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Riassunto esame Letteratura Italiana Contemporanea, prof. Pacca, libro adottato Come Leggere Ossi di Seppia di Marco Villoresi

Riassunto per l'esame di Letteratura Italiana Contemporanea e del prof. Pacca, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Come Leggere Ossi di Seppia di Eugenio Montale di Marco Villoresi. Argomenti trattati: la vita di Montale, le relazioni, i primi lavori, il paratesto, la struttura della raccolta, la lingua e lo stile, le dedicatarie, le poesie... Vedi di più

Esame di Letteratura italiana contemporanea docente Prof. V. Pacca

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ESTRATTO DOCUMENTO

Questo componimento del (1921-22) è la vera apertura del libro: qui vediamo disegnato il paesaggio

ligure, affiancato dalle coordinate del credo esistenziale e filosofico del poeta: siamo di fronte a una presa

di posizione artistica, considerata come una chiara dichiarazione di poetica. Montale si distanzia dai poeti

“laureati”, che si muovono fra piante ornamentali proprie della tradizione letteraria: Carducci (ligustri e

acanti), Pascoli (bossi e acanti) e D’Annunzio (bossi e acanti); il poeta preferisce i limoni, piante

caratterizzate dalla funzionalità, e un paesaggio umile, concreto, in cui anche i poeti umili trovano la propria

dose di felicità. Ancora una volta l’orto è il luogo della vita. Soprattutto, però, si intravede uno spiraglio che

renda miracolosamente visibile qualche verità solitamente nascosta; è comunque una condizione illusoria,

cui segue l’esperienza del tedio cittadino e dell’autunno. Anche nel paesaggio urbano, però, l’apparizione

sottile dei limoni in un cortile riporta per un attimo la pienezza estiva e la felicità. Montale non usa un

linguaggio semplice, ma neanche aulico: nobilita cose che non avevano importanza nella letteratura.

L’anguilla è il primo animale della raccolta, che è piena di figure animalesche: in un testo del 1948,

simbolizza la vita che sopravvive alle difficoltà, e la poesia dall’andamento sinuoso imita il movimento

dell’animale. L’animale è citato anche nel brano Il bello viene dopo, contenuto ne La farfalla di Dinard

(1960): si narra di una serata al ristorante fra un uomo e una donna, durante la quale la vista del capitone

alla livornese fa riemergere nell’uomo ricordi della propria fanciullezza fra le fanghiglie piene di anguille da

catturare.

Nel testo si intravede una rete di riferimenti che si incrociano fra loro: la riflessione pirandelliana sull’oltre

che sta dietro alle cose appare incrociata a suggestioni convergenti nel rivendicare la possibilità

dell’eccezione entro la catena delle necessità (Schopenhauer, contingentismo). Il tono discorsivo e di

confidenza trova affinità con i crepuscolari e col simbolismo. Il modello dannunziano appare sfidato e

utilizzato in vari modi. Ossi di Seppia può essere letto come un rovesciamento/riscrittura in tono minore di

Alcyone (1903), il principale risultato poetico di D’annunzio, che viene comunemente definito il diario

poetico di una vacanza in Versilia, dal tono fortemente autobiografico. In Montale il paesaggio porta il

segno della corrosione, è descritto attraverso minimi elementi, senza la pienezza vitale di D’annunzio.

L’ora meridiana, che nella poetica montaliana rappresenta l’ora in cui ci si sente più sfiancati e annichiliti,

torna con connotazioni diverse nella poetica dannunziana: il meriggio è massima esaltazione sensuale, è

immedesimazione nella natura.

Analizzando La Pioggia nel Pineto, si notano il linguaggio aulico, il tono alto e sostenuto, le ripetizioni

numerose, ecc. I due amanti diventano due elementi della natura, diventano alberi bagnati dalla pioggia (“il

mio nome è meriggio”). La pioggia si personifica e usa gli alberi come fossero strumenti, tutte piante dai

nomi poco usati, così come ricercato è il nome della ragazza: Ermione. Da “ascolta” deriva “ascoltami”

de I Limoni: in D’Annunzio il tono è oracolare, di chi parla da una cattedra e ha qualcosa di importante da

dire, mentre Montale usa un tono più confidenziale, ha qualcosa da dire a un “tu”. In Satura, nel ’71,

Montale fa i conti con D’Annunzio, riscrivendo in modo parodico La Pioggia nel Pineto con il titolo di Piove,

utilizzando un tono volutamente basso con numerose ripetizioni e anafore (ogni strofa inizia con la parola

“piove”). Vengono citate sia la “favola bella” che il nome “Ermione”. Montale fa piovere senza rumore, da un

cielo che non ha nuvole, in un giorno di sciopero, in cui la gente non fa nulla. Non piove più sul vecchio

mondo dannunziano, non su quella favola bella, ma sul nostro mondo, sugli Ossi di Seppia e sulla politica

nazionale (mangiatoia dove tutti rubano). E’ una parodia che Montale si può permettere negli anni ’70,

quando ha acquisito quella sicurezza e notorietà che gli mancavano nel ’25, quando D’Annunzio godeva

già di un certo prestigio.

Corno Inglese

Il vento che stasera suona attento

-ricorda un forte scotere di lame-

gli strumenti dei fitti alberi e spazza

l' orizzonte di rame Il vento che stasera fa risuonare gli alberi come strumenti musicali -

dove strisce di luce si protendono ricordando uno scuotere di lamiere - e spazza l’orizzonte mentre si

come aquiloni al cielo che rimbomba avvicina al tramonto, dove i raggi solari che filtrano dalle nuvole si

(Nuvole in viaggio, chiari protendono come aquiloni verso il cielo, che rimbomba per i tuoni (Le

reami di lassù! D' alti Eldoradi nuvole viaggiano, sono regni luminosi del cielo e porte non serrate di

malchiuse porte!) una dimensione favolosa), e il mare che sembra essere a scaglie per

e il mare che scaglia a scaglia, l’effetto della luce, livido, cambia colore, e sembra lanciare a terra una

livido, muta colore tromba d’aria che trasporta la schiuma; il vento che nasce e muore

lancia a terra una tromba nell’ora che diventa buia, sarebbe bello se suonasse anche te, scordato

di schiume intorte; strumento, cuore.

il vento che nasce e muore

nell'ora che lenta s'annera

suonasse te pure stasera

scordato strumento,

cuore.

Una delle poesie più antiche del libro (1916-20), pubblicata nella rivista Primo Tempo insieme ad altre sei

con il titolo complessivo di Accordi; viene mantenuta negli Ossi per la propria autosufficienza. Vediamo

raffigurata la condizione simbolista per la relazione fra individuo e paesaggio: ogni particolare sembra

convergere verso il suo disvelarsi, il dato naturale viene letto attraverso la lente dell’artificio (il vento è

antropomorfizzato, suona gli alberi come strumenti). Questo equilibrio è infine incrinato dall’impossibilità

del poeta di trovare un accordo con la natura: l’unico strumento insensibile al vento è il cuore del poeta,

che coincide con il “tu” della poesia. Montale si ricollega all’immagine positiva del vento di In Limine, ma

anticipa Falsetto nel descrivere il cuore come estraneo alla vita del mondo. Il poeta riprende La Pioggia nel

Pineto, con sostanziali differenze: il cuore è uno strumento scordato, non si lascia trascinare dalla natura,

ne rimane estraneo.

Falsetto

Esterina, i vent'anni ti minacciano,

grigiorosea nube

che a poco a poco in sé ti chiude.

Ciò intendi e non paventi. Esterina, il tuo ventesimo compleanno si avvicina minacciosamente,

Sommersa ti vedremo come una nube dal colore roseo che poco a poco ti circonda. Questo lo

nella fumea che il vento capisci, e non ne hai paura. Ti vedremo avvolta nella nube che il vento

lacera o addensa, violento. violento disperde o concentra. Poi uscirai dalla cenere (nube) più

Poi dal fiotto di cenere uscirai abbronzata che mai, con il viso tanto concentrato da sembrare Diana,

adusta più che mai, con l’arco rivolto a una nuova avventura. Arrivano i venti autunnali (o

proteso a un'avventura più lontana vénti autunni), ti intricano primavere passate; ecco per te risuona un

l'intento viso che assembra annuncio benefico nei cieli elisi (paradiso della mitologia). Quel rintocco

l'arciera Diana. benefico non ti sembri un suono simile a una brocca incrinata, spero per

Salgono i venti autunni, te che suoni come un concerto di sonagli non esprimibile a parole.

t'avviluppano andate primavere;

ecco per te rintocca

un presagio nell'elisie sfere.

Un suono non ti renda

qual d'incrinata brocca

percossa!; io prego sia

per te concerto ineffabile

di sonagliere.

La dubbia dimane non t'impaura. Il futuro incerto non ti spaventa. Leggera ti sdrai sullo scoglio che luccica

Leggiadra ti distendi per il sale e abbronzi il tuo corpo. Ricordi una lucertola ferma su una

sullo scoglio lucente di sale roccia; tu sei catturata dalla giovinezza, la lucertola dal cappio costruito

e al sole bruci le membra. con lo stelo vegetale da un fanciullo. L’acqua ti dona forza, in quella ti

Ricordi la lucertola rafforzi e rinnovi la tua personalità: noi ti immaginiamo come un’alga, un

ferma sul masso brullo; ciottolo, una creatura marina che la salsedine non consuma, ma che

te insidia giovinezza, torna a riva più pura.

quella il lacciòlo d'erba del fanciullo.

L'acqua è la forza che ti tempra,

nell'acqua ti ritrovi e ti rinnovi:

noi ti pensiamo come un'alga, un ciottolo

come un'equorea creatura

che la salsedine non intacca

ma torna al lito più pura.

Hai ben ragione tu! Non turbare

di ubbie il sorridente presente. Hai ragione tu! Non turbare con preoccupazioni inutili il felice presente.

La tua gaiezza impegna già il futuro La tua gioia condiziona in anticipo il futuro e il tuo scrollare le spalle con

ed un crollar di spalle indifferenza distrugge le resistenze, vince le difficoltà del tuo futuro

dirocca i fortilizî ancora incerto. Ti alzi e avanzi sul trampolino esiguo, sopra al mare che

del tuo domani oscuro. gorgoglia: la tua sagoma si staglia contro uno sfondo color grigio perla.

T'alzi e t'avanzi sul ponticello Indugi sulla cima del trampolino, poi ridi, e come se un colpo di vento ti

esiguo, sopra il gorgo che stride: staccasse ti getti fra le braccia del tuo amico divino che ti afferra, il

il tuo profilo s'incide mare.

contro uno sfondo di perla.

Esiti a sommo del tremulo asse,

poi ridi, e come spiccata da un vento

t'abbatti fra le braccia

del tuo divino amico che t'afferra. Noi che apparteniamo alla razza di quelli che rimangono a terra e non si

Ti guardiamo noi, della razza tuffa, ti guardiamo.

di chi rimane a terra.

Metrica: quattro strofe di vario numero con versi vari: numerosi settenari ed endecasillabi; numerose ma non regolari

le rime e le altre figure fonetiche.

La composizione è dedicata a Esterina Rossi, giovane sportiva frequentata nella casa di Francesco

Messina dall’estate del 1923. E’ un’ispiratrice minore, lontana dall’inquietudine fascinosa della Nicoli e dal

destino funebre di Annetta: è un’adolescente ricca di ascendenze letterarie, osservata con simpatia e al

tempo stesso con ironico distacco. E’ l’immagine di una confidenza con la natura, con una visione della

vita che ricorda quella dannunziana: la vitalità panica della fanciulla è cantata attraverso un registro altro

dal proprio, un “falsetto” (innalzamento artificiale del tono, linguaggio elevato con intento blandamente

ironico). L’ammirazione per la giovane e per il suo slancio vitale è autentica, anche se ironico è il velo che

avvolge il suo ritratto e che annuncia il diverso punto di vista del poeta già prima della conclusione. Il

miracolo, in questa poesia, è e rimane sempre impossibile.

Esterina si avvia verso i vent’anni, ma invece di preoccuparsi per l’avanzare del tempo, vive la propria vita

senza preoccupazioni, senza paura del futuro incerto, immedesimandosi nella natura. Possiamo trovare

similitudini che rappresentano i tre regni della natura: naturale, animale e minerale (lucertola, alga e

ciottolo). Sebbene la ripresa dei motivi dannunziani, come l’immersione nella natura, il tono resta

comunque un po’ più basso, gli oggetti utilizzati sono umili, di uso semplice (non le aulenti ginestre);

l’immersione nella natura significa una perdita d’identità e una deresponsabilizzazione

temporaneamente aproblematica. Nel finale la situazione è ribaltata, l’io non può più seguire la donna

perché non appartiene alla sua razza, non è come lei. Da qui nasceranno diverse consapevolezze: da un

lato il prevalente riconoscimento della propria inadeguatezza, dall’altro l’orgoglio della propria diversità con

valenza positiva, come superiorità rispetto alle persone aproblematiche.

Poesie per Camillo Sbarbaro

Camillo Sbarbaro era un poeta ligure poco più anziano di Montale, che costituì un riferimento importante

della formazione montaliana. Insieme a Debussy, è uno dei modelli positivi a cui Montale fa riferimento in

questa prima parte degli Ossi di Seppia, dopo aver preso le distanze dai “poeti laureati”. Non a caso,

Montale aveva dedicato una recensione assai positiva a Sbarbaro già nel 1920; nonostante l’omaggio

all’amico, si nota un sentimento di distacco che replica il caso di Falsetto, per esempio a proposito

dell’inclinazione cittadina che segna la poesia sbarbariana. Pianissimo (1914) è la massima opera di

Sbarbaro, quasi l’unica; il titolo autoriduttivo è rappresentativo del tono musicale utilizzato (pianissimo è

un termine tecnico musicale). L’io lirico cammina per le strade come un sonnambulo, l’ambiente è quello

della città. Nella prima poesia, Caffè a Rapallo, si intravede una sorta di riassunto dei temi principali di

Pianissimo: vengono giustapposte due scene, prima ci si trova all’interno di un caffè frequentato dalle

“nuove sirene” (prostitute) che festeggiano; dopo, ci troviamo all’esterno, dove un gruppo di bambini sta

suonando. E’ una ripresa dei vagabondaggi notturni, della frequentazione di postriboli, affiancata alla

raffigurazione dell’infanzia perduta per sempre.

II - Epigramma

Sbarbaro, estroso fanciullo, piega versicolori Sbarbaro, bizzarro fanciullo, piega carte variopinte e ne ricava

carte e ne trae navicelle che affida alla fanghiglia barchette che affida alla fanghiglia di un ruscello; le vedi che si

mobile d'un rigagno; vedile andarsene fuori. allontanano. Sii preveggente per lui, tu passante sensibile: con il

Sii preveggente per lui, tu galantuomo che passi: tuo bastone guida la barchetta delicata, in modo che non faccia

col tuo bastone raggiungi la delicata flottiglia, naufragio; guidala verso un posto sicuro.

che non si perda; guidala a un porticello di sassi.

Metrica: versi lunghi di andamento esametri, rime a coppia secondo lo schema ABACBC. Tessuto fonico raffinato, da

segnalare i due enjambements nei primi tre versi.

Una poesia malinconica e leggera, l’amico è ritratto secondo i modi classici di un idillio allegorico: è un

fanciullo che affida le proprie barchette a un ruscello, nelle quali si identificano le poesie di Pianissimo.

Dietro all’invito al passante sta la speranza che l’opera dell’amico trovi i suoi competenti lettori e che le

poesie giungano in luogo sicuro, ovvero alla pubblicazione. Il tema del passante, oltre che essere un topos

della epigrammatica greca di carattere funebre, anticipa il tema dei Sarcofaghi.

Quasi una Fantasia

Raggiorna, lo presento Fa giorno di nuovo, lo intuisco da un chiarore argenteo invecchiato

da un albore di frusto sulle pareti della stanza: un barlume provoca righe di luce sulle

argento alle pareti: finestre chiuse. Torna il sole, ma non porta i consueti rumori e le

lista un barlume le finestre chiuse. numerose voci, c’è silenzio.

Torna l'avvenimento

del sole e le diffuse

voci, i consueti strepiti non porta.

Perché? Penso ad un giorno d'incantesimo Perché? Penso ad un giorno quasi incantato, che mi risarcisco del

e delle giostre d'ore troppo uguali succedersi circolare delle ore troppo monotone. La forza interiore

mi ripago. Traboccherà la forza che mi riempiva, conferendomi poteri magici che ignoro di avere,

che mi turgeva, incosciente mago, potrà esprimersi al di fuori di me. Ora mi affaccerò dalla finestra,

da grande tempo. Ora m'affaccerò, sovrasterò le altre case e i viali spogli.

subisserò alte case, spogli viali.

Avrò di contro un paese d'intatte nevi Avrò di fronte un paese innevato di neve leggera come se fosse

ma lievi come viste in un arazzo. raffigurata in un arazzo. Dal cielo nuvoloso scenderà un pigro raggio

Scivolerà dal cielo bioccoso un tardo raggio. di luce. Selve e colline, riempite di una luce appena percepibile, mi

Gremite d'invisibile luce selve e colline daranno occasione di apprezzare la felicità della ripetizione.

mi diranno l'elogio degl'ilari ritorni.

Lieto leggerò i neri

segni dei rami sul bianco Le linee disegnate dai rami sullo sfondo della neve sono come un

come un essenziale alfabeto. codice da leggere. Tutto il passato sarà concentrato in un punto, in

Tutto il passato in un punto un attimo. Nessun suono potrà turbare questa allegrezza solitaria.

dinanzi mi sarà comparso. Planerà nell’aria leggero, o si poserà su un paletto, qualche upupa.

Non turberà suono alcuno

quest'allegrezza solitaria.

Filerà nell'aria

o scenderà s'un paletto

qualche galletto di marzo.

Metrica: quattro strofe di varia lunghezza, con versi di vario metro da endecasillabi a alessandrini. Accanto

ad alcune rime perfette se ne trovano alcune interne, con una fitta trama di richiami fonici.

Nel ’28 la poesia era stata spostata fra Corno Inglese e Falsetto. Questo componimento rappresenta un

esito originale nel libro, con il suo taglio leggero ma attento a tematiche filosofiche, con uno stile alto ma

senza ironia, ma soprattutto con l’utilizzo del tempo al futuro. Il titolo evoca la libertà della fantasticheria,

ma allude anche alla libertà di sviluppi e di temi della “fantasia” musicale. Il genere è quello del plazer

provenzale, nella variante del souhait (desiderio), anche se i luoghi corrispondono, più che a un mondo

fantastico e felice, a un livello di percezione della realtà da parte dell’io: è la pienezza di un attimo che

concentri in sé tutto il passato, il mondo che diviene un alfabeto decifrabile.

L’atmosfera miracolosa e l’immaginazione felice sono suggerite da un silenzio inconsueto al sorgere del

sole, silenzio provocato dalla neve caduta che ottunde i rumori. Il poeta si chiede “perchè?”, ma invece di

rispondere alla domanda lancia un’ipotesi fantastica, che ripaghi tutta la monotonia e la frustrazione della

realtà consueta. La visione della città non è negativa, ma è una visione felicemente onirica. Si avverte la

concezione bergsoniana del tempo: il contrasto fra tempo meccanico come ripetizione insensata

(“giostre d’ore”) e tempo interiore come felice riappropriazione. Infine, l’upupa, uno dei tanti animali della

raccolta, sigilla l’incanto benefico del futuro immaginato. Non dobbiamo illuderci però: sebbene l’immagine

presentata sia molto ariosa, rimane pur sempre una fantasticheria, che dimostra come il miracolo sia

possibile solo immaginandolo in un incerto futuro.

Sarcofaghi

IV - Ma Dove Cercare la Tomba

Ma dove cercare la tomba

dell'amico fedele e dell'amante;

quella dei mendicante e del fanciullo;

dove trovare un asilo Dove cercare la tomba dell’amico fedele e dell’amante; quella

per codesti che accolgono la brace del mendicante e del ragazzino; dove trovare un ricovero degno

dell'originale fiammata; per questi che accoglievano in sé una parte del fuoco vitale; oh

oh da un segnale di pace lieve come un trastullo la loro tomba sia adornata da un segno di pace leggero come

l'urna ne sia effigiata! un gioco! Lascia la folla silenziosa dei bassorilievi per

Lascia la taciturna folla di pietra raggiungere le tombe abbandonate, che talora hanno inciso il

per le derelitte lastre simbolo che turba di più, perché suscita sia pianto che riso (Alfa

ch'ànno talora inciso e Omega, oppure la croce cristiana). Lo guarda l’artigiano che si

il simbolo che più turba reca a lavoro e gli scorre nelle vene una volontà istintiva di vita.

poiché il pianto ed il riso In mezzo alle tombe comuni cerca un segno primordiale

parimenti ne sgorgano, gemelli. (immagine essenziale) che sia capace di ispirare fantasticherie

Lo guarda il triste artiere che al lavoro si reca alla sua anima rude. Questo segno può essere un nulla, oppure

e già gli batte ai polsi una volontà cieca. un girasole che si schiude in mezzo a una danza di conigli.

Tra quelle cerca un fregio primordiale

che sappia del ricordo che ne avanza

trarre l'anima rude

per vie di dolci esigli:

un nulla, un girasole che si schiude

ed intorno una danza di conigli...

I movimenti del ’25 si chiudevano con una sotto-sezione chiamata Sarcofaghi, dedicata a Francesco

Messina, scultore esponente di un rilancio del neoclassicismo in forme moderniste. Si tratta di poesie che

descrivono monumenti funebri e sculture tombali, riprendendo il tema neoclassico della poesia

sepolcrale caro a Foscolo e Leopardi. La riflessione sulla tomba comporta il confronto fra la vita come

immobilità (descrizione dei bassorilievi) e la vita come movimento (il viaggio del passante). Questo

quarto componimento si distacca dai primi tre: se i primi tre facevano riferimento a sepolture di persone

grandi, ricche e potenti, il quarto ha come tema la relazione tra la morte di persone comuni raffigurate su

tombe ordinarie, e la vita che prosegue. Si tratta di un invito a cercare le tombe che non si vedono, quelle

ordinarie, secondo una dichiarazione di democraticità della tomba, poiché la morte ci rende tutti uguali. La

poesia si ispira a un’elegia di Thomas Gray dal titolo Elegia scritta sul cimitero di campagna, dalla quale

viene ripresa l’immagine della “brace dell’originale fiammata”.

Altri Versi

Vento e Bandiere

La folata che alzò l'amaro aroma La raffica di vento che un tempo sollevò il profumo salato del

del mare alle spirali delle valli, mare verso le intricate valli e ti colpì, ti scompigliò i capelli, il tuo

e t'investì, ti scompigliò la chioma, profilo si stagliava contro il cielo chiaro con il tuo ciuffo breve;

groviglio breve contro il cielo pallido; quella stessa ventata che ti schiacciò la veste contro il corpo e ti

la raffica che t'incollò la veste modellò rapidamente a sua immagine, com'è possibile che il

e ti modulò rapida a sua imagine, vento sia potuto tornare se tu non ci sei più, quel vento che

com'è tornata, te lontana, a queste investe le pietre che sporgono dalla rupe al precipizio,

pietre che sporge il monte alla voragine;

e come spenta la furia briaca e come, una volta spenta la sua furia ubriaca, ora il giardino

ritrova ora il giardino il sommesso alito abbia ritrovato la brezza leggera che un tempo ti cullò, distesa

che ti cullò, riversa sull'amaca, fra gli alberi sull'amaca, nei tuoi voli senz'ali.

tra gli alberi, ne' tuoi voli senz'ali. Ahimè, purtroppo il tempo non dispone mai gli eventi due volte

Ahimé, non mai due volte configura nello stesso modo! E questa è la nostra salvezza: se il tempo si

il tempo in egual modo i grani! E scampo ripetesse, la nostra esistenza e il mondo intero si esaurirebbero

n'è: ché, se accada, insieme alla natura subito.

la nostra fiaba brucerà in un lampo. Il tempo è uno sgorgo che non fuoriesce mai due volte, è una

Sgorgo che non s'addoppia, - ed or fa vivo sorgente unica, e adesso da vita a questo spettacolo, un gruppo

un gruppo di abitati che distesi di abitazioni distese davanti al mio sguardo su una collina si

allo sguardo sul fianco d'un declivo addobbano di drappi e di bandiere per una festa.

si parano di gale e di palvesi. Il mondo esiste... Uno stupore ferma il cuore che aveva ceduto

Il mondo esiste... Uno stupore arresta alle proprie angosce passeggere, annunciatrici della sera: e

il cuore che ai vaganti incubi cede, adesso non si capacita che gli uomini possano essere

messaggeri del vespero: e non crede desiderosi di festeggiare.

che gli uomini affamati hanno una festa.

Metrica: sei quartine di endecasillabe con rime alternate, tranne l’ultima strofa.

Testo composto nel ’26, che fa parte dei sei aggiunti da Montale nell’edizione del ’28. La poesia conclude i

Movimenti anticipando la risposta che le due sezioni successive daranno alla possibilità di un rapporto

pieno e felice fra realtà e significato: l’io non può parteciparne. E’ la prima poesia dedicata ad Anna degli

Uberti (Annetta o Arletta), ridotta qui ad un ricordo. Viene osservato il ripetersi di condizioni

apparentemente uguali nella natura, mentre per gli attimi significativi il tempo non consente ritorni: il

possesso della memoria si scontra con la dispersione del tempo lineare. La vita prosegue inutilmente

dopo la fine delle cose care, al cospetto della loro irreperibilità. Il tema è quello della persistenza del

ricordo e dell’impossibilità di far rivivere il passato, messo inscena tramite la rievocazione di una serie di

episodi. L’io si trova sospeso fra il rimpianto e l’accettazione riluttante del presente. Le prime tre strofe

sono descrittive e commemorative, si ricorda un episodio e se ne constata la distanza. Le ultime tre sono

una riflessione parafilosofica bergsoniana che nasce dalla constatazione precedente, tutti in chiave

leopardiana (tipo letterario della fanciulla morta giovane).

Fuscello

Altra poesia aggiunta nel ’28 che chiude i Movimenti: si indaga la possibilità di un miracolo, che irrompa

nella trama dei giorni e spezzi il ciclo del tempo meccanico. Il fuscello è un ramoscello che sporge da un

muro e sembra fungere da meridiana; per questa somiglianza viene rappresentato il fluire insensato delle

ore, si immagina questo fuscello come prigioniero del tempo. Poi un evento segna lo stacco: un velo o una

ragnatela si impiglia al fuscello, il ramo non è più solo, e questo basta a liberarlo dalla schiavitù del tempo.

OSSI DI SEPPIA

Non chiederci la parola… Non chiederci la parola che squadri da ogni lato il nostro

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato animo privo di forma, e che con parole indelebili lo metta in

l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco mostra e lo faccia risplendere come un fiore variopinto

lo dichiari e risplenda come un croco perduto in mezzo a un prato quasi deserto.

perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro, Ah l'uomo che procede sicuro, in pace con se stesso e col

agli altri ed a se stesso amico, mondo esterno, e che non da importanza all'ombra che il

e l'ombra sua non cura che la canicola sole di mezzogiorno disegna su un muro scalcinato.

stampa sopra uno scalcinato muro! Non domandarci la formula che spalanchi miracolose

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, possibilità, bensì aspettati da noi qualche sillaba storta e

sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. secca come un ramo. Solo quello oggi possiamo dirti, ciò che

Codesto solo oggi possiamo dirti, non siamo, ciò che non vogliamo.

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Metrica: tre quartine di vario metro, rime incrociate nelle prime due e alternate nelle ultime

Questo componimento del 1923, che apre la sezione dei cosiddetti Ossi Brevi, è una dichiarazione di

poetica. A nome di una generazione di nuovi artisti senza certezze positive, Montale confida al lettore di

non avere più messaggi risolutivi da offrire. C'è una nuova condizione: quella dell'animo informe,

dell'uomo dall'anima sdoppiata (l'ombra è l'altro che è in sé). La sicurezza espressiva dei poeti laureati

suona stonata come un fiore in mezzo al deserto, più adatta è una poesia secca, così come negativa è la

rappresentazione del dato naturale: una natura perduta e assente. La prima e la terza strofa si assumono

la responsabilità dell'argomentazione, lasciando a quella centrale la funzione di exemplum negativo.

La poesia è stata letta in senso politico, come rifiuto della retorica fascista, anche se l’interpretazione,

sebbene comprensibile negli anni del ventennio, non regge. Si tratta di un manifesto di poetica e non di

politica. In un intervista del ’68 dichiara di averla scritta a vent’anni, poi continua facendo riferimento agli

anni del ’21-’22, forse per depistare il lettore; i due periodi sono differenti: nel ’17-’18 c’era ancora la guerra,

mentre nel ’21-’22 Mussolini era già al potere. In ogni caso l’autore dichiara di non essersi mai posto certi

problemi sociali al tempo, ma che come tutta la sua generazione sapeva solamente ciò che non voleva:

retorica, contraffazioni, falsificazioni. Il che fa di Non chiederci la parola una poesia di rifiuto verso un’arte

poetica considerata superata. Come viene sottolineato nell'inizio della seconda strofa, e con l'esclamativo

finale, il poeta si riferisce a un personaggio esterno, dal quale sicuramente si distacca, non è chiaro se

per invidia o per disprezzo. Il messaggio viene consegnato al destinatario: è una limitazione della poesia

all'energia del "no", alla forza del rifiuto, alla conoscenza del negativo, che trova il suo culmine nell'ultimo

verso.

Meriggiare pallido e assorto…

Meriggiare pallido e assorto Trascorrere il meriggio in modo pallido e immerso nei propri pensieri presso

presso un rovente muro d'orto, la recinzione rovente di un orto, ascoltare tra i rovi e le sterpaie il verso

ascoltare tra i pruni e gli sterpi secco del merlo, e i fruscii delle serpi nell’erba.

schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia Nelle crepe del terreno o fra la vegetazione bassa spiare le file di formiche

spiar le file di rosse formiche rosse dividersi e riunirsi al di sopra di piccoli mucchi di grano che esse

ch'ora si rompono ed ora s'intrecciano ammucchiavano.

a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare Osservare fra le fronde degli alberi il movimento vitale delle onde che

lontano di scaglie di mare riflettono il sole e sembra che abbiano scaglie, mentre si sentono i vibranti

mentre si levano tremuli scricchi versi delle cicale dagli alberi spogli.

di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia

sentire con triste meraviglia E vagando nel sole che abbaglia, sentendo con tristezza com’è tutta la vita

com'è tutta la vita e il suo travaglio e la sua sofferenza, in questo camminare a fianco di una muraglia che ha in

in questo seguitare una muraglia cima dei cocci appuntiti di bottiglia.

che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Forse il componimento più antico del libro, da collocare nel 1916 come afferma l’autore nell’Intervista

Immaginaria del ’46, sottolineando l’importanza del tema paesaggistico: il paesaggio è quello ligure,

nell’ora del meriggio estivo, negli orti che danno sul mare. La percezione è assorbita da particolari

concreti e minuti: i versi degli animali, le formiche, le onde lontane, i cocci; tutti particolari che stentano a

costituirsi come un insieme, a dare un significato universale, e denunciano l’esperienza dell’isolamento che

conclude il testo. Il muro che tiene l’io al di qua non può essere superato, i cocci di bottiglia non

permettono di vincere l’isolamento e la condizione di prigionia esistenziale.

Non rifugiarti nell’ombra…

Non rifugiarti nell'ombra Non rifugiarti nell’ombra di quel folto insieme di cespugli o alberi, come

di quel folto di verzura un falchetto che cade in picchiata velocissimo durante la calura estiva.

come il falchetto che strapiomba

fulmineo nella caldura.

E' ora di lasciare il canneto

stento che pare s'addorma E’ ora di lasciare il canneto dell’infanzia rado che sembra addormentato,

e di guardare le forme e di guardare la vita che si sgretola con il caldo.

della vita che si sgretola.

Ci muoviamo in un pulviscolo

madreperlaceo che vibra, Ci muoviamo in un’aria biancastra, piena di piccole polveri e tremolante,

in un barbaglio che invischia in un riverbero di luce accecante che ci affatica e ci stanca gli occhi.

gli occhi e un poco ci sfibra.

Pure, lo senti, nel gioco d'aride onde Tuttavia lo senti, nella ripetitività inutile delle onde del mare, che

che impigra in quest'ora di disagio impigrisce in quest’ora del giorno così disagiante, non buttiamo via le

non buttiamo già in un gorgo senza fondo nostre vite prive di identità e certezze in una disperazione senza scopo.

le nostre vite randage.

Come quella chiostra di rupi

che sembra sfilaccicarsi Come i picchi montuosi escono faticosamente dalla ragnatela di nubi che

in ragnatele di nubi; li cingono; allo stesso modo i nostri animi inariditi come il paesaggio

tali i nostri animi arsi

in cui l'illusione brucia

un fuoco pieno di cenere in cui un fuoco pieno di cenere brucia l’illusione, si perdono nella serenità

si perdono nel sereno dell’unica certezza possibile: la luce.

di una certezza: la luce.

Metrica: sei quartine con prevalenza di ottonari, rime prevalentemente imperfette e una ipermetra

Risalente al ’22, è uno dei pochi componimenti della serie Ossi di Seppia nella quale è presente

un’interlocutrice; stavolta è un “tu” d’eccezione, che si rivolge alla poesia stessa, alla propria ispirazione

poetica. E’ un invito a non rimanere fissa al paesaggio convenzionale, ma essere audace e pronta a

predare gli oggetti poetici come un falco. L’ora è di nuovo il meriggio, con le sue minacce di aridità e

accecamento, definite con la parola “disagio”. La natura è popolata di animali, vegetali e paesaggi calcinati;

il canneto è ancora una volta presente, come luogo trasfigurato dalla memoria, il luogo chiuso dell’infanzia,

come il grembo materno. La poesia si conclude insolitamente con un’immagine positiva e luminosa, che

contrasta l’immagine ombrosa presentata nel primo verso: gli animi arsi e consumati dalle illusioni si ergono

come le montagne sopra alle nubi e si perdono nella luce.

Ripenso il tuo sorriso… a K. Ripenso al tuo sorriso ed è come un’acqua limpida

intravista per caso fra le pietre di un letto essiccato,

Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un'acqua limpida piccola superficie specchiante nella quale una pianta di

scorta per avventura tra le pietraie d'un greto, edera rifletta le sue infiorescenze sotto un cielo nuvoloso

esiguo specchio in cui guardi un'ellera i suoi corimbi; e silenzioso.

e su tutto l'abbraccio di un bianco cielo quieto. Questo è il mio ricordo; non saprei dire, oh tu che sei

Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano, lontano, se dal tuo viso si esprime un’anima libera e

se dal tuo volto si esprime libera un'anima ingenua, ingenua, oppure se sei un pellegrino sfinito dai mali del

vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua mondo, capace di trasformare la sofferenza in un

e recano il loro soffrire con sé come un talismano. talismano da portare sempre con sè.

Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie Solo questo posso dirti, che il tuo volto, così come lo

sommerge i crucci estrosi in un'ondata di calma, ricordo, vince i miei turbamenti con un’ondata di calma, e

e che il tuo aspetto s'insinua nella memoria grigia che la tua figura di insinua con franchezza come la cima

schietto come la cima di una giovane palma... di una giovane palma nella mia memoria ingrigita.

Un componimento del ’23 che serve come riflessione sulla memoria, che trasfigura il passato per farlo

rivivere. E’ come un filtro che trattiene i bei ricordi e li proietta nel presente per consolare. L’incontro

fuggevole con il destinatario stimola la mente: il dedicatario etichettato come K. è Boris Kniaseff, un

ballerino russo attivo in Italia in quegli anni, conosciuto a casa dell’amico Francesco Messina. Tuttavia la

dedica si presenta stranamente: il motivo non è chiaro, nessun documento attesta l’amicizia fra i due; in

un articolo del ’50 Montale lo nomina, senza però alludere ad alcuna poesia dedicatagli. Si tratta di un

uomo di paglia, un interlocutore convenzionale tanto che la poesia regge anche senza dedica. Inoltre

non è chiaro il perché dell’iniziale puntata, dato che tutte le altre dediche sono scritte per intero, ma ancor

più oscuro rimane il fatto che questa dedica sia rimasta dopo che quasi tutte le altre erano state rimosse. In

ogni caso, Montale inviò una traduzione in francese a Messina, dedicandola a B. K., poiché Kniaseff

conosceva il francese, che era la lingua di cultura all’epoca.

La poesia si apre con una scena idillica e immersa nella natura, l’immagine del sorriso dell’amico erompe

dalla “memoria grigia” e si misura con l’identità presente del poeta e con il suo bisogno di dare un senso

alla vita; quel senso viene trovato laddove il sorriso dell’amico è l’incarnazione di quel superiore

distacco, di della “divina Indifferenza”. Secondo Cencetti, la seconda strofa si riferirebbe direttamente al

“ricordo” stesso: per “ingenua” viene inteso il senso etimologico di “ingenuus” (nato libero, di famiglia

nobile), ad intendere un ricordo destinato a durare nel tempo, a contrasto con un ricordo debole destinato a

non durare, a disperdersi.

Mia vita, a te non chiedo lineamenti…

Mia vita, a te non chiedo lineamenti Vita mia, a te lineamenti chiari e delineati, volti affidabili e riconoscibili, né di

fissi, volti plausibili o possessi. possederli. Nella tua ripetitività angosciante ormai sia le cose piacevoli che

Nel tuo giro inquieto ormai lo stesso quelle dolorose hanno per me lo stesso effetto.

sapore han miele e assenzio. Il cuore che disprezza ogni propria emozione è sconvolto raramente da

Il cuore che ogni moto tiene a vile trasalimenti, gli unici segni di vitalità. Con lo stesso effetto che provocano nel

raro è squassato da trasalimenti. cuore le mie emozioni rare, risuona qualche volta nel silenzio della campagna

Così suona talvolta nel silenzio un colpo di fucile.

della campagna un colpo di fucile.

Metrica: Due quartine di endecasillabi con un solo settenario, con un originale sistema di rime a intrecciare le due

strofe: ABBC DACD.

Datato 1923, questo componimento definisce la condizione di precarietà esistenziale e sospensione

emotiva, e preannuncia il "male di vivere" che sarà esplicitato due componimenti più tardi. Indifferente al

bene e al male, il cuore del poeta dispera di ottenere dalla vita certezze, e vive delle improvvise

emozioni, simili a una fucilata che rompe il silenzio della campagna. Non è possibile raggiungere l'essenza

delle cose, però ci sono alcuni momenti in cui succede qualcosa di improvviso e inaspettato, quasi come un

miracolo, o meglio come un’epifania: è un termine tecnico usato tipicamente per queste situazioni di

illuminazione interiore breve e fulminea, qualcosa che non si cerca, ma che semplicemente accade. Questi

accadimenti si riflettono nella poesia montaliana sul piano uditivo, con rumori secchi, sul piano visivo, con

bagliori improvvisi nell'oscurità (il faro delle Occasioni), oppure come apparizioni emblematica di animali

che suggellano una poesia. Nella seconda strofa troviamo un'immagine leopardiana: Leopardi sosteneva

che fosse molto poetico sentire nel silenzio della campagna un "colpo di cannone", una frattura

nell'omogeneità.

Portami il girasole…

Portami il girasole ch'io lo trapianti Portami un girasole, così che io lo trapianti nel mio terreno coperto di

nel mio terreno bruciato dal salino, salsedine (nel mio animo arido), e così che mostri tutto il giorno all'azzurro

e mostri tutto il giorno agli azzurri abbagliante del cielo il giallo del suo aspetto ansioso.

specchianti

del cielo l'ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure, La luce rende chiaro anche ciò che è buio, trasformando le cose in puro

si esauriscono i corpi in un fluire scorrere di colori, e mutando i colori in musiche fino alla dissolvenza.

di tinte: queste in musiche. Svanire Svanire è dunque il destino ultimo degli esseri.

è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce Portami la pianta che col suo colore giallo conduce a svelare il senso

dove sorgono bionde trasparenze ultimo della vita che è il suo dissolversi ed evaporare come un profumo;

e vapora la vita quale essenza; portami il girasole colmo di luce.

portami il girasole impazzito di luce.

Metrica: Tre quartine di vario metro, con rime alternate nella prima quartina e incrociate nelle altre due

Composto nel '23, questo componimento costituisce un'adesione alla poetica del simbolismo: Montale

riprende tematiche baudelairiane e la costituzione misteriosa e generalizzante dei dati naturali; la

tematizzazione del contrasto fra vitalità e aridità è centrato su pochi oggetti caricati di senso. La struttura

è la stessa di Non chiederci la parola, la terza strofa riprende e conclude la questione posta nella prima,

mentre quella centrale serve da divagazione. Troviamo un Montale insolitamente ottimista, aperto alla

possibilità di salvezza. L'interlocutore stavolta è dubbio e rimane tale; Cencetti ipotizza il riferimento alla

musa della poesia: il girasole è il dono della poesia, che Montale chiede alla musa. Può anche essere colto

un riferimento al mito di Clizia che, trasformata in girasole per gelosia, voltava continuamente il gambo

verso il sole, poichè continuava ad amare Apollo (il sole).

Spesso il male di vivere… Spesso la sofferenza provocata dall'esistenza ho incontrato: era il

Spesso il male di vivere ho incontrato fiume strozzato nel suo scorrere che gorgoglia, era la foglia che si

era il rivo strozzato che gorgoglia accartoccia su se stessa nell'arsura, era il cavallo che cade al

era l'incartocciarsi della foglia suolo stremato.

riarsa, era il cavallo stramazzato. Non seppi bene fuori dal miracolo eccezionale al quale si accede

Bene non seppi, fuori del prodigio grazie alla divina indifferenza, al distacco di superiorità: era la

che schiude la divina Indifferenza: statua nella sonnolenza dell'ora meridiana, e la nuvola, e il falco

era la statua nella sonnolenza che vola alto nel cielo.

del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

Metrica: due quartine di endecasillabi, a differenza dell'ultimo verso alessandrino

Una poesia probabilmente del '24, leopardiana per la ricerca del dolore, dantesca per la contrapposizione

bene-male, alto-basso. A tre episodi del male di vivere se ne contrappongono tre di divina indifferenza,

che è l'unico rimedio al disagio esistenziale che "pietrifica" e "assonna"; nella poesia la troviamo con la I

maiuscola a personificare, con metodo dannunziano, una entità comunque differenziata dall'attivismo

superomistico. Non casuale è la selezione degli esempi: dall'inanimato, al naturale, all'animale; il male di

vivere permea ogni cosa. E' chiaro il climax ascendente nella prima strofa: dalla difficoltà del fiume, alla

foglia in fin di vita, fino al cavallo che stramazza a terra. La conclusione è peculiare: è un esito vitale, che

evade dalla gabbia metrica e dal sistema delle rime, con l'apparizione di un rapace che suggella il

componimento levandosi alto e distaccato nel cielo.

Il termine si poteva trovare in una poesia di Pirandello intitolata Romanzi, in cui si accenna al “mal triste di

vivere”, ma anche in un romanzo francese di fine ‘800. L’espressione non è quindi frutto dell’inventiva di

Montale, ma ciò che realmente importa è la sostanza di tali parole: questa si può riscontrare nello

Zibaldone di Leopardi, in cui afferma che il male permea ogni cosa, dal concreto all’astratto, l’unico bene

possibile è non esistere.

Ciò che di me sapeste…

Ciò che di me sapeste Ciò che sapeste di me non era altro che l'apparenza, la tonaca che riveste la

non fu che la scialbatura, vicenda della vita.

la tonaca che riveste

la nostra umana ventura.

Ed era forse oltre il telo E c'era forse oltre la stoffa della tonaca un azzurro tranquillo; il cielo sereno e

l'azzurro tranquillo; limpido non erano visibili a causa della chiusura in se stessi.

vietava il limpido cielo

solo un sigillo.

0 vero c'era il falòtico Oppure c'era il bizzarro mutarsi della mia vita, un progressivo maturare di una zolla

mutarsi della mia vita, bruciata, di un destino che non conoscerò mai.

lo schiudersi d'un'ignita

zolla che mai vedrò.

Restò così questa scorza Così la mia vera sostanza restò solo una scorza; il fuoco che non può essere mai

la vera mia sostanza; spento (la sostanza vitale interiore) per me si chiamava ignoranza.

il fuoco che non si smorza

per me si chiamò: l'ignoranza.

Se un'ombra scorgete, non è Se scorgete un'ombra, non è un'ombra - ma sono io. Se potessi staccarla da me,

un'ombra - ma quella io sono. come un si coglie un fiore, ve la offrirei in dono.

Potessi spiccarla da me,

offrirvela in dono.

Metrica: cinque quartine di vari metri, con rime incrociate nella terza strofa e alternate nelle altre.

Molti elementi incerti per questo componimento, a partire dalla datazione ('22-'24). La destinazione è

ambigua, veicolata con l’uso del “voi”: non è chiaro se si riferisca al plurale verso i lettori, oppure se sia un

voi di cortesia che rimanda alla già dedicataria Paola Nicoli; anche l’immagine finale del dono

corrisponderebbe a questa seconda ipotesi (presente anche in Crisalide e in In Limine). Tipicamente

montaliani sono il tema dell'incertezza d'identità e dello scambio fra ombra e corpo: il motivo

dell'ignoranza di sè si trovava già in Non chiederci la parola, in cui nella strofa centrale troviamo anche il

tema dell'ombra (ignorata dal passante). In questo caso, l'ombra (l'apparenza) dell'io è tutto ciò che si

può saperne, e quindi coincide con la sostanza (donare la propria ombra vuol dire donare se stessi).

Dunque, il mondo della verità profonda, a un passo dalle apparenze, forse non esiste o non ha più modo di

essere raggiunto. Troviamo anche il tema del fuoco: il "fuoco che non si spegne" può essere visto come il

magma al centro della terra, alludendo a un'equivalenza fra la struttura terrestre (fuoco nelle viscere e

crosta raffreddata) e la natura del proprio carattere (profonda vita interiore e scorza esterna).

Là fuoriesce il Tritone…

Portovenere

Là fuoriesce il Tritone Là, a Portovenere, sfocia il torrente Tritone, dalle onde che lambiscono la soglia

dai flutti che lambiscono della chiesa di San Pietro, e tutto ciò che è presente ha il fascino dell'antico

le soglie d'un cristiano (passato e presente coincidono). Ogni dubbio si porta per mano come una bambina,

tempio, ed ogni ora prossima non provoca ansia o smarrimento.

è antica. Ogni dubbiezza

si conduce per mano

come una fanciulletta amica.

Là non è chi si guardi

o stia di sé in ascolto. Là nessuno sente il bisogno di guardarsi dentro, di trovare un'identità. Lì sei alle

Quivi sei alle origini origini e il decidere è una cosa da stolti; una volta lontano da questo luogo così

e decidere è stolto: favoloso ricomincerai ad aver bisogno di un'identità individuale.

ripartirai più tardi

per assumere un volto.

Componimento del '23 che contiene nell’epigrafe uno dei rari riferimenti geografici della raccolta:

Portovenere, un paesino sulla riviera ligure, difficilmente raggiungibile a quei tempi. Il tempo è sospeso, è

annullata la gerarchia spaziale (Là diventa Quivi), ogni esitazione è assente, i dubbi esistenziali si placano

e ogni decisione non è più necessaria. Allo stato di natura nessuno sente il bisogno di assumere

un’identità, la quale dovrà essere recuperata una volta allontanatosi da lì (come in Fine dell’Infanzia). Il

paesaggio marino si trova fra il mitico e l'arcaico, con il Tritone e la chiesa di San Pietro. Nel ’25 era

dedicata a Carlo Linati, un scrittore e giornalista della generazione precedente a quella di Montale, che

scrisse nel 1910 un’opera intitolata Portovenere, nella quale veniva descritta una vacanza che si trasforma

in una sorta di immersione nel mondo della natura, trasfigurata in termini quasi mitici; in un estratto

dell’opera si legge di “Tritoni che suscitano dagli abissi e danzano”.

So l’ora in cui la faccia più impassibile…

So l'ora in cui la faccia più impassibile Conosco il momento in cui la faccia più impassibile (la mia) fa una

è traversata da una cruda smorfia: smorfia: si è presentata all’improvviso una pena interiore. Questa pena è

s'è svelata per poco una pena invisibile. invisibile alla gente che passeggia nel corso affollato.

Ciò non vede la gente nell'affollato corso.

Voi, mie parole, tradite invano il morso Voi, parole mie, rivelate invano la sofferenza nascosta, la passione

secreto, il vento che nel cuore soffia. interna che sconvolge il cuore. Ma la miglior soluzione è tacere. I canti

La piú vera ragione è di chi tace. che si esprimono in modo spezzato e singhiozzante portano la pace.

Il canto che singhiozza è un canto di pace.

Una delle poesie più sbarbariane degli Ossi, per la condizione peregrinante del soggetto, per

l’ambientazione cittadina in mezzo alla folla ignara, per il primo piano sulla crisi d’ansia che attraversa l’io.

Nella prima quartina si assiste all’interruzione di quell’indifferenza promossa in Spesso il male di vivere,

unico rimedio contro il dolore, e all’erompere dell’angoscia interna. Viene messo in atto il conflitto

individuo-società, sottolineando l’inadeguatezza della parola rispetto ai suoi interlocutori e l’importanza

del silenzio.

Gloria del disteso mezzogiorno… Splendore del diffuso mezzogiorno quando gli alberi non hanno ombra e

Gloria del disteso mezzogiorno le apparenze si mostrano sempre più giallo scure per la troppa luce,

quand'ombra non rendono gli alberi, come se le cose perdessero la loro luce naturale e il sole dominasse.

e piò e piò si mostrano d'attorno

per troppa luce, le parvenze, falbe. Il sole in alto - e un letto prosciugato di un torrente. Il mio giorno è ancora

Il sole, in alto, - e un secco greto. lungo da passare: l'ora più bella, in cui passerà l'arsura, deve ancora

Il mio giorno non è dunque passato: arrivare, è al di là del muretto, il momento in cui ci si potrà riparare dal

l'ora più bella è di là dal muretto sole sotto il muretto di cinta, che isola in un tramonto sbiadito.

che rinchiude in un occaso scialbato. Tutto in torno c'è afa; un martin pescatore si aggira volando sopra una

L'arsura, in giro; un martin pescatore parvenza non meglio definita, forse un pesce da predare. La buona

volteggia s'una reliquia di vita. pioggia è al di là del paesaggio squallido del mezzogiorno, e rinfrescherà

La buona pioggia è di là dallo squallore, l'aria, ma la gioia più piena sta nell'attesa del miracolo.

ma in attendere è gioia piò compita.

Questo osso del '23 spicca per l'apprezzamento dell'autore stesso (specificato in una lettera del '24). Il

titolo originale era Meriggio, come ripresa e ribaltamento dannunziani per indurre l'autore al confronto

con l'omonima poesia di Alcyone. Insieme al successivo forma un dittico della felicità percepita

nell'attesa, ma non sottraibile alla minaccia e alla perdita; in ogni caso leopardianamente inafferrabile (Il

Sabato del Villaggio). Il tema è quello del meriggio riarso, la struttura è composta di frasi nominali che

elencano oggetti esemplari. La poesia sia apre con un ampio periodo nominale ripreso forse da

D'Annunzio, forse da Ceccardo; i periodi nominali non contengono verbi, quasi a voler sottolineare un

senso di torpore e debolezza, l'incapacità dell'agire. Lo splendore del meriggio estivo genera un

misterioso sentimento di inquietudine, ma l'attesa della pioggia e del tramonto basta a promettere una

sobria felicità.

Felicità raggiunta… La felicità è raggiunta, a causa tua si cammina come sul filo di un

rasoio, in equilibrio instabile. Agli occhi sei come un barlume che

Felicità raggiunta, si cammina vacilla, che rischia di spegnersi improvvisamente, per il tatto sei

per te sul fil di lama. come una superficie ghiacciata che rischia di rompersi facendoci

Agli occhi sei barlume che vacilla, precipitare; e dunque chi ti ama non deve turbarti, ti deve lasciare in

al piede, teso ghiaccio che s'incrina; pace. (Altra interpretazione: allusione all'attività poetica, le gioie

e dunque non ti tocchi chi più t'ama. della vita perdono l'incanto se si cerca di trasformarle in letteratura).

Se giungi sulle anime invase Se arrivi nelle anime piene di tristezza e gli dai luce, il tuo avvento è

di tristezza e le schiari, il tuo mattino dolce e inquietante come i nidi sotto i cornicioni. Ma niente ripaga il

e' dolce e turbatore come i nidi delle cimase. pianto del bambino (dolore irrisolvibile) che ha perso il pallone fra i

Ma nulla paga il pianto del bambino tetti delle case.

a cui fugge il pallone tra le case.

Al contrario del precedente, questo si sofferma sulla "felicità raggiunta": si immagina il compimento della

felicità, che una volta raggiunta mostra tutta la propria precarietà in una serie di situazioni, che la rendono

difficile da mantenere e da custodire; non c'è scampo al dolore. La gioia e la tristezza sono sempre vicine

come una casa e il suo cornicione (cimase-case). Nella prima strofa si invita il possessore della felicità a

non sottoporla a sollecitazioni. La felicità può giungere e scacciare la tristezza, determinando un

turbamento "dolce", ma altri dolori non si cancellano, come il semplice dolore infantile che sigilla il testo.

Il canneto rispunta i suoi cimelli… Il canneto in cui rispuntano i nuovi getti delle canne, che crescono,

Il canneto rispunta i suoi cimelli nella serenità che non si annuvola, dove il sole riscalda: nell'orto non

nella serenità che non si ragna: irrigato spuntano nuovi ramoscelli spinosi, al di là della recinzione

l'orto assetato sporge irti ramelli che lo cinge, nel caldo stagnante.

oltre i chiusi ripari, all'afa stagna. Sale un'ora di attesa, un atmosfera nel cielo, dal mare che diventa

Sale un'ora d'attesa in cielo, vacua, grigio e si scurisce, ma è vacua, destinata a non compiersi. Una

dal mare che s'ingrigia. nuvola a forma di albero, probabilmente una tromba marina, cresce,

Un albero di nuvole sull'acqua poi crolla come la cenere ancora calda.

cresce, poi crolla come di cinigia. Tu che sei assente, quanto manchi in questo luogo che avverte il tuo

Assente, come manchi in questa plaga arrivo imminente, la tua presenza, e senza di te perde il proprio

che ti presente e senza te consuma: senso: sei lontana, perciò tutto esce dalla sua traccia, crolla

sei lontana e però tutto divaga violentemente, si dissolve nella nebbia.

dal suo solco, dirupa, spare in bruma.

Un osso del '24 ambientato nei luoghi canonici degli ossi: il canneto, l'orto, l'ora meridiana. C'è la presenza

di una figura femminile abbastanza riconoscibile: Anna Degli Uberti, in uno dei rarissimi casi in cui è già

presente nell'edizione del '25; si tratta e si tratterà sempre di un personaggio assente, distante dal poeta,

ricordata, alla quale ci si rivolge da lontano. Il miracolo sembra imminente: il canneto mette i suoi bocci,

le piante si protendono verso la vita, ma è tutto inutile. Un peggioramento del tempo scatena una tromba

d'aria che si disfa sul mare: sono segnali di inquietudine e di minaccia. L'assenza della donna toglie

senso a tutte le cose, e tutto sembra aspettarla soffrendo.

Forse un mattino andando… Forse un mattino, camminando in un'aria limpida e fredda ma

Forse un mattino andando in un'aria di vetro, fragile, volgendomi indietro, vedrò il miracolo che si compie: il

arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: niente alle mie spalle, il vuoto dietro di me, come un ubriaco

il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro che ha paura, privo di punti di riferimento per orientarsi.

di me, con un terrore di ubriaco. Poi come su uno schermo, poi la realtà si riorganizzerà

Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto all'improvviso, per il consueto inganno del mondo come

alberi case colli per l'inganno consueto. rappresentazione. Ma a quel punto sarà troppo tardi, avrò

Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto scoperto l'inganno; e io me ne andrò in silenzio senza

tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto. condividere la scoperta con nessuno, fra gli uomini che non si

voltano inconsapevoli, col mio segreto.

Questo osso del '23 è una dichiarazione di nichilismo: forse il mondo è solamente apparenza, niente

esiste veramente. Montale traduce in poesia l'idea filosofica del velo di Maia, tipico motivo

schopenhaueriano. Si tratta di un testo interamente al futuro, che rovescia il plazer di Quasi una Fantasia:

c'è il presagio angoscioso di un istante rivelatore in cui avverrà la scoperta del nulla. Il successivo

risorgere della realtà consueta non potrà cancellare la scoperta, che il poeta dovrà tenere per sè: gli altri

uomini, che non si voltano, la ignorano e vogliono ignorarla. Si tratta di un miracolo, questa volta in

negativo. Si tratta di una poesia densa di riferimenti culturali: da Tolstoj a Pirandello, dalla Genesi al mito di

Orfeo ed Euridice. Anche il legame con la linea ligure è sottolineato.

Gli uomini che si voltano sono gli uomini aproblematici, che non hanno e non si pongono dubbi. Il motivo

è stato discusso più volte. In un intervista del '66 viene domandato a Montale se abbia preso ispirazione da

un libro della genesi (in particolare della distruzione di Sodoma e della fuga di Loth e della moglie, la

quale si volta per guardare la città e viene trasformata in una statua di sale), e l'autore asseconda

l'intervistatore. Lo si ritrova anche nel mito di Orfeo ed Euridice: Orfeo scende agli inferi per riprendersi

l'amata, commuove gli Dei con il suo canto e cerca di riportarla in superficie, ma quando è quasi giunto a

destinazione si volta indietro per guardarla, e perde la donna per sempre.

Lo stesso motivo viene ripreso in una poesia del '70: Gli Uomini che si Voltano. Si tratta di un

componimento tormentato, scritto e riscritto (prima intitolato Gli Uomini che Non si Voltano). Montale si

rivolge a un "tu", che sappiamo trattarsi di Clizia, una donna americana frequentata negli anni '30. L'autore

constata con malinconia che non è più l'epoca di osare e voltarsi indietro, ammette di far parte della

categoria degli uomini che non sono più capaci di andare oltre le apparenze. Il tono è malinconico, c'è

la constatazione del tempo passato e l'ammissione che è necessario farsene una ragione.

Valmorbia, discorrevano il tuo fondo… Valmorbia il tuo fondovalle era percorso da nuvole mescolate ai fiori

Valmorbia, discorrevano il tuo fondo degli alberi, mosse dal vento. Nasceva in noi soldati, volti spazzati qua e

fioriti nuvoli di piante agli àsoli. là dal caso cieco (come il vento), la dimenticanza del resto del mondo.

Nasceva in noi, volti dal cieco caso,

oblio del mondo.

Tacevano gli spari, nel grembo solitario Tacevano gli spari, nella vallata solitaria non c'era suono tranne il fiume

non dava suono che il Leno roco. Leno che scorreva. Il bengala di segnalazione esplodeva come un fiore,

Sbocciava un razzo su lo Stelo, fioco poi ricadeva perdendo vigore rilasciando luci simili a lacrime.

lacrimava nell'aría. Le notti erano così chiare da sembrare albe, illuminate dalle esplosioni, e

Le notti chiare erano tutte un'alba portavano volpi alla mia grotta. Adesso Vamorbia è solo un nome, e

e portavano volpi alla mia grotta. l'unico ricordo che ho è una terra dove non fa mai buio, nella mia

Valmorbia, un nome - e ora nella scialba memoria scialba, inerte.

memoria, terra dove non annotta.

Si tratta di una rievocazione, del '24, dell'esperienza sul fronte del Trentino ('17-'19). E' l'unica poesia del

primo libro che affronti il tema del conflitto. Tornano in mente i ricordi, tutti nello stesso ordine, come se

dato un input le immagini nascessero ordinatamente; anche in un intervista del ’68 l’autore rievoca le

immagini nello stesso ordine (il Leno, il razzo, le volpi). Si tratta di una rilettura favolosa, la guerra è come

un'esperienza ludica, in toni fiabeschi, lontana dai toni tragici di altri poeti al fronte. Ungaretti affidò i ricordi

di guerra a l'Allegria (1919), in cui si leggeva la dimensione più tragica della guerra, che rivoluziona

l'esistenza e la devasta. La differenza è dovuta anche a motivi oggettivi: Montale era molto giovane, di

buona famiglia, si trovava sul fronte più tranquillo, quello alpino, e vi è stato relativamente poco. Ungaretti

aveva più consapevolezza, passò anni nelle trincee come volontario dal '15, e visse le tragedie sul fronte

dell'Isonzo. E' incisivo anche il temperamento: l'autore l'ha vissuta come una delle altre esperienze della

giovinezza.

La precarietà della vita consente all'io di sentirsi in armonia con la natura, che si mostra benevola con il

suo emissario, la volpe; in questo ideale stato di natura, una volta ridotta la vita alle strutture essenziali, le

volpi, animali solitamente selvatici, fanno visita ai soldati nelle grotte. Anche le espressioni di guerra

assumono tratti naturali privi di turbamento: i razzi di segnalazione sembrano grandi fiori nel cielo.

Tentava la vostra mano la tastiera… La vostra mano suonava il piano con incertezza, i vostri occhi

Tentava la vostra mano la tastiera, scorrevano le pagine dello spartito, dove era difficile decifrare le

i vostri occhi leggevano sul foglio note. Così ogni accordo si interrompeva come una voce di

gl'impossibili segni; e franto era lamento.

ogni accordo come una voce di cordoglio. Compresi che tutte le cose circostanti provavano tenerezza nel

Compresi che tutto, intorno, s'inteneriva vedervi inceppata nel gesto, inerme di fronte alla difficoltà,

in vedervi inceppata inerme ignara ignara del linguaggio musicale che normalmente sapete

del linguaggio più vostro: ne bruiva padroneggiare: al di là della finestra socchiusa, la marina chiara

oltre i vetri socchiusi la marina chiara. sembrava partecipare con il proprio rumore leggero.

Passò nel riquadro azzurro una fugace danza Nel cielo circoscritto dalla finestra passarono delle farfalle

di farfalle; una fronda si scrollò nel sole. volteggiando; una fronda d'albero scrollata dal vento sotto al

Nessuna cosa prossima trovava le sue parole, sole. Tutto vicino a voi sembra contagiato da quell'incertezza, e

ed era mia, era nostra, la vostra dolce ignoranza. la vostra momentanea incapacità era anche la mia.

Trattasi del secondo osso breve dedicato a Paola Nicoli, come testimoniano la dedica posta sull’autografo

“to P.” e l’uso del Voi. Siamo davanti ad un episodio occasionale che contrasta con la poesia precedente,

rievocando un episodio con la dedicataria: si tratta di una situazione galante e delicata, la donna suona al

pianoforte, ma improvvisamente ha una difficoltà nel premere i tasti giusti, e la natura stessa sembra

trepidare di fronte a questo impedimento (il mare, le farfalle, la fronda). Proprio questa difficoltà sembra

capace di accomunare il poeta e la donna in qualcosa di unico, e suggella la natura implicitamente

amorosa del componimento.

La farandola dei fanciulli sul greto…

La farandola dei fanciulli sul greto Il girotondo dei fanciulli sulle sponde del fiume (o mare) significava la

era la vita che scoppia dall'arsura. vita che erompe dalla calura. Tra le poche canne e la sterpaglia i

Cresceva tra rare canne e uno sterpeto bambini crescono come dei vegetali nell'aria pura, libera.

il cespo umano nell'aria pura.

il passante sentiva come un supplizio Il passante che li osservava sentiva come un tormento il suo distacco

il suo distacco dalle antiche radici. dalle radici. Nell'età infantile e florida, su quelle sponde felici, anche un

Nell'età d'oro florida sulle sponde felici nome e un'identità personale sarebbero state un difetto.

anche un nome, una veste, erano un vizio.

Un osso del ’24 che centra due grandi temi del libro: l’aridità del paesaggio come condizione esistenziale

e la rottura fra l’adulto e l’armonia naturale. Viene raffigurata la fine dell’infanzia, non focalizzando sulla

transizione (come in Fine dell’Infanzia), ma come rievocazione essenziale del mondo infantile e del punto

di vista distante di un passante che osserva quel mondo dal quale ormai si è staccato. In Là fuoriesce il

Tritone veniva raffigurato lo stato libero, la condizione dell’io precedente alla rottura con la natura, ovvero

quella dell’infanzia. Le strofe sono bipartite sui due punti di vista differenti dei bambini e dell’adulto. In cosa

consiste la felicità dell’infanzia? Nel poter fare a meno di un’identità personale, poiché definirsi significa

prendere una forma e limitare la propria libertà. La condizione felice dei bambini, quasi panica e

paradannunziana (cespo umano) è vissuta comunque in un ambiente difficile, caratterizzato dall’arsura e

dalla scarsa vita vegetale (rare canne, sterpeto).

Debole sistro al vento…

Debole sistro al vento Una cicala persa e solitaria canta al vento come un sistro (strumento antico egiziano)

d'una persa cicala, dal suono fioco, toccato appena e subito spento nell'arsura del mezzogiorno che

toccato appena e spento provoca torpore.

nel torpore ch'esala.

Dirama dal profondo La forza segreta e interna si diffonde dal profondo, e nonostante questo il mondo

in noi la vena sembra esistere a malapena. (oppure: Un'incrinatura interna che nasce dentro me si

segreta: il nostro mondo ingrandisce, e mette a rischio l'esistenza del mondo).

si regge appena.

Se tu l'accenni, all'aria

bigia treman corrotte Se provi a descrivere il mondo, nell'aria scura, i residui e le rovine di ciò che non si è

le vestigia perso nel nulla, della vita, tremano disfacendosi.

che il vuoto non ringhiotte.

il gesto indi s'annulla,

tace ogni voce, Perciò, il gesto, la voce e la vita, constatata la loro inutilità, si annullano, tacciono, e

discende alla sua foce scendono verso la foce.

la vita brulla.

In quest’osso Montale dichiara l’impotenza della propria parola poetica, con lo spunto iniziale di una

cicala isolata nel caldo del mezzogiorno, che stenta a far percepire il suo suono e da il senso della

precarietà di ogni espressione dell’io. Il mondo appare come sul punto di disintegrarsi, e non c’è

possibilità di gesti o parole capaci di impedire il dissolversi della vita, ma neanche di darne una definizione.

Il sistro è uno strumento egiziano antico che emetteva un fremito leggero. Il tema della foce, come

immagine della fine della vita, verrà in seguito ripreso ed elaborato da Montale.

Cigola la carrucola del pozzo…

Cigola la carrucola del pozzo

l'acqua sale alla luce e vi si fonde. Cigola la carrucola facendo salire il secchio, l'acqua che vi sta dentro viene

Trema un ricordo nel ricolmo secchio, invasa dalla luce come a fondersi con essa. Un ricordo appare tremolante

nel puro cerchio un'immagine ride. nel cerchio dell'acqua, sulla superficie ride un volto. Avvicino il viso alle

Accosto il volto a evanescenti labbri: labbra dell'immagine evanescente come per baciarla: perde i suoi

si deforma il passato, si fa vecchio, lineamenti quel volto, invecchia improvvisamente, diventa irraggiungibile...

appartiene ad un altro... Stride ancora la carrucola e fa riscendere il secchio, tu visione scompari, ti

Ah che già stride allontani da me e scompari per sempre.

la ruota, ti ridona all'atro fondo,

visione, una distanza ci divide.

Per questo osso del ’24 sono state suggerite innumerevoli tracce di lettura, fino alla rievocazione di miti

classici (Orfeo ed Euridice, Narciso). Si tratta di un’unica strofa, un incontro raro nella raccolta. Il secchio di

un pozzo viene tirato su, e nell’acqua si definisce un’immagine vaga, ma quando si cerca di osservarla

meglio questa scompare per sempre, e il secchio viene calato nuovamente; il momento preciso in cui si

perde la sostanza dell’immagine è stato marcato con uno scalino metrico. Nel secchio si definisce un

ricordo fuggente, che svanisce non appena il poeta tenta il contatto con esso. E’ probabile che l’immagine

sia quella di Anna Degli Uberti, personaggio appartenente agli inferi, morta giovane (finzione poetica),

sempre lontana. Cencetti tenta di stabilire un collegamento con Alla Ricerca del Tempo Perduto di

Proust: per il protagonista mangiare una madelaine è un evento meraviglioso che fornisce l’input per un

ricordo, ma continuare a mangiare madelaine non è di alcuna utilità alla memoria. Proust raffigura il ricordo

come una riemersione alla superficie della coscienza. Questo brano raffigura letterariamente l’idea di

memoria involontaria di Bergson: il ricordo viene provocato in modo imprevedibile da un’azione, ma

provare ad insistere sull’azione in sé non porta a nessun risultato; si tratta di un ricordo sepolto dentro di noi

e riportato a galla improvvisamente. La memoria volontaria, invece, si svolge nel tempo meccanico, è un

recupero volontario di elementi che siamo consapevoli di possedere dentro di noi.

Arremba su la strinata proda… Accosta le barchette di cartone alla riva bruciata dal sole, e

Arremba su la strinata proda riposa, piccolo lupo di mare: possa tu non sentire gli spiriti

le navi di cartone, e dormi, malvagi che vagano per l'aria in stormi.

fanciulletto padrone: che non oda

tu i malevoli spiriti che veleggiano a stormi. Al di sopra dell'orto chiuso vola il gufo del malaugurio e il

fumo che esce dai comignoli fa fatica a innalzarsi per l'aria

Nel chiuso dell'ortino svolacchia il gufo pesante. Sta arrivando il momento che distrugge l'opera

e i fumacchi dei tetti sono pesi. costruita in tanti mesi di lavoro: ora produce un'incrinatura

L'attimo che rovina l'opera lenta di mesi senza che gli altri se ne accorgono, ora spazza via tutto con

giunge: ora incrina segreto, ora divelge in un buffo. una ventata violenta.

Viene lo spacco; forse senza strepito. Ecco la frattura definitiva; forse senza far rumore. Chi ha

Chi ha edfflcato sente la sua condanna. lavorato fino ad allora sente arrivare la rovina. E' il momento

t l'ora che si salva solo la barca in panna. in cui si salva solo la barca immobile per compiere delle

Amarra la tua flotta tra le siepi. operazioni. Fai attraccare la tua flotta fra le siepi della riva.

Quest'osso conferma il legame con il momento di passaggio dal mondo panico dell'infanzia alla disarmonia

adulta. La condizione precaria si manifesta con l'attesa di una minaccia oscura, senza motivazione

concreta, espressa con immagini allegoriche: un capitano fanciullo è invitato a tirare a secco le barchette

per sfuggire agli spiriti che lo minacciano; è necessario ridurre la vitalità, scegliere la terra, essere

"indifferenti" al male di vivere e mettersi al sicuro. Tutto ciò perchè la rottura è inevitabile, e quando arriva

vanifica ogni costruzione, dando ragione a chi ha per tempo messo in salvo le proprie imbarcazioni. E'

frequente l'uso di termini tecnici marinareschi e liguri. Cencetti fornisce un'interpretazione metaletteraria:

il componimento è scritto nelle settimane in cui Montale stava definendo il contratto con Gobetti per la

pubblicazione della raccolta, per cui le barche riportate alla riva potrebbero essere viste come le poesie

messe al sicuro in una forma unica (la raccolta).

Upupa, ilare uccello calunniato…

Upupa, ilare uccello calunniato

dai poeti, che roti la tua cresta

sopra l'aereo stollo del pollaio Upupa, uccello gioioso ma calunniato dai poeti, che ruoti la tua cresta sopra la

e come un finto gallo giri al vento; pertica che sovrasta un pollaio, e come uno di quei finti galli usati come

nunzio primaverile, upupa, come banderuola giri a seconda del vento; tu che annunci la primavera, oh come

per te il tempo s'arresta, grazie a te il tempo si ferma, Febbraio non passa più, oh come tutto sembra

non muore più il Febbraio, dipendere da te e dal muoversi del tuo capo, folletto alato, e tu lo ignori.

come tutto di fuori si protende

al muover del tuo capo,

aligero folletto, e tu lo ignori.

Il protagonista è uno dei numerosi uccelli che popolano il primo libro montaliano, caricato di responsabilità

numinose. Il dato di partenza è lo stesso dei Limoni: il rovesciamento di un topos dei poeti laureati.

L'upupa godeva di cattiva fama già dalla Bibbia, associata ad effetti di malaugurio. Si assiste dunque ad un

ribaltamento di senso, l'uccello è associato a un incanto benevolo, è un folletto incantatore capace di

fermare la fuga del tempo (come il galletto di marzo di Quasi una Fantasia). Si tratta si un componimento a

strofa unica, formato da un unico periodo sintattico. Questo ribaltamento esprime una rivendicazione di

poetica: la natura è abitata da significati misteriosi che il poeta nuovo (differente dagli altri) sa raccogliere e

inventare. Già Benedetto Croce in Anticarduccianesimo Postumo, un articolo del 1910 pubblicato in

volume nel 1921, rievoca la lamentosa storia dell'upupa, calunniata da tutti i poeti (Parini, Foscolo,

Carducci); Montale riprende una frase dall’articolo. Sarebbe presente anche un riferimento a Pascoli, che

nella poesia Dialogo scrisse “il pagliaio con l’aereo stollo”, a indicare il palo attorno al quale si raccoglie la

paglia; la ripresa può essere erronea in quanto priva di senso in un pollaio, oppure vagamente ironica come

segnalato da Bonfiglioli.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Letteratura Italiana Contemporanea e del prof. Pacca, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Come Leggere Ossi di Seppia di Eugenio Montale di Marco Villoresi. Argomenti trattati: la vita di Montale, le relazioni, i primi lavori, il paratesto, la struttura della raccolta, la lingua e lo stile, le dedicatarie, le poesie nel dettaglio.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in informatica umanistica (Facoltà di Lettere e Filosofia e di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali)
SSD:
Università: Pisa - Unipi
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher francesac di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pisa - Unipi o del prof Pacca Vinicio.

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