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Riassunto esame di letteratura italiana

La vita di Dante spiegata dal professor Marco Sant’Agata

La vita politica di Firenze

Il popolo era suddiviso in due grandi fazioni: i guelfi, che facevano riferimento al papa, tendenzialmente più vicini alla nobiltà, e i ghibellini, che facevano riferimento all’imperatore, tendenzialmente più vicini al popolo (ovvero coloro che esercitavano professioni economiche, fra cui le famiglie più ricche di Firenze). Nei periodi di lotta, il partito vincente mandava in esilio i membri d’alto rango della fazione avversaria, radendo al suolo case ed edifici. Con la battaglia di Montaperti nel 1260 furono i Ghibellini a comandare, fino alla clamorosa sconfitta di Benevento nel 1266. Dopo vari tentativi di riconquista, nella battaglia di Campaldino del 1289 si ebbe una svolta definitiva: i Ghibellini esiliati di Firenze, insieme a quelli di Arezzo, si scontrarono contro i Guelfi fiorentini e vennero sconfitti; da questo momento i Ghibellini non rientrarono mai più in città.

Le lotte interne continuarono fra i Guelfi: i Guelfi bianchi erano capeggiati dai Cerchi, una famiglia di banchieri, i Guelfi neri erano capeggiati dai Donati, una famiglia di antica nobiltà. All’epoca Firenze era la più grande capitale finanziaria d’Europa, in cui avevano sede le maggiori banche internazionali; la finanza controllava tutto, anche le elezioni politiche, ed era la causa prima delle divisioni in fazioni.

La vita di Dante

Dante nasce nel 1265 da una famiglia poco importante, ma fu l’unico della famiglia a non lavorare, perché aveva ambizioni da nobile, desiderava vivere di rendita. Fino al 1295 era stato un intellettuale che si occupava di poesia e letteratura, ma in quell’anno entrò in politica, con una cultura e una capacità espressiva che gli altri non avevano. In quello stesso anno pubblica la Vita Nova, un “romanzo” amoroso fatto da poesie collegate da testi in prosa, che delineano la storia d’amore con Beatrice, alias Bice Portinari, con la quale, in realtà, non c’è mai stato un rapporto; il fine dell’opera è tracciare la storia della sua poesia lirica fino a quel momento, per questo sceglie poesie che aveva già scritto, che documentano gli stili da lui utilizzati nel tempo. La moglie di Dante fu Gemma Donati, che apparteneva a un ramo secondario della famiglia Donati. Il matrimonio gli consente di frequentare ambienti di classe elevata, per questo la dote concessa al poeta fu ridicola (6 fiorini), in quanto già il cognome era un dono importante. Nel 1300, dopo una vita politica alquanto scarsa, riuscirà a diventare priore per due mesi.

Il 25 marzo 1300 è stato scelto come data di inizio del viaggio ultraterreno della Commedia, sia per richiamare un momento di grande successo per la sua vita politica, sia per il fatto che, in quell’anno, papa Bonifacio VIII indisse il primo giubileo plenario, grazie al quale si poteva purificare l’anima dai peccati. Molti pellegrini giunsero a Roma per pentirsi, spinti dalla paura che la fine del mondo potesse giungere da un momento all’altro. Anche Dante, probabilmente, vi si recò: nel canto XVIII dell’Inferno, descrive il movimento delle anime come quello dei romani che riuscirono a contenere il movimento delle folle sul ponte di fronte a Castel Sant’Angelo.

I Guelfi neri avevano l’appoggio del papa Bonifacio VIII, politicamente attivo, che sosteneva il potere temporale della Chiesa e puntava all’egemonia su Firenze: nel novembre del 1300, chiamando Carlo di Valois (angioino fratello del re di Francia Filippo IV il bello), riuscì ad abbattere il potere dei bianchi; alla presa di Firenze con le armi seguì una serie di processi a coloro che avevano rivestito cariche pubbliche, che portò a molti esili e condanne a morte. Anche Dante viene processato e condannato al rogo. Il poeta esce da Firenze, e come molti bianchi si reca ad Arezzo, città ghibellina che si alleò ad altre, come Forlì, per muovere guerra a Firenze, ma senza risultati. Dante visse nel Casentino, fra Arezzo e Forlì. Nel 1303 venne mandato in missione a Verona per ottenere l’aiuto di Bartolomeo della Scala, ma non lo ottiene. Si trattiene a lungo in città, dove frequenza la biblioteca della cattedrale, ricchissima di classici; lì aveva iniziato a scrivere due grandi opere: il Convivio, un’opera filosofica in volgare (anche se i trattati venivano scritti in latino) e il De Vulgari Eloquentia (opera in latino sul volgare). Rientra poi nel Casentino, ma nel 1304 se ne va, poco prima che i bianchi fossero sconfitti nella battaglia della Lastra, in seguito alla quale svanirono tutte le ambizioni di rientro in città.

Il poeta, probabilmente, si reca a Bologna, dove rimane per un paio d’anni. A Bologna era presente un regime guelfo capeggiato dai Lambertazzi, che nel 1306 vennero cacciati con una sollevazione popolare: al loro posto vengono i Gemerei, nemici dei bianchi, i quali, fra i primi provvedimenti, prevedevano di eliminare qualsiasi presenza ghibellina e bianca nelle città guelfe. Sempre nel canto XVIII, Dante incontra un personaggio bolognese: Benèdico Caccianemico, fra i capi della fazione dei Gemerei, e lo colloca all’Inferno sebbene questo sia morto nel 1303, per manifestare tutto il suo odio.

Dante è costretto a fuggire, e sembra essersi rifugiato presso i Malaspina, in Lunigiana, sebbene la scelta possa sembrare strana: Moroello Malaspina era il capo militare dei nemici politici di Dante, i Guelfi neri di Toscana. La scelta sembra far parte di un piano più ampio per tentare di essere riammesso a Firenze, tradendo i suoi compagni. Questo soggiorno è confermato da un documento notarile dell’ottobre 1306, poiché Dante fece da procuratore per i cugini Malaspina presso un notaio. A mediare i rapporti con i Malaspina potrebbe essere stato Cino da Pistoia, guelfo nero amico di Dante. Il rapporto con la famiglia dei Malaspina sarà uno dei più saldi della sua vita, specialmente quello con Moroello. Il canto VIII del Purgatorio contiene un grande elogio alla famiglia Malaspina, poiché in quel momento si trovava sotto la loro protezione.

Come scrive Leonardo Bruni, umanista a capo della cancelleria di Firenze nel ‘400, Dante tentò di ottenere l’amnistia anche con produzioni scritte, fra cui epistole in cui dichiara di essere stato ligio al dovere, per chiedere perdono: quando i Guelfi bianchi tentarono di tornare al potere, si erano alleati con le famiglie Ghibelline, stringendo accordi con i nemici storici della città di Firenze; i bianchi erano diventati traditori della patria. Tramite il personaggio di Cacciaguida, Dante condannerà quella “compagnia malvagia e scempia” con la quale ha dovuto affrontare l’esilio, riferendosi proprio all’alleanza creatasi; col suo comportamento, Dante riuscirà ad inimicarsi anche i bianchi e i Ghibellini. Verso la fine del 1306, il poeta scrive la Grande Canzone dell’Esilio, nella quale dichiara che l’esilio sembra quasi un onore, ma qualcosa lo richiama a Firenze, e se è stato colpevole di qualcosa allora si è pentito da più mesi, inoltre invita la canzone ad essere in accordo con entrambe le fazioni e afferma che un uomo saggio sa concedere il perdono.

Nel 1307 il poeta torna in Casentino, dove riesce a frequentare le grandi famiglie dei neri, grazie all’influenza dei Malaspina. Lì scrive una canzone d’amore, che indirizza con una lettera a Moroello Malaspina, in cui dichiara di essersi innamorato di una donna: nel congedo, rimpiange ancora Firenze. Nell’ottobre del 1308 crolla definitivamente la speranza dell’amnistia: i neri di Firenze si erano divisi in due fazioni, una capeggiata da Corso Donati, l’altra dalla famiglia Della Tosa; nell’ottobre, Corso viene ucciso, e cade l’ultimo possibile appoggio del poeta in città. Quel paio d’anni in cui Dante fa di tutto per essere riammesso a Firenze coincide con la stesura dell’Inferno, e tutta la cantica si inscrive in questo suo tentativo.

Nel 1308 troverà rifugio a Lucca, città strettamente alleata con i Guelfi neri di Firenze: il poeta ne parla nel XXIV del Purgatorio, grazie al personaggio di Bonagiunta Orbicciani da Lucca, che pronuncia il nome “Gentucca”, quello di una donna che gli farà piacere la città di Lucca. Il poeta, nella canzone composta nel Casentino, dichiara che a causa di un nuovo amore non si sta più occupando delle cose terrene e delle cose celesti, intendendo la stesura della Commedia: questo ci dimostra che nel 1307, la stesura dell’Inferno era già iniziata. La prima cantica fu resa pubblica nel 1314, anche se spesso Dante ne dava pubblica lettura; rimane il dubbio che il poeta possa aver scritto parte dell’Inferno molto tempo prima, e lo avesse ripreso fra il 1306 e il 1307.

La stesura della Commedia

Si ipotizza che Dante abbia iniziato a scrivere l’Inferno in Lunigiana, fra il 1306 e il 1307. Una serie di indizi fanno ipotizzare che abbia ripreso una scrittura precedente: in questo caso deve esser stato a Firenze prima del 1302. Giovanni Boccaccio fu il primo studioso di Dante, e con ricerche e interviste cerca di ricostruire la vita di Dante, mettendola per iscritto nel Trattatello in lode di Dante: all’interno della biografia, l’autore racconta che circa 5 anni dopo il bando (circa 1307), Gemma Donati si recò a Firenze per essere risarcita dei danni ricevuti, con la rendita dei beni confiscati, recuperando anche documenti che lei stessa aveva nascosto al momento della condanna; fra questi documenti si sarebbero trovati anche i primi sette canti della Commedia. Questi vengono dati in visione a Dino Frescobaldi, banchiere e poeta stilnovista, il quale apprezzò talmente tanto da farli consegnare a Moroello perché li dia a Dante. Questa teoria va presa con cautela, ma non va sottovalutata: dopo i primi sette canti, il canto VIII inizia con le parole “lo dico, seguitando..”, come si continuasse dopo una pausa, anche se potrebbe trattarsi semplicemente di un espediente per iniziare il canto. È vero anche che i primi canti presentano una fisionomia particolare: molte sono le incertezze e l’impostazione è ancora titubante, il poeta ricorre spesso ad espedienti per risolvere situazioni difficoltose (es. gli svenimenti al passaggio fra le cornici). Inoltre, nei primi canti Dante esprime una visione della storia e della società che non è compatibile con quello che lui pensava nel 1306: si trova ad analizzare i viaggi ultraterreni di San Paolo e di Enea, che dovevano rispettivamente rafforzare la Chiesa e fondare Roma, sede dell’Impero e struttura che Dio aveva scelto per incarnarsi, sostenendo che la Provvidenza divina ha stabilito tutto ciò in funzione della Chiesa e del papato (ideologia guelfa); se il poeta avesse scritto questo nel 1306, avrebbe contraddetto l’ideologia espressa nel Convivio e nel De Vulgari Eloquentia, in cui sostiene che l’impero è lo strumento stabilito da Dio per la pace dell’uomo, e che l’imperatore agisce indipendentemente dal papa (ideologia ghibellina). È ipotizzabile quindi che li abbia scritti a Firenze, e li abbia conservati come abbozzo iniziale, per poi essere ripresi successivamente.

D’altro canto, è ipotizzabile anche che dal 1295 abbia iniziato a comporre un poema tendenzialmente moralistico, per diventare l’intellettuale di riferimento e insegnare la nobiltà ai cittadini; è molto probabile quindi che avesse abbozzato la Commedia improntandola sui problemi di Firenze, riprendendola nel 1306, nel momento in cui cerca di ottenere il perdono e l’amnistia. L’Inferno fa riferimento a Firenze in più modi: nella Commedia si trovano circa 79 personaggi inerenti alle vicende della città, e sono per lo più concentrati nell’Inferno (32 personaggi). La cantica viene utilizzata per mandare segnali politici alla città di Firenze e ai fiorentini, con una forte critica dei costumi e della vita comunale. In particolare, Dante si riferisce ai Guelfi neri che governano la città, e vuole mostrarsi come erede convinto della parte guelfa; bisogna però distinguere fra guelfismo ideologico e politico, poiché i versi sono stati conservati in funzione tattica, per ottenere il perdono. È anche per questo che nella prima cantica si parla solo una volta dell’impero, quasi come se il poeta attuasse una sorta di autocensura.

Dante non ha dato un titolo preciso per l’opera: il nome Commedia lo ricaviamo da due canti dell’Inferno in cui la definisce “comedìa”; in Paradiso la definirà poi “poema sacro”. In una epistola a Cangrande della Scala, il poeta gli dedica il Paradiso, e giustifica il termine “commedia” affermando che l’opera parte da una situazione avversa per poi concludersi bene (la lettera è considerata in gran parte falsa e la spiegazione sembra essere troppo banale). In realtà, essendo l’Inferno la parte in cui vengono trattati i problemi di Firenze, è probabile che il termine sia da collegare alla cosiddetta distinzione fra comici veteres (vecchi) che miravano a suscitare le risa, e comici novi (nuovi) che criticavano aspramente la società con la satira.

L’esilio di Dante

Nel canto VI Dante incontra il fiorentino Ciacco, un personaggio fantoccio utilizzato per parlare della guerra civile fiorentina: è come se il poeta non volesse esporsi neanche nella scelta del personaggio. Dante lo interroga sul futuro degli scontri fra fiorentini, e Ciacco risponde con una profezia post-factum, che elenca la salita al potere dei Guelfi bianchi e la successiva vittoria dei neri con l’aiuto di Bonifacio VIII; in realtà, i bianchi non hanno mai conquistato il potere, ma hanno esiliato alcuni capi dei neri in seguito a una congiura sventata. Il poeta vuol tenersi in equilibrio fra le due parti.

Sebbene sia legato a questi fatti, Dante non parla del suo esilio con Ciacco, ma lo chiama in causa nel canto X, con Farinata degli Uberti: questi era il capo dei Ghibellini di Firenze, che si unì all’impero di Manfredi (figlio di Federico II) nella battaglia di Montaperti nel 1260, sancendo l’esilio temporaneo dei Guelfi dalla città fino al 1266; nel 1283, quasi vent’anni dopo la sua morte, fu processato come eretico, disseppellito e bruciato, confiscando oltretutto i beni degli Uberti. Collocandolo nel cerchio degli eretici, il poeta fa suo l’ideale della propaganda anti-ghibellina. Il dialogo fra Dante e Farinata è molto teso, come quello fra due nemici politici: alla fine lo spirito gli predice le difficoltà future per rientrare in città, ma non parla ancora del momento stesso dell’esilio. A interrompere il dialogo è l’anima di Cavalcante Cavalcante, capo dei Guelfi di Firenze: Dante li colloca nella stessa tomba, essendo anche imparentati (Guido Cavalcanti aveva sposato la figlia di Farinata).

Di esilio vero e proprio si parlerà soltanto nel canto XV, con lo spirito di Brunetto Latini, notaio molto importante, intellettuale di riferimento dei Guelfi e mentore culturale di Dante. Con lui il poeta parla dell’esilio, della cattiveria dei fiorentini e del danno che fanno alla città esiliandolo. In una strategia di ingraziamento, però, il poeta non si lancia in invettive precise e concrete, ma rimane vago, e nessuno dei suoi interlocutori compie un’analisi politica dei fatti, per cui non viene lanciata alcuna accusa diretta per l’esilio. Brunetto descrive Dante come un guelfo integerrimo, ed essendo una fonte onorabile, serve al poeta in funzione di quel processo di autopromozione avviato nell’Inferno; Dante spesso omette, falsifica e modifica le circostanze a suo vantaggio.

A profetizzare l’esilio con un'analisi dettagliata sarà Cacciaguida, nel Paradiso, sebbene le accuse non siano ancora dirette. Dante si muove in un’altra ottica rispetto a quella dell’Inferno, poiché la stesura dell’ultima cantica risale a molti anni dopo.

Il distacco dai Ghibellini e l’attualità politica nella Commedia

Alla fin...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher francesac di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Santagata Marco.
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