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VERSO L’EMPIREO

Cap. I, Seminatori di scandalo e di scisma (Inferno XXVIII)

PAR. 1: FERITE, TATUAGGI

• in questo canto la violenza fisica si presenta in primo piano rispetto al tormento psicologico e ai sentimenti

dei dannati della IX bolgia

• quello di Dante è un esperimento stilistico sia a livello di forme che di contenuti

• all’orrido della vista corrisponde una certa violenza verbale (rime aspre, lessico basso-triviale)

• comunque è presente la dimensione psicologica, l’attenzione all’individuo

• Dante si fa coinvolgere: la sua disposizione d’animo non è intangibile roccaforte dove trova riparo la sua

nobiltà; egli è profondamente toccato da quanto lo circonda e, anzi, in lui è tutto amplificato

• Pena e colpa sono profondamente legate, inscindibili

• La violenza non vuole solo creare l’effetto shock →ELOQUENZA DELL’ORRIDO: la carneficina è specchio

della gravità della colpa

• La violenza della pena non è gratuita ma ha carattere di inappellabile giustizia divina

• L’esempio della guerra (similitudine in apertura di canto) è emblematico della crudeltà con cui quei corpi

sono straziati

PAR. 2: FIGURE DELL’IMPOSSIBILE

• In apertura di canto, Dante afferma che non c’è lingua mortale che possa esprimere quanto di orrido gli si è

presentato nella IX bolgia

• Inizia poi una carrellata-lampo di storia, prendendo sanguinose battaglie a esempio di efferatezza

• Dante però non svolge il tema come condanna degli orrori della guerra al fine di condannare poi la violenza

della pena dei seminatori di scandalo e di scisma

• MA quelle cantate son guerre che si son dovute combattere ai fini della strenua difesa della fede cristiana

• SEGUE: l’orrore della pena è giustificato dalla condanna delle colpe in quanto essa proviene direttamente

da Dio

• La violenza delle guerre è traslata all’escatologia del contesto: le vittime rispecchiano i dannati, le offese

son quelle inferte dalla giustizia divina

• Allo scopo di rendere l’idea (cosciente di non fare abbastanza) del macabro spettacolo della bolgia, Dante

nomina le battaglie non singolarmente ̶ in quanto non sarebbe sufficiente – ma nell’efferatezza del loro

insieme

• Ciononostante, non è sufficiente questo ensemble di orrore a figurare quanto di raccapricciante offre alla

vista la bolgia

• Dalle somiglianze si passa quindi alle differenze: quel pur efferato bagno di sangue è relativizzato in

confronto al «modo sozzo» della bolgia

• L’architettura dei versi danteschi in apertura di canto è un’inconsapevole (per il lettore) anticipazione della

chiusa del canto stesso

• L’ispirazione viene chiaramente dall’elogio al defunto Re Giovane Enrico d’Inghilterra composto da Bertran

de Born, che vedremo condannato in questa stessa bolgia, un centinaio di versi più tardi

• Il planh di Bertran raccoglie tutti i dolori della storia, includendo anche i tentativi di renderli letteratura, con

l’obiettivo di superarne il risultato, di ottenere un esito migliore

• Benché fondamentalmente e indiscutibilmente ispirato da Bertran, il “planh” (se così vogliamo chiamarlo)

di Dante vuole superare stavolta non i risultati dei generi letterari tipicamente deputati a questo tipo di

argomento, bensì i generi stessi

• Il motivo risiede nel fatto che la poesia cavalleresca e l’epica classica (i generi succitati) sono strettamente

vincolati a quanto di umano raccontano

• Il racconto della violenza che fa Dante, invece, trascende l’umano per narrare la giustizia divina.

PAR. 3: MAOMETTO NEL SEGNO DI DOLCINO

• L’individualità che Dante attribuisce alle anime che sfilano davanti a lui è finalizzata alla lezione morale

anche se sempre anticipata dalla loro condizione escatologica (in questo caso le raccapriccianti offese

fisiche)

• Si inizia questo procedimento narrativo con il capofila Maometto: le sue lesioni sono ostentate, il suo

squarcio – oscenamente dilatato ̶ espone ciò che di norma è occultato e il linguaggio triviale insaporisce

la macabra visione

• Questo linguaggio va ben oltre quello usato per descrivere gli orrori della guerra (usati a similitudine)

perché ben oltre va ciò che si mostra a Dante

• Il risultato, più della volgarità del linguaggio che dell’immagine, è la repulsione più totale che inibisce a sua

volta qualunque senso di pietà di fronte al dannato; il disgusto prende irrimediabilmente il posto di una

eventuale commozione

• L’interazione di Dante-pellegrino col dannato riprende dopo che Dante-autore ha tracciato i lineamenti

della turpe visione: non riuscendo a distogliere lo sguardo dalla vergognosa ferita e sentendosi Maometto

intensamente osservato, quest’ultimo, anziché nasconderla pudicamente, la ostenta e invita l’osservatore a

guardarla ancora e ancora

• Lo scopo non è certamente quello di suscitare pietà: è l’ossessione per le proprie piaghe che spinge

Maometto ad ostentarle istericamente

• A paragone di questo sconcertante spettacolo si può ricordare il canto III del Purgatorio, in cui Dante

racconta l’incontro con il principe Manfredi, a sua volta segnato da una ferita (di battaglia questa volta, e

quindi emblema di valore) che gli deturpa il volto

• Il principe, inoltre, rivela il suo nome oltre la terzina che ne descrive la piaga, a riprova del fatto che essa

non lo caratterizza escatologicamente parlando; cosa che nelle terzine su Maometto non si verifica e anzi il

dannato ci tiene a sottolineare come quelle piaghe siano parte integrante del suo essere, della sua identità

• Egli inoltre presenta sé stesso in terza persona, allo scopo di porsi come exemplum della pena che tormenta

quella determinata colpa

• Il momento in cui risuona il nome Maometto (in punta di verso e in dieresi) non evoca un passato intenso

che susciti malinconia per la condizione presente: il passato di Maometto non fa altro che rafforzare l’idea

che la sua condanna sia giusta e necessaria

• Agli occhi di un cristiano medievale tale condanna non può che essere crudele e spietata, in quanto lo

scismatico Maometto rappresenta il nemico della fede per eccellenza (si narrava, infatti, fosse un prete

cristiano, per questo è considerato uno scismatico) e la sua ferita è la concretizzazione della spaccatura che

in vita creò nella Chiesa

• È Maometto stesso a presentare il dannato che si trova di fianco a lui: si tratta di Alì, suo familiare e

successore nel processo scismatico e per questo ferito anche lui, dal mento alla fronte, quel tratto che in

Maometto non è squarciato, a segnalarne proprio la continuità

• Che Alì sia subalterno a Maometto si evince dalla minore estensione della piaga, dalla brevità del nome

(peraltro tronco) e dal fatto che egli non parla

• È a questo punto che il più disgustoso abitante della IX bolgia spiega a Dante il nesso tra il peccato e il

castigo divino: essi sono «seminator di scandalo e di scisma»: un sadico diavolo li squarcia nel fisico a ogni

giro della bolgia da lor compiuto, allo stesso modo in cui essi in squarciarono una realtà unitaria

• Degno di nota è il gioco di parole usato dal poeta in tale descrizione: «n’accisma» dice Maometto,

rievocando il verbo di lingua d’oïl “acesmer”, letteralmente “adornare”, a dire ironicamente che il taglio

inferto dal diavolo è ciò che adorna, acconcia questi dannati

• Non c’è per Maometto uno spazio dedicato alla sua biografia fra queste terzine: ma la sua ammissione di

colpa affiora dal messaggio che chiede a Dante di portare a fra’ Dolcino, anonimo predicatore ribelle del

tempo rifugiato e assediato sul monte Rubello, nel piemontese: il dannato lo invita a resistere e a portare

avanti il suo progetto di squassare dall’interno la Chiesa

• Si noti come il nome del frate è pronunciato unicamente da Maometto: i due si equivalgono e proprio dal

coevo eversore Dante parte per ritrarre lo storico scismatico

PAR. 4: PAROLA E DISCORDIA CIVILE

• Con Pier da Medicina avviene il trapasso dalla storia all’attualità (Maometto>Dolcino>Piero)

• Questo oscuro personaggio occupa 12 terzine, quasi quanto l’imponente Maometto → storico e

contemporaneo stanno sullo stesso piano

• Si passa ora dalla fenomenologia del forato a quella del mozzo; probabilmente gioca in Dante un qualche

ruolo la virgiliana descrizione della morte del principe troiano Deifobo, con la differenza di una forte

asimmetria in Piero: ai due sono state mozzate le stesse parti del corpo

• Dante va anche oltre Virgilio: il foro alla gola di Piero è un elemento originale, non casuale ma con un

significato ben definito: la giustizia divina lo ha offeso nell’organo della parola, della quale in vita si era

servito per seminare discordia

• Con lui inizia una serie di offese di questo genere ai dannati della IX bolgia

• Gran parte del suo discorso è dedicato a memorie e premonizioni, tutte geograficamente ben collocate in

un’area ben nota anche al pellegrino, creando un clima di condivisa familiarità che il dannato reputa

opportuno in quanto in vita i due si erano effettivamente conosciuti

• In questo quadro geografico si inserisce la premonizione sulle intenzioni criminose del signore di Rimini

Malatestino nei confronti dei due cittadini più eminenti della città di Fano, schierandosi Piero contro il

tiranno

• La dolce rievocazione della terra madre si unisce alla indignazione per il profetizzato tradimento a rendere

un’immagine positiva del dannato

• Poi però Piero conclude la sua apparizione con un brutale gesto: afferra con violenza la mascella del

compagno di pena e urla al suo posto: i due atteggiamenti sembrano non poter convivere nello stesso

animo

• Varie le ipotesi:

o L’indole servizievole di Piero lo porta a modi di fare rozzi ma col fine di accontentare ogni

richiesta di Dante, partendo comunque da una “bontà” di fondo

o Piero non è altro che un maligno tessitore di intrighi, incallito bugiardo, che recita la parte

dello sdegnato nei confronti di Malatestino per ingraziarsi Dante ma la cui vera natura

emerge nel brutale gesto contro Curione

• Entrambe le congetture intaccherebbero la veridicità del testo dantesco e, per evitare ciò, è sufficiente

accettare l’idea che Piero sia un abitante dell’inferno e, di conseguenza, che il suo animo sia stato plasmato

dalla sofferenza cui è sottoposto, senza però rigettare la possibilità di un nucleo intatto di purezza che

emerge al ricordo della terra natia

• La conflittualità del carattere di Piero si rispecchia, benché sommessamente, già in quel dolce paesaggio

che egli rievoca all’inizio del suo discorso: il territorio di cui parla si estende «da Vercelli a Marcabò»

• Marcabò era una roccaforte veneziana in territorio padano che permetteva il controllo di un tratto

importante del Po -> quel dolce paesaggio era terreno di conflitti politici

• Anche il contesto geografico della profezia su Malatestino – la costa romagnola ̶ è teatro di conflitto

politico: ne risulta un territorio tanto dolce al ricordo di un suo estinto abitante quanto aspro e segnato

dalla violenza umana

• C’è di più: nella terzina subito successiva viene chiamato in causa l’intero Mediterraneo, teatro di

sanguinosi conflitti, che però non regge minimamente il confronto con il vortice criminale che coinvolge

quel breve tratto dell’Adriatico

• Concluso il dialogo personale con Pier da Medicina, di nuovo Dante accoppia all’interlocutore principale un

personaggio muto: si tratta di Curione, tribuno della plebe la cui parola portò Cesare alla scelta di varcare il

Rubicone in armi

• È evidente l’«appiattimento storico», la distanza temporale con Piero che parla per lui, muto, offeso ancora

nell’organo della parola; allo stesso modo, nella prospettiva escatologica, si era annullata la distanza

temporale tra Maometto e Dolcino

• In entrambe le coppie è messa in risalto la fama del personaggio più antico in confronto all’anonimato di

quello contemporaneo, anche se i ruoli sono stavolta invertiti: prima era presentato il famoso Maometto,

poi il frate novarese; adesso l’oscuro Piero anticipa il tristemente noto Curione

• Non può passare inosservato il fatto che il luogo dell’eterna perdizione per Curione sia ancora una volta la

Romagna, e Rimini in particolare: ecco che da caro paesaggio di ricordi (Pier da Medicina) si arriva a un

triste ritratto che vede questa terra luogo di peccato e di discordie (Curione)

• L’ambientazione padana declina dolcemente verso sud, cedendo il passo alla Toscana, a Firenze stessa, con

l’apparizione sulla scena di Mo

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Heryka di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura Italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Catania o del prof Cristaldi Sergio.
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