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Vita, Alfieri

Introduzione

Alfieri spiega le ragioni per la scrittura dell’opera. Dichiara di volerla scrivere per tre ragioni.

  • Per amore di se stesso (proprio tutti gli uomini e in particolare dei poeti ed artisti in generale)
  • Alfieri sa che le sue opere prima o poi verranno lette ed il suo pubblico vorrà conoscere la biografia di quest’uomo, di cui preferisce essere direttamente l’autore (vuole quindi evitare che sia un terzo soggetto a scrivere della sua vita). Inoltre ammette che potrebbe omettere degli eventi (ma che parlerà di quelli più significativi che hanno avuto una certa importanza e rilevanza nella sua vita), ma assicura che non scriverà falsità, cosa che invece potrebbe accadere se l’autore della sua biografia fosse uno scrittore al soldo degli editori.
  • Vuole contribuire allo studio dell’uomo partendo dallo studio della sua esistenza che avendola vissuta in prima persona riesce a giudicare meglio (quindi parlerà di sé e non di altri che non potrà, secondo la precedente visione alfieriana, riuscire a giudicare/studiare/comprendere).

La biografia sarà organizzata in cinque parti, corrispondenti alle cinque epoche/fasi della vita:

  • Puerizia
  • Adolescenza
  • Giovinezza
  • Virilità (divisa in due parti. La seconda scritta dopo 13 anni dalla prima parte del libro)
  • Vecchiaia (Alfieri l’avrebbe voluta redigere dopo il sessantesimo anno ma non verrà mai scritta perché Alfieri morirà all’età di 56 anni. L’autore però anticipa qui il lettore dicendo che l’ultima parte (che poi non ha scritto) sarebbe stata probabilmente noiosa a causa dei discorsi tipici degli anziani).

Al momento della stesura dell’introduzione, Alfieri dichiara di essere occupato nella scrittura della quarta sezione, e di aver notato di starsi dilungando. Si scusa quindi con i lettori e chiede loro di punire questo suo errore non leggendo, eventualmente, le parti che non gli interessano. Altra particolarità della biografia è che parlerà esclusivamente del suo protagonista, l’autore non può conoscere nessuno meglio di se stesso quindi non parlerà di altri, nominando le persone intorno a lui solo se avranno una particolare rilevanza nella sua esistenza: scopo della biografia è lo studio di un uomo. L’introduzione è chiusa da una dichiarazione stilistica: la scrittura sarà semplice in quanto l’argomento è personale e istintivo, al contrario di altre opere. Alfieri scrive l’autobiografia a 41 anni (poi la riprende 13 anni dopo per scrivere la seconda parte della Virilità).

Epoca prima (9 anni di vegetazione)

Alfieri nasce il 17 gennaio del 1749 ad Asti. Sua madre era al secondo matrimonio (aveva già avuto figli dal primo matrimonio). Alfieri ha una sorella di sangue (Giulia). Il padre muore poco dopo la nascita di Alfieri, quindi lo scrittore conoscerà suo padre solo grazie ai racconti di altri. La madre si risposa per la terza volta con un uomo e hanno altri figli. Alfieri ringrazia di essere nato nobile (così può conoscere quella classe sociale ed eventualmente criticarla), agiati (non avrà padroni, servirà solo la verità) e onesto (non deve vergognarsi di essere nobile).

Alfieri dice di ricordarsi molto poco dei primi anni della sua vita, inizia con un ricordo dello zio che gli dà dei confetti e di cui lui si ricorda solo le scarpe squadrate. Un giorno Alfieri vide un uomo con degli scarponi, quei particolari scarponi da lui indossati gli fecero ricordare della situazione passata (le libere associazioni freudiane): il sapore dei confetti, le carezze dello zio.

Alfieri riflette poi sulla sorella Giulia, la sorella prediletta, con la quale Alfieri vive. Uno dei ricordi più brutti dell’infanzia è quindi la separazione da Giulia (quando ha 7 anni), che viene mandata a studiare in un convento di Asti. Qui con una digressione Alfieri sostiene che ogni separazione dalle persone amate (che siano amici, parenti o amanti) dà sempre lo stesso tipo di sofferenza in quanto l’amore parte sempre alla stessa maniera.

L’autore inoltre giudica la sua istruzione di casa dal sacerdote Don Vivaldi piuttosto ignorante, l’autore riconosce anche che i suoi genitori non erano persone colte in quanto secondo loro ‘un nobile non deve diventare dottore’ mentre Alfieri ha sempre avuto una propensione verso lo studio e l’introspezione.

Alfieri descrive poi alcuni aspetti che furono decisivi per la formazione del suo carattere. Alfieri vede la sorella sempre meno spesso e il suo dolore diminuisce. Contemporaneamente si affeziona ai novizi (suoi coetanei) della chiesa del Carmine vicino a casa sua e dove lui si reca spesso (Alfieri riflette su questo ultimo fatto e sostiene come i novizi avessero volti e voci vicini a quelli femminili quindi molto probabilmente legava quei giovani alla sorella).

Un altro avvenimento importante di cui si ricorda è il tentato omicidio: Alfieri in giardino mangia dell’erba sperando di trovarci della cicuta (velenosa e quindi nociva) ma ammette di non sapere minimamente cosa volesse dire la morte. Dopo aver rigettato l’erba mangiata corre in camera sua non pulendosi il viso ancora macchiato di verde. La madre a pranzo vede il figlio che non mangia e lo interroga più volte su cosa gli fosse successo, alla fine si accorge delle labbra verdi del figlio che è costretto a confessare. La madre lo mette in punizione e secondo Alfieri questo stare in castigo da solo ha favorito lo svilupparsi del suo carattere malinconico.

Alfieri racconta anche un altro episodio che ha influito sul suo carattere. Lo scrittore ha iniziato ad aver paura delle punizioni in particolare per una (a cui fu sottoposto due volte) che ricorda con terrore. La prima volta che fu condannato a tale castigo fu accompagnato dal maestro in una chiesa vicina alla sua casa con una reticella da notte in testa, Alfieri provò molta vergogna nel farsi vedere così (si vergognava perché quella reticella lo rendeva particolarmente brutto e perché si vergognava di essere visto dai novizi in quello stato) e per quasi tre mesi non commise più nessun guaio.

Dopo aver detto una bugia però fu condannato alla stessa punizione e questa volta fu trascinato in una chiesa molto più grande e affollata. Queste punizioni gli hanno causato una sofferenza veramente grande tanto che non fu più condannato a tale castigo perché la madre aveva paura per la sua salute (ed è anche da questo episodio che secondo Alfieri nasce la sua sincerità, il suo non mentire mai. Deve proprio a quella reticella il suo essere uno degli uomini meno bugiardi che lui conosca).

Un altro episodio significativo fu l’incontro con la nonna materna venuta da Torino che insiste a farsi dire quale regalo egli desideri ma Alfieri risponde più volte di non volere niente. Dopo si scopre che il ragazzo rubò un ventaglio alla nonna ma non viene punito (la madre sostiene che un nobile che ha molte proprietà come lui si corregge automaticamente da questo peccato e non ruberà più rispettando la proprietà altrui).

C’è poi il ricordo della prima confessione con il confessore della madre ma Alfieri nota come sia l’uomo a guidare la sua confessione. L’uomo come penitenza dice ad Alfieri di scusarsi e pentirsi con la madre cosa che lui a pranzo non riesce a fare. Alfieri capisce poi negli anni che il prete aveva concordato con la madre la penitenza per questo più volte la donna a quel pranzo insisté con il figlio chiedendogli se avesse qualcosa da dire. Da secondo lui nacque il suo disprezzo del sacramento della confessione (perché il prete aveva tradito il segreto confessionale parlando con la madre e informandola di tutto).

L’ultimo episodio dell’infanzia che Alfieri racconta è legato al fratellastro. Alfieri provava sentimenti discordanti verso il fratellastro: da una parte cercava di emularlo e cresceva un sentimento di sfida e di competizione che lo portava a migliorare; dall’altra provava invece invidia verso le capacità del fratello, il desiderio di togliere quell’oggetto di desiderio al fratello (anche se questo non significa acquistarlo per sé).

Qui Alfieri riflette infatti su come due sentimenti, uno positivo e l’altro negativo, possano partire dalla stessa situazione iniziale. Un pomeriggio i due fratelli stavano giocando a fare i soldati, Alfieri però marciando cade e si procura una ferita molto vicino all’occhio battendo contro un ferro del caminetto. La ferita gli fu medicata e fasciata e Alfieri ricorda che qualunque persona lo incontrasse e gli chiedesse cosa avesse fatto la sua risposta era che si era fatto del male facendo esercizio militare. Alfieri nota come questo fu il primo episodio in vita sua in cui manifestò la sua vanità.

L’anno dopo il fratellastro morì e nello stesso periodo Alfieri viene mandato all’Accademia a Torino (su invito dello zio paterno, suo tutore economico). Egli ricorda di essere in parte entusiasta di questa partenza (lo entusiasmava l’idea di fare un viaggio, di vedere luoghi mai visti), ma di aver molto sofferto quando è stato il momento di doversi veramente separare dalla madre. La sezione del libro dedicata all'infanzia si chiude con una riflessione sul fatto che chi la trovasse inutile si dovrebbe ricordare che ogni adulto è la continuazione di un bambino e che il carattere che da grandi ci ritroviamo è frutto di molti avvenimenti, eventi che hanno caratterizzato la nostra infanzia (qui Alfieri studia se stesso anche a partire da questi ultimi eventi, anticipando gli studi della psicologia moderna).

Partenza dalla casa materna e ingresso nell’Accademia di Torino dove Alfieri descrive l’arrivo a casa dello zio. Racconta poi di essere stato chiuso fin da agosto, e quindi in anticipo, presso l'Accademia (perché era molto vivace) di cui segue la descrizione. L'Accademia è posta in un grande palazzo con quattro ali, al centro delle quali vi è un cortile. Tre ali sono dedicate agli studenti e agli ospiti dell'Accademia, mentre l'altra ospita il teatro reale.

Alfieri spiega che non a tutti gli ospiti dell'Accademia è riservato lo stesso trattamento: vi sono infatti quelli come lui che devono seguire un rigido codice, ma anche ospiti più grandi che per esempio studiano all'università (forestieri e paggi) o fanno già parte dell'esercito e hanno quindi maggiori libertà. Alfieri riflette sul fatto che per coloro che, come lui, devono imparare una rigida disciplina non è certo d'aiuto vedere al loro fianco dei ragazzi che al contrario possono uscire andare a teatro tutte le volte che vogliono. Inoltre in questa scuola non veniva data nessuna massima morale e si era ritrovato spaesato tra conosciuti.

Primi studi

Alfieri racconta dei suoi primi due anni all'Accademia. L'anno di scuola fatto in terza è per Alfieri un anno sprecato, in quanto si rende conto che sia lui, sia i compagni, sia l'insegnante (che ancora una volta è un sacerdote) sono ignoranti e quindi lui non trae nessun giovamento da quest'anno di studi. Per lui tutte le idee erano circoscritte, false e confuse e erano dei "perdigiorni che tradivano la gioventù". L'anno successivo viene promosso alla cosiddetta Umanità, ovvero l'anno dedicato agli studi umanistici. Alfieri racconta di aver passato lunghe ore nella traduzione di Virgilio e di altre opere latine. Quello che lo sprona negli studi è, ancora una volta, la competitività con gli altri studenti. In particolare c'è uno studente bravo come o forse più di lui, con il quale si sente fortemente in gara. Tuttavia, questo ragazzo è bello e intelligente, e Alfieri in quanto amante del bello non può odiarlo veramente. Il ragazzo diventa anzi suo complice in alcune avventure giovanili. Per esempio, Alfieri racconta di essersi procurato un'opera di Ariosto divisa in tre volumi. È certo di non averla né comprata, né rubata, bensì di aver barattato i libri con le sue porzioni di pollo della domenica. Il pollo è infatti la moneta con cui nel collegio i ragazzi si scambiano la merce per così dire scottante: l'opera stessa dell'Ariosto è per i due giovinetti un libro pieno di frasi oscure, quasi proibito, e una volta ritrovato dagli inservienti viene sequestrato e consegnato al rettore della scuola.

Epoca seconda (8 anni di ineducazione)

Alfieri raggiunge prima di tutto la casa dello zio poi da agosto va in Accademia (quindi in anticipo, perché era molto vivace) di cui segue la descrizione. L'Accademia è posta in un grande palazzo con quattro ali, al centro delle quali vi è un cortile. Tre ali sono dedicate agli studenti e agli ospiti dell'Accademia, mentre l'altra ospita il teatro reale. Alfieri spiega che non a tutti gli ospiti dell'Accademia è riservato lo stesso trattamento: vi sono infatti quelli come lui che devono seguire un rigido codice, ma anche ospiti più grandi che per esempio studiano all'università (forestieri e paggi) o fanno già parte dell'esercito e hanno quindi maggiori libertà. Alfieri riflette sul fatto che per coloro che, come lui, devono imparare una rigida disciplina non è certo d'aiuto vedere al loro fianco dei ragazzi che al contrario possono uscire e andare a teatro tutte le volte che vogliono. Alfieri racconta dei suoi primi due anni all'Accademia. Appena entrato viene esaminato e assegnato alla classe quarta, poi passerà in terza (l’ordine al contrario di oggi è numericamente decrescente). La Quarta Alfieri la definisce ‘una pessima Quarta’ e anche l'anno di scuola fatto in terza è per Alfieri un anno sprecato, in quanto si rende conto che sia lui, sia i compagni, sia l'insegnante (che ancora una volta è un sacerdote) sono ignoranti e quindi lui non trae nessun giovamento da quest'anno di studi. Per lui tutte le idee erano circoscritte, false e confuse. L'anno successivo viene promosso alla cosiddetta Umanità, ovvero l'anno dedicato agli studi umanistici. Alfieri racconta di aver passato lunghe ore nella traduzione di Virgilio e di altre opere latine. Quello che lo sprona negli studi è, ancora una volta, la competitività con gli altri studenti. In particolare c'è uno studente bravo come o forse più di lui, con il quale si sente fortemente in gara. C’era un ambito in cui Alfieri era sempre secondo a ragazzo ed era la memoria: il ragazzo riusciva a recitare più di 600 versi delle ‘Georgiche’ di Virgilio mentre Alfieri non riusciva nemmeno ad arrivare senza errori a 400. Di questo Alfieri si disperava e si arrabbiava molto, tuttavia, questo ragazzo è bello e intelligente, e Alfieri in quanto amante del bello non può odiarlo veramente. Il ragazzo diventa anzi suo complice in alcune avventure giovanili. Per esempio, Alfieri racconta di essersi procurato un'opera di Ariosto divisa in tre volumi. È certo di non averla né comprata, né rubata, bensì di aver barattato i libri con le sue porzioni di pollo della domenica. Il pollo è infatti la moneta con cui nel collegio i ragazzi si scambiano la merce (e Alfieri preferiva non mangiare ma comprare quel libro): l'opera stessa dell'Ariosto è per i due giovinetti un libro pieno di frasi oscure, quasi proibito, e una volta ritrovato dagli inservienti viene sequestrato e consegnato al rettore della scuola.

Prosegue il racconto degli studi in Accademia, il terzo anno è dedicato alla retorica ma tanto gli insegnanti quanto il programma sono insufficienti e l'autore ribadisce ancora una volta che gli anni in Accademia sono stati quasi inutili per la sua formazione infatti racconta che era riuscito a riottenere i tre tomi dell'opera di Ariosto, ma che non avendo ricevuto un’istruzione sufficiente non lo lesse più. Vi è poi una critica alla tecnica narrativa dell'Ariosto, che lascia spesso storie in sospeso per riprendere con i capitoli più avanti. Secondo Alfieri, questa tecnica non accende l'interesse del lettore ma spezza la sua suspense impedendogli poi di ritrovarla. Vi è poi la descrizione degli altri libri letti nella gioventù ma, data l’ignoranza che lo circondava, non poteva continuare a leggerli né tantomeno comprenderli e interpretarli. Alfieri descrive poi il suo fisico durante gli anni della scuola: era un ragazzino molto debole e magro che i compagni lo chiamano ‘carogna fradicia’. Ad un certo punto un compagno prepotente si fa fare i compiti da lui (mentre Alfieri era costretto a letto a causa di una delle sue tante ricadute che ebbe durante la vita) ripagandolo con dei giocattoli, ma minacciando di picchiarlo se si fosse rifiutato. Alfieri inizialmente accetta e svolge correttamente i compiti (il compagno viene spesso elogiato durante le lezioni infatti), poi si stufa e esegue il componimento, ma lo scrive male. Alfieri è molto divertito nel vedere molti ragazzi dell’Accademia ridere per questo avvenimento (nonostante nessuno sapesse che ci fosse sotto lo zampino dell’Alfieri e lui mai confesserà la cosa rabbrividendo sempre al pensiero di poter essere picchiato dal compagno). Da questo Alfieri ricava un insegnamento importante, cioè che molte volte i rapporti umani sono governati dalla paura. Poi Alfieri passa a studiare fuori dall’Accademia: all’Università. Qui studierà geometria e filosofia ma anche in questo caso tutte le lezioni sono inutili. Prosegue raccontando tanti piccoli avvenimenti della sua giovinezza. A questo punto ha 13 anni, e racconta che la sorella Giulia viene finalmente portata via dal convento di Asti e trasferita in un convento di Torino perché si era invaghita di un coetaneo e i parenti sperano...

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