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Riassunto esame letteratura italiana, libro consigliato Una problematica modernità. Verità pubblica e scrittura a nascondere in Leonardo Sciascia, Traina

Riassunto per l'esame di letteratura italiana moderna e contemporanea
e della prof Carotenuto, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente Una problematica modernità. Verità pubblica e scrittura a nascondere in Leonardo Sciascia, Traina. Scarica il file in PDF!

Esame di Letteratura italiana moderna e contemporanea docente Prof. C. Carotenuto

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II Fase Intermedia (costituita dai “piccoli libri” di ricostruzione storica esemplati sulla manzoniana Storia

della colonna infame, su tutti, I Pugnalatori del 1976)

Saggi su avvenimenti otto-novecenteschi, nei quali giornali, documenti d’archivio e testi letterari coevi

assolvono la funzione di fonti storiche, espedienti di legittimazione della scrittura.

III Fase (testi polemici, narrativi e saggistici successivi al 1977)

A dir poco rilevante è, nell’ultimo Sciascia, il tema dell’ignobiltà della stampa italiana/dell’uniformità

conformistica del coro giornalistico predominante, che riflette le tendenze generali della politica prediligendo

alla tradizionale funzione oppositiva quella del mantenimento omertoso dello status quo, con rari fenomeni

di denuncia dell’immobilismo governativo e delle complicità/connivenze dilaganti.

I giornali starebbero dunque passando dalla prona resa al potere, già sperimentata durante la dittatura

fascista, al pieno concorso nella creazione di un nuovo regime, un regime mediatico.

In Nero su Nero del 1979 (libro straordinario e misterioso per le sue alchimie intellettuali, il taccuino di un

Brancati che ha letto Borges e Pessoa) emerge la contrapposizione tra il criticismo laico della cultura

francese, incarnato da Le Monde e dal settimanale satirico Charlie Hebdo, e le certezze del

“cattocomunismo” italiano, che sembra emanare qualcosa di simile ad un “calore materno, sicuro e

inalterabile” →

“… un Paolo V che impugna una pistola non è tra le cose più irriverenti apparse su questo settimanale: ce ne

sono di incredibili, qualcuna addirittura intollerabile e intollerata. Il direttor Cavanna, italiano d’origine, se la

prende con tutti, e con una volgarità che si potrebbe dir classica, seppur i suoi bersagli preferiti siano preti,

poliziotti e borghesi. Tra le sue idee fisse, la più radicata è questa: -Io so bene che cosa è la destra, e non mi

piace; mi piacerebbe la sinistra, ma vorrei che qualcuno mi dicesse come e dove la posso trovare- ”.

E ancora: “La lettura dei giornali mi dà neri pensieri. I giornali mi si parano davanti come un sipario, o

meglio, un velario. Solo che ci vuole un occhio abituato, allenato, esperiente per scoprire cosa vi sia dietro.

Non acuto, ché non basta. C’è poi, impressionante, l’uniformità. Una indefinita paura di avere una linea, di

assumere i fatti in un giudizio preciso, di mettere in discussione quel che è pericoloso discutere.

E in realtà il maggior pericolo sta appunto in questo: nell’aver paura di un pericolo.

… Ma l’elemento principale che più colpisce e deprime è che i giornali italiani sembrano fatti come se non

dovessero esser letti, ancorati all’inconscia credenza che il lettore non esista, e con esso la sua capacità di

giudizio, di discernimento, di critica.”

In A futura memoria del 1989, oltre al disgusto espressamente manifestato dall’autore nei confronti della

stampa

(“Per ragioni di salute ho letto pochissimi giornali in questi ultimi tempi. Avevo già sperimentato, e ora ne

sono certo, che a non leggerli si sta forse un po’ meglio e sicuramente non peggio”),

emerge l’avversione sciasciana per Eugenio Scalfari, deputato socialista tra le fila del PSI negli anni ’68-’72,

cofondatore de L’Espresso e fondatore del quotidiano La Repubblica nel 1976, che, dopo aver stigmatizzato

L’Affaire Moro, viene definito da Sciascia “incapace di sospettare che si possa scrivere per null’altro se non

per amore della verità”/incapace di testimoniare indefettibile fedeltà alla libertà di coscienza, all’oggettività

fattuale, e dunque paragonato al Grande Giornalista del Cavaliere e la morte (1988), “rampante e schiumante

come un purosangue, dai cui articoli i moralisti di nessuna morale si abbeveravano, la cui fama di duro ed

implacabile molto serviva ad alzarne il prezzo per chi si trovava nella necessità di comprare disattenzioni e

silenzi”.

Sotto l’ambivalente segno della confusione si conclude allora il rapporto di Sciascia con giornali e

giornalisti:

dalla fiducia nelle istituzioni per la lotta contro la mafia, alla sfiducia in uno stato solo formalmente “di

diritto”;

dalla fiducia nella carta stampata come strumento di contrapposizione ideologica e di smascheramento delle

malefatte del potere, alla sfiducia nella stampa fautrice di conformismo e unanimismo.

“CON L’EMOZIONE DELL’AZZARDO”. SCIASCIA POLEMISTA

Ogni scrittura sciasciana, tanto la narrativa, quanto la giornalistica, rivela un’evidente Vis Polemica di fondo,

la cui origine culturale è certamente attribuibile alla dichiarata ammirazione per Paul-Louis Courier, scrittore

e grecista francese a cavallo tra XVIII e XIX secolo (unita a quella per Gide e Bernanos, intellettuali capaci

di battersi contro ciò in cui essi stessi credevano, denunciando, l’uno da comunista, l’altro da cattolico, le

nefandezze della Russia staliniana e della Spagna franchista, ed accettando il rischio di essere accusati di fare

il gioco dei nemici), seppur la sua vera essenza/autentica derivazione sia da individuare in ragioni di natura

idiosincratica (intolleranze) ancorate ad ineliminabili propensioni comportamentali dello Sciascia uomo ed

intellettuale.

Un Istinto polemico, dunque, permeato da fredda ironia (differente dal pirandelliano umorismo come

sentimento del contrario), sarcasmo, procedimenti aforistico-sentenziosi e paradossi provocatori,

non soltanto razionale, ma emotivo, umorale, spesso volontariamente incoerente, collocato tra intuito

individuale/buon senso, razionalistica oggettività fattuale di matrice illuministica (avversa al fanatismo

ideologico degli imbecilli e ad una faziosità partitica dilagante) e gusto di contraddizione personale con

fondamento irriducibilmente caratteriale, tipico di uno scrittore che “contraddisse e si contraddisse”:

sebbene l’illuministica razionalità sia in genere riconducibile alla coerenza ideologica, affinché essa non

degeneri in ottusità/stupido fanatismo è bene discernere tra mondo della disputa intellettuale e mondo reale,

dei fatti, dell’esperienza fattuale. Ivi, se la realtà non corrisponde più alla logica, il vero uomo di ragione può,

anzi deve, cambiare idea e dubitare, accettando il rischio di essere tacciato d’incoerenza perché “la

superiorità di un’idea non si afferma una volta per tutte, né soltanto attraverso le parole. La superiorità va

dimostrata coi fatti, e continuamente.

Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. Nelle cose grandi e in quelle piccole e minime” (da La palma va a nord,

1982).

Al di là di polemos può esserci solo un’Utopia individualistica simile all’ ortesiano Utopismo (non finzione

immaginativa che ambisce ad un’irraggiungibile perfezione, ma espediente di cambiamento futuro grazie ad

immaginazione consapevole e legittimo desiderio individuale):

“Coi resti del cristianesimo, del socialismo e di tutto ciò che l’uomo ha pensato di giusto e di bello dobbiamo

dunque tentare di costruirci, dentro di noi, individualmente, perché poi ci possa servire collettivamente una

nuova ideologia della vita, una nuova Utopia” (sempre da La palma va a nord)

Nel suo voler contraddire vi è inoltre qualcosa di aprioristico.

Da un lato, una componente anarchica, di un anarchismo più fantastico che reale, simile ad una forma

estrema di individualismo intelligentemente conservatore della Costituzione, della memoria di quanto di

buono vi è nel passato, acuita dalla sfiducia storicamente fondata nella possibilità di trovare governanti giusti

di esiodea configurazione/dall’esigenza di porsi come intellettuale sempre in opposizione al potere costituito

in nome di una parresia (diritto-dovere di franchezza e verità) legittimamente vicina all’apostasia (ripudio

del proprio credo); dall’altro, la volontà di contrastare una noia di Brancatiana memoria/l’opaca realtà del

quieto vivere, la soffocante coltre di unanimismo e conformismo che già sotto il regime fascista era il segno

più evidente del disagio esistenziale.

Ne La palma va a nord, una raccolta di articoli ed interventi sciasciani degli anni ’77-’78, egli affermò che

“A me fare polemica piace, ma spesso me lo vieto. Dovessi seguire il primo istinto, di polemiche ne farei più

spesso, sentendomici molto affilato”.

E, in risposta ad Aniello Coppola, il direttore di Paese Sera che pochi giorni dopo il sequestro Moro lo aveva

accusato di tacere sull’evento: “A uno che polemizza col silenzio, sarebbe saggio rispondere col silenzio. Ma

in certi momenti non si può essere saggi, e io poi raramente lo sono. Capisco che ci sia da parte dei fanatici

l’esigenza di etichettarmi una volta per tutte o come rivoluzionario o come reazionario. Per mia parte, dico di

essere semplicemente, in questo momento, un conservatore della Costituzione, della libertà e della dignità

che la Costituzione mi assicura come cittadino e che come scrittore mi sono guadagnato” cfr “per essere

rivoluzionari oggi bisogna essere conservatori”, pena il rischio di non liberarsi mai del “fatalismo storicista”

tanto disprezzato dallo scrittore.

Nonostante la fiducia, ereditata da Courier, nel positivo intervento del letterato nel dibattito politico e civile

attraverso la scrittura, la sfiducia nelle potenzialità di una carta stampata sempre più asservita al sistema

governativo ha contribuito al progressivo mutamento dell’intento polemico sciasciano/al ridimensionamento

delle aspettative dello Sciascia polemista, dunque della funzione sociale del suo essere intellettuale

impegnato.

Nelle Parrocchie di Regalpetra (1956), l’opera senza dubbio più sbilanciata verso la collettività, gli altri, lo

scrittore ha difatti espresso esplicitamente la sua aspirazione all’equità di governo, ad una giustizia sociale

che sarebbe ben presto stata soppiantata dalla centralità del diritto astratto e da un crescente accamparsi

dell’io, in un intellettuale sempre più isolato, solitario, impegnato nella difesa della sua libertà d’espressione

e del personale diritto di polemizzare →

“La povera gente di questo paese ha una grande fede nella scrittura, in un colpo di penna come un colpo di

spada, sufficiente a ristabilire un diritto, a fugare l’ingiustizia e il sopruso. … Mi piacerebbe avere il polso di

Paolo Luigi per dare qualche buon colpo di penna. Certo, un po’ di fiducia nelle cose scritte ce l’ho anch’io,

ed è questa la sola giustificazione che avanzo per queste pagine”.

A proposito dell’intellettuale libero ma solo, ne La palma va a nord (1982)→

“La solitudine può generare di volta in volta sia dispiacere e pena, che allegria. Sono criticato da destra e da

sinistra. Segno che non servo né la destra, né la sinistra. … Ma credo che i lettori stiano bene con me, con i

miei libri, proprio perché si sentono alla pari. Il lettore è per me come il prossimo del Vangelo, un altro me

stesso cui non è possibile mentire. Io posso sbagliarmi, posso non capire. Mentire, mai”.

Molti i personaggi e i partiti politici contro i quali si scagliò aspramente, da Eugenio Scalfari (socialista

cofondatore de L’Espresso e fondatore del quotidiano La Repubblica, già citato) a Paolo Robotti (vittima

dell’inquisizione staliniana in Unione Sovietica eppur fedele all’ideologia comunista negli anni della Guerra

Fredda), dalla DC al PCI, cui seguì la crescente avversione per il “cretino di sinistra”, incarnazione della

coincidenza tra stupidità e fanatismo, avente la capacità di “mimetizzarsi nel discorso intelligente,

problematico e capillare”.

Durante la polemica sui “professionisti dell’antimafia” disse, in risposta a Scalfari:

“Non sono infallibile, ma credo di aver detto qualche inoppugnabile verità. Ho da rimproverarmi e

rimpiangere tante cose, ma nulla che abbia a che fare con la malafede, la vanità e gli interessi particolari.

Non ho il dono dell’opportunità e della prudenza, ma si è come si è”.

E ancora, in riferimento al caso Robotti, ove all’umana comprensione per la sua dirittura morale sarebbe ben

presto subentrato il disprezzo per una coerenza ingiustificata, vicina all’ottusità:

“E’ umano che una persona non abbia il minimo dubbio, che almeno per un momento non vacilli e non si

rivolti al sistema che consente una inquisizione così vasta ed atroce? Dov’è l’Europa della ragione, della

libertà e della giustizia? Queste domande mi inquietano, tanto quanto il rifiuto del dubbio cui Robotti aveva

diritto, cui tutti noi abbiamo diritto”.

Mutevoli, controverse sono state le idee di Sciascia nei riguardi del PCI, ed ogni tentativo di periodizzare le

sue simpatie politiche si è impantanato di fronte al gusto sciasciano della contraddizione, pubblica e

personale.

Il primo Sciascia delle Parrocchie (1956) sembrava abbastanza in sintonia col PCI, avendo nutrito il suo

giovanile antifascismo con idee liberaldemocratiche mutuate dall’assidua frequentazione di politici

comunisti.

Dal 1961, dopo l’uscita del Giorno della Civetta, al 1965, nonostante i primi dissensi e la sua dichiarata

collocazione “a sinistra della sinistra”, il Comunismo gli appariva ancora l’unica alternativa possibile alla

DC, l’unico partito in grado di farsi carico delle sofferenze concrete della popolazione meridionale in una

Sicilia in cui la povertà e le condizioni da terzo mondo non erano solo congiunturali, ma storiche e

strutturali.

In Quaderno, rubrica tenuta sul quotidiano palermitano L’Ora dal ’64 -’68, si rivelò tuttavia già assai critico

verso l’apertura alla “stagione del dialogo” tra comunisti e sinistra democristiana, arrivando a sostenere che:

“L’ineluttabile prospettiva di questo dialogo mi inquieta. La mia forma mentis è quella della tolleranza e del

rispetto, non del dialogo”.

Dopo la pubblicazione del Contesto nel 1971 e gli attacchi di giornalisti e critici letterari, ancor più dura fu la

sua condanna alla “politica di compromesso storico”, ma decise comunque di candidarsi nel 1975 come

indipendente nelle liste comuniste per il rinnovo del consiglio comunale di Palermo; fu eletto trionfalmente

per poi dimettersi nel 1977, in polemica con la “politica di solidarietà nazionale” e con il cosiddetto “fronte

della fermezza” dopo il sequestro di Moro: “La fermezza, soprattutto quella proclamata a parole e senza il

minimo sussidio dei fatti, non serve a nulla. Essa rappresenta anzi un cedimento effettuale, perché nessun

cedimento è più vero del non fare, dell’essere incapaci di fare” Cfr quanto affermato in Nero su Nero (1979):

“Il maggior pericolo sta proprio nell’avere paura di un pericolo”.

Da allora si collocò apertamente contro il PCI divenendo dal ’79 -’83 deputato tra le fila dei Radicali ed

occupandosi quasi esclusivamente dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via

Fani.

Confessò di riconoscersi “in molte persone che militano nel PCI, ma non nei Partiti e neanche nella Nuova

Sinistra. Mi trovo in quella situazione che Moravia ha descritto come estraneità che non è indifferenza.

Forse la soluzione sta nella capacità di ognuno di noi di pensare, valutare coi fatti ed avere coraggio”,

dunque nell’opzione individualistica, considerata l’unica alternativa possibile ad un partito di massa affetto

da bigottismo ideologico, unilateralità comportamentale e faziosità partitica.

Ed ecco come la sua sostanziale impoliticità sia connessa all’insistenza sulla concretezza/oggettività dei fatti

a fondamento di un polemos istintuale alla perenne ricerca della verità, anche attraverso la scrittura

giornalistica e la Letteratura; in un’ottica simile, il confronto coi fatti sarebbe ben presto divenuto il

confronto con la verità, convinzione legata alla stessa idea di Letteratura.

Ne La palma va a nord (1982) → “Che cos’è la verità? La verità è… la verità. Essa esiste, c’è. Ci sono i

fatti. Un fatto è un fatto”.

E ancora, in Nero su Nero (1979) → “Che cos’è la verità? E’ l’eterna domanda che può trovare risposta solo

nella verità, non in una spiegazione o definizione della verità voluta dal potere allo stesso modo della

menzogna.

Io sono colui che sono, disse Gesù Cristo, e così la verità è colei che è.

Si sarebbe tentati di rispondere che è la Letteratura, … uno scrivere di colpo e senza menzogna, come se la

realtà venisse rimescolata occultamente e di colpo gettata sulla pagina con l’emozione dell’azzardo”.

SCIASCIA, SAVARESE E LANZA

Convinto che “come la nostra storia civile, anche quella letteraria è fatta di dimenticanze, omissioni e

disguidi” (da Cruciverba, 1983) Sciascia ha spesso dato l’impressione di intestardirsi nel tentativo di

riportare all’attenzione della comunità letteraria l’opera di scrittori non sempre degni della sua attenzione,

verso i quali non aveva avuto nulla di più che qualche debito di lettore divertito.

E’ questo il caso dell’ammirazione nutrita per Nino Savarese e Francesco Lanza, il cui “costante

abbinamento è motivo di confusione”, definiti nel saggio del ’69 Sicilia e sicilitudine in limine alla Corda

pazza (1970) seconda delle quattro raccolte di saggi sciasciani – preceduta nel 1961 da Pirandello e la

Sicilia, e seguita da Cruciverba nel 1983 e Fatti diversi di storia letteraria e civile nel 1989 – costituita da

ventotto testi di argomento siciliano, come dichiarato nel sottotitolo Scrittori e cose della Sicilia:

“diversi nella visione della vita e degli intendimenti: religioso, speculativo, inteso a una casta mitografica

Nino Savarese”, scrittore Rondista durante il ventennio fascista, la cui concezione Mitico-Favolistica della

Sicilianità unita ad una storia tra fatalistica e tragica e genericamente religiosa si collocano nell’alveo della

Restaurazione classica 900esca; “beffardo, irriverente, ironico, libertino, pieno di contrastri Francesco Lanza,

veramente vicino alla satira Brancatiana”, Meridionalista PostRondista esponente di una cultura letteraria di

connotazione europea perché portavoce della tradizione siciliana, Non Provinciale perché Regionalista (tesi

anti-gentiliana).

NINO SAVARESE (1882-1945)

Nell’antologia Narratori di Sicilia, curata nel ‘67 insieme a Salvatore Guglielmino, pur manifestando un

forte scetticismo per la produzione fantastica di Savarese e preferendo ad essa il versante saggistico-

riflessivo, Sciascia asserisce che: “ Savarese si può considerare uno scrittore classico. Quel che lo salva tra

gli scrittori Rondisti della sua generazione è in effetti l’essere siciliano, la sua fedeltà alle origini, il suo senso

della terra e della storia siciliana, la sua capacità di rivivere religiosamente il passato mitico e umano, la

natura e le vicissitudini della Sicilia, una capacità meditativa che è tendenza ad andare oltre il fatto per

scoprire il senso autentico delle vicende, grazie alla quale la storia di una piccola comunità assume un valore

esemplare”.

Fin troppo generoso il giudizio sciasciano, tanto evidentemente affezionato a I fatti di Petra da spiegare nella

ristampa alle Parrocchie di Regalpetra (1967) che con l’invenzione di un toponimo fittizio aveva voluto:

“in qualche modo rendere omaggio a Savarese. … a parte l’affezione che ho sempre avuto, sugli scrittori

Rondisti ho imparato a scrivere. E per quanto i miei intendimenti siano maturati in tutt’altra direzione, anche

intimamente restano in me tracce di un tale esercizio”.

Si tratta tuttavia di somiglianze generiche, non riferibili alla satirica percezione sciasciana della vita di paese

votata a scrutare la natura strettamente economica delle più antiche dominazioni feudali, ma agli squarci

paesistici delle poesie di La Sicilia, il suo cuore (1952) o a prose minori del primo Sciascia, su tutte, Una

kermesse (1950), tematicamente simile a Cronachetta dell’estate 1943 (1945) eppur priva di meditazioni

esistenziali e metafisiche in favore di una maggiore attenzione ai cambiamenti introdotti dagli americani

nella società.

Sono inoltre assenti:

- la savaresiana retorica della “piccola e povera Italia”;

- l’insistenza sentimentale nell’ossessivo ricorrere del tema delle madri angustiate;

- le illusioni sulla natura idillica della campagna;

- l’idea di ispirazione creativa “dall’interno all’esterno”, in direzione esattamente inversa a quella sciasciana.

Ne apprezza invece:

- il Regionalismo “nato da un prepotente bisogno di poesia”, come alternativa al mondo borghese;

- l’accurata, seppur mitica, rappresentazione degli umili sullo scenario classico delle bellezze naturali

siciliane.

FRANCESCO LANZA (1897-1933)

Ben altra cosa il Lanza, il cui Regionalismo era una sorta di antidoto alla Restaurazione classica del

Rondismo.

In un articolo del ’54, Sciascia lo presentava come:

“un sorridente signore, saggio, arguto, vagamente malinconico e crepuscolare. Socialista di un socialismo

senza storia, letteratissimo, egli introverte nell’atto stesso di far letteratura l’oggettiva ironia delle cose,

grazie ad un distacco del galantuomo che afferma il riso dei Mimi scaturire dall’improvvisa coscienza della

nostra superiorità sugli altri”, un riso lanziano che è icastico sberleffo amaramente consapevole,

pericolosamente in bilico tra la satira Brancatiana ed il sorriso umoristico Pirandelliano (sentimento del

contrario), con annessa capacità di comprendere i moventi esistenziali di ogni personaggio.

Nel saggio dedicatogli nella Corda Pazza (1970), insiste sulla somiglianza con le più “sapide e siciliane

novelle pirandelliane” facendo giustizia dell’erronea immagine di un autore che irride i popolani, ed

aggiunge:

“Lanza ebbe la sfortuna di svolgersi in un periodo in cui il provincialismo della moda del frammento e il

tentativo di restaurazione classica venivano a confondere le sue cose. Questa confusione lo salvava

dall’accusa di Regionalismo, ma non da quell’indistinto limbo in cui oggi giace. E questa sorte non meritata

è la ragione principale per cui qui stiamo a scriverne: noi che rappresentiamo quanto di più lontano è

immaginabile dagli ideali letterari degli anni ‘20”.

Nell’antologia Narratori di Sicilia (1967) esprime inoltre ammirazione per:

“l’adesione al mondo popolare, la simpatia con la vita paesana così sincera da bruciare qualsiasi scoria

decadente o di compiacimento letterario” evidente nei Mimi, e per “il giudizio di condanna sociale capace di

superare la squisitezza formale del genere dell’elzeviro” ne L’ora del circolo.

Infine, il taglio affilato e disperante dei dialoghi lanziani/ la sua icastica dialogicità si ritrova negli

interrogatori del Giorno della Civetta (1961), nelle beffarde conversazioni di A ciascuno il suo (1966), in

alcune notazioni di Nero su nero (1979) e nei racconti del Mare colore del vino (1973), su tutti:

Reversibilità, ove accenna ai “grottesi che tenevano un repertorio di mimi che comicamente rappresentavano

i difetti dei racalmutesi: brevi fantasie come quelle da Francesco Lanza raccolte e ricreate, e che da Lanza

ebbero appunto il nome di mimi”;

Il lungo viaggio, in cui evidente è il lanziano distacco da galantuomo alimentato dalla coscienza della

superiorità autoriale;

Il mare colore del vino, nel quale prevale tuttavia il sorriso umoristico pirandelliano;

Un caso di coscienza, frutto maturo dell’incontro tra Lanza, Pirandello e Brancati.

RILETTURE

LA VEGLIA E LA RECITAZIONE

La produzione letteraria sciasciana non è soltanto intrisa dell’icastica dialogicità Lanziana, ma anche della

mimetica dialogicità rivelatrice de La veglia/velada a Benicarlo’ (1939) di Manuel Azana, ultimo

presidente democratico della Repubblica spagnola prima dell’instaurazione della dittatura franchista, “un

desconocido nel quadro degli avvenimenti storici di cui è stato tragico protagonista”, capace di esporre le

ragioni ideologiche e morali in lizza nel fronte democratico quando ancora la Guerra di Spagna non si era

conclusa, attraverso un libro-dialogo tra 11 antifascisti che trascorrono insieme una notte in un albergo della

cittadina catalana di Benicarlo’ discutendo del conflitto civile in atto e del comportamento degli spagnoli,

così simile all’attitudine lassista dei siciliani.

(Struttura dialogica totalmente mimetica e priva di didascalie, con una breve introduzione narrativa ed una

secca conclusione che informa il lettore del bombardamento dell’albergo, avvenuto il giorno seguente).

Nella prefazione del 1967, Sciascia definì l’opera:

“il documento più alto dello stato d’animo di Azana: all’apice dello Stato, a rappresentarne il Diritto e la

Legalità con una forza morale e intellettuale unica più che rara”.

Azana rappresentava difatti “l’incarnazione della Repubblica” contro la sollevazione fascista, “la più alta,

nobile e solitaria espressione dell’angoscia del far politica”, “un razionalista, un moralista, un uomo che

sente la necessità e il dovere di difendere la legittimità e il diritto come una disgrazia irreparabile pari alla

mostruosità dell’attentato. E questa frase crediamo sia la più alta, nobile e perfetta esaltazione di principi

morali che un capo di Stato e un uomo di parte abbia mai pronunciato”.

Se la Guerra civile spagnola è stata un evento fondativo nell’adolescenza sciasciana, fondamentale per la

maturazione della sua coscienza politica e civile perché tragedia al di là dei torti e delle ragioni, una

lacerazione del corpo sociale straziante come quella di un corpo umano, la figura di Azana ha da sempre

destato grande interesse nello scrittore di Racalmuto, paradigmatica sul piano politico-civile di un

comportamento laico, razionale e indefettibilmente onesto, avverso ad una “logica della storia” capace di

legittimare omicidi ed uccisioni in nome della sua costante ricorsività.

E’ tuttavia evidente che Sciascia si sia concentrato sull’ultimo Azana, costretto all’esilio in Francia e

testimone impotente della guerra fratricida in cui il suo paese era precipitato, ignorando l’Azana

corresponsabile della tragedia perché capo del primo biennio repubblicano, emblema della tara autoritaria di

una democrazia spagnola che voleva arrivare alla democrazia senza democrazia.

Molti gli elementi della Velada che possono aver particolarmente interessato lo scrittore siciliano. Tra essi:

- il discorso dell’avvocato Maron sul potere occulto delle donne nella società spagnola, in apparenza

rigidamente maschilista → matriarcato siciliano;

- l’incomprensibilità ontologica dell’identità spagnola, attraverso una riflessione dell’ex ministro Garcés

sulla ragione e sulla sua sostanziale estraneità al “modo di essere” del popolo iberico, profondamente

irrazionale:

“L’intelligenza spagnola è incompatibile con l’esattezza. Ci comportiamo come gente priva di ragione, di

giudizio”

→ analisi sciasciana della “sicilitudine” nel saggio omonimo, nel quale ha sottolineato le forme di

irrazionalismo che accomunano Spagna e Sicilia;

- il “diritto”, rivendicato da Garcés, “di addolorarsi umilmente” per “l’Himalaya di cadaveri” provocati dalla

guerra civile nell’irrazionalità dilagante → prosa melanconicamente immaginifica dell’Antimonio (1958);

- le posizioni politico-ideologiche di Garcés e dello scrittore Morales, i portavoce più qualificati di Azana,

che auspicano: “uno Stato più intelligente, più vicino alla morale sociale del nostro tempo, che valorizzi

meglio le capacità umane e rispetti la libertà di pensiero, di opinione ed espressione” → ideologia sciasciana

da sempre manifesta;

- l’eterna attualità della mentalità inquisitoriale, giustizialista rilevata da Morales evocando i “credi

liberticidi” tedeschi, italiani e spagnoli: “è il fondo del nostro essere. … La virtù purificatrice delle fiamme

continua ad essere un mito spagnolo”;

- l’immagine utilizzata da Morales inerente “la linea delle credenze” → “la linea della palma” o “del caffè

ristretto”, che nel Giorno della civetta (1961) rappresenta il confine tra l’Italia razionale e civile e la Sicilia

irrazionale e mafiosa;

- la riflessione conclusiva di Morales, secondo cui barbarie civili ed intolleranza sociale sono originate da

una razionalità/ libertà intellettuale divenuta elitario “privilegio di poche anime illuminate”, solitarie

avanguardie che pur tentando di incidere sul percorso della storia sono inesorabilmente votate alla sconfitta,

eroiche proprio perché perdenti, spesso destinate alla morte

→ costruzione degli eroi sciasciani nei termini dell’assoluto antagonismo rispetto al potere, tanto più efficace

quanto più tragico negli esiti: basti pensare al fisico Ettore Majorana nella Scomparsa di Majorana (1975),

alle fallimentari inchieste di intellettuali ed impotenti ispettori di polizia, ingannati ed infine disillusi, su tutti,

il capitano Bellodì del Giorno della civetta (1961), il professor Laurana di A ciascuno il suo (1966),

l’ispettore Rogas del Contesto (1971);

→ condizione di “solitaria minoranza” ammessa nelle Parrocchie (1956) /

solitudine ed isolamento dell’intellettuale libero ed apolitico, dell’uomo di ragione sostenuto soltanto dai

suoi lettori Vs faziosità ideologica dell’uomo di parte, politicamente schierato /

progressivo accamparsi dell’io, dell’intellettuale solitario che ripiegando su se stesso difende

orgogliosamente il personale diritto di polemizzare, il diritto astratto a dispetto dell’esigenza di giustizia

sociale collettiva.

La Velada, definita da Sciascia “l’ultima veglia del chisciottismo spagnolo” prima che arrivi “la distruzione

della ragione” simboleggiata dal bombardamento finale, ha dunque ispirato lo scrittore nella composizione di

opere quali:

- L’antimonio (1958) → racconto inserito nella raccolta Gli zii di Sicilia.

Storia di un minatore siciliano che, scampato ad un'esplosione di gas grisou (detto dai minatori di zolfo

siciliani antimonio), in preda alla miseria si arruola volontario per partecipare alla guerra civile spagnola. Lì,

combattendo a fianco delle truppe franchiste, conoscerà lo spietato volto del fascismo, al di là della retorica

populista e delle promesse non mantenute;

- L’onorevole (1966) → opera teatrale nella quale un onestissimo professore di Lettere, appassionato lettore

del Don Chisciotte, si trasforma in un corrotto politico in carriera dopo essere divenuto deputato

democristiano, ignorando la lezione morale del grande romanzo vanamente ricordata solo dalla moglie,

sull’orlo di una chisciottesca follia;

- Recitazione della controversia liparitana dedicata ad A.D. (1969) → rivisitazione teatrale di una storia

inverosimile, eppur vera, di un esperimento di governo laico e razionale nella Sicilia settecentesca, dedicata,

dopo l’invasione di Praga da parte dei carri armati russi / delle truppe d’occupazione sovietica del Patto di

Varsavia nel 1968, ad Alexander Dubcek, un moderno Don Chisciotte lanciato contro i mulini a vento delle

barbarie sovietiche, un politico-intellettuale impegnato nella trasformazione di una società iniqua, leader del

Partito Comunista Cecoslovacco, maggiore interprete della linea riformatrice e liberale -definita “socialismo

dal volto umano”- avversa all’autoritarismo del modello comunista est-europeo, e principale fautore della

feconda stagione della Primavera di Praga -un “nuovo corso politico” votato ad introdurre elementi

democratici e sufficientemente garantisti nell’assetto governativo e legislativo cecoslovacco-. Aspramente

osteggiato da Mosca, fu costretto ad attuare una normalizzazione della situazione politica del paese pur

riuscendo a mantenere una certa autonomia dal Cremlino grazie all’enorme consenso popolare ottenuto, sino

alla definitiva espulsione coatta dal partito nel 1970.

Nel terzo e quarto atto della Recitazione, i dialoghi tra i giuristi palermitano sono molto simili a quelli dei

protagonisti della Velada, anche perché “i personaggi, dialogando, non pervengono ad una drammatica

opposizione di giudizi e punti di vista, ma finiscono con l’essere complementari: dalla somma dei loro punti

di vista scaturisce il punto di vista, il giudizio”. E si potrebbe dire di Sciascia quel che egli dice di Azana, il

quale “ha voluto dialogare con se stesso, ponendosi in un gioco di specchi”, attribuendo cioè pensieri propri

ai personaggi in cui si è volutamente riflesso.

NOMI, MISTERI, PITTORI. APPUNTI SU TODO MODO

Non c’è forse un testo di Sciascia che non contenga almeno un riferimento ad un’opera d’arte, dipinto,

scultura o pittore che sia. Tuttavia l’insistenza sulla componente razionalistico-illuministica della scrittura

sciasciana ne ha messo in ombra l’aspetto più labirintico ed oscuro, inerente tanto le motivazioni personali e

pulsionali censurate attraverso complessi procedimenti narrativi intrisi d’ironia, quanto i compiacimenti

enigmistici, i giochi allusivi, gli ammiccamenti onomastici riferiti all’arte e agli artisti, testimonianza di

incessanti, personali rielaborazioni di quanto oggettivamente percepito.

Sorgono dunque alcuni quesiti.

1 - Perché i due quadri del Contesto (1971), ai piedi dei quali vengono ritrovati i cadaveri dell’ispettore

Rogas e del segretario del Partito Rivoluzionario Internazionale Amar, sono inventati? E perché sono proprio

“il famoso ritratto di Lazaro Cardenas del Velazquez” e una “Madonna della Catena di ignoto fiorentino”?

Intervistato da O’Neill, Sciascia rispose di aver inventato i due quadri inesistenti “automaticamente, per

improvvisa associazione di idee”, colpito forse dalla scomparsa del leader rivoluzionario messicano Lazaro

Cardenas e dalla chiesa palermitana della Madonna della Catena, luogo prediletto dell’Inquisizione siciliana,

a simboleggiare la morte dello spirito rivoluzionario e il perdurare della censura inquisitoria coerentemente

alla tesi di fondo dell’opera.

I due quadri potrebbero inoltre alludere al grottesco dell’inesistenza dei delitti, o meglio all’inesistenza di

prove capaci di incriminare i colpevoli, dunque all’inutilità dell’inchiesta di Rogas, la cui morte sfocia

soltanto nell’ennesimo occultamento della verità.

2 - Perché il professor Laurana, protagonista di A ciascuno il suo (1966) e il brigadiere Lagandara, uno dei

protagonisti di Una storia semplice (1989), hanno rispettivamente assunto il cognome dello scultore dalmata

400esco Francesco Laurana e del meno noto pittore francese 800esco Antonio de La Gandara?

Attivo in terra siciliana ed amatissimo da Sciascia, che ha più volte sottolineato la familiarità delle sue opere

(“come incorporate alla città, alla sua luce”) e ne ha esaltato la bellezza definendole “oggetti eterni, capaci di

dare idea della scultura in assoluto”, Francesco Laurana è divenuto in ottica sciasciana incarnazione di

un’idea platonica di intelletto puro e pensante: un artista che “stupendamente ha espresso la norma della vita

che pensa, facendo del marmo quel che il marmo voleva”.

Specializzato in ritratti di donne eleganti dell’alta società parigina, più attento all’esteriorità che alla resa

psicologica dei suoi soggetti, Antonio de La Gandara potrebbe rimandare con la sua ingenua serenità

all’inconsapevole idealismo giovanile del brigadiere.

Dunque, un’allusione onomastica ad un artista “intellettuale” che rafforza la connotazione intellettuale del

professor Laurana, ed un’allusione onomastica ad un artista “semplice” che rafforza la connotazione

semplice del brigadiere Lagandara.

3 - Perché il protagonista-narratore di Todo Modo (1974) è un pittore, non uno scrittore, per di più anonimo?

Seppur Sciascia abbia attribuito al pittore molti tratti di sé, dalla sterminata cultura al convinto laicismo, mai

ha ceduto per intero ai protagonisti il ruolo di portavoce, preferendo disseminare indistintamente le sue

convinzioni tra i vari personaggi.

Il mestiere di “pittore” è inoltre più funzionale all’esplicazione del dilemma che lo ha inizialmente messo in

crisi, tanto da indurlo a rifugiarsi nell’eremo di Zafer: lavorare per assecondare le richieste del mercato

realizzando opere commerciali, o dipingere solo ciò che ispirazione detta?

E ancora, in un romanzo “a chiave” qual è Todo Modo, la soluzione degli enigmi deve essere colta sia in

letteratura che in pittura, decifrando i molteplici riferimenti pittorici presenti nel romanzo e percorrendo il


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Macerata - Unimc
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher silviamac91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana moderna e contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Macerata - Unimc o del prof Carotenuto Carla.

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