Incipit e la tradizione letteraria italiana dell'800
Foscolo: "Ultime lettere di Jacopo Ortis" e "Dei Sepolcri"
In genere il titolo di un’opera letteraria si presenta come una sorta di soglia d’ingresso al testo, anticipando così al lettore le intenzioni dell’autore. È il caso delle Ultime lettere di Jacopo Ortis di Foscolo, la cui stesura si protrae per ben 20 anni a causa di vicende politiche e personali.
L’opera è un romanzo epistolare formato in gran parte da lettere scritte da Jacopo Ortis, giovane veneziano, al suo amico Lorenzo Alderani fra l’11 ottobre 1797 e il 25 marzo 1799, dopo il suicidio di Jacopo fino alla lettera scritta a Teresa, la donna amata. Queste lettere sono sistemate e pubblicate dall’amico Lorenzo, che diventa il narratore nella seconda parte dell’opera, ovvero dell’ultimo periodo di vita del protagonista.
Il tempo in cui si svolge l’azione dell’opera è quello degli anni del giacobinismo italiano e delle speranze poste nella liberazione promessa da Napoleone, seguite dalle delusioni con il trattato di Campoformio nel 1797, quando Napoleone fu costretto a cedere gran parte dei territori italiani all'Austria in cambio della Lombardia. Fu avviata una politica di repressione nei confronti delle idee giacobine. L’azione quindi è collocata proprio nel periodo della fine delle illusioni repubblicane e il protagonista, consapevole degli inganni, fu costretto a lasciare Venezia e a rifugiarsi sui Colli Euganei nella prima parte del romanzo. In sintesi, questa è la vicenda del romanzo.
Analisi del titolo
- Il titolo, come dicevamo, è piuttosto allusivo ed è l’incipit vero e proprio che lega insieme l’opera, la storia e il lettore, ed esibisce:
- All'interno dell’opera: l’azione, la tecnica narrativa e gli eventi che si succedono;
- All'esterno dell’opera: i valori, le idee in cui l’opera vuole svolgere la sua funzione esortativa.
L’aggettivo ultime rende già esplicito l’oggetto della narrazione e circoscrive contemporaneamente il tempo che quelle lettere copriranno col riferimento all’ultimo tratto di vista del protagonista. Il sostantivo lettere invece ci orienta verso la forma e la struttura della narrazione nelle quali Jacopo, nella prima parte del romanzo, è il narratore di sé stesso, riportando le vicende che lo spingono al suicidio perché disilluso dall’amore non ricambiato da Teresa e dalla possibilità di vedere la sua patria libera.
La scelta della struttura epistolare fu ispirata ai modelli in voga nell’Europa settentrionale – da Rousseau, Richardson – e in particolare quello di Goethe nell’opera I dolori del giovane Werther, di cui Foscolo era a conoscenza e sul quale impostò l’attenzione del lettore e il protagonista di Lorenzo, la cui unica funzione di amico-destinatario-confidente fu tratta proprio dal personaggio di Guglielmo, amico di Werther. Nella seconda parte del romanzo, Lorenzo sarà l'editore delle lettere e la voce narrante della storia, dando un ordine sulla pagina all’esistenza breve dell’amico, rendendogli gloria a cui Jacopo aveva tanto aspirato in vita.
Il romanzo epistolare racchiude un doppio modulo narrativo in realtà:
- Modulo autobiografico testimoniato dalle lettere scritte realmente da Foscolo e ora da Jacopo ad Antonietta Arese; ciò prelude alla composizione di una vita attraverso la scrittura in cui le identità di Ugo e di Lorenzo si fondono come in un gioco speculare;
- Modulo di invenzione, per il riuso delle stesse lettere nell’opera. Lorenzo è infatti una delle tante identità di Foscolo, un suo alter-ego, il quale fuggendo dall’Italia a causa degli eventi politici, si firmò con questo nome nelle lettere indirizzate agli amici e familiari.
Quindi l’opera risulta una confessione e un testamento intellettuale, in quanto Foscolo nel rapporto tra Jacopo e sé stesso ha voluto proiettare sul personaggio la sua stessa vita. La situazione narrativa risulta nella sua finzione essere il luogo in cui si concentrano gli elementi fondamentali della poetica foscoliana – ovvero il desiderio di immortalità attraverso l’arte che si scopre già dalle prime pagine dell’opera, nel momento in cui Lorenzo dichiara di voler erigere un monumento alla virtù sconosciuta, cioè vuole onorare la memoria del suo amico includendolo nel panorama letterario italiano.
Con queste parole, cita Alfieri che scrisse appunto Della virtù sconosciuta in memoria dell’amico Gandellini. Questa citazione vuole essere una pietra miliare del pensiero foscoliano – espressione di energia solitaria e sdegnosa contro la bassezza servile e i compromessi impliciti di una società da lui disdegnata.
Il tributo vuole configurarsi come un itinerario lungo il quale il lettore dovrà leggere l’opera ed esprime la finalità poetica foscoliana – ovvero l’immortalità attraverso le opere letterarie. Jacopo come Foscolo si erge come solitario titano che impone col suo ultimo atto coraggioso – il suicidio – la sua presenza tra i grandi eroi della letteratura. Il romanzo si pone come monumento destinato a ricordare e a riscattare il volere morale e intellettuale di quel gesto e il sostegno dell’amico Lorenzo delle sue avventure.
La frase Ultime lettere di Jacopo Ortis ha una duplice funzione:
- Rende esplicito lo strumento attraverso il quale colui che scrive si rivolge all’interlocutore-amico;
- Dà inizio all’argomentazione vera e propria.
La lettera con cui Jacopo manifesta il suo stato d’animo disperato e angosciato (derivato dalla concessione di Venezia da parte di Napoleone all’Austria) viene scritta sui Colli Euganei – rifugio per motivi di salute e per distrarre il governo veneziano dai suoi atteggiamenti giacobini.
Il suicidio si preannuncia già compiuto nelle lettere che scrive al suo amico: lo si può notare dalla brevità dei periodi, dalla concisione e incisività del pensiero che fotografano lo sconvolgimento sentimentale provocato dal tradimento di Napoleone. La storia di Jacopo è già presente in quelle frasi nelle quali si possono individuare i nodi salienti della poetica foscoliana: l’amore per la patria, il rifiuto della tirannide, indipendenza nazionale, l’amore per la madre. Quindi la sua storia è la storia di una morte e il romanzo è il monumento che la onora. Il lessico rinvia al tema centrale della tomba: l’uso di pronomi io e mio che esclude ogni altra interferenza con le persone e le cose e ci fa capire che lui è il solo autorizzato a prendere la parola; Jacopo dà di sé il diario delle proprie angosciose passioni, che poi sono quelle del Foscolo.
Il romanzo è un autoritratto di Foscolo – un’immagine morale e intellettuale per raffigurare sé stesso durante un particolare momento della propria vita e per fissare uno scopo al proprio destino.
Dei Sepolcri
- L’inizio ha una funzione determinante di modello in quanto esso non è solo la testimonianza dell’esistenza ma anche il sostituto della posteriore categoria di casualità. Se è consentito ricorrere subito al procedimento dell’analogia, pare inevitabile ammettere che esista un’opera letteraria che può costituire un punto di riferimento istruttivo – l’Orlando furioso di Ariosto, nel quale emerge la pressione degli antefatti e la diegesi dello sviluppo poetico. Nel caso dei Sepolcri, il dettato lirico riguarda la referenzialità del messaggio.
È necessario concentrare l’analisi sui primi 15 versi dell’epistola dedicati all’amico Pindemonte, cioè sulle lunghe interrogative retoriche che introducono il canto e vogliono evidenziare l’inutilità del sepolcro per il defunto. Foscolo pone in epigrafe una citazione di una legge delle 12 Tavole, la quale manifesta la sacralità del defunto. Questo testimonia l’importanza del culto dei Mani – delle anime dei defunti venerate come divinità inferiori – già agli albori della civiltà romana.
I primi 15 versi sono caratterizzati da 2 domande retoriche:
- Nei primi 3 versi: Sotto l'ombra dei cipressi e dentro le tombe, confortate dal pianto dei vivi, forse la morte è meno crudele? Ciò indirizza la poesia con negazione secondo una concezione materialistica e illuministica – ovvero sull’inutilità delle tombe; il poeta afferma che la tomba in sé non è importante in quanto con la morte dell'uomo non resta più niente di lui. Quando il sole non illuminerà più il mondo e quando non ci sarà più futuro per l’uomo, né Foscolo potrà ascoltare la poesia del suo amico Ippolito Pindemonte (al quale è dedicato il carme e che scrisse un poemetto sui cimiteri) né lo ispirerà la poesia pura libera dalle servitù dei potenti che è stata d’aiuto alla sua vita tormentata;
- Dal 14° verso: Per me, morto, che sollievo sarà una tomba, una lapide che distingua le mie ossa dalle tante sparse dovunque? Indirizza sempre la poesia con negazione secondo una concezione materialistica. Parla con Pindemonte affermando che anche la speranza che è l’ultima a morire sparisce e tutto muore. La dimenticanza trascina tutto nel suo buio e una forza continua tormenta tutto ed il tempo cambia l'uomo, i cadaveri e tutto ciò che rimane della terra e del cielo.
Giordani: "Panegirico ad Antonio Canova", "Biblioteca Italiana"
Il Panegirico ad Antonio Canova fu un’opera di vasto impegno elaborativo e documentario che, come la maggior parte delle opere di Giordani, non ha avuto la fortuna di giungere a compimento. Si tratta di un’opera di tutta una vita in quanto Giordani non smise mai di raccogliere materiali per la sua orazione, avvalendosi dell’amicizia instaurata con Canova e il suo fratellastro Sartori, interpellato nella stesura per l’elogio.
Privilegiando il modello biografico tacitiano, l’orazione avrebbe dovuto articolarsi nella duplice direzione dei meriti vantati e dei riconoscimenti ottenuti dall’artista, attraverso la distribuzione della materia in tre parti:
- Nella prima parte sarebbe stato affrontato il tema di Canova Operatore nell’arte, con la rassegna dei suoi capolavori nei due generi del "delicato e grazioso" e del "sublime e terribile", accompagnato da notazioni sulla filosofia dell’artista e nella logica delle composizioni;
- Nella seconda parte avrebbe dovuto illustrare Canova Rinnovatore magnifico dell'arte antica perduta;
- La terza parte sarebbe stata dedicata a quello che il mondo ha fatto per Canova, alla fortuna della sua opera.
L’opera viene definita un proemio inaugurale, nel sistema di un’orazione panegirico, e deve intanto avere come requisito primario la capacità di attrarre l’attenzione sull’oggetto di cui si va a trattare. Giordani introduce subito la circostanza celebrativa della dedica del monumento a Canova come evento degno di festeggiamenti all’uso antico. Si capisce però che a Giordani preme mettere in evidenza qualcos’altro, un aspetto della questione che collima con il tributo d’onore di cui si è reso degno l’artista.
Si osservi come l’ambiente semantico entro cui Giordani imbastisce la trama metaforica del suo proemio sia quello regale, assimilando l’Accademia a una reggia delle Arti e Canova al sovrano di esse. Le due domande retoriche poste nella parte centrale sono un invito a riflettere sulla differenza che esiste tra le lodi espresse dal popolo per sincera ammirazione del genio e quelle indirizzate ai regnanti per ingraziarsene la protezione. A tal proposito, nella seconda domanda retorica Giordani cita Machiavelli, il quale insegna che il potere di chi regna si misura sulla paura dei suoi sudditi. Giordani strumentalizza tale assunto per conferire maggiore evidenza al suo pensiero.
Il proemio canoviano rivela l’esistenza di precise influenze intertestuali responsabili dei tratti e delle argomentazioni su cui poggia l’opera. Ad esempio, l’orazione napoleonica era stata fatta oggetto di giudizi controversi sia per la formulazione retorica sia per l’effusione encomiastica di Giordani nei confronti di Napoleone, giusto nel momento in cui la politica iniziava a mostrare i risvolti deludenti per le speranze italiane. Tuttavia si può notare che alla genialità artistica di Canova presentata nel proemio corrisponde una speculare genialità militare di Napoleone, alla quale però Giordani sorvola in quanto intende fare argomento dell’encomio, mentre intende celebrare l’esemplarità del grande scultore. Ciò che cambia è la consapevolezza della durata nella storia dei due grandi uomini: l’uno diventato divinità auto-incoronatasi tale, l’altro dono immortale del cielo più del secolo che l’ha avuto in sorte.
Biblioteca Italiana: Proemio inaugurale
Acerbi, Monti, Giordani furono i prescelti per la stesura del Proemio inaugurale della Biblioteca Italiana, sorta per divenire all’inizio pacifico e ben accetto, per poi diventare propaganda culturale e civile presso la Milano degli intellettuali ancora inconsapevoli delle necessità di affermare un’identità nazionale comune a tutti i cittadini e individuale rispetto alla conquista di altre nazioni. La biblioteca italiana doveva presentarsi come un punto d’unione offerto dai letterati italiani al pubblico per comunicarsi le idee e scoperte e impedire che rimangano sconosciute negli Stati stranieri.
Il primo numero della biblioteca italiana uscì dopo un anno travagliato nel 1816 da Stella e le cui sezioni tematiche furono:
- Parte I: Letteratura ed arti liberali
- Parte II: Scienze ed arti meccaniche
- Appendice Parte I: Scienze, lettere ed arti straniere
- Appendice Parte II: Scienze, lettere ed arti italiane
Le quali rimasero inalterate e le cui uniche variazioni riguardarono la loro ampiezza. Negli anni della direzione di Acerbi, la trattazione è tendente verso argomenti di carattere scientifico rispetto a quelli di argomenti letterari. Il proemio inaugurale della rivista – quello in cui si poteva parlare di una collaborazione pacifica tra gli intellettuali di prima fondazione – non fa che confermare l’intento già palesato da Acerbi di coinvolgere il maggior numero possibile di scrittori, di professione e non. Significativo dell’atteggiamento poliedrico e aperto al confronto che la rivista intese assumere è un passo successivo del Proemio inaugurale, in cui i fondatori manifestano l’intenzione di fare della loro rivista un foglio di respiro europeo. Il loro intento era quello di conferire una prospettiva europea alla rivista e all’intero sistema di conoscenze e studi dell’Italia ancora disunita.
Berchet: "Lettera semiseria"
Nel 1816 il conte di Breme organizzò un pranzo con amici e letterari milanesi per festeggiare l’arrivo a Milano di Lord Byron. In una lettera sempre dello stesso anno, di Breme raccontava proprio di quel pranzo alla povera Madame de Staël – povera perché messa a dura prova dalle accuse – di coloro che avevano frainteso le intenzioni del pamphlet sull’utilità delle traduzioni di Berchet, di aver scritto parole ingiuste contro gli italiani. Nella lettera di Breme utilizza il termine convertito riferendosi al milanese Berchet di origine svizzera. La conversione di cui parlava aveva a che fare con l’interesse manifestato da Berchet per gli intenti di rinnovamento della cultura italiana perseguiti dagli intellettuali del Romanticismo lombardo-piemontese nel noto scritto Sul "Cacciatore feroce" e sulla "Eleonora" di Goffredo Augusto Bürger. Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo.
La Lettera semiseria di Berchet rivela una maggiore incisività polemica e un intento militante. In questa operetta in forma epistolare, l'autore, che si cela dietro lo pseudonimo di Giovanni Grisostomo, finge di scrivere al proprio figlio in collegio, fornendogli una serie di consigli letterari. Questa è per il padre una buona occasione per esaltare la nuova letteratura romantica, di cui Berchet riporta come esempio la traduzione di due ballate del poeta tedesco Bürger, "Il cacciatore feroce" ed "Eleonora", ispirate a leggende popolari germaniche.
La lettera viene detta “semiseria” perché verso la fine dell'opera Grisostomo finge di aver scherzato ed esorta il figlio a seguire fedelmente le regole della poesia classica, che egli espone in forma di parodia. Pertanto, secondo Berchet la "Lettera" ha come funzione principale quella di indicare come nuovo percorso compositivo la poesia popolare (e quindi romantica), abbandonando così quella d'ispirazione classica e mitologica. Viene posta la questione spinosa della traducibilità in lingua italiana di opere in versi. Berchet dichiarò che le ragioni che devono muovere il traduttore si trovano nel testo e variano a seconda della sua indole e provenienza; proprio sull’ultima va posta l’attenzione.
A questa proposito Grisostomo per convincere il figlio della fondatezza della sua teoria si rifà alla riflessione sulla peculiare individualità che ciascun popolo possiede. L’Accademia della Crusca non vide di buon occhio la traduzione e non accettava la prassi del piegare le forme della sua purissima lingua italiana alla traduzione di concetti tedeschi. Il sottoporre al lettore una traduzione in versi celerebbe un duplice rischio di lasciare largo spazio all’arte di soppesare vizi, virtù e pr...
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