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fra il 960 e il 963 definiti “Placiti Campani” in cui un giudice riconosce diritti di proprietà

dell’abbazia di Montecassino grazie alle dichiarazioni di alcuni testimoni che parlano il volgare.

Si tratta quindi di una letteratura che esprime la voce del popolo.

2.2 La letteratura europea.

Il XII secolo vede una nuova grande rinascita culturale strettamente legata alla rinascita delle città e

alla fioritura dell’economia e dei commerci.

A tutto ciò si affianca un prodigioso sviluppo delle letterature in lingua volgare in cui appare

dominante l’interesse per la poesia epica che vede in Spagna l’affermazione del cantar de mio Cid

epopea della riconquista della penisola iberica agli arabi, in Germania la saga Nibelunghi e in

Francia il ciclo carolingio, una produzione di poemi il langue d’oil chiamati chansons de geste e

basati sulle imprese di Carlo Magno contro i Saraceni.

Si tratta di una produzione letteraria caratterizzata dall’esaltazione di valori come la forza e il

coraggio del paladino che integra in sé i caratteri dell’eroe dell’epica classica, del guerriero

germanico e del santo cristiano.

Inizialmente questi poemi si tramandavano oralmente grazie allo stile basato sul décasyllabe, un

verso molto cadenzato ritmicamente in cui era presente una frequente ripetizione di parole e frasi.

Alla stagione dei poemi epici succede la forma del romanzo dalla metrica più leggera e cantabile

basata sul verso octosyllabe.

Le storie raccontate provengono da leggende del mondo antico, da personaggi storici diventati mito

o dal ciclo bretone legato alle storie di Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda.

Rispetto all’unità lineare della chanson, il roman presenta una struttura più complessa fatta di storie

che si intrecciano e rendono perciò difficile la memorizzazione di tutti gli eventi; per questo motivo

il roman predilige la scrittura all’oralità.

Proprio attraverso la scrittura cominciano ad affermarsi i primi romanzieri come Chretien de Troyes

che scrive in particolare due romanzi di cui uno sulla storia fra Ginevra e Lancillotto e un secondo

sulla ricerca del santo Graal.

In questi romanzi i cavalieri incarnano tutti i valori positivi che un uomo possa avere come la lealtà,

il coraggio, il distacco dai beni terreni, la difesa dei deboli e delle donne ecc.

Inoltre in questi romanzi troviamo una nuova concezione dell’amore, un amore che rappresenta una

forma di nobilitazione dell’anima ma che allo stesso tempo è libero di ribellarsi a vincoli sociali e

religiosi (basti pensare a Lancillotto e Ginevra o a Tristano e Isotta).

Questa nuova concezione dell’amore modifica anche il ruolo della donna nella società dell’epoca

che dal so ruolo medievale di essere inferiore, strumento del demonio e schiava del peccato diviene

essere umano e acquista un grado di supremazia feudale sul cavaliere, diventa cioè veramente

“donna” cioè domina = signora.

Questo tipo di cultura viene definita cortese in quanto si sviluppa presso alcune corti della Francia e

dell’Inghilterra.

Ben presto la cortesia si oppone alla villania che incarna tutti i comportamenti condannati dal

mondo cortese (viltà, falsità, astuzia, arrivismo, lussuria) i quali erano presenti nelle classi

mercantili allora emergenti in Europa.

Il mondo dei villani, opposto a quello dei cavalieri, si rispecchia in una sua letteratura in volgare,

contraddistinta da forme più brevi ed adatte ad una fruizione episodica e irregolare.

Fra questi testi particolarmente importanti sono i Fabliaux, brevi racconti in versi in cui risalta la

tematica erotica e giocosa, al centro di beffe giocate dalle donne ai danni di mariti e amanti.

Si tratta di una donna molto diversa da quella della letteratura cavalleresca, la donna villana è una

donna reale ch dimostra la sua superiorità all’uomo mediante la propria capacità di giudizio e di

azione.

Accanto ai Fabliaux si impone anche il genere delle favole degli animali, derivante dai modelli

antichi ma arricchito anche da influssi del mondo arabo e indiano.

Si tratta di vicende di uomini sotto il travestimento allegorico degli animali.

Fra questi uno dei più importanti è il Roman de Renart, una raccolta di favole di cui è protagonista

una volpe molto astuta.

2.3. La poesia provenzale.

La poesia provenzale nasce nella Francia meridionale tra la fine dell’XI secolo e l’inizio del XIII.

Si tratta di una poesia in langue d’oc (la lingua dominante in Provenza) caratterizzata da un

altissimo livello formale che si rifà al genere lirico delle corti feudali.

I poeti di questo genere sono chiamati trovatori (dal verbo trobadours che significa “comporre

tropi” cioè poesie musicate) e provengono da diversi livelli sociali tutti gravitanti intorno alla corte:

dal menestrello al giullare, dal cavaliere al principe, al feudatario.

La poesia provenzale è caratterizzata da una continua sperimentazione di nuove possibilità nella

lingua e nella metrica ed è quasi sempre accompagnata dalla musica.

Possiamo quindi definire il trovatore come un cantautore di oggi impegnato sul doppio versante

della parola e della musica.

Tale sperimentazione portò alla creazione di forme metriche del tutto originali come la canzone

caratterizzata dalla suddivisione in strofe e da una conclusione della “congedo” in cui l’autore

prende congedo dal testo e gli rivolge la parola a livello meta testuale indirizzandolo alla sua amata.

Come se non bastasse i provenzali inventarono anche un vero e proprio sistema di generi in cui si

distingue:

- l’alba, cioè il momento triste della separazione degli amanti dopo una notte d’amore;

- il pianto, cioè la commemorazione da parte del menestrello del signore feudale morto;

- il sirventese, poema che affronta tematiche di stampo politico;

- il contrasto, una forma di poesia dialogata in cui l’amante dichiara l’amore all’amata che

risponde in un primo momento con un netto rifiuto;

- il plazer e l’enueg, che consistevano rispettivamente nella descrizione dei momenti piacevoli

e sgradevoli della vita cortese.

Oltre ai generi è possibile riconoscere altresì due grandi partizioni di stile:

- il trobar leu, cioè il “poetare leggero” di facile comprensione e dalla forma lieve e cantabile;

- il trobar clus, cioè il “poetare chiuso” caratterizzato da un arduo lavoro di elaborazione

formale, dall’uso di parole difficili e di figure retoriche.

2.4. Primi testi letterari in Italia.

Gli inizi della letteratura italiana sono strettamente collegati alla poesia provenzale.

Uno dei testi più antichi, risalente al 1180 circa, è una canzone in cinque strofe di decasillabi

accompagnata da musica il cui titolo è quando eu stava in le tu catene in cui un innamorato parla

direttamente all’Amore personificato lamentandosi della sua condizione.

Nel Nord Italia la poesia provenzale circolava nelle corti feudali e nelle città culturalmente

all’avanguardia come Genova.

I primi poeti italiani erano per lo più dei giullari al servizio di un signore o di un ecclesiastico e i

loro testi, detti ritmi non erano particolarmente elaborati.

I ritmi potevano trattare diversi tipi di temi; andavano dal tema politico a quello religioso a quello

comico.

Durante il XII secolo in Lombardia e Veneto si diffonde un tipo di poesia

proverbiale/moraleggiante basata su temi come la cattiva natura delle donne (Proverbia que

dicuntur super natura feminarum), i commenti poetici a testi biblici (Splanamento de li proverbii de

Salamone di Gerard Pateg) e il tradizionale confronto fra vizio e virtù e tra paradiso e inferno (Libro

di Uguccione da Lodi). 3. IL DUECENTO

3.1. La poesia della corte imperiale.

La poesia provenzale finì in modo improvviso e tragico intorno agli inizi del 1200 quando il

1 ) e la grande

diffondersi di movimenti ereticali (ispirati per lo più alle credenze dei Càtari

indipendenza e prosperità economica delle corti provenzali portarono alla convergenza di interessi

politici e religiosi verso la distruzione di quella civiltà.

Con il pretesto della Crociata contro gli Albigesi per estirpare l’eresia, si scatenò una sanguinosa

guerra di conquista che portò alla fine delle corti feudali e alla diaspora dei trovatori.

Molti di loro trovarono rifugio in Italia dove la poesia provenzale venne trascritta in appositi

manuali in cui accanto al testo poetico appaiono una sezione dedicata alla vita dell’autore e un

commento al testo stesso.

Da quel momento gli italiani cominciarono a scrivere canzoni sul modello provenzale e

direttamente in lingua provenzale (il volgare materno non era ritenuto degno di esprimere un

sentimento così alto quale l’amore cortese).

Fra gli esponenti più importanti di questo genere troviamo Sordello da Goito autore di un

bellissimo compianto per la morte del suo signore Blacatz. Si tratta di un testo di forte valenza

politica in cui l’autore critica i principi contemporanei invitandoli sarcasticamente a mangiare il

cuore del signore defunto al fine di assumerne la forza e il coraggio.

La poesia provenzale in Italia si diffuse soprattutto grazie a Federico II di Svevia, che dopo aver

ereditato la corona dei domini germanici e quella del Regno di Sicilia, ingaggiò un’aspra battaglia

contro l’ingerenza della Chiesa nella politica terrena.

La battaglia di Federico II aveva un duplice scopo: in primo luogo era finalizzata alla creazione di

una struttura statale centralizzata che superasse la staticità del mondo feudale. Per realizzare questo

progetto egli aveva bisogno di funzionari fedeli ed esperti di diritto e diplomazia; e poiché

l’Università di Bologna (controllata dalla Chiesa) non bastava più come luogo di formazione,

Federico fondò nel 1224 l’Università di Napoli.

In secondo luogo egli voleva promuovere una rinascita culturale basata sulla conquista di una reale

autonomia dalla religione.

Da amante della poesia provenzale, Federico invitò coloro che lo circondavano a leggerla e imitarla.

Ben presto, proprio grazie a quell’invito, cominciò a diffondersi presso la corte imperiale un nuovo

tipo di poesia che riprendeva lo stile provenzale ma che era scritta nel volgare degli alti funzionari

fredericiani.

Questa nuova poesia godeva degli apporti culturali di poeti provenienti non solo dalla Sicilia ma da

tutto il Sud Italia. Ognuno di essi arricchì questo genere con i propri interessi culturali affiancando

all’immagine della donna-domina, la speculazione scientifica e filosofica, e le figure più originali

dell’immaginario medievale come gli animali fantastici e le pietre preziose dotate di virtù magiche.

Sul piano strutturale troviamo una costruzione che non ammette più le irregolarità arcaiche dei ritmi

sostituendo a queste la sinalefe procedimento secondo il quale la sillaba finale di una parola

(terminante per vocale) e quella iniziale della parola successiva (iniziante per vocale) contano per

una sola sillaba.

I testi sono composti esclusivamente in endecasillabi e settenari i quali risultano più leggeri e

cantabili grazie alla mobilità degli accenti tonici delle lingue italiane.

La canzone cessa di avere lo stesso sistema di rime in tutte le strofe le quali diventano autonome.

Questo cambiamento è dovuto maggiormente al fatto che queste nuove canzoni non sono musicate e

vengono fruite da un pubblico di alta levatura culturale mediante la forma della lettura privata.

1 I Càtari erano i seguaci di un movimento religioso (Catarismo) fondato sull’esercizio di povertà e castità. Tale

movimento venne condannato dalla Chiesa come eretico più per motivi politici che non religiosi. Esso infatti,

promuovendo uno stile di vita casto e povero, si avvicinava alle masse popolari molto più di quanto non facessero gli

alti prelati. Da ciò derivava una perdita di potere non indifferente da parte della Chiesa sul popolo.

Inoltre particolarmente importante in questo periodo è l’invenzione del sonetto una forma metrica

conclusa in quattordici endecasillabi ripartiti in due quartine (la fronte) e due terzine (la sirma).

Il probabile inventore di questa nuova forma metrica fu Iacopo da Lentini uno dei più noti poeti

dell’epoca cui dobbiamo una rielaborazione dei valori dell’amore cortese che vede ora l’affermarsi

di una contemplazione tutta interiore di una donna idealizzata ed assente di cui il poeta-amante

costruisce un’immagine nel cuore e la adora come un’icona sacra.

Fra gli altri scrittori della corte imperiale vanno ricordati Pier delle Vigne autore di importanti

lettere in latino caratterizzate da un alto livello di stile e Guido delle Colonne compositore di

canzoni che ricordano il tipico trobar clus.

Ma non manca accanto alla poesia alta quella popolareggiante, caratterizzata da un livello

linguistico basso in cui i protagonisti non sono donne cortesi e cavalieri ma contadine e giullari e il

valore dell’amore che nobilita l’uomo è sostituito dal mero soddisfacimento del suo desiderio

sessuale. Esempio importante di questo genere è senza dubbio il contrasto del poeta siciliano Cielo

da Alcamo intitolato Rosa fresca aulentissima.

Purtroppo, nonostante la bellezza e l’importanza di questi testi, oggi possiamo ammirarne solo la

trasposizione eseguita dai copisti toscani nel Canzoniere Vaticano risalente alla fine del Duecento,

dal momento che i testi originali in lingua siciliana sono andati perduti.

3.2. Gli ordini mendicanti.

Verso gli inizi del Duecento, sotto la spinta di grandi fermenti religiosi nascono piccole comunità

che si sforzano di vivere autenticamente il Vangelo senza però estraniarsi dal mondo. Sono i

cosiddetti Ordini mendicanti dei quali i più importanti furono quello dei domenicani e quello dei

francescani.

L’ordine dei domenicani fondato da Domenico di Guzman era basato sull’apostolato da compiersi

nelle moderne città europee. In queste città i frati utilizzavano l’arma della parola per combattere le

moderne eresie.

La predica era in volgare affinché fosse comprensibile a tutti e caratterizzata dall’uso di una retorica

particolare fatta di metafore e forti immagini al fine di colpire l’immaginazione di chi ascoltava.

La formazione culturale dei predicatori doveva essere di alto livello. Essi dovevano conoscere le

tecniche dello stile e della retorica nonché i testi sacri e i loro commenti medievali.

I più importanti conventi domenicani si dotarono di scuole che fungevano da vere e proprie facoltà

di teologia. Uno dei maggiori esponenti dell’ordine fu Tommaso d’Aquino filosofo e insegnante.

Fra le sue opere più importanti ricordiamo oltre ad una serie di commenti alla filosofia aristotelica,

ricordiamo il Contra Gentiles testo dichiaratamente contro i pagani, il De Pulchro importante

sintesi dell’estetica medievale e del modo di concepire la bellezza nelle arti figurative; e la Summa

Theologica, testo fondativo della filosofia detta Scolastica, sull’autorità aristotelica e sul tentativo di

accordare fede e ragione.

Per quanto riguarda i francescani, quest’ordine fu fondato da Francesco d’Assisi autore di lettere,

preghiere e testi devozionali in latino che denotano un certo spessore culturale anche se il testo più

importante è senza dubbio il Cantico delle creature composto da 33 versi senza misura fissa e senza

rima, basati su una scansione interna del ritmo, e sulla ripetizione del modulo di lode “Laudato si,

mi Signore” ad inizio di ogni strofa, una tipologia che rinvia alla poesia biblica (il cantico dei tre

fanciulli nel libro di Daniele), e in particolare alla poesia dei Salmi (il Salmo 148).

A differenza delle tradizionali esortazioni bibliche, Francesco stabilisce un rapporto con Dio più

diretto, ringraziandolo personalmente per il creato nella prima parte del cantico, instaurando un

rapporto fraterno con ogni creatura e creazione del Signore nella seconda parte (per cui fratelli e

sorelle dell’uomo sono la Luna, il Sole, le Stelle e gli animali tutti) ed infine instaurando un

rapporto di fratellanza con la morte corporale la quale non è più una figura sinistra e macabra ma

una ministra di Dio, compagna di strada dell’uomo nell’ultimo tratto sul sentiero della vita.

Lo stile di Francesco si può dire caratterizzato dalla gioia e dall’ottimismo dal momento che ogni

creatura del mondo rimanda a Dio. Questa positività nei confronti del mondo si oppone alle

ideologie religiose dell’epoca che tendevano a negarlo privilegiando solo l’aspetto spirituale.

Altro aspetto importante nella produzione di Francesco è l’attenzione al teatro che dopo essere stato

condannato dai Padri della Chiesa, era rinato all’interno delle Chiese prima e all’esterno poi, sotto

forma di rappresentazione tragica della Passione e Resurrezione di Cristo allo scopo di rendere il

messaggio religioso il più chiaro possibile alle masse.

Dopo la morte di Francesco, cominciarono a diffondersi una serie di testi come l’anonima

Leggenda Perusina, Vita di Sancti Francisci di Tommaso da Celano e la Legenda maior di

Bonaventura da Bagnoregio. Inoltre l’ordine francescano si dotò di scuole come quelle

domenicane grazie alle quali si diffuse una letteratura in latino sulla storia del santo che venne poi

trasposta in volgare nei Fioretti di San Francesco nonché i poemetti del frate Giacomino da

Verona sulla vita delle anime in Paradiso e all’Inferno.

In questi ultimi poemetti si ha una visione chiara e concreta di quello che sarà il destino delle anime

in quanto la storia scritta viene accompagnata dagli affreschi sul Giudizio Universale presenti sulle

pareti della maggior parte delle chiese dell’epoca.

3.3. La poesia comunale toscana.

Dopo la morte di Federico II, la sconfitta di suo figlio Manfredi a Napoli e l’incoronazione del

nuovo Re Carlo d’Angiò, la poesia provenzale sembrava destinata a finire nel dimenticatoio.

Tuttavia, essa fu invece trascritta in manoscritti toscani, in cui la primitiva veste linguistica siciliana

o meridionale fu assimilata all’uso toscano.

Questo passaggio significò la ricezione da parte di un pubblico molto più ampio dei soli funzionari

imperiali. Si trattava infatti di un pubblico fatto di notai, giuristi e borghesia mercantile.

L’interesse per la poesia volgare si sviluppa dapprima in ambito giuridico e notarile. Infatti le prime

testimonianze della poesia volgare si ritrovano in alcuni memoriali, libri di trascrizioni di documenti

in cui (per evitare falsificazioni) il notaio era solito riempire le parti bianche rimaste sul foglio con

il primo testo che gli passasse per la mente, un sonetto, una canzone, un proverbio.

Fra i maggiori esponenti di questo nuovo genere troviamo Bonagiunta Orbicciani notaio e autore

di canzonette e ballate e Guittone del Viva il quale dopo una prima fase dedicata alla poesia

amorosa-politica lascerà moglie e figli per unirsi alla confraternita dei frati godenti di Bologna

dedicandosi interamente alla poesia religiosa-morale.

Le sue opere influenzeranno numerosi altri autori come Chiaro Davanzati, Dante da Maiano,

Monte Andrea e la prima donna della nostra letteratura che nei testi viene definita la Compiuta

Donzella vale a dire la “fanciulla perfetta”.

3.4. La poesia lirica “nuova” da Bologna a Firenze.

La poesia lirica nuova nasce con Guido Guinizzelli un giovane poeta che dopo essere stato un

fedele guittoniano, torna (complice una buona conoscenza dei poeti provenzali e imperiali) alla

poesi fredericiana scatenando una serie di critiche nei suoi confronti da parte dello stesso Guittone e

di Bonagiunta.

Nella poesia di Guinizzelli troviamo tutti gli stilemi della poesia provenzale:

- il legame indissolubile fra amore e cuor nobile svincolato dalle condizioni sociali;

- l’icona della donna-angelo che viene vista come messaggero di Dio inviata sulla Terra a

redenzione dell’umanità e soprattutto del poeta suo amante;

- l’uso di similitudini tratte dal mondo naturale per definire la donna (come un fiore, come una stella

ecc.)

Ma al di là del tema tradizionale è interessante anche l’affiorare di una coscienza meta poetica,

laddove il poeta amante sa di essere sia protagonista e vittima che testimone e scrivano di quello

che gli accade. Infine in Guinizzelli troviamo la volontà di creare un linguaggio comune della

poesia che sia libero dai troppi artifici e dalle troppe oscurità utilizzati dai suoi contemporanei.

Lo stile di Guinizzelli viene ripreso da Guido Cavalcanti che dopo aver capeggiato una brigata di

giovani poeti suoi amici, se ne distacca e compone da solo un Canzoniere nel quale tratta il tema di

un amore che si fa esperienza vitale distruttiva, un amore che sfugge al dominio della ragione e

finisce per dominare l’anima, diventando una specie di malattia e imponendo una serie di effetti

patologici come il tremore, la paura, la malinconia, il pianto.

La poesia di Cavalcanti presenta una complessa psicologia che egli stesso rappresenta mediante la

personificazione di tutto ciò che lo circonda e fa parte di lui.

Le facoltà vitali e spirituali diventano spiriti e spiritelli travolti da Amore, gli occhi, il cuore e gli

organi interni prendono vita ed esternano la loro sofferenza, persino gli oggetti sembrano acquisire

una propria personalità nel sonetto Noi siàn le tristi penne isbigotite.

Ma il Canzoniere di Cavalcanti non tratta solo dell’esperienza alta dell’amore; in esso sono infatti

presenti anche ballate leggere e malinconiche e testi che trattano l’amore sotto il segno stilistico più

basso della “pastorella provenzale” o del rovesciamento comico della donna-angelo che diventa la

malevola visione di una gobbetta nel sonetto Guata, Manetto, quella scrignuzzuta.

Dei seguaci di Cavalcanti non tutti riescono a seguirne lo stile con la stessa profondità. L’unico che

riesce ad emergere è Cino da Pistoia nel cui Canzoniere troviamo ben 165 testi dominati

dall’amore per la sua Selvaggia.

Con Cino si può dire superata la stagione dello sperimentalismo poetico in quanto egli più che

trovare forme nuove segue le soluzioni stilistiche dei suoi amici elaborando in particolare il tema

del ricordo e della lontananza. Nella canzone La dolce vita e ‘l bel sguardo soave l’evocazione della

partenza dell’amata porta il poeta a meditare sul dolore causato dalla separazione e dalla privazione

della vista.

3.5 La poesia comica.

Accanto alla poesia lirica alta si sviluppa una poesia comica bassa basata sul rovesciamento e sulla

parodia dei temi principali della poesia alta.

Così la donna-angelo diventa una popolana brutta e volgare figura nella quale confluisce tutta la

tradizionale misoginia del tempo con il suo odio verso la donna e l’enumerazione dei suoi vizi.

In realtà questo genere altro non è che un mero esercizio di stile come dimostrano i sonetti comici di

Guinizzelli, Cavalcanti e Dante.

Un altro filone di poesia comica diffusa nell’Europa del tempo era la poesia goliardica legata ai

temi della dell’eros, del gioco e della vita di taverna.

Uno dei maggiori esponenti di questo genere è Cecco Angiolieri la cui vita inquieta e irregolare

fatta di debiti ed emarginazione sociale fa confluire nelle cui composizioni una forte rabbia che lo

porta a scagliarsi contro la vanità delle cose del mondo e le autorità costituite desiderando di essere

Dio, papa, imperatore e tutti gli elementi naturali (morte compresa) per sconvolgere il mondo e

l’intera umanità nel sonetto S’i’ fosse foco arderei ‘l mondo.

In Angiolieri è sempre presente il tema della povertà contrapposta alla ricchezza che lo porta a

vivere in modo patologico il suo stato di privazione fino alla malinconia espressa nel sonetto La mia

malinconia è tanta e tale.

La differenza è che per Cecco, la malinconia nasce dalla privazione del denaro e dell’emarginazione

sociale e non dall’assenza dell’amore di una donna.

3.6. La poesia allegorica e didascalica.

La poesia allegorica e didascalica è una poesia in cui prevale lo scopo dell’insegnamento. In essa

ogni elemento della storia rinvia ad una complessa realtà intellettuale rendendo il poema una sorta

di enciclopedia del sapere medievale comunicata in modo più leggero rispetto ad un trattato latino.

Il primo esempio di questo genere è il Roman de la Rose scritto in Francia da Guillaume de Lorris.

Il testo tratta la conquista della donna da parte dell’amante in uno splendido giardino primaverile.

Il poema rimasto incompleto fu poi continuato quaranta anni dopo da Jean de Meun che spostò

l’attenzione sulla cultura filosofica e scientifica del suo tempo facendo appunto un’opera allegorica

e didascalica.

il modello del Roman de la Rose venne poi ripreso dai fiorentini che sostituirono alla cornice del

giardino lo schema allegorico del viaggio in cui il poeta è pellegrino e protagonista della propria

narrazione impegnato nella ricerca che può essere della verità, della sapienza o dell’amore in cui è

spesso accompagnato da una guida o un aiutante.

L’autore più rilevante di questo genere fu ser Brunetto Latini autore del Tesoretto poema

allegorico che racconta il viaggio di Brunetto che mentre vaga in una selva dopo la sconfitta dei

guelfi a Montaperti (1260) incontra prima la Natura che lo guida nella conoscenza dell’uomo e del

cosmo e poi la Vertude che lo inizia alla conoscenza delle virtù cardinali e civili (Leanza,

Larghezza e Prodezza). Il viaggio continua in luoghi diversi e lontani come il Regno di Amore o

l’Olimpo dove Brunetto incontra il geografo antico Tolomeo e dove il racconto si interrompe.

Altri poemi simili vengono composti a Firenze in quel periodo come Detto del gatto lupesco (una

storia sulla ricerca della croce da parte di un gatto lupesco) Mare amoroso (una vera e propria

2 una corona di 232 sonetti in una lingua intermedia tra il toscano e

enciclopedia sull’amore) e Fiore

il francese che racconta della conquista erotica del Fiore da parte di Amante in una rappresentazione

che porta in scena le personificazioni delle Virtù e dei Vizi.

Le corone possono essere dedicate ai mesi dell’anno, ai giorni della settimana o all’armamento di

un cavaliere con l’allegoria delle Virtù cortesi. Il più delle volte sono poemi che tendono ad evocare

un mondo idealizzato e ormai estinto: quello delle corti feudali di un tempo.

Al di fuori della Toscana la poesia didascalica era legata a temi di natura religiosa. Ne è un esempio

l’opera di Bonvesino da la Riva un poema scritto in dialetto milanese che riprende il tema del

mondo ultraterreno mediante l’articolazione in tre scritture: negra (Inferno), rossa (Passione di

Cristo) e dorata (Paradiso).

Infine a Genova, verso la fine del Duecento, l’Anonimo genovese compone poesie in volgare

genovese e in latino affrontando una pluralità di temi morali, politici e civili dimostrando

un’ascendenza lontana dalla linea toscana.

3.7. La lauda.

Nel Duecento, insieme alle denunce e ai tentativi vari da parte di diversi ordini religiosi di far

tornare il mondo alla purezza e alla povertà evangelica, si era diffuso un clima di attesa della fine

dei tempi che aveva spinto il monco Gioacchino da Fiore a scrivere un libro di profezie che

indicava l’anno 1260 come anno di inizio della nuova età.

Sull’onda di questa profezia, in tutta Italia si radunavano cortei di penitenti e flagellanti i quali si

raccolsero attorno al movimento dei Disciplinati.

Questo movimento col tempo diminuì l’attività penitenziale e si dedicò principalmente alla

preghiera in comune la quale culminava con un momento di canto dei testi religiosi in volgare, la

cosiddetta “lauda”.

La metrica di questo genere è quella della ballata caratterizzata dalla ripetizione di un ritornello,

cantato da un confratello che dirigeva la celebrazione, e dall’uso di versi fortemente ritmati e

popolareggianti come l’ottonario.

L’esponente più illustre di questo genere è Iacopone da Todi che da avvocato amante della bella

vita si trasforma, dopo la scomparsa tragica della moglie e la scoperta che questa portava il cilicio,

in un francescano laico. Grazie alla sua formazione culturale, Iacopone diventa l’insegnante dei

novizi dell’ordine e scrive per loro un laudario al fine di illustrargli quelle materie talvolta difficili

da comprendere.

2 Essendo l’autore di questo poema un certo “Durante”, inizialmente si pensava fosse Dante. Solo in seguito si è appreso

che Dante non ne fu l’autore ma, probabilmente, un primo e attento lettore.

Nel laudario di Iacopone si trovano diversi registri stilistici (tragico, comico, profetico, didascalico,

allegorico) e diverse tematiche.

In primis la tematica morale e religiosa caratterizzata da una rinuncia del mondo basata sul

disprezzo della vanità delle cose umane nella quale un posto d’onore è affidato alla critica morale

della donna.

In secondo luogo la tematica della spiritualità che dopo la rinuncia del mondo, innalza l’uomo verso

Dio il quale lo riempie al di là di ogni possibile comprensione e misura.

La lingua in cui Iacopone compone le sue laude è il dialetto umbro nobilitato nel lessico dal

confronto con il latino e con gli altri volgari.

Lo stile invece tende all’utilizzo di una sintassi spezzata, segno di una forte ansia di comunicazione,

che porta Iacopone, come Francesco prima di lui, alla ricerca di una drammatizzazione del testo che

coinvolga al meglio l’ascoltatore mediante una descrizione accurata delle scene presenti nei suoi

testi o delle emozioni provate dai protagonisti (la descrizione del dolore della Vergine dopo la

morte di Cristo o del corpo dello stesso Cristo martoriato dalle percosse dei soldati).

Una delle laude più belle è senza dubbio Donna de Paradiso una lauda drammatica il cui testo

viene recitati da diversi personaggi in cui Iacopone racconta il dolore straziante e umanissimo di

una madre alla morte del suo figlio.

3.8. La prosa.

La prima forma di prosa nella letteratura italiana è quella del Medioevo la quale rappresentava il

mezzo di comunicazione tipico dell’Impero e del Papato. Questa era un prosa dalla forma molto

elevata che fu elaborata presso il monastero di Montecassino ed era fondata sul ritmo delle clausole

finali del periodo chiamate cursus. I cursus erano essenzialmente quattro: l’ordinario (planus), il

solenne (velox), l’artificioso (tardus) e il cadenzato (trispondaicus).

Il documento di una data cancelleria poteva così essere riconosciuto anche dallo stile.

Quando nel corso del Duecento i comuni cominciarono a servirsi della lingua volgare, la tecnica dei

cursus passò al volgare sotto la guida di due validi insegnanti di retorica: Boncompagno da Signa e

Bono Giamboni. In particolare è grazie all’apporto di Bono che vengono introdotti i

“volgarizzamenti” vale a dire traduzioni e rielaborazioni di testi latini in volgare fra cui ricordiamo

la Rhetorica ad Herennium, le storie di Orosio e il De miseria humane conditionis.

Altri tipo di prosa di quest’epoca erano: la narrativa lunga, la narrativa breve, gli annali e le

cronache, le favole degli animali e i racconti delle meraviglie del mondo.

La narrativa lunga si diffonde in Italia proprio grazie ai volgarizzamenti introdotti da Bono

Giamboni i quali portarono alla traduzione in volgare della letteratura cavalleresca francese e dei

romanzi del ciclo bretone (il Roman de Troie, Tristano e Isotta, le storie di Re Artù).

La narrativa breve, si basava sulla tradizione degli exempla: aneddoti della vita di grandi uomini,

significativi per l’aspetto morale e quindi considerati portatori di valori assoluti.

Come per la narrativa lunga anche qui fondamentale appare il ruolo dei volgarizzamenti che

portarono alla traduzione in volgare toscano del Libro dei Sette Savi, testo francese a sua volta

tradotto dal latino derivato da un originale arabo. Il libro racconta la storia di un principe orientale

che viene accusato ingiustamente dalla sua matrigna la quale racconta sette storie sul tema del

tradimento dei figli; le rispondono sette sapienti con altrettante novelle sulla falsità delle donne, fino

a dimostrare l’innocenza del principe e a far condannare la donna.

Altro testo da ricordare della narrativa breve è il Libro di novelle e di bel parlar gentile che

introduce per la prima volta il genere della novella, intesa come “racconto veritiero di qualcosa

accaduto di recente” il quale finisce col sostituire gli exempla.

In questo testo gli episodi raccontati sono condensati attorno ad un nucleo in cui risaltano due

aspetti: da una parte la manifestazione esteriore della cortesia, dall’altra l’uso della parola con cui si

dimostra l’intelligenza e la sagacia dei personaggi che possono appartenere tanto al mondo

cavalleresco tanto a quello borghese-cittadino di cui fanno parte il pubblico e l’autore.

Gli annali e le cronache sono una forma di prosa incarnano l’analisi da parte dell’autore di una serie

di eventi posti in ordine cronologico. Spesso in questo genere di testi si possono trovare riferimenti

a fatti lontanissimi o leggendari giunti allo scrittore per tradizione orale.

Fra le cronache più famose troviamo la Chronica di Salimbene de Adam un frate francescano che

deluso dal mancato avverarsi delle profezie di Gioacchino, compone questo testo in un latino molto

vicino al volgare e con uno stile giullaresco i cui personaggi vengono rappresentati con tratti

realistici o addirittura comici; e la cronaca di Dino Compagni toscano di ricca famiglia borghese

che dopo essersi trovato nella disputa fra guelfi bianchi e neri, spera in un riscatto mediante la

discesa in Italia dell’imperatore Arrigo VII e scrive appunto la cronica delle cose occorrenti ne’

tempi suoi una testimonianza di fatti vissuti in prima persona in uno stile diretto e talvolta violento,

espressione della passione politica del’autore.

Le favole degli animali rappresentano una forma di narrativa breve dotata di valore esemplare dal

momento in cui ogni animale incarna una realtà morale (il leone il coraggio, la volpe la furbizia

ecc.) Tutte queste note già raccolte nel testo greco del Physiologus hanno dato origine ai bestiari

latini medievali da cui poi sono derivati quelli volgari come il Bestiario toscano, il Libro della

natura degli animali e il Fiore di Virtù.

I racconti sulle meraviglie del mondo non erano altro che testi che si impegnavano nella

divulgazione in volgare dei rudimenti di filosofia naturale contenuti nelle enciclopedie medievali

come il Libro della composizione del mondo o testi che raccontavano di viaggi veri o immaginari

nel lontano Oriente e soprattutto in Cina, paese che allora per la prima volta entrava in contatto con

la cultura occidentale. L’esempio principe di questa tipologia di racconti è il Milione di Marco Polo

scritto in realtà da Rustichello da Pisa. 4. DANTE

4.1. La vita.

Dante nasce a Firenze nel 1265 da una famiglia della piccola nobiltà non tanto benestante. Si sposa

con Gemma Donati, figlia di una famiglia potente e ha 4 figli.

Dopo un primo periodo di studio e formazione legato alle figure di Brunetto Latini e Guido

Cavalcanti, Dante lascia gli studi per recarsi a combattere nel 1289 prima contro gli aretini e poi

contro i pisani. Negli anni Novanta del 1200 riprende lo studio dei classici e dei filosofi presso due

conventi fiorentini: quello di Santa Croce (francescano) e quello di Santa Maria Novella

(domenicano).

Desideroso di prendere parte alla vita politica della sua città, si iscrive nel 1295 all’Arte dei medici

e degli speziali (all’epoca Firenze era controllata da Arti e corporazioni e per far parte della vita

politica bisognava appartenere a una di queste associazioni) e la sua carriera politica culmina con

l’elezione a priore.

Con le divergenze fra guelfi neri e guelfi bianchi, Dante cerca di operare per la fine delle rivalità

scagliandosi in particolare contro le ingerenze di Bonifacio VIII, che parteggia per i Neri e che

riuscirà mediante sotterfugi a far sì che questi prevalgano nello scontro.

Nel 1302, in seguito alla vittoria dei guelfi Neri sui bianchi, Dante viene colpito da una condanna

per baratteria (corruzione nei pubblici uffici) e decidendo di non rientrare a Firenze, viene

ulteriormente condannato a morte e alla confisca dei beni.

Da allora la sua famiglia sarà costretta a rifugiarsi da nobili ospitali e benevoli in giro per l’Italia.

La speranza di un riscatto avviene nel 1310 con la discesa dell’imperatore Arrigo VII in Italia ma

subito viene disattesa con la morte di quest’ultimo nel 1313.

Tuttavia Dante viene ammesso nell’amnistia del 1315 in cambio del pagamento di una multa. Ma

poiché per lui pagare una multa equivale ad un ammissione di colpa, rifiuta la proposta e gli viene

confermata la condanna a morte. Dante muore nel 1321 a Ravenna presso Guido Novello da Polenta


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sidney81

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in mediazione linguistica e culturale (Facoltà di Lettere e Filosofia e di Lingue e Letterature Straniere)
SSD:
Docente: Vecce Carlo
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sidney81 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli L'Orientale - Unior o del prof Vecce Carlo.

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