Pittore e incisore espressionista
Un pittore e incisore, un apuano, con un gusto espressionista. Sulla sua pagina vediamo un'esperienza di bohème marinara raccontata nel gergo viareggino degli angiporti con un'inclinazione al caotico. Mescola le espressioni e sentimento di pietà. Un'aguzza sensibilità per l'enigma del cosmo. I suoi personaggi sono voci della natura medesima. Eccessi sanguinolenti si possono trovare nei suoi racconti ma anche il casto trasalire di un inguaribile adolescente.
- Vàgeri
- Vagabondi
Beppe il pelato è uno di loro: perdente nella vita, vittorioso di istintiva saggezza, quella antica dei matti del paese. Il registro espressionistico: livelli linguistici a contrasto. Un'estetica del disgusto, della devianza e dell'emarginazione. Racconto rapsodico (frammentario) non ha una linea costante ma ha più facce autonome. Epigrafe c'è una citazione del testo stesso. Voce narrante – narratore omodiegetico – studente di medicina. Il suo amico Beppe è un galeotto. Il perché della loro amicizia non viene detto ma non è essenziale. Epoca: decadentismo, maledetismo. In Italia non ha avuto esiti come in Francia.
Lo studente chiede sempre a Beppe di tradurre parole comuni in gergo dei carcerati. Non provengono dalla stessa classe sociale: S- borghese, B- feccia della società. Descrizione cadavere usato per la lezione – rappresentazione scientifica della morte. Il cadavere mostra un tatuaggio che Beppe riconosce, è un tatù che si fa in una prigione precisa a San Giorgio. Beppe, a differenza del prof, vede il cadavere come un essere umano. Il prof disumanizza il cadavere, visione più scientifica.
Dopo la lezione passeggiano di notte a Lucca. Vedono una donna (prostituta di strada vecchia e brutta) - descrizione pittorica - espressionismo (colori estremizzati, innaturali), passaggio veloce di scena, quasi fotografico. Beppe si è preso cura di lei, per trovare sollievo prima di morire. Dopo che lei muore, B dice che almeno l'ha tolta dalle grinfie di "quel galeotto di Lucca" - prof di anatomia. Lo studente sta imparando dall'università della vita, visione espressionistica che risalta il senso dell'esistenza. Lo studente approva la visione di Beppe, la sensibilità umanistica. Poi Beppe prende parola e diventa narratore di seconda istanza. Racconta di prigione, cita Baudelaire "L'albatros" - linguaggio lirico maledettista. Influenza artistica. Es Aldo nove con bagnoschiuma. Tempo indeterminato. Spazio: Lucca, mortuario. Topoi: morte, prigionia. Temi: la sensibilità umanistica della morte, la crudeltà della prigionia, la visione scientifica della morte. Tecniche: discorso indiretto libero con alcuni dialoghi e alla fine un monologo. Trama: il racconto si apre con la descrizione dell'impegno universitario dello studente e del suo amico Beppe. Lo studente chiede continuamente di tradurre le parole comuni in gergo di prigione, essendo Beppe un galeotto. Poi si prosegue alla descrizione della lezione di anatomia e del corpo di un vecchio galeotto cui tatuaggio viene riconosciuto da Beppe e appartiene ad una precisa prigione, di San Giorgio. Beppe si lamenta della crudeltà e disumanità del professore visto che da lui il cadavere è visto come una macchina da esperimenti. Dopo le lezioni fanno sempre le passeggiate per Lucca. Incontrano una prostituta vecchia e brutta che fa pena a Beppe e che decide di prendersi cura di lei fino alla sua morte per poi seppellirla egli stesso per proteggerla dal professore. Poi Beppe diventa narratore di seconda istanza e racconta la sua crudele e disumana esperienza in prigione facendo riferimento a Baudelaire. Il racconto finisce con due amici che bevono un po' di vino e guardano la natura che li circonda, Beppe alla vista di una villa in cui qualcuno suonava al pianoforte si commuove perché gli pareva l'eco del sole che spariva sul mare.
Federigo Tozzi - L'ombra della giovinezza
Ai limiti del naturalismo, discorso indiretto libero e monologo interiore. Le istanze psicoanalitiche. Il suo è un universo di tragedia, dove i colori sono rifiutati o respinti dalla forza del conflitto che vi domina. Un oscuro rimorso e una scomposta tensione d'affetti familiari corre per le sue pagine – romanzi "Tre croci" e "Il podere" postumi. La famiglia: il rapporto col padre e col fratello violento e sanguigno e il rapporto con la donna nel sesso e nell'amore si trasformano in una vicenda di annientamento e di cecità. La cecità del narratore che soffre la vicenda che sta narrando come se la sua sorte non fosse quella di tenerla comunque in pugno. "Con gli occhi chiusi" Tozzi vede nell'esistente qualcosa di misterioso, il narratore coglie apparenze o epifanie. Il naturalismo narra in quanto spiega, Tozzi narra in quanto non può spiegare. Dominante interiorizzatrice per il manifestarsi di ciò che è intangibilmente umano. Tutto nella sua narrativa discende dal destino un nucleo d'energia al quale è impossibile sottrarsi che si trova dolente nel cuore stesso dell'uomo, provato e riprovato da legami di sangue e di affetti. Tozzi è il primo narratore italiano che abbia visto quanto cruda sia la superficie dell'esistenza e quanto in essa l'uomo sia indifeso.
Tempo indeterminato – spazio: campagna vs città. La campagna è natura, è bellezza e salute e gioventù, e la città è bruttezza, cupezza, sporco e vecchiaia. È reale anche se non identificato. Narratore eterodiegetico e focalizzazione zero. Personaggi: Orazio Civillini, uomo della fattoria, benestante; Marsilia Brunacci, la povera ragazza di 25 anni, di cui si innamora Orazio. Livio Civillini è il fratello di Orazio, crudo e cattivo.
Trama: Orazio va in città perché è stanco della campagna, lì incontra una ragazza di 25 anni, più grande di lui, con lei parla di tutto e se ne innamora sebbene fosse povera. Livio non approva questa decisione anche perché Orazio non lo aiuta con i problemi nella fattoria ed è sempre in città. Orazio si autoconvince che non vuole sposarla e che lei sta con lui solo per i soldi così decide che ha ragione suo fratello e vuole lasciarla. Livio si propone di andare a parlarle e di riportarle indietro anche le sue lettere d'amore. Quando arriva nel quartiere povero dove abita, è schifato e non vede l'ora di andare via. All'entrata incontra la madre di Marsilia, Pierina che è imbarazzata per i suoi vestiti così poveri. Livio senza alcun sentimento dice che Orazio non verrà più e che vuole ridare le lettere. La madre entra nell'altra stanza non ci sono le due figlie. Marsilia sta male, piange di continuo e non riesce a capire perché non può amarla nessuno. È distrutta ma non si fa vedere. Anita la sorella va a chiedere se vuole qualcos'altro in quel momento arriva il padre che, venendo a conoscenza della situazione, gentilmente ringrazia Livio per essere venuto cercando di non far vedere il suo dispiacere. Livio andando a casa racconta a Orazio com'è andato e che Marsilia ha pianto ma non ha detto niente così Orazio dice che quindi ella gli voleva bene e che non doveva comportarsi così e da quel momento in poi ha il continuo rimorso di non averla sposata e di aver ascoltato il fratello. Racconto psicoanalitico in cui possiamo vedere i rimorsi e i pensieri di Orazio. Temi: rimorso del passato e della giovinezza perduta che non può più tornare. Il contrasto tra la campagna e la città.
Aldo Palazzeschi - Lupo
Nel 1911 il "Codice di Perelà" narra la storia di un uomo di fumo, romanzo inclassificabile in cui si può vedere un onirico grottesco e questo dimostra che non amava il semplice escamotage verbale. Nel 1915 si dichiarò neutralista. Fase realistica "Il palio dei buffi" ecc. in scena il mondo provinciale dove ci si salva solo per estrose obliquità. Egli sembrava fuggire solitario dalla contingenza quotidiana che gli era dato vivere, fuggire per una misteriosa feria sofferta che nascondeva e di là dalla distanza della fuga il giudizio dell'asceta. E il giudizio si rovesciava in fiaba e fiaba in simbolo. La sua conversazione era ispirata ai canoni della favola, nei ritmi formali e nell'arredo stilistico ma in tanta affabilità favolistica si insinua una forma di domata disperazione. "La piramide" (1926) mise a nudo la propria solitudine e il senso di obbrobrio che gli ispirava la vita. La favola si trasforma in una ispirazione grave dove si può leggere un disgusto che il primo dopoguerra alimentava. La società dove aveva vissuto crollava pezzo dopo pezzo. Forse anche in questo racconto, in questa malinconica fiaba del marchese Onorio possiamo vedere questo sentimento. Il silenzio in cui si rinchiude e muore il protagonista è quello dell'indignazione etica e politica. Novella del 1937 (fascismo) – nobiltà → decadenza casata – presenza di asterischi-censura-strategia che serve a rendere autentico il lavoro, serve a rendere più vera la storia narrata, tipico storiografia.
L'omissione dei fatti ci dà l'idea di autenticazione al racconto (strategia comunicativa, tipica del romanzo storico, per dire al lettore che la storia è attendibile e autentica. X non offendere i protagonisti – clausola autenticante. Si dà per scontato che il lettore conosca la storia di Don Chisciotte parlando di Dulcinea. Una serie di allusioni devono essere lasciate al lettore sulla base di una serie di informazioni che il lettore deve possedere – rinvia a atmosfere cui si va nella dimensione allegorica. L'incipit – si dà un'idea della nobiltà feudale dell'antica casata e del protagonista il marchese Onorio – è un personaggio che basa la sua autorevolezza sulla feudalità – suggestione del suddito che è succube del potente. È un racconto allegorico fittizio > è proposto come una vicenda storica ma il lettore deve accorgersi della sua appartenenza al genere allegorico. Finge di iniziare come un racconto storico ma poi si rivela una cosa diversa. Si parla dell'ultimo rappresentante di una grande famiglia feudataria (Costantino pilo di P**** in provincia di S***)> potere assoluto sulle terre e sui sudditi (considerati come oggetti) e con il passare dei secoli (Medioevo> epoca moderna) il potere di questa famiglia si è indebolito, il popolo è diventato cittadino ma ha acquistato il concetto di sudditanza, ha interiorizzato la sudditanza> il cittadino ha un'indole da schiavo perché il progresso non va a pari passo con la mentalità. Tempo> Onorio ha 70 anni. Si chiude in una cella da eremita. È scontroso. Arcano, misantropo, superiorità e altero. Manda via tutti i servi e lascia la governante Dulcinea (Don Quisciotte).
Il lettore modello non esiste> tutti noi siamo dei lettori empirici> il lettore modello è pensato dal testo stesso< esistono anche i lettori coevi> contemporanei al racconto. Il lettore modello riesce a pensare subito a Don Chisciotte. Onorio è simile a lui perché impazzisce per qualche ragione poiché non riesce più a comportarsi con la realtà. Onorio, Parroco e Dulcinea sono le 3 autorità del paese. Dulcinea trasforma questo racconto in un racconto allegorico. È un testo che gioca con i generi letterari> inizia con un genere e poi transita in un altro > il lettore deve percepire quest'idea> una storia realmente accaduta si sovrappone a un racconto come quello di Don Chisciotte. Ci porta a dover trovare una strada per dare il senso a questo (la storia, dinamiche storiche, e l'esemplarità estrema di qualcuno che dentro la sua storia non ci sta) > Onorio si rifugia altrove, nella follia, non riesce più a stare nel suo presente. Essere in sintonia con la storia che cambia > allegoria. Il testo non dice tutti i dettagli sennò sarebbe autoritario (ciò che non interessa viene omesso e quando un particolare serve per interpretare il testo viene evidenziato) la sua vita dipende dalla presenza del sole, durante il giorno gira vagabondando per le terre. Dulcinea è pettegola ma non gli rivolge la parola almeno che non inizi lui a parlare. Onorio a volte beve un po' di vino e quando va in giro si porta un po' di pane e di frutta come un soldato. Non si ferma a parlare con nessuno ma quando passava la gente lo lodava. Quando non sentiva veniva soprannominato "Lupo" da tutti a causa dell'aspetto fisico poiché è vampirico e scheletrico. L'aspetto fiabesco: lupo è il cattivo.
Il genere gotico: demoniaco, satanico (essere scarnificato- scheletro) Onorio quando si trova a contatto con i paesani prova disprezzo e disgusto, fastidio, questi chiedono elemosina per vari problemi lui si arrabbia ma dà sempre più soldi a tutti. È un personaggio negativo sebbene l'allusione alla fiaba ci voglia mostrare una struttura manichea (buono e cattivo) però non c'è nessun buono. Per togliersi il fastidio delle persone sprofonda le mani nelle tasche e distribuisce i soldi ai postulanti, tutti coloro che lo circondano, è un'anomalia poiché non è coerente a quello che ci si può aspettare dalle fiabe. L'odio non dichiarato passa nel gesto di regalare denaro (tutti hanno imparato che bastava infastidirlo un po' che così potevano prendersi dei soldi, più si infuria più dà > personaggio delirante. Il Parroco è un altro personaggio importante> esalta il lupo a non essere così misantropo. Lupo libera le tasche dai soldi come se fosse sterco.
Si diverte a lanciare i soldi dalla finestra così la gente si mena come degli animali a prendere i soldi > pugna. Attraverso il gotico si passa all'allegoria storica> per effetto della sua ristrettezza svela subito il gioco > vuole rappresentare allegoricamente il tempo più vicino. Lupo ha trovato il modo per divertirsi > gli piace vedere la gente scannarsi che chiama "gente porca". Chi è il vero mostro? Il lupo o la gente? Il lupo è un mostro che regala > generosità le rivoluzioni che hanno scandito la modernità determinano la decadenza del potere > il lupo è l'ultimo erede del potere antirivoluzionario. Il popolo per avere ciò che vuole è disposto ad uccidere i propri simili. Gli uccellini hanno reso felice il lupo, che provava un certo affetto nei loro confronti.
Un giorno quando stava tornando dalla banca è aggredito da due ladri che lo derubano e deridono da quel giorno Onorio manda via anche Dulcinea e decide di tagliare i contatti con il mondo esterno. Si chiude nel castello e non fa più entrare nessuno. Il parroco dopo un po' di tempo ha deciso che bisogna entrare con forza nel castello dove trovarono tutto distrutto e ribaltato e vicino un ammasso di ossa di lupo. Si chiude in casa perché ha preso coscienza dell'inadeguatezza del contesto sociale. Narratore eterodiegetico, focalizzazione zero – temi: la follia, inadeguatezza sociale, uomo-animale crudele, misantropia.
Maria Messina - Casa paterna
Espone la vita siciliana, la miseria cronica nelle case dei contadini e quelle dei piccoli borghesi. Scolara del Verga. La vita chiusa, i vortici silenziosi dell'esistenza familiare. Nella narrativa di Maria Messina lo spazio della casa funge da metafora pregnante dei destini senza scampo dei suoi personaggi. Maschere affette dalle sindromi opposte della claustrofobia e della claustrofilia, essi si dibattono drammaticamente tra le atmosfere asfittiche in cui sono imprigionati e la coscienza che, fuori dalle mura delle dimore avite o coniugali, non c’è che dispersione e disgregazione del proprio io. La novella si apre con il ritorno di Vanna, in fuga da Roma e da un matrimonio infelice, alla casa paterna, dunque con un attacco in medias res, quando il dramma di un’unione impossibile si è già consumato. È dalla sua voce, infatti, che retrospettivamente il lettore viene a conoscenza di una storia di irrisarcibile incomunicabilità tra una femminilità relegata ai margini della vita sociale e un modello maschile perfettamente integrato nei ritmi della vita cittadina. La distanza che separa marito e moglie si misura infatti sulle antitetiche disposizioni con cui i due personaggi si rapportano alla capitale, ai suoi spazi ed alle sue occasioni mondane. Un’emarginata, dunque, sia nel perimetro domestico che per le vie della capitale dove gli abiti di ragazza, che tradiscono la sua identità di modesta provinciale, contrastano con gli abbigliamenti alla moda a cui, evidentemente, il marito, uomo di mondo, attribuisce un preciso significato di partecipazione ai codici della comunità. Sempre nei mondi fittizi della Messina la condizione di solitaria reclusione in cui versano le sue protagoniste potenzia, per reazione, un’attività risarcitiva dell’immaginazione o della memoria e le case evocate contrastano per luminosità e solarità con le gelide, funeree abitazioni del vissuto. Nel caso di Vanna è «l’odore delle alghe» che le sembra provenire dalle lettere da casa a farle sognare, per dirla con Bachelard, «nell’estrema profondità.
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