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Riassunto esame letteratura italiana, libro consigliato Anna Maria Ortese. Un avventuroso realismo, Cosetta Seno

Riassunto per l'esame di letteratura italiana moderna e contemporanea
e della prof Carotenuto, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente Anna Maria Ortese. Un avventuroso realismo, Cosetta Seno. Scarica il file in PDF!

Esame di Letteratura italiana moderna e contemporanea docente Prof. C. Carotenuto

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Un sistema di rassicurazione collettiva, secondo Pierluigi Battista, che ha concepito la cultura di

sinistra come lotta politica trasformandosi in partito, facendosi tuttavia contagiare dal

feticismo/fanatismo del partito stesso con annessa recrudescenza dell’aggressività di gruppo

(incoercibile propensione degli intellettuali italiani a prender parte e a farsi partito);

- Quindi dal Neorealismo, principale trasposizione letteraria ed artistica di un orientamento politico di

sinistra reduce dalla fortunosa esperienza della Resistenza italiana nella lotta al regime nazi-fascista,

che imponeva tuttavia un’artificiale neutralità di giudizio ponendosi ad un’irraggiungibile distanza

dalla quale giudicare ed esaminare la realtà in modo solo apparentemente impersonale, cui Ortese

oppose una prospettiva completa, non pregiudiziale ed autenticamente democratica della realtà, una

percezione emotiva del reale tuttavia ancorata ad una molteplicità di visioni individuali consapevoli.

Basti pensare alle critiche avanzate da Rossana Rossanda ad uno dei primi reportage in Russia della

Ortese, o alla mancata ricezione del celebre reportage ortesiano Il Silenzio della Ragione ne Il mare

non bagna Napoli del 1953, che oltre al discredito morale le costò una condanna al disimpegno

politico che avrebbe condizionato negativamente la sua intera produzione letteraria.

(Citò difatti una folta schiera di intellettuali napoletani i quali, avendo rinunciato a razionalizzare e

politicizzare il problema dell’arretratezza del meridione dopo il declino della rivista “Sud”, avevano

abdicato dalla responsabilità etica della denuncia);

- Ma anche dallo Sperimentalismo esasperato della Neoavanguardia italiana e dal Realismo Magico di

derivazione bontempelliana in favore del Fantastico ortesiano, personalissima rivisitazione al

femminile del “Perturbante Freudiano” che è consapevolezza della diversità, sensibilità di donna e

spirito di accoglienza del diverso;

- Quindi dalla Dicotomia ravvisabile nella produzione femminile dal dopoguerra in poi, collocandosi

audacemente tra la lotta per l’emancipazione e l’uguaglianza, e l’etica della differenza sessuale e del

separatismo femminista.

In sintesi:

La visionarietà ortesiana, quel suo peculiare stato di realista visionaria, di “zingara assorta in un sogno”

(Vittorini, cit.) concretatosi in un errare incessante tra i più svariati generi letterari, in una lingua “inventata”,

non costituiscono un’effettiva rinuncia al Realismo, ma le consentirono di attecchire radici ancora più salde

nel presente e nella storia attraverso una salutare diseducazione al romanzo concepito nella sua forma

tradizionale, grazie ad una fantasia dalla quale scaturisce la forza del legittimo desiderio individuale, frutto di

una costante negoziazione con il reale (opera di Aggiunta e Mutamento della realtà/dinamica Proiezione-

Resistenza) divenuta abitudine a percepire la vita in modo più profondo ed autentico, strumento essenziale

per rielaborare l’idea stessa di realtà perché capace di rivelarne l’essenza celata oltre le apparenze, di

descrivere ciò che non si vede e dar voce a ciò che non si sente.

Non un mezzo per sfuggire all’esistente, dunque, né un rifugio nel disimpegno, ma alternativa modalità di

manifestazione di una pulsione etica che si risolse nella critica attenta alla società contemporanea grazie ad

un’autentica percezione del mondo, all’insegna di un’acuta e personalissima percezione della diversità e

della sofferenza.

Il “realismo” di molte scrittrici rimaste volutamente ai margini dei circoli ufficiali della cultura (su tutte, Elsa

Morante, … ) contribuì difatti a spezzare i dogmi imposti dalla letteratura tradizionale, che vedeva nel

romanzo lo strumento pedagogico per eccellenza e cercava nella letteratura la trasposizione artistica della

lotta di classe, imprigionando al contempo la molteplicità espressiva.

Ortese, d’altro canto, ha affrontato in ogni opera un genere letterario diverso, e attraverso i due poli di

proiezione e resistenza ne ha cambiato definitivamente la struttura.

Si pensi al romanzo d’avventura e alla sua declinazione in chiave fantastica ed ecologico-femminista ne

L’iguana, all’autobiografia stravolta nella sostanza ne Il Porto di Toledo, al romanzo storico che trova la sua

ironica controfigura ne Il cardillo Addolorato ed infine al particolarissimo romanzo giallo che la scrittrice

costruisce in Alonso e i Visionari.

CAPITOLO 2. PRENDI QUESTA MANO, ZINGARA!

Analisi della produzione ortesiana secondo le coordinate classiche del Realismo Magico e del Fantastico, nel

tentativo di individuare la relazione esistente tra la fantasia individuale dell’autrice e quella collettiva del

pubblico di lettori illustrando, al contempo, il processo che ha indotto la Ortese ad emanciparsi dal Realismo

Tradizionale sino a lambire forme ibride di espressività letteraria.

Sarebbe ingiusto ritenere che il tragitto compiuto attraverso le due fondamentali poetiche del Realismo

Magico (degli esordi) e del Fantastico (di alcune sue opere maggiori) sia rigidamente cronologico e diviso in

compartimenti stagni: di tutte le esperienze letterarie vissute, la scrittrice qualcosa trattiene e qualcosa rifiuta,

in bilico tra l’adeguamento alla letteratura ufficiale e l’estensione della sua immaginazione.

Non è difficile comprendere come una giovane Ortese, ragazza ipersensibile e aperta alle suggestioni della

fantasia, potesse essere attratta dalle idee di Bontempelli.

Sin da bambina, infatti, sperimentò nella semplicità del vivere quotidiano una sorta di trasfigurazione della

realtà cui si aggiunse l’esperienza del dolore e dello smarrimento a causa della morte del fratello, occasione

in cui scoprì il valore curativo della parola, per se stessa e per sua madre.

Nel 1933 debuttò su “L’Italia letteraria” con le poesie Manuele, Al mio faro che non c’è più e Sempre a una

soglia.

Ma fu nel 1937 che per iniziativa di Bontempelli (nuovo direttore de “L’Italia letteraria”, fondatore della

rivista 900 e teorico della poetica del Realismo Magico, formalizzata l’anno successivo nei quattro preamboli

de L’avventura novecentista) pubblicò presso Bompiani la sua prima raccolta di racconti, Angelici dolori,

stroncata da Falqui e Vigorelli per colpire indirettamente lo stesso Bontempelli, ma apprezzata da personalità

del calibro di Gatto, Quasimodo e Momigliano.

La Napoli della sua adolescenza, estatica ed eterea, rapinosa e splendente, così lontana da quella che avrebbe

descritto nel 1953 in Il mare non bagna Napoli, tanto piacque ai suoi amici partenopei perché divenne

trasposizione letteraria di una realtà che rappresentava di fatto una fantasia collettiva dei napoletani, grazie

ad una facoltà immaginativa capace di “fecondare” il reale illuminandone i lati meno conosciuti: l’eleganza,

la leggerezza e la sobrietà decantate, in opposizione all’immagine ormai consolidata di una Napoli chiassosa,

sguaiata, truffaldina, riuscirono persino secondo alcuni a modificare radicalmente l’iconografia tradizionale

della città, in un’opera insignita di valore sociologico ed antropologico.

E’ citato, su tutti, il racconto Isola, narrazione della “fuga” dell’autrice/protagonista dalla sua casa di Via dei

Mercanti, luogo soffocante nel quale aveva sperimentato “l’affanno di una vita prigioniera e vogliosa” fatta

di “quotidiani vagabondaggi per le vie della città straniera”.

“Spinta da una curiosità non priva di malinconico affanno” (cfr “leggevo e camminavo” -da un’intervista del

’73 per Dacia Maraini-, cultura concepita come cinesi ed educazione che fece del contatto con la strada il

centro della sua esperienza conoscitiva) si diresse verso una casa bella e proibita da cui sembrò essere

irresistibilmente attratta: una sconosciuta località amena, una sorta di “isola” di pace lontana dal caos

cittadino, certamente una metafora dell’agognato despacho personale sempre cercato e mai trovato, ove

grazie all’apparizione del fantasma del nonno/giovane amato, personificazione di un utopistico sentimento

amoroso che si sarebbe successivamente evoluto nell’ortesiano spirito di accoglienza del diverso, si era

manifestato il miracolo quotidiano dell’immaginazione tanto ricercato da Bontempelli.

Gli esordi nell’alveo del Realismo Magico, seguiti dalla parentesi Neorealista del Mare, furono solo brevi

passaggi alla ricerca di un’autentica autonomia poetica ed indipendenza di genere, vera espressione della sua

diversità ed unicità, consistente, secondo Carlo Betocchi, nella “capacità di esprimere quel residuo di

femminilità rimasto incontrollabile da parte dell’uomo”(1938).

Giunse difatti a concepire una letteratura che, pur servendosi di Realismo Magico e Fantastico,

paradossalmente le superò entrambe in nome di un Avventuroso Realismo permeato da un “Modo”

Fantastico declinato al femminile, rivisitazione femminile del “Perturbante Freudiano”, tra il meraviglioso ed

il mimetico/neorealistico, determinato dalle infinite dinamiche del legittimo desiderio individuale (a sua

volta scaturito da una facoltà immaginativa consapevole della diversità, irrobustita dal ricordo )

contestualizzato socialmente, storicamente e culturalmente.

Nello specifico, il Perturbante è da intendere come qualcosa di strano, di poco familiare, che nella sua

apparente novità nasconde invece tratti domestici ed umanizzati, terrificanti perché determinati

dall’inversione/ricomposizione di aspetti di questo mondo entro nuove ed inusuali relazioni.

Proprio il coinvolgimento emotivo/condizionamento sensoriale (definibile influence of anxiety e non anxiety

of influence) subito dalla Ortese a causa del perturbante muta nello spirito di compassione, comprensione ed

accoglienza del diverso posto a fondamento del Fantastico ortesiano, grazie ad una facoltà immaginativa che

contribuisce ad un’autentica percezione della diversità, per un Fantastico che ne assume piena

consapevolezza.

VISIONARIETA’/MODO FANTASTICO ortesiano declinato al femminile → rivisitazione del

PERTURBANTE freudiano → rielaborazione del reale attraverso DESIDERIO INDIVIDUALE → a sua

volta scaturito da un’IMMAGINAZIONE CONSAPEVOLE della diversità (irrobustita dalla

MEMORIA/RICORDO), che dà voce all’incontrollabile residuo di femminilità ortesiana→ e genera

coinvolgimento emotivo → alla base dello SPIRITO DI CAMBIAMENTO ED ACCOGLIENZA DEL

DIVERSO → tipico dell’UTOPISMO ortesiano (che racchiude in sé consapevolezza e desiderio di

mutamento del Reale, quindi AVVENTUROSO REALISMO).

Nella definizione della poetica della scrittrice, molto più adeguato sembra essere il concetto di “modo”

fantastico teorizzato da Jackson a dispetto del fantastico come “genere” formalizzato da Todorov, in quanto

non sono i prodigi preternaturali a contraddistinguere il fantastico ortesiano, ma il condizionamento emotivo,

sensoriale ed intellettuale di una scrittrice che accoglie in sé timori, inquietudini, sentimenti e vicissitudini

esistenziali dei personaggi descritti.

Nello specifico, se Jackson pose al centro elementi psicoanalitici ed azioni, scenari originati da volontà

consce o inconsce determinate dalla capacità di immaginare/immaginazione creativa, Todorov individuò il

Fantastico come “genere” nel momento di esitazione condiviso da personaggio e lettore, momento che

precede l’accettazione (il Meraviglioso) o il rifiuto (lo Strano) di un avvenimento non spiegabile con leggi

fisiche:

“Il Fantastico occupa il lasso di tempo di questa incertezza: non appena si è scelta l’una o l’altra risposta,

si abbandona la sfera del Fantastico per entrare in quella di un genere simile, lo Strano o il Meraviglioso”.

(T. Todorov, La letteratura fantastica)

Ortese, invece, allargava il momento di esitazione condiviso a temi che avevano solide radici nell’attualità

sociale e politica, e non operava mai una netta distinzione tra Fantastico e Meraviglioso, ma nel momento in

cui cercava di convincere il lettore ad abbandonare ogni riserva, continuava e spesso intensificava un fitto

dialogo con il reale incorporandolo nella dimensione stessa delle sue storie “meravigliose”, troppo dense di

grumi di dolore per consentire al lettore una totale abdicazione dal regno della realtà.

Così facendo, è riuscita ad emancipare il romanzo realista dalle sue generiche costrizioni, dissociandosi dal

Realismo Magico bontempelliano (che intendeva mutare la quotidianità in un “avventuroso miracolo” per

riscoprire il senso magico della vita, in un mondo reale fecondato da una facoltà immaginativa nata dalla sete

di avventura ed estranea al mero favolismo delle fate) e dal Surrealismo (concepito come assenza del reale,

ripiegamento in una dimensione immaginaria costituita da mondi secondari superiori ed alternativi che

trascendevano leggi logiche e principi di verosimiglianza).

L’iguana (1965) → Il suo primo romanzo reputato fantastico, declinato in chiave eco-femminista. E’ in

parte una fiaba (vi è un eroe, Daddo, che partito da Milano con intenti soffusamente romanticizzati di

scoperta approda nell’immaginaria isola di Ocana, dove incontra Estrellita, “una bestiola verdissima e alta

quanto un bambino”, un’iguana vestita da donna, un tempo amante del signore del posto e divenuta poi una

serva, un’anti-principessa ibrida e mutante -così come la letteratura che la ospita- che incarna il dissidio tra

natura e civiltà, tra reale e fantastico, dalla quale il co-protagonista si sente misteriosamente attratto, tanto da

chiederla in sposa ed impazzire d’amore a causa del suo rifiuto. Chiusa in una tristezza e in un’introversione

fuori dal comune, Estrellita torna sul finale al suo immutabile destino di servitù ed umiliazione, simbolo di

un mondo naturale dolente e spaventato, forzatamente sottomesso ai voleri del genere umano, e della

condizione di subordinazione che da sempre caratterizza l’universo femminile), ma anche un’opera di

scherno nei confronti dell’insensatezza umana o di classe, e di denuncia verso le devastazioni sociali,

culturali ed ambientali dell’Italia del dopoguerra.

Critica ecologica e critica femminista coincidono difatti nel rendere visibili le distorsioni di una società

noncurante dei diritti dei più deboli, ed incapace di accettare le possibili manifestazioni di una “femminilità

trasversale”, non ascrivibile entro alcuna immagine convenzionale e rassicurante, che cozza con una “ragione

maschile e borghese” destinata a perire di fronte all’impossibilità di attuazione del cambiamento

egoisticamente ed ottusamente agognato.

CAPITOLO 3. PARTIRE DA SE’ E NON FARSI TROVARE

Si analizza come la Ortese sia riuscita, con Il porto di Toledo del 1969, a trasformare un genere classico

quale l’autobiografia in qualcosa di profondamente nuovo e in costante mutamento, “un’autobiografia

inventata”, “il racconto di una vita irreale”/Ricordi della vita irreale, “una storia di ricordi toledani” capace

di esprimere “l’imprevisto” nei codici patriarcali consolidati perché estranea a canoni esistenziali e letterari

predeterminati, scoprendo come il personale possa davvero diventare politico colmando il divario tra vita

privata e vita pubblica, anche grazie ad una lingua capace di arrendersi alla “crepa del reale” (Filosofia di

Diotima, cit.) e ai presupposti utopistici (non utopici) di una narrativa che mantiene venature fantastiche e

denuncia al contempo un profondo radicamento nella realtà: solo così, essendo “il non vero più reale del

vero” (secondo la lezione bontempelliana), la scrittrice riuscì a ripercorrere autenticamente gli aspetti salienti

della sua vita e ad inquadrare quel “reale-reale”, quel “continuo” (cit.) dapprima identificato nella memoria

(da influenze esercitate dalla teoria della Differenza Sessuale e del Separatismo Femminista, alla quale non si

sentì tuttavia di aderire a pieno), poi rinvenuto nell’operazione stessa di Aggiunta e Mutamento attraverso

una facoltà immaginativa mai avulsa dal reale (dalla fusione di Realismo Magico, Fantastico ed Utopismo).

Nel 1969 Ortese era di nuovo a Milano.

Alla vigilia della scrittura di Toledo si sentiva profondamente infelice a causa di una latente insoddisfazione

artistica (i due lavori a cui era più affezionata le avevano provocato dispiaceri e inimicizie nel primo caso -Il

mare-, solitudine e incomprensione nel secondo -L’Iguana-; l’opera che le aveva donato un’inaspettata

celebrità ed una temporanea pausa dai problemi finanziari, Poveri e semplici del 1967, è un libro nel quale

non si riconosce, forse il più semplice, canonico, lontano anni luce dalla complessa espressività che l’autrice

è andata sempre cercando) ed un senso di estraniamento dalla realtà, una sensazione di disagio acuita

dall’odio profondo verso “il politico di tutti i tempi e in ogni sua espressione” cit. (l’atmosfera

ideologicamente pesante della Contestazione 68ttina le risultava irrespirabile, diffidente verso faziose

ideologie partitiche avendone per prima sperimentato l’ipoteca sulla libertà d’espressione ed il rischio di

incorrere nella violenza e nella sopraffazione, cui il suo spirito di accoglienza del diverso era estraneo).

“Credo che in realtà fosse il mondo a non piacermi più. … C’era in me una grande negazione del reale, lo

vedevo come inganno e fuga” (Nota nell’edizione Rizzoli dell’85, cit.).

Fu allora che decise di “dare il via ad una falsa biografia”, inventando “una se stessa che voleva un’Aggiunta

al mondo, che gridava contro la pianificazione ottimale della vita, che vedeva nella normalità solo menzogna

… Toledo non è una storia vera, non è un’autobiografia, è rivolta, è “reato” dinanzi alla sola dimensione

umana che ci è rimasta” (cit).

Il porto di Toledo (1969) → Un’autobiografia sui generis, dunque, che predilige l’esperienza stessa del

vivere trascendendo i convenzionali criteri di verosimiglianza ed obiettività, la narrazione asettica dei fatti

“nudi e crudi” del passato, la rappresentazione tradizionale della realtà;

un’auto-interpretazione che parte dalla rimembranza delle memorie infantili utilizzando l’espediente del

“commento” agli scritti giovanili di natura tendenzialmente autobiografica/da “un’allegra introduzione” a

“rendiconti” e “ritmici”(cit.) attraverso il filo conduttore del suo diario di dodicenne, per giungere in

modalità preterintenzionale ma inesorabile all’individuazione, o meglio alla costruzione, di una nuova

identità auspicata più che effettivamente esistente, luogo ideale e mai completamente raggiunto, espressione

di Utopismo, comunque capace di confermare l’unicità di un’esperienza di vita ove è implicita la promessa

di cambiamento e di futuro,

un’identità che trascenda la categorizzazione entro i criteri di classe sociale, razza, religione e genere

sessuale, nella quale possa finalmente riconoscersi e riuscire ad attenuare il senso di alienazione tipicamente

femminile consistente nel sentirsi, da sempre, estranea al mondo/il disagio della sua irrealtà di donna (a

differenza di quello maschile, costituito dalla tendenza all’identificazione nei prodotti del fare, secondo L.

Muraro).

In tal senso, il partire da sé va necessariamente interpretato come la necessità di ripercorrere/riscrivere le

tappe del passato riconoscendo nel recupero delle memorie il momento fondativo della sua originaria identità

di donna e di scrittrice, per non farsi trovare dove ci si aspetterebbe e rivelare, grazie alla fantasia,

l’avvicinamento ad una nuova maturità artistica, una nuova pienezza espressiva ed una personalissima

riconciliazione con la realtà.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Macerata - Unimc
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher silviamac91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana moderna e contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Macerata - Unimc o del prof Carotenuto Carla.

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