloce di un fulmine, schiantando le foglie, i fiori e la corteccia

dell’albero, e colpire con forza il carro, che sbanda qua e là come una nave durante una burrasca.

Poi vede una volpe avventarsi contro il fondo del carro, e Beatrice metterla in fuga, rinfacciandole

le colpe. In seguito, l’aquila scende una seconda volta, senza danneggiare l’albero, e lascia parte

delle penne al carro. Nel frattempo si ode una voce di rammarico scendere dal cielo. Dopo, la terra

si apre e ne esce un drago che conficca la coda nel carro, trascinando giù una parte del fondo;

quindi si allontana soddisfatto. Il carro, così mutilato, si ricopre delle penne lasciate dall’aquila, poi

mette fuori tre teste sul timone, ognuna delle quali con due corna, e altre quattro teste, una per

angolo, con un corno ciascuna: il carro si trova mostruosamente trasformato, con sette teste e

dieci corna. Sopra al carro, appare seduta una meretrice, al cui fianco sta ritto un gigante: i due si

baciano spesso. Poiché la meretrice ha rivolto il suo sguardo a Dante, il gigante la flagella; poi,

irato e sospettoso, sgancia il carro dall’albero e lo trascina nella selva.

Dante ripercorre tutta la storia della Chiesa, con immagini altamente simboliche e allegoriche. L’aquila è

l’uccello sacro a Giove, ma soprattutto il simbolo dell’Impero; la devastazione del rapace sull’albero e sul

carro, rappresenta la persecuzione subita dalla Chiesa nei primi secoli. Da questo attacco il carro si trova

sballottato, ma non viene vinto. La volpe, simbolo dell’astuzia, rappresenta le discussioni teologiche dei

primi secoli del cristianesimo, che sfociano nell’eterodossia, nelle eresie; per questo motivo interviene

Beatrice, la conoscenza delle cose divine, che caccia via le false credenze e confutare le eresie. Ancora

l’aquila, non più ostile, lascia una piuma: si tratta del simbolo della donazione di Costantino, che

involontariamente ha dato origine all’avidità della Chiesa, sebbene non avesse cattive intenzioni; la voce

che esce dal cielo è quella del primo papa, san Pietro, che si rammarica per come il carro sia caricato male

da questo dono. Il drago, probabilmente un serpente, che colpisce il carro con la coda, simboleggia

l’espansione islamica, che ha strappato al cristianesimo tutta la parte inferiore del Mediterraneo.

Successivamente la piuma si moltiplica e ricopre il carro, a simboleggiare la crescita dell’avidità dei

prelati. La Chiesa diventa un mostro: si tratta di un riferimento al mostro dell’Apocalisse XVII, che si era già

incontrato nel canto XIX dell’Inferno. Anche la prostituta trova riscontro nell’Apocalisse, e rappresenta la

curia papale, che messa a guida del carro, si prostituisce con i re della Terra. Il gigante, pur con qualche

incertezza, simboleggia il re di Francia Filippo il Bello, che regnava al tempo di Dante. L’ultima scena fa

riferimento all’oltraggio di Anagni: così come il papa aveva cercato di liberarsi del re di Francia e

quest’ultimo l’aveva catturato ad Anagni, così la prostituta indirizza lo sguardo verso Dante (o perché

continua ad adescare uomini, o perché si ricorda del suo dovere), e il gigante geloso la punisce per

questo; successivamente stacca il carro dall’albero della conoscenza: si tratta di un riferimento allegorico

al trasferimento della sede papale ad Avignone.

Purgatorio - Canto XXXII

Dove: nel paradiso terrestre

Personaggi: Beatrice, Matelda

Le sette donne-virtù, al vedere le tristi vicende del carro, intonano in lacrime un salmo e Beatrice,

ascoltandole, sospira. Poi, alzatasi in piedi e rossa in volto, accenna a un evento futuro con le

parole di Cristo annunzianti la sua morte e la sua resurrezione. Beatrice si muove preceduta dalle

sette donne e seguita da Matelda, Dante e Stazio. Compiuti nove passi si volge al poeta lo invita

ad avvicinarsi per poter udire bene ciò che vuol dirgli: gli chiede perché non faccia alcuna

domanda. Dante, vergognoso come chi si rivolge a un superiore, risponde che Beatrice sa bene

ciò che per lui è importante sapere. Esortandolo a deporre ogni vergogna, la donna aggiunge che

la punizione divina contro i responsabili della corruzione della Chiesa non tarderà. Inoltre l’aquila

non resterà a lungo senza eredi: Beatrice annuncia persino il tempo in cui un personaggio,

designato enigmaticamente come un “cinquecento dieci e cinque”, ucciderà la meretrice e il

gigante. Beatrice sa che le sue parole scure, ma i fatti presto chiariranno questo enigma.

Il canto inizia con una citazione al salmo 78 dell’Apocalisse, un lamento sulla distruzione del tempio di

Gerusalemme. Letteralmente sta a significare “Dio, le nazioni sono venute a profanare il tuo tempio”,

riferendosi ai mali della Chiesa e al cattivo operato dei pontefici. Beatrice risponde con una citazione al

Vangelo di Giovanni: “Ancora un po’ e non mi vedrete, ancora un altro po’ e voi mi vedrete”, le parole di

Cristo all’ultima cena.

“Non teme suppe” è stato interpretato in vari modi: i commentatori antichi, più vicini a Dante, parlano di

un’usanza fiorentina, di cui non esistono documenti, secondo cui i condannati di omicidio sarebbero stati

perdonati se avessero mangiato una zuppa seduti sulla tomba della loro vittima, da cui si leggerebbe “la

vendetta di Dio non si evita così facilmente”; la seconda interpretazione vuole che la zuppa rappresenti un

boccone per ammansire qualcuno, per farlo tacere (come Cerbero nel canto III dell’Inferno); per la terza

interpretazione, “suppe” andrebbe letto come “iuppe”, che significa giubbe, armature, corazze, da cui “la

vendetta di Dio infrange qualsiasi corazza”.

La profezia di Beatrice chiude il cammino terreno di Dante, e si collega direttamente alla prima profezia

incontrata nella Commedia, quella del veltro. Sono collegate anche topograficamente: una apre l’Inferno,

l’altra chiude il Purgatorio; si sta parlando della politica terrena, della storia del genere umano. Quella del

veltro era una profezia vaga, Dante non ha le idee chiare su chi dovrà arrivare, mentre secondo la

cronologia, al momento della scrittura della seconda profezia, il poeta poteva indicare più precisamente

qualcuno. Il veltro deve essere per forza un Imperatore, poiché la sua funzione è quella di sconfiggere

l’avarizia. Beatrice dice che l’aquila avrà presto un erede, un “cinquecento dieci e cinque”: a ragion di

logica, chiunque sia questo personaggio, deve essere un Imperatore (come il veltro). Le interpretazioni su

questo punto sono infinite: secondo la prima famiglia di interpretazioni, Dante sta usando i numeri latini D X

V, che possono essere interpretati come un acronimo oppure come la parola DUX (guida, comandante); la

seconda famiglia di interpretazioni vuole che Dante stia utilizzando una tecnica crittografia che assegna un

valore numerico a ogni lettera dell’alfabeto (così come nell’Apocalisse, Giovanni stabilì che 666 fosse il

numero della bestia, poiché con vari passaggi si arrivava all’Imperatore Nerone); la terza famiglia di

interpretazioni sostiene che Dante sta usando il numero 515, come numero di anni da trascorrere a partire

dall’incoronazione di Carlo Magno nell’800: il numero risultante è 1315, anno della battaglia di Montecatini,

in cui i fiorentini vengono sconfitti da Guccione della Fagiola.

Tutti i commenti fanno il nome di Enrico VII, Imperatore di cui Dante parla sempre molto bene, ma che non

è riuscito a combinare niente: tentò di assediare Firenze, ma la scarsità di truppe non glie lo permise; era

poi morto improvvisamente nel senese, in circostanze poco chiare. Quando Dante scrive questo canto,

però, Enrico è già morto, per cui risulta strano che il poeta potesse aspettarsi ancora qualcosa da lui. Nel

2008 è stata fatta un’ipotesi molto probabile: l’interpretazione prescinde dai numeri, ma si concentra

sull’espressione successiva “messo di Dio”; in tutta la Bibbia, solo un uomo viene definito come “mandato

da Dio”: si tratta di san Giovanni Battista. Se Dante sta alludendo a questo brano, il nome del “cinquecento

dieci e cinque” era Giovanni, proprio come il figlio di Enrico VII, Giovanni di Boemia, che per qualche

tempo dopo la morte del padre nel 1314, ha cercato di succedere al padre. E’ molto probabile, quindi, che

la composizione di questo canto sia avvenuta in quel periodo. Inoltre, si era sparsa la voce che Enrico

fosse stato avvelenato dagli uomini del papa con un’ostia intrisa di veleno (come la zuppa citata in

precedenza); “non teme suppe” si ricollegherebbe quindi alla figura misteriosa, e il succo della questione

risulterebbe: “avete ucciso Enrico, ma adesso c’è suo figlio Giovanni che è pronto a prendere il suo posto”.

Dante assicura Beatrice che le sue parole si sono impresse in lui, ma le chiede come mai esse

siano così alte e difficili ad intendersi. Beatrice risponde che ciò serve a dimostrargli l’insufficienza

di quella scuola, che egli ha seguito, e quanto la sua dottrina sia lontana da quella verità di cui lei è

simbolo. Dante, stupito, risponde di non ricordare di essersi mai allontanato da lei, ma la donna gli

fa presente che in quel giorno egli ha bevuto l’acqua del Lete e che proprio tale oblio è la prova del

suo errore. D’ora in avanti le sue parole saranno chiare quanto è necessario, perché il suo

intelletto le comprenda. A mezzogiorno giungono a una sorgente, da cui scaturiscono due fiumi.

Meravigliato, Dante ne chiede la ragione a Beatrice, che gli risponde di domandare a Matelda, ma

questa afferma di averlo già spiegato. Beatrice scusa il poeta della dimenticanza e, mostratogli

l’Eunoè, prega Matelda di condurlo ad esso e di ravvivare “la tramortita sua virtù” con quelle

acque. Matelda esegue l’ordine e fa bere l’acqua sia a Dante che a Stazio.

Nel libro della Genesi c’è scritto che nel Paradiso terrestre scorrono quattro fiumi: di questi quattro, due

erano il Tigri e l’Eufrate; secondo la visione Dantesca, sono il Lete e l’Eunoè. Per lo stupore delle cose

viste, Dante dimentica momentaneamente quello che Matelda aveva già spiegato nei canti precedenti.

Dante dichiara che, se avesse maggior spazio, descriverebbe la dolcezza di quel bere, di cui non

si sentirebbe mai sazio, ma il senso della misura delle vane parti del poema glie lo impedisce,

essendo ormai complete le carte designate alla seconda cantica. Per la virtù di quell’acqua egli è

rinnovato, come le tenere piante rivendite in primavera, e si sente puro e disposto a salire alle

stelle.

Tutte e tre le cantiche terminano con la parola “stelle”.

Paradiso

Canto III - Nel cielo della Luna (Spiriti che non adempirono ai voti)

• Piccarda Donati e Costanza d’Altavilla, i matrimoni forzati e il cielo più basso

Canto VI - Nel cielo di Mercurio (Spiriti che operarono per la gloria terrena)

• Giustiniano e le vicende dell’aquila imperiale, l’ammonizione a Guelfi e Ghibellini

Canto VIII - Nel cielo di Venere (Spiriti che operarono sotto influsso dell’amore)

• Carlo Martello, la sua storia e la teoria degli influssi celesti

Canto IX - Nel cielo di Venere (Spiriti che operarono sotto influsso dell’amore)

• Cunizza da Romano e le tre profezie, Folco di Marsiglia e la prostituta Raab

Canto XV - Nel cielo di Marte (Spiriti combattenti e martiri per la fede)

• Le anime a croce, Cacciaguida e la Firenze dei tempi antichi

Canto XVI - Nel cielo di Marte (Spiriti combattenti e martiri per la fede)

• Cacciaguida, i suoi antenati, i suo anno di nascita e le famiglie di Firenze

Canto XVII - Nel cielo di Marte (Spiriti combattenti e martiri per la fede)

• Cacciaguida e la profezia sull’esilio di Dante, la compagnia scempia

Canto XX - Nel cielo di Giove (Spiriti giusti)

• L’aquila e il suo occhio, Davide, Ezechia, Traiano, Costantino, Guglielmo II d’Altavilla

e Rifeo troiano, due pagani in Paradiso, la volontà di Dio si fa vincere dall’amore

Canto XXVII - Nel cielo delle Stelle fisse e nel Primo Mobile (La Chiesa trionfante)

• San Pietro, Iacopo, Giovanni e Adamo, la vergogna per le azioni della Chiesa, Roma

cloaca di vizi, i guelfi, Clemente V e Giovanni XXII, la vendetta divina

Canto XXX - Nell’Empireo (La Chiesa trionfante)

• La rosa dei beati, il posto per Enrico VII, il tradimento di Clemente V

Paradiso - Canto III

Dove: nel cielo della Luna

Beati: anime che non adempierono ai loro voti

Personaggi: Piccarda Donati

Nel Paradiso le anime sono raggruppate per categorie, distinte in luoghi diversi, i cieli; Beatrice spiega a

Dante che nel Paradiso le anime non sono suddivise, si trovano tutte nel cielo più alto, l’Empireo, ma si

mostrano a Dante divise. Il poeta ha scelto questa struttura per motivi narrativi e letterari, non sarebbe

stato efficace attraversare un empireo indistinto, escludendo il senso di viaggio e di progresso nel

cammino. Via via che si procede, le anime cambiano di aspetto: perdono la corporeità e l’individualità,

sono anime pure e disincarnate, sempre meno visibili, tenderanno a confluire nella collettività di cui fanno

parte, manifestate grazie a oggetti simbolici (la croce, l’aquila, ecc.)

Il linguaggio usato è più alto, ricco di latinismi, lunghe similitudini, citazioni in latino. Dante cerca di

adeguare il linguaggio alla materia trattata.

Nel canto precedente Dante aveva chiesto spiegazione a Beatrice riguardo alle macchie lunari,

quindi dichiara di aver compreso la verità, ma un’improvvisa visione lo distrae. Gli appaiono i volti

di varie anime, ma così tenui da sembrare immagini riflesse in un vetro trasparente o in acque

nitide. Credendo di vedere dei riflessi, Dante si volta, ma non scorge nulla; guarda poi Beatrice

che, sorridendo, gli spiega che si tratta veramente di spiriti beati che gli appaiono nel Cielo della

Luna, il pianeta dell’incostanza, per non aver mantenuto fede ai voti fatti, e lo invita a parlare con

loro, poiché per loro sciogliere i dubbi è un grande piacere.

Le anime sono così pallide che si individuano male come una perla sulla fronte di una donna, poiché

all’epoca il canone di bellezza imponeva che le donne fossero pallide. Dante commette l’errore inverso

rispetto a quello di Narciso, che vide la sua immagine specchiata e la scambiò per una persona reale; il

poeta scambia anime reali per immagini riflesse.

Dante si rivolge a quell’anima che mostra più intensamente il desiderio di parlare, e le chiede chi

sia e quale sia la situazione dei beati in quel cielo. L’anima dichiara di essere Piccarda Donati e

spiega come essa e gli altri spiriti si trovino nel cielo più basso, per non aver adempiuto sino alla

fine i voti fatti. Dante, dopo aver dichiarato che la nuova bellezza di Piccarda gli aveva impedito un

immediato riconoscimento, chiede se queste anime, collocate nel più basso dei cieli, non sentano il

desiderio di stare in un cielo più alto. L’anima, insieme alle altre, sorride e risponde che i beati

vogliono ciò che Dio vuole, e proprio in tale adeguamento alla volontà divina sta la loro beatitudine.

Dante ringrazia della spiegazione, e chiede ancora a Piccarda quale sia stato il voto da lei non

adempito. Essa narra allora di essersi ritirata dal mondo da giovane, facendosi suora nell’ordine di

santa Chiara, ma purtroppo uomini malvagi la rapirono dal chiostro e solo Dio sa la tristezza della

sua vita successiva.

Piccarda Donati, sorella di Corso Donati, era una lontana parente di Dante (sua moglie era Gemma

Donati). Una volta fatta suora nell’ordine di santa Chiara, degli uomini la rapirono: si trattò del fratello Corso

Donati, che la fece uscire a forza per organizzare un matrimonio di convenienza; Piccarda non fa nomi,

si trova in Paradiso e non vuole accusare o serbare rancore. I commentatori antichi ricordano un’altra storia,

secondo cui la donna venne colpita da una malattia fulminante poco prima di sposarsi. Dante rifiuta questa

visione e ci racconta un personaggio dalla volontà divisa. Piccarda invita Dante a ricordarsi di lei

guardando attentamente, poiché il Paradiso l’ha resa più bella; si tratta del caso inverso rispetto a quello di

Brunetto Latini, che Dante non riconosceva perché sfigurato in volto dall’Inferno. Si torna in un clima

fiorentino: nell’Inferno, il poeta parla spesso di Firenze, è ancora la sua ossessione, vorrebbe guadagnarsi il

lasciapassare per rientrare in città. Successivamente si rassegna, cambia tono già nel Purgatorio, Firenze

diventa un caso particolare all’interno di un piano generale.

Piccarda indica un’anima luminosa alla sua destra, che comprende bene il discorso, perché vittima

anche lei della violenza: monaca, fu con la forza strappata al convento, anche se rimase fedele nel

cuore alle “sacre bende”. E’ l’imperatrice Costanza, che generò Federico II, l’ultimo vero

Imperatore. Terminato il discorso, Piccarda intona l’Ave Maria e svanisce cantando insieme alle

altre anime. Dante la segue con lo sguardo fin dove può, poi volge gli occhi a Beatrice, ma il

fulgore di lei lo sopraffà tanto che non riesce a rivolgerle la domanda che intendeva farle.

Costanza d’Altavilla era l’ultima erede degli Altavilla, famiglia normanna che governava il regno di Sicilia,

ovvero tutta l’Italia meridionale. Portò in dote il regno al marito Enrico VI, e insieme a lui dette vita a Federico

II. Secondo una leggenda fatta circolare negli ambienti guelfi, Costanza era suora e fu fatta uscire dal

convento in età avanzata per farle sposare Enrico VI; si tratta di una visione anti-imperiale e anti-

federiciana: se Costanza fosse stata suora e fosse stata vecchia, Federico sarebbe nato contro le leggi

umane e divine (da una donna anziana e monaca). Si tratta solo di una leggenda, quando ha sposato

Enrico aveva circa trent’anni. Dante accoglie la leggenda privandola di implicazioni politiche.

Paradiso - Canto VI

Dove: nel cielo di Mercurio

Beati: anime che operarono per ottenere la gloria terrena

Personaggi: Giustiniano, Romeo di Villanova

Si tratta di un caso particolare nella Commedia: tutto il canto è occupato da un solo personaggio, dal

primo all’ultimo verso; le virgolette del discorso si aprono nel primo verso e si chiudono nell’ultimo. Il

personaggio di Giustiniano viene idealizzato, si tratta dell’Imperatore modello, che si muove in accordo

con la Chiesa ma con rispetto reciproco. Quello che sa di lui, Dante lo riprende dal Tresor di Brunetto

Latini, ripetendo ciò che è stato detto dal maestro; gli errori cronologici si devono quindi a Brunetto. Il canto

si configura quindi come la più forte esaltazione dell’Impero: altrove Dante parla della funzione imperiale

(Convivio, Monarchia), ma come saggista, dimostra l’utilità dell’Impero con tesi logiche; in questo caso

racconta la storia dell’Impero, il volo dell’aquila, come se questa avesse permesso a suo tempo il bene

dell’umanità.

Giustiniano risponde alle due domande di Dante: “Chi sei tu?” e “Chi si trova in questo cielo?”.

L’anima dichiara di essere Giustiniano, che portò l’aquila romana oltre duecento anni dopo che

Costantino ne aveva trasferito la sede in Oriente. Parla poi della conversione alla fede e della sua

opera legislativa.

Giustiniano parte da Enea, prima ancora che Roma venisse fondata, il quale aveva portato l’aquila da

oriente a occidente, da Troia a Roma, assecondando il corso del cielo: si tratta di una verità astronomica,

ma anche politica, in quanto Dante considera Roma come la sede designata da Dio per l’Impero. Secoli

dopo Costantino riportò l’aquila a oriente, a Bisanzio, contro la volontà divina: con la sua donazione, aveva

lasciato Roma al papa, trasferendo la sede imperiale (da questo deriva la rovina della Chiesa). Per più di

200 anni (in realtà pochi anni meno di 200) l’aquila si trattenne lì, vicino ai monti di Troia. Poi l’Impero passò

in mano a Giustiniano, che aveva creato la prima raccolta di leggi, il Corpus Iris Civilis, che costituì la

base del diritto nei secoli successivi. Prima di conoscere la vera fede, Giustiniano peccava di eresia

“monofisita”, credendo che in Cristo ci fosse solo una natura (quella divina); anche questa notizia, errata,

è presa da Brunetto Latini. Dopo la sua conversione, grazie a papa Agapito I, tutto cominciò ad andare

bene: anche militarmente, affidando la guida dell’esercito al generale Belisario, a cui si deve la riconquista

del mediterraneo africano e favorendo quella successiva dell’Italia.

Dopo aver risposto alla prima domanda, Giustiniano afferma che la natura stessa di tale risposta,

con l’accenno all’aquila romana, lo obbliga a indicare le erronee azioni dei guelfi e dei ghibellini: gli

uni combattono l’aquila imperiale, gli altri indebitamente se ne appropriano. L’Impero è universale,

sta al di sopra delle parti. Poi Giustiniano comincia il racconto della storia dell’aquila: rimasta in

Alba per più di trecento anni, essa passò nelle mani di Roma con la lotta fra Orazi e Cariazi. Vinse

i nemici vicini durante il periodo dei sette re e successivamente debellò i Galli e i Tarentini, e

atterrò l’orgoglio dei Cartaginesi, che pure, dietro ad Annibale, erano giunti sino in Italia.

Giustiniano sintetizza anche l’età imperiale, ovvero il momento in cui il cielo stabilì che tutto il

mondo fosse in pace, quando Cesare prese in mano il “sacrosanto segno”. Però la massima gloria

toccò al secondo Cesare, Tiberio, sotto cui avvenne la Redenzione. Anche la vendetta

dell’uccisione di Gesù fu opera del “sacrosanto segno”, tenuto allora da Tito, e infine esso dette

protezione, tramite Carlo Magno, alla Chiesa, attaccata dai longobardi.

Dante comincia il volo dell’aquila da Pallante: si tratta del figlio di un alleato di Enea, che quest’ultimo trovò

nel Lazio; viene nominato negli ultimi versi dell’Eneide: quando Turno sta per essere ucciso, chiede pietà a

Enea, che sta per risparmiarlo, ma si accorge che sull’armatura tiene le armi di Pallante, e scacciata la

pietà lo uccide per vendetta. Ascanio, figlio di Enea, fondò Albalonga, che dominò fino alla lotta fra Oriazi e

Cariazi, dopo la quale iniziò la supremazia di Roma. Successivamente si narra la storia del periodo regio:

dal regno di Romolo, sotto cui avvenne il ratto delle Sabine grazie al quale i romani si procurarono le

mogli, fino al dolore di Lucrezia, violentata dal figlio di Tarquinio il superbo, a causa del quale i suoi amici

e compagni rovesciarono la monarchia. Inizia poi l’elenco delle vicende del periodo repubblicano: sono

ricordati i grandi romani e le lotte contro i Galli, i Taretini, e altre conquiste che resero famosi, fra i tanti,

Scipione e Pompeo, vittoriosi contro i Cartaginesi di Annibale. Inizia poi la carrellata di episodi del periodo

imperiale: vengono sintetizzate le imprese di Cesare in Gallia, per poi soffermarsi sulla guerra civile contro

Pompeo, che costrinse Cesare a recarsi prima in Spagna, poi in Grecia, e poi in Egitto, dove Pompeo era

fuggito dopo la sconfitta; si dice che Cesare al ritorno si recò a Troia per vederne le rovine, e

successivamente si scagliò contro Giuba, sostenitore di Pompeo. Di quello che fece l’aquila col portatore

seguente, Ottaviano, si lamentano all’Inferno Bruto e Cassio; l’imperatore sconfisse le forze di Marco

Antonio fra Modena e Perugia, e questo portò anche alla sconfitta e alla morte suicida di Cleopatra. Il

principale strumento propagandistico di Ottaviano fu la chiusura del tempio di Giano, aperto in periodi di

guerra e chiuso in tempi di pace; per tantissimi anni fu aperto a causa delle guerre romane. Tutto quello

che è stato raccontato fin ora appare poca cosa rispetto a quello che ha accadde sotto il terzo Cesare,

Tiberio, sotto cui si compie la Redenzione dell’umanità: Gesù Cristo viene crocifisso. L’Impero, quindi, ha

punito l’umanità con la condanna del messia, e successivamente Tito, distruggendo Gerusalemme, ne

vendicò la morte. Si parla poi del Sacro Romano Impero di Carlo Magno, che difese la Chiesa dalle

persecuzioni dei Longobardi.

Giustiniano conclude la digressione ribadendo il rimprovero contro guelfi e ghibellini: i primi

contrappongono al “sacrosanto segno” i gigli gialli di Francia, i secondi si appropriano di quel

“segno”, simbolo di giustizia, per interessi di parte.

Dopo un Inferno sostanzialmente guelfo, un Purgatorio tendenzialmente filo-imperiale (non ghibellino),

Dante si mostra ormai al di sopra delle parti, non da ragione a nessuno. Viene citato “Carlo novello”,

ovvero Carlo II d’Angiò, che teme gli artigli dell’aquila. E’ presente anche una piccola profezia post-factum:

con “le colpe dei padri ricadranno sui figli”, Dante allude alla Battaglia di Montecatini, fra i Fiorentini e gli

Angiò, in cui morirono due principi angioini.

Rispondendo alla seconda domanda, Giustiniano afferma che nel cielo di Mercurio sono apparse a

Dante le anime di coloro che operarono il bene, ma per ambizione di gloria e di fama. Ciò

diminuisce i loro meriti, ma del grado della loro beatitudine essi sono contenti, perché vedono che

la ricompensa è perfettamente pari a ciò che hanno meritato. Conclude dicendo che in questo cielo

c’è anche l’anima di Romeo di Villanova che, giunto alla corte di Raimondo Berengario, seppe

giovare grandemente al suo signore, ma poi l’invidia dei cortigiani lo rese sospetto a Raimondo,

per cui vecchio e povero si allontanò dalla corte e divenne un mendicante, ma conservò un animo

saldo e dignitoso.

Romeo di Villanova è un personaggio storico, le cui notizie derivano da leggende: era stato il segretario

del conte di Provenza, Raimondo Beringhieri. Si tratta di una storia analoga a quella di Pier delle Vigne, ma

conclusa senza suicidio. La figlia di Raimondo, Beatrice, sposò Carlo I d’Angiò, portandogli in dote la

Provenza.

Paradiso - Canto VIII

Dove: nel cielo di Venere

Beati: anime che hanno operato sotto l’influsso dell’amore

Personaggi: Carlo Martello

I primi versi presentano la dea Venere, che i pagani credevano irradiare amore carnale e terreno,

per cui essi veneravano lei, la madre Dione e il figlio Cupido, il quale aveva ferito di nascosto

Didone. Dal nome della dea gli antichi derivarono il nome per il pianeta. Dante non si accorge di

salire al cielo successivo; lo comprende dall’accresciuta bellezza di Beatrice. Nello splendore del

pianeta, il poeta vede che gli si fanno incontro delle luci e ode il canto Osanna, la cui melodia

dolcissima, in seguito, egli è stato sempre desideroso di riascoltare.

Nel Paradiso non esiste un passaggio fisico da un cielo all’altro: il cammino viene evidenziato

dall’aumentare della bellezza di Beatrice all’avvicinarsi verso Dio. In realtà, non è la donna a cambiare, ma

lo sguardo di Dante che si purifica e riesce a vedere le bellezze della beatitudine paradisiaca.

Uno degli spiriti avanza e dichiara che tutti sono pronti ad appagare ogni desiderio del poeta, per

questo hanno interrotto la danza e il canto. Dante si volge a Beatrice e, ottenuto l’assenso di

parlare, chiede all’anima chi sia. Questa, pur senza nominasi, fa comprendere di essere Carlo

Martello d’Angiò, la cui amicizia per il poeta avrebbe potuto manifestarsi ancora meglio se egli non

fosse morto troppo presto. Accenna poi alla contea di Provenza e al regno di Napoli che non poté

ottenere a causa della morte precoce, mentre già aveva ottenuto la corona d’Ungheria. Nel

ricordare il possesso della Sicilia, perduto a causa della “mala signora”, Carlo trova modo di

biasimare l’avarizia del fratello Roberto, la cui indole è ben lontana da quella generosa e liberale

del padre.

Carlo Martello era il figlio primogenito di Carlo II d’Angiò: Dante lo ha conosciuto nel 1294, quando Carlo

passò a Firenze in visita, e pur senza altri documenti che lo confermino, il poeta scrive di un’amicizia

formatasi fra i due (si tratta probabilmente di un’esagerazione), che avrebbe potuto fiorire se Carlo non

fosse morto prematuramente. Si tratta di un personaggio trasfigurato, che non conta dal punto di vista

storico, ma poetico: per Dante era una speranza, il “frutto buono” della stirpe marcia degli angioini. Era

destinato a diventare conte di Provenza ed erede del regno di Napoli, e fu re di Ungheria per parte

materna, poiché era figlio di Maria d’Ungheria. Successivamente, il matrimonio con Clemenza d’Asburgo,

figlia di Rodolfo I Imperatore, sembrava destinato a riportare la pace fra le parti guelfa e ghibellina,

restituendo i giusti re alla Sicilia; il regno di Sicilia, però, con la rivolta dei Vespri del 1282 si era consegnato

agli aragonesi. Così come Ugo Capeto in precedenza, Carlo Martello viene utilizzato per parlare male

degli Angiò. A ereditare il regno fu suo fratello Roberto d’Angiò: viene sottolineata la sua avarizia (forse

Dante si riferisce in realtà ai suoi funzionari provenienti dalla Catalogna) e l’aumento smisurato di tasse nel

suo regno, anche se questi discendeva da antenati di indole liberale.

Dante si dichiara contento di ciò che ha sentito, ma non si capacita come sia possibile che da un

padre liberale nasca un figlio avaro. Lo spirito dichiara che l’indole del figlio sarebbe sempre

uguale a quella del padre, se non intervenisse la Provvidenza divina. Poiché per il viver civile

occorrono numerosi uffici e compiti, Dio provvede in modo che molteplici siano anche le tendenze

degli uomini, affinché questi possano divenire adatti alle diverse mansioni della vita sociale. Per

questo le virtù dei cieli influiscono sulla Terra operando senza tenere conto delle genealogie. Di

conseguenza le indoli e le attitudini dei figli possono differire da quelle dei padri.

Dante mostra qui la sua teoria degli influssi celesti e la sua visione provvidenziale con una dimostrazione

per assurdo: Dio attua i suoi decreti tramite gli influssi celesti, e se questi non fossero diretti dalla

Provvidenza divina, sarebbero nocivi per gli uomini, e le intelligenze motrici dei cieli sarebbero imperfette,

così come Dio che le ha create. In seguito, Dante riprende la concezione aristotelica dell’uomo come

animale sociale, sottolineando l’impossibilità della civiltà senza la suddivisione dei ruoli e del lavoro; i

quattro esempi sono: Solone per l’ispirazione politica, Serse re dei Persiano per la virtù militare,

Melchisedèc per la vocazione sacerdotale e Dedalo per le arti.

Le virtù dei cieli operano sui vivi senza tenere conto delle discendenze: per questo i due figli di Isacco,

Esaù e Giacobbe, erano così diversi da non sembrare gemelli; per questo si dice che Romolo sia figlio di

Marte, perché non si crede possibile che sia nato da un padre così da poco.

Concluso il suo ragionamento, Carlo Martello dichiara di voler aggiungere un corollario per

mostrare a Dante quanto gli piaccia parlare con lui: chi non è nelle condizioni favorevoli, per

operare secondo la propria indole, fa cattiva riuscita. Sulla Terra, purtroppo, si tende a non tenerne

conto, e si costringe a prendere i voti chi è incline alla guerra, oppure si fa re chi sarebbe adatto a

predicare; per questo la società umana è fuori strada.

Carlo Martello, per fare degli esempi, parla dei suoi fratelli: Ludovico da Tolosa è diventato vescovo e

santo, nonostante le dicerie sull’autenticità della sua vocazione; Roberto d’Angiò, re di Napoli, fu un re

capace di pronunciare soltanto sermoni, aveva interessi religiosi, ma è diventato re.

Paradiso - Canto IX

Dove: nel cielo di Venere

Beati: anime che hanno operato sotto l’influsso dell’amore

Personaggi: Carlo Martello, Cunizza da Romano, Folco di Marsiglia

Dante, in un’apostrofe a Clemenza, la moglie di Carlo Martello, ci informa che questi gli ha esposto

gli inganni in cui cadrà vittima la sua discendenza, ingiungendogli però di tacere e di lasciare che il

tempo li riveli. Dante non può quindi dire altro, se non che ai danni ricevuti dalla discendenza

succederà una giusta vendetta. Poi lo spirito si volge a Dio e il poeta apostrofa severamente gli

uomini che, attratti dai beni terreni, distolgono l’anima dall’unico vero bene.

Il figlio di Carlo con Clemenza, che si chiamava Carlo Roberto, era il diretto erede del regno di Napoli, ma

Roberto d’Angiò, con l’appoggio del papato, glie lo aveva estirpato. La vendetta divina consiste nella

Battaglia di Montecatini, in cui morirono due principi angioini.

Si fa avanti un altro spirito che, alla domanda di Dante di leggere nel suo pensiero, risponde

essere Cunizza da Romano, sorella del famigerato Ezzelino. Dichiara di aver subito l’influsso del

cielo di Venere e di ricordarlo con compiacimento, poiché il pentimento i fiumi dell’Eden cambiano

la concezione dei peccati.

Le fonti su Cunizza da Romano parlano di una donna dai facili costumi, con molti amanti, ma si era pentita

negli ultimi momenti della sua vita, e si era ritirata a Firenze. Anche la presentazione di questo personaggio

comincia con perifrasi geografiche: ci troviamo nella parte dell’Italia fra Venezia e il Brenta (la pianura

veneta). Il fratello, Ezzelino III, ha una fama terribile nella storiografia: fu un tiranno che Dante colloca nel

cerchio dei violenti.

Cunizza accenna a un altro spirito luminoso che è lì vicino, affermando che ha lasciato di sé sulla

Terra buona fama: cosa di cui non si curano gli abitanti della Marca Trevigiana. Dopo aver

accennato alla sconfitta dei padovani a opera dei vicentini, alla morte violenta di Rizzardo da

Camino, al tradimento del vescovo di Feltre, Cunizza profetizza gravi mali agli abitanti della Marca,

e conferma la verità delle sue parole con la visione di Dio.

Cunizza pronuncia tre profezie post-factum. La prima accenna al fatto che, nel 1314, Cangrande della

Scala, in soccorso dei ghibellini di Vicenza, vinse i padovani guelfi, macchiando l’acqua della palude

vicentina col sangue dei nemici; Cangrande era stato nominato vicario imperiale da Enrico VII, durante la

sua venuta in Italia, per cui si tratta in realtà di uno scontro fra Impero e anti-imperiali. Risulta evidente

quindi che al momento della scrittura del canto, Dante è venuto a contatto con Cangrande, si è già

trasferito a Verona. La seconda parla di Rizzardo da Camino, figlio di Gherardo, menzionato da Marco

Lombardo nel Purgatorio, aveva ereditato le terre del padre e governò dispoticamente; nel 1312 venne

ucciso in una congiura. La terza profezia si riferisce al vescovo di Feltre, che dette asilo a dei ghibellini e

successivamente li ha consegnati agli Estensi che li misero a morte.

L’altro spirito si fa più luminoso, così Dante lo prega di leggere nel suo pensiero ciò che desidera

sapere. Folco di Marsiglia comprende che il poeta desidera sapere chi sia la splendente luce

accanto a lui, e spiega che is tratta di Raab, la meretrice di Gerico, degna della salvezza perché

favorì l’impresa di Giosuè in quella Terra santa di cui il papa ormai si ricorda poco.

Anche Folco di Marsiglia si introduce con con una circonlocuzione geografica: parla della costa francese,

più precisamente Marsiglia. La vita di Folco si divide in due parti: la prima metà da trovatore provenzale, la

seconda da vescovo che si distinse per la lotta contro gli eretici. Per mostrare quanto abbia praticato

l’amore, lo spirito utilizza tre esempi mitologici. Ripete il concetto espresso poco fa: gli spiriti del Paradiso

hanno bevuto l’acqua del Lete e hanno dimenticato i peccati.

Raab è un personaggio di cui si parla nel Vecchio Testamento, nel libro di Giosuè, e si racconta che

durante la conquista della Terrasanta, la conquista di Gerico fu possibile grazie all’aiuto della prostituta

Raab, che diede asilo agli esploratori ebrei. La presenza di questo personaggio nel Paradiso è confermata

ben due volte nel Nuovo Testamento, in cui si dice che venne giustificata per la sua fede, e accolta nel

cielo di Venere ancor prima della nascita di Cristo.

Dal ricordo della Terra santa, che sta poco a cuore al papa, Folco prende lo spunto per biasimare

l’alto clero, interessato solo ai beni terreni e al denaro. Chiude il discorso profetizzando un

prossimo intervento della provvidenza divina per liberare Roma dall’obbrobrio.

La polemica colpisce da una parte il papa, che dovrebbe guidare i cristiani nella riconquista della Terra

santa, dall’altra parte colpisce Firenze, città infernale, che produce e diffonde sulla Terra il “maledetto

fiore”, ovvero il fiorino (moneta di Firenze). La monetazione venne introdotta nel 1252, era una moneta

d’oro, poiché non era ancora accettata la visione della carta-moneta. Questo rappresentava la forza

economica raggiunta da Firenze: erano secoli che nell’Europa occidentale non venivano coniate monete

d’oro. Dante si mostra più attento a motivazioni economiche.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in informatica umanistica (Facoltà di Lettere e Filosofia e di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali)
SSD:
Università: Pisa - Unipi
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher francesac di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pisa - Unipi o del prof Santagata Marco.

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