Le foreste nel medioevo cristiano
Le foreste, rispetto all'ordine sociale medievale, erano considerate al di fuori. In esse vivevano i peccaminosi, i santi, gli eremiti, coloro che si elevavano al di sopra del livello umano o si abbassavano al di sotto di esso. La Chiesa cristiana era ostile a questa frontiera della natura non umana. Le foreste rappresentavano l'anarchia della materia. La foresta rappresentava il legame con il pagano e con tutto ciò che era legato a questa cultura.
Nonostante ciò, la foresta restava il rifugio di molti devoti che sceglievano di diventare eremiti per la comunione con il loro Dio. Questo pio smarrimento li aiutò a purificare l'anima dal peccato e a santificarla. Durante l'era cristiana, la relazione tra le foreste e la civiltà era complicata. Le figure abitanti le foreste che venivano descritte in letteratura, nel Medioevo, erano degli uomini che, distaccandosi dalla società, avevano perso la facoltà della ragione, erano degli uomini selvaggi. Questo uomo selvaggio non capisce il concetto di avventura. Ciò accade perché esso incarna in modo del tutto naturale il valore e il coraggio tipico dell'avventura, ergo non necessita di mettersi alla prova. Il valore e il coraggio del selvaggio sono discutibili. Egli non ha bisogno di mettere alla prova ciò che gli appartiene per natura. Solo una natura alienata cerca l'avventura.
Metamorfosi del cavaliere
I cavalieri del romanzo medievale sono uomini selvaggi divenuti eroi dell'ordine sociale ma che hanno bisogno periodicamente di ritornare nella foresta per riscoprire in se stessi l'origine alienata del loro valore, il valore del selvaggio. Il selvaggio definisce l'ombra del cavaliere, cioè le sfumature di eroismo, valore e ardore che lo contraddistinguono.
La maggior parte dei celebri cavalieri letterari hanno subito una degenerazione, divenendo dei selvaggi, per un certo periodo. Tristano diventa un selvaggio della foresta di Morois, Lancillotto perde la ragione in quattro diverse occasioni. Questo serve a capire che questi eroi hanno bisogno di questo periodo di perdizione periodicamente così da poter poi ritrovare il proprio valore come difensori dell'ordine sociale. Essi subiscono, tramite questo decadimento, una rigenerazione. Commedia in questo caso significa normalizzazione della legge e della realtà, in quanto errare per le foreste è ritenuto divertente - al punto che può rivoltare la realtà come un guanto - solo per poi ristabilire il giusto ordine.
Leggi forestali
Il termine foresta significa "al di fuori, tener fuori, escludere" ed indica infatti qualcosa che sta al di fuori del mondo civile, escluso dalle sue istituzioni giuridiche. Il termine veniva originariamente usato per indicare un terreno in cui un decreto imperiale impediva di entrare. Erano dei campi destinati al piacere e allo svago del sovrano. I trasgressori erano punibili attraverso le specifiche leggi forestali, come la common law inglese. Trattato sulle leggi forestali: 1592, di John Manwood. È il solo libro di valore scritto sull'argomento. Questo resoconto parla dell'occupazione rovinosa da parte dell'umanità e della seguente rovina dei terreni boscosi incolti. Soltanto il re poteva, al tempo, proteggere i rimanenti boschi e animali selvatici dall'umanità. Per Manwood una foresta è un rifugio naturale in cui gli animali selvatici hanno ricevuto dal re il privilegio di vivere liberi e protetti. Leggi specifiche, infatti, impongono la protezione della vegetazione e della cacciagione.
Detto ciò, Manwood stabilisce che il termine corretto per foresta è sylva sacrosanta, un bosco inviolabile. Foresta = fera + statio: Dimora sicura per gli animali selvatici. È necessario tenere sotto controllo lo spazio della storia e impedire al mondo vorace della società umana di assorbire interamente la terra per i suoi fini. Il sovrano, perciò, eredita una duplice responsabilità in quanto deve sì governare il suo regno ma deve anche stabilirne dei confini, così da preservare una porzione di territorio selvaggio.
In quanto sovrano della terra, il re conquista la natura selvaggia, perché per natura è il più selvaggio. Dunque, il re di Manwood è il salvatore degli animali di piacere della foresta ma è anche il loro persecutore, in quanto il re incarna la forza civilizzatrice della storia, la conquista storica delle barbarie. Nelle foreste reali esisteva una sola bestia feroce: il re stesso.
Queste leggi furono introdotte in Inghilterra da Guglielmo il Conquistatore quando invase l'isola e la devastò. La maggior parte dei nobili inglesi fu costretta all'esilio. I normanni imposero la propria cultura e le proprie leggi, tra cui le nuove leggi forestali. Il Conquistatore stesso si faceva chiamare re dei cervi. Le foreste divennero non solo rifugio per i cervi ma anche per quei nobili spogliati delle loro terre. Molti, rifiutandosi di lavorare la terra o sottomettersi, presero la via della foresta e vissero lì come meglio poterono. Queste fughe fecero sì che nascesse una nuova figura esaltata anche dalla popolazione indigena (che odiava anch'essa i normanni): quella dell'eroico fuorilegge che combatte l'ingiustizia dal suo nascondiglio nella foresta.
Un esempio di questi fuorilegge è Robin Hood. Appaiono non come nemici della legge ma della sua degenerazione. Nelle loro foreste, essi inseguono l'ombra della legge ma, nel far questo, confondono la dicotomia convenzionale di luce e ombra. Sono i veri campioni della giustizia naturale. Lionel, un fuorilegge vero, invia nel 1336 una lettera al cappellano.
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