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ritengono poco auspicabile la presenza di immigrati in determinate zone (porterebbero alla

svalutazione degli immobili della zona stessa), e, per questo, tendono ad osteggiarne l'insediamento.

Rustico, villetta, o condominio?

Nonostante la volontà di una permanenza limitata, molti immigrati ritengono, comunque,

auspicabile l' acquisto di una casa: è una forma di investimento e permette l'uscita dal mercato degli

affitti. Alcuni immigrati comprano case nei comuni di prima e di seconda cintura, per poi rivenderla

in seguito, comprandone una più centrale.

La convivenza nei condomini può portare a conflitti con i vicini, viste le diverse tradizioni, e, così,

si preferisce l'acquisto di villette indipendenti e rustici; diretto in tal senso è il recente fenomeno per

cui gli stessi immigrati aprono agenzie immobiliari, così da poter aiutare i proprio connazionali.

La provincia italiana più interessata alla presenza di immigrati è Prato, seguita da Roma, Torino,

Venezia, Milano.

Le agenzie immobiliari a gestione etnica

Queste agenzie, concentrate soprattutto nelle città e nei quartieri con molta popolazione immigrata,

vedono in primo piano persone dell'Est Europa e Cinesi, tanto che, difficilmente, tali comunità si

rivolgono ad aziende italiane. In particolar modo, per quanto concerne i Cinesi, si nota come gli

stessi siano in grado di permettersi abitazioni tramite i doni in denaro elargiti a seguito dei

matrimoni o di altri eventi importanti: da sfatare, quindi, il mito per cui questi riciclano denaro

sporco.

6-LA SEGREGAZIONE RESIDENZIALE

Discriminazione o scelta?

La distribuzione su territorio nazionale di comunità immigrate deve essere letta in relazione ai

sistemi di welfare adottate a livello nazionale, regionale, locale: una periferia, infatti, può essere un

luogo quantomai lussuoso e valorizzato, connessa al resto della città, oppure può sorgere isolata e

degradata, e, ancora, lo spazio urbano può essere polifunzionale o specializzato in una funzione (è

il caso dei quartieri-dormitorio, dove gli abitanti ritornano solo a seguito di lunghe giornate

lavorative). Ovvio il fatto che ad essere attirate in questi diversi quartieri siano tipologie diverse di

persone.

Tra città europee e d'oltre Oceano

Sussistono grandi differenze tra città europee e città statunitensi/canadesi. Queste ultime sono state

progettate e poi costruite: fino a poco tempo fa, le industrie occupavano una fascia vicina al centro,

e in tali città vivevano anche gli operai: si sono creati, così, spazi urbani nettamente divisi, in cui

certe zone sono abitate da cittadini a basso reddito, e certe altre dai ricchi. In Europa, invece, le

industrie occupano zone periferiche, poiché sorte dopo il resto della città (molto spesso di origine

medievale); si creano, quindi, quartieri distinguibili per la popolazione che vi risiede, ma, tuttavia,

tale realtà risulta ben più compatta.

Il fenomeno della segregazione viene inizialmente studiato negli USA: la scuola dell'ecologia

sociale analizzò la composizione sociale della città, mettendo in luce la presenza di una certa

competizione sociale per lo spazio; si notò anche come le città del Nord avessero acquisito una

popolazione migratoria bianca che aveva portato alla formazione di quartieri etnici (definiti nicchie

etniche), quali le Little Italy. Visti questi presupposti, gli studiosi ritennero che la segregazione

fosse un fenomeno temporaneo, provocato da una immigrazione molto recente e ancora in atto e

che, in un secondo momento, si sarebbe risolta con l'inserimento nel tessuto sociale degli stranieri, a

seguito della risoluzione delle problematiche linguistiche e dell'aumento del reddito. Evidente è il

rifarsi alla teoria dell'assimilazione, per cui gli immigrati, solo in una seconda fase, riescono a

spostarsi in fasce territoriali di livello medio.

Tali teorie sono poco applicabili alla realtà italiana e sono state mosse critiche sopratutto per il fatto

che non vengono prese in considerazione le forme di discriminazione a cui può essere soggetto

l'immigrato, generando la segregazione.

La misura della segregazione

Sono stati sviluppati indici che consentono di comprendere il grado di segregazione di un gruppo

sia su scala temporale, che su scala spaziale; il calcolo avviene tenendo conto della popolazione che

risiede in piccole porzioni di territorio. L'applicazione degli stessi è scarsa, in Italia.

Massey e Denton identificano cinque dimensioni della segregazione spaziale:

1) uniformità: i membri di una comunità possono essere più o meno omogenei, in un territorio;

2) esposizione: la minoranza può essere più o meno in contatto con la maggioranza;

3) concentrazione: ci si può concentrare in un settore specifico di una città;

4) centralità: si può occupare (come maggioranza) uno spazio centrale di una città

5) clustering: le aree abitate da minoranze etniche possono divenire delle vere e proprie

enclavi.

Gli stessi propongono un indice di segregazione, il cui valore può variare da 0 a 100 e che indica il

grado di possibilità che ha il membro di un gruppo di essere in contatto con gli altri membri dello

stesso gruppo. Ciò permette di comprendere la distribuzione di residenza degli immigrati, ma non in

quali quartieri le varie comunità risiedano.

Ancora, Peach ritiene che ci si debba concentrare su tre aspetti della segregazione residenziale degli

immigrati: 1) grado di concentrazione residenziale, 2) assimilazione (condivisione dello spazio

territoriale con la comunità ospitante), 3) grado di incapsulamento (livello di isolamento di un

gruppo rispetto alla società ospitante).

Il quoziente di localizzazione

Può avere valori maggiori (c'è un sovradimensionamento della comunità analizzata nella zone

urbanistica), minori (il gruppo analizzato è minore rispetto al resto della città) o uguali (la

distribuzione del gruppo che si analizza corrisponde con quella registrata nell'intera città) a 1.

Nel caso in cui si registri la forte presenza di un gruppo nazionale all'interno di una zona occupata

in minima parte da altre nazionalità, il QL sarebbe elevato, nel caso contrario, basso.

Anche il QL presenta inconvenienti: l' indice non rivela se le zone statistiche in cui viene ripartito il

territorio hanno dimensioni di diversa estensione; infatti si ritiene che maggiore sia la segregazione

quanto minore è l'estensione superficiale di un'area.

La comparazione internazionale

Se le logiche residenziali degli immigrati sono state ampiamente studiate per il Nord America, ciò

non è avvenuto per l'Europa; questo è avvenuto perché, in quest'ultimo Continente, i fenomeni

migratori sono apparsi solo di recente. Le ricerche americane hanno consentito, dunque, la nascita

di studi comparativi, basati su statistiche effettuate tramite i censimenti e tramite indici ed indicatori

specifici. Ciò, invece, non avviene in Europa dove, tra l'altro, i vari Paesi amministrano in maniere

diverse le proprie aree (gli USA presentano maggior coesione in tal senso, essendo stati federali) e

dove, quindi, le analisi non possono che essere più complesse. Ogni Paese europeo raccoglie propri

dati statistici sulla migrazione e, talvolta, è possibile elaborare indici statistici solo per alcuni Stati e

non per altri; ancora, si nota come ogni Paese effettui i censimenti in periodi e tempi diversi, e come

ognuno di loro dia una diversa definizione di “straniero” e dei suoi derivati.

La frammentazione europea

E' evidente come le logiche europee siano molto diverse da quelle americane: in Francia e in

Germania, Spagna e Italia, sono presenti quartieri MULTIETNICI, invece assenti negli USA, dove

forte è la distinzione tra quartieri bianchi e neri e dove si parla, quindi, di quartieri ETNICI, la cui

specificità può essere a volte positiva (possibilità d'uso della lingua materna, maggiori contatti

sociali, etc.). In Europa si nota poca differenziazione tra quartieri ricchi e poveri (ad esclusione di

Parigi): persistono molte aree miste.

A Madrid non si osservano forme di concentrazione spaziale da parte degli immigrati; negli

– ultimi anni, la città ha visto un aumento notevole degli immigrati, provenienti da

destinazioni diversificate, ma anche una diminuzione delle aree a forte concentrazione.

D'altra parte la città è divisa in aree dove risiedono comunità privilegiate (Nord-americani,

Cileni, Argentini, etc.), con basso livello di segregazione residenziale, e aree di basso livello,

abitate da africani, asiatici, est-europei. Nel tessuto di questa Capitale, gli immigrati a basso

reddito si inseriscono laddove ci sono spazi lasciati liberi: si parla di segregazione verticale,

nel senso che si vanno ad abitare seminterrati, oppure mansarde.

In Germania le forme di segregazione non risultano essere accentuate. A Berlino (come a

– Roma e Madrid) è più facile rintracciare segregazione a livello di singoli edifici, più che di

quartieri. Se prima della caduta del Muro i gruppi più segregati, almeno nella parte Est del

Paese, erano gli Occidentali, oggi risultano essere i Turchi.

7- I QUARTIERI ETNICI

In Nord-America

Negli Usa si sono formati quartieri etnici nei quali, spesso, la comunità prevalente legava la sua

presenza al toponimo della zona stessa: nascono così le varie Little Italy, Chinatown, etc. Allo

stesso modo, si nota come quanto maggiore era (ed è) la distanza etnica tra gruppi, tanto maggiore è

la distanza fisica rintracciata sul territorio. Negli ultimi anni, si è assistito ad una diversificazione

delle provenienze degli immigrati, che ha causato un maggior numero di casi di segregazione. I

quartieri etnici formatisi, vengono chiamati ethnoburbs (ethnic suburbs); in certi casi si può parlare

di ghetti (spazi determinati a causa di vincoli esterni).

Le rivolte di Londra e Parigi

Nel 2011 ci sono state rivolte a Londra e Birmingham, città interessata da fenomeni di segregazione

residenziale. Alcuni analisti hanno individuato in tali atti problemi generazionali e urbani, legati a

ulteriori problemi di povertà: le “bande giovanili”sono il prodotto di tutto ciò, e la loro esistenza

viene correlata al grado di integrazione e al tempo di permanenza nella società ospitante. Per

Touraine, invece, il tutto è legato all'accentuazione di problemi di xenofobia: il 2011 è stato un anno

colpito dalla crisi economica, tanto da dar vita a molta povertà e malessere. Quando un gruppo

sociale sta male, tende a trovare un capro espiatorio da accusare, ed è così che ci si rivolge ad atti

xenofobi. In questo senso, quindi, si nota da una parte l'accentuazione di caratteri xenofobi, e,

dall'altra, la nascita di movimenti che cercano di contrastarla. Per il sociologo, quindi, quanto

avvenuto a Londra è la semplice dimostrazione di quanto avverrà nel resto dell'Europa.

Precedentemente (2005) altre rivolte avevano interessato Parigi, a partire dai quartieri periferici

(banlieue), zone caratterizzate da grandi palazzi costruiti durante il boom economico, ed ora abitate

da popolazione a basso reddito, sino a diventare luoghi di disoccupazione e degrado.

I ghetti italiani

I primi ghetti nascono a Venezia nel XVI secolo. Erano inizialmente circondati da mura e

possedevano una solo parta di accesso/uscita. Nel 1555, con la bolla di Papa Paolo IV, nasce il

ghetto di Roma, destinato agli Ebrei; ne nascono, poi, altri in tutta la Penisola, per essere aboliti a

partire dal XIX secolo (per poi rinascere nel periodo fascista e nazista). Attualmente, tali spazi,

rappresentano una meta di turismo urbano.

Per quanto il termine “ghetto” sia ormai improprio, negli ultimi anni si è assistito alla nascita di vere

e proprie forme di segregazione residenziale, non solo da parte dei ceti meno abbienti, ma anche da

parte dei più ricchi: si parla di gated-communites, zone residenziali private, composte da

appartamenti e villette recintate, per motivi di sicurezza e privacy, tanto da diventare, in alcuni casi,

entità giuridiche in parte indipendenti.

Little Italy never die: le forme dell'immigrazione italiana all'estero

Le Little Italy sono presenti ancora in molte città, ed erano le zone in cui più alta era la

concentrazione di italiani immigrati, con una certa tendenza alla maggioranza maschile e alla

mancanza di donne che vivevano da sole. Evidenti, in tali zone, le forme di territorializzazione

tipicamente italiane. Negli ultimi tempi, tali spazi non presentano più una forte concentrazione

italiana, dal momento che i nostri emigrati hanno fatto nascere associazioni territoriali al fuori di

esse. D'altra parte, si nota pure come, un tempo, tali quartieri fossero ritenuti malfamati, cosa che

oggi non sussiste: le aree hanno assunto, infatti, una forte valenza turistica e folkloristica (sono

parchi di attrazione etnica, spazi che, per Krase, contengono i Musei dell'Assimilazione e i

Giardini Antropologici).

Nelle Little Italy, si nota come la concentrazione geografica fosse forte: molto spesso, a

raggrupparsi erano non solo gli Italiani, ma gli appartenenti alle stesse città, che abitavano stessi

palazzi e stesse vie. Negli anni, poi, gli emigrati si sono spostati verso zone residenziali migliori.

Ancora, si nota come fosse forte la necessità di costruire veri e proprio “monumenti italiani”,

distinguibili, per Baldassar, in due tipologie: quelli che raccontano la success story (la storia del

successo: l'ascesa sociale), e quelli della via crucis.

Diverso quanto avvenuto in Sud-America: qui, i nostri Connazionali hanno occupato quelle aree

lasciate vuote dagli Ospitanti, concentrandosi, dunque, molto meno.

Le Chinatown

Anche in tal caso, si nota come i Cinesi abbiano valicato i confini delle Chinatown per creare nuovi

quartieri etnici periferici, dove è possibile trovare anche i loro centri commerciali. Allo stesso

modo, comunque, si nota come le Chinatown stiano prendendo vita anche in Italia e, in particolar

modo, a Milano (Via Paolo Sarpi) e Roma (Esquilino), soprattutto per il fatto che, negli ultimi anni,

la comunità cinese è cresciuta esponenzialmente.

Nelle zone sopracitate, i negozi cinesi hanno soppiantato quelli italiani, e gli abitanti, in molti casi,

hanno saputo accettare le trasformazioni, ma in altri no, a causa soprattutto dei pregiudizi veicolati

dai mass media dalle agenzie immobiliari.

8-LE MIGRAZIONI AMBIENTALI

Sono, queste, migrazioni che originano un gran numero di spostamenti, le cui cause sono difficili da

analizzare: le catastrofi ambientali possono avere conseguenze dirette e indirette sulla vita di

ognuno di noi, e possono portare ad esodi immediati o a pianificazioni progettate nel tempo. Colui

che migra per questo tipo di motivi viene definito MIGRANTE AMBIENTALE, ECOMIGRANTE,

RIFUGIATO AMBIENTALE.

Alla ricerca di una definizione condivisa

Le definizioni sopra riportate vengono spesso usate in maniera confusa. La prima ad affermarsi su,

nel 1976, quella di “rifugiato ambientale”; si è, poi, assistito ad una proliferazione di termini.

E' necessario attuare una distinzione tra migrazione forzata e volontaria, per quanto tale

differenziazione, spesso, non risulta di facile applicazione. Le migrazioni forzate, tra l'altro, ancora

oggi non hanno ottenuto un adeguato riconoscimento giuridico.

I migranti ambientali definiti come “sfollati” sono persone costrette a spostarsi all'interno del loro

Pese a causa di conflitti o di disastri naturali (alle volte provocati dall'azione antropica). Il

riconoscimento degli stessi nelle politiche migratorie nazionali è avvenuto solo in Svezia e

Finlandia.

Ambiente, sviluppo e migrazioni

In genere, i tre fenomeni sono analizzati separatamente. E' evidente, invece, che vi siano

interrelazioni tra di essi, tanto da poter condizionare le realtà economiche e sociali.

Nella lettura dei rifugiati ambientali, Morrissey individua due diversi approcci:

1) approccio minimalista: il rapporto tra cambiamento ambientale migrazioni è lineare;

2) approccio massimalista: il rapporto è legato ad una moltitudine di fattori e, quindi, tutt'altro

che lineare.

Infine, per quanto riguarda lo sviluppo, evidente è il fatto che, in un Paese, questo è connesso anche

ai possibili interventi di tutela ambientale e prevenzione.

Un problema di tempi

Le catastrofi ambientali possono essere di carattere naturale o antropica. Molto spesso le due

variabili sono interconnesse.

Visti i presupposti, Pollice suggerisce di introdurre una distinzione tra cause migratorie antropiche:

cause accidentali(incidenti nucleari), progetti di sviluppo (la Diga delle Tre Gole in Cina) e strategie

di guerra (per cui l'ambiente viene usato come arma). In verità, è bene considerare anche incidenti

di carattere tecnologico, come quello avvenuto nella centrale nucleare di Chernobyl.

Gli effetti degli eventi catastrofici sulla popolazione possono essere diretti o indiretti; nel primo

caso provocano spostamenti istantanei ed improvvisi. Ancora, possono essere di breve o lungo

periodo (innalzamento del livello del mare, desertificazione).

L'Asia e l'area del Pacifico risultano essere le zone maggiormente interessate da disastri naturali.

9-LE POLITICHE MIGRATORIE

Le politiche migratorie possono essere suddivise in tre sottogruppi:

1) Politiche di immigrazione: stabiliscono le condizioni di ingresso e soggiorno in uno Stato;

2) Politiche per gli immigrati

3) Politiche per i migranti: riferite a immigrati il cui status giuridico è problematico perché

entrati nel Paese senza autorizzazione.

Esistono diversi indici d'integrazione che danno idea della realtà delle cose e che permettono una

analisi comparativa:

-Migrant Integration Policy Index (MIPEX): consta di 148 indicatori, viene usato in UE e mostra la

partecipazione alla vita sociale ed economica dei migranti in un Paese;

-Migrant's Integration Territorial Index (MITI).

L'immigrazione, infine, può essere temporanea (finito il periodo di lavoro nel paese ospitante, lo

straniero torna in Patria), assimilativa (i nuovi immigrati vengono omologati culturalmente e

politicamente, senza considerarne le radici culturali), pluralista (vengono tollerate e valorizzate le

differenze tra etnie). In Italia prende più spesso forma una migrazione di tipo temporaneo.

Il pacchetto “sicurezza”

Le politiche messe in atto dai vari Paesi, e in primo luogo dall'Italia, sono quantomai estemporanee

e poco adeguate alla realtà delle cose. Accanto a leggi sanitarie fallaci (in primis quella per cui, in

caso di cambio di residenza, è possibile verificare le condizioni igenico-sanitarie dell'immobile, a

discrezione del Comune: è evidente che i Comuni in cui c'è forte dissenso nei confronti degli

stranieri, faranno uso della norma), ce ne sono molte altre, come quella per cui le donne immigrate

senza permesso di soggiorno, non possono riconoscere i propri figli al momento della nascita.

L'housing sociale

Per housing sociale si intendono gli interventi che prevedono l'assegnazione di una abitazione e la

fornitura di servizi da parte di istituzioni pubbliche ed enti non-profit a coloro che non riescono a

soddisfarli, per ragioni economiche.

Si nota come ci sia una crescente tensione sul patrimonio delle abitazioni sociali, in Italia: tanto gli

immigrati, quanto gli italiani, ne fanno richiesta, ed è altrettanto vero che le politiche vigenti

frenano il fenomeno, a differenza di come dovrebbe essere: in altri Paesi europei, le politiche

incentivano notevolmente la costruzione di questo tipo di abitazioni, limitando, di fatto, la

segregazione.

“Non nel mio cortile”: la ribellione dei cittadini

E' questa una espressione inglese, riferibile, in questo caso, a tutti coloro che si dichiarano

favorevoli all'accoglienza e alla costruzione di opere per gli immigrati, a patto che queste siano

lontane dai loro “cortili”, e, quindi, dalle loro realtà.


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ElisaC90

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Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ElisaC90 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia umana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Cristaldi Flavia.

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