Anna Maria Ortese: un avventuroso realismo
Capitolo 1. Amor che nella mente mi ragiona
Ipotizzare le ragioni dell'esclusione di Anna Maria Ortese dagli scenari ideologici e artistici ufficiali del '900, riconoscendole finalmente l'autorità che le è dovuta, è fondamentale. Questa autorità dipende dalla sua incoercibile tendenza alla dissociazione.
Nel primo capitolo, di natura introduttiva, l’autrice immagina un’intervista impossibile ad Anna Maria Ortese, rappresentata secondo l’iconografia tradizionale (turbante, lenti scure, sorriso simile ad un ghigno e sguardo penetrante) e improvvisamente protagonista di una narrazione musicale sulle note di un moderno “Amor che nella mente mi ragiona”, la canzone che lascia Dante affascinato e smarrito all’ingresso del Purgatorio, per poi comprendere emotivamente ciò che a livello intellettuale gli era sfuggito: l’impossibilità di dire a parole ciò che l’anima sente, cruccio artistico ed esistenziale che ha da sempre afflitto la stessa Ortese, autrice e donna.
Immediato è il rimando a considerazioni di natura stilistica inerenti le peculiarità dell’universo espressivo ortesiano, avendo ella dichiarato, in una frase ormai citatissima tratta dal Porto di Toledo, che “la lingua adatta ad esprimere ciò che le era caro non esisteva, e dunque se la dovette inventare”. Considerazioni direttamente riconducibili alla questione dell’erranza linguistico-letteraria e politico-ideologica di una scrittrice orgogliosa e indipendente, incapace di mistificare la “verità” ponendo il reale a servizio di un’ideologia (o meglio, di una consolidata fantasia ideologica collettiva), una “Bestia che parla” (Corpo celeste, cit., 1978) ricorrendo a:
- Una percezione di natura emotiva a tratti più vera della realtà stessa, che trascende il mero impersonalismo oggettivo/l’artificiale neutralità di giudizio imposta in ottica Neorealista.
- Un registro espressivo estraneo ai sofisticati giochi stilistici delle Avanguardie novecentesche.
- Un codice linguistico nato dall’istinto, forse dall’inconscio, certamente non dalla ragione: una lingua che minava la sovranità della lingua patriarcale e sfidava il dominio della razionalità della parola scritta per includere il registro parlato nella prosa narrativa, e con esso il diverso, l’altro da sé che è in sé, relegato ai margini dell’esistenza consapevole.
Andò conseguentemente mutando anche il ruolo dell’intellettuale, declinato “al femminile” perché non intenzionato ad ordinare o giudicare il mondo, ma ad accogliere le infinite sfaccettature del reale con una “seconda vista” di leopardiana memoria della quale Ortese fu sempre, dolorosamente dotata: “La vera ragione non sottomette né mercifica nulla, ma eleva alla propria comprensione tutto, mettendolo a disposizione di ogni vivente” (L’iguana, cit., 1965).
(Razionalità che diviene Comprensione ed Accoglienza entro una “Letteratura concepita come Reato, il reato di Aggiunta e Mutamento della realtà” - Il porto di Toledo -, in bilico tra Proiezione e Resistenza - atteggiamenti alla base della rivisitazione ortesiana dei generi letterari convenzionali: Proiezione in una vita con meno ingiustizie in cui il codice etico sia dominante, e Resistenza verso qualsiasi forma d’integrazione nel mondo della realtà per poterne denunciare la crisi, incapacità di scendere a compromessi con le molteplici costrizioni che attanagliano il reale).
Istintiva fu difatti la diffidenza nutrita dalla scrittrice verso l’adesione, cieca ed unilaterale, ad uno spirito di gruppo che avrebbe potuto minare la sua Individualità (genio creativo ed ansia di sperimentazione) in nome dell’appartenenza forzata ad una fazione politica (ideologia partitica) o ad una specifica corrente letteraria nella quale comunque non si sarebbe mai a pieno riconosciuta.
Nello specifico, si dissociò:
- Dal Comunismo (dopo un’iniziale condivisione degli ideali di Giustizia ed Uguaglianza, sancita dalla temporanea adesione a “L’Unità”) perché incapace di allinearsi all’ideologia di partito, un “partito degli intellettuali” che in nome della figura idealizzata dell’ “intellettuale organico, collettivo” e di altre felici formulazioni gramsciane riuscì a fondere indissolubilmente cultura e politica mantenendo a lungo l’egemonia culturale in Italia, e screditando/demonizzando impietosamente oppositori e dissidenti.
- Quindi dal Neorealismo, principale trasposizione letteraria ed artistica di un orientamento politico di sinistra reduce dalla fortunosa esperienza della Resistenza italiana nella lotta al regime nazi-fascista, che imponeva tuttavia un’artificiale neutralità di giudizio ponendosi ad un’irraggiungibile distanza dalla quale giudicare ed esaminare la realtà in modo solo apparentemente impersonale, cui Ortese oppose una prospettiva completa, non pregiudiziale ed autenticamente democratica della realtà, una percezione emotiva del reale tuttavia ancorata ad una molteplicità di visioni individuali consapevoli.
Basti pensare alle critiche avanzate da Rossana Rossanda ad uno dei primi reportage in Russia della Ortese, o alla mancata ricezione del celebre reportage ortesiano Il Silenzio della Ragione ne Il mare non bagna Napoli del 1953, che oltre al discredito morale le costò una condanna al disimpegno politico che avrebbe condizionato negativamente la sua intera produzione letteraria.
(Citò difatti una folta schiera di intellettuali napoletani i quali, avendo rinunciato a razionalizzare e politicizzare il problema dell’arretratezza del meridione dopo il declino della rivista “Sud”, avevano abdicato dalla responsabilità etica della denuncia);
- Ma anche dallo Sperimentalismo esasperato della Neoavanguardia italiana e dal Realismo Magico di derivazione bontempelliana in favore del Fantastico ortesiano, personalissima rivisitazione al femminile del “Perturbante Freudiano” che è consapevolezza della diversità, sensibilità di donna e spirito di accoglienza del diverso;
- Quindi dalla Dicotomia ravvisabile nella produzione femminile dal dopoguerra in poi, collocandosi audacemente tra la lotta per l’emancipazione e l’uguaglianza, e l’etica della differenza sessuale e del separatismo femminista.
In sintesi: La visionarietà ortesiana, quel suo peculiare stato di realista visionaria, di “zingara assorta in un sogno” (Vittorini, cit.) concretatosi in un errare incessante tra i più svariati generi letterari, in una lingua “inventata”, non costituiscono un’effettiva rinuncia al Realismo, ma le consentirono di attecchire radici ancora più salde nel presente e nella storia attraverso una salutare diseducazione al romanzo concepito nella sua forma tradizionale, grazie ad una fantasia dalla quale scaturisce la forza del legittimo desiderio individuale, frutto di una costante negoziazione con il reale (opera di Aggiunta e Mutamento della realtà/dinamica Proiezione-Resistenza) divenuta abitudine a percepire la vita in modo più profondo ed autentico, strumento essenziale per rielaborare l’idea stessa di realtà perché capace di rivelarne l’essenza celata oltre le apparenze, di descrivere ciò che non si vede e dar voce a ciò che non si sente.
Non un mezzo per sfuggire all’esistente, dunque, né un rifugio nel disimpegno, ma alternativa modalità di manifestazione di una pulsione etica che si risolse nella critica attenta alla società contemporanea grazie ad un’autentica percezione del mondo, all’insegna di un’acuta e personalissima percezione della diversità e della sofferenza.
Il “realismo” di molte scrittrici rimaste volutamente ai margini dei circoli ufficiali della cultura (su tutte, Elsa Morante, … ) contribuì difatti a spezzare i dogmi imposti dalla letteratura tradizionale, che vedeva nel romanzo lo strumento pedagogico per eccellenza e cercava nella letteratura la trasposizione artistica della lotta di classe, imprigionando al contempo la molteplicità espressiva.
Ortese, d’altro canto, ha affrontato in ogni opera un genere letterario diverso, e attraverso i due poli di proiezione e resistenza ne ha cambiato definitivamente la struttura. Si pensi al romanzo d’avventura e alla sua declinazione in chiave fantastica ed ecologico-femminista ne L’iguana, all’autobiografia stravolta nella sostanza ne Il Porto di Toledo, al romanzo storico che trova la sua ironica controfigura ne Il cardillo Addolorato ed infine al particolarissimo romanzo giallo che la scrittrice costruisce in Alonso e i Visionari.
Capitolo 2. Prendi questa mano, zingara!
Analisi della produzione ortesiana secondo le coordinate classiche del Realismo Magico e del Fantastico, nel tentativo di individuare la relazione esistente tra la fantasia individuale dell’autrice e quella collettiva del pubblico di lettori illustrando, al contempo, il processo che ha indotto la Ortese ad emanciparsi dal Realismo Tradizionale sino a lambire forme ibride di espressività letteraria.
Sarebbe ingiusto ritenere che il tragitto compiuto attraverso le due fondamentali poetiche del Realismo Magico (degli esordi) e del Fantastico (di alcune sue opere maggiori) sia rigidamente cronologico e diviso in compartimenti stagni: di tutte le esperienze letterarie vissute, la scrittrice qualcosa trattiene e qualcosa rifiuta, in bilico tra l’adeguamento alla letteratura ufficiale e l’estensione della sua immaginazione.
Non è difficile comprendere come una giovane Ortese, ragazza ipersensibile e aperta alle suggestioni della fantasia, potesse essere attratta dalle idee di Bontempelli. Sin da bambina, infatti, sperimentò nella semplicità del vivere quotidiano una sorta di trasfigurazione della realtà cui si aggiunse l’esperienza del dolore e dello smarrimento a causa della morte del fratello, occasione in cui scoprì il valore curativo della parola, per se stessa e per sua madre.
Nel 1933 debuttò su “L’Italia letteraria” con le poesie Manuele, Al mio faro che non c’è più e Sempre a una soglia. Ma fu nel 1937 che per iniziativa di Bontempelli (nuovo direttore de “L’Italia letteraria”, fondatore della rivista 900 e teorico della poetica del Realismo Magico, formalizzata l’anno successivo nei quattro preamboli di L’avventura novecentista) pubblicò presso Bompiani la sua prima raccolta di racconti, Angelici dolori, stroncata da Falqui e Vigorelli per colpire indirettamente lo stesso Bontempelli, ma apprezzata da personalità del calibro di Gatto, Quasimodo e Momigliano.
La Napoli della sua adolescenza, estatica ed eterea, rapinosa e splendente, così lontana da quella che avrebbe descritto nel 1953 in Il mare non bagna Napoli, tanto piacque ai suoi amici partenopei perché divenne trasposizione letteraria di una realtà che rappresentava di fatto una fantasia collettiva dei napoletani, grazie ad una facoltà immaginativa capace di “fecondare” il reale illuminandone i lati meno conosciuti: l’eleganza, la leggerezza e la sobrietà decantate, in opposizione all’immagine ormai consolidata di una Napoli chiassosa, sguaiata, truffaldina, riuscirono persino secondo alcuni a modificare radicalmente l’iconografia tradizionale della città.
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