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Sentieri nascosti – Giannone

Parte 1

Nell’ambito della memorialistica risorgimentale, una tematica fondamentale è quella carceraria. Di questo filone fanno anche parte le Memorie del duca Sigismondo Castromediano, intitolate Carceri e galere politiche, che figurano solo raramente nelle trattazioni sulla memorialistica ottocentesca, dove peraltro sono a malapena citate e spesso con inesattezze di vario genere. Inoltre, ci sono anche le memorie di altri patrioti meridionali di cui non resta quasi traccia, tutti compagni di cella del duca.

L’opera di Sigismondo Castromediano vide la luce in due tomi, a Lecce, nel 1895-96, subito dopo la morte del duca, il quale fece in tempo a vedere solo il primo tomo. Sono composte da 29 capitoli, oltre al proemio, e sono sostanzialmente la cronaca dettagliata della dura esperienza vissuta dall’autore e da numerosi altri patrioti nelle carcere e nelle galere borboniche. Il fine dell’autore è quello di testimoniare le sofferenze e tutto ciò che hanno subito lui e i suoi compagni in questi terribili luoghi di reclusione per i propri ideali di libertà. Emergono lo sdegno e l’indignazione contro il governo e le carceri del Reame sono per l’appunto il simbolo più vistoso di questo malgoverno.

Di esse ne descrive sia l’aspetto fisico, nonché le strutture, i regolamenti, ecc., sia le conseguenze sui carcerati. Scarceggiano, invece, riflessioni di carattere politico. La narrazione è cronologicamente ordinata, si interrompe a volte per lasciare spazio all’inserimento di documenti (lettere, verbali, ecc.), dovuti forse a una certa influenza positivistica tipica degli anni in cui egli scrive (bisogno di documentare tutto). È un racconto di vicende, ora tragiche, ora divertenti, da lui apprese in carcere o direttamente attraverso il racconto di altri prigionieri (esempio: aneddoto su Papa Giorgio Tarantini, un prete che riesce a sfuggire alla cattura delle guardie borboniche grazie a uno stratagemma di alcuni abitanti di Torchiarolo che poi vengono arrestati).

Egli, nella sua opera, mette in evidenza la sua consapevolezza della lontananza ideale, storica, culturale, geografica della sua opera rispetto a quella di Pellico. Le mie prigioni di Pellico narrano il periodo più travagliato della vita dell’autore, dal momento dell’arresto a Milano, alla condanna a Venezia e al lungo periodo di reclusione nel carcere. Non c’è, però, come in Castromediano e Settembrini, la denuncia delle ingiustizie patite nel carcere, ma la volontà di offrire una testimonianza consolatoria.

Ciononostante, Le mie prigioni influenza la struttura delle Memorie per il gusto del bozzetto, di tipo patetico e sentimentale. In entrambe le opere ci sono dei brani in cui è descritta l’apparizione improvvisa di una figura femminile che porta un po’ di conforto ai prigionieri (Carmela). Sicuramente più vicine allo spirito delle Memorie sono comunque le Ricordanze della mia vita di Luigi Settembrini. È probabile che proprio la pubblicazione delle Ricordanze abbia spinto il duca a riprendere le sue Memorie. Castromediano considera Settembrini il suo maestro.

Nelle Memorie viene ricordata anche la Protesta del popolo delle due Sicilie, altro famoso scritto di Settembrini. Ci sono delle differenze tra le due opere: la prima sta nel fatto che, mentre Settembrini racconta la storia della sua vita a partire dalla fanciullezza, Castromediano si concentra esclusivamente sulle sue esperienze carcerarie e non fa minimamente cenno dei periodi precedenti al suo arresto. Altra differenza è rappresentata dalla lingua, che in Settembrini è piana e semplice, mentre in Castromediano è di tipo classicheggiante e a volte antiquata nelle forme lessicali e nell’espressione.

Castromediano studiò a Lecce presso i Gesuiti e nel suo palazzo di Cavallino con insegnanti privati e non si aprì mai in fondo alle correnti più vive della cultura linguistica del suo tempo. Le due opere hanno, però, un fine identico, cioè quello di testimoniare ai posteri i sacrifici, le sofferenze inflitte ai patrioti per i loro nobili ideali. Un’altra opera meno nota con cui si possono istituire rapporti è Raffinamento della tirannide borbonica ossia I carcerati in Montefusco del calabrese Nicola Palermo. Il libro narra le medesime vicende rievocate dal duca. Anche qui vi sono descrizioni delle carceri nelle quali vennero imprigionati e sono riportati vari documenti.

Le Memorie di Castromediano figurano solo raramente nelle trattazioni dedicate alla memorialistica ottocentesca per la rarità dei due volumi, i quali, stampati da una tipografia leccese, hanno avuto poca circolazione in ambito nazionale. La causa principale è la consueta emarginazione che vicende e personaggi della storia meridionale hanno subìto nei manuali, nelle antologie, ecc. Vittorio Bodini, che ha avuto anch’egli questa sorte, dice che la storia d’Italia è scritta concentrandosi solo su una prospettiva centro-settentrionale.

Ci sono anche altri scritti che compongono una sorta di epopea risorgimentale del Sud, del tutto assenti: il primo in ordine cronologico è quello di Nicola Palermo, che pubblicò Raffinamento della tirannide borbonica ossia I carcerati in Montefusco, il secondo è il volume di Antonio Garcea Sotto i Borboni di Napoli e nelle rivoluzioni d’Italia scritto da Giovannina Garcea Bertola, il terzo è uno scritto del brindisino Cesare Braico, Ricordi della galera; inoltre c’è un libro di carattere storico, Ferdinando II e il suo regno di Nicola Nisco. Tutti questi scritti hanno in comune il fatto che i loro autori sono stati compagni di cella.

Un’altra opera, la più nota in assoluto, è le Ricordanze della mia vita di Luigi Settembrini. Tutti gli scritti menzionati compongono una sorta di epopea, termine usato in una duplice accezione: da un lato per indicare le vicende gloriose, memorabili di questo gruppo di patrioti meridionali che ne sono stati i protagonisti, dall’altro per fare riferimento all’insieme delle opere memorialistiche che narrano queste vicende. Non mancano gli ingredienti che caratterizzano un’epopea, quali: l’eroismo, il coraggio, il sacrificio e nemmeno un episodio avventuroso, quasi romanzesco, che porta al lieto fine con la liberazione dei patrioti.

Se Palermo e Castromediano si limitano a rievocare il periodo vissuto nelle carceri e galere borboniche, il libro su Garcea parte dai primi anni di vita e dalle successive esperienze, un po’ come fa anche Settembrini. Un episodio che riguarda proprio Castromediano e che è uno degli episodi più noti del suo libro, è quello relativo alla richiesta di grazia che egli avrebbe rivolto al re Ferdinando di Borbone, poi rivelatasi falsa, insieme ad altri sei detenuti che invece l’avevano rivolta per davvero.

Il duca dedicò a questa, per lui devastante, vicenda un intero capitolo delle Memorie intitolandolo L’ora più perigliosa della mia vita. Anche Palermo rievocò questo episodio nel suo libro, ma il modo in cui lo fece non piacque al duca poiché era alquanto limitativo e aveva trascurato proprio le insidie e gli ostacoli maggiori da lui superati. Castromediano resiste ai tentativi che tutti fanno per convincerlo a chiedere la grazia ma non accetta poiché riteneva di non aver commesso alcun reato e si ripresenta come un trionfatore.

L’episodio più avventuroso di tutta questa vicenda è quello della loro liberazione sulla nave che doveva condurli a New York. Castromediano narra questa vicenda come se fosse una fiction, ricca di suspense, mossa e vivace. C’è, da un lato, il protagonista, l’eroe di questa vicenda, Raffaele, dall’altro il malvagio antagonista, il comandante Prentiss. Il capitano, all’inizio, non vuole saperne delle richieste degli esuli di sbarcare presso un porto inglese. Il ritrovamento di una pallottola da parte di Prentiss, però, scioglie tutta la vicenda.

Egli, infatti, crede che tutti i patrioti siano armati e decide a questo punto di dirottare la nave verso l’Irlanda. La narrazione di Settembrini, invece, è centrata sulla figura di Raffaele (suo figlio), sul carattere impulsivo del giovane. Anche Palermo, che per primo narrò la vicenda, si concentra sulla figura di Raffaele. Dopo lo sbarco, i patrioti meridionali furono accolti dagli irlandesi e dagli inglesi con manifestazioni di simpatia e affetto e dopo una breve permanenza tornarono in Italia dove continuarono a impegnarsi in vario modo per il loro paese.

Noi credevamo è il titolo di un romanzo di Anna Banti, la storia di Domenico Lopresti (nonno dell’autrice), il quale narra in prima persona gli episodi salienti della propria vita. Si tratta di una autobiografia apocrifa, è la stessa Banti che, alternando...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/11 Letteratura italiana contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Saxbrina97 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università del Salento o del prof Giannone Antonio Lucio.
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