La dimensione teorica
Stranieri e immigrati: una mera questione linguistica?
Termini quali clandestino, migrante, extracomunitario, etc. vengono usati dai mass media, e non solo, in maniera ambigua e con sfumature spesso negative. È necessario, quindi, stabilizzare i termini sopra citati (per questo, nel 2008, è stata firmata, dai membri dell'Ordine dei Giornalisti, la Carta di Roma, protocollo deontologico).
L'espressione cittadini stranieri, per esempio, è riferita tanto alle persone che non hanno cittadinanza italiana, quanto agli apolidi (cittadini non considerati membri di alcuno Stato). Ancora, una persona nata all'estero, ma residente in Italia, viene ritenuta facente parte della popolazione immigrata, per quanto la sua cittadinanza possa essere cambiata; allo stesso tempo, il termine non include i figli di cittadini stranieri nati in Italia.
I termini “immigrato” e “straniero” sono ancora oggi sovrapponibili, ma andranno diversificandosi notevolmente col tempo, partendo dal presupposto che lo straniero è colui che, per quanto non appartenente ad una famiglia dell'Italia, è nato in quest'ultimo Paese.
Le teorie
Per lungo tempo si è ritenuto che il motore delle migrazioni fosse la spinta economica. Di conseguenza, il mondo veniva diviso in due: da una parte le aree di partenza (povere e con sistema economico inadeguato) e dall'altra le destinazioni (ricche, economicamente sviluppate). Tale visione si inserisce nella teoria push to pull, per cui a fattori di spinta (quali la povertà, i fattori climatici, etc.), corrispondono fattori di attrazione (quali la ricchezza dei Paesi sviluppati); questi ultimi hanno avuto un ruolo fondamentale con lo sviluppo industriale europeo (fine XIX, inizio XX), mentre i fattori di spinta influenzano le migrazioni soprattutto al giorno d'oggi. Detta teoria è, tuttavia, soggetta a critiche: perché le fasce sociali soggette a migrazione non sono le più svantaggiate e povere?
Teoria dualistica del mercato del lavoro: (1979) L'immigrazione viene sentita come la risposta ad una domanda di manodopera non qualificata da parte dei sistemi economici sviluppati. Il “dualismo” risiede nel fatto che si contrappongono attività lavorative qualificate e stabili, ad altre non qualificate e a bassa redditività (gli immigrati ricoprirebbero questo ultimo settore).
Entrambe le teorie, quindi, mettono in primo piano i fattori economici, non considerando quelli individuali e personali, rivalutati di recente: l'individuo, infatti, decide di partire, tenendo conto di reti di legami sociali (famigliari, di gruppo etnico, etc.). Sono proprio queste reti migratorie che collegano i migranti e che li portano in determinate aree. Basti pensare a luoghi come Chinatown, dove un cinese migrante può decidere di risiedere, visto l'alto numero di “simili”.
La convivenza etnica
L'appartenenza ad uno stesso gruppo nazionale può rendere più facile una convivenza: gli individui fanno uso di una stessa lingua, di stesse tradizioni, etc. Nel momento in cui, invece, a convivere sono due differenti gruppi etnici, viste le diversità, è più facile che si creino conflitti; ciò non avverrebbe solo nel caso in cui, tra i due gruppi, vi fosse una scarsa distanza sociale. Quindi, maggiori sono le differenze percepite da due gruppi, maggiore è la distanza sociale, minori le possibilità che un gruppo autoctono ne accetti uno minore.
Teoria del gruppo fondatore: i problemi di distanza sociale sono maggiori nelle città rispetto che nelle campagne, vista l'alta concentrazione demografica.
I gruppi minoritari mettono in atto forme di concentrazione spontanee: si concentrano in quartieri separati e omogenei. Ciò viene fatto per motivi:
- Di difesa: l'individuo si sente protetto grazie alla vicinanza dei simili.
- Di supporto: appena arrivato, un individuo può far riferimento sui suoi “simili”.
- Di conservazione: il gruppo conserva le tradizioni tipiche, la lingua, la religione, etc.
- Di attacco: una collettività meglio si difende da attacchi esterni, rispetto al singolo.
Verso una tipologia dei movimenti migratori
Gli spostamenti possono essere classificati per:
- Motivazione: ci si sposta per problematiche altrimenti non risolvibili (motivi economici, geopolitici, etc.). Se le motivazioni sono politiche, il migrante assume lo statuto di rifugiato o di richiedente asilo. Ancora, i motivi possono essere legati all'ambiente, in riferimento a coloro che si spostano per trovare condizioni climatiche migliori (i pensionati negli USA, che si trasferiscono in Florida); affettivi (i ricongiungimenti familiari sono un fenomeno diffuso).
- Durata: le migrazioni possono essere temporanee (da 1 a 15 anni, sono le più diffuse), permanenti (ci si stabilisce definitivamente in un nuovo Paese).
- Tipologia amministrativa: gli spostamenti possono essere spontanei (il singolo sceglie spontaneamente di intraprendere un viaggio), forzati (subentrano fattori esterni determinanti, a volte non condivisi dal singolo: si pensi agli Ebrei, agli Armeni o agli schiavi deportati verso l'America del Sud), e organizzate (è quanto avvenuto, per esempio, in Italia, a seguito della bonifica della Pianura Pontina).
- Numero di migranti: la migrazione può riguardare il singolo, o essere di massa.
- Destinazione dei migranti: esistono emigrazioni a corto/lungo raggio (si è osservato che più ci si allontana dalla sorgente, minore è il numero di migranti. Tale teoria della distanza ha perso di senso negli ultimi tempi: i sistemi di trasporto hanno, infatti, migliorato l'accessibilità ai luoghi. Anche il clima può far scegliere luoghi più distanti rispetto ad altri); orizzontali/verticali (tra le migrazioni interne, verticali sono quelle che portano dalle montagne alla pianura), interne/esterne (coinvolgono individui che si spostano tra Stati dello stesso continente o di diversi continenti).
Importante per la scelta della destinazione sono il milieu, l'insieme delle condizioni socio-culturali che si sono stratificate in un luogo nel corso del tempo, i differenziali migratori personali: fattori individuali quali età, sesso, etc: evidente è il fatto che emigri soprattutto chi ha tra i 20 e i 30 anni, vista l'assenza di una famiglia e di altri legami forti.
Da angeli del focolare a breadwinner: l'emigrazione femminile
La nuova era delle migrazioni è caratterizzata da quattro tendenze; le prime tre sono globalizzazione, accelerazione e differenziazione dei flussi migratori, la quarta è la femminilizzazione degli stessi (è aumentato il numero di donne migranti e anche il tipo: se prima a migrare erano soprattutto le donne che si ricongiungevano alla famiglia, ora a farlo sono anche quelle “sole”: l'emigrazione può essere anche sentita come via di superamento degli ostacoli sociali che caratterizzano, in certi Paesi, le vedove e le separate).
Femmine, donne, madri
Oggi, a livello mondiale, le femmine costituiscono il 50% dei migranti. Tuttavia, l'area di provenienza influenza notevolmente la distribuzione per sesso delle migrazioni: evidente il fatto che dal Sud Africa a muoversi siano soprattutto gli uomini, dalle Filippine, invece, le donne.
In Italia, il tasso di mascolinità presenta discrepanze: da una parte comunità straniere a forte componente maschile (Egiziani in primis), dall'altra a componente femminile (Ucraina: 25 maschi/100 donne). Le donne iniziarono a migrare nel nostro Paese a partire dagli anni '70, viste le conseguenze famigliari dell'entrata delle italiane nel mondo del lavoro; andando ad abitare nelle case dei datori di lavoro, difficilmente le migranti potevano farsi raggiungere dalle proprie famiglie; il fenomeno fa parlare di madri transnazionali, che tendono ad inviare i propri risparmi alle famiglie, consentendo loro di sostentarsi (la donna assume, così, il ruolo di breadwinner).
La costruzione della rete al femminile
Le prime emigrate, col tempo, hanno creato relazione reticolari fitte per cui, tramite il passaparola, altre donne sono giunte in Italia, trovando un'abitazione ed un lavoro: le emigrate potevano facilmente venire a conoscenza di richieste di lavoro, richiamando, quindi, anche amiche e parenti. Si nota come, in un primo momento, fossero esclusi da tale processo gli uomini (tanto che, tale “rete femminile” poteva essere considerata gender oriented), inglobati in un secondo momento. Alcune donne sono tuttora imprigionate nel fenomeno della tratta e del commercio sessuale, da cui è difficile uscire.
La provenienza
Sul totale degli stranieri presenti in Italia, al sud si registra la maggiore incidenza di donne. Le differenze sono evidenti tra i vari gruppi nazionali; tra quelli che presentano un maggior numero di femmine, Thailandia, Lettonia, Rep. Ceca, Ucraina (di contro a gruppi a forte incidenza maschile come Afghanistan, Liberia, Sudan). A livello provinciale si nota come nel Meridione ci siano zone sbilanciate verso il sesso femminile (a Taranto, il 95% degli Ucraini sono donne).
La stabilizzazione e la sostituzione dei gruppi
Le comunità di migranti vengono sostituite, nel tempo, da altre, tanto nei luoghi di abitazione che nei lavori. In genere, chi è di più vecchio insediamento raggiunge una buona stabilizzazione, fino a presentare casi di mobilità sociale.
Le Filippine, in Canada, dopo alcuni anni di lavoro come collaboratrici domestiche, riescono ad uscire dal settore e a trovare nuovi lavori, spesso in linea con le loro conoscenze scolastiche. Così facendo, i vecchi lavori delle stesse vengono presi da nuovi immigrati. In Italia, ciò avviene minormente: queste, infatti, permangono nel campo domestico, e, piuttosto, i loro posti si liberano quando ritornano in patria. La maggior parte delle donne emigrate dal Corno d'Africa (anni '70-'80) sono rientrate nei loro Paesi, sostituite prima dalle Filippine, e, oggi, da donne dell'Est Europeo.
Per comprendere la stabilizzazione degli immigrati nel Paese Ospite è necessario l'indice di stabilizzazione: si tiene conto degli immigrati la cui età supera i 60 anni (età di fine attività lavorativa); ne emerge che, tra le donne, a stabilizzarsi nel nostro Paese sono svizzere, canadesi, eritree, tedesche. Donne, quindi, provenienti da Paesi economicamente sviluppati (ad eccezione dell'Eritrea); la concentrazione delle Filippine è, invece, molto bassa.
Anche le donne sposate partono
Tra le immigrate, si osserva una preponderanza di coniugate, per quanto le separate e le nubili siano fortemente presenti: è più facile, per queste ultime, lasciare la patria, e, alle volte, proprio ciò consente loro di riscattarsi socialmente, inviando denaro alle proprie famiglie.
È comunque evidente che il processo migratorio risenta del sistema di norme e di vincoli (sociali, religiosi, economici) dei singoli Paesi: possono essere proprio questi a bloccare o a promuovere le emigrazioni.
In Italia, tra i gruppi con più del 50% di nubili vi sono la Lettonia e la Lituania. I gruppi con il maggior numero di coniugate sono, invece, dell'Africa Settentrionale, accolte per lo più a Milano e a Roma.
Perché in Italia?
Tra le motivazioni vi sono, ai vertici ed allo stesso livello (tranne che a Roma a Milano, con alto numero di lavoratrici), quelle lavorative, che vedono un gran numero di straniere nel Nord-Ovest del Paese, e quelle famigliari; una piccola percentuale, invece, adduce motivi religiosi (interessante il caso di internazionalizzazione).
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