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Riassunto esame Letteratura Italiana I, Prof. Mattioli. Sintesi ed analisi di tutti i 34 canti dell'inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri e rielaborazione personale basata sui libri di riferimento suggeriti dal docente Appunti scolastici Premium

Riassunto esame Letteratura italiana I
Il file é così suddiviso:
- Introduzione all'inferno dantesco.
- Sintesi ed analisi di tutti i 34 canti della prima cantica della Divina Commedia di Dante Alighieri.
- Rielaborazione personale basata sui quattro libri consigliati dalla professoressa:
"Nove Saggi Danteschi" : Jorge Luis Borges;
"Introduzione alla Divina Commedia":... Vedi di più

Esame di Letteratura italiana I docente Prof. T. Mattioli

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ESTRATTO DOCUMENTO

potrà trattenere Dante nello Stige, mentre non è molto chiaro se la sua funzione sia quella di traghettare

solo le anime degli iracondi o di tutti i dannati destinati al Basso Inferno: anche in questo caso la

demonizzazione del personaggio classico è alquanto deformante rispetto all'originale, anche se è chiaro che il

suo nome è da collegare etimologicamente alla fiamma (come il Flegetonte, il fiume caldo di sangue) e va

ricordato che Flegiàs nel mito classico aveva incendiato il tempio di Apollo a Delfi, adirato perché il dio aveva

sedotto sua figlia. In ogni caso anch'egli, nonostante la stizza con cui accoglie la presenza all'Inferno del vivo

Dante, è costretto dal volere divino a farlo salire sulla sua barca e a condurlo attraverso la palude, dove avverrà il

tempestoso incontro con Filippo Argenti.

Costui era un fiorentino di parte Nera avverso a Dante e probabilmente suo nemico personale, appartenente alla

consorteria degli Adimari: anch'egli reagisce con stizza alla presenza di Dante, di cui si stupisce che possa

viaggiare da vivo nell'Aldilà, e rifiuta di rivelare il proprio nome per orgoglio, salvo poi avventarsi furioso contro il

poeta nel momento in cui lui lo riconosce e lo fa oggetto di parole ingiuriose di condanna. Il breve e serrato

scambio di battute fra Dante e l'Argenti è simile a un «contrasto» o a una «tenzone» della poesia comico-

realistica, il cui tono domina largamente l'intero episodio. Le parole di Virgilio che benedice la madre di Dante,

dopo avere scacciato con decisione lo spirito, vogliono essere una sorta di approvazione dell'odio e dello sdegno

del poeta, che erano rivolti verso tutta la casata degli Adimari (secondo alcune testimonianze, essa si sarebbe

opposta al suo rientro in Firenze dopo l'esilio e ne avrebbe usurpato i beni); il poeta latino sottolinea che molti

in vita si ritengono altezzosamente dei gran regi, mentre il loro destino ultraterreno è di essere tuffati nel

fango dello Stige come porci in brago, quindi Dante mostra qui la verità della condizione nell'Oltretomba

che ristabilisce la verità e assegna a ciascuno il posto che merita, per cui il poeta è destinato alla

salvezza e l'Adimari a subire l'orribile pena degli iracondi.

L'episodio si conclude con gli altri dannati che fanno a pezzi l'Argenti, soddisfacendo il personale desiderio di

rivalsa del poeta che lascia la descrizione del personaggio con profondo disdegno (più non ne narro), in

quanto la sua attenzione è catturata da ben altro spettacolo che si offre ai suoi occhi.

La terza parte del Canto è infatti occupata dalla descrizione della città di Dite, che si staglia con le sue mura e le

torri rosse per il fuoco che divampa all'interno, simili alle moschee di una città islamica: anche la reazione dei

diavoli al suo interno è di stizza e ira, di fronte al viaggiatore che osa avventurarsi da vivo nel regno

dell'Oltretomba, ed essi si oppongono al passaggio dei due poeti non diversamente dalle altre figure diaboliche

fin qui incontrate, minacciando addirittura di trattenere lì Virgilio e obbligare Dante a tornare da solo sui suoi

passi (la reazione del poeta è di autentico terrore, tanto che giunge a proporre al maestro di porre fine anzitempo

al viaggio).

Tale timore è in parte giustificato, poiché in questo caso non basterà l'intervento di Virgilio come allegoria della

ragione umana (che infatti deve tornare indietro scornato dopo che i demoni gli hanno letteralmente chiuso la

porta in faccia), ma si renderà necessario l'arrivo di un messo celeste che avrà la funzione di eliminare

l'ostacolo e rimproverare aspramente i diavoli della loro sterile opposizione, cosa che verrà narrata nel

Canto successivo. L'episodio del messo, che si concluderà

all'inizio del Canto successivo, rimanda poi alla discesa infernale di un altrettanto importante personaggio, ovvero

Cristo trionfante che il giorno della sua resurrezione abbatté la porta dell'Inferno per trarre fuori dal Limbo le

anime dei patriarchi biblici: si delinea nelle parole di Virgilio il preannuncio di uno scontro bene-male che avrà il

suo scioglimento dopo la fine di questo Canto, mentre il senso allegorico è probabilmente che per superare

l'ostacolo del peccato sulla via della salvezza la ragione non sempre è sufficiente, ma è necessaria l'assistenza e

il soccorso della grazia (già rappresentata da Beatrice scesa nel Limbo per invitare Virgilio a salvare Dante dalle

tre fiere). CANTO IX:

Dubbi di Dante e spiegazioni di Virgilio. Apparizione delle tre Furie, che invocano Medusa. Arrivo del messo

celeste, che piega le resistenze dei demoni e permette il passaggio dei due poeti. Ingresso nella città di Dite (VI

Cerchio). Pena degli eresiarchi. È la notte di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.

Richiamo Ossola/Pound: anche qui vi sono elementi di MEDIEVALISMO (come canto VIII) e DEMONISMO.

Presenza di:

- TRE FURIE: Dante le introduce nel Canto IX dell'Inferno, fra i demoni che presidiano la città di Dite e si

oppongono vanamente al passaggio dei due poeti. Le tre Furie compaiono improvvisamente sulle mura della

città, con sembianze femminili e capelli serpentini, coperte di sangue e dalle tempie cinte di serpentelli e ceraste.

Si squarciano il petto con le unghie e urlano così forte da terrorizzare Dante, per poi evocare Medusa allo scopo

di pietrificare il viaggiatore .

- MEDUSA: colei che pietrifica con il suo sguardo coloro che la guardano.

Virgilio dice a Dante di coprirsi gli occhi con le mani e addirittura lui stesso per paura che Dante non eseguisse

bene il suo compito mette anche le sue mani per proteggere i suoi occhi.

Una delle tre Gorgoni della mitologia classica, la più pericolosa perché in grado di pietrificare chiunque la

guardasse. Venne uccisa dall'eroe Perseo grazie all'aiuto di Atena, aiutandosi con lo scudo come di uno specchio

(Perseo ne tagliò la testa, da cui uscì il cavallo alato Pegaso).

Dante la colloca fra i demoni a guardia della città di Dite (Inf., IX, 52 ss.), benché essa non compaia direttamente

ma venga solo evocata dalle tre Furie allo scopo di pietrificare Dante. La minaccia è presa sul serio da Virigilio,

che obbliga Dante non solo a voltarsi ma a coprirsi gli occhi con le mani proprie e del maestro stesso. Tutto viene

poi vanificato dall'arrivo del messo celeste, che vince le resistenze dei demoni.

-MESSO CELESTE: È l'inviato divino che nel Canto IX dell'Inferno giunge alla città di Dite per vincere

l'opposizione dei diavoli e consentire così il passaggio di Dante e Virgilio, che i demoni avevano invano tentato di

ostacolare. Il suo arrivo è preannunciato da Virgilio alla fine del Canto VIII, come tal che per lui ne fia la terra

aperta.

Dopo aver ammonito i lettori a intendere bene il senso dell'allegoria, Dante descrive l'arrivo del messo come un

vento impetuoso, che travolge alberi e rami. Il messo attraversa la palude Stigia con le piante asciutte, facendo

fuggire i dannati e rimuovendo con la mano dal viso gli spessi vapori del pantano. Giunto alla porta di Dite, la

apre con una verghetta e rimprovera aspramente i diavoli dell'opposizione che hanno tentato contro Dante.

Dopodiché il messo se ne va e i due poeti possono entrare nella città senza alcun impedimento.

Il personaggio è stato variamente interpretato, essendo molto vaga la descrizione che ne fornisce Dante: si è

pensato ovviamente a un angelo (forse l'arcangelo Michele o Gabriele), per quanto alcuni suoi atteggiamenti

sembrino poco adatti a un essere celestiale, specie quando attraversa la palude. Altri hanno proposto personaggi

mitologici (Perseo uccisore di Medusa, Mercurio...), altri ancora hanno pensato a contemporanei del poeta, ma

questa sembra ipotesi poco probabile. Non è da escludere che il messo sia semplicemente un angelo inviato da

Dio a vincere le resistenze dei demoni, senza una precisa identificazione.

Si esce dal canto ottavo con una sorta di realismo nella costruzione dei personaggi, della scienza

paesaggistica ed in questa doppia chiave, melodia, aspra e malinconica che spacca a metà l'ottavo canto.

L'ottavo canto é un bagno nella realizzazione realistica.

MUSICALITÀ -> rievoca la scesa di Virgilio nell'Ade (scelto come guida).

La prima parte del nono canto viene rappresentata dalla vittoria del bene.

Dante costruisce questo passaggio tra l'ottavo e il nono canto a scena multipla, nell'ottavo canto manca la

prefigurazione del lieto fine che invece sarà poi all'inizio del nono.

“Se non…”  discorso interrotto, mette ansia e senso di pericolo a Dante, più di quanto Virgilio volesse fare.

Dante dichiara che la sua potenza non è infinita, la ragione ha dei limiti e che oltre certe situazioni non si può

andare.

Dopo una prima rievocazione delle figure classiche si ritorna alla rievocazione di figure demoniache

medievale ( furie - musa ), queste figure non sono fini a se stesse ma nascono do un messaggio allegorico

che deve essere interpretato.

(RAPPRESENTAZIONE FORTEMENTE VISIVA E QUASI PITTORICA).

SUBLIME -> concetto classico a cui Dante si ispira per la teofania (rappresentazione del divino) e che introduce

nella tradizione ebraico-cristiana. Si sintetizza nella forza di movimento (che si alzano e si abbassano di tono)

che la tempesta ha scatenato e nella potenza di apparizione (ciclone che tutto travolge, solleva tanta polvere,

sradica gli alberi - presenza di una forte polvere e vento sta ad indicare il rivelarsi della grazia).

Si tratta di un particolare sublime poetico che è la manifestazione del divino, ossia la venuta dell’angelo ma è

anche correlativo oggettivo* della paura/ansia per non essere riuscito ad aprire la porta.

Dante utilizza questa particolare forma di sublime che viene teorizzata nelle pagine dello pseudologino (trattato)

ossia che tratta di un particolare sublime poetico che é la manifestazione del divino. Il divino quando si

manifesta crea una certa tipologia di sublime e questo sublime si può sintetizzare nella potenza della

apparizione, di questa improvvisa e potente immagine che si rivela e nella forza del movimento.

Presenza di una forte polvere e vento sta ad indicare il rivelarsi della grazia.

Questa sorta si sussulto cosmico (ciclone) che si scatena nel momento in cui arriva il messo celeste é una forma

di correlativo oggettivo in quanto ci presenta tre piani oggettivi :

- condizione dell'anima dei due poeti smarriti di fronte al rifiuto dei demoni,

- Condizione dell'evento naturale di una realtà oltremondana,

- Manifestarsi del divino.

Forte presenza di ALLITTERAZIONI.

- Trasferimento dalla interiorità alla oggettività -> CORRELATIVO OGGETTIVO.

- Trasportare le emozioni nelle cose/oggetti.

esempio: legame affettivo di un oggetto che ci è stato regalato che contiene un’altra verità e pensiero che ci

trasferiamo noi, oltre alla verità che è già insita nell’oggetto stesso.

L'oggetto ha lo scopo di far tornare presente quello che nella realtà é assente. L'oggetto si colma di significati e

riaccendono di un'altra verità, di un altro pensiero.

Queste forme della retorica classica vengono arricchite appunto dal correlativo oggettivo, per ricordarci che

questa tempesta non rappresenta soltanto la venuta della angelo, ma é anche una forma allegorica del

correlativo oggettivo in quanto rappresenta una tempesta di sentimenti e di paura che provano Dante e Virgilio.

Il sublime non ha soltanto questa modalità per essere rappresentato, i critici del 900 hanno parlato del sublime

alto (angelo che manifesta la sua potenza e rappresenta il bene e la grazia) e del sublime basso e popolare

(improvvisa apparizione di Caronte che rappresenta la mostruosità infernale, il male, figura demonica, realtà di

grado più basso e realistico).

Il sublime non é una modalità di rappresentazione che appartiene soltanto alla scrittura Dantesca, queste forme

di sublime vengono utilizzate anche da Emilie Zola e Baudelaire (Fleur du Mal: grado basso della vita

individuale).

Es. di SIMILITUDINE:

Presenza di un territorio vastissimo e desolato e per richiamare questo territorio usa due vastissimi cimiteri

romani. Per dare al lettore l'idea di questa immensa landa deserta desolata ci mette ancora una volta in

condizione quasi filmica di vedere con i nostri occhi la scena.

I DUBBI DI DANTE (1-33)

La paura mostrata da Dante alla fine del Canto precedente induce Virgilio a nascondere la sua preoccupazione,

mentre egli tende l'orecchio in attesa dell'arrivo del messo celeste. Il poeta latino pronuncia alcune parole di

dubbio, che subito dopo corregge per non accrescere il timore del discepolo. A questo punto Dante chiede al

maestro se mai un'anima del Limbo sia discesa fino al basso Inferno e Virgilio risponde che, benché ciò accada

raramente, è già successo a lui poco dopo la sua morte quando la maga Eritone lo aveva evocato per trarre fuori

dalla Giudecca l'anima di un traditore. Virgilio rassicura quindi Dante del fatto che conosce bene il cammino,

spiegandogli che la palude Stigia circonda completamente la città di Dite e li costringe perciò ad entrare nelle sue

mura per superarla.

APPARIZIONE DELLE TRE FURIE (34-66)

Virgilio aggiunge altre parole che però Dante non ascolta, poiché il suo sguardo è attirato sulla cima delle mura

dall'apparizione delle tre Furie infernali, sporche di sangue e coi capelli serpentini. Virgilio le riconosce subito e

spiega a Dante che quella a sinistra è Megera, quella a destra è Aletto e Tesifone è al centro. Esse si squarciano

il petto con le unghie, si percuotono a palme aperte e gridano così forte da indurre Dante a stringersi a Virgilio.

Tutte invocano l'arrivo di Medusa per pietrificare Dante, quindi Virgilio lo esorta a voltarsi e a chiudersi gli occhi

con le mani per non vedere la Gorgone. Dante obbedisce e Virgilio, non contento di ciò, mette le sue mani su

quelle di Dante per non impedirgli di guardare.

ARRIVO DEL MESSO CELESTE (67-105)

Dante a questo punto ammonisce i lettori con l'intelletto sano che dovranno ben interpretare l'allegoria che si cela

sotto i suoi versi strani. Infatti si sente un gran frastuono proveniente dalla palude, che fa tremare entrambe le

sponde ed è simile a un vento impetuoso che abbatte le foreste. Virgilio consente a Dante di aprire gli occhi e gli

dice di guardare verso il fumo della palude, dove si vede il messo celeste avanzare senza toccare l'acqua. La

creatura celeste avanza scacciando con la mano dal viso il vapore del pantano, mentre al suo cospetto le anime

degli iracondi si dileguano. Virgilio fa cenno a Dante di inchinarsi di fronte a lui, che sembra pieno di disdegno

verso quel luogo.

Il messo giunge alla porta della città di Dite e, dopo averla aperta con un bastoncino, inizia a rimproverare

aspramente i diavoli. Biasima la loro tracotanza, il fatto che si oppongono vanamente al passaggio dei due poeti

e ricorda che già Cerbero si era rifiutato di far entrare all'Inferno Ercole, fatto per cui ha ancora il mento e il gozzo

spellati. A questo punto il messo torna da dove è venuto, senza rivolgere parola ai due poeti i quali si avvicinano

senza ostacoli alle mura di Dite.

INGRESSO NELLA CITTÀ DI DITE (106-133)

Dante e Virgilio entrano nella città senza alcuna opposizione e a questo punto Dante, desideroso di vedere la

condizione dei dannati, volge intorno lo sguardo scorgendo ovunque delle tombe simili a quelle dei cimiteri di

Arles e di Pola. Le tombe sono infuocate e hanno i coperchi sollevati, mentre dai sepolcri escono lamenti

miserevoli. Dante chiede spiegazioni a Virgilio e il maestro spiega che dentro ci sono le anime degli eresiarchi e

dei loro seguaci di ogni setta, condannati a bruciare in misura maggiore o minore a seconda della gravità

dell'eresia che hanno seguito in vita. Virgilio si dirige a destra e Dante lo segue tra le tombe e gli spalti della

città.

Il Canto è la necessaria conclusione di quello precedente, che si era chiuso nell'attesa dell'arrivo del messo

celeste preannunciato da Virgilio per rassicurare Dante e destinato a vincere l'opposizione dei diavoli della città

di Dite, decisi a non permettere l'ingresso di Dante ancor vivo nella città del foco.

La stessa atmosfera di attesa e inquietudine apre il Canto IX, che mostra da un lato i dubbi di Virgilio (la guida si

sforza di non inquietare Dante, anche se le sue parole lasciano trasparire dubbi) e dall'altro i timori del discepolo,

che addirittura chiede al maestro se lui conosce la strada che conduce al Basso Inferno, mettendo implicitamente

in forse la sua autorità finora indiscussa. La conoscenza dei luoghi infernali da parte di Virgilio è limitata dal

fatto che la sua prima discesa avvenne prima della venuta di Cristo, per cui egli ignora ad esempio che alcuni

ponti rocciosi delle Malebolge sono crollati per il terremoto seguito alla morte di Gesù e ciò causerà l'inganno che

sarà perpetrato ai suoi danni dai Malebranche; del tutto inesperto sarà invece del Purgatorio, dove sarà

addirittura costretto a chiedere più volte ai penitenti qual è la via più rapida per l'ascesa.

L'atmosfera arcana e di sortilegio prosegue con l'apparizione improvvisa delle tre Furie, che distolgono Dante dal

discorso di Virgilio e attirano la sua attenzione: le creature demoniache si affacciano dagli spalti di Dite e

minacciano Dante evocando Medusa, la terribile Gorgone che ha il potere di pietrificare chi la guarda in

volto.

La minaccia è reale e spinge Virgilio a chiudere gli occhi al discepolo, altrimenti nulla sarebbe di tornar mai suso

(il maestro non si accontenta che Dante si copra gli occhi, ma mette le sue mani su quelle del poeta per evitare

ogni rischio).

Le Furie e Medusa sono la consueta demonizzazione di divinità classiche del mondo infero, che anche in

questo caso si oppongono vanamente al prosieguo del cammino di Dante, anche se la Gorgone non viene

mostrata direttamente ma solo evocata dalle minacciose parole delle tre Erinni.

La parte centrale del Canto è poi occupata proprio dall'arrivo del messo celeste , è probabile che Dante inviti i

lettori a cogliere il senso della «sacra rappresentazione» che ha per protagonista il messo, ovvero la necessità

dell'aiuto e del soccorso della Grazia divina per superare gli ostacoli del peccato, senza la quale la sola ragione è

di per sé insufficiente. L'aiuto di Dio è necessario perché Dante vinca i suoi dubbi e la sua viltà, come già era

accaduto nella selva per mezzo di Virgilio, e superi l'opposizione dei demoni che è del resto vana in quanto il

suo viaggio non è folle ma voluto dal Cielo, come il messo non manca di ricordare ai diavoli nei suoi rimproveri.

Quasi impossibile, poi, identificare con certezza il messo, che molti commentatori hanno indicato in un angelo

(uno degli arcangeli, Gabriele o Michele?), altri in un personaggio pagano (Mercurio?), altri ancora in un

contemporaneo di Dante.

Quel che è certo è che il suo compito è vincere la ribellione dei demoni al volere divino, come Michele che

sconfisse Lucifero o come vari eroi mitologici che uccisero creature mostruose; il messo ricorda l'episodio di

Ercole che per entrare agli Inferi aveva trascinato fuori Cerbero con una catena, mentre Medusa, evocata dalle

Furie, era stata uccisa da Perseo con l'aiuto di Minerva.

La città di Dite rappresenta inoltre il confine tra l'Alto e il Basso Inferno dove sono puniti i peccati più gravi

(quelli di violenza e frode), per cui il passaggio di Dante riveste probabilmente una particolare delicatezza che

rende necessario un intervento superiore, il cui significato preciso probabilmente ci sfugge; quel che è certo è

che dopo l'intervento del messo le porte della città infernale si aprono e l'ingresso dei due poeti può

avvenire senz'alcuna guerra, mentre ogni presenza demoniaca all'interno scompare e Dante sarà libero di

visitare il VI Cerchio in cui sono puniti gli eresiarchi e tutti i loro seguaci.

Gli eretici sono costretti a giacere in tombe infuocate con i coperchi sollevati, contrappasso che sarà spiegato nel

Canto seguente dicendo che fra essi ci sono gli epicurei, che avevano proclamato la mortalità dell'anima;

particolarmente interessato a questa categoria di dannati si mostra subito Dante, soprattutto perché sa (o

intuisce) che fra loro si trova il concittadino Farinata Degli Uberti, la cui perdizione gli è stata preannunciata da

Ciacco, e forse per l'interesse ai temi filosofici manifestato negli anni del suo «traviamento» e che aveva trovato

espressione nel Convivio. Virgilio gli spiega che in ogni tomba sono costretti i seguaci di una stessa setta

eretica, tormentati in misura maggiore o minore dal fuoco a seconda della gravità del peccato commesso: anche

questo Canto si chiude prima che l'episodio abbia termine e rimanda l'attenzione a quello successivo, in cui

avverrà l'incontro con Farinata che, forse, il lettore del poema si attendeva di trovare qui non meno di quanto se

lo aspettasse Dante personaggio. CANTO X

Ancora nella città di Dite, pena degli eresiarchi. Incontro con Farinata Degli Uberti, discorso politico su Firenze.

Apparizione di Cavalcante dei Cavalcanti. Profezia di Farinata sull'esilio di Dante. Virgilio conforta Dante

promettendogli le spiegazioni di Beatrice. I due poeti arrivano in prossimità del VII Cerchio. È la notte di sabato 9

aprile (o 26 marzo) del 1300.

Questo canto inizia in sordina e in una dimensione surreale e per la terza volta si sente risuonare questo motivo

ricorrente del giudizio universale.

Incontro di Dante e Virgilio con Farinata degli Uberti, politico della controparte Dantesca (annunciato già da

Ciacco nel VI canto; colpa  impegno politico maggiore rispetto alla religione) e Cavalcante Cavalcanti (padre di

Guido Cavalcanti) il quale si è interessato solo di procurare un futuro egregio per sé stesso, prendendosi i meriti

del figlio. I due sono avversari politici ma fratelli per quanto vissuto e come hanno

agito, fratelli di vergogna.

- FARINATA DEGLI UBERTI: fu uno dei principali capi dei Ghibellini a Firenze nel primo Duecento. Con

l'appoggio di Federico II di Svevia nel 1248 cacciò i Guelfi, che tornarono dopo il 1250; fu uno degli artefici della

disfatta guelfa di Montaperti (1260) e nel successivo convegno di Empoli fu l'unico a opporsi alla proposta di

radere al suolo Firenze. Dopo Benevento (1266) i Guelfi tornarono a Firenze e i discendenti di

Farinata, morto nel 1264, furono esiliati. Farinata fu accusato di eresia, processato dopo la sua morte e

condannato (nel 1283 le salme di lui e della moglie furono riesumate e disperse).

Dante lo colloca tra gli eresiarchi del VI Cerchio dell'Inferno, avallando di fatto l'accusa di essere un seguace

dell'epicureismo. Compare nel Canto X dell'Inferno, dove ha un vivace scambio di battute con Dante: il poeta si

presenta come Guelfo e ricorda a Farinata che i suoi antenati, due volte cacciati da quelli del dannato, per due

volte tornarono a Firenze.

Dopo l'intermezzo di Cavalcante, Farinata profetizza a Dante l'esilio e l'impossibilità di rientrare in città. Gli

domanda poi perché i fiorentini siano così duri contro i suoi discendenti e Dante ricorda lo scempio della battaglia

di Montaperti, che colorò di rosso le acque del fiume Arbia. Farinata ribatte che non fu certo lui solo a combattere

a Montaperti contro i Guelfi, ma fu l'unico a opporsi al disegno di distruggere la città di Firenze.

Farinata spiega ancora a Dante che i dannati hanno facoltà di anti vedere il futuro solo quando gli eventi sono

molto lontani nel tempo, mentre quando sono prossimi essi sfuggono al loro sguardo. Questo chiarisce a Dante il

motivo per cui Cavalcante è caduto in equivoco e ha erroneamente creduto che suo figlio Guido sia già morto

nella primavera dell'anno 1300. Prima di allontanarsi, Dante prega Farinata di chiarire il dubbio al compagno di

pena.

- CAVALCANTE CAVALCANTI: Appartenne a una delle più antiche famiglie fiorentine di parte guelfa e fu

avversario di Farinata Degli Uberti, venendo cacciato da Firenze dopo Montaperti (1260) e rientrandovi dopo

Benevento (1266). Nel 1267 fece sposare il figlio Guido con Beatrice, figlia dello stesso Farinata,

nel tentativo di riappacificare le due casate. Ebbe una visione materialistica della vita, pur non essendo forse un

vero seguace dell'epicureismo.

Dante lo colloca tra gli eresiarchi del VI Cerchio dell'Inferno e lo introduce nel Canto X dell'Inferno, interrompendo

il colloquio con Farinata. Cavalcante chiede a Dante dove sia il figlio Guido e perché non lo accompagni, se lui fa

questo viaggio in virtù dei suoi meriti intellettuali. Dante risponde che in realtà Virgilio lo guida a Beatrice (la

grazia), che forse Guido Cavalcanti disprezzò: il dannato equivoca e pensa che il figlio sia già morto, e poiché

Dante esita a rispondere ricade nella tomba infuocata per non ricomparire più. Più tardi Farinata spiega a Dante

che i dannati possono antivedere il futuro ma non vedere il presente, il che spiega perché Cavalcante potesse

credere che il figlio fosse già morto (Guido morirà di lì a pochi mesi, nell'agosto del 1300).

DANNATI: ERETICI

Coloro secondo cui dopo la morte non esiste una vita ultraterrena, conducono la loro vita terrena

intensamente e appassionatamente. (Cavalcanti come il padre era un epicureo, poesia estremamente erotica

e senza riguardo alla grazia divina).

Gli eretici sono coloro che nella vita si macchiarono del peccato dell’eresia, ovvero andarono contro il dogma

della religione. Queste anime giacciono in questi sepolcri infuocati: il fuoco, seconda la consuetudine del tempo,

rappresenta il simbolo della purificazione. Ogni tomba è scoperchiata, permettendo cosi ai gemiti e ai lamenti di

dolore, di disperdersi nell’aria.

Contrappasso: come in vita non credettero nell’immortalità dell’anima, cioè facevano l’anima morta con il corpo,

ora sono destinati a morire continuamente. A questa pena è aggiunta anche una presbiopia secondo la quale

riescono a vedere il futuro ma non il presente.

ANTONIO GRAMSCI SOSTIENE :

Attraverso la figura di Farinata si rivedano le dolorose vicende della città di Firenze.

In Farinata degli Uberti il dramma interiore non deriva immediatamente dalla sua colpa, quello che Farinata

racconta e che Dante ci dice di lui, non é tanto a quale pensiero egli si sia votato, ma la sua condizione di uomo

civile, un uomo che comunque anche nelle lotte di parte ha cercato di difendere la sua città.

Invece in Cavalcante Cavalcanti il dramma deriva proprio dalla sua colpa, l'altra faccia della medaglia. Egli

soffre perché non conosce il presente e il destino di suo figlio. Egli incarna la rappresentazione della pena in

atto, della pena sofferta. Egli non é stato immaginato da Dante come una figura chiaro-scurale a differenza di

quella di Farinata (figura statutaria) ma la figura di Cavalcanti non é l'ombra di Farinata ma é la chiave per

capire il canto e per capire il dramma degli eretici tanto che fornisce la chiara informazione di chi é condannato

per eresia.

Cavalcanti non si alza dal sepolcro ma alza solamente la testa e i suoi movimenti corporei stanno ad indicare

l'incertezza e l'insicurezza che lo hanno governato.

Dante costruisce ancora questa figura teatrale della rappresentazione.

Abbiamo quindi nella descrizione dei personaggi, un ordine fisico che ci permette di capire la loro lingua, essi

sono fiorentini come Dante; una ritualità che evoca la grandezza d'animo ed una terza dimensione ossia una

dimensione ideologica e politica che richiama i due maggiore partiti dell'Italia del 1200.

Sulla rappresentazione di sapore biblico di Farinata si insinua l'intervento di Cavalcanti padre di Guido: primo

amico di Dante. Cavalcanti intende che suo figlio sia morto e di fronte a questa verità egli ricade dentro la

tomba e più non si rialza.

Né Farinata, né Dante sono più quelle di prima. Loro due hanno vissuto lo stesso dramma personale, ossia

sono stati sconfitti nel loro stesso tentativo di dare valore alla città. Sono drammi morali, personale e politici.

Farinata é più tormentato dal destino della sua città che dalle pene che qui le sono inflitte come Cavalcanti é

più tormentato dall'idea della morte di suo figlio, quel figlio che è stato il centro di ogni suo amore e che ora

procura solamente disperazione. Quella passività che Farinata mostra all'inizio del canto viene meno e la

sensibilità viene fuori tanto che egli e Dante vengono pervasi da una forma di angoscia.

La cacciata dei guelfi sta a prefigurare lo stesso destino che prima ha passato Farinata e che poi accadrà

anche a Dante - > ESILIO.

- GIOCO DÌ LUCE E BUIO nella landa Dantesca, le luci illuminano come fiaccole in una caverna buia e spuntano

come i primi denti dei bambini (metafora delicatissima ed efficace)

- SUCCESSIONE TEMPORALE come gocce d’acqua che si susseguono oppure fusione temporale come lava

fusa che cola e rappresenta l’assolutezza del tempo (le varie tipologie di tempo sono per Mendes straordinarie)

gioco di oscillazione temporale, attraverso le categorie, i tempi verbali e una autorità poetica che permette a

Dante di avere l’ASSOLUTEZZA DEL TEMPO.

- INCERTEZZA DÌ DANTE E DESOLAZIONE DÌ CAVALCANTI attraverso l’uso del passato remoto (“ebbe”)

- SCHEMI VERBALI pronunciati da Dante e dai suoi interlocutori  sticomitia = pronunciarsi di battute veloci che

si susseguono, pendolo del botta e risposta. Gioco schermistico dove le parole sono come spade che si

attaccano l’un l’altra velocemente

- IMPACCIO DÌ DANTE: incapacità di adattamento è secondo Mendes la forza della Divina Commedia che

galleggia sullo stato d’animo e psicologico del protagonista (solitudine e inquietudine)

Siamo di fronte all’inettitudine di Dante dovuta alla condizione sociale, scartato dagli aristocratici, dagli uomini di

cultura del suo tempo e deve dimostrare di meritarlo e non averlo ereditato per nobiltà di casta ma nobiltà di

cuore. Questo determina le CONTINUE OSCILLAZIONI DELL’ANIMO DANTESCO.

I SEPOLCRI DEGLI EPICUREI (1-21)

Virgilio guida Dante fra le tombe della città di Dite, costeggiando il lato interno delle mura. Dante è incuriosito e

chiede al maestro se sia possibile vedere le anime che giacciono nei sepolcri, dal momento che i coperchi sono

sollevati e non ci sono demoni a custodire le arche. Virgilio risponde che le tombe saranno chiuse in eterno il

giorno del Giudizio Universale, quando le anime risorte si saranno riappropriate del corpo nella valle di Iosafat.

Spiega inoltre che in questa sorta di cimitero giacciono tutti i seguaci di Epicuro, che hanno proclamato la

mortalità dell'anima, e promette a Dante che sarà presto soddisfatto il desiderio che gli ha espresso e un altro

che non ha svelato, ovvero di sapere se lì c'è l'anima di Farinata Degli Uberti. Dante si giustifica dicendo che se

gli tiene celati alcuni desideri è solo per evitare di parlare a sproposito, cosa cui lo stesso Virgilio lo ha abituato.

INCONTRO CON FARINATA (22-51)

D'improvviso una voce proveniente da una delle tombe apostrofa Dante, identificandolo come toscano e

pregandolo di trattenersi poiché il suo accento lo indica come originario della sua stessa città. Dante ne ha timore

e si stringe a Virgilio, il quale però lo invita a voltarsi e a guardare Farinata, che si è sollevato in una delle tombe

ed è visibile da la cintola in sù. Dante obbedisce e vede il dannato che si erge con la fronte e il petto alti, come se

disprezzasse tutto l'Inferno, quindi Virgilio lo spinge verso di lui e gli raccomanda di parlare dignitosamente.

Non appena Dante giunge ai piedi del sepolcro di Farinata, questi gli domanda chi fossero i suoi antenati. Il

poeta rivela la sua discendenza e Farinata osserva che gli avi di Dante furono aspri nemici di lui, dei suoi

antenati e della sua parte politica (i Ghibellini), tanto che li cacciò per due volte da Firenze. Dante ribatte

prontamente che, se essi furono cacciati, seppero rientrare in città entrambe le volte, mentre non si può dire lo

stesso degli avi di Farinata.

APPARIZIONE DI CAVALCANTE (52-72)

D'improvviso accanto a Farinata emerge un altro dannato, che si sporge fino al mento come se fosse

inginocchiato. Lo spirito si guarda intorno con ansia, cercando qualcuno accanto a Dante che però non vede. Alla

fine, piangendo, chiede a Dante dove sia suo figlio e perché non accompagni il poeta in questo viaggio, se Dante

è lì per l'altezza del suo ingegno. Dante comprende subito che si tratta di Cavalcante dei Cavalcanti, padre del

suo amico Guido, e risponde che in realtà lui è lì non solo per i suoi meriti e indica Virgilio come colui destinato a

guidarlo a qualcuno che, forse, il figlio di Cavalcante ebbe a disdegno. Cavalcante si alza allarmato e chiede a

Dante se davvero suo figlio Guido sia morto: poiché il poeta tarda a rispondere, il dannato precipita nuovamente

nella tomba per non tornare più fuori.

PROSEGUE IL COLLOQUIO CON FARINATA (73-93)

Farinata, per nulla scomposto dall'accaduto, prosegue il suo discorso con Dante riprendendo esattamente da

dove l'avevano interrotto e dice che se i suoi avi non seppero rientrare in Firenze dopo la cacciata, ciò gli provoca

più dolore delle pene infernali. Tuttavia non passeranno più di quattro anni fino al momento in cui anche Dante

saprà quanto pesa non poter tornare nella propria città. Il dannato chiede poi per quale motivo il Comune di

Firenze è così duro in ogni sua legge contro la sua famiglia e Dante risponde che ciò è per il ricordo della

battaglia di Montaperti, che arrossò di sangue il fiume Arbia. Farinata osserva sconsolato che a quella battaglia

non partecipò lui solo, mentre fu l'unico a opporsi alla distruzione di Firenze in seguito alla vittoria dei Ghibellini.

SPIEGAZIONE DI FARINATA SULLA PREVEGGENZA DEI DANNATI (94-123)

Dante chiede a Farinata di risolvergli un dubbio, relativo alla facoltà che gli sembra abbiano i dannati di

prevedere il futuro e che ha causato la sua precedente esitazione nel rispondere a Cavalcante. Farinata spiega

che i dannati vedono, sì, il futuro, ma in modo imperfetto, riuscendo a scorgere gli eventi solo quando sono molto

lontani; quando si avvicinano nel tempo o stanno avvenendo diventano loro invisibili e non sono in grado di

saperne nulla, a meno che altri non portino loro delle notizie. Perciò alla fine dei tempi, dopo il Giudizio

Universale, la loro conoscenza del futuro sarà del tutto annullata. Dante comprende l'errore commesso e prega

Farinata di informare Cavalcante che suo figlio Guido è in realtà ancora nel mondo dei vivi.

Virgilio richiama Dante, che perciò si affretta a domandare al dannato con chi condivida la sua pena nella

tomba. Farinata risponde di giacere lì con più di mille anime, tra cui quelle di Federico II di Svevia e del cardinale

Ottaviano degli Ubaldini, mentre tace degli altri. A quel punto Farinata rientra nel sepolcro e Dante segue

Virgilio, ripensando tristemente alla profezia dell'esilio.

VIRGILIO CONFORTA DANTE (124-136)

Dopo un po' Virgilio chiede a Dante la ragione del suo smarrimento e il discepolo svela le sue preoccupazioni.

Virgilio ammonisce Dante a rammentare quello che ha udito contro di sé e gli promette che quando sarà giunto

in Paradiso, di fronte a Beatrice, lei gli fornirà ogni spiegazione relativa alla sua vita futura. Poi il poeta latino si

volge a sinistra e lascia le mura per imboccare un sentiero che conduce alla parte esterna del Cerchio, da dove si

leva un puzzo estremamente spiacevole.

Il protagonista assoluto del Canto è Farinata Degli Uberti, il capo di parte ghibellina vissuto a Firenze nel primo

Duecento e appartenente a una delle famiglie più nobili e potenti della città. Dante, che già sa quali dannati siano

puniti nel VI Cerchio, è ansioso di verificare se Farinata si trovi effettivamente lì (nel Canto VI Ciacco aveva già

preannuciato a Dante la dannazione sua e di altri fiorentini illustri); Virgilio intuisce il desiderio inespresso di

Dante e sarà lui stesso a spingerlo con le mani animose e pronte verso la tomba del dannato, raccomandandogli

di parlare in modo misurato e dignitoso.

Il colloquio con Farinata avrà argomento prevalentemente politico, relativo alle divisioni interne di Firenze che era

patria di entrambi (del resto il dannato riconosce Dante come suo concittadino dalla loquela e lo invita a dialogare

con lui per via del suo parlare onesto, cioè dignitoso). Farinata campeggia sulla scena come un gigante,

mostrando un fiero disprezzo per tutto l'Inferno, anche se, come spesso accade per i dannati, egli nell'episodio

mostra di non comprendere affatto le ragioni della sua perdizione e appare tenacemente legato alle questioni di

parte politica, che non hanno più alcun significato nella dimensione ultraterrena. Infatti chiede a Dante chi siano i

suoi antenati, per capire a quale fazione appartenga, e quando il poeta si manifesta come Guelfo il dannato gli

ricorda subito di essere stato un Ghibellino e di aver sconfitto i Guelfi per ben due volte, nel 1248 e nel 1260,

nella celebre battaglia di Montaperti.

Dante si sente punto sul vivo e ribatte prontamente che i Guelfi seppero tornare a Firenze in entrambi i casi,

ovvero nel 1250 e soprattutto nel 1266, dopo Benevento. La risposta piccata di Dante è degna di un

«contrasto» o di uno scambio polemico di accuse: dopo la parentesi di Cavalcante, infatti, sarà ancora

Farinata a rispondere «per le rime» col profetizzare a Dante che di lì a quattro anni, nel 1304, la sconfitta nella

battaglia della Lastra impedirà agli esuli fiorentini di rientrare in città, profetizzandogli così indirettamente

l'esilio per colpirlo sul piano personale.

A Farinata sta a cuore unicamente la dimensione politica ed è evidente in lui il rimpianto per il dolce mondo e

la sua città, specie quando chiede a Dante il motivo di tanto accanimento di Firenze contro i membri della sua

famiglia.

La risposta di Dante fa riferimento al disastro di Montaperti, ovvero la sconfitta guelfa che fu sempre ricordata

come un bagno di sangue e che indusse a emanare duri provvedimenti contro tutti i discendenti di Farinata.

Questi ribatte che ci fu una ragione per quello scontro, rivendicando il merito di essersi opposto alla distruzione di

Firenze che i capi ghibellini avevano ipotizzato.

L'episodio di Cavalcante, il padre del poeta Guido Cavalcanti che interrompe il dialogo tra i due, è solo

apparentemente fuori tono rispetto al tema fondamentale: i due erano stati avversari politici, poiché

Cavalcante era di parte guelfa (fu esiliato nel 1260, rientrò a Firenze nel 1266), quindi la sua vicenda personale

ricalca i temi del colloquio fra Dante e il Ghibellino. Inoltre entrambi, Farinata e Cavalcante, sono incapaci di

comprendere le vere ragioni della loro dannazione, in quanto il primo è ancora tutto preso dagli odi di

parte e dalle lotte politiche, il secondo chiede a Dante perché il figlio non lo accompagni in questo

viaggio straordinario che lui ritiene che Dante faccia per altezza d'ingegno.

Entrambi sono Epicurei, quindi hanno una visione materiale della vita che esclude la dimensione

trascendente ed è proprio questo a provocare il grottesco equivoco che causa la disperazione di

Cavalcante.

Dante, infatti, risponde in modo ambiguo, egli intende dire probabilmente che Virgilio lo guida attraverso l'Inferno

a colei (Beatrice) che, forse, Guido ebbe a disdegno. Dante, allegoricamente, vuol dire che la ragione lo guida

alla salvezza e alla grazia, che forse Guido disprezzò essendo anche lui vicino all'Epicureismo.

Cavalcante invece equivoca e crede che Dante dica che Virgilio lo guida a colui che Guido ebbe a disdegno,

cioè probabilmente a Dio: in tal caso l'uso del passato ebbe non è giustificato in alcun modo, tranne nel caso in

cui Guido fosse già morto. Da qui la sua disperazione e l'esitazione di Dante che sa da Ciacco che i dannati

possono antivedere il futuro, quindi non comprende come possa Cavalcante non sapere che il figlio Guido nella

primavera del 1300 fosse vivo e vegeto (morirà nell'agosto dello stesso anno).

L'equivoco serve a chiarire che Cavalcante non comprende nulla del viaggio allegorico di Dante, essendo

totalmente sordo a tutto ciò che riguarda la fede cristiana, la grazia e la salvezza rappresentate da

Beatrice.

Non meno sordo è Farinata, che riprende il colloquio interrotto senza fare una piega per quanto accaduto e si

mostra ansioso solo di rintuzzare l'attacco politico di Dante, profetizzandogli l'esilio che lo attende di lì a

pochi anni.

Sarà lo stesso Farinata a sciogliere l'equivoco creatosi col compagno di pena, spiegando a Dante che i dannati

possono prevedere solo gli eventi lontani, mentre quelli imminenti o presenti sono per loro invisibili.

La conclusione del Canto è la logica conseguenza di questo discorso, con Virgilio che ricorda a Dante che sarà

proprio Beatrice a spiegargli nel dettaglio la sua vita futura, quindi rammentando che la grazia, non la sola

conoscenza razionale, è l'obiettivo del viaggio Dantesco. Per l'ennesima volta viene ribadito che la sola filosofia

razionale è insufficiente a salvarsi, tutti destinati a essere chiusi in eterno nelle loro tombe infuocate il giorno del

Giudizio, dopo essersi rivestiti delle loro carni (e il Giudizio viene citato da Virgilio in apertura di Canto come da

Farinata in conclusione, a voler dire che la sentenza finale sarà implacabile con tutti quelli che pretendono di

arrivare alla salvezza eterna solo per altezza d'ingegno).

CANTO XI

Qui giacciono gli eretici in sepolcri arroventati dal fuoco.

Ancora nella città di Dite, dove sono puniti gli eresiarchi. Dante e Virgilio attendono sull'argine del VII Cerchio, per

il puzzo che proviene dal basso. Spiegazione di Virgilio sulla topografia morale dell'Inferno.

È la notte di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, verso le quattro del mattino.

Canto che viene definito STRUTTURALE, TEORICO, RAZIONALE in cui non viene introdotto nessun

personaggio(se non i due poeti a colloquio), tutto tenuto sul filo della razionalità, categorizzazione e spiegazione

divulgativa  in modo che il lettore sia incluso per capire la struttura dell'opera.

In questa rappresentazione categorica e schematica, Dante mostra tutta la forza e la capacità del suo raziocinio.

Non è una poesia con risvolti di natura psicologica, è una poesia astratta e intellettuale la cui dimensione è più

difficile da interpretare rispetto a quella emotiva e psicologica.

In questo momento di riflessione e di stretto dialogo tra Virgilio e Dante, Virgilio spiega, di fronte agli interrogativi

Danteschi, questa organizzazione della realtà infernale e il tutto accade al declinare del primo giorno nell’oltre

tomba (settima di Pasqua del 1300).

É opportuno quindi sostare, prendere un attimo di tempo, ma siccome la nostra vita in ogni suo momento deve

rendere lode al divino e non passare il tempo senza far niente, questi momenti vengono dedicati al pensiero, alla

mente.

Il racconto di Virgilio parte guardando in avanti dalla landa degli eretici in poi, egli spiegherà a Dante cosa lo

aspetta subito dopo nella discesa del tubo infernale. E subito dopo ci si troverà di fronte al FLEGETONTE, il

fiume di sangue, che in maniera allegorica condensarono ogni forma di violenza.

Attraverso l'undicesimo canto si organizza la struttura morale infernale.

Questa zona dell'inferno, della posizione in cui Dante e Virgilio si trovano, la Landa infuocata degli eretici (distesa

di sabbia - si ricordano i cimiteri romani), é un luogo non previsto da un punto di vista morale dall'etica

Nicomachea.

Da questo Momento in poi si presenta questo terrificante spettacolo -> il fiume bollente di sangue Flegetonde ->

che allude alle colpe di violenza in quanto questa determina lo scorrimento di sangue, essa porta ad uno

spargimento di sangue.

Questo fiume che corre in tondo nell'imbuto infernale e racchiude le anime dei violenti.

Prima di incontrare le anime dei dannati infatti Dante ci racconta che nel fiume sono immerse le anime dannati e

ciò ci permette di comprendere la gravità delle forme di violenza ( i tre modi di immersione nel sangue ).

Vi saranno anime immerse nel sangue alcune fino alla vita, alcune fino al collo e altre fino agli occhi e ciò

dipende dal grado di colpa.

L’Etica Nicomachea di Aristotele (letta dal greco attraverso la traduzione di San Tommaso) e il Corpus Iuris

riscritto dall’imperatore Giustiniano (che ha introdotto nel suo impero solo ciò che è necessario - razionalità,

ordine, giustizia - ed eliminato ciò che è superfluo), sono i due principali testi che Dante sceglie per la costruzione

dell’ORDINE MORALE e la GRADAZIONE DELLE COLPE all’interno dell’inferno.

Dante parla, come denominatore comune, di una INGIURIA = infrazione alle norme contro Natura e contro il

divino.

Tutte le creature sono create da Dio, quindi qualunque peccato contro la natura è peccato contro la figlia di Dio.

Ma c'è un ulteriore passaggio che riguarda l’arte, che dal latino non significa solamente arte creativa ma significa

“ogni attività dell'uomo”.Queste attività sono determinate da un’imitazione della natura e allora se la natura è figlia

di Dio, allora l'arte è nipote di Dio.

OGNI PECCATO CONTRO NATURA O ARTE E’ PECCATO CONTRO DIO.

Virgilio gli racconta che quello che avranno immediatamente di fronte (7° cerchio) sarà il cerchio degli SPIRITI

VOLENTI,coloro che stanno a metà tra incontinenti e fraudolenti (hanno perpetrato cattive azioni con profonda e

irremovibile razionalità) e per accedere a questo cerchio servono dei traghettatori, i cosiddetti CENTAURI, figura

mitologica metà uomo metà cavallo (rappresentazione classica) Dante non li degrada, non vengono puniti

perché hanno la testa/cervello da uomo (CONTRARIO DÌ MINOSSE: testa toro/corpo uomo).

Vi sono tre gironi in quanto le colpe di violenza possono essere esercitate in diverse modalità:

- VIOLENTI: 1° girone: CONTRO IL PROSSIMO : OMICIDI, TIRANNI, PREDONI. (CANTO XII)

- VIOLENTI: 2° girone: CONTRO SÉ STESSI: SUICIDI, SCIALAPPATORI (coloro che spendono le loro fortune

per il gioco d'azzardo). Ritratto di un grande poeta della scuola Siciliana, Pier Delle Vigne. (CANTO XIII)

- VIOLENTI: 3° girone: CONTRO DIO (BESTEMMIATORI), LA NATURA (SODOMITI) E L’ARTE (USURAI).

(CANTO XIV- XV - XVI - XVII

Poi si arriva ai PECCATI DÌ FRODE (peccati di pura malizia) divisi in due cerchi:

- chi esercita fraudolenza verso chi non conosce: le male bolge (truffatori)

- chi tradisce le persone che di loro si sono fidati: traditori della famiglia e dei parenti, dell'impero e di Cristo.

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LA TOMBA DI PAPA ANASTASIO II (1-12)

Lasciatasi alle spalle la città di Dite, i due poeti giungono all'orlo che conduce al VII Cerchio, dove c'è un

ammasso di rocce causato da un crollo. Qui si leva un gran puzzo dal Cerchio sottostante, che costringe Dante e

Virgilio a ritrarsi in un punto dove c'è l'avello di papa Anastasio II, il cui nome è scritto sul coperchio. Virgilio

consiglia di trattenersi lì giusto il tempo di abituare l'olfatto all'odore sgradevole che arriva da sotto, poi potranno

proseguire la discesa.

LA SUDDIVISIONE MORALE DEL BASSO INFERNO (13-66)

Dante prega Virgilio di trovare il modo di spendere utilmente il tempo che dovranno trascorrere in quel luogo e il

maestro inizia a illustrare la topografia morale del basso Inferno. Spiega che al di sotto della città di Dite ci sono

tre Cerchi, i quali puniscono i peccati di malizia. Questa ha come fine l'ingiuria, che può ottenersi con la

violenza o con la frode: e poiché la frode è più sgradita a Dio, essa è punita nei Cerchi più bassi.

Il primo dei tre Cerchi (il VII), prosegue Virgilio, ospita i violenti ed è diviso in tre gironi a seconda di quale

sia stato il bersaglio della violenza, ovvero il prossimo, se stessi, Dio.

• Chi è violento contro il prossimo compie omicidi, ferimenti, rapine e incendi: tutti costoro sono puniti nel

primo girone.

• Chi è violento contro se stesso può esserlo nella propria persona (i suicidi) oppure nei propri beni (gli

scialacquatori), ed entrambi si trovano nel secondo girone.

• Si può infine essere violenti contro Dio, nella persona divina (bestemmiatori), nella natura (sodomiti) e

nella sua arte (nell'operosità umana, usurai) e tutti costoro sono puniti nel terzo girone.

La frode, prosegue ancora Virgilio, può compiersi contro chi non si fida oppure contro chi si fida.

• La prima è meno grave, poiché viola solo il vincolo naturale che lega gli uomini, quindi è punita nell'VIII

Cerchio: qui si trovano ipocriti, adulatori, indovini, falsari, ladri, simoniaci, ruffiani, barattieri e altri peccatori

consimili.

• La seconda forma di frode è più grave, perché viola anche lo speciale vincolo che si crea tra persone

(parentela, patria...) ed è quindi il tradimento: esso è punito nell'ultimo e più basso Cerchio dell'Inferno, il

IX.

I PECCATI DI INCONTINENZA (67-90)

Dante si dice soddisfatto della spiegazione, ma ha un dubbio: come mai i peccatori che ha visto nei primi Cerchi

infernali, vale a dire gli iracondi, i lussuriosi, i golosi, gli avari e i prodighi non sono puniti dentro la città di Dite,

visto che Dio li condanna? E se non fosse così, perché sarebbero dannati?

Virgilio risponde rimproverando Dante di non riflettere a sufficienza e invita il discepolo a ripensare all'Etica di

Aristotele, dove il filosofo antico distingue le tre disposizioni che 'l ciel non vole, vale a dire incontinenza

(eccesso), malizia e matta bestialità. L'incontinenza è peccato meno grave degli altri ed è questa colpa che

scontano i dannati nei Cerchi prima della città di Dite, quindi è perfettamente logico che detti peccatori siano

puniti in modo differente da violenti e fraudolenti.

LA NATURA DEL PECCATO DEGLI USURAI (91-115)

Dante manifesta nuovamente la sua soddisfazione per il dubbio chiarito e loda Virgilio per la sua capacità di

sanare ogni vista turbata, ma ha ancora un'incertezza che prega il maestro di risolvere.

Dante non ha compreso perché l'usura offende la divina bontade e Virgilio spiega che secondo la filosofia

aristotelica la natura prende corso dall'intelletto divino e dal suo modo di operare; come appare chiaro nel libro

della Fisica, l'operosità umana cerca di imitare quella di Dio, proprio come fa il discepolo col maestro.

Secondo il libro della Genesi, inoltre, l'operosità e il lavoro devono fornire i mezzi di sostentamento all'uomo,

mentre l'usuraio altra via tene e disprezza la natura e l'operosità che è come sua figlia, dal momento che ripone

in altro la sua speranza di guadagno.

Terminata la sua spiegazione Virgilio invita Dante a riprendere il cammino, poiché la costellazione dei Pesci è

già apparsa sull'orizzonte (sono circa le quattro del mattino) e quella dell'Orsa Maggiore si trova a Nord-Ovest,

nella zona del Coro (il Maestrale), mentre per discendere nel Cerchio sottostante c'è da compiere ancora un

certo cammino.

Il Canto è una sorta di pausa nella narrazione del viaggio, che ha la funzione di preparare la discesa nei

Cerchi del basso Inferno e spiegare al lettore la topografia morale di tutto il primo regno, fin qui non

esplicitamente illustrata dall'autore. A questo scopo Dante ricorre all'espediente dell'odore

sgradevole che si leva dal VII Cerchio e costringe lui e Virgilio ad attendere un poco prima di proseguire il

cammino, una sosta forzata che dà modo alla guida di spiegare com'è strutturato il doloroso regno.

La spiegazione di Virgilio prende ovviamente spunto dalla filosofia aristotelica, ampiamente ripresa dalla

teologia medievale e che distingueva tre principali peccati: di eccesso, di violenza e di frode, che sono di

gravità crescente e quindi puniti nelle zone infernali che via via si avvicinano al centro della Terra

(violenza e frode sono comprese nel peccato di malizia, ovvero azione tesa ad arrecare offesa al prossimo, più

grave dell'eccesso e perciò punita nei cerchi del basso Inferno).

Nella classificazione di Virgilio mancano gli ignavi, le anime del Limbo e soprattutto gli eretici, il cui peccato

sembra non rientrare propriamente in nessuna delle tre categorie menzionate prima; sono state avanzate

numerose ipotesi al riguardo e nessuna pienamente convincente, tranne forse quella che identifica questo

peccato in una categoria a sé stante. Piuttosto controversa anche l'interpretazione della matta bestialitade, che

potrebbe significare «violenza», oppure «eresia», o forse indicare un altro tipo di peccato non rientrante nella

topografia morale dell'Inferno.

Particolare rilievo viene poi dato al peccato d'usura, ulteriormente chiarito da Virgilio a seguito della domanda

di Dante. Questa insistenza non deve stupire, dal momento che l'usura era largamente diffusa nell'Italia del Due-

Trecento ed era sentita una pratica particolarmente odiosa, non tanto perché l'usuraio chiedesse interessi

esorbitanti, ma perché la Chiesa condannava chi semplicemente ricavava denaro da altro denaro e non dal

lavoro onesto.

È chiaro che per Dante l'usura si collegava al peccato di avarizia e alla corruzione che investiva la Chiesa

stessa e la politica, all'origine del disordine morale che sconvolgeva il mondo ed era fonte di ingiustizia;

ciò valeva anche per la stessa città di Firenze dove la gente nuova e i sùbiti guadagni avevano creato orgoglio e

alterigia, scacciando la «cortesia» e provocando le divisioni politiche. L'usura viene vista allora come un peccato

più grave dell'avarizia, come un attentato all'operosità umana e quindi a Dio, come un peccato di violenza e

quindi di malizia meritevole di essere punita nel basso Inferno, dove si trovano le anime più nere.

CANTO XII

Ingresso nel VII Cerchio. Incontro col Minotauro. Ingresso nel I girone, dove sono puniti i violenti contro il

prossimo, immersi nel fiume di sangue Flegetonte. Incontro con i centauri, tra cui Chirone, Folo, Nesso. Nesso

porta Dante in groppa e gli mostra tiranni, assassini e predoni, quindi guada il fiume e depone Dante sull'altra

sponda.

È la notte di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, verso le quattro del mattino.

Qui troviamo i violenti contro il prossimo (tiranni, omicidi, predoni). Sono immersi in un fiume di sangue

bollente (Flegetonde) e sono colpiti dalle frecce dei centauri (metà uomini e metà cavalli).

Sono i dannati del primo girone del VII Cerchio dell'Inferno, la cui pena è descritta nel Canto XII: sono immersi

nel fiume di sangue bollente, il Flegetonte, in misura maggiore o minore a seconda del peccato commesso (fino

agli occhi i tiranni, fino al collo gli assassini, fino al petto i ladroni da strada, fino ai piedi altri peccatori non meglio

precisati). I centauri, armati di arco e frecce, fanno in modo che nessuno di loro emerga dal fiume più di quanto è

stabilito dalla giustizia divina.

Vi è una zona di persistenza: elementi che si ripetono nel corso del tempo, e dall'altra vi é l'attualizzazione.

Anche per il Minotauro Dante offre una rappresentazione concreta.

MINOTAURO: Personaggio della mitologia classica, nato dalla mostruosa unione di Pasifae, moglie del re di

Creta Minosse, e di un bellissimo toro bianco di cui la donna si era invaghita.

Dante lo colloca a guardia del VII Cerchio dell'Inferno dove sono puniti i violenti e lo introduce all'inizio del Canto

XII. Il mostro, non appena vede Dante e Virgilio, si morde dalla rabbia ma il poeta latino lo

ammansisce ricordandogli che nessuno dei due è Teseo e che Dante non è lì ammaestrato dalla sorella Arianna,

bensì per vedere le pene dei dannati. Il demone a quel punto si allontana saltellando come un toro

che ha ricevuto il colpo mortale.

Il Minotauro era spesso accostato al peccato di lussuria per le sue mostruose origini (Pasifae aveva fatto

costruire una falsa vacca nella quale nascondersi ed essere ingravidata dal toro), tuttavia Dante ne fa il

simbolo della violenza in quanto condivide natura umana e bestiale. Alcuni commentatori hanno ipotizzato

che il Medioevo, Dante incluso, lo rappresentasse con corpo taurino e testa umana, ma è quasi certo che Dante

lo intendesse secondo l'iconografia classica, con corpo umano e testa di toro.

Guido da Monfor: aveva commesso un omicidio dentro una chiesa, aveva suicidato dentro la chiesa di San

Silvestro a Viterbo, il nipote del re d'Inghilterra.

Questo cuore sanguinante viene collegato sul ponte di Londra.

Vengono usate queste modalità horrorose e di attualità in quanto si immagina che ancora questo cuore spaccato

ancora sanguina.

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CENTAURI: Queste figure dei centauri hanno un carattere primordiale più che demoniaco, in loro il pensiero

agiste, il loro gusto é un gusto umano. Essi rappresentano delle veloci rappresaglie che nei tempi di Dante erano

costituite dalle truppe militari ( simbolo della violenza attuale del tempo Dantesco, ma rispetto a questa

supposizione Dante non fornisce chiarimenti ed elementi).

Creature del mito classico, umani fino alla cintola e col resto del corpo equino.

Dante li pone nel primo girone del VII Cerchio dell'Inferno, dove sono i puniti i violenti contro il prossimo: i

centauri hanno il compito di saettare i dannati immersi nel Flegetonte, qualora questi emergano più del dovuto.

Sono introdotti nel Canto XII, dove vengono nominati tre di loro: Chirone, figlio di Crono e Filira, mitico precettore

di Achille; Nesso, che si era invaghito di Deianira e aveva tentato di rapirla, venendo ucciso da Ercole (prima di

morire il centauro aveva dato alla donna la tunica pregna di sangue avvelenato che poi avrebbe ucciso Ercole

stesso); Folo, che alle nozze di Ippodamia e Piritoo tentò (ubriaco) di rapire la sposa e scatenò la guerra coi

Lapiti.

Il primo a parlare è Nesso, che scambia i due poeti per dannati ed è zittito da Virgilio che vuol parlare solo con

Chirone (questi sembra essere il capo della schiera). Quindi Virgilio spiega la situazione a Chirone, il quale

incarica Nesso di prendere sulla groppa Dante e fargli guadare il fiume di sangue. Il centauro obbedisce e indica

a Dante diversi dannati, prima di deporlo sull'altra sponda del Flegetonte, nel secondo girone.

IL MINOTAURO (1-30)

Il punto in cui Dante e Virgilio scendono dal VI al VII Cerchio è impervio, in quanto la discesa è simile alla frana

che ha percosso il letto dell'Adige. Sull'estremità superiore di questa rovina c'è il Minotauro, che appena vede i

due poeti si morde dalla rabbia. Virgilio gli grida che nessuno di loro è Teseo, l'eroe che uccise il mostro sulla

Terra, e Dante non è qui su indicazione di Arianna ma per vedere le pene dei dannati. Il Minotauro si allontana

saltellando, come un toro che ha ricevuto un colpo mortale, e i due poeti ne approfittano per allontanarsi e calarsi

giù per lo scoscendimento della roccia.

ORIGINE DEI CROLLI ALL'INFERNO (31-48)

Virgilio intuisce che Dante si sta chiedendo quale sia l'origine della ruina dove stava a guardia il Minotauro e

spiega che la prima volta in cui è passato di lì (poco dopo la sua morte, quindi prima della nascita di Cristo) essa

non c'era ancora. Però poco tempo prima che Cristo risorto traesse dal Limbo le anime dei patriarchi biblici, tutta

la valle infernale tremò scossa da un terremoto fortissimo e fu questo a causare il crollo. Virgilio invita quindi

Dante a guardare davanti a sé, dove c'è il fiume di sangue in cui sono immersi i violenti.

IL FLEGETONTE E I CENTAURI (49-75)

Dante obbedisce e vede un'ampia fossa a forma di semicerchio, in cui scorre un fiume di sangue bollente (il

Flegetonte), e tra la parete del Cerchio e il fiume corrono dei Centauri, armati di arco e frecce. I mostri si

arrestano quando vedono arrivare i due poeti e tre di loro si staccano dalla schiera. Uno di loro chiede da lontano

quale sia il peccato dei viaggiatori e li minaccia con l'arco. Virgilio risponde che spiegherà tutto al loro capo,

Chirone, e poi dice a Dante che il centauro che ha parlato è Nesso, morto a causa di Deianira, mentre quello al

centro è Chirone, che allevò Achille, e l'altro è Folo, uno dei più violenti. Intorno al fiume ce ne sono migliaia, col

compito di colpire con le frecce i dannati che fuoriescono troppo dal sangue bollente.

INCONTRO CON CHIRONE (76-99)

I due poeti si avvicinano ai Centauri e Chirone minaccia di colpirli con una freccia, indicando ai compagni che

Dante è ancora vivo. Virgilio spiega che il suo compito è mostrare al discepolo l'Inferno, poiché questo è il volere

divino e Dante non è un ladrone, né lui stesso un malfattore. Virgilio chiede poi a Chirone di incaricare uno dei

compagni di portare in groppa Dante e fargli attraversare il Flegetonte, dal momento che Dante ha un corpo

fisico. Chirone si volta alla sua destra e incarica Nesso di guidare i due poeti fino al guado.

NESSO MOSTRA A DANTE I VIOLENTI (100-139)

Nesso obbedisce e scorta Dante e Virgilio lungo il Flegetonte, dove i dannati immersi nel sangue levano alte

grida. Il centauro indica a Dante spiriti immersi sino alle ciglia e spiega che sono tiranni, tra i quali indica un

Alessadro, Dionisio di Siracusa, Ezzelino da Romano, Òbizzo d'Este. Più avanti Dante vede dei dannati immersi

sino alla gola nel bulicame, tra cui Nesso indica Guido di Montfort che uccise a Viterbo Enrico, cugino del re

d'Inghilterra. Altri dannati emergono fino al petto e tra questi Dante riconosce più di uno, altri ancora sono

immersi sino ai piedi.

Dopo che ha fatto salire sulla sua groppa Dante e ha iniziato ad attraversare il Flegetonte, Nesso spiega che il

livello del fiume si abbassa progressivamente, sino a ricongiungersi al punto opposto dove invece è più profondo

e dove sono puniti i tiranni. Nel punto di maggior profondità sono immersi Attila, Pirro, Sesto Pompeo, Riniero da

Corneto e Rinieri dei Pazzi. Dopo essere giunto sull'altra sponda, il centauro torna da dove è venuto.

La violenza è il tema dominante dell'episodio e ciò è evidente fin dall'inizio, con la comparsa del Minotauro.

Il mostro, per metà uomo e per metà toro, è simbolo della violenza che è il peccato di chi, pur dotato di

ragione umana, si è abbandonato a istinti bestiali e ha arrecato danno al prossimo, nella persona fisica o

nei beni.

Il Minotauro, che probabilmente è custode di tutto il VII Cerchio e non solo del primo girone dove sono puniti

assassini e predoni, tenta di ostacolare il passaggio dei due poeti come altre figure demoniache già viste in

precedenza, ma è ammansito da Virgilio che gli ricorda la morte inflittagli da Teseo nel mondo.

Il maestro spiega inoltre a Dante che la causa del crollo rovinoso dove i due devono scendere è il terremoto che

scosse tutta la Terra il giorno della morte di Cristo, mentre non c'era ancora quando lui passò di lì la prima volta,

evocato dalla maga Eritone (il fatto avvenne poco dopo la morte di Virgilio, quindi ben prima della nascita del

Messia).

Lo stesso terremoto causò anche il crollo dei ponti che congiungono la V alla VI Bolgia dell'VIII Cerchio, e forse

della ruina descritta nel II Cerchio.

I veri custodi del primo girone sono in realtà i Centauri, altre creature del mito classico che, al pari del

Minotauro, condividono natura umana e bestiale. Se nell'antichità erano considerati esseri saggi e sapienti

(Chirone fu ad esempio il precettore di Achille), nel Medioevo erano invece spesso demonizzati per la loro

immagine di cacciatori armati di arco e frecce, che li accostava a certe immagini di cacciatori diabolici di cui ci

sono vari esempi nell'iconografia cristiana.

La loro funzione è di impedire ai dannati, immersi nel fiume di sangue, di emergere dal bulicame più di quanto

abbia stabilito la giustizia divina, compito che essi assolvono saettando gli spiriti che cercano di trasgredire.

Il Canto presenta una nutrita serie di esempi di violenti contro il prossimo, tra cui spiccano soprattutto i tiranni.

È implicita una critica di Dante contro quei regimi politici che sfociavano nell'oppressione al popolo, presente

anche in altri passi del poema, e che qui individua esempi tratti da varie epoche storiche: i tiranni del tempo di

Dante sono comunque più numerosi, così come gli esempi di ladroni e assassini.

Il Flegetonte è uno dei quattro fiumi infernali (gli altri sono l'Acheronte e lo Stige, già visti, e il quarto sarà il

Cocito), formato da sangue bollente in cui i violenti sono immersi in misura diversa a seconda del peccato

commesso: i tiranni fino agli occhi, gli assassini fino al collo, i predoni e i ladroni da strada fino al petto, altri

ancora fino ai piedi (questo è il punto in cui il sangue è più basso, dove Nesso può effettuare il guado).

XIII CANTO

Ingresso nel II girone del VII Cerchio, nella selva dei suicidi. Descrizione delle Arpie. Incontro con Pier della

Vigna. Apparizione degli scialacquatori, tra cui Lano da Siena e Iacopo da Sant'Andrea. Incontro con un suicida

di Firenze. È l'alba di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.

SUICIDI: Sono i violenti contro se stessi, rispettivamente nella persona e nel patrimonio; compaiono nel Canto

XIII dell'Inferno, nella selva che occupa il secondo girone del VII Cerchio. Le anime dei suicidi sono imprigionate

entro gli alberi della selva, poiché essi si sono separati violentemente dal proprio corpo; le Arpie, che popolano il

girone, si nutrono delle foglie degli alberi e provocano sofferenza ai dannati. Quando i rami delle piante si

spezzano esce sangue, insieme a un soffio d'aria che fa fuoriuscire parole e lamenti. Tra i suicidi Dante pone Pier

della Vigna e un fiorentino non meglio precisato, di cui si dice solo che si impiccò in casa propria (forse fu il

giudice Lotto degli Agli, che aveva ingiustamente condannato un innocente per denaro; secondo altri potrebbe

essere Rocco dei Mozzi, suicida dopo avere sperperato tutto il patrimonio).

SCIALACQUATORI: Gli scialacquatori invece corrono nudi tra la selva, inseguiti da nere cagne che, quando li

raggiungono, li fanno a brandelli. Fra loro Dante include Lano da Siena (Arcolano da Squarcia), morto nel 1288

nell'imboscata tesa ai senesi dagli aretini presso Pieve del Toppo, e Iacopo da Sant'Andrea, figlio di Oderico da

Monselice che morì assassinato nel 1239 per ordine di Ezzelino da Romano (gli antichi commentatori narrano dei

suoi folli sperperi, come quello citato dal Lana secondo cui avrebbe dato fuoco a una sua villa per vedere un

vasto incendio). Mentre il primo dannato riesce a sfuggire alle cagne, il secondo si accovaccia accanto al

cespuglio del suicida fiorentino e le cagne sbranano lui e fanno strazio dell'arbusto.

I dannati vengono rappresentati in un mondo rovesciato.

Campeggia ciò che non é umano.

Ci troviamo di fronte ai violenti contro se stessi, suicidi e scialacquatori.

I suicidi sono trasformati in sterpi lacerati dalle Arpie e gli scialacquatori sono inseguiti e dilaniati da

cagne.

ARPIE: Creature della mitologia classica, figlie di Taumante ed Elettra, descritte come mostruosi uccelli

dal volto femminile ed associate alla violenza e alla furia delle bufere. Compaiono in varie opere della

letteratura greco-latina, soprattutto nell'Eneide (III, 225 ss.) in cui si dice che abitano le isole Strofadi dalle

quali cacciano i Troiani, preannunciando loro una terribile carestia che in realtà si rivelerà un inganno.

Dante le colloca a custodia del secondo girone del VII Cerchio dell'Inferno, la selva dei suicidi. Le descrive

nel Canto XIII, come mostruosi uccelli dalle grandi ali, colli e volti umani, un grosso ventre piumato e

zampe artigliate. Nidificano tra le piante dove sono imprigionate le anime dei suicidi e si cibano delle loro

foglie, provocando dolore ai dannati. A differenza che nei testi classici, le Arpie dantesche non hanno un

nome e non è chiaro in base a quale criterio Dante le associ al peccato del suicidio.

La landa dei suicidi è formata da cespugli alti e spinosi senza fronde, in quanto esse vengono mangiate dalle

anime che sono imprigionati all'interno di essi. Quando ogni tanto si spezza un ramo escono dalle anime parole

e sangue.

Qui ci sono coloro che hanno negato a se stessi la vita rifiutando il dono prezioso della vita, non gli é nemmeno

concesso di assumere una forma armoniosa come là forma di un albero nella sua pienezza.

Sono cespugli intricati, contorti, tetri e questi rappresentano la degradazione dell'umano, il rifiuto che il

suicidio compie non soltanto verso se stesso ma anche verso il divino che ha creato la natura umana con

questa duplice identità di spirito e corpo.

Si può ricordare nella genesi, dio creatore dopo aver formato con la creta il corpo di Adamo soffia in lui la

dimensione spirituale , l'anima che é congiunta con il corpo.

Essendo il corpo creato da dio, nessuno essere umano ha diritto a togliersi la vita e quindi farsi negatore di

quel dono.

Per queste ragioni Dante va oltre la dottrina del suo tempo nella immaginazione dei suicidi ed ancora una volta,

per la quarta volta si ricorda il giudizio universale, ossia le anime ritorneranno nei loro corpi, ma i suicidi no non

potranno tornare in essi e la loro anima rimarrà intrappolata nel cespuglio ed il corpo tenderà ad essere come un

impiccato tra i rami.

Si prospetta una scema terribile, spettrale. Di un mondo allucinato e allucinante.

Nel mondo dei suicidi è difficile comprendere la pena del contrappasso e Virgilio consiglia a Dante si

strappare un ramo da dove escono parole e sangue di un grande poeta della scuola siciliana, Pier della Vigna,

segretario di Federico II, colui che teneva ambo le chiavi del cor di Federico, la chiave del si e del no, il

consigliere più fidato dell'imperatore.

Tuttavia per causa dell'invidia che governa nelle corti, egli ha perso la fiducia dell'imperatore e perdendo essa

e subendo le pene dell'incarcerazione, non é riuscito a superare la vergogna e dunque a causa di questo

sentimento di disonore si é tolto la vita.

VERSO: 25 -> vero bisticcio retorico. Quando parla Pier delle Vigne utilizza una retorica espositiva

particolarmente alta, con dei termini 'm'imbeschi' (mi catturi), Termini rari (V. 65 / 69). Utilizza situazione retoriche

di grado alto.

VERSO: 69 -> parole incrociate.

VERSO: 70/71 -> ripetizioni.

MIMESI: L’ARTE è MIMESI, deriva dalla retorica aristotelica, essa stabilisce il primato del genere tragico. Essa è

la rappresentazione della natura umana attraverso il processo di imitazione.

IMITARE: VEROSOMIGLIANZA, l’opera sembra vera anche se non lo è effettivamente, il far simile.

Dopo il discorso di Pier della Vigna, si sentono nelle foresta delle voci e di un abbaiare di una muta di cani, cani

neri demoniaci che inseguono le anime degli scialacquatori, che correndo per la selva per non essere azzannati

dai cani vanno a sbattere contro i cespugli:

- gridano le anime per sbattere contro i cespugli e per i morsi dei cani.

- gridano i cespugli quando i rami si spezzano per le anime intrappolate in loro.

Giunge una immagine spettrale di un fiorentino di cui Non viene fatto il nome: Secondo alcuni i

comportamenti e le parole di questo personaggio alludevano ad una persona : il giudice Lotto degli Agli.

Secondo altri durante la società mercantile, chi arrivava al limite di sopportazione economica, al limite e

rinunciava alla vita.

Canto costituito a masse alternate: momenti di estrema FISSITÀ e momenti di estrema MOBILITÀ. Creano degli

effetti di campo lungo e di dettaglio, movimenti che non sono soltanto di superficie ma anche di profondità nel

costruire e rappresentare questo mondo al rovescio dove la dimensione spettrale prevale infine come

proignizione del giudizio universale in maniera angosciante rispetto alla rappresentazione dei suicidi.

Questa dottrina di riunire l'anima con il corpo va contro la dottrina della chiesa.

LA SELVA DEI SUICIDI (1-21)

Nesso non è ancora tornato sull'altra sponda del Flegetonte, quando Dante e Virgilio si incamminano per una

orribile selva, in cui il fogliame è oscuro, i rami sono contorti e al posto dei frutti ci sono spine velenose. I luoghi

più selvaggi della Maremma non hanno una boscaglia così aspra, mentre qui le Arpie nidificano tra gli alberi e

hanno grandi ali, visi umani e zampe artigliate, con cui producono lamenti tra le piante. Virgilio spiega a Dante

che si trova nel secondo girone del VII Cerchio, dove la selva si estende sino al sabbione infuocato del girone

seguente. Lo invita poi a guardare bene ciò che si trova nel bosco, perché vedrà cose incredibili a sentirne

parlare.

INCONTRO CON PIER DELLA VIGNA (22-54)

Dante sente levarsi dei lamenti da ogni parte e non vede chi li emette, perciò si ferma e rimane confuso. Egli

crede che degli spiriti si nascondano tra le piante, ma Virgilio (che ha intuito l'errore del discepolo) lo invita a

spezzare un ramoscello da uno degli alberi. Dante obbedisce e appena ha spezzato il ramo di un albero, dal

tronco esce la voce di uno spirito che lo accusa di essere impietoso, mentre dal fusto esce sangue nero. Dal

tronco spezzato escono le parole, simili ad un soffio, e insieme il sangue, cosa che induce Dante a lasciar cadere

a terra il ramo e a restare in attesa, pieno di timore.

Virgilio prende la parola e dice all'anima imprigionata nell'albero di essere stato costretto a indurre Dante a

compiere quel gesto, perché solo così egli avrebbe compreso ciò che lui stesso aveva cantato nei versi

dell'Eneide. Quindi invita il dannato a manifestarsi e a raccontare la sua storia, affinché Dante, tornato sulla

Terra, possa risarcirlo del danno subìto restaurando la sua fama.

RACCONTO DI PIER DELLA VIGNA (55-78)

A questo punto il dannato dichiara che l'offerta è troppo allettante per rifiutarla, quindi inizia a raccontare la sua

storia. Egli si presenta come colui (Pier Della Vigna) che fu intimo collaboratore di Federico II di Svevia, tanto

fedele da diventarne il solo depositario di tutti i segreti. Aveva svolto il suo incarico con lealtà e dedizione, al

punto da perderne la serenità e la vita: infatti il suo zelo aveva acceso contro di lui l'invidia dei cortigiani, i quali

sobillarono il sovrano e lo indussero ad accusarlo di tradimento. In seguito Pier Della Vigna si era tolto la vita,

credendo in tal modo di sfuggire allo sdegno del sovrano e finendo per passare dalla ragione al torto. L'anima

conclude il racconto giurando sulle radici della pianta in cui è rinchiuso di essere innocente dell'accusa rivoltagli a

suo tempo, pregando Dante di confortare la sua memoria se mai ritornerà nel mondo.

PIER DELLA VIGNA: Giurista originario di Capua, nel 1221 fu accolto come notaio alla corte di Federico

II di Svevia e ne divenne uno dei più stretti collaboratori, fino a partecipare all'elaborazione delle

Costituzioni di Melfi (1231). Nel 1246 fu nominato protonotaro e logoteta del regno di Sicilia, giungendo al

culmine della potenza: caduto in disgrazia per ragioni ignote (ma probabilmente vittima di maneggi di

cortigiani), fu imprigionato dal sovrano e accusato di tradimento (1249). Si uccise, forse a Pisa, dopo

essere stato accecato con un ferro rovente (sulla sua reale colpevolezza non c'è accordo tra gli storici).

Lasciò vari componimenti letterari, in volgare e in latino.

Dante lo colloca tra i suicidi del secondo girone del VII Cerchio dell'Inferno, le cui anime sono imprigionate

negli alberi di una selva. Il poeta lo incontra nel Canto XIII: Virgilio invita Dante a strappare un ramo da

uno degli alberi, cosa che provoca la fuoriuscita di sangue e i lamenti del dannato. Questi si presenta poi

come il potente ministro dell'imperatore, caduto in disgrazia a causa dell'invidia dei cortigiani e per questo

ingiustamente accusato di tradimento. Pier della Vigna dichiara la propria innocenza, pregando Dante di

riabilitare la propria fama nel mondo, quindi spiega a Virgilio in che modo le anime dei suicidi si leghino

agli alberi della selva e precisa inoltre che, il giorno del Giudizio Universale, essi non si rivestiranno del

proprio corpo ma ciascuno lo appenderà all'albero in cui l'anima è imprigionata. Il discorso del

personaggio è un esempio di stile alto e solenne, pieno di raffinatezze e ricercatezze retoriche.

SPIEGAZIONE DI COME I SUICIDI SI TRAMUTINO IN PIANTE (79-108)

Virgilio resta un attimo in silenzio, quindi invita Dante a rivolgere altre domande al dannato. Il discepolo si dice

troppo turbato per rivolgere la parola allo spirito, quindi è Virgilio che chiede a Pier Della Vigna in che modo

l'anima del suicida venga imprigionata dentro gli alberi sella selva e se accade talvolta che qualcuna di esse ne

fuoriesca. Il tronco emette nuovamente un soffio d'aria, quindi la voce spiega che quando l'anima del suicida si

separa dal corpo e giunge davanti a Minosse, il giudice infernale, questi la manda al VII Cerchio. Qui essa cade

in un punto qualsiasi e germoglia formando una pianta selvatica. Le Arpie, poi, nutrendosi delle foglie dell'albero,

producono ulteriore sofferenza alle anime. Il giorno del Giudizio Universale, spiega ancora il dannato, essi

andranno a riprendere le loro spoglie mortali ma non le rivestiranno: porteranno i corpi nella selva, dove ciascuna

anima appenderà il proprio all'albero dove è imprigionata, poiché non è giusto riavere ciò che ci si è tolto

violentemente.

APPARIZIONE DEGLI SCIALACQUATORI (109-129)

ante e Virgilio sono ancora accanto all'albero di Pier Della Vigna, quando entrambi sentono dei rumori

all'interno della selva, simili allo stormire del fogliame quando, in un bosco, c'è una battuta di caccia al cinghiale.

Subito dopo vedono due dannati che corrono tra la boscaglia, nudi e graffiati, che rompono rami e frasche. Quello

davanti (Lano da Siena) è più veloce, mentre quello dietro (Iacopo da Sant'Andrea) è più lento e si nasconde

accanto a un basso cespuglio. Poco dopo è raggiunto da delle cagne nere, che fanno a brandelli lui e l'arbusto

dove ha tentato di celarsi, quindi ne portano via le carni maciullate.

UN FIORENTINO SUICIDA (130-151)

Virgilio allora prende per mano Dante e lo conduce accanto al cespuglio, dal quale esce sangue e insieme ad

esso la voce del suicida imprigionato all'interno. Il dannato rimprovera lo scialacquatore che gli ha causato danno

e dolore, poi Virgilio si rivolge al suicida e gli chiede di manifestarsi. Egli chiede anzitutto ai due poeti di

raccogliere i suoi rami spezzati ai piedi dell'arbusto, quindi rivela di essere originario di Firenze, città che mutò il

proprio protettore da Marte a san Giovanni Battista e per questo è vittima di continue guerre (solo la statua del

dio pagano sull'Arno, di cui sopravvive un frammento, la preserva dalla totale distruzione). Il dannato conclude

dicendo di essersi impiccato nella propria casa.

Il Canto è totalmente dedicato alla selva dei suicidi, dove sono puniti anche gli scialacquatori e che è popolata

da animali demoniaci (le Arpie e le nere cagne che azzannano i violenti contro il patrimonio).

L'episodio è anche fitto di rimandi letterari, sia per il riferimento all'Eneide di Virgilio, sia per la figura stessa di

Pier Della Vigna che fu, com'è noto, poeta siciliano e retore alla corte di Federico II.

La descrizione iniziale della selva è degna di un cupo paesaggio infernale, con ovvi rimandi alla selva oscura

del Canto iniziale (anche se questa è ancor più spaventosa: nessun sentiero la attraversa, le foglie degli alberi

sono nere, i rami sono aggrovigliati...); su tutto dominano poi le Arpie, gli uccelli mitologici dal volto di donna

già citati nel libro III dell'Eneide come i mostri che cacciarono i Troiani dalle isole Strofadi preannunciando loro

una terribile fame una volta giunti nel Lazio, profezia che si sarebbe rivelata mendace. Le Arpie nidificano nella

selva e si nutrono delle foglie degli alberi, producendo dolore alle anime dei suicidi che vi sono

imprigionate.

Successivamente, Dante, indotto da Virgilio, spezza il ramo dell'albero di Pier Della Vigna. L'anima si presenta

come Pier Della Vigna, il funzionario e segretario di Federico II di Svevia da lui accusato di tradimento e

incarcerato, che si era suicidato dopo che il sovrano lo aveva fatto accecare. Dante gli mette in bocca un

discorso di stile elevato e aulico, pieno di elementi retorici e raffinatezze che, del resto, sono presenti in

altri passi del Canto. Il linguaggio del dannato usa anche metafore venatorie, con i verbi adeschi e inveschi che

fanno riferimento alla caccia agli uccelli.

Come spesso accade nell'Inferno Dantesco, i dannati si mostrano tenacemente attaccati a ciò che

rappresentava per loro la vita terrena, quindi Pier Della Vigna parla come se fosse ancora il primo consigliere

del sovrano, il sublime retore che doveva redigere in linguaggio curiale i documenti della cancelleria imperiale.

Dante vuole assolverlo dall'accusa, da lui ritenuta ingiusta, di tradimento, ma lo condanna per l'atto insensato

col quale si è tolto la vita, che il dannato non comprende sino in fondo in quanto lo esprime con un'elegante

formula retorica (il suicidio lo ha fatto sembrare colpevole agli occhi del mondo, mentre in realtà lo ha condannato

alla dannazione eterna). Il personaggio non comprende pienamente la natura del suo peccato e si

mostra assai più interessato alla possibilità che Dante restauri la sua fama nel mondo terreno, mentre nulla può

fare ovviamente per il suo destino ultraterreno.

L'arrivo sulla scena degli scialacquatori Lano da Siena e Iacopo da Sant'Andrea non attenua la raffinatezza

stilistica del Canto, poiché Dante li introduce con la similitudine della caccia al porco, cioè al cinghiale (quindi

di ambito nuovamente venatorio) e con una serie di insistite allitterazioni che ne riproducono il rumore nella

boscaglia (similemente... sente 'l porco... posta... bestie... frasche stormire).

I due dannati introducono a loro volta un altro suicida, di cui Dante non ci dice il nome (era forse un giudice

impiccatosi dopo aver pronunciato un'ingiusta sentenza, per la quale era stato corrotto), il quale rivela di essere

originario di Firenze con un'elegante e complicata perifrasi. La città di Dante è definita attraverso il suo attuale

patrono, san Giovanni Battista, che aveva preso il posto di Marte che per questo la perseguita con continue

guerre; l'avrebbe già rasa al suolo se non fosse per i resti di una sua statua presso l'Arno (che in realtà

raffigurava un re ostrogoto) e i fiorentini l'avrebbero ricostruita vanamente dopo la distruzione ad opera di Attila.

Qui Dante confonde l'episodio di Totila che assediò Firenze durante la guerra greco-gotica, ma ciò non toglie che

la chiusa del Canto è in linea con la raffinatezza dei versi precedenti e che l'intero episodio è immerso in una

delicata atmosfera letteraria, che stride volutamente con l'orrore della selva e del peccato che in essa scontano le

anime. XIV CANTO

Ingresso nel III girone del VII Cerchio, dove sono puniti i violenti contro Dio (tra cui i bestemmiatori).

Descrizione del sabbione infuocato e della pioggia di fiamme. Incontro con Capaneo. Origine dei fiumi infernali e

spiegazione di Virgilio sul Veglio di Creta. È l'alba di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.

Ci troveremo di fronte ai violenti contro dio.

Ossia i bestemmiatori che con la loro bestemmia affermano offendendo chi non crede nella presenza del

divino e bestemmiano il divino, cade in sostanza, in un enorme paradosso perché la bestemmia stessa è una

dichiarazione di fede cioè si dichiara di credere a ciò che apparentemente si vuol negare.

Io non posso bestemmiare contro qualcosa che non esiste, se io bestemmio io infondo in fondo credo che quella

realtà esiste.

La bestemmia non è semplicemente un'offesa verbale, qualcosa che si gioca sul piano della parola, la

bestemmia e' qualcosa che nasce dal cuore.

Ci troviamo di fronte a queste anime che vivono una forte contraddizione, sono punite in un immenso

sabbione infuocato su quale cadono ininterrottamente, con la lentezza della neve quando scende senza vento,

delle lingue di fuoco che bruciano costantemente i condannati mentre incendiano la landa desertica.

Queste falde di fuoco sono uno dei più significativi e splendidi recuperi che Dante fa del suo vecchio e primo

amico, Guido Cavalcanti e lo inserisce qui in questo sabbione infuocato.

Potrebbe esserci un legame di immaginazione con quanto Dante aveva ricordato nel decimo canto con il padre

Cavalcante de Cavalcanti.

Qui incontreremo come singolo rappresentante della colpa della bestemmia contro dio un pagano. Qualcuno che

bestemmiò contro Giove, contro il divino, non credendo alla sua forza e alla sua potenza e nonostante tutto

crede ancora di avere una potenza contro il divino nonostante si trovi nella realtà infernale: CAPANEO.

Questa figura di Capaneo rappresenta i miti della classicità, ossia la ribellione dello stesso Capaneo contro il

divino, olimpo, Giove. La ribellione dei giganti contro Giove, che volevano conquistare il cielo.

CAPANEO: Personaggio del mito classico, figlio di Ipponoo e Astinome (o Laodice), uno dei sette re che

assediarono Tebe. Stazio nella Tebaide lo descrive come gigantesco, di empia tracotanza, al punto che osò

sfidare Giove mentre scalava le mura della città e fu da lui fulminato. Dante lo colloca tra i bestemmiatori del

terzo girone del VII Cerchio dell'Inferno, sdraiati nel sabbione rovente sotto la pioggia di fuoco. Nel Canto XIV

Dante nota il dannato di dimensioni imponenti, che sembra trascurare il tormento provocato dalle fiammelle che

cadono dall'alto e ne chiede conto a Virgilio. Capaneo stesso risponde dicendo di essere da morto tale quale era

da vivo e dichiarando che Giove (Dio) non potrebbe vendicarsi di lui neppure scagliandogli contro tutte le folgori

prodotte da Vulcano. Virgilio ribatte con voce alterata che la sua superbia ne accresce la pena e che la sua

rabbia è la sola pena adeguata a lui. Dopo aver spiegato a Dante chi è il dannato, Virgilio invita il discepolo ad

allontanarsi.

La seconda parte del canto ripropone, sempre ripensato e rivisitato da Dante il mito del veglio di Creta, una

scultura che ha una composizione fatta da parti diseguali, la testa é d'oro, il busto d'argento ma é attraversato da

grandi spaccature, dalla vita in giù é di bronzo ma uno dei due piedi é di terra cotta ed é proprio su questo piede

dove egli si sostiene.

Questi passaggi di materia stanno ad indicare:

- Testa: ricordo dell'età dell'oro, età aurea, Serena.

- Busto: colore delle acque e di fatti da queste fenditure/ferite escono in maniera ininterrotta le lacrime del veglio

che vanno a formare la realtà dei fiumi infernali: Acheronte, Melmosa palude dello Ostige, Flegetonde, Acqua

ghiacciata nelle profondità dell'inferno del Cogito.

- Piede di bronzo: impero

- Piede di terracotta: la chiesa

Si rappresenta la degradazione che via via nel corso del tempo hanno subito questi poteri. Non c'è più un impero

aureo, non c'è una chiesa pura e aurea ma una chiesa fragilissima e senza la forza fisica di sostenere l'intera

ecclesia.

> Vi é una giustificazione immaginosa dell'origine dei fiumi invernali, in quanto esse derivano dalle lacrime

dell'umanità.

> Roma: sede dell'impero e pontificato.

IL SABBIONE INFUOCATO (1-42)

Dante raccoglie i rami spezzati dell'albero del fiorentino suicida e li pone alle sue radici, quindi segue Virgilio

sino al confine tra il secondo e il terzo girone del VII Cerchio. Questo è una landa desolata dove non cresce

alcuna pianta ed è attorniato dalla selva dei suicidi come una dolorosa corona. Il suolo è formato da una spessa

sabbia, simile a quella del deserto libico attraversato da Catone l'Uticense, su cui le anime dannate giacciono in

modo diverso: alcune sono sdraiate supine (bestemmiatori), altre siedono raccolte, (usurai) altre ancora

camminano senza posa (sodomiti). Queste ultime sono più numerose di quelle sdraiate, le quali tuttavia sono più

facili al lamento. Su tutto il sabbione cade una pioggia di larghe falde infuocate, simili a fiocchi di neve che

cadono senza essere sospinti dal vento e paragonabili alla pioggia di fuoco che Alessandro Magno vide cadere

dal cielo in India. Le fiammelle surriscaldano la sabbia che, arroventata, tormenta le anime che tentano

continuamente di scacciare da sé il fuoco agitando le mani.

APPARIZIONE DI CAPANEO (43-75)

Dante nota che un dannato dall'aspetto imponente è sdraiato sul sabbione infuocato e non sembra preoccuparsi

delle fiammelle, tanto che ha uno sguardo sprezzante e dà l'impressione che la pioggia di fuoco non gli dia

dolore. Mentre ne chiede il nome a Virgilio, il dannato sente la sua domanda e risponde lui stesso dicendo di

essere da morto tal quale era da vivo: anzi, se Giove gli scagliasse contro tutte le folgori fabbricate da Vulcano e

dai Ciclopi nell'Etna non potrebbe vendicarsi di lui.

Allora Virgilio ribatte con un tono di voce adirato, quale Dante non ha mai sentito, accusando il dannato di nome

Capaneo di essere maggiormente punito proprio per la sua smisurata superbia. Poi il maestro si rivolge a Dante

con voce più pacata e gli spiega che lo spirito è uno dei sette re che assediarono Tebe e sembra disprezzare Dio

così come ne disconosce la potenza; tuttavia la sua alterigia è degno ornamento al suo petto. A questo punto

Virgilio invita Dante a seguirlo e a badare bene dove mette i piedi, camminando strettamente vicino alla selva.

IL FLEGETONTE (73-93)

I due poeti proseguono in silenzio e giungono al punto in cui sgorga dalla selva un fiumiciattolo di sangue (il

Flegetonte), caldo come una fonte d'acqua sulfurea chiamata Bulicame che veniva usata dalle prostitute come

lavacro. Il fiume scorre su un fondale e tra due argini rocciosi, per cui Dante capisce che lì è il passaggio dove

potranno procedere per attraversare il girone. Virgilio inizia a parlare e spiega a Dante che tutto ciò che ha visto

dopo aver varcato la porta dell'Inferno è meno interessante di questo fiume, che spegne tutte le falde infuocate

che vi cadono dentro. Dante, incuriosito da questo discorso, prega il maestro di proseguire la spiegazione.

ORIGINE DEI FIUMI INFERNALI. IL VECCHIO DI CRETA (94-120)

Virigilio spiega che in mezzo al Mediterraneo c'è un'isola, Creta, ora distrutta ma un tempo governata da un re,

Saturno, sotto il quale tutto il mondo fu innocente. A Creta sorge una montagna che in passato era ricca di corsi

d'acqua e foreste, il monte Ida, ora abbandonato e un tempo scelta da Rea come il nascondiglio per il figlio

Giove. Dantro alla montagna si erge un gran vecchio, che volta le spalle a Damietta e guarda dritto verso Roma:

ha la testa in oro, il petto e le braccia d'argento, il ventre di rame, le gambe e il piede sinistro di ferro e il piede

destro di terracotta. Ogni parte del suo corpo, eccetto la testa, è piena di fessure da cui escono lacrime le quali,

raccogliendosi ai piedi della statua, forano la roccia sottostante. Le lacrime, divenute un corso s'acqua, scendono

all'Inferno e formano i fiumi infernali, vale a dire Acheronte, Stige e Flegetonte; il corso d'acqua prosegue poi più

a valle, fino al fondo della voragine, dove si raccoglie a formare il lago di Cocito.

ALTRI FIUMI DELL'OLTRETOMBA (121-142)

Dante è stupito, poiché ha visto il fiume di sangue sgorgare solo nel VII Cerchio mentre esso nasce sulla Terra.

Virgilio spiega che la voragine infernale è rotonda e anche se Dante ne ha sceso già una buona parte, sempre

procedento verso sinistra, non ha comunque ancora compiuto un giro completo e non deve stupirsi se gli

appaiono cose che non ha ancora potuto vedere. Dante chiede ancora a Virgilio dove siano il Flegetonte e il

Lete, poiché il primo sarebbe formato dalle lacrime del vecchio e del secondo non dice nulla. Virgilio ribatte che

la domanda sul Flegetonte è inutile, visto che si tratta proprio del fiume di sangue appena visto. Quanto al Lete,

Dante lo vedrà ma al di fuori della voragine infernale, essendo uno dei due fiumi che scorrono nell'Eden e in cui

si bagnano le anime purificate per dimenticare i peccati. A questo punto Virgilio pone fine al discorso e invita

Dante a seguirlo, allontandosi dalla selva e procedendo lungo uno degli argini rocciosi entro cui scorre il

Flegetonte.

Il Canto si può dividere simmetricamente in due parti, dedicate rispettivamente alla descrizione del sabbione

infuocato in cui giacciono i bestemmiatori (tra cui Capaneo) e alla storia del vecchio di Creta da cui hanno

origine i fiumi infernali.

Tra esse c'è un sottile collegamento.

Il terzo girone del VII Cerchio, in cui sono puniti i violenti contro Dio, è descritto come un sabbione sul quale

cade una pioggia di falde infuocate, simili a fiocchi di neve che scendono dal cielo lentamente.

Il contrappasso è riferito alla punizione divina contro le città bibliche di Sodoma e Gomorra, ma anche alla

figura di Capaneo, uno dei leggendari sette re che assediarono Tebe e che secondo il mito era stato colpito da

Giove con un fulmine per aver pronunciato empie bestemmie contro gli dei dalle mura della città greca (le falde di

fuoco sarebbero parodia delle folgori divine, data la lentezza con cui cadono al suolo pur colpendo inesorabili i

dannati di questo girone).

La pioggia di fuoco viene anche paragonata all'episodio leggendario che vide come protagonista Alessandro

Magno, che durante una spedizione in India si sarebbe imbattuto in una pioggia di faville infuocate (è lui stesso a

narrarlo in una epistola indirizzata ad Aristotele).

Segue poi l'apparizione di Capaneo, descritto da Dante come un grande che giace incurante della pioggia di

fuoco e con apparente disprezzo verso la pena subita e tutto ciò che lo circonda. È il dannato stesso a

presentarsi a Dante, dichiarando con incredibile superbia che Giove (da intendersi come il Dio cristiano) non

potrebbe vendicarsi di lui neppure se gli scagliasse contro tutte le folgori costruite da Vulcano e dai Ciclopi.

Capaneo giganteggia sulla scena al pari di altri dannati già visti (pensiamo soprattutto a Farinata), anche se il

rimprovero di Virgilio è severo e gli rinfaccia di subire in realtà una più dura punizione proprio a causa della sua

tracotante alterigia.

Il bestemmiatore non è dunque affatto grande come era sembrato a Dante, visto che è inchiodato al suolo e

viene colpito dalle falde infuocate che cadono ben più lente della folgore che lo uccise quand'era in vita. L

La seconda parte del Canto trae spunto dal Flegetonte, la cui fonte sgorga proprio in prossimità del sabbione

infuocato e che dà modo a Virgilio di spiegare l'origine dei fiumi infernali. La leggenda del vecchio di Creta deriva

da un passo biblico con l'aggiunta da parte di Dante del particolare delle lacrime che è di sua invenzione. Il

vecchio rappresenta quasi certamente la storia dell'umanità, che dalla mitica età dell'oro è poi degenerata nelle

età successive sino a giungere al disordine morale del tempo di Dante, per cui dalla statua gocciolano le lacrime

che formano i fiumi dell'Inferno. Se la fonte è biblica, molteplici sono di nuovo i riferimenti al mito classico: Creta è

indicata come l'isola che sorge al centro del Mediterraneo, al confine delle tre parti del mondo (Europa, Africa,

Asia), dominata un tempo da Saturno e che conobbe l'età dell'oro prima di decadere (è ricordata anche come il

nascondiglio del figlio di Saturno, Giove, che avrebbe posto fine al periodo felice). La statua del vecchio è poi

formata dai metalli corrispondenti alle età del mito (oro, argento, rame, ferro), mentre i due piedi sono

probabilmente l'Impero e la Chiesa: di ferro il primo e di terracotta la seconda, a indicare la debolezza della

Chiesa rispetto al potere temporale. Il vecchio volge le spalle a Damietta, in Egitto, e guarda Roma, cioè è rivolto

verso l'Occidente e la città che è centro della cristianità, sede (secondo Dante) dell'imperatore e del papa.

La digressione spiega l'origine dei fiumi infernali e cita anche il Lete, uno dei due fiumi che attraversano l'Eden,

non a caso spesso identificato dai poeti medievali proprio con il mondo dell'età dell'oro descritto dai poeti classici.

XV CANTO

Ancora nel III girone del VII Cerchio, dove sono puniti i violenti contro Dio (tra cui i sodomiti). Incontro con

Brunetto Latini. Profezia di Brunetto sull'esilio di Dante. È l'alba di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.

SODOMITI: Sono i violenti contro Dio in quanto peccatori contro natura, detti così dalla città biblica di Sodoma

dove l'omosessualità maschile era largamente praticata. Dante li colloca nel terzo girone del VII Cerchio

dell'Inferno, costretti a camminare nel sabbione rovente sotto la pioggia di fuoco, e dice che sono più numerosi

delle altre schiere di anime (bestemmiatori, usurai). A loro sono dedicati i Canti XV-XVI dell'Inferno e Dante

spiega che sono divisi in diverse schiere, a seconda della categoria sociale o professionale cui appartennero in

vita. In quella dei letterari e dei chierici include Brunetto Latini, che gli indica come suoi compagni di pena Elio

Prisciano, Francesco d'Accorso e Andrea de' Mozzi. In un'altra schiera sono inclusi Iacopo Rusticucci, Tegghiaio

Aldobrandi e Guido Guerra, tutti fiorentini. L'incontro con Brunetto occupa il Canto XV, mentre nel XVI avviene

quello coi tre fiorentini che chiedono a Dante notizie sulla corruzione della loro città: Dante risponde accusando

l'avarizia e la sete di guadagno come la principale causa della decadenza di Firenze.

Uno dei canti più nobili della prima cantica in quanto qui Dante incontra il poeta che egli considera suo maestro,

Brunetto Latini. Passaggio ai volenti contro natura (sodomiti)

Settimo cerchio (terzo girone)

Essi camminano senza sosta su di un sabbione infuocato sotto una pioggia di fuoco .

Vi é un incontro anche con la profezia che Latini rivolge a Dante -> il suo destino.

Cambia questa affettività che si accende e cresce, che mancava nella rappresentazione di Capaneo, grande

bestemmiatore. Dante ha avuto una capacità di comprendere che la verità del personaggio passa attraverso la

mutevolezza del suo stato d'animo e qui nel presentarci Brunetto Latini, Dante mette in mostra se stesso, in

quanto mostra una parte della propria autobiografia. Raccontando Latini Dante racconta se stesso.

Questo rapporto (allievo / maestro, dove il maestro rappresenta una via di verità, esempio morale, poetico e

politico) rimane significativo per tutta la sua esistenza.

Quando Dante scrive la commedia, Latini é morto. (1294/95)

Latini aveva fornito grandi esempi alla materia Dantesca, non soltanto nella parabola narrativa ma anche nei

modi della rappresentazione in quanto lo stile di Latini non é uno stile solamente alto e sublime ma vi é anche

uno stile medio e popolare. Brunetto aveva la capacità di stringere in sintesi il proprio pensiero.

Nel magistero non vi erano delle lezioni frontali ma vi erano delle vere e proprie conversazioni, dove il maestro

attraverso la conversazioni porti a coscienza le conoscenze che ha incamerato nel proprio intimo.

ATTEGGIAMENTO AFFETTIVO DI BRUNETTO LATINI: rimanere al fianco del suo allievo durante l'esperienza

politica di Dante.

Egli fece esperienza politica tanto che fu esiliato per circa 8 anni in Francia, ma ritornò nella propria città con

onore ed é proprio a questo che Dante aspirava.

Resta comunque ferma la condanna per un vizio, la condanna per sodomia che non é attestato da nessuna

parte. Noi conosciamo questa condizione attraverso il quale la chiesa medievale considerava

una condizione di colpa solo attraverso le parole di Dante e curiosamente anche gli altri personaggi che

incontreremo dopo Brunetto, gli altri sodomiti, sono personaggi che nessun altro documento storico ci attesta

come tali. É difficile dare una risposta a

queste dichiarazioni, a questi elementi di condanna in quanto questa é l'unica fonte che attesti questa colpa.

Brunetto é anche capace di sollecitare in Dante alcune riflessioni circa questa mobilità dello stile, perché la

scrittura di Brunetto é una scrittura che muove da tendenze al fiabesco, elementi plebei e di folclore ma

anche registro e gusto metaforico, sprezzante, aforistico e oratorio.

I gesti, i movimenti del corpo (Dante che cammina a capo chino al suo fianco): tutto viene raccontato con

tenerezza, naturalezza. Questa naturalezza é qualcosa che non si ripete nell'arco della commedia.

Questi due personaggi che nella realtà storica hanno avuto un rapporto gerarchico di individuo superiore in

quanto Magister e di individuo inferiore in quanto Discende. Ma questo rapporto tra maestro e allievo, nel

quindicesimo dell'inverno Dante c'è lo rappresenta in misura capovolta.

Si ha un ritratto estremamente vivido del ritratto di Brunetto Latini, ma é anche vero che Dante personaggio

uomo, attore e autore esce con maggiore vividezza e forza e quindi questo rapporto gerarchico viene rovesciato.

Brunetto anticipa una figura che incontreremo esattamente alla stessa altezza nei canti del paradiso :

INCONTRO DI DANTE CON CACCIAGUIDA -> profezia dell'esilio. Personaggio a cui Dante é affettivamente

legato.

BRUNETTO: rappresenta il vincolo magistrale.

CACCIAGUIDA: rappresenta il vincolo del sangue.

BRUNETTO: Scrittore e uomo politico fiorentino (1220-1294 ca.), notaio di parte guelfa, seppe della rotta di

Montaperti del 1260 in Francia e lì si fermò sino al 1266. Tornato in patria, ebbe incarichi politici di rilievo e fu,

secondo la testimonianza di G. Villani, «cominciatore e maestro nel digrossare i Fiorentini e fargli scorti in bene

parlare, e in sapere guidare e reggere la nostra Repubblica secondo la politica» (in questo senso fu anche

maestro di Dante). La sua opera più importante sono Li livres dou trésor, una sorta di enciclopedia scritta in

lingua d'oïl e subito tradotta in volgare toscano, mentre in italiano scrisse il Tesoretto e il Favolello.

Dante lo colloca tra i sodomiti del terzo girone del VII Cerchio dell'Inferno (Canto XV), benché della sua

omosessualità non vi siano altre fonti oltre alla sua e a un accenno del Villani che lo definisce «mondano uomo».

L'episodio è un'affettuosa rievocazione del suo antico maestro, ma anche una ferma condanna della sua

condotta peccaminosa; Brunetto si congratula con l'antico discepolo del fatto che i suoi meriti letterari e morali lo

hanno condotto in questo viaggio nell'Aldilà, per poi predirgli l'esilio da Firenze. Brunetto fa parte di una

particolare schiera di sodomiti, che include letterati e chierici, fra i quali spicca il vescovo Andrea de' Mozzi.

Nell'ultima parte del Dante vengono presentati, un vescovo, Andrea de Mozzi (anche se non ne viene detto il

nome). Non é solo una colpa di sodomia, ma tutta la violenza e il ricatto che vengono esercitati

contro gli inferiori. Questo tema é un tema anche attuale, in quanto molti personaggi

esercitano su chi non si può difendere con arroganza, violenza la loro viziosa e corrotta umanità (pedofilia).

Canto fiorito di similitudini iniziali che servono per ragioni topografiche a spiegare la conformazione di questo

cerchio, Dante e Virgilio che camminano su questo argine simile ad una diga costituita da grande pietroni dove il

fuco non arriva che vengono costruite in carizia o nei territori padovani per difendere le città.

Doppio gioco di similitudini di tipo paesaggistico che ci permettono di capire anche ciò che succederà dopo.

Altre due similitudini arrivano poco dopo, Dante ci vuole spiegare come intravedeva questo nuovo gruppo di

anime che si avvicinavano a lui e a Virgilio e queste anime stupite dalla presenza di un vivente guardano verso

Dante come si guarda di notte al lume debole della luna, quindi al buio con una piccola luce riuscire a

comprendere la realtà ci circonda oppure con lo strizzare degli occhi che il vecchio sarto fa quando deve

mettere a fuoco per infilare il filo nell'ago.

Successivamente, vi sono ancora delle similitudini nella parte finale del canto in quanto noi sappiamo che le

anime dei sodomiti non possono stare mai ferme e quindi si muovono in continuazione, similitudine con

questa gara che si gioca a Verona, questo palio.

Nel quindicesimo canto sarà analizzata una prima schiera, quella dei letterari.

Nel discorso di Brunetto c'è una sentenziosa e nobile difesa della poesia, cioè di quel qualcosa che rende

possibile la vita oltre la vita. Quella possibilità di eternarsi attraverso la scrittura secondo un principio classico.

Inoltre vi é un rammarico affettivo di Brunetto in quanto egli non é vissuto abbastanza e quindi non potette

stare vicino a Dante.

V.61 -> l'origine della città di Firenze é considerata duplice, inizialmente furono i romani a costruire la città ma

poi la città subì una distruzione e rimasero alcuni eredi di questa gens romana ma poi la città fu ricostruita da

questa gente del contado che viene da Fiesole. Persone violente, rozze e crude.

INCONTRO CON UNA SCHIERA DI SODOMITI (1-21)

Dante e Virgilio procedono lungo uno degli argini del Flegetonte, che attraversa il sabbione infuocato mentre il

fumo che si leva dal fiume di sangue li protegge dalla pioggia di fiamme. Gli argini di pietra sono alti e spessi,

simili alle dighe costruite dai Fiamminghi per difendersi dai flutti marini e dai Padovani per proteggere città e

castelli dalle piene del Brenta. I due poeti si sono ormai allontanati dalla selva a tal punto che Dante non riesce

più a vederla, quando scorge un gruppo di anime (sodomiti) che si avvicinano all'argine e guardano i due come si

osserva qualcuno in una notte di novilunio, stringendo gli occhi come fanno i vecchi sarti quando devono infilare

l'ago nella cruna.

COLLOQUIO CON BRUNETTO LATINI (22-54)

Una delle anime della schiera si avvicina a Dante e lo tira per il lembo della veste, gridando la sua meraviglia: il

poeta lo guarda bene e nonostante il suo viso sia tutto bruciato dalle fiammelle lo riconosce come Brunetto

Latini. Dante lo saluta meravigliandosi di trovarlo lì e il dannato manifesta il desiderio di staccarsi per un po' dalle

altre anime e seguire il suo antico discepolo per parlare con lui. Dante ovviamente ne è ben felice e afferma che

si attarderà a conversare con lui, sempre che ciò gli sia permesso da Virgilio. Brunetto ribatte che se un

dannato di quella schiera smette un istante di camminare, è poi costretto a restar fermo cent'anni senza potersi

riparare dalla pioggia di fuoco. Invita quindi Dante a camminare, mentre lui lo seguirà per poi ricongiugersi ai suoi

compagni di pena.

Naturalmente Dante non osa scendere dall'argine per avvicinarsi a Brunetto, tuttavia prosegue il cammino

tenendo il capo basso, per udire meglio le sue parole e in segno di deferenza. Brunetto chiede a Dante per

quale motivo egli compia questo viaggio nell'Aldilà e chi sia la sua guida. Dante risponde di essersi smarrito in

una valle prima della fine dei suoi giorni e di averla lasciata solo la mattina del giorno precedente: Virgilio gli era

apparso nel momento in cui stava per rientrarci e ora lo riconduce sul retto cammino.

PROFEZIA DELL'ESILIO DI DANTE (55-99)

Brunetto dichiara che Dante non può fallire nella sua missione letteraria e politica, se segue la sua stella e se lui

ha ben giudicato quando era in vita. Anzi, se Brunetto non fosse morto precocemente lo avrebbe aiutato lui

stesso, visto che il cielo è stato così benevolo con Dante. Tuttavia i Fiorentini, l'ingrato popolo disceso da Fiesole

e che conserva ancora la durezza della sua origine, si faranno nemici del poeta a causa delle sue buone azioni e

ciò non deve sorprendere, perché il frutto buono non cresce di solito tra quelli cattivi. I Fiorentini sono gente

avara, invidiosa e superba e Dante deve quindi tenersi lontano dai loro costumi. Il suo destino è invece così

onorevole che entrambe le parti politiche della città, Bianchi e Neri, vorranno sfogare il loro odio su di lui, ma non

ne avranno la concreta possibilità. I Fiorentini dovranno rivolgere il proprio astio su se stessi e non toccare quei

concittadini che, come Dante, conservano il sangue puro dei Romani che fondarono anticamente la città.

Dante ribatte che, se dipendesse da lui, Brunetto sarebbe ancora nel mondo, dal momento che vivo è in lui il

ricordo del maestro che gli insegnò come acquistare fama eterna, quindi finché vivrà le sue parole esprimeranno

sempre questo affetto. Dante dichiara di prendere atto della oscura profezia, riservandosi di farsela spiegare

meglio da Beatrice quando la raggiungerà. Il poeta aggiunge inoltre che è pronto ai colpi della fortuna, in quanto

ha già udito una simile profezia. Virgilio si volge allora sulla sua destra e dice a Dante che è buon ascoltatore chi

prende nota di ciò che gli viene detto.

BRUNETTO INDICA ALTRI SODOMITI E SI ALLONTANA (100-124)

Dante prosegue il cammino e intanto non cessa di parlare con Brunetto, al quale chiede chi siano i suoi

compagni di pena. Lui risponde che farà i nomi delle anime più note, poiché sarebbe troppo lungo elencarle tutte.

Brunetto spiega che i sodomiti di quella schiera sono tutti chierici e letterati di gran fama, tra i quali Prisciano,

Francesco d'Accorso e colui che Bonifacio VIII trasferì da Firenze a Vicenza, dove morì lordo di tale peccato, vale

a dire il vescovo Andrea de' Mozzi. Brunetto si attarderebbe ancora, ma il colloquio si deve interrompere in

quanto già vede il fumo sollevato da un'altra schiera di sodomiti, della quale lui non può far parte. Si congeda da

Dante raccomandandogli il Trésor, che gli ha dato fama imperitura, quindi si allontana di corsa. Dante lo

paragona a un corridore che corre il palio di Verona e ne è vincitore.

Protagonista assoluto del Canto è Brunetto Latini, il notaio e uomo politico fiorentino che fu anche maestro di

retorica ed ebbe fra i suoi allievi il giovane Dante. L'autore della Commedia lo rievoca in questo episodio con

grande affetto sul piano umano, ma anche con una ferma condanna della sua sodomia di cui non si

hanno testimonianze certe. Presente sullo sfondo è anche la città di Firenze, patria di entrambi e colpita da

Brunetto con una dura invettiva nel predire l'esilio al discepolo.

L'atteggiamento di Dante verso l'antico maestro è di stupore nel vederlo dannato, di profonda deferenza e

rispetto, ne rievoca affettuosamente la cara e buona immagine paterna di quando a Firenze gli insegnava ad

acquistare fama imperitura, esprime la sua eterna gratitudine per il magistero ricevuto.

Ciò nondimeno lo colloca tra i dannati, il che dimostra che c'è un contrasto netto tra la fama e i meriti terreni,

letterari e politici, e la giustizia divina, implacabile con chi si è macchiato di gravi colpe.

Brunetto, inoltre, si dimostra poco consapevole della propria colpa e ancora attaccato alla vita terrena, dal

momento che si complimenta con Dante per il privilegio di poter visitare da vivo il regno dei morti e sembra

credere che ciò sia dovuto esclusivamente ai suoi meriti di intellettuale e politico, come già Cavalcante aveva

parlato di altezza d'ingegno. La spiegazione di Dante è volutamente ambigua, con l'accenno

allo smarrimento nella selva oscura e a Virgilio come colui che lo riporta sul retto cammino attraverso l'Inferno:

Dante indica Virgilio come il suo vero maestro morale, ma Brunetto non sembra comprendere le sue parole e

osserva che Dante deve seguire la sua stella che lo condurrà a glorioso porto, ovvero alla gloria letteraria e

politica cui è destinato come lo stesso Brunetto si era accorto quando era in vita. Come già

Cavalcante, anche Brunetto non capisce nulla del percorso di purificazione compiuto dal discepolo e dal suo

orizzonte è del tutto esclusa la grazia divina, ovvero Beatrice che è il vero punto di arrivo dello straordinario

viaggio Dantesco.

Il dannato è quindi prigioniero di una dimensione unicamente terrena e materiale, tant'è vero che il suo discorso

prosegue con la profezia a Dante dell'esilio da Firenze (anche in questo c'è un'analogia con l'episodio di

Farinata). L'invettiva contro la città parte dal presupposto che i Fiorentini diverranno

nemici di Dante per il suo ben far, per la sua corretta azione politica, e ciò si spiega in quanto gli abitanti

della città discendono in gran parte da quelli di Fiesole e quindi conservano la rozzezza e la selvatichezza propria

dei montanari.

Brunetto si rifà alla nota leggenda secondo cui Fiesole era stata rasa al suolo dopo la ribellione di Catilina e

Cesare aveva fondato una nuova città (Firenze) in cui erano stati accolti i superstiti della città distrutta, il che

spiegherebbe le divisioni politiche della Firenze del Duecento. Dante considerava la propria famiglia discendente

dagli antichi Romani, quindi le parole di Brunetto creano un contrasto tra lui e i concittadini discendenti dai

Fiesolani, per cui non c'è da stupirsi di tanto odio e accanimento contro di lui da parte di Bianchi e Neri, questi

ultimi perché avversari politici e gli altri perché Dante se ne staccherà dopo la battaglia della Lastra. Dante è

paragonato a un dolce fico che è nato tra i lazzi sorbi (frutti dal sapore agro), cioè tra gente piena di invidia,

superbia e avarizia incapace di apprezzare chi come lui si dedica con passione e lealtà all'attività politica. Ma i

Fiorentini, secondo Brunetto, non riusciranno a prevalere sul poeta: con una serie di forti metafore

animalesche (becco, bestie fiesolane, strame, letame) augura loro di divorarsi l'un l'altro e di non toccare i

discendenti del puro sangue romano, la sementa santa che fu gettata al momento della fondazione della città.

Dante ribatte che la Fortuna può indirizzare contro di lui i suoi colpi e far girare la sua ruota, proprio come il

contadino agita la sua marra, la zappa con cui può trovare un tesoro immeritato. L'episodio si chiude con il

commiato da Brunetto, la cui ultima immagine è quella del corridore che vince il palio di Verona.

XVI CANTO

Ancora nel III girone del VII Cerchio, dove sono puniti i violenti contro Dio (tra cui i sodomiti). Incontro con tre

fiorentini, Tegghiaio Aldobrandi, Iacopo Rusticucci e Guido Guerra, con cui Dante parla della situazione politica e

morale di Firenze. Dante e Virgilio arrivano all'orlo del Cerchio, dove il Flegetonte si getta nell'alto burrato.

Apparizione di Gerione.

È l'alba di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.

Alla fine di questo canto si conclude la colpa di sodomia, con un effetto di creazione di atmosfera per far capire

ciò che succederà dopo.

Seconda schiera: (prima letterati) uomini politici.

Tre di cui Dante aveva chiesto informazioni a Ciacco.

- Discorso anche su Firenze.

Mentre Brunetto Latini presenta a Dante altri dannati del mondo letterario e ecclesiastico in questo sedicesimo

abbiamo dei personaggi politici che appartengono alla cronaca e che sono stati già annunciati da Ciacco tra i

golosi quando Dante chiedendo di loro li avrebbe incontrati più a fondo in quanto in vita ebbero compiuto

qualcosa di più grave.

Dante aveva chiesto di loro perché nel suo pensiero Guido Guerra, Jacopo Rusticucci e Tegghiano

Aldobrandi rappresentano al di là della loro colpa la sopravvivenza, la testimonianza di una diversa gestione

della città di Firenze in mano a questi banchieri, usurai, borghesi arricchiti e senza cultura.

Passaggio del potere dalle classi nobiliari ai borghesi arricchiti.

RITO DELLA CORDA: Dante ha come una cintura intorno al proprio busto, Virgilio gliela chiede e Dante gliela

porge. Virgilio la fa calare in una sorta di burrone e scendono a scatti come un subacqueo che si immerge sotto

la nave per scastrare la corda che si è impigliata nella roccia -> METAFORA.

Egli spacca a metà il canto. Si può considerare la corda come un elemento polisemico, ossia con una

pluralità di significati.

Ciò si lega alla tradizione classica, in primis perché si lega alla giustizia e in secondo, in quanto le donne vergini

avevano un cinto che rappresentava la castità. Con San Francesco D assisi, inoltre nel momento dell'investitura

la tunica viene cinta da una corda da lavoro che rappresentava l'umiltà.

Nell'antichità, infine la corda rappresentava la capacità di governare le proprie reazioni istintive, quindi tenere

a bada delle reazioni sproporzionate di fronte alle cose.

Sopraggiunge in questo canto una bestia con una realtà umana e animalesca (drago).

Egli indica la malizia, dalla piena è perfetta intenzionalità di compiere il male e anticipa il più sotto punito

peccato di FRODE.

Per i fraudolenti non ci sono sconti.

I sodomiti per poter parlare con Dante e non fermare il loro movimento compiono un giocoso rito quale si compie

prima di una partita giocata contro degli avversari (si mettono in cerchio ponendo le braccia a destra e a sinistra,

abbracciandosi, e girando intorno. Ponendo inoltre, la testa all'indietro, rovesciata per parlare con Dante ->

SIMILITUDINE. )

Loro riconoscono Dante e quindi il suo essere fiorentino per i abiti che porta.

TUTTA L'ATMOSFERA DEL QUINDICESIMO CANTO VIENE A CADERE.

O personaggi sono semplificati, il tema politico é il tema movente del canto.

I personaggi vengono rappresentati in maniera degradata, il loro corpo è ricoperto da piaghe, il viso spellato

a causa delle scottature e anche i movimenti non sono armonici ma estremamente meccanici e rispetto a loro

la posizione Dantesca é una posizione di piena rappresentazione con un distacco emotivo del tutto evidente.

Questi non hanno sentimenti per la città, non sono mossi da ideali ma mossi solo dal denaro.

Dante è ancora legato al governo dei pochi, dei nobili che lui difende.

RITO DEI TRE: desacralizzato in quanto ci troviamo nell'inferno.

INCONTRO CON UN'ALTRA SCHIERA DI SODOMITI (1-27)

Dante e Virgilio, sempre camminando sull'argine, stanno attraversando il terzo girone del VII Cerchio, dove sono

puniti i Sodomiti. Sono ormai giunti vicini al punto dove si ode il rumore del Flegetonte che si getta nel Cerchio

successivo, simile al ronzio delle api, quando Dante vede tre dannati che si staccano dal loro gruppo e che

corrono verso di loro. Ognuno di loro grida al poeta di fermarsi, poiché l'hanno riconosciuto come fiorentino, e

Dante vede che sono ricoperti di piaghe vecchie e recenti causate dalla pioggia di fuoco, per cui ne prova dolore.

Virgilio invita Dante a fermarsi e dichiara che sono tre anime di personaggi degni di rispetto, con cui è

necessario essere cortesi. I tre dannati raggiungono l'argine e per non smettere di camminare iniziano a girare in

tondo, simili a dei lottatori che si studiano per affrontarsi e tengono lo sguardo fisso sull'avversario.

COLLOQUIO COI TRE SODOMITI FIORENTINI (28-63)

Uno dei tre inizia a parlare e dice a Dante che, a dispetto del luogo miserabile e del loro aspetto bruciato dal

fuoco, la loro fama terrena dovrebbe indurlo a presentarsi e a spiegare quale privilegio lo conduce vivo all'Inferno.

Il dannato presenta il compagno che lo precede come personaggio illustre, nipote della buona Gualdrada, e il suo

nome è Guido Guerra, che tante buone azioni compì in vita. Il dannato che invece lo segue è Tegghiaio

Aldobrandi, le cui parole meritavano maggiore ascolto, mentre colui che parla è Iacopo Rusticucci.

Dante si getterebbe nel sabbione per abbracciarli, se non glielo impedisse la pioggia di fiamme, così deve

reprimere questo desiderio. Poi il poeta dice che il miserevole aspetto dei tre gli provoca non disprezzo ma

dolore, tanto che ci vorrà tempo per superarlo. Egli si presenta come fiorentino e dichiara di aver sempre

ascoltato i loro nomi e le loro opere onorevoli col massimo rispetto. Dice inoltre che Virgilio lo guida sino al fondo

dell'Inferno per consentirgli di salvarsi l'anima.

CAUSE DELLA CORRUZIONE DI FIRENZE (64-90)

Iacopo risponde augurando a Dante una vita lunga e grande fama dopo la sua morte, quindi gli chiede se a

Firenze ci sono ancora cortesia e valore, dal momento che un altro dannato (Guglielmo Borsiere) giunto da poco

nel girone ha portato tristi notizie. Dante risponde che la gente arrivata di recente a Firenze dal contado e i facili

guadagni hanno portato alterigia ed eccesso, cause prime della corruzione della città. Dopo queste parole del

poeta, i tre dannati si guardano l'un l'altro stupiti, quindi rispondono a una voce ringraziando Dante della risposta

cortese e sincera e lo pregano di parlare di loro nel mondo quando sarà tornato da questo viaggio. Quindi i tre

rompono il cerchio che avevano formato e corrono via per ricongiungersi ai Sodomiti della loro schiera: sono

velocissimi e Virgilio suggerisce a Dante che è il momento di riprendere il cammino.

LA CORDA DI DANTE E L'ARRIVO DI GERIONE (91-136)

Dante segue Virgilio e poco tempo dopo giungono vicini al suono del fiume che si getta in basso, tanto forte da

coprire le loro voci. Dante paragona il Flegetonte che si getta nell'alto burrato sottostante alla cascata formata

dall'Acquacheta presso San Benedetto nell'Appennino tosco-emiliano, fiume che cambia nome arrivato vicino a

Forlì. Dante ha intorno alla cinta una corda, con cui aveva pensato a suo tempo di catturare la lonza: la scioglie

come Virgilio gli ha chiesto di fare e gliela porge legata e ravvolta. Il maestro si allontana di qualche passo verso

destra e getta la corda nel burrone sottostante. Dante dice fra sé che questo gesto di Virgilio deve avere un

significato ed è probabilmente un richiamo per qualcuno o qualcosa.

Virgilio intuisce il dubbio di Dante e gli preannuncia l'arrivo di un personaggio che si mostrerà ai suoi occhi.

Dante spiega al lettore che l'uomo saggio dovrebbe sempre tacere quelle verità che hanno aspetto falso, per non

essere tacciato ingiustamente di menzogna, ma in questa occasione non può fare a meno di rivelare ciò che ha

visto. Dante giura sulla sua Commedia di aver visto una enorme figura avvicinarsi nuotando nell'aria scura e

densa, simile al marinaio che torna in superficie dopo essersi immerso per sciogliere l'ancora impigliata o

rimuovere un altro ostacolo, che ritrae le gambe per darsi la spinta e salire.

Il Canto, strutturalmente diviso in due parti, è dedicato rispettivamente al colloquio coi tre Fiorentini e al

preannuncio dell'arrivo di Gerione, che pure non viene direttamente nominato.

La prima parte, più ampia, prosegue idealmente il discorso iniziato col Canto precedente, in quanto anche i tre

Sodomiti che si staccano dalla loro schiera e si fanno incontro a Dante sono di Firenze e, in modo simile a

Brunetto Latini, si sono fatti onore in vita con le loro azioni politiche improntate alla giustizia. È Virgilio stesso a

suggerire a Dante di fermarsi, affermando che i tre sono personaggi di riguardo e che la fretta si addice più a lui

che a loro.

Non sappiamo quale sia la schiera cui appartengono i tre (forse quella degli uomini politici, anche se Dante non

lo esplicita), che iniziano a parlare con Dante girando in tondo e il cui aspetto reca i segni di piaghe vecchie e

nuove causate dalla pioggia di fuoco. L'incontro dà modo poi a Dante di aprire una breve ma amara riflessione

sull'attuale condizione della patria comune: alla domanda dei tre se sia vero che a Firenze non albergano più

cortesia e valor, Dante risponde sconsolato che ciò è vero e ne attribuisce la causa alla gente nova e i

sùbiti guadagni, punta cioè il dito contro i nuovi fiorentini inurbatisi dal contado e facilmente arricchitisi

grazie al commercio e all'usura.

Dante riconduce la decadenza di Firenze alla perdita di valori come cavalleria e cortesia, che

caratterizzavano l'antica nobiltà feudale cui lui stesso affermava di appartenere e che sono in forte

contrasto con la sete di denaro e l'avarizia della nuova borghesia.

Il tema è importante e si ricollega ad altri passi del poema, come l'accusa di avarizia rivolta più volte ai

Fiorentini (ad esempio da Ciacco e da Brunetto Latini), la condanna dell'usura di cui si parlerà nel Canto

seguente, il rimpianto degli antichi valori cortesi di cui non c'è più traccia nella società comunale, e

soprattutto la critica dei nuovi ceti sociali della città che hanno, secondo Dante, imbastardito l'antica

purezza della cittadinanza e sono la causa principale delle divisioni e delle rivalità politiche fiorentine.

La seconda parte del Canto introduce la figura di Gerione, il mostro che custodisce le Malebolge e sulla cui

groppa dovrà portare i due poeti al fondo dell'alto burrato che divide il VII dall'VIII Cerchio, cosa che avverrà nel

Canto seguente. Il mostro è evocato da Virgilio con uno strano rituale, che vede Dante

sciogliere una corda che gli cinge i fianchi (e che lui stesso dice che aveva pensato di usare per catturare la

lonza a la pelle dipinta), porgerla al maestro che la getta, annodata e aggrovigliata, nel precipizio. Si tratta

ovviamente di un gesto convenuto con cui Virgilio chiama Gerione, anche se ogni tentativo di interpretarne il

senso è andato fallito: il fatto che la corda potesse servire a catturare la lonza significa forse che serviva a

dominare la lussuria, o forse la frode visto che essa è rappresentata da Gerione. Si è anche ipotizzato che Dante

fosse un terziario francescano e portasse la corda ai fianchi per questo, ma è un'illazione azzardata e priva di

riscontri oggettivi. Quel che è certo è che il mostro risponde al richiamo di Virgilio e ben presto Dante ne

intravede la figura che avanza nel buio, simile a un marinaio che nuota per tornare a galla dopo un'immersione; il

Canto si chiude quando ancora il personaggio non è stato presentato, creando una tensione narrativa e un'attesa

che verranno sciolte nell'episodio seguente, che come vedremo fa da cerniera tra la prima e la seconda parte

della Cantica introducendoci agli ultimi due Cerchi dell'Inferno.

XVII CANTO

Ancora nel III girone del VII Cerchio, dove sono puniti i violenti contro Dio (tra cui gli usurai). Apparizione del

demonio Gerione. Dante visita gli usurai, tra cui c'è Reginaldo Scrovegni. Gerione porta Dante e Virgilio sulla

groppa e li depone al fondo dell'alto burrato, nell'VIII Cerchio (Malebolge). È l'alba di sabato 9 aprile (o 26 marzo)

del 1300.

USURAI: Sono i violenti contro Dio nell'operosità umana, in quanto si sono arricchiti grazie al denaro e non al

duro lavoro. Dante li colloca nel terzo girone del VII Cerchio dell'Inferno, costretti a stare seduti nel sabbione

arroventato dalla pioggia di fiammelle, e li descrive nel Canto XVII. Essi portano al collo una borsa, evidente

simbolo della loro colpa, con lo stemma della famiglia cui appartennero in vita: Dante riconosce un membro della

casata dei Gianfigliazzi, forse Catello di Rosso che esercitò l'usura in Francia, e un altro dannato appartenente

alla schiatta degli Obriachi (entrambe le famiglie erano fiorentine). Un terzo è certamente Reginaldo Scrovegni,

membro di un'antica famiglia padovana che fu usuraio così noto che il figlio, Arrico, fece erigere la famosa

cappella poi affrescata da Giotto. Reginaldo profetizza la futura venuta nel girone di altri due usurai, il padovano

Vitaliano del Dente e il fiorentino Giovanni di Buiamonte dei Becchi, nominato cavaliere e la cui colpa è per

questo ancor più grave. Reginaldo mostra la lingua dopo aver parlato, quindi Dante si allontana.

L'unico autore che si sia occupato veramente di questo diciassettesimo é 'Osim Mindesten', studiò l'italiano per

comprendere la divina commedia.

• SETTIMO CERCHIO (TERZO GIRONE)

• Violenti contro Dio, per quanto riguarda l’arte, stanno accovacciati sul sabbione sotto la pioggia di fuoco.

Fino qui tutte le creature infernali che sono a vigilanza dei vari gironi/cerchi sono state recuperate dalle

tradizioni greche e latine, dai miti classici; aggiungendo di volta in volta alcuni particolari frutto della

creazione di Dante per farle coincidere con la realtà infernale.

-> FIGURE MITOLOGICHE già note e su questo scheletro ha poi aggiunto con un comportamento legittimo nella

tradizione letteraria dei particolari.

Volto della permanenza: caratteri che rimangono uguali.

Volto dell'innovazione: particolari aggiunti.

Duplice aspetto di permanenza e innovazione. I miti evolvono pur mantenendo caratteristiche riconoscibili.

Nel caso di Gerione noi troviamo un autore che si propone di costruire 'Ex Novo' : completamente da nuovo.

Dante sente il bisogno di immaginare una figurazione che sia specificamente nata per la realtà infernale, quindi

non vi sono debiti con la classicità ma vi é un'immaginazione estremamente libera.

Il primo aspetto che possiamo notare é che nello scorrere della scrittura Dante si é lasciato alle spalle i

modelli classici per costruire dei modelli fondati sulla libertà della rappresentazione dei personaggi.

Dante conosceva perfettamente i meccanismi per trasformare un racconto in un MITO.

MITO -> tenebroso, infernale ma qualcosa che rimane con grande forza icastica, un immagine che deve rimanere

nella mente del lettore.

Il secondo aspetto: Vi é una grande forza descrittiva nella descrizione di Gerione (cosa non fatta in

precedenza con ad esempio, Caronte, Cerberi, Minosse).

Perché Dante vuole dare grande importanza alla descrizione di Gerione?

GERIONE : EMBLEMA che racchiude tutte le frodi.

Egli ci introduce a quella parte della realtà infernale, a quell'ottavo cerchio dove vengono colpiti i vizi di Frode.

Noi sappiamo che con lui entriamo nella zona dell'interno dove anche Dante da il nome di MALE BOLGIE:

Perfidi gironi.

É un grande cerchio con 10 gradoni discendenti.

Questa narrazione occupa più di 1/3 di tutta l'opera (parte infernale), egli riserva la più ampia parte del suo

racconto a questa colpa e riserva la più ampia descrizione a Gerione emblema della frode.

GERIONE:

• DIMENSIONE CROMATICA -> mantello che copre il corpo.

• DIMENSIONE MERCANTILE -> testa umana

• Corpo serpente, Coda scorpione , Ali pipistrello.

Egli é composto da una superficie bruzzolosa che alludono alle molteplici possibilità di frodare gli altri.

Perché la frode é un groviglio, una trama, una tessitura che serve ad imprigionare l'altro e portarlo verso i

nostri fini.

Questa pelle dice Dante, somiglia ai tappeti orientali e quindi che sono appunto tessuti di lana e caratterizzanti

da molte imperfezioni cosa che non accade nei tappeti cinesi.

Siamo proiettati in una sorte di mercato orientale dove la ressa dei colori ricorda la ressa delle persone e delle

voci e dove avvengono tutti gli scambi, il mercato, vendere e comprare porta anche alla mercificazione negativa

ossia vendere per lucro. Quando una persona é mercificata al il principale scopo di fare lucro sottopone

qualsiasi cosa.

Personaggio della mitologia classica, Dante lo colloca a guardia delle Malebolge ed evoca allusivamente la sua

figura alla fine del Canto XVI dell'Inferno, quando il poeta porge a Virgilio la corda che porta ai fianchi tutta

annodata e ravvolta, che il maestro getta nell'alto burrato come un segnale per chiamare il personaggio. Poco

dopo Dante vede avvicinarsi dal basso una strana figura, che sembra nuotare nell'aria spessa e oscura: è

Gerione, che all'inizio del Canto XVII viene descritto come un mostro con la faccia d'uom giusto, il busto di

serpente, due zampe artigliate e pelose che arrivano alle ascelle, il dorso e il petto dipinti con nodi e rotelle in

modo simile ai drappi persiani, una coda biforcuta che ha al fondo un pungiglione avvelenato simile a quello di

uno scorpione. Mentre Virgilio parla con Gerione per convincerlo a portarli sulla sua groppa in fondo al burrone,

Dante va a visitare da solo gli usurai, quindi torna indietro e trova Virgilio già salito sulla schiena del mostro.

Virgilio invita Dante a salire davanti, poiché il maestro vuole frapporsi tra il discepolo e la coda, quindi ordina a

Gerione di scendere. Il mostro si stacca dalla parete rocciosa come una nave che si allontana dal molo e inizia a

nuotare nell'aria, muovendo la coda come un'anguilla e agitando le zampe pelose. Dopo una lenta discesa i tre

arrivano sul fondo del burrato, nelle Malebolge, e qui Gerione si posa a terra come un falcone richiamato dal

padrone e si dilegua, simile a una freccia scagliata dall'arco.

Dante descrive Gerione come una sozza immagine di froda, quindi come la rappresentazione visiva del peccato

punito nell'VIII Cerchio di cui il mostro è sicuramente il custode. La trasformazione del personaggio classico è

notevole (come già per Minosse e come si vedrà per Caco, il centauro della Bolgia dei ladri), con l'aggiunta di

particolari quali il volto dell'uomo giusto e il corpo di serpente che sono chiaramente riferiti alla frode, anche se

non è chiaro da dove Dante li abbia desunti. Dante probabilmente ne arricchisce la figura con particolari

fantastici, quali ad esempio il dragone dell'Apocalisse e la coda biforcuta e velenosa dello scorpione, alludendo al

fatto che chi imbroglia è sempre pronto a colpire le sue vittime (anticamente si pensava che lo scorpione

pungesse con la coda avvelenata). Infine i nodi e le rotelle dipinte su schiena e petto rimandano probabilmente

agli intrecci e ai maneggi dell'inganno.

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ARRIVO DI GERIONE (1-33)

Virgilio presenta Gerione come una belva dalla coda appuntita, che è in grado di arrivare ovunque e ovunque

porta il suo fetore. Il maestro accenna al mostro di avvicinarsi all'orlo del baratro, presso l'argine roccioso dove

sono i due poeti, e Gerione obbedisce appoggiando testa e busto sulla roccia e tenendo la coda nel vuoto. Ha il

volto di un uomo giusto, il corpo di serpente, due zampe pelose e artigliate che arrivano alle ascelle; il dorso e il

petto sono dipinti con nodi e rotelle multicolori, simili ai tessuti di Tartari e Turchi. Dante paragona l'animale a un

burchiello, la barca che approda tenendo una parte in acqua, e al castoro che nei paesi germanici attende la

preda emergendo in parte dal fiume. Gerione leva in alto la coda che ha in punta una specie di pinza velenosa

che ricorda quella di uno scorpione e Virgilio invita il discepolo ad avvicinarsi al punto dove il mostro è giunto,

cosa che i due fanno scendendo dall'argine roccioso e procedendo verso destra sull'orlo del Cerchio, che li

protegge dalla sabbia e dalla pioggia di fiamme.

DANTE VA A OSSERVARE GLI USURAI (34-75)

Quando i due raggiungono Gerione, Dante nota che poco lontano ci sono dei dannati (gli usurai) seduti nel

sabbione infuocato, vicini all'orlo estremo del Cerchio. Virgilio invita Dante ad andare da solo ad osservare

questi peccatori, raccomandandogli di essere rapido mentre lui cercherà di convincere Gerione a portarli sulla

sua groppa in fondo al burrone.

Dante procede quindi da solo sull'orlo del Cerchio fino agli usurai, che piangono per il dolore e usano le mani per

ripararsi dalle fiamme e dalla sabbia, proprio come fanno d'estate i cani col muso e le zampe per difendersi da

mosche e altri insetti molesti. Dante osserva i dannati senza riconoscerne alcuno, tuttavia vede che ognuno di

loro porta al collo una borsa con sopra lo stemma della loro famiglia, che ogni spirito non smette di guardare. Il

poeta vede un peccatore la cui borsa reca lo stemma di un leone azzurro su fondo giallo (i Gianfigliazzi), mentre

un altro ha una borsa che reca un'oca bianca in campo rosso (gli Obriachi).

Dante vede inoltre un altro usuraio, la cui borsa ha una scrofa azzurra in campo bianco (Reginaldo Scrovegni), il

quale lo apostrofa chiedendogli cosa fa all'Inferno da vivo e invitandolo ad andarsene. Il dannato predice inoltre la

futura dannazione del padovano Vitaliano del Dente e del fiorentino Giovanni di Buiamonte, come del resto fanno

gli altri dannati fiorentini che stanno insieme a lui. Alla fine del discorso egli tira fuori la lingua, come un bue che si

lecca il naso.

DISCESA ALLE MALEBOLGE IN GROPPA A GERIONE (76-133)

Dante teme che se si tratterrà oltre ciò irriterà Virgilio, quindi torna indietro e trova il maestro già salito in groppa

a Gerione, intento a raccomandargli di essere coraggioso. Virgilio lo invita a salire davanti, perché lui si

frapponga tra il discepolo e la coda velenosa del mostro. Dante è colto da paura e trema come chi è colpito dal

ribrezzo della febbre, tuttavia l'ammonimento di Virgilio lo spinge ad eseguire l'ordine e si siede sulle spalle di

Gerione. Dante vorrebbe chiedere al maestro di tenerlo forte, ma questi interpreta il suo desiderio e lo abbraccia;

poi Virgilio invita Gerione a muoversi e gli raccomanda di scendere in fretta, compiendo larghi giri nell'aria.

Il mostro obbedisce e si allontana dalla parete rocciosa come una navicella che lascia la proda, quindi allunga la

coda al petto come un'anguilla e inizia a nuotare nell'aria con le zampe pelose. Dante non vede altro che il buio

intorno a sé e capisce di trovarsi nel vuoto, quindi è terrorizzato come quando Fetonte guidò il carro del Sole

incendiando il cielo e come quando Icaro volò troppo vicino al Sole nonostante i richiami del padre Dedalo.

Gerione scende lentamente e Dante non se ne accorge se non per l'aria che lo colpisce al viso e alle gambe;

sente da destra lo scroscio del Flegetonte, si sporge e vede che si avvicina un luogo dove ci sono fuochi e pianti,

per cui capisce che la discesa è quasi terminata. Infatti Gerione si posa sul fondo del burrone, come un falcone

richiamato dal falconiere scende lentamente a terra compiendo larghi giri nell'aria; il mostro depone i due poeti a

terra, quindi si dilegua come una freccia scoccata dalla corda di un arco.

Il Canto chiude idealmente la prima parte della Cantica, in cui Dante ha mostrato i peccati di eccesso, di

eresia e di violenza, e introduce la seconda parte dedicata principalmente ai peccati di frode.

L'episodio è quindi una sorta di pausa narrativa che precede la discesa dal VII Cerchio alle Malebolge in

groppa a Gerione, il mostro mitologico che è il protagonista del Canto e il cui apparire era stato evocato in

modo enigmatico alla fine del XVI, creando un'atmosfera di attesa simile a quella del messo celeste fra i Canti

VIII-IX.

Con la differenza che Gerione non è un inviato di Dio ma un orrendo animale che simboleggia la frode, il

peccato che si sconta nell'VIII Cerchio: ha il volto ingannevole di un uomo giusto, il corpo di serpente e una

coda biforcuta e velenosa simile a quella di uno scorpione, quindi un essere che è infido e pericoloso nonostante

un'apparenza rassicurante. Questo aspetto del peccato di frode era già stato anticipato alla fine

del Canto precedente, quando Dante aveva messo in guardia gli uomini dai saggi che sono in grado di giudicare

non solo gli atti esteriori ma anche l'interiorità, oltre che con la reticenza a descrivere Gerione in quanto certe

verità hanno faccia di menzogna.

Gerione è inoltre una figura demoniaca che non si oppone al passaggio dei due poeti, collabora anzi con

loro sia pur dopo l'opera di persuasione di Virgilio (in modo simile ai centauri e, come vedremo, ai giganti).

Ignoriamo cosa dica il maestro al mostro per convincerlo a portare lui e Dante sulle spalle, ma Virgilio riesce nel

suo intento e alla fine del Canto Gerione è una sorta di docile strumento nelle sue mani, simile a un falcone

che volteggia nell'aria richiamato dal suo padrone.

Più che un volo, la sua discesa è simile a quella di un animale che nuota nell'aria spessa, come del resto l'aveva

già descritto Dante alla fine del Canto XVI: di lui non sono descritte ali, anche se la coda a mo' scorpione

potrebbe far pensare che abbia corpo di drago, bestia dal significato demoniaco che nel Medioevo era spesso

rappresentata alata e dotata di una coda maligna.

Incastonato per così dire nell'episodio di Gerione c'è poi quello minore degli usurai, i peccatori che Dante va a

visitare da solo mentre Virgilio è impegnato a convincere il mostro.

Il tema dell'usura si ricollega al lamento sulla triste condizione politica e morale di Firenze che era al

centro del colloquio coi tre Sodomiti, in cui Dante aveva puntato il dito contro la sete di denaro e i guadagni

facili della gente nova, i contadini inurbati che praticavano cambio e mercatura.

XVIII CANTO

Gerione depone Dante e Virgilio nell'VIII Cerchio (Malebolge). Visione della I Bolgia, in cui sono puniti ruffiani e

seduttori (tra loro vi sono Venedico Caccianemico e Giasone). Visione della II Bolgia, in cui sono puniti gli

adulatori (tra loro vi sono Alessio Interminelli e Taide). È l'alba di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.

• OTTAVO CERCHIO (PRIMA E SECONDA BOLGIA)

1. RUFFIANI E SEDUTTORI (prima bolgia) camminano velocemente mentre sono sferzati dai diavoli:

Sono i dannati della I Bolgia dell'VIII Cerchio, colpevoli rispettivamente di aver indotto con l'inganno delle

donne a soddisfare il piacere altrui e proprio. Compaiono nella prima parte del Canto XVIII dell'Inferno e la

loro pena consiste nel camminare nudi in direzioni parallele e opposte lungo la Bolgia (i primi vicini all'orlo

esterno, gli altri a quello interno), sferzati sul di dietro da demoni cornuti armati di frusta. Il contrappasso si

può forse vedere nell'uso medievale di sferzare pubblicamente le prostitute e i loro lenoni.

• ADULATORI (Seconda bolgia) immersi nello sterco:

Sono i dannati della II Bolgia dell'VIII Cerchio, fraudolenti in quanto ingannarono i potenti con le loro

lusinghe per fini personali. Compaiono nella seconda parte del Canto XVIII dell'Inferno e sono

completamente immersi nello sterco, di cui la Bolgia è ripiena in modo simile a una latrina o a un canale di

scolo, intenti tra l'altro a colpirsi con le loro mani.

Entriamo nelle MALE BOLGIE (peggior luogo, necessita di un cambio di stile che diventa sferrante e giudicante).

Ci accorgeremo che Dante cambia completamente il suo registro, il registro della scrittura, i toni, le modalità

di costruzione del racconto e soprattutto di quella parte estremamente vistosa in una scrittura in versi che sono

le RIME: -> RIME INCATENATE.

In quanto esse sono gli elementi che più attraggono il lettore: sono incatenati tutti i versi dispari.

Rime ASPRE (concludono con lettere simulanti: s,z, doppie) E CHIOCCE (-> suono basso Chia/Gia) :

VALORE ONOMATOPEICO, Ossia la riproduzione in poesia di un suono che si coglie nella realtà. Siamo come

immersi grazie alla forza di queste rime in una realtà sonora.

Ci ritroviamo di fronte alla sterminata, incalcolabile lordura che é la frode, per rappresentare questa lordura

servono parole che vengono proprio dal basso. Che vengono dalla tradizione popolare e che vengono dalla

poesia comico-realistica (di cui Dante ha fatto esperienza in giovinezza con le rime a contrasto.

I poeti comico-realisti venivano considerati come poeti di media cultura, ma Dante ci mostra come essi invece

erano estremamente colti e che si divertivano a cambiare di registro da alto, medio a basso).

Incontreremo i personaggi da parte del quale Dante ha massimo disprezzo e ciò si noterà dalla mancanza di

affettività. Queste anime dei violenti spesso ci vengono rappresentate in massa, in quanto esse non hanno il

privilegio della loro specifica persona.

Il disprezzo é proprio nella non considerazione, non dare rilievo, é come se Dante si mettesse in un

atteggiamento della registrazione dei fatti, egli scrive ciò che vede e passa oltre.

Usando toni sbrigativi, sarcastici e proverbiali. Le parole che Dante usa, sono popolari, dialettali; egli li

provoca.

Nel diciottesimo canto si ha la divisione del cerchio in 10 BOLGIE. Nella prima bolgia, noi incontriamo i ruffiani e

i seduttori. Coloro che si approfittano dell'altro che é in buona fede, un ruffiano che addirittura fa prostituire sua

sorella e seduttori che seducono, incantano e abbandonano.

DESCRIZIONE DELLE MALEBOLGE (1-18)

Arrivato con Virgilio nelle Malebolge, Dante descrive questo luogo come formato tutto di pietra di colore del

ferro, come il baratro a strapiombo che lo circonda. Al centro di esso si apre un pozzo profondo e tra questo e la

parete rocciosa c'è una striscia di pietra divisa in dieci fossati concentrici (le Bolge), del tutto simili ai fossati che

cingono i castelli come protezione; le Bolge sono poi unite da ponticelli rocciosi, simili ai ponti levatoi che vanno

dalle soglie dei castelli sino alla riva dei fossati.

LA I BOLGIA: RUFFIANI E SEDUTTORI (19-39)

Dante e Virgilio si trovano dunque nell'VIII Cerchio dopo essere scesi dalla groppa di Gerione, e il discepolo

segue il maestro che procede verso sinistra. Alla sua destra Dante vede nuovi dannati che subiscono nuove

pene, di cui è piena la I Bolgia: i peccatori sono sul fondo, nudi, e procedono in due file parallele che vanno in

direzioni opposte, una lungo il margine esterno della Bolgia (ruffiani) e l'altra lungo quello interno (seduttori), in

modo simile dunque ai Romani l'anno del Giubileo che attraversavano il ponte di Castel Sant'Angelo. Ci sono dei

demoni cornuti armati di frusta, che colpiscono i dannati da tergo e li fanno camminare velocemente alle prime

percosse.

INCONTRO CON VENEDICO CACCIANEMICO (40-66)

Mentre procede lungo l'argine, Dante vede tra i ruffiani un dannato che crede di riconoscere e torna un poco

indietro a guardarlo, cosa che Virgilio accetta di buon grado. Il peccatore cerca di nascondersi abbassando il

viso, ma non può evitare che Dante lo riconosca e lo indichi come Venedico Caccianemico, al quale chiede come

sia giunto in questa Bolgia. Il dannato risponde malvolentieri di essere colui che ha condotto la sorella

Ghisolabella a soddisfare le voglie di Òbizzo d'Este, quale che sia la versione che si dà dell'accaduto. Dichiara

inoltre di non essere il solo Bolognese nella Bolgia, che ne ospita tanti quanti sono quelli che vivono tra Savena e

Reno (il che si spiega con la loro naturale avarizia). Mentre il dannato parla, un diavolo lo sferza crudelmente e lo

manda via ricordandogli che qui non ci sono donne di cui fare mercato.

I SEDUTTORI: GIASONE (67-99)

Dante si ricongiunge con Virgilio e poco dopo i due raggiungono un punto in cui dalla roccia parte un ponte di

pietra, che sormonta la Bolgia da un argine all'altro. Vi salgono sopra agevolmente e giungono al punto più alto,

da dove possono vedere l'interno della Bolgia: Virgilio raccomanda a Dante di osservare bene l'altra schiera di

dannati (i seduttori) che non hanno potuto vedere perché prima procedevano nella loro stessa direzione. I due

poeti osservano allora l'altra schiera di anime scudisciate anch'esse dai demoni, e Virgilio indica al discepolo un

dannato che procede con aspetto regale, senza versare una lacrima nonostante il dolore: è Giasone, che con

coraggio e astuzia si impadronì del vello d'oro. L'eroe aveva sedotto e ingannato Isifile nell'isola di Lemno,

lasciandola incinta, e qui sconta questa colpa come l'inganno a Medea.

GLI ADULATORI DELLA II BOLGIA: ALESSIO INTERMINELLI (100-126)

I due poeti sono ormai giunti al punto in cui il ponte roccioso si congiunge all'argine della II Bolgia, dove sentono

dannati (adulatori) che si lamentano e soffiano rumorosamente con le narici, colpendosi con le loro stesse mani.

Le pareti della Bolgia sono incrostate di muffa per i miasmi che provengono dal fondo e che irritano occhi e naso.

La Bolgia è talmente profonda e oscura che per vedere bene i due sono costretti a salire sul punto più alto del

ponte: da qui vedono gente immersa nello sterco, simile a quello che fuoriesce dalle latrine umane. Dante

osserva i dannati e ne scorge uno, talmente coperto di escrementi che non è chiaro se sia chierico o laico (non si

vede se abbia o meno la tonsura). Il dannato rimprovera Dante di guardare solo lui, ma il poeta gli grida di averlo

già visto coi capelli asciutti e lo indica come il lucchese Alessio Interminelli. Il dannato si colpisce il capo e afferma

di scontare le adulazioni di cui la sua lingua non fu mai abbastanza sazia.

LA PROSTITUTA TAIDE (127-136)

Dopo l'incontro con Interminelli, Virgilio invita Dante a spingere lo sguardo un po' più avanti, in modo da vedere

una donna sudicia e scarmigliata, che si graffia con le unghie piene di sterco e si china sulle cosce. È la prostituta

Taide, che al suo amante che le chiedeva se lei lo ringraziava, aveva risposto: «Sì, moltissimo!». Dopodiché

Virgilio invita Dante a lasciare la Bolgia e a passare in quella seguente.

Il Canto apre la seconda parte della I Cantica, che essendo formata da trentaquattro Canti si può dividere in

due gruppi di diciassette dedicati rispettivamente ad alto e basso Inferno.

Qui inizia la descrizione delle Malebolge, che occuperà lo spazio maggiore in termini di Canti (ben tredici sul

totale, quasi il quaranta per cento) dal momento che questo luogo è diviso in dieci zone distinte in cui sono

puniti altrettanti peccati. Dopo l'ampia descrizione iniziale dell'VIII Cerchio, le cui Bolge sono paragonate con

preziosa similitudine ai fossati che cingono i castelli tardomedievali, Dante ci mostra le prime due Bolge

che ospitano, rispettivamente, ruffiani e seduttori di donne (la I) e adulatori (la II).

Il comune denominatore delle due zone è il carattere particolarmente ignominioso della pena cui sono sottoposti i

dannati: ruffiani e seduttori camminano nudi e percossi sul fondoschiena da demoni cornuti armati di

fruste, formando due schiere che procedono in direzioni opposte (i ruffiani vicino all'argine esterno, i

seduttori vicino a quello interno), mentre gli adulatori sono immersi nello sterco e si colpiscono con le loro

stesse mani.

Ruffiani e seduttori sono fraudolenti perché hanno raggirato con l'inganno delle donne, inducendole a

soddisfare le voglie altrui (i primi) o le proprie (i secondi). Il loro peccato è dunque ben più grave di quello

di eccesso dei lussuriosi, che si sono semplicemente abbandonati all'istinto del piacere, e vengono sferzati dai

diavoli in modo simile forse a quanto accadeva nel Medioevo alle prostitute e ai loro sfruttatori.

Carattere egualmente fraudolento ha il peccato di adulazione, in quando chi rivolge le proprie lusinghe ai

potenti lo fa per trarne un vantaggio personale e tende quindi a raggirare chi ne è oggetto, e se in vita

essi usarono parole dolci e melliflue ora sono attuffati negli escrementi come in un'immensa latrina o in

un canale di scolo (la loro Bolgia sembra più profonda e con le pareti più ripide delle altre).

In ciascuna Bolgia, poi, Dante vede due peccatori, uno del mondo a lui contemporaneo e l'altro del mondo

mitologico-classico: i dannati contemporanei sono entrambi riconosciuti dal poeta e tentano vanamente di

nascondere la loro identità, mentre è Dante a svelarne il nome e a costringerli a rivelare la propria colpa; i due

personaggi classici sono invece indicati da Virgilio e a differenza dei primi non pronunciano neppure una parola

nel corso dell'episodio, con un preciso parallelismo che ha altri esempi nell'insieme del poema.

Il fatto che Dante riveli il nome del ruffiano Venedico Caccianemico e dell'adulatore Alessio Interminelli è

significativo, in quanto il poeta non si sottrae alla missione di rivelare tutto quanto gli è mostrato nel corso del

viaggio e quindi svelare la dannazione di personaggi ben noti all'epoca i cui peccati potevano essere sconosciuti.

È appunto il caso di Venedico, che si autoaccusa di aver venduto la sorella al marchese Òbizzo II d'Este benché

di questo fatto non ci siano molte testimonianze: infatti il dannato spiega che le cose sono andate così come che

suoni la sconcia novella, qualunque sia la versione che si dava dell'accaduto (val la pena di ricordare che il

personaggio morì, pare, nel 1302, quindi Dante lo credeva già morto nel 1300 e ne aveva decretato la

dannazione quando era ancora vivo).

Analogo discorso vale anche per l'Interminelli, il cui peccato di adulazione non è molto noto nelle cronache

antiche e il cui destino ultraterreno è quindi svelato in modo inatteso da Dante. Parallelamente ai due esempi

moderni ci sono poi quelli antichi, ovvero Giasone che a dispetto del suo portamento regale sconta il fatto di aver

ingannato e sedotto Isifile e Medea (soprattutto la prima, ingenua giovinetta da lui abbandonata quand'era

incinta), e la prostituta Taide che nell'Eunuchus di Terenzio ringrazia oltre il lecito il soldato Trasone che le aveva

procurato una schiava attraverso un mezzano, Gnatone. È appena il caso di notare come il

personaggio di Taide, colpevole di adulazione, richiami anche quello di natura sessuale dei ruffiani in quanto lei

stessa era una prostituta che si vendeva per denaro, grazie all'opera di ruffiani come Gnatone (e lo stesso

Venedico aveva giustificato la folta presenza di Bolognesi fra i ruffiani per il loro avaro seno, la loro cupidigia).

Interessante è poi l'uso da parte di Dante di un linguaggio particolarmente crudo e comico-realistico, specie nella

seconda parte del Canto: la descrizione della II Bolgia è piena di ripugnanti particolari visivi e olfattivi, nonché di

termini ricercati e disusati, dai suoni duri e aspri come s'incrocicchia, nicchia, scuffa, grommate, appasta, stucca.

Numerosi i termini del volgare linguaggio quotidiano, tra cui sterco, privadi (latrine), merda, unghie merdose, con

cui l'autore vuol rendere il dramma grottesco dello spettacolo del peccato punito (e simili espedienti di lingua e di

stile ritorneranno nella descrizione di altre Bolge, specie quella dei simoniaci, dei barattieri, dei ladri).

XIX CANTO

Visione della III Bolgia dell'VIII Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti i simoniaci. Incontro con papa Niccolò III,

che predice la futura dannazione di Bonifacio VIII e Clemente V. Invettiva di Dante contro la corruzione

ecclesiastica. È l'alba di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, alle prime ore del mattino.

• Simoniaci, stanno conficcati a testa in giù in fori dalla roccia con le piante dei piedi lambite da fiamme.

Nel canto diciannovesimo siamo tra i simoniaci, coloro che hanno fatto commercio di indulgenze e sono

principalmente rappresentati uomini del clero, vescovi e pontefici.

BONIFACIO VIII -> colpa esilio di Dante.

Sono vizi dell'umanità che sopravvivono, come un marchio che l'umanità porta sulla propria carne dal

momento della sua origine.

Questa é l'attualità della poesia Dantesca che mette davanti ai nostri occhi, con un passato lontano, qualcosa

che ancora succede.

I simoniaci vengono rappresentati con una particolare pena del contrappasso, loro che erano stati tanto in

alto nella vita reale, essi decidevano e governavano la sorte degli altri qui sono conficcati a testa all'ingiù

dentro dei pozzi dove emergono solamente le gambe a partire dalla coscia finto ai piedi che si muovono

nell'aria. Questi piedi sembrano ricoperti da una specie di carta unta e vengono bruciati da lingue di

fuoco.

In ognuno di questi pozzi quando sopraggiunge una nuova anima che ha avuto nella realtà la stessa vita, prende

un posto nel pozzo e un'altra anima (quella che era nel suo posto fino a quel momento) cade nel pozzo

schiacciata dalle pietre.

La simonia è una colpa, un episodio che risale alle sacre scritture e che indica questa compravendita dei beni

spirituali, quei beni che non dovrebbero avere prezzo.

In quanto la fede é un rapporto con il divino e quindi nulla dovrebbe aver a che fare con il peso delle gerarchie e

quindi ad una chiesa che si é dedicata al commercio di denaro (Tradisce il messaggio evangelico).

Dante era vicino al pensiero di San Francesco d'Assisi -> chiesa povera, non dotata di beni ma disposta al solo

esercizio della carità.

Dante fa risalire la simonia quando l'imperatore Costantino ha donato alla chiesa dei beni e dei denari e da

qui é iniziato il tutto.

I SIMONIACI DELLA III BOLGIA (1-30)

Dante esordisce maledicendo Simon mago e tutti i suoi seguaci che fanno turpe mercato delle cose sacre, per i

quali è necessario che suoni la tromba del Giudizio Universale visto che sono ospitati nella III Bolgia. Dante e

Virgilio sono giunti sul punto più alto del ponte roccioso che sovrasta la Bolgia, da dove il poeta può vedere

quanta è la giustizia divina che si manifesta nel mondo. Infatti egli vede le pareti e il fondo della Bolgia pieni di

buche circolari, tutte della stessa dimensione, del tutto simili ai fonti battesimali del battistero di San Giovanni a

Firenze, uno dei quali era stato spezzato da Dante per salvare uno che vi stava annegando. Ogni peccatore è

confitto a testa in giù nella buca, lasciando emergere solo le gambe fino alle cosce, mentre le piante dei piedi

sono accese da delle sottili fiammelle. I peccatori scalciano con forza, mentre le fiammelle lambiscono i piedi

come fa il fuoco sulle cose unte.

INCONTRO CON PAPA NICCOLÒ III (31-63)

Dante nota che uno dei dannati sembra lamentarsi più degli altri e ha le fiammelle sui piedi di un colore più

acceso, quindi ne chiede conto a Virgilio. Il maestro risponde che, se Dante vuole, lo porterà sul fondo della

Bolgia dove potrà parlare direttamente con lui. Dante risponde che ne sarà ben lieto, dopodiché i due giungono

al termine del ponte e da lì scendono verso sinistra, sino al fondo della Bolgia. Dante si avvicina al peccatore e

gli chiede di parlare, proprio come il frate che confessa l'assassino prima dell'esecuzione: il dannato risponde

scambiandolo per papa Bonifacio VIII e chiedendo perché sia già giunto lì e se sia già stanco di fare scempio

della Chiesa. Dante resta stupito e non sa che rispondere, quindi Virgilio lo invita a dire al dannato di non essere

colui che crede, cosa che il poeta esegue immediatamente.

PROFEZIA DI NICCOLÒ III (64-87)

A questo punto il dannato storce dolorosamente i piedi, quindi si presenta come il papa Niccolò III, appartenente

alla nobile famiglia degli Orsini e che fu assai avido nell'arricchire i suoi famigliari, al punto che è finito all'Inferno.

Sotto di lui nella stessa buca sono conficcati gli altri simoniaci, tutti appiattiti nella roccia, e anche lui verrà spinto

più in basso quando arriverà realmente colui per il quale ha scambiato Dante (Bonifacio VIII). Ma questi rimarrà

nella buca coi piedi di fuori meno tempo di quando c'è rimasto Niccolò: infatti lo seguirà un altro papa simoniaco

(Clemente V), che spingerà di sotto entrambi dopo aver goduto in vita del favore del re di Francia, Filippo il Bello.

INVETTIVA CONTRO I PAPI SIMONIACI (88-117)

A questo punto lo sdegno di Dante esplode in una violenta invettiva contro Niccolò e tutti i papi dediti alla

simonia, cui il poeta chiede ironicamente quanto volle Gesù da san Pietro prima di affidargli le chiavi del regno

dei cieli, e rinfacciando che gli apostoli non pretesero alcun pagamento da parte di Mattia quando prese il posto

di Giuda. Niccolò è dunque giustamente punito e deve custodire il denaro ricevuto per andare contro Carlo I

d'Angiò. Solo il rispetto per il ruolo del papa impedisce a Dante di usare parole ancor più gravi, poiché l'avarizia

dei papi simoniaci ha sovvertito ogni giustizia terrena. La Chiesa si è vergognosamente asservita agli interessi

della monarchia francese, dopo essersi trasformata in un'orrida bestia. I papi sono simili agli idolatri, in quanto

adorano cento dei d'oro e argento, mentre molto male ha prodotto la donazione di Costantino.

DANTE E VIRGILIO TORNANO SUL PONTE DELLA BOLGIA (118-133)

Mentre Dante accusa violentemente Niccolò, il dannato scalcia con forza come se fosse punto dall'ira o dalla

coscienza sporca, mentre Virgilio manifesta col suo volto l'approvazione per il discorso del discepolo. Dopodiché

il maestro sorregge Dante con entrambe le braccia e lo riporta sull'argine della Bolgia, da dove parte il ponte che

conduce alla IV Bolgia, fino al quinto argine. Arrivato qui lo depone a terra, quindi i due si accingono a visitare la

Bolgia seguente.

Il Canto è interamente dedicato alla III Bolgia, che punisce insieme a Simon mago tutti coloro che hanno

commesso simonia ovvero hanno fatto commercio delle cose sacre.

I simoniaci sono conficcati a testa in giù entro buche circolari dalle quali emergono solo le gambe,

mentre sottili fiammelle lambiscono loro le piante dei piedi e provocano dolore: non è chiaro se fra di essi

ci siano solo gli ecclesiastici o anche i laici che si diedero a questo turpe mercato col clero, mentre il

contrappasso si riferisce probabilmente allo Spirito Santo che nell'episodio degli Atti degli Apostoli scese dall'alto

in forma di fiamma.

Protagonista dell'episodio è un papa simoniaco, Niccolò III, che appartenne alla nobile famiglia romana degli

Orsini e che sembra soffrire più degli altri dannati la pena cui è sottoposto. Il dialogo fra lui e Dante, che scende

nel fondo della Bolgia per parlargli, avviene in un forte contesto comico-realistico: Dante paragona se stesso a

un frate che confessa un assassino prima dell'esecuzione, con un grottesco rovesciamento dei ruoli. Non meno

paradossale l'equivoco in cui cade il papa, che scambia Dante per Bonifacio VIII venuto a prendere il suo posto

nella buca e a spingerlo di sotto: il dannato sa che la morte di Bonifacio avverrà nel 1303, quindi è stupito di

vederlo all'Inferno nella primavera del 1300, con tre anni di anticipo. L'equivoco è un espediente che

consente a Dante di profetizzare la dannazione di papa Caetan.

Anche la presentazione che in seguito Niccolò fa di se stesso ricalca gli stessi toni parodistici e comici, in

quanto il dannato afferma di aver vestito in vita il gran manto (detto con forte ironia, vista la sua opera come

pontefice) e si dice appartenente alla famiglia degli Orsini, intento a favorire nipoti e parenti con i suoi atti

di corruzione: nei bestiari medievali l'orsa era descritta come animale avido e ingordo, particolarmente attaccata

alla prole.

Afferma inoltre che se in vita aveva messo il denaro in borsa, nella vita ultraterrena ha messo se stesso nel

sacco, ovvero si è guadagnato la dannazione (bolgia è sinonimo di «borsa» in volgare fiorentino, quindi il

papa usa un ricercato gioco di parole). Niccolò conclude predicendo la dannazione anche di Clemente V, il

guasco che favorirà le mire di Filippo il Bello trasferendo la sede papale ad Avignone e appoggiando tutte le sue

decisioni.

Se nel Canto VII Dante aveva incluso fra gli avari del IV Cerchio papi e cardinali senza fare alcun nome, qui la

sua accusa alla corruzione ecclesiastica e alla simonia della Chiesa è ben più dettagliata, includendo di fatto tra i

simoniaci ben tre papi di cui uno probabilmente ancor vivo quando l'Inferno iniziò a circolare in Italia.

La profezia di Niccolò dice infatti che Bonifacio lo seguirà nella buca restando lì fino alla morte di Clemente V,

ovvero meno tempo di quanto Niccolò sarà rimasto sottosopra.

Comunque sia, resta la coraggiosa denuncia del poeta contro la corruzione dei papi, che si ricollega a quella

contro l'avarizia che è fonte di tutti i mali del suo tempo e che è all'origine di molti dei peccati puniti nelle

Malebolge (il discorso contro l'avarizia era già iniziato con Brunetto Latini e i tre sodomiti fiorentini, nonché con

gli usurai visti subito prima della discesa nell'VIII Cerchio).

Non a caso il Canto si chiude con la violenta invettiva di Dante contro i papi dediti alla simonia, piena di echi

biblici e di sacro furore dovuto allo sdegno provato dal poeta contro i cattivi pastori che hanno sovvertito la

giustizia nel mondo, sollevando i malvagi e calpestando i buoni: particolarmente efficace l'immagine della

mostruosa bestia in cui si è trasformata la Chiesa a causa della corruzione, prendendo spunto da un passo

dell'Apocalisse in cui il mostro è in realtà l'Impero romano.

L'ultimo riferimento è naturalmente alla famigerata donazione di Costantino, più tardi dimostratasi un falso

dell'VIII sec. ma che al tempo di Dante si credeva autentica e che secondo il poeta era la fonte prima della

corruzione della Chiesa. La tacita approvazione di Virgilio è la conferma della veridicità delle

accuse, proprio come lo scalciare del papa dannato che è punto dall'ira o dai rimorsi di coscienza.

XX CANTO

Visione della IV Bolgia dell'VIII Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti gli indovini. Virgilio indica a Dante

Anfiarao, Tiresia, Manto, Arunte, Euripilo, Michele Scotto, Guido Bonatti e Asdente. Spiegazione di Virgilio

sull'origine di Mantova. È la mattina di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, verso le sei.

INDOVINI: Sono i dannati della IV Bolgia dell'VIII Cerchio dell'Inferno, fraudolenti in quanto ebbero la folle

pretesa di antivedere il futuro che in quanto tale è noto solo a Dio. Compaiono nel Canto XX, con la figura

completamente stravolta (hanno il viso rivoltato all'indietro, camminano a ritroso e piangono versando lacrime

sulla schiena e sulle natiche). Vedendoli in quelle condizioni, Dante si abbandona a un pianto disperato ma

Virgilio lo rimprovera aspramente e gli indica gli indovini più degni di nota della Bolgia.

Fra loro è incluso Anfiarao, uno dei sette re contro Tebe che grazie alle sue doti divinatorie sapeva che vi sarebbe

morto e si nascose in un luogo noto solo alla moglie Erifile: questa, corrotta da un dono, rivelò il nascondiglio a

Polinice che costrinse Anfiarao ad andare a Tebe, dove fu inghiottito dalla terra apertasi sotto i suoi piedi.

Poi c'è Tiresia, indovino tebano che esercitò le sue arti nella guerra a Tebe e diventò donna colpendo con una

verga due serpenti che si accoppiavano, tornando uomo dopo sette anni per aver colpito gli stessi serpenti

(l'episodio è citato da Ovidio nelle Metamorfosi).

C'è Arunte, indovino etrusco citato da Lucano nella Pharsalia dove è detto predire la guerra civile e la vittoria di

Cesare, e poi c'è Manto, la figlia di Tiresia che dopo la morte del padre e la caduta di Tebe vagò a lungo fino a

stabilirsi nel luogo dove poi sorse la città di Mantova. Dopo l'ampia parentesi sulle origini della città, Virgilio indica

Euripilo, personaggio dell'Eneide che sarebbe stato augure insieme a Calcante e avrebbe propiziato la partenza

della flotta greca dall'Aulide per Troia (in realtà nel testo virgiliano Euripilo è colui che, nel racconto di Sinone, è

inviato dai Greci a interrogare l'oracolo circa il momento propizio per tornare in patria e non è associato al

sacrificio di Ifigenia in Aulide: cfr. Aen., II, 114 ss.). Tra gli altri indovini ci sono ancora Michele Scotto, celebre

filosofo e alchimista scozzese vissuto alla corte di Federico II di Svevia cui si attribuivano varie profezie; Guido

Bonatti, astrologo forlivese che fu al servizio di Guido da Montefeltro; Maestro Benvenuto detto Asdente,

calzolaio di Parma assai famoso per le sue predizioni. Virgilio indica anche varie donne che lasciarono ago, spola

e fuso per diventare fattucchiere.

• FRAUDOLENZA DEGLI INDOVINI: Astronomi, astrologi, fraudolenti verso gli altri.

• Vi sono coloro che si improvvisano, ossia coloro che si assumono il compito che non appartiene all’uomo

ma a Dio, come se si volesse sostituire.

Gli individui ricordati vengono tratti dalla classicità, tratti dall’Eneide (Virgilio), Metamorfosi (Apuleio).

Nei confronti di questi indovini classici Dante si è comportato con libertà:

• 50% immaginato Ex Novo (atteggiamento anticlassico dei modelli).

• 50% attestato dalla tradizione.

Di fronte a questi modelli classici Dante non si sente inferiore anzi, li può superare.

SPERIMENTALISMO DANTESCO: riconoscere l’inizio di una tradizione poetica agganciata al modello classico.

RIME ASPRE E CHIOCCE, anche in forma onomatopeica, che vengono utilizzate per trasmettere la violenza di

questo canto.

Qui siamo tra i fraudolenti che ingannano l’altro. La colpa viene condannata anche dai padri di chiesa e dalla

tradizione tomistica (S. Tommaso).

PENA CONTRAPPASSO: forma espressionistica.

Le anime arrivano come una lenta processione. La lentezza è un movimento innaturale.

Queste stanno con la testa rovesciata all’indietro e piangono interrotte lacrime.

Dante non riesce a fare paragoni, Dante no si commuove (non vi è emozione), ma il pianto è così forte che

spinge a piangere anche lui: immagine inedita, non si ripeterà per tutta l’opera.

Vi è infatti una forte reazione di Virgilio, in quanto non si deve piangere di fronte ad una giusta condanna.

PERSONAGGI: Virgilio gli mostra i maghi e gli indovini dell’antichità:

- TIRESIA (Anche nell’Eneide)

- ARUNTE

- MANTO (Figlia di Tiresia)

Vi è una forte confusione della rappresentazione di Manto, personaggio ex novo.

Lapsus purgatorio: “Inferno di Manto”, all’inizio lo presenta nell’inferno tra i fraudolenti, nel purgatorio dice di stare

nel limbo.

• V. 9: “Letare” -> processioni dal latino.

• V. 16: “Parlasia” -> paralisi.

• V. 33: “Ruina” -> precipizio.

• V. 86: “Arti” -> divinazioni, previsioni.

• V. 127: Dante vuole indicare come orario le 6 a.m.

LUNA: Macchie lineare prodotte da fasci di spine da Caino, mandato sulla luna, dopo il reato commesso, occupa

il confine tra emisfero di Gerusalemme e quello delle acque.

PERIFRESI ASTRONOMICA: mondo tolemaico, di difficile comprensione.

GLI INDOVINI DELLA IV BOLGIA (1-30)

Dante è giunto al ventesimo Canto della prima Cantica e deve descrivere una nuova pena, quella degli indovini

della IV Bolgia dell'VIII Cerchio che bagnano il fondo della fossa di pianto angoscioso. Il poeta vede avanzare

una schiera di dannati che tacciono e piangono, avanzando lentamente come in una processione: guardando più

in basso, si accorge che la loro figura è stravolta e che il viso è completamente rivoltato indietro, così che essi

sono costretti a camminare a ritroso. Può darsi che una paralisi abbia ridotto qualcuno in tali condizioni, ma

Dante non crede che ciò sia possibile. Il poeta è talmento sconvolto che non può evitare di piangere, specie

quando vede i dannati versare a loro volta lacrime che bagnano loro la schiena e le natiche, così che si

abbandona a un pianto dirotto che suscita l'aspro rimprovero di Virgilio (il maestro accusa Dante di provare

compassione per queste anime scellerate).

VIRGILIO MOSTRA ALCUNI ANTICHI INDOVINI (31-57)

Virgilio invita perentoriamente Dante a guardare gli indovini, tra i quali c'è Anfiarao, uno dei sette re che

assediarono Tebe e che fu inghiottito dalla terra apertasi sotto di lui, cadendo sino a Minosse; egli ha ora le spalle

al posto del petto e per aver voluto vedere troppo in avanti adesso guarda indietro e cammina a ritroso. Virigilio

mostra poi Tiresia, che divenne una donna in seguito a una metamorfosi e tornò uomo dopo aver colpito due

serpenti che si accoppiavano. Lo segue Arunte, che visse in una spelonca presso la città di Luni, sulle alpi

Apuane, da dove vedeva ampiamente le stelle e il mare. Virgilio indica ancora una dannata le cui lunghe trecce

coprono il petto: è Manto, che vagò attraverso molte terre e infine si stabilì a Mantova, la città del poeta latino,

che invita Dante ad ascoltarlo un poco.

LE MITICHE ORIGINI DI MANTOVA (58-99)

Virgilio spiega che dopo la morte del padre di Manto e dopo che la sua città, Tebe, cadde sotto la tirannia di

Creonte, la fanciulla girò in lungo e in largo per il mondo. Nell'Italia del nord sorge un lago (Garda), ai piedi delle

Alpi che dividono l'Italia dalla Germania, detto Benaco. Il territorio tra Garda, la Valcamonica e le alpi Pennine si

bagna per mille ruscelli che poi stagnano in questo lago: al centro di esso c'è un luogo (l'isola dei Frati o

Campione) soggetto ai tre vescovadi di Trento, Brescia e Verona, mentre dove la riva del lago è più bassa sorge

la città di Peschiera, solida fortezza contro Bresciani e Bergamaschi. Qui a Peschiera l'acqua del lago fuoriesce a

formare un fiume, il Mincio, che poi scorre tra verdi pascoli fino a Governolo, dove si getta nel Po. Nel suo alto

corso il Mincio incontra un avvallamento dove si impaluda e d'estate è talvolta in secca. La vergine Manto passò

di qui e vide una terra in mezzo alla palude, incolta e disabitata, dove si stabilì per sfuggire ogni contatto umano

per coltivare le sue arti magiche coi suoi servi, e dove morì e fu seppellita. In seguito gli uomini che erano sparsi

tutt'intorno si raccolsero in quel luogo, ben difeso dalla natura in quanto circondato dalla palude, e costruirono

una città sulla tomba di Manto che chiamarono poi Mantova dal nome dell'indovina. Gli abitanti erano ben più

numerosi prima che Pinamonte dei Bonacolsi ingannasse il folle conte Alberto di Casalodi. Virgilio conclude

dicendo che questa è la vera origine di Mantova, se mai Dante avesse sentito un'altra versione.

VIRGILIO INDICA ALTRI INDOVINI (100-130)

Dante ringrazia Virgilio per la dotta spiegazione e chiede se fra gli indovini della Bolgia ve ne siano altri degni

di attenzione. Il maestro risponde che il dannato la cui barba gli copre le spalle è Euripilo, che fu augure al tempo

in cui la Grecia fu spopolata di maschi per la guerra di Troia e indicò con Calcante il momento propizio per far

partire la flotta degli Achei. L'Eneide dello stesso Virgilio accenna a lui, come ben sa Dante che la conosce tutta.

Un altro dannato dai fianchi esili è Michele Scotto, sempre dedito alle arti magiche e divinatorie; poi ci sono gli

astrologi Guido Bonatti e Asdente (Maestro Benvenuto), che vorrebbe essersi dedicato solo al mestiere di

calzolaio e ora si pente tardivamente. Ci sono anche molte donne che lasciarono le opere femminili per dedicarsi

alla divinazione, facendo magie con erbe e con immagini e diventando fattucchiere. Poi Virgilio invita il discepolo

ad allontanarsi, in quanto la luna già tocca l'orizzonte e sta per tramontare sotto Siviglia. Essa era piena la notte

precedente, cosa che Dante dovrebbe ricordare visto che la luce lunare gli giovò mentre era perduto nella selva

oscura. Mentre i due parlano non cessano di camminare.

Il Canto è interamente dedicato agli indovini della IV Bolgia ed è strutturalmente diviso in tre parti, dedicate

rispettivamente alla presentazione di alcuni antichi indovini (Anfiarao, Tiresia, Arunte, Manto), all'ampia

parentesi sulle mitiche origini di Mantova e alla presentazione di altri indovini (Euripilo, Michele Scotto,

Guido Bonatti, Asdente).

Il tema trattato è importante, poiché maghi e indovini si sono macchiati di un grave peccato di presunzione

intellettuale con la loro folle pretesa di antivedere il futuro, cosa che è consentita solo a Dio e a nessuna

creatura mortale: la loro pena è particolarmente crudele e dal chiaro contrappasso, dal momento che hanno la

testa rivoltata all'indietro e sono costretti a camminare a ritroso per aver voluto vedere troppo avanti.

La condanna da parte di Dante è netta, in quanto essi sfruttarono le arti divinatorie per trarne vantaggio

personale e quindi sono degli imbroglioni; quanto agli indovini contemporanei che praticavano l'astrologia,

va detto che il poeta non condanna questa scienza in quanto tale dal momento che la dottrina cristiana

ammetteva gli influssi astrali, ma solo coloro che se ne servono per fare predizioni sugli eventi futuri.

La sua reazione di fronte all'orribile spettacolo della Bolgia è di disperazione e pianto, soprattutto nel vedere la

figura umana stravolta, ma Virgilio lo rimprovera duramente e lo ammonisce che l'unica pietà ammessa

nell'Inferno è quella ben morta. Il rimbrotto del maestro è significativo, soprattutto se si ammette che il peccato

che ha condotto Dante nella selva potrebbe essere di natura intellettuale, legato alla folle pretesa di arrivare alla

verità solo attraverso la filosofia e la ragione, che qui è rappresentata proprio da Virgilio.

È il poeta latino a presentare al discepolo una serie di indovini, dapprima per sua iniziativa e poi su richiesta

dello stesso Dante.

I dannati si dividono nei personaggi mitologici-letterari e in quelli moderni, tra cui rientrano filosofi e astrologi

come Michele Scotto e semplici indovini come Bonatti o Asdente; fra i primi ci sono soprattutto gli auguri,

legati alle vicende mitiche della guerra contro Tebe (Anfiarao, Tiresia, Manto) narrate da Stazio nella Tebaide, o a

quella storica della guerra tra Cesare e Pompeo (Arunte) narrata da Lucano nella Pharsalia, o ancora alla guerra

di Troia (Euripilo) narrata da Virgilio medesimo nell'Eneide.

Come è stato osservato, nonostante qualche incongruenza dovuta a errori di interpretazione da parte di Dante,

sono tutti personaggi coinvolti a vario titolo in vicende belliche, proprio come gli astrologi moderni che fecero

predizioni sulle guerre tra Guelfi e Ghibellini nell'Italia del Duecento. L'elenco è interrotto dalla lunga parentesi

introdotta da Virgilio che trae spunto da Manto per spiegare le leggendarie origini della propria città, Mantova,

che fu fondata dagli uomini nel luogo dove era vissuta e morta la fanciulla figlia di Tiresia e non da lei stessa

come narrava una versione del mito.

Virgilio tiene a precisare che l'origine di Mantova non è in alcun modo legata alle arti magiche della vergine

cruda e che i fondatori della città la chiamarono così ispirandosi certo al nome della maga, ma senz'altra

sorte, senza ricorrere a sortilegi o auguri di nessun tipo.

Da notare infine l'ampia e dettagliata descrizione dei luoghi che Dante mette in bocca a Virgilio per introdurre il

luogo dove sorse la città di Mantova, che ha indotto a supporre che Dante ne avesse una conoscenza diretta

(forse dovuta al fatto che al tempo della composizione del Canto era già stato ospite degli Scaligeri a Verona).

Siamo al centro di quella vasta zona detta Male Bolgie.

Siamo nella quinta bolgia e ci troviamo perfettamente al centro di questa struttura infernale dove sono condannate e

colpite le colpe di fraudolenza che hanno una molteplicità di aspetti già annunciati da Dante nell'undicesimo

dell'inferno. Le opere di frode che sono frutto esclusivo di malizia, sono vere e proprie volontà di

fare del male e quindi non è una reazione istintuale ma razionale. -> TRADIRE COLORO CHE SI FIDANO DI NOI.

Qui siamo ancora in questa prima parte delle male BOLGIE a riflettere sulle colpe di fraudolenza nei confronti di chi

non si fida, e quindi approfittare attivando strategie dell'intelligenza orientate a confermare il proprio potere e

arricchire i propri patrimoni di fronte ad una serie di dannati (ultimi incontrati: simoniaci).

E’ come se ci si potesse trovare di fronte ad alcuni momenti in cui Dante cercasse di discolparsi da questa accusa

artificiosa ma basti pensare che già nel decimo canto, nella landa degli eretici, quando Dante incontra farinata , egli

aveva detto che “giusti sono due e non vi sono intesi”, già quindi aveva dichiarato che in vita aveva agito con lealtà,

correttezza nei suoi compiti pubblici.

Quindi é come se Dante mettesse tra parentesi l'accusa di cui era stata colpito, mettendola in una situazione di non

importanza. (Se si vanno a leggere le cronache medievali, che ripercorrono il tempo medievale Dantesco: "cronaca

del villani", che racconta gli eventi storici della città di Firenze si viene a sapere delle dichiarazioni che riguardano i

personaggi fiorentini che sono stati colpiti da punizioni significative e dunque condannati all'esilio, quasi tutti nelle

sentenze di condanna vi erano guelfi e ghibellini, quasi tutti quelli che hanno subito la pena dell'esilio venivano

accusati di baratteria, accusa diffusa e dunque minimizzandola egli in qualche modo la cancella).

In questa situazione, la posizione di Dante è quella di autore e personaggio, agisce in quanto personaggio e

racconta in quanto autore, in questa zona delle male BOLGIE Dante é principalmente autore, c'è qualche piccolo

elemento che riguarda elementi personali. Dante parla di se per mostrare alcune reazioni di carattere fisico e

psicologico, reazioni non soltanto della mente ma anche del corpo. Ci troviamo di fronte ad una situazione diversa

da quella che abbiamo vissuto fino ad ora, in quanto si sono incontrati personaggi di meno o forte rilievo. Questi

personaggi permettevano al lettore di tenere scolpita nella mente la punizione di un certo tipo di colpe.

XXI CANTO

Visione della V Bolgia dell'VIII Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti i barattieri. Incontro con i Malebranche,

capeggiati da Malacoda. Bugie di Malacoda circa lo stato dei ponti che sovrastano la VI Bolgia. I due poeti si

incamminano con una scorta di dieci diavoli. È la mattina di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, verso le sette.

MALEBRANCHE: Sono i diavoli che custodiscono la V Bolgia dell'VIII Cerchio dell'Inferno, in cui sono puniti i

barattieri: Dante li rappresenta neri, alati, armati di bastoni uncinati con cui costringono i dannati a stare immersi

nella pece bollente. Compaiono nei Canti XXI-XXII dell'Inferno, dove Dante e Virgilio vedono subito uno di loro

che porta un dannato nella pece, mentre i suoi compagni lo tormentano con gli uncini. Virgilio induce Dante a

nascondersi dietro una roccia, quindi va a parlamentare con loro e gli si fa incontro il capo dei Malebranche, il

demone Malacoda. Questi chiama per nome altri diavoli, ovvero Scarmiglione, Alichino, Calcabrina, Cagnazzo,

Barbariccia, Libicocco, Draghignazzo, Ciriatto, Graffiacane, Farfarello e Rubicante. Tranne Scarmiglione, gli altri

dieci saranno incaricati da Malacoda di scortare i due poeti sino al ponte di roccia che conduce all'altra Bolgia,

essendo quello più vicino crollato (è però un inganno del capo dei Malebranche).

Barbariccia riceve da Malacoda l'incarico di capeggiare la schiera e il diavolo, per indicare che è il momento di

mettersi in marcia, si lascia andare a un gesto scurrile.

MALACODA: uno dei Malebranche, i diavoli alati che presidiano la V Bolgia dell'VIII Cerchio dove sono

puniti i barattieri. Compare insieme ad altri compagni nel Canto XXI dell'Inferno, quando Virgilio va a

parlamentare con i demoni e questi mandano avanti come loro portavoce proprio Malacoda, che mostra

poi avere una qualche autorità su di loro. Egli ordisce un inganno ai danni dei due poeti, dando

inizialmente una notizia vera e cioè che il ponte di roccia lì vicino che porta alla VI Bolgia è crollato.

Malacoda dice che un altro ponte lungo l'argine della Bolgia è intatto, cosa falsa perché tutti i ponti sono

crollati, e offre ai due poeti la «scorta» di dieci diavoli per consentir loro di raggiungere il punto dove

passare. In realtà lo scopo dei diavoli non è quello di aiutare i due viaggiatori, che riusciranno a sfuggire

alle loro grinfie in modo rocambolesco. Virgilio verrà a sapere di essere stato beffato da uno degli ipocriti

dannati nella VI Bolgia, Catalano de' Malavolti, che rivolgerà parole ironiche all'ingenuità mostrata da

Virgilio. Il discorso di Malacoda è comunque importante, perché consente di datare con precisione il

viaggio dantesco (siamo cinque ore prima del mezzogiorno del sabato santo).

Ci troviamo nella VALLE DI PECE BOLLENTE -> attenzione più che per i personaggi per la scena.

BARATTIERI: Sono i dannati della V Bolgia dell'VIII Cerchio dell'Inferno, colpevoli di aver usato le loro cariche

pubbliche per arricchirsi attraverso la compravendita di provvedimenti, permessi, privilegi (commisero l'odierno

reato di «concussione»: è l'accusa, falsa, rivolta a Dante dai Guelfi Neri di Firenze al momento dell'esilio).

Compaiono nei Canti XXI-XXII, immersi nella pece bollente di cui è piena la Bolgia e da cui sono costretti a

restare totalmente coperti; sono sorvegliati dai Malebranche, demoni alati e neri, armati di bastoni uncinati coi

quali afferrano e straziano ogni dannato che tenti di emergere dalla pece.

I dannati sono immersi all'interno della pece, sulle rive ci sono dei diavoli che ricacciano le anime dentro la pece

(iconografia medievale, Tradizione dei Joeux et Mistere, mettere in scena questi grotteschi personaggi).

Si tratta di una scena di massa, raccontata con una telecamera principalmente a campo lungo che cerca di

cogliere tutta la situazione della scena complessiva per dare dimostrazione di alcune cose più piccole che stanno

accadendo nel racconto per immagini.

I diavoli, oltre a maltrattare i dannati si irridono tra di loro creando una situazione grottesca.

Il ventunesimo canto, in questa scelta linguistica che é quasi al suo massimo esponente, in questi due canti

centrali, la scelta linguista é il parlar plebeo, che raschia il fondo della tradizione popolare non solo raccogliendo

ciò che appartiene alla plebe e quindi al popolo minuto ma raccogliendo anche quelle che sono le parolacce e le

soluzioni linguistiche che dentro una struttura po' ematica Dante innesta un linguaggio che non é soltanto

plebeo ma addirittura scurrile.

Molti interpreti e critici si sono interrogati se si può definire quale sia il carattere del Comico - Dantesco, in

quanto questo linguaggio appartiene alla tradizione comica o comico - realista ed é una scelta che Dante

compie per dare dimostrazione di una capacità di variare i registri linguistici e stilistici ma anche in funzione di

una rappresentazione, questo linguaggio che vuole rappresentare questa realtà -> da De Santis in poi gli hanno

negato la capacità del comico e quindi di attuare una soluzione linguistica grottesca.

Ma in venti anni il linguaggio che Dante usa é la cosa che più ci scuote e ci resta in memoria, ma é soprattutto la

situazione di azione che Dante mette in atto che resta impressa (situazione comica). Dante ci racconta non solo

i demoni pronti a punire i dannati ma si arriverà proprio alla rissa tra i diavoli, non ci sono due sponde distinte: da

una parte i diavoli e dall'altra i dannati, la rissa tra i diavoli trasferisce la loro natura allo stesso livello dei

dannati.

MA COME SI ARRIVERÀ A QUESTA RISSA?

Si arriva a questa rissa perché uno dei dannati, che ci viene presentato nel 22 canto, Ciampolo di Navarra, pur

essendo massacrato dai diavoli, piuttosto che essere attento a questa condizione fisica di dolore e quindi

dannato passivo egli pensa di costruire un inganno che porta a far sì che i diavoli si agitino, facendo scoppiare

una rissa tra loro. Nonostante siano condannati, i dannati hanno e avranno

sempre come primo piacere a ordire l'inganno, essi non ricordano la loro esistenza con nostalgia ma la loro

natura quando é così malvagia, non cambia e continuano in questa attitudine comportamentale che é stata la

stessa della loro esistenza. Prima volta che Dante ci mette di fronte a questa caratteristica, quasi a voler dire che

tra i guardiani e i colpevoli, tra questi demoni e truffatori non vi é alcuna differenza.

I BARATTIERI DELLA V BOLGIA (1-21)

Dante e Virgilio, parlando di cose che il poeta non riferisce, sono giunti sul punto più alto del ponte che sovrasta

la V Bolgia dell'VIII Cerchio in cui sono puniti i barattieri, per cui Dante ne osserva il fondo e lo vede

incredibilmente oscuro. Il fossato è infatti pieno di pece bollente, simile a quella dell'Arsenale di Venezia con cui

si riparano le navi danneggiate e dove si otturano le falle degli scafi, si aggiustano prore e poppe, si riparano i

remi e si rappezzano le vele. Una pece simile bolle anche nella Bolgia, non riscaldata dal fuoco ma dall'arte

divina, e in essa Dante non vede nulla tranne le bolle che fuoriescono in superficie e il gonfiore che si alza e si

abbassa di continuo.

ARRIVO DI UN PECCATORE; I MALEBRANCHE (22-57)

Mentre il poeta osserva la pece, Virgilio richiama la sua attenzione e lo allontana subito da dove si trova. Dante

si volta come colui che si attarda a vedere ciò che dovrebbe sfuggire e perciò perde ogni coraggio, vedendo un

diavolo nero che corre velocissimo e agile su per il ponte. Il diavolo ha un aspetto feroce, mentre spalanca le sue

ali e tiene sulla spalla l'anima di un dannato di cui afferra le caviglie con la mano artigliata. Il demone grida ai

Malebranche che sta portando uno degli anziani di Santa Zita (il comune di Lucca) e invita i compagni a gettarlo

nella pece mentre lui, intanto, tornerà in quella città piena di barattieri, al punto che lì per denaro si approva

sempre ciò che bisognerebbe respingere. Il diavolo getta il dannato nella pece, quindi torna indietro come un

mastino che insegue un ladro. Il barattiere si immerge nella pece e torna a galla tutto imbrattato, per cui altri

demoni che erano rimasti nascosti sotto il ponte gli urlano che, se non vuole essere tormentato, deve restare

sotto la pece bollente. I diavoli lo afferrano con bastoni uncinati, straziandolo e alludendo ironicamente al suo

peccato di baratteria, in modo tale che sembrano sguatteri che intingono i pezzi di carne nella pentola.

VIRGILIO VA A PARLAMENTARE COI DIAVOLI (58-87)

Virgilio invita Dante a nascondersi dietro una sporgenza rocciosa, per non mostrare la sua presenza ai diavoli,

mentre lui intanto andrà a trattare con loro. Il maestro esorta Dante a non aver paura, poiché egli già un'altra

volta è stato nella stessa situazione e sa perfettamente come deve comportarsi. A quel punto Virgilio giunge al

fondo del ponte fino all'argine della Bolgia, atteggiando una certa sicurezza: i diavoli gli si fanno incontro come

cani arrabbiati contro un mendicante, minacciandolo con gli uncini, ma Virgilio li esorta a non commettere

violenze e a mandare avanti uno di loro che faccia da rappresentante per discutere con lui. Tutti i diavoli gridano

che deve andare Malacoda, dopodiché uno dei Malebranche si fa avanti e chiede a Virgilio cosa lo renda così

sicuro. Il poeta latino risponde che non è certo giunto all'Inferno senza il volere e l'aiuto divino, quindi invita il

diavolo a lasciarlo passare in quanto il cielo vuole che lui mostri a qualcun altro quel percorso. Malacoda sembra

accusare il colpo, getta a terra il bastone uncinato e dice ai compagni di non toccare Virgilio.

DANTE SI MOSTRA AI MALEBRANCHE; BUGIE DI MALACODA (88-126)

A questo punto Virgilio dice a Dante di uscire dal suo nascondiglio e di raggiungerlo senza alcun timore. Dante

obbedisce e si avvicina, mentre i diavoli si fanno avanti e lo inducono a temere che non rispettino i patti, per cui il

poeta è impaurito come i fanti di Caprona quando uscirono dal castello assediato per arrendersi. Dante si

avvicina subito timoroso a Virgilio, senza staccare gli occhi dai Malebranche che hanno un aspetto assai poco

rassicurante. I diavoli abbassano gli uncini e si esortano l'un con l'altro a colpire Dante, ma poi Malacoda li

richiama all'ordine e si rivolge ai due poeti. Il capo dei Malebranche li informa che non possono procedere oltre

da quella parte, poiché il ponte roccioso che sovrasta la VI Bolgia è crollato e quindi i due dovranno costeggiare

l'argine della V Bolgia fino a trovare un altro ponte intatto. Il diavolo spiega che il giorno prima, cinque ore più

tardi dell'ora presente, si sono compiuti 1266 anni dal crollo del ponte, avvenuto il giorno della morte di Cristo.

Malacoda propone ai due poeti di dare loro la scorta di alcuni diavoli, che li guideranno sino al punto in cui c'è

un ponte intatto che potranno attraversare e chiama a sé dieci Malebranche: Alichino, Calcabrina, Cagnazzo,

Barbariccia (che dovrà guidare la schiera), Libicocco, Draghignazzo, Ciriatto, Graffiacane, Farfarello e

Rubicante. Malacoda ordina ai diavoli di andare a controllare i peccatori nella pece, scortando i due poeti sani e

salvi sino al ponte che li condurrà alla Bolgia successiva.

DANTE E VIRGILIO PARTONO COI DIAVOLI (127-139)

Dante non si fida dei diavoli ed esorta Virgilio a proseguire senza la loro guida, dal momento che i

Malebranche digrignano i denti e lanciano ai due occhiate minacciose. Il maestro risponde a Dante che non

deve temere, poiché i diavoli fanno così per spaventare i dannati nella pece. A questo punto i diavoli si dirigono

a sinistra lungo l'argine, ma non prima che ognuno di loro si sia rivolto a Barbariccia stringendo la lingua tra i

denti, come a segnale convenuto, al che Barbariccia aveva risposto con uno sconcio rumore dal sedere.

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Il Canto XXI è il primo atto di una grottesca «commedia infernale» che avrà la sua conclusione nel Canto XXII e

una sorta di appendice all'inizio e alla fine del XXIII, con protagonisti i due poeti, i Malebranche, i barattieri della

V Bolgia.

Il tema dell'episodio è senza dubbio l'inganno e il gusto della beffa, che coinvolge a vario titolo tutti i

personaggi e che inserisce la vicenda in un contesto fortemente comico-realistico, per il linguaggio, i movimenti

concitati, la gestualità stessa dei protagonisti. Qui la scena è quasi totalmente incentrata sui diavoli, sui custodi

della V Bolgia che sono descritti come demoni neri e alati, il cui compito è sorvegliare i barattieri immersi

nella pece bollente e impedire che emergano in superficie, armati di bastoni uncinati con cui fanno

strazio dei peccatori.

I Malebranche sono descritti come una sgangherata combriccola di diavoli molto «popolari», paragonati agli

sguatteri che per conto dei cuochi intingono la carne nella pentola coi loro uncini. Il loro compito sembra

essere anche quello di andare personalmente a prendere le anime dei peccatori sulla Terra. Sono anche dotati di

una beffarda e malvagia ironia con cui colpiscono spietatamente i peccatori.

Ironia e beffa dominano anche il seguito della farsa, con Virgilio che invita Dante a restare nascosto mentre

lui, che ha le cose conte (che sa il fatto suo) andrà a parlamentare coi diavoli come già fece nella sua prima

discesa infernale, evocato dalla maga Eritone. C'è qualcosa di fortemente grottesco nella scena di Virgilio che

va incontro ai diavoli ostentando una sicurezza che non pare molto convincente, osservato da Dante che resta

nascosto dietro uno spuntone di roccia: la situazione è analoga a quella del Canto IX di fronte alla città di Dite,

ma qui siamo lontanissimi da quell'atmosfera magica e irreale che preludeva all'arrivo del messo celeste,

destinato a vincere le resistenze dei diavoli.

E infatti Malacoda, il capo di questo scalcinato esercito di diavoli, si prenderà gioco di Virgilio dandogli

un'informazione esatta e mentendo poi sul modo di passare alla Bolgia successiva. Il demone spiega che il

ponte che porta di lì all'altra Bolgia è crollato, cosa che è realmente avvenuta nel terremoto il giorno della morte

di Cristo, ma mente lasciando intendere che più avanti lungo l'argine ve ne sia un altro intatto, mentre si saprà in

seguito che tutti i ponti sono in realtà crollati. Si offre di dare ai due poeti una scorta di dieci diavoli, che faranno

loro da guida sino a l'altro scheggio senza far loro del male, mentre sarà evidente che le sue intenzioni sono

tutt'altro che pacifiche.

Il ruolo di Malacoda è dunque analogo a quello di tutte le altre figure diaboliche che tentano di opporsi al

passaggio dei due poeti, ma diversamente dalle altre occasioni il diavolo si prende gioco di Virgilio che non

può sapere del crollo dei ponti (il suo precedente passaggio era avvenuto prima della morte di Cristo, quando era

da poco nel Limbo), nonostante la diffidenza di Dante che tenta inutilmente di metterlo in guardia per paura dei

Malebranche. Si è molto discusso sul valore allegorico di questa ingenuità di

Virgilio, che gli sarà rimproverata non senza ironia da un dannato della Bolgia seguente, ma probabilmente

essa rientra nel gioco delle beffe che domina largamente l'episodio e in cui entreranno anche i dannati nel Canto

successivo.

Quanto ai dieci diavoli cui Malacoda affida il compito di guidare i due poeti, è inutile cercare riferimenti a

personaggi del tempo di Dante, se non addirittura ai Guelfi Neri di Firenze come pure alcuni hanno fatto. I loro

nomi fantasiosi sono semplici storpiature di parole correnti, o alludono a certe loro caratteristiche animalesche, o

echeggiano nomi propri di famiglie contemporanee: Firenze è certo sullo sfondo per via dell'accusa di baratteria

che i concittadini di Dante gli avevano rivolto condannandolo all'esilio, ma nessun riferimento esplicito è fatto dal

poeta contro gli abitanti della sua città visto che tra i barattieri della Bolgia vi sono lucchesi, un navarrese, due

sardi e nessun fiorentino. Sembra anzi che il poeta voglia prendere le distanze dalla baratteria con l'arma

dell'ironia, degradando questi peccatori al rango di piccoli imbroglioni di mezza tacca che in vita hanno

nascosamente arraffato denari e ora, all'Inferno, sono invischiati nella pegola spessa della pece: abbastanza

chiaro è il senso del contrappasso, ma nel seguito dell'episodio si vedrà come tutti alla fine siano beffati,

compresi i diavoli che addirittura daranno luogo a una zuffa e si lasceranno sfuggire i due poeti, pronti ad

approfittare della loro disattenzione. È come se Dante rinunciasse a esprimere sdegno verso il peccato punito in

questo luogo infernale per usare la cifra del sarcasmo e dell'ironia, per assumere il maggior distacco possibile

dalle sue personali vicende autobiografiche: lo spettacolo del peccato punito si colora di tinte comiche e

grottesche, come avverrà anche per i falsari della X Bolgia, senza che per questo la condanna dell'avarizia e

della corruzione politica perda di vigore ed efficacia.

XXII CANTO

I dieci diavoli dei Malebranche scortano Dante e Virgilio lungo l'argine della V Bolgia dell'VIII Cerchio

(Malebolge). Incontro con Ciampòlo di Navarra, uno dei barattieri, che indica altri dannati (frate Gomita e

Michele Zanche). Inganno di Ciampòlo ai danni dei diavoli. Fuga dei due poeti. È la mattina di sabato 9 aprile (o

26 marzo) del 1300, tra le sette e le otto.

Ci troviamo all'apertura di questo canto con una narrazione paritaria tra dannati e diavoli e che viene messa in

primo piano sulla scena.

Ma Dante nell' avviare questo canto non vuole perdere il piacere di legarlo al canto precedente e sfruttare

quella spinta plebea e scurrile con la quale ha chiuso il ventunesimo, nella quale i diavoli fanno delle pernacchia

con la lingua mentre Barbariccia che guida il gruppo secondo gli ordini di malacoda emette un sonoro peto.

Questo rumore improvviso viene utilizzato da Dante come nella vita terrena viene utilizzato con uno squillo di

tromba precedentemente all'inizio di una battaglia, che sta a significare ' che cominci l'attacco ', questo segnale

viene utilizzato anche in quelle azioni che simulano le azioni guerresche, quindi nei tornei e nelle gare.

Dante poi si accorge che qualche dannato cerca di venire fuori dalla pece, galleggia con il dorso o mette fuori la

testa come fanno le rane, ma appena le anime tentano di riaffiorare in superficie vengono subito arrocigliati dai

diavoli ed addirittura uno viene inficcato per i capelli, che ricoperti di pece sembra a somigliare ad una lontra.

Vedendo questa scena la curiosità di Dante é quella di capire se si può intervistare qualcuno, Virgilio inizia a

parlare con Ciampolo di Navarra che dice di essere figlio di uno scialacquatore e suicida e di avere frequentato

e lavorato presso le corti (corte di re Tebaldo II: qui ha iniziato le sue arti di barattiere che lo portano a questa

condizione infernale).

I demoni non accettano questa conversazione, lo provocano, lo inforcano ma la conversazione continua.

Continua con la richiesta di sapere i nomi di qualche altro dannato lì presente, Ciampolo vivendo nel l'inganno,

cerca di ingannare i demoni dicendogli che le anime dei dannati sono d'accordo fra loro e che quando uno mette

fuori la testa emette un suono per informare gli altri che la situazione é tranquilla e quindi possono andare a riva

per prendere una boccata d'aria, questo inganno viene scoperto dai diavoli che lo inseguono, egli si ritira

all'interno della pece e loro volando sopra la pece non riescono a stare per il troppo calore che emana.

Non riuscendo a scaricare le loro iree animalesche cominciano a darsi morsi, unghiate fra loro, egli, Ciampolo é

quindi il vincitore di questa battaglia degli inganni.

La frode é ormai diventata il corpo e la mente della persona, come se non esistesse altro pensiero e necessità,

nemmeno l'attenzione per la sofferenza delle ferite, tutto é finalizzato a questo strano piacere, piacere assoluto di

ingannare anche senza scopo.

DANTE E VIRGILIO CAMMINANO COI DIAVOLI (1-30)

Dante commenta lo sconcio segnale di Barbariccia osservando che ha già visto cavalieri mettersi in marcia,

attaccare battaglia o battere in ritirata, e ha visto cavalieri compiere scorribande e giostrare in tornei, obbedendo

a segnali fatti con trombe, tamburi, campane, fuochi: mai, però, ha sentito un segnale come quello scurrile

prodotto dal diavolo. Dante e Virgilio procedono guidati dai Malebranche, mentre il poeta osserva la pece

cercando di scorgere i peccatori all'interno. Ne vede alcuni che ermergono solo con il dorso, come i delfini

quando nuotano in mare nelle vicinanze delle navi, pronti a tornare sotto quando si avvicina Barbariccia (li

paragona anche a delle rane che sporgono dall'acqua solo il muso e tengono il resto del corpo nascosto).

CIAMPÒLO DI NAVARRA (31-63)

Uno dei dannati è meno rapido di altri a tornare sotto la pece e Graffiacane, che gli è proprio di fronte, è lesto ad

afferrarlo per i capelli con l'uncino e a tirarlo su come una lontra (Dante conosce i nomi dei dieci diavoli perché

ha sentito Malacoda mentre li nominava). Tutti i demoni esortano Rubicante a scuoiare il dannato con gli artigli,

ma Dante chiede a Virgilio se può domandare al malcapitato quale sia il suo nome. Virgilio si avvicina e glielo

chiede, quindi il dannato risponde di essere originario del regno di Navarra, nato da uno scialacquatore suicida e

posto dalla madre a servizio di un signore. Dice di essere stato alla corte di re Tebaldo II, dove commise molte

baratterie che gli hanno causato la dannazione. Il suo racconto è interrotto da Ciriatto che lo azzanna, ma poi

Barbariccia lo protegge con le braccia e intima ai compagni di lasciarlo a lui perché lo infilzi con l'uncino. Il

diavolo si rivolge a Virgilio e lo esorta a chiedere altro al dannato, prima che venga straziato.

ALTRI BARATTIERI: FRATE GOMÌTA E MICHEL ZANCHE (64-93)

Virgilio si affretta a domandare al dannato se con lui ci siano degli italiani e lui risponde che si è separato da

poco da un barattiere, rammaricandosi di essere finito tra gli uncini dei Malebranche. Libicocco è impaziente e

colpisce il dannato con l'uncino, straziandogli un braccio; anche Draghignazzo lo ferisce alle gambe, ma

Barbariccia intima loro con un'occhiataccia di star fermi. I diavoli si acquietano e Virgilio domanda al dannato

chi sia il compagno di pena da cui si è separato. Il barattiere risponde che è frate Gomìta, governatore della

Gallura e maestro di inganni, che ebbe in suo potere i nemici del suo signore (Nino Visconti) e li liberò in cambio

di denaro, non tralasciando di compiere altre baratterie. Insieme a lui c'è anche Michel Zanche, già governatore

di Logudoro, che parla sempre della Sardegna con il frate. Il dannato direbbe di più, ma teme che uno dei

Malebranche (Farfarello) sia pronto a infliggergli tormenti.

L'INGANNO DI CIAMPÒLO (94-132)

Barbariccia si rivolge a Farfarello e lo invita bruscamente a farsi in là, quindi il dannato pieno di timore dice che

se Dante e Virgilio vogliono vedere dei toscani e dei lombardi tra i barattieri lui potrà richiarmarli con un

segnale convenuto, purché i demoni stiano un po' indietro. Cagnazzo scuote il capo e afferma che questo è un

inganno escogitato dal peccatore per cavarsi d'impaccio, ma il barattiere ribatte che sarebbe davvero troppo

malizioso a mettere in piedi una beffa per accrescere la pena dei suoi compagni. Alichino minaccia il navarrese

che, se tenterà di scappare, lo inseguirà volando e non correndo, quindi esorta gli altri diavoli a lasciarlo libero e

a nascondersi dietro l'argine che strapiomba nella VI Bolgia, in modo che i dannati nella pece non possano

vederli. Tutti i demoni obbediscono ad Alichino e lasciano il navarrese, che ne approfitta per saltare via e

immergersi sotto la pece. I Malebranche si pentono dell'errore e Alichino si getta all'inseguimento volando sulla

superficie della pece, non riuscendo però ad afferrare il dannato come il falcone non riesce a ghermire l'anatra

che si immerge sott'acqua.

LA ZUFFA DEI DEMONI (133-151)

Calcabrina, infuriato contro Alichino, vola verso di lui per azzuffarsi col compagno e non appena il dannato è

sparito sotto la pece rivolge gli artigli contro il demone, che però è lesto a difendersi e ad artigliarlo a sua volta. I

due finiscono dentro la pece bollente, dove il calore li induce subito a separarsi, ma la pece imbratta loro le ali e

impedisce di levarsi in volo. Barbariccia, infuriato, manda quattro dei suoi in volo sull'altro argine e li dispone in

punti precisi con gli uncini, per permettere a Alichino e Calcabrina di levarsi dalla pece che li invischia. Dante e

Virgilio ne approfittano per scappare.

Il Canto è il seguito ideale della «commedia degli inganni» iniziata in quello precedente, che si arricchisce in

questo secondo episodio di un nuovo protagonista (è Ciampòlo di Navarra, il barattiere che finisce tristemente

tra le grinfie dei Malebranche e riesce a sfuggire loro con un inganno).

In effetti proprio l'imbroglio è il tema dominante nella descrizione della V Bolgia, il che non stupisce se si

pensa che i barattieri erano in fondo dei truffatori che approfittarono del loro ruolo pubblico per arraffare

quattrini. Nell'episodio precedente era stato Malacoda a ingannare Virgilio, mentre qui sarà

l'astuto Ciampòlo a farsi beffe dei Malebranche per scampare alle loro angherie; a loro volta Dante e Virgilio

approfitteranno dell'accaduto per allontanarsi, riuscendo poi (all'inizio del Canto XXIII) a gettarsi nella Bolgia

seguente dove i diavoli per decreto divino non possono inoltrarsi.

I versi iniziali sono un commento allo sconcio segnale con cui Barbariccia ha dato inizio alla marcia, che

viene definito diversa cennamella (era uno strumento a canna, usato per i segnali militari) ed è ironicamente

paragonato alle ben diverse segnalazioni che si usano in campo bellico. L'esordio è anche una parentesi

stilisticamente elevata, che apre un Canto dominato invece da un linguaggio crudo, dai suoni aspri e

dall'atmosfera violentemente comico-realistica.

Il dato più interessante è offerto dalle metafore animalesche, che ricorrono assai di frequente nei versi

successivi: i barattieri che si celano sotto la pece sono paragonati prima a delfini, poi a rane che sporgono il

muso dall'acqua; Ciampòlo, afferrato da un diavolo, viene tirato in secca come una lontra; Rubicante è esortato a

scuoiarlo con gli «unghioni», come una belva affamata; Ciriatto è descritto come un cinghiale (porco) cui esce di

bocca una zanna per lato; Ciampòlo è paragonato a un topo venuto a trovarsi tra male gatte; Barbariccia si

rivolge a Fafarello chiamandolo malvagio uccello; Alichino che non riesce ad afferrare il dannato è paragonato a

un falcone che non riesce a ghermire un'anatra sul pelo dell'acqua e poi a uno sparvier grifagno (pronto per la

caccia) quando si azzuffa con Calcabrina; i due, invischiati nella pece, sono detti impaniati, vocabolo venatorio.

I termini animaleschi non sono rari nella rappresentazione dell'Inferno, ma qui conferiscono un tono grottesco

e degradato a tutto lo spettacolo, sottolineando da un lato la misera condizione dei dannati alla mercé

dello strazio dei demoni, dall'altro la tetra bestialità dei Malebranche che si credono astuti ma saranno

incredibilmente beffati dal barattiere. E in effetti tutta la scena è paragonabile a una farsa, in cui prevalgono i

toni burleschi e un feroce sarcasmo che colpisce i vari protagonisti (Dante stesso parla di ludo, ovvero

rappresentazione teatrale): Ciriatto azzanna il dannato facendogli sentire come una sola zanna sdruscia,

squarciandone le carni; Barbariccia è definito pomposamente decurio e gran proposto, facendo ironia sul fatto

che il diavolo è lo scalcinato caporione di una malandata squadraccia; Ciampòlo dice che

Farfarello è pronto a grattargli la tigna, espressione volgare che significa «picchiare»; i due diavoli che finiscono

nella pece sono subito separati dal caldo, mentre poi si dirà che sono cotti dentro da la crosta, proprio come i

dannati che Virgilio aveva definito nel Canto precedente lessi dolenti.

Metafore culinarie si intrecciano con termini rari o popolari, dai suoni aspri e gutturali, come accapriccia,

arruncigliò, sdruscia, in cesso, rintoppo, buffa. Qui la zuffa tra i demoni è l'occasione propizia di cui i due poeti

approfittano per allontanarsi, il che dimostra una volta di più la goffa stupidità dei Malebranche che (similmente

ad altre figure diaboliche dell'Inferno Dantesco) non hanno nulla di veramente spaventoso, ma sono ridotti a una

dimensione burlesca e parodica tipica della letteratura medievale e lontanissima dalla rappresentazione

fascinosa e sinistra che del demonio offrirà in seguito tanta letteratura moderna, sino ai giorni nostri.

XXIII CANTO

Dante e Virgilio scampano ai Malebranche. Visione della VI Bolgia dell'VIII Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti

gli ipocriti. Incontro con Catalano dei Malavolti e Loderingo degli Andalò. Visione di Caifas. Catalano svela

l'inganno di Malacoda e indica come accedere alla Bolgia seguente. È la mattina di sabato 9 aprile (o 26 marzo)

del 1300, verso le nove.

IPOCRITI: Sono i dannati della VI Bolgia dell'VIII Cerchio dell'Inferno, considerati fraudolenti in quanto

mostrarono di comportarsi in modo diverso dalle loro reali intenzioni, specie in ambito politico. Compaiono nel

Canto XXIII, costretti a indossare dei pesanti mantelli con cappuccio basso simili alle cappe dei monaci

cluniacensi, dorati all'esterno e di piombo all'interno, che provocano loro dolore e li costringono a camminare

lentissimi; Dante segue probabilmente la pseudo-etimologia di «ipocriti» da ypo (sotto) e crisis (oro), per cui sono

coloro che nascondono altro sotto un'apparenza dorata e sfavillante.

Fra di essi colloca due frati godenti, Catalano dei Malavolti e Loderingo degli Andalò, entrambi bolognesi e

chiamati da Firenze a ricoprire la carica di podestà dopo la vittoria di Benevento del 1266, per mettere pace tra

Guelfi e Ghibellini. Mentre parla con loro, Dante nota che un dannato è crocifisso al suolo e al vederlo si contorce

tutto, sbuffando e sospirando: Catalano spiega che è Caifas, il sommo sacerdote che consigliò ai Farisei di far

crocifiggere Gesù per giovare al popolo dei Giudei; insieme a lui sono condannati allo stesso modo il suocero

Anna e tutti i membri del concilio, la cui pena consiste nell'essere calpestati a terra da tutti gli altri dannati che

percorrono il fondo della Bolgia. Virgilio osserva Caifas con grande meraviglia, cosa di cui si ignora il significato. Il

poeta latino chiede poi a Catalano di indicargli una via d'uscita dalla Bolgia e il dannato gli spiega che tutti i ponti

che la sovrastavano sono in realtà crollati. Quando Virgilio ingenuamente osserva che Malacoda lo ha beffato, il

frate osserva con malignità che il diavolo è notoriamente bugiardo e padre di menzogna, causando un poco d'ira

in Virgilio.

Si passa immediatamente come una sorta di capovolgimento di situazione da una scena di movimento quasi

isterico, quella della zona dei barattieri ad una situazione invece di movimento lettissimo che sembra un fermo

immagine.

I fraudolenti che qui vengono puniti sono gli IPOCRITI: l'ipocrisia é una colpa non facile, l’ipocrita é colui che

manifesta di pensare esattamente il contrario di quanto crede, colui che pensa di sedurre l'altro, di ingannarlo

attraverso una forma di seduzione intellettuale pur avendo rispetto a questa persona un atteggiamento

assolutamente negativo. É come, ma in forma molto più grave, se si facessero

complimenti e lusinghe ad una persona manifestando un'attenzione nei suoi riguardi ma le nostre parole fossero

completamente false, in quanto noi di questa persona pensiamo esattamente il contrario. La lusinga degli ipocriti

é una colpa meditativa, ciò non si può istintivamente essere ipocriti, lo si può essere con piene e forte

consapevolezza e coscienza.

Siamo di fronte alla colpa di ipocrisia, ossia la colpa che ha un duplice volto, come fosse una medaglia;

l’esteriorità aureata mentre l'intenzione intima, la disposizione del cuore é decisamente negativa. Sulla

definizione di ipocrisia Dante si affida ad una falsa etimologia nel convivio, di questa parola, é convinto che il

termine ipocrisia venga dal greco IPOS (qualcosa che si nascondo) CRISIS (oro), la vera etimologia della parola

non é questa ma Dante crede così attraverso l'etica Nicomachea.

Qui gli ipocriti si muovo in una processione talmente lenta da sembrare quasi immobile, e questo perché i dannati

sono ricoperti da una tunica con un cappuccino, esternamente d'oro, quindi luminosa e brillante e dentro é di

piombo, pesante e nera come é il piombo. Questa pesantezza é data dalla malignità. Questo é l'inganno degli

ipocriti. Questi incappucciati sono principalmente dei frati, infatti Dante per

questo li veste con un cappuccio come nella realtà era negli ordini monastici.

Durante in questo lungo cammino per poter parlare con loro Virgilio e Dante devono quasi fermarsi per poter

conversare. Fra questi frati che per abbellire la propria esistenza godereccia hanno osato verso gli altri questa

maligna arte della ipocrisia sono Frate Catalano e Oderico degli Andalò.

I frati bolognesi sono due personaggi della cronaca del tempo immediatamente precedente a Dante : uno

partigiano dei guelfi bianchi e uno dei ghibellini. Questi appartenevano all'ordine di Santa Maria, e erano stati

incaricati di ristabilire l'ordine polito nella lotta fra le frazioni e nel caso di Firenze erano chiamati per sedare i

contrasti tra guelfi e ghibellini ma per ragioni di lucro personale, vantaggio e calcolo piuttosto che comportarsi

secondo un principio di mediazione dei conflitti favorirono i guelfi e misero delle condanne pesanti contro i

ghibellini ( persecuzioni violente combinate con la famiglia degli Uberti ). Il loro ruolo fu interpretato e praticato

in maniera esattamente opposta ma non per ragioni ideologiche e politiche ma per ragioni personali. Tradirono la

regola fondamentale dell'ordine religioso.

Ad un certo punto durante questa processione a rallentatore Dante calpesta qualcosa che ha natura umana, ed é

un dannato che inchiodato al suolo su una croce composta da tre pali di legno fra loro inchiodati, come se fosse

una sorta di asterisco, sul quale camminano e hanno già camminato gli altri dannati, ipocriti con tutta la loro

pesantezza. Questo dannato é Caifas, era il capo del sinedrio.

Secondo il racconto evangelico quando fu presa la decisione di immolare cristo sulla croce, il principale

responsabile della condanna di cristo alla crocifissione è stato proprio lui e, anima dannata, può si avere una

pena simile, ossia inchiodato alla croce (ma non può essere identica a quella del cristo e quindi innalzata da terra

MA SCHIACCIATA DA TERRA E TUTTI DEVONO CALPESTARLO PER ESPRIMERE DISPREZZO per questa

ipocrisia insanabile).

Caifas secondo la lettera evangelica, non ha fatto esattamente il nome di cristo ma ha detto semplicemente che

uno dei due prigione doveva essere sacrificato, quindi non facendo esplicitamente il nome e quindi IPOCRITA.

Caifas dice che non é' la sola croce che si trova a terra e che se ne incontreranno altre, come quella di Anna

(nome maschile, anche egli componente di quel sinedrio) e quindi comprendiamo che questo percorso ad anello

di questa bolgia degli ipocriti é punteggiato da queste croci a tre braccia poste a terra che sono composte da tutti

i componenti del sinedrio fronteggiato da Caifas.

Per seguire l'accelerazione del racconto si é portati a dare la rappresentazione di questa scena spettrale con

questa lentezza che emula la lentezza del racconto.

Dopo questo colloquio c'è anche un dialogo tra Virgilio e Catalano, questo dannato a cui si sono affiancati, ed un

forte turbamento di Virgilio medesimo.

Ma l'esordio del canto che deve costituire una sutura con il racconto pregresso, sta nel fatto che Dante vuole

cercare un modo per rallentare la frenesia del racconto, ossia ripensare a quella rissa dei demoni e creare una

similitudine con la favola di Esopo, la favola della rana e del topo:

Questa favola morale Esopiana racconta che un topo che aveva necessità di attraversare un fiume chiede aiuto

ad un ranocchio, che si rese disponibile ad aiutarlo ma in realtà egli voleva affogarlo.

Egli gli dice che per attraversare il fiume il topo doveva legare una gambetta a quella del ranocchio e infatti a

metà del fiume il ranocchio affonda ma un falco vede la scena e vedendo la scena trascina a se non solo il topo

ma anche la rana. Quindi colei che aveva voluto ingannare con frode, viene sacrificata ed é vittima del suo

stesso inganno, questa similitudine crea un effetto di rallentamento di tutta quella agitazione espressionista che

c'è nei canti 21/22 e questo rallentamento lo ottiene ricorrendo ad una fonte classica, uscendo dalla cronaca e

ritornando alla tradizione letteraria classica e dunque costruendo questo incastro di racconto nel

racconto crea una sosta di bolla d'aria, sospensione del racconto pregresso. Tempo necessario per condurre

al lettore nella nuova visione spettrale di questi ipocriti (esempio del peggiore inganno storicamente perpetrato

perché perpetrato contro non solo gli altri uomini ma contro il DIVINO).

Si insiste sulla componente morale della condanna tanto che l'esito che si riesce ad ottenere é un esito di

continuo coinvolgimento del lettore. Quindi c'è un intenzione da parte di Dante di includere il lettore (lettore

dentro il racconto, né partecipi) attraverso risorse di natura retorica e rappresentativa che non sono solo scelte di

stile, di forma e di linguaggio ma imposte dalla natura morale delle colpe che é sempre presente nella mente di

Dante.

La colpa dell'ipocrisia è una colpa di falsità rispetto alla verità è soprattutto falsità rispetto alla verità cristiana.

Lo stile si compone di una scelta di rime estremamente aspre, forza rappresentazione icastica, modello di

rappresentazione che somiglia al teatro medievale. Questo racconto con un aggettivazione interessante che

Pasquini Quaglio definisce come una snervata avversione agli ipocriti, questa riduzione di tono che noi vediamo

rappresentata attraverso questa immobilità, lentezza, sono elementi voluti da Dante perché voglio intonarsi a

questo tono CREPUSCOLARE dell'intera rappresentazione.

Se nei due canti precedenti noi abbiamo avuto una sorta di accensione e di incendio qui abbiamo una sorta di

crepuscolo, qualcosa che declina, poi avremo, successivamente, immediatamente dopo, questa

rappresentazione dei ladri, che è una rappresentazione sconvolgente di una metamorfosi di anime in serpenti, di

serpenti in figure umane. In questa zona della male BOLGIE vi sono situazioni

parallele e distinte: 21/22 con i barattieri ci rappresenta questo fiume bollente di pece dove sono immerse le

anime dei dannati e attorno i litigi, le corse, le pernacchie, i peti. Poi questa zona,

con il canto 23 di fermo immagine con gli ipocriti, poi si ripassa in una zona di movimento, non dello spazio

ma delle singole figure che subiscono questo processo metamorfico dall'umano al bestiale, e quando un uomo

perde le proprie connotazione fisiche noi siamo a raschiare sul fondo morale dell'umanità, quando l'uomo è simile

ad un bestia non c'è barlume (peggiore condanna), persa la dimensione dell'anima, rimanendo solo la carnalità e

il corpo l'individuo altro non è se non animale ed è soggetto alle leggi istintive dell'animalità.

Nella gerarchia degli animali, coloro che stanno nei gradini più bassi vedremo queste anime dei ladri che ci

vengono rappresentate nel 24/25, con un movimento continuo ma diverso rispetto a quello dei diavoli nella

bolgia dei fraudolenti, ma un movimento metamorfico della singola persona, come se questa metamorfosi non

fosse mai in grado di fermarsi.

FUGA DI DANTE E VIRGILIO NELLA VI BOLGIA (1-57)

Dante e Virgilio procedono soli lungo l'argine della V Bolgia, silenziosi come frati minori, mentre Dante pensa

alla favola della rana e del topo e trova analogie con la zuffa dei Malebranche cui ha appena assistito. Il poeta

pensa a questo punto ai demoni, che la beffa subita potrebbe aver reso furiosi, per cui teme che possano

inseguirli per vendicarsi. Dante si sente arricciare i peli dalla paura e manifesta a Virgilio il timore che i diavoli

siano già alle loro calcagna, e il maestro risponde che il suo pensiero è lo stesso e che ha letto bene questa

paura nella mente del discepolo. Virgilio aggiunge che potranno calarsi nella VI Bolgia se il pendio che vi

conduce non è troppo ripido, in modo da sfuggire alla caccia dei diavoli.

Virgilio non ha neppure terminato la frase, quando Dante vede i Malebranche volare verso di loro per afferrarli.

Il maestro, con la stessa sollecitudine con cui una madre afferra il figlioletto e lo porta fuori dalla casa in fiamme,

in piena notte, pur vestendo solo una camicia, afferra prontamente Dante e insieme a lui si cala lungo il pendio

che porta alla VI Bolgia, stando supino e reggendo il discepolo sul petto con l'amore di un padre. I due giungono

rapidissimi sul fondo della Bolgia, proprio nell'attimo in cui i Malebranche giungono in cima all'argine: i demoni

non possono proseguire oltre, per un decreto divino che vieta loro di uscire dalla Bolgia che gli è stata

assegnata.

GLI IPOCRITI (58-72)

Sul fondo della Bolgia trovano dei dannati che procedono con estrema lentezza e piangendo, con aspetto

incredibilmente stanco (sono gli ipocriti). Indossano delle pesanti cappe con bassi cappucci, della stessa foggia

dei monaci cluniacensi, dorate all'esterno e fatte di piombo all'interno, tanto pesanti che quelle di Federico II

sembrano paglia al confronto. I due poeti si volgono a sinistra e procedono insieme ai dannati, ma quelli sono

tanto lenti che Dante e Virgilio li superano ad ogni passo.

CATALANO E LODERINGO (73-108)

Dante invita Virgilio a osservare i dannati per trovarne qualcuno di cui lui possa riconoscere il volto o il nome, e

uno di loro (che ha sentito l'accento del poeta) si rivolge a lui esortandolo a fermare il passo, perché forse sarà lui

a soddisfare la sua richiesta. Virgilio si rivolge a Dante e lo invita a rallentare, in modo da adeguare il suo passo

a quello dei dannati. Dante obbedisce e vede due peccatori che mostrano col volto una gran voglia di affrettarsi a

raggiungerlo, ma sono ritardati dalle pesanti cappe e dalla via stretta. Quando raggiungono i due poeti, i dannati

scrutano a lungo Dante e osservano che sembra vivo, mentre se lui e Virgilio sono morti si chiedono per quale

privilegio sono privi delle cappe. Quindi si rivolgono a Dante e gli chiedono chi sia: il poeta risponde di essere

nato e cresciuto a Firenze e di essere effettivamente ancor vivo, poi chiede loro chi sono e qual è la pena che

sono costretti a subire. Uno di loro risponde che le cappe all'interno sono di piombo, talmente pesanti da

provocare in loro dolore e lacrime. Dichiara poi di essere stato come il compagno un frate godente, e dice che i

loro nomi sono rispettivamente Catalano e Loderingo, chiamati da Firenze a governare la città come singoli

magistrati. Si comportarono in modo tale, aggiunge, che la loro opera è ancora visibile presso il Gardingo (punto

dove sorgevano le case fatte abbattere dai due).

CAIFAS E IL SUOCERO ANNA (109-126)

Dante sta per rivolgere ancora la parola ai due dannati, quando vede improvvisamente uno spirito crocifisso a

terra e legato a tre pali. Quando il dannato lo vede, inizia a storcersi tutto e a soffiare tra i peli della barba, mentre

frate Catalano spiega che si tratta di Caifas, il sommo sacerdote che consigliò ai Farisei il martirio di Cristo col

pretesto di giovare al popolo. Catalano spiega inoltre che Caifas è inchiodato a terra, di traverso alla via della

Bolgia, per cui è inevitabile che gli altri dannati passando lo calpestino. Alla stessa pena è condannato anche

suo suocero Anna, insieme agli altri membri del Sinedrio che condannarono Gesù. Dante nota che Virgilio è

molto meravigliato di vedere Caifas, e lo osserva particolarmente stupito.

CATALANO SVELA L'INGANNO DI MALACODA (127-148)

Virgilio chiede a Catalano di indicare loro se possano trovare una via per uscire dalla Bolgia senza che

qualcuno dei Malebranche debba venire a tirarli fuori. Il dannato risponde spiegando che c'è un ordine di ponti

rocciosi che sovrasta tutte le Bolge, ma è interrotto al di sopra della VI: i due potranno trovare un mucchio di

rocce crollate sul fondo del fossato, che formano un pendio meno ripido e potranno essere scalate. Virgilio

riflette un attimo pensieroso, poi osserva che Malacoda gli aveva dunque raccontato una bugia. Catalano ribatte

di aver udito a Bologna che il diavolo ha molti vizi, tra cui spicca proprio la menzogna. Virgilio a questo punto si

allontana a gran passi e con aria adirata, seguito da Dante che si affretta a tener dietro al suo cammino.

Il Canto costituisce una sorta di pausa narrativa dopo il concitato episodio dei Malebranche e prima dei Canti

XXIV-XXV dedicati alle mostruose metamorfosi della Bolgia dei ladri, in cui lo stile tornerà ad essere

retoricamente elevato. È possibile suddividerlo in tre parti, che mostrano rispettivamente la

fuga dei due poeti dai Malebranche, la pena degli ipocriti nella VI Bolgia, lo svelamento dell'inganno di

Malacoda.

L'apertura è assai lenta in confronto alla movimentata conclusione del Canto precedente, con i due poeti che

procedono soli e in silenzio sull'argine, simili a due frati minori (l'ambiente monastico sarà molto presente

nell'episodio, specie riguardo agli ipocriti). È Dante a temere improvvisamente il ritorno dei diavoli in cerca di

vendetta, pensiero che anche Virgilio ha avuto e ha al contempo letto nella mente di Dante: il maestro osserva

che il discepolo è per lui un libro aperto, tanto che se fosse uno specchio non rifletterebbe meglio la sua

immagine esteriore (al contrario dunque degli ipocriti, che invece furono abili a dissimulare i loro pensieri sotto

mentite spoglie).

L'arrivo dei Malebranche non si fa attendere e Virgilio non esita ad afferrare Dante e a calarsi con lui nella VI

Bolgia, proteggendolo come un padre e come una madre amorevole, come altre volte ha già fatto e farà nel

corso della discesa infernale.

Nella Bolgia i due trovano gli ipocriti, costretti a camminare lentissimi sotto il peso di pesanti cappe di

piombo, dorate all'esterno e simili nella foggia alle tonache dei monaci cluniacensi.

Chiaro è il contrappasso, dal momento che una pseudo-etimologia della parola «ipocrita» attestata nel Due-

Trecento la faceva derivare da ypo e crisis, cioè «colui che sotto un'apparenza dorata cela tutt'altro». Le cappe

alludono ovviamente anche ai monaci, tra cui l'accusa di ipocrisia a fini politici era molto diffusa, e non è quindi

casuale che tra i dannati Dante includa due frati godenti, Catalano e Loderingo che furono chiamati da Bologna

a Firenze per mettere pace tra Guelfi e Ghibellini dopo il 1266, ma finirono per diventare strumento della politica

del papa e decretarono esili e confische a danno dei Ghibellini sconfitti.

Particolare è la descrizione di questi dannati, che camminano in effetti insieme come tanti monaci in un

convento, parlano tra loro a bassa voce e guardano bieco, in modo obliquo da sotto il cappuccio di piombo

proprio come in vita non guardarono negli occhi le vittime della loro ipocrisia.

C'è un altro gruppo di dannati della Bolgia, crocifissi e inchiodati a terra dove tutti gli altri li calpestano

camminando: sono Caifas, il suocero Anna e gli altri sacerdoti del Sinedrio che condannarono a morte

Gesù, colpevoli di ipocrisia in quanto consigliarono il martirio col pretesto di giovare al popolo ebraico mentre ciò

fu causa di enorme dolore e sciagure, a cominciare dalla diaspora. Anche qui è trasparente il contrappasso,

visto che sono crocifissi al suolo e destinati ad essere calpestati dagli altri, mentre molto meno chiaro il

motivo dello stupore di Virgilio nel vedere Caifas, peraltro il solo ad essere mostrato: alcuni hanno osservato che

il dannato non era ovviamente presente durante la prima discesa infernale del poeta latino, avvenuta prima della

morte di Cristo, ma questo vale per molti altri dannati e non spiega la reazione della guida di Dante, dietro cui si

cela forse un recondito significato allegorico.

L'ultima parte del Canto si ricollega all'episodio dei Malebranche, con Catalano che (non senza una certa

maligna ironia) prima spiega a Virgilio che tutti i ponti che sovrastano la Bolgia sono crollati, poi osserva che il

diavolo è ricettacolo di ogni vizio ed è padre di menzogna, come lui ha sentito dire nella sua città, Bologna.

Ironica è l'indicazione della «dotta» Bologna come sede dell'Università e di famose scuole teologiche, a voler

sottolineare l'ingenuità di Virgilio che si è fatto beffare dai demoni; la reazione del maestro è irosa e stizzita,

mostrandocelo in una veste del tutto inedita che conclude degnamente l'episodio comico-realistico dei due canti

precedenti. Va osservato infine che il crollo dei ponti il giorno della morte di Cristo proprio sulla Bolgia degli

ipocriti non può essere casuale, dal momento che la fossa avrebbe poi ospitato i sacerdoti che quella morte

avevano in qualche modo decretato, il che può essere considerata parte del loro contrappasso.

XXIV CANTO

Dante e Virgilio si arrampicano lungo l'argine della VI Bolgia e giungono nella VII Bolgia dell'VIII Cerchio

(Malebolge),in cui sono puniti i ladri. Incontro con Vanni Fucci, che profetizza a Dante le vicende del

suo esilio.

È la mattina di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, tra le dieci e le undici.

• Bolgia dei ladri: Sono i dannati della VII Bolgia dell'VIII Cerchio, la cui pena è mostrata da Dante nei Canti

XXIV-XXV dell'Inferno (essi corrono nudi in mezzo a serpenti di ogni tipo che legano loro le mani dietro la

schiena, per poi subire delle mostruose trasformazioni). Dante colloca in questa Bolgia il pistoiese Vanni

Fucci, nonché alcuni fiorentini: Cianfa Donati, appartenente alla famiglia dei Guelfi Neri che ebbe fama di

ladro di bestiame e di botteghe; Agnello Brunelleschi, del quale non si hanno notizie se non l'appartenenza

alla nobile famiglia; Buoso Donati (o forse degli Abati), di cui non si sa molto; Francesco dei Cavalcanti detto il

Guercio, assassinato dagli abitanti di Gaville, piccolo borgo del contado fiorentino e di cui non si hanno altri

dati; Puccio Sciancato, della famiglia dei Galigai, nobili di parte ghibellina, che fu bandito da Firenze nel 1268.

Nell'episodio tutti subiscono orribili trasformazioni in serpenti, a eccezione di Puccio che conserva la sua

forma umana, e di Cianfa di cui è solo citato il nome.

• Composto da canto 24 e 25 (canti gemelli). L'azione del ventiquattresimo si prolunga del venticinquesimo.

• C'è una sorta di galleria delle metamorfosi, una sorta di quadri delle metamorfosi.

Dante dedica a questo argomento largo spazio, perché si tratta di qualcosa che lo colpisce in maniera profonda e

questo qualcosa ha una natura morale talmente tetra, talmente insanabile che é appunto necessario diffondersi

nella rappresentazione per mostrarne l'infima gradazione di moralità.

C'è anche forse dal punto di vista poetica un gareggiamento con i poeti classici, con i poeti a cui lui fa riferimento,

qui il gareggiamento é con Ovidio e con le sue metamorfosi. Gareggiamento da una parte alla pari da una parte

superandolo. Siamo anche qui in una DIMENSIONE DI CRONACA, i personaggi appartengono al tempo di

Dante, questo mal costume della ruberia, del ladroneggio é la degenerazione dei suoi tempi che hanno creduto

e innalzato nuove divinità, un nuovo vitello d'oro all'insegna del denaro.

Sono dei ladri violenti, che insieme al furto compiono azioni omicide, rapinose, di devastazione. Vengono puniti

con la metamorfosi bestiale -> PENA DEL CONTRAPPASSO.

Perché come loro in vita hanno privato le altre persone delle loro proprietà così loro vengono privati della più

importante proprietà umana, ossia l'identità corporea. É devastante essere privati dell'identità corporea.

Questa azione criminosa oltre ad essere un atto violente in se, ha una radice di violenza talmente smisurata

perché cambia l'identità corporea. Non c'è niente che valga, nessun denaro, pietra preziosa, nessun potere,

quanto l'identità corporea, cioè quello scrigno che continente la nostra essenza.

Ecco dunque che la pena del contrappasso é quello che punisce nel modo più ravvicinato possibile questo

essersi dati al furto, al ladroneggio, alle scorrerie, agli omicidi.

Vedremo come Dante nel rappresentare queste trasformazioni si avvalga di una terminologia scientifica

dell'epoca. Con questa terminologia descrive ogni elemento della trasformazione -> serpe

simile ad una salamandra, dotata di piccoli e corti arti.

Il muso del serpente allungato si ritrae per dare forma ad un volto più piatto, il volto, umano, vada a formare le

parti accessorie del volto: occhi, naso, bocca, orecchie. Gambe e lingua che si uniscono e si biforcano di

continuo.

LADRI DELLA CRONACA FIORENTINA E TOSCANA DEI TEMPI DI DANTE: nel 24 c'è una figura che si

scaglia prepotentemente, molto rilevata nell'opera Dantesca, difficile da dimenticare, ed é la figura di questo

ladro di Pistoia: VANNI FUCCI.

Un bastardo, un figlio illegittimo, lui stesso si definisce mulo, un personaggio di una tale violenza che è ancora

presente qui nella realtà infernale sia di fronte a Dante in quanto fa una sorta di profezia ossia del dolore della

sconfitta della sua città (Firenze), sia anche nei confronti di dio, compie contro di un gesto osceno con le mani

rifiutando la divinità e quindi con una ostentazione di disprezzo del divino.

Viene rappresentato attraverso la trasformazione della fenice, ossia che brucia diventando cenere e dopo 500

anni rinasce diventando più bella e divina, quindi il demonio, il dannato, VANNI FUCCI, cade a terra come cenere

e questa cenere si raggruma ritornando alla forma umana legata da un serpente ( mani dietro la schiena ) e poi si

protende in avanti facendo un nodo con la testa e la coda.

Questi enormi serpenti che vengono descritti, si avvinghiano, si attorcigliano attorno al corpo dei dannati

rendendo poi, come nel caso di VANNI FUCCI ogni qualsiasi movimento.

VANNI FUCCI: Figlio naturale di Fuccio de' Lazzari, pistoiese, fu uomo d'indole violenta e rissosa; guelfo Nero,

partecipò alle lotte interne della sua città compiendo razzie e saccheggi e nel 1292 fu al servizio di Firenze contro

Pisa, occasione nella quale forse Dante lo conobbe. Nel feb. 1295 il Comune lo condannò in contumacia come

ladrone e assassino, ma nell'agosto di quell'anno fu nuovamente a Firenze e compì scorrerie nelle case dei

Bianchi. Non ci sono notizie di lui dopo quella data, ma è probabile che morì alla fine del secolo.

Dante lo colloca tra i ladri della VII Bolgia dell'VIII Cerchio dell'Inferno (Canti XXIV-XXV), dove i dannati corrono

nudi tra i serpenti e hanno le mani legate dietro la schiena da altre serpi, subendo spesso delle orribili

trasformazioni. Dante vede Vanni alla fine del Canto XXIV, quando il peccatore è morso alla nuca da un serpente

e si trasforma in cenere, per poi riacquistare subito le sue sembianze umane. Virgilio gli chiede chi sia e Vanni si

presenta come pistoiese, spiegando poi a Dante di scontare il furto degli arredi sacri compiuto nel duomo di

Pistoia nel 1293 (del fatto non si sa molto, salvo che vi parteciparono anche il notaio Vanni della Monna e Vanni

Mironne; del furto fu ingiustamente accusato un certo Rampino di Ranuccio Foresi, che per poco non venne

impiccato). Il dannato conclude profetizzando a Dante le sventure dei guelfi Bianchi dopo il suo esilio, con la

sconfitta di Pistoia, ultima roccaforte dei Bianchi, ad opera di Moroello Malaspina e aggiunge di averlo detto per

far del male al poeta. All'inizio del Canto XXV il ladro fa un gesto osceno pronunciando parole blasfeme contro

Dio, per cui una serpe gli si avvolge attorno al collo e lo strozza, impedendogli di dire altro. Dante rivolge

un'amara apostrofe contro Pistoia, quindi il dannato si allontana.

Canti che hanno una possibilità di lettura attuale, ci si accorge nella lettura del 24 c'è una lenta preparazione

della presentazione del personaggio  CLIMAX ASCENDENTE: si comincia con una similitudine meteorologica

(quando d'inverno la brina copre i prati e quindi il contadino non può portare al pascolo gli animali e quando

successivamente torna il sole e anche la vita stessa torna alla normalità).

Poi -> Segmento narrativo del Passaggio alla successiva bolgia, fino ad arrivare ad una visione dell'alto dal fondo

della bolgia dei serpenti e dei dannati.

Dante aveva probabilmente conosciuto questo dannato, conosciuto nel 1292 quando FUCCI partecipò nella

guerra contro i pisani alla presa della Brocca Di Caprona tra le file dei fiorentini, l'anno successivo, non soltanto

FUCCI confessò la sua fama di predone ma organizzò un furto presso il duomo di Pistoia (Cappella di S.

Jacopo) dove erano conservati molti oggetti preziosi: tavole d'argento, reliquie etc.

Qualcun altro é stato appeso, impiccato al posto suo, Rampino Foresi, che prima di morire fece il nome di

VANNI FUCCI che era fuggito da Pistoia e si era riparato a Monte Catini dove continuò a seminare il terrore nei

territori vicini. Dante lo da come morto nel 1300', nell'anno in cui viene immaginato il

viaggio oltre mondano, pochi anni dopo averlo incontrato -> testimonianza della rappresentazione Dantesca.

Dante non vuole scambiare una sillaba con VANNI, ma vuole che sia Virgilio a parlare per lui.

VANNI, con questo uso del 'tu' egli rivolge comunque la riposta a Dante per offenderlo, farlo stare male

volutamente.

V. 33 -> verso proverbiale. Vuol dire da uno sperone all'altro.

V. 93 -> queste anime non potevano sperare di avere un rifugio, sperone di roccia dove nascondersi, ma non

potevano avere nemmeno nessuna medicina.

V. 114 -> quando Dante rappresenta volendo offrire una similitudine di quando accade a VANNI FUCCI, racconta

come esempio del cadere a terra improvviso di un epilettico.

V. 127 -> mucci, mucciare significa scappare. Nella lingua contemporanea -> Micci: smicciare, andare veloci,

scappare.

V. 138 -> ladro alla sacristia. Indica con perifrasi il furto al duomo di Pistoia. Lettura della colpa che non riguardi

solo il singolo colpevole ma che ringuaini l'intera comunità e che riversi in tutti una condizione di sfiducia, paura,

timore, una difesa anche per non accoglienza. Fatti che cambiando il vivere sociale.

SGOMENTO E CONFORTO DI DANTE (1-21)

Dante è stupito nel vedere Virgilio corrucciato per le parole di Catalano, come il contadino che alla fine

dell'inverno si alza al mattino e vede la terra coperta di brina, la scambia per neve ed è disperato, poi però si

accorge che la brina si è sciolta e, riconfortato, esce contento a pascolare le bestie. Allo stesso modo, infatti, il

maestro ha fatto preoccupare Dante che lo ha visto turbato, ma non appena i due giungono alla rovina del ponte

roccioso Virgilio si rivolge al discepolo con la stessa dolcezza dimostrata ai piedi del colle.

ASCESA SULL'ARGINE DELLA VII BOLGIA (22-60)

Virgilio osserva con attenzione la rovina, poi apre le braccia e sorregge Dante aiutandolo nella salita,

spingendolo cioè verso uno spuntone di roccia cui possa aggrapparsi e dandogli preziose indicazioni su come

proseguire. La via è impervia, tale che i due possono a malapena compiere la scalata, aiutati dal fatto che le

Malebolge sono un piano inclinato verso il pozzo centrale e quindi la sponda interna di ogni Bolgia è meno

ripida e più corta di quella esterna. Con enormi sforzi i due poeti raggiungono la sommità dell'argine e Dante è

senza respiro, al punto che si siede appena arrivato. Virgilio lo rimprovera dicendogli che non si raggiunge la

fama stando seduto o sotto le coperte, e senza fama la vita di un uomo è destinata a passare come fumo nell'aria

e schiuma nell'acqua. Lo esorta ad alzarsi e a vincere la sua stanchezza, dal momento che essi devono

compiere una ben più ardua salita (fino al cielo). Le parole del maestro hanno l'effetto di scuotere Dante, che si

alza e si dice pronto a proseguire il cammino.

LA BOLGIA DEI LADRI (61-96)

I due poeti prendono il ponte che sovrasta la VII Bolgia, assai più stretto e disagevole di quello percorso sopra la

V Bolgia. Dante parla per non apparire troppo stanco, ma a un tratto sente una voce proveniente dalla Bolgia,

che pronuncia parole incomprensibili. Dante è già arrivato al punto più alto del ponte e anche da lì non capisce

quello che sente, salvo che chi sta parlando sembra si stia muovendo. Guardando nel fondo della Bolgia non

vede nulla per l'oscurità, quindi prega Virgilio di raggiungere l'argine che separa la Bolgia dalla successiva e il

maestro volentieri acconsente. I due percorrono tutto il ponte sino all'argine tra la VII e l'VIII Bolgia e da qui

Dante può vedere che la fossa è piena di orribili serpenti, tutti diversi tra loro, e lo spettacolo è così spaventoso

da fargli ancora paura al ricordarlo. Il deserto di Libia non produce rettili più numerosi e orrendi di quelli, nè

l'Etiopia o l'Arabia. In questo ammasso di serpenti corrono dannati nudi e terrorizzati (i Ladri), con le mani legate

dietro la schiena da serpi che insinuano il capo e la coda attorno ai fianchi, annodandosi davanti al ventre.

APPARIZIONE DI VANNI FUCCI (97-126)

Un dannato è assalito da un serpente, che lo morde sulla nuca: lo sventurato arde e in un batter d'occhio si

trasforma in cenere, per poi cadere a terra, raccogliersi e tramutarsi di nuovo nella stessa figura di prima, in

modo assai simile a ciò che si narra della fenice che muore e rinasce ogni cinquecento anni. Il peccatore si rialza

e ha l'aria sgomenta, come colui che cade a terra vittima di un'ossessione diabolica o di una paralisi. Virgilio gli

chiede chi sia e il dannato risponde di essere finito lì dalla Toscana poco tempo prima. Il suo nome è Vanni Fucci

e Pistoia è la città in cui è nato, vivendo un'esistenza degna di una bestia.

PROFEZIA DELLA SCONFITTA DEI GUELFI BIANCHI (127-151)

Dante prega Virgilio di dire al dannato di non scappare e di chiedergli quale colpa lo abbia condotto all'Inferno,

dal momento che il poeta crede di averlo conosciuto in vita. Il peccatore sente le parole di Dante e non si

nasconde, rivolgendo a lui il viso con vergogna; poi dichiara di dolersi più del fatto di essere visto da lui in questa

misera condizione che non di aver perso la vita. Non potendo negare una risposta a Dante, afferma di scontare il

furto degli arredi sacri nel duomo di Pistoia, falsamente attribuito ad altri. Poi ingiunge al poeta di ascoltare il suo

annuncio, perché una volta tornato sulla Terra non goda di averlo visto tra i dannati: profetizza che prima Pistoia

caccerà i Guelfi Neri, poi Firenze farà lo stesso coi Bianchi e poco dopo una tempesta uscita dalla Lunigiana

(Moroello Malaspina) conquisterà Pistoia e con essa l'ultimo caposaldo dei Bianchi fiorentini. Vanni conclude la

profezia precisando che ha detto tutto ciò per fare del male a Dante.

Il Canto è dedicato alla presentazione della Bolgia dei Ladri, la cui descrizione occuperà anche il Canto

successivo e sarà caratterizzata da uno stile particolarmente ricercato, specie nel descrivere le metamorfosi

dei dannati. Protagonista dell'episodio è Vanni Fucci, che però

compare solo nella seconda parte del Canto e all'inizio del successivo, mentre buona parte del XXIV è occupato

dal percorso di avvicinamento alla VII Bolgia in un «crescendo» che culmina nelle parole irose del ladro

pistoiese.

Il Canto si apre coi due poeti ancora nella VI Bolgia, dopo che Virgilio ha appreso dell'inganno di Malacoda e

si duole di essere stato beffato.

La similitudine dell'esordio paragona lo sgomento di Dante di fronte al maestro a quello del contadino che

una mattina di fine inverno scambia la brina per neve, disperandosi per i propri animali e poi

rincuorandosi quando capisce il proprio errore; lo stesso accade a Dante quando vede Virgilio rasserenato,

che anzi lo aiuta e lo sprona a scalare la rovina di rocce per guadagnare la sommità dell'argine.

È un'ascesa ardua e sfiancante, specie per Dante che ha un corpo in carne ed ossa, ma il maestro lo esorta a

proseguire perché non si guadagna la fama restando sotto coltre (naturalmente è la fama positiva, che si

acquista con azioni onorevoli, al contrario di quella dei Ladri che si sono macchiati di colpe infamanti: non a caso

Vanni Fucci si lamenterà proprio di essere visto da Dante nella miseria della dannazione).

Virgilio accenna anche al seguito del viaggio Dantesco che dovrà salire più lunga scala, fino al Paradiso

Terrestre dove lo attende Beatrice, il che ovviamente riempie Dante di buoni propositi e indica che il percorso del

poeta è illuminato dalla grazia.

La seconda parte del Canto mostra la Bolgia dei Ladri, dalla quale provengono voci incomprensibili e in cui

Dante non vede nulla per l'oscurità. È come se il poeta volesse creare nel lettore l'attesa per lo spettacolo

orribile della fossa: un groviglio spaventoso di serpenti, quale neppure il deserto di Libia, Etiopia o Arabia

potrebbe eguagliare (l'accenno alla Libia preannuncia la gara poetica che Dante farà con Lucano nel Canto

seguente, poiché nel Bellum civile il poeta latino aveva descritto i serpenti del deserto africano attraversato dai

soldati di Catone, vittime anch'essi di orrende metamorfosi).

Vanni Fucci compare nei versi finali, ma ancora una volta senza una presentazione diretta, creando

maggiore attesa: il dannato subisce una trasformazione, quindi è Virgilio (su invito di Dante) a chiedere il suo

nome. La «prosopopea» del ladro è quale possiamo attenderci da un

personaggio simile, improntata all'ira e alle metafore animalesche: Vanni dice di essere piovuto da poco

dalla Toscana in questa gola fiera, di aver amato una vita bestial... e non umana, di essere stato una bestia e

un «mulo», cioè un bastardo (pare che «bestia» fosse il suo soprannome), di aver avuto Pistoia come tana. La

sua figura è in parte simile a quelle di Farinata e Capaneo in quanto anch'essi disdegnavano la giustizia divina,

ma il ladro si mostra ancor più furente e dominato dall'ira e, soprattutto, si duole di essere visto da Dante in

questa miserabile condizione.

Vanni non ha dunque nulla della grandezza tragica di quei personaggi e sfoga tutto il suo malanimo verso

Dante, specie per essere costretto a rispondere alla sua domanda e svelare quale peccato lo abbia condotto lì,

cioè il furto degli arredi sacri nel duomo di Pistoia che falsamente era stato attribuito ad altri (come sempre

il racconto Dantesco svela la verità della condizione ultraterrena, ristabilendo la verità e attribuendo le giuste

responsabilità ad ognuno).

La conclusione è in linea con il tono dell'episodio, in quanto Vanni predice a Dante le future sciagure dei Guelfi

Bianchi negli anni del suo esilio per procurargli dolore (per il fatto che Dante lo ha visto lì e perché Vanni era

Guelfo Nero, quindi avversario politico del poeta). Vanni predice in modo oscuro e minaccioso la presa di

Pistoia da parte di Moroello Malaspina nel 1306, paragonandolo a un fulmine avvolto da nubi oscure che verrà

dalla Lunigiana a combattere i Bianchi nel Pistoiese, fino a colpirli tutti e a rendere impossibile il rientro degli esuli

di parte Bianca a Firenze.

La profezia finale si ricollega in parte alla similitudine iniziale, che spiegava la disperazione di Dante per

l'incertezza sul prosieguo del viaggio (per l'atteggiamento di Virgilio) e poi il conforto, mentre qui sono le parole

di Vanni a gettare un'ombra di inquietudine sul futuro del poeta come già aveva fatto Farinata. Allora Virgilio

aveva confortato Dante preannunciadogli che Beatrice gli avrebbe spiegato ogni cosa, mentre qui durante

l'ascesa il maestro aveva ricordato a Dante che lui giungerà nell'Eden, dove sarà proprio la donna ad attenderlo;

l'accenno alla fama non è dunque casuale, essendo Dante destinato ad ottenerla grazie a ciò che scriverà nel

poema, come del resto in Paradiso gli verrà spiegato da Cacciaguida dopo avergli chiarito ogni dubbio sul suo

destino personale. XXV CANTO

Ancora nella VII Bolgia dell'VIII Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti i ladri. Incontro col centauro Caco. Dante

e Virgilio vedono cinque ladri di Firenze, ovvero Cianfa Donati, Agnello Brunelleschi, Buoso Donati, Puccio

Sciancato e Fracesco dei Cavalcanti; alcuni di loro subiscono orrende metaformosi.

È la mattina di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300, verso mezzogiorno.

Continua senza stacco rispetto alle parole di FUCCI, con la sfida verso il divino che verrà colpita e punita

attraverso i serpenti che lo immobilizzeranno.

Si percepisce il lamento del poeta verso la città di Pistoia, tanto che vuole che essa bruci per non aver tracce di

eredità di questa gente.

Si vede poi la presenza di un centauro, che ha la groppa tutta coperta di serpenti, in cima alla groppa un

drago sputa fuoco, IL CENTAURO CACO, che sfidò Ercole rubando le sue mandrie e da lui fu ucciso.

CACO: Personaggio della mitologia classica, figlio di Vulcano e descritto da vari poeti latini tra cui Virgilio (Aen.,

VIII, 184 ss.) che lo descrive come un gigante che erutta fiamme, dedito al furto di bestiame e assassino, che

vive in un orribile antro presso l'Aventino (è Evandro a raccontarne la storia a Enea). Secondo la tradizione, Caco

sottrasse con l'inganno ad Ercole la mandria da lui presa a Gerione, che stava portando con sé dalla Spagna, e

per questo l'eroe lo uccise nel suo antro (strangolandolo, secondo Virgilio e altri, a colpi di mazza secondo Ovidio

nei Fasti).

Dante lo colloca nella VII Bolgia dell'VIII Cerchio dell'Inferno in cui sono puniti i ladri, non precisando se sia un

demone col compito di infliggere tormenti ai dannati o un peccatore egli stesso. E’ descritto come un centauro,

con sulla groppa una gran massa di bisce e un drago con le ali aperte che vomita fiamme contro chiunque

incontri. Non è chiaro perché Dante faccia di lui un centauro, dal momento che il Caco mitologico non era

assolutamente associato a queste figure: è Virgilio a spiegare che non si trova coi suoi fratelli per via del furto

fraudolento che commise ai danni di Ercole, precisando tra l'altro che l'eroe lo uccise a colpi di clava (Dante

segue quindi la tradizione di Ovidio e non quella dell'autore dell'Eneide).

Vengono presentati altri ladri, Cianfa e Agnel (Forse Agnolo Brunelleschi): questi personaggi subiscono una

metamorfosi speculare, mentre uno si trasforma da uomo in serpente l'altro si trasforma da serpente in uomo,

in una sorta di gioco di corrispondenze rovesciate, in una figura rappresentativa che si chiama chiasmo.

Di fronte a questa duplice metamorfosi che Dante descrive con una precisione di particolari, con delle

inquadrature ravvicinate, si alza anche la condizione di Dante che questa tipologia di metamorfosi non è mai

stata rappresentata da nessuno, nemmeno da Ovidio in quanto nessuno ha mai rappresentato in

contemporanea due metamorfosi. C'è un certo orgoglio per la potenza fantastica

della propria immaginazione, poi riprende questa descrizione quasi cavillosa, meticolosa della metamorfosi

dell'uomo in serpente.

E poi il cadere a terra di questi dannati, quasi come dire sfiniti, sopraffati dal processo di trasformazione

dall'umano all'animalesco e viceversa.

I due dannati, quindi, sfigurati, se ne vanno lungo il fondo della valle in mezzo agli altri serpenti uno fischiando e

l'altro sputando come fa il serpente. Viene ricordato un piccolo castello che si trova nella valle dell'Arno ( siamo

dentro la cronaca Toscana ).

Abbiamo quindi in questo canto, oltre a questo grido di VANNI FUCCI contro il divino, questa sorta di bestemmia

contro il cielo, contro preghiera, abbiamo l'incontro con questo centauro, Caco, che viene costruito

sull'immagine che di lui aveva già dato Virgilio ma potenziato da elementi che appartengono alla raffigurazione

che i vestiari medievali davano della chimera (drago) e della medusa (figura di donna che al posto dei

capelli ha dei serpenti) . La forza

iconografica di questa rappresentazione é indubitabile e potente e in questo scenario, dopo la scomparsa del

centauro, questa diventa immobile e improvvisamente si alza un appello al lettore: coinvolgere il lettore cercando

di fargli comprendere come questa narrazione sia diversa e superiore, in quanto si potenzia la dimensione

horrorosa e allucinatoria: Si costruisce davanti agli occhi sbigottiti di Dante.

Queste metamorfosi vengono raccontate con una forte lentezza, attraverso una sorte di lente di ingrandimento.

C'è una sorta di TRASMIGRAZIONE delle forme fino alla costruzione di una identità che non è né più umana né

più ferina. Quasi non c'è verso che non abbia un verbo presente e imperfetto, in quanto la successione delle

azione é ininterrotta, come ininterrotta è la metamorfosi.

VITA - MORTE / MORTE - VITA -> perpetua situazione di agonia che determina paura, orrore, ma anche pietà

per questo sprofondarsi dell'esistenza umana in questa matta bestialità che viene condannata nelle male

BOLGIE.

DIMENSIONE CROMATICA: i colori hanno una funzione psicologia, non servono soltanto alla funzione

descrittiva ma servono per esprime le condizioni dello stato d'animo, questo sbigottimento, fissità, é come se

Dante fosse ipnotizzato da quello che stesse accadendo davanti ai suoi occhi, come se fosse rapito dal suo

stesso racconto in questa rappresentazione di perpetua agonia. Ciò vuole significare quanto incredibile e

ineffabile, impossibile da dire sia a volte l'esperienza, questo concetto ritornerà nelle cantiche successive

specialmente nel paradiso. Il racconto è di un racconto scarno, non vi sono ornamenti, né dolcezze linguistiche e

stilistiche.

É comprensibile la volontà di Dante di ricreare dal punto di vista etico di questa tipologia di rappresentazioni

metamorfiche. La forza rappresentativa sono tutti leggibili sia nell'originalità dei temi, sia nella capacità di fluire in

un linguaggio tecnico, sia nell'utilizzare le parole della scienza, ma anche quelle della dottrina morale.

CANTO 24: SITUTUAZIONE SERPENTI

BESTEMMIA DI VANNI FUCCI. IL CENTAURO CACO (1-33)

Terminata la sua profezia, Vanni Fucci solleva le mani in un gesto scurrile e pronuncia una bestemmia contro

Dio, per cui una serpe gli si avvolge intorno al collo e lo strozza, mentre un'altra gli lega le braccia in modo da

impedirgli qualunque movimento. Dante prorompe in una violenta invettiva contro Pistoia, patria del ladro, che

dovrebbe incenerirsi da sé visto che ha dato i natali al dannato più superbo che il poeta abbia visto all'Inferno,

persino più di Capaneo. Vanni si allontana e Dante vede avvicinarsi un Centauro pieno d'ira, che insegue il ladro

con l'intenzione di punirlo. Il mostro ha sulle spalle un'incredibile massa di serpenti e un drago che erutta fuoco

contro chiunque incontri. Virgilio spiega a Dante che si tratta di Caco, che spesso commise rapine e omicidi

presso l'Aventino e non è insieme ai suoi fratelli centauri per il furto che compì ai danni di Ercole, che lo uccise a

colpi di clava.

I TRE LADRI FIORENTINI. METAMORFOSI DI AGNELLO BRUNELLESCHI (34-78)

Mentre Virgilio parla e Caco si allontana, tre dannati vengono sotto i due poeti che non se ne accorgono se non

quando sentono uno dei tre chiedere loro a gran voce chi siano. I due tacciono e li osservano: Dante non li

riconosce, ma per caso uno dei tre si chiede dove sia rimasto Cianfa e il poeta capisce che sono fiorentini, per

cui prega Virgilio di restare in silenzio. Ciò che poi Dante descrive è tale da suscitare incredulità nel lettore, ma il

poeta è il primo ad avere dubbi nel riferire ciò che ha visto: un serpente a sei piedi si avventa su uno dei tre Ladri

e gli si aggrappa attorno, aderendo al ventre coi piedi di mezzo e alle braccia con quelli anteriori, mordendo poi

entrambe le guance; appoggia i piedi posteriori alle cosce, mettendo la coda in mezzo ad esse e distendendola

su per la schiena. Il mostro aderisce al dannato come l'edera abbarbicata a un albero, quindi i due esseri si

scaldano e si fondono in una sola creatura, proprio come il papiro cui si appicca il fuoco e che cambia colore a

poco a poco, passando gradualmente dal bianco al nero. Gli altri due dannati osservano e dicono al compagno,

Agnello Brunelleschi, che si sta tramutando mirabilmente.

La metamorfosi prosegue e ormai i due esseri sono fusi in una sola creatura, con le braccia umane e i piedi

posteriori del serpente che diventano due membra, mentre tutte le altri parti del corpo assumono un aspetto mai

visto. Il mostro è diventato qualcosa di ben diverso dai due esseri originari e se ne va con passo lento.

TRASFORMAZIONE DEL GUERCIO E DI BUOSO DONATI (79-135)

D'improvviso un serpentello acceso d'ira, simile al ramarro che sotto il sole estivo cambia siepe e attraversa la via

come un fulmine, nero come un granello di pepe, si avvicina al ventre degli altri due (il serpente è Buoso Donati,

gli altri sono il Guercio e Puccio Sciancato) e trafigge il primo all'ombelico, cadendo disteso davanti a lui. Il

dannato resta istupidito, come assalito dalla febbre, guardandosi a vicenda col serpente mentre esce del fumo

dalla piaga del dannato e dalla bocca del serpente, che si mescola. Lucano farebbe meglio a tacere, là dove

nella Pharsalia narra delle metamorfosi di Sabello e Nasidio, così come Ovidio là dove nelle Metamorfosi

descrive la trasformazione di Cadmo e Aretusa rispettivamente in serpente e in fonte, poiché non ha mai narrato

la contemporanea trasmutazione di due esseri l'uno di fronte all'altro come si appresta a fare Dante. Infatti il

serpente divide la coda in due, l'uomo unisce i piedi e congiunge le cosce in modo tale che diventano subito una

cosa sola; la coda del serpente divisa in due prende forma di gambe umane, ammorbidendo la pelle mentre

quella dell'uomo si indurisce. Le braccia dell'uomo si ritirano nelle ascelle, mentre i piedi del serpente si allungano

e quelli posteriori si uniscono a formare il membro virile, mentre quello dell'uomo si divide in due. Uno si copre di

peli, l'altro li perde; uno si alza e l'altro cade a terra, senza però che entrambi smettando di fissarsi con gli occhi

maligni. L'essere in piedi ritrae il muso verso le tempie e fa uscire ai lati le orecchie, formando poi naso e labbra;

quello a terra sporge in avanti il muso e ritrae le orecchie, come la lumaca fa con le corna, e divide in due la

lingua mentre quella dell'altro si unisce.

FINE DELLA METAMORFOSI E PRESENTAZIONE DEI LADRI (136-151)

Lo spirito trasformatosi in serpente striscia via sibilando, mentre l'altro divenuto uomo lo insegue sputando e poi

si volta verso il terzo ladro, dicendo di volere che il compagno di pena, Buoso Donati, strisci come ha fatto lui fino

a quel momento. Così Dante ha assistito alle mutazioni dei Ladri della VII Bolgia, che la sua penna ha descritto

in modo forse imperfetto per la novità del tema; e anche se i suoi occhi hanno osservato confusi quell'orribile

spettacolo, non ha potuto fare a meno di riconoscere Puccio Sciancato nel solo dannato che non ha subìto

metamorfosi, mentre il serpente divenuto uomo è Francesco dei Cavalcanti, detto il Guercio.

Il Canto chiude l'ampia parentesi dedicata ai Ladri della VII Bolgia dell'VIII Cerchio, in cui Dante descrive le

orribili trasformazioni subite da alcuni fiorentini e gareggia orgogliosamente con i maggiori poeti classici

che trattarono il tema, Lucano e Ovidio. L'episodio si può dividere in tre parti, che hanno come protagonisti

Vanni Fucci e Caco (vv. 1-33), Agnello Brunelleschi (34-78), Buoso e il Guercio che si mutano nello stesso

tempo (79-151).

L'apertura vede ancora il ladro di Pistoia che conclude la sua profezia di sventura facendo un gesto osceno

rivolto a Dio e pronunciando in modo empio il suo nome, per cui i serpenti gli bloccano subito bocca e

braccia. È la degna conclusione dell'episodio che ha per protagonista Vanni Fucci,

definito da Dante il dannato più superbo da lui visto all'Inferno (persino più di Capaneo, anche lui bestemmiatore

ma che non aveva pronunciato direttamente il nome di Dio come fa qui il ladro, cosa che all'Inferno non avviene

quasi mai).

Compare poi il personaggio di Caco che sembra inseguire Vanni per punirlo ulteriormente: è Virgilio a

presentarlo, descrivendolo come un Centauro e spiegando che il suo destino è diverso dai suoi fratelli in quanto

sconta il furto della mandria che Ercole aveva a sua volta sottratto a Gerione, furto che l'eroe aveva

punito uccidendolo.

Caco è molto probabilmente un dannato e porta sulle spalle una gran massa di bisce e un drago che emette

fiamme, mentre la sua trasformazione in Centauro crea non pochi problemi dal momento che il personaggio nel

mito classico (Eneide di Virgilio, Metamorfosi di Ovidio) è una specie di gigante che erutta fiamme e nulla ha a

che fare coi centauri.

La seconda e la terza parte del Canto vedono invece altri protagonisti, ovvero quattro Ladri fiorentini che

subiscono orribili metamorfosi serpentine: dapprima è Agnolo Brunelleschi che, assalito da un serpente a sei

piedi, si fonde con lui in un solo essere, poi il Guercio è assalito da un serpentello (Buoso Donati) e i due si

tramutano rispettivamente da uomo in serpente e da serpente in uomo.

C'è nel poeta moderno l'orgogliosa consapevolezza della propria superiorità stilistica, ma anche la coscienza

dell'assoluta novità della materia trattata, dal momento che questo è il poema sacro che descrive lo stato delle

anime dopo la morte e al quale hanno posto mano e cielo e terra, cioè l'ispirazione divina e Dante stesso con la

sua maestria poetica. L'autore premette alla descrizione le scuse al lettore se scriverà qualcosa di incredibile e

alla fine si scuserà ancora se la sua penna ha trattato in modo impreciso e poco chiaro qualcosa di

assolutamente mai visto, con un atteggiamento che non è di falsa modestia ma anticipa il tema della

inesprimibilità della visione che sarà dominante nel Paradiso, proprio a causa dell'altezza sproporzionata delle

cose vedute.

L'orgogliosa affermazione della propria bravura è, in ogni caso, conseguente al discorso sulla fama che aveva

occupato buona parte del Canto precedente e che aveva dominato la faticosa scalata lungo la parete della VI

Bolgia: Virgilio aveva spronato Dante a darsi da fare per acquistare la fama, senza la quale la vita dell'uomo

non ha molto valore, e qui tale fama si concretizza come quella poetica, che Dante a buon diritto può reclamare

come l'autore di una straordinaria opera di poesia.

CANTO XXVI

Visione dell'VIII Bolgia dell'VIII Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti i CONSIGLIERI FRAUDOLENTI. Incontro

con Ulisse e Diomede, avvolti dalla stessa fiamma.

Nei canti precedenti, dal 21 al 25, il linguaggio Dantesco si era messo alla prova con la tradizione più popolare e

scurrile, giocando in modo intenso con quelle rime aspre e chiocce, piene di allitterazioni, di suoni sordi, aspri e

duri. Invece qui fin dall’esordio del canto ci accorgiamo che la lingua e il tono sono cambiati. Appare

straordinaria la competenza di rappresentazione poetica. Le formule espressive non sono semplici paratassi o

frasi brevi (soggetto, verbo, complemento) ma sono frasi dove si gioca con l’IPOTASSI, frasi legate l’una all’altra

da una serie di elaborate costruzioni sintattiche che giocano molto sui complementi e sui verbi che reggono

questi complementi.

Si passa senza elementi di transizione dalla tradizione comica alla tradizione tragica. Se c’era un genere dal

punto di vista della lingua, dello stile, della struttura, che potesse essere preso come modello assoluto, questo

era il GENERE TRAGICO la tragedia rappresentava per Aristotele la forma più alta di espressione poetica. Al

secondo posto c’era la TRADIZIONE EPICA.

Nella tradizione epica classica e moderna il MOTIVO DEL VIAGGIO è sempre portante perché si può viaggiare

in diverse dimensioni, sia in situazioni oggettive che in situazioni psichiche in una dimensione di interiorità.

Questo canto si conforma, secondo la poetica di Aristotele, alla dimensione epicae allo stesso tempo alla

dimensione tragica, come modo di raccontare, come volontà di portare a conclusione la storia di Ulisse, come

struttura sintattica e retorica, come scelta linguistica.

Nella PENULTIMA TERZINA, nel raccontare la sorte di Ulisse e dei suoi amici, Dante sintetizza la formula

aristotelica della tragedia. Aristotele aveva scritto la situazione di racconto comico, ossia un racconto che nasce

da una condizione di sfortuna e sventura e si risolve felicemente con un lieto fine. Viceversa un racconto tragico

parte da una situazione felice e tranquilla che repentinamente si modifica diventando sventura, situazione infelice

e luttuosa.

Questo è ciò che accade nella penultima terzina (“noi ci… canto”) dalla condizione di allegrezza e contentezza

poiché questi naviganti stanchi e vecchi hanno intravisto una possibilità di approdo, si passa al pianto e alla

disperazione perché da quella terra che sembrava salvezza, approdo, possibilità di nuove conoscenze, si innalza

un vortice, un uragano che ingloba e travolge l’imbarcazione dei greci e li fa sprofondare in fondo al mare.

Il protagonista assoluto è ULISSE, attraverso il cui personaggio Dante intende svolgere un importante discorso

relativo alla conoscenza. In effetti la colpa di questi dannati è legata alla conoscenza e, soprattutto, all'uso della

parola per tessere inganni, per cui il loro peccato è di natura intellettuale: Ulisse e Diomede scontano infatti una

serie di imbrogli che avevano ordito attraverso un uso sapiente del linguaggio (specie l'inganno del cavallo di

Troia, che come Dante leggeva nel libro II dell'Eneide era avvenuto grazie alle bugie di Sinone, istruito da

Ulisse), così come nel Canto seguente Guido da Montefeltro espierà i consigli dati a Bonifacio VIII per

sconfiggere i suoi nemici. Non è un caso, del resto, che Dante introduca i dannati della Bolgia con una sorta di

ammonimento a se stesso, affinché tenga a freno l'ingegno usandolo sempre sotto la guida della virtù e per non

gettare via il bene che un influsso astrale e la grazia divina gli hanno concesso: il peccato di Ulisse può essere

definito di superbia intellettuale ed è metafora, come vedremo, di quello che probabilmente aveva condotto

Dante nella selva oscura.

La narrazione del viaggio di Ulisse deriva probabilmente a Dante da un rimaneggiamento dell'Odissea. L'Ulisse

Dantesco è comunque simile a quello classico, dotato di insaziabile curiosità e abilità di linguaggio: giunto alle

colonne d'Ercole, limite estremo delle terre conosciute, l'eroe rivolge ai compagni una orazionpicciola che è un

piccolo capolavoro retorico, una specie di suasoria con cui li esorta a non perdere l'occasione di esplorare

l'emisfero australe dove non abita nessun uomo (il mondo sanza gente, come Ulisse lo definisce consapevole

del fatto che è un luogo deserto). Il che è ovviamente un inganno: Ulisse vuole solo soddisfare la propria

curiosità fine a sé stessa, quindi trascina i compagni in un folle viaggio che infrange i divieti divini e si concluderà

con la morte di tutti loro.

Lontano dall'essere quindi un eroe positivo della conoscenza,Ulisse è per Dante l'esempio negativo di chi usa

l'ingegno e l'abilità retorica per scopi illeciti, dal momento che superare le colonne d'Ercole equivale a

oltrepassare il limite della conoscenza umana fissato dai decreti divini, quindi il viaggio è folle in quanto non

voluto da Dio e per questo punito con il naufragio che travolge la nave nei pressi della montagna del Purgatorio.

È chiaro allora che Dante si sente personalmente coinvolto nel peccato commesso da Ulisse, perché anch'egli

forse ha tentato un volo altrettanto folle cercando di arrivare alla piena conoscenza con la sola guida della

ragione, senza l'aiuto della grazia: è il peccato di natura intellettuale che è all'origine dello smarrimento nella

selva.

Il VIAGGIO DI ULISSE nell'emisfero australe sembra METAFORA DEL VIAGGIO ALTRETTANTO FOLLE

TENTATO DA DANTE negli anni precedenti e che aveva rischiato di concludersi anche per lui in un naufragio,

portandolo a smarrirsi nella selva da cui Virgilio, inviato da Beatrice, lo aveva tratto fuori. Per certi aspetti è una

ritrattazione che Dante aveva assunto nel momento del suo traviamento filosofico, quando con una certa

arroganza intellettuale aveva pensato di spiegare a sé stesso e agli altri con la ragione l’elemento divino. Questo

era il traviamento di Dante: un eccessivo orgoglio intellettuale, convinto di poter accedere alla fede tramite la

via della ragione. Non è un caso che proprio in questo ventiseiesimo canto Dante rivolga a sé stesso una

raccomandazione, di non lasciarsi prendere la mano dalla sua superbia intellettuale.

Particolarmente potente la chiusura del Canto: infin che 'l mar fu sovra noi richiuso,

un verso che «sembra scritto su una lapide funeraria» (Momigliano) e che convalida in modo definitivo il discorso

al centro dell'episodio: è un severo ammonimento all'uomo medievale che non può oltrepassare i limiti imposti da

Dio alla sua condizione umana, se non vuole perdere irrimediabilmente ogni speranza di raggiungere la salvezza

e finire dannato come è successo ad Ulisse, e come poteva succedere allo stesso Dante se non fosse stato

soccorso dalla grazia divina.

ULISSE: Personaggio della mitologia classica (Odyssèus in greco), figlio di Laerte e di Anticlea, protagonista dei

poemi omerici e in particolare dell'Odissea a lui dedicata. Dante non conosceva il testo originale dei due poemi e

ha quindi appreso la storia di Ulisse da qualche tardo volgarizzamento o rimaneggiamento, da cui proviene

l'episodio narrato dal personaggio che è totalmente estraneo alla tradizione classica.

Dante lo colloca fra i consiglieri fraudolenti dell'VIII Bolgia dell'VIII Cerchio dell'Inferno, dedicandogli buona parte

del Canto XXVI. Il poeta nota che una delle fiamme in cui sono avvolti i dannati ha due punte e ne chiede

spiegazione a Virgilio. La guida risponde che dentro di essa sono puniti Ulisse e Diomede, colpevoli di aver

escogitato l'inganno del cavallo di Troia, di aver smascherato Achille a Sciro, nonché di aver compiuto il furto del

Palladio. Dante manifesta il desiderio di parlare con Ulisse e Virgilio acconsente, a condizione però che sia lui a

rivolgersi a loro in quanto, essendo greci, potrebbero essere restii a parlare col discepolo. Il poeta latino chiama i

due dannati e invita uno dei due a spiegare come e quando morì, quindi il maggior corno de la fiamma antica

inizia il suo racconto.

Ulisse narra che dopo aver lasciato la dimora di Circe non volle tornare coi suoi compagni a Itaca, ma si mise in

mare aperto affrontando un avventuroso viaggio. Giunto con la sua nave allo stretto di Gibilterra, limite delle terre

conosciute, aveva rivolto ai compagni una orazion picciola per indurli a oltrepassare le colonne d'Ercole ed

esplorare il mondo sanza gente. Il folle volo nell'emisfero australe, completamente invaso dalle acque, era durato

circa cinque mesi, finché la nave era giunta in vista del monte del Purgatorio. A quel punto si era levata una

terribile tempesta, che aveva investito la nave di Ulisse e l'aveva fatta colare a picco, causando la morte dell'eroe

e di tutti i suoi compagni.

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CANTO 26

Straordinaria perfezione narrativa e stilistica che crea all'interno della situazione di male BOLGIE una sorta di

ellissi, di sospensione dal punto di vista linguistico.

Canti 21 - 25 -> il linguaggio Datntesco si era messo alla prova con un linguaggio popolare e scurrile.

Qui invece fin dell'esordio del canto che conclude il percorso dei 5 canti precedenti ci accorgiamo che la lingua, il

tono sono cambiati. Straordinaria ci appare la competenza alto mimetica, le formule espressive non sono più

formule di semplice paratassi, cioè di frasi brevi. Vi é una serie di elaborate costruzioni sintattiche che giocano sui

complementi e sui verbi che reggono questi complementi. L'architettura della sintassi cambia e le risorse

retoriche che sono più che dominate dal poeta vengono messe tutte in campo con soluzioni che sono le più

raffinate e scelte nell'espressione poetica, siamo quasi passati senza elementi di transizione che ci siano stati

raccontati e descritti dal linguaggio della tradizione comica al linguaggio della tradizione tragica.

La tragedia, per Aristotele rappresentava la più grande forma di espressione poetica a cui faceva seguito la

tradizione epica.

Non manca nel ventiseiesimo il racconto epico: racconto fondato dall'origine -> viaggio nella mente, interiorità e

cuore. Una delle ragione per cui nella tradizione classica, epica e moderna il motivo del viaggio è sempre

portante, perché si può viaggiare in diverse situazioni : oggettive e psichiche fino a noi, ai nostri giorni.

Quindi il 26 canto si conforma secondo la dimensione epica e nello stesso tempo alla dimensione tragica come

modo di racconto, come volontà di portare a conclusione la storia di una figura mitica, quale quella di Ulisse,

come struttura sintattica e retorica, come scelta linguistica.

La penultima terzina di questo canto, nel raccontare la sorte ultima di Ulisse e dei suoi pochi e vecchi amici Dante

sintetizza la forma aristotelica della tragedia. Perché Aristotele aveva così scritto: il racconto comico nasce da

una condizione di sfortuna e sventura ma arriva al lieto fine per converso il racconto tragico muove da una

situazione felice che repentinamente che improvvisamente si trasforma in lutto, in qualcosa di insanabile: il

cosiddetto rivolgimento di fortuna é tutta raccolta in questa ultima terzina.

Una terzina che vale una tragedia, va sottolineata la grande capacità di sintesi delle parola poetica dantesca.

Non soltanto la struttura narrativa di questo canto é epico, questo canto segna la fine del mito di Ulisse.

La figura di Ulisse e' stata sempre considerata una sorta di ALTER EGO Dantesco, perché proprio in questo

canto l'orazione dantesca che Ulisse rivolge agli ultimi pochi amici ormai vecchi e stanchi e senza energie sta

nella sollecitazione di quella curiosità intellettuale verso nuove conoscenze che non può spegnersi mai

nell'essere umano, che proprio nello stimolo della conoscenza ha fondato la propria esistenza. L'orazione di

Ulisse é l'orazione di Dante.

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Poter accedere alla fede anche per via della ragione, non è un caso che in questo canto Dante rivolga a se

stesso quasi una raccomandazione, da non lasciarsi prendere la mano dalla superbia intellettuale, quando dal

verso 19 in poi dice che quando riconduce la sua memoria, la mente a ciò che ha visto qui nell'ottava bolgia,

bolgia dei consiglieri fraudolenti, nei suoi modi di racconto, ripensando a ciò che ha visto nel volerlo descrivere e

riportare al presente cerca di tenere a freno il proprio ingegno più del solito perché non corra il rischio di

procedere indipendentemente dalla virtú, cioè indipendentemente dalla grazia è dall'illuminazione divina. Atto di

estrema volontà nel tenere i modi del proprio racconto, si dentro i limiti di una memoria testimoniale ma anche di

una memoria che è stata e deve essere tale soltanto perché la grazia divina gli ha concesso di poter compiere

questa esperienza che supera il confine dell'immaginazione umana.

Egli aggiunge, se il divino mi ha fornito del ben dell'intelletto, che io stesso non superi i miei limiti quindi

indubbiamente, Dante convince in questa duplice situazione interiore, da una parte una sorta di identificazione

con il personaggio omerico per questo desiderio di conoscenza ma dall'altra la consapevolezza di questo bene

dell'intelletto che se non é temperato dalla luce della grazia può diventare una sfida peccaminosa. Questa é una

sorta di anticipazione morale a quanto poi ci viene raccontato di Ulisse.

Dante non conosceva però il greco, non aveva letto l'odissea, conosceva soltanto pochi versi che poteva leggere

in Cicerone e in Lucano. Ma di quella Odissea una traccia forte era rimesta nel poema di Virgilio, era rimasta

nell'enedie, specialmente l'assedio di Troia con l'inganno del cavallo, con l'abbattimento delle mura difensive della

città di Troia, la distruzione e l'incendio della città, la fuga di Enea con sulle spalle il vecchio padre e nella mano il

figlio verso occidente che porterà Enea fino all'approdo sulle coste laziali dove egli fonderà la città di Roma.

Perciò inganno guerresco, seduzione di un eroe, furto del sacro, tutte cose che sono state rese possibili dalla

capacità oratoria, dalla eloquenza di Ulisse che con la sua parola sapeva trascinare gli altri e non è un caso che

nell'ultimo atto della sua esistenza c'è ugualmente un atto di seduzione.

La parola per Dante deve sedurre, deve portare a se, non è una colpa l'arte oratoria se rivolta a fin di bene,

diviene colpa se a servizio della frode e quindi utilizzata per ingannare.

INVETTIVA CONTRO FIRENZE (1-12)

Dante rivolge un aspro rimprovero a Firenze, che può davvero vantarsi della fama che ha acquistato in ogni

luogo e persino all'Inferno, dove il poeta ha visto (nella VII Bolgia) ben cinque ladri tutti fiorentini che lo fanno

vergognare e non danno certo onore alla città. Ma se è vero che i sogni fatti al mattino sono veritieri, allora

Firenze avrà presto la punizione che molti le augurano, compresa la piccola città di Prato: se anche già fosse

così sarebbe troppo tardi e più passerà il tempo, più il castigo della città sarà grave per il poeta invecchiato.

LA BOLGIA DEI CONSIGLIERI FRAUDOLENTI (13-48)

Dante e Virgilio si allontanano dalla VII Bolgia e risalgono sul ponte roccioso nel punto dove erano scesi a

fatica, quindi proseguono lungo il cammino erto in cui bisogna aiutarsi con le mani. Giunti al culmine del ponte,

Dante guarda in basso e ciò che vede lo induce a tenere a freno il proprio ingegno, perché non agisca senza

l'aiuto della virtù e perché il poeta così facendo non si privi del bene che un destino favorevole gli ha concesso.

Come il contadino, che d'estate si riposa sulla collina alla fine della giornata e vede nella valle sottostante tante

lucciole, altrettante fiamme vede Dante sul fondo della VIII Bolgia. E come il profeta Eliseo vide il carro che rapì

Elia allontanarsi nel cielo, scorgendo solo una fiamma che saliva, così Dante vede solo le fiamme muoversi nella

fossa, senza distinguere il peccatore nascosto dal fuoco. Il poeta si sporge dal ponte per vedere, protendendosi

al punto che cadrebbe di sotto se non si aggrappasse a una sporgenza rocciosa; e Virgilio, che lo vede così

attento, gli spiega che dentro ogni fuoco c'è lo spirito di un peccatore (i consiglieri fraudolenti) che è come

fasciato dalle fiamme.

INCONTRO CON ULISSE E DIOMEDE (49-75)

Dante ringrazia il maestro della spiegazione, anche se aveva già capito che ogni fiamma nascondeva un

peccatore, quindi gli chiede chi ci sia dentro il fuoco che si leva con due punte, simile al rogo funebre di Eteocle e

Polinice. Virgilio risponde che all'interno ci sono Ulisse e Diomede, i due eroi greci che furono insieme nel

peccato e ora scontano insieme la pena. I due sono dannati per l'inganno del cavallo di Troia, per il raggiro che

sottrasse Achille a Deidamia e per il furto della statua del Palladio. Dante chiede se i dannati possono parlare

dentro il fuoco e prega Virgilio di far avvicinare la duplice fiamma, tanto è il desiderio che lui ha di parlare coi

dannati all'interno. Virgilio risponde che la sua domanda è degna di lode, tuttavia lo invita a tacere e a lasciare

che sia lui a interpellare i dannati, perché essendo greci sarebbero forse restii a parlare con Dante.

IL RACCONTO DI ULISSE: VIAGGIO ALLE COLONNE D'ERCOLE (76-111)

Quando la fiamma giunge abbastanza vicina ai due poeti, Virgilio si rivolge ai due dannati all'interno e prega uno

di loro di raccontare le circostanze della sua morte, in virtù dei meriti che lui ha acquistato presso entrambi, in

vita, quando scrisse gli alti versi. La punta più alta della fiamma inizia a scuotersi, come se fosse colpita dal

vento, quindi emette una voce come una lingua che parla. Ulisse racconta che dopo essersi separato da Circe,

che l'aveva trattenuto più di un anno a Gaeta, né la nostalgia per il figlio o il vecchio padre, né l'amore per la

moglie poterono vincere in lui il desiderio di esplorare il mondo. Si era quindi messo in viaggio in alto mare,

insieme ai compagni che non lo avevano lasciato neppure in questa occasione; si erano spinti con la nave nel

Mediterraneo verso ovest, costeggiando la Spagna, la Sardegna, il Marocco, giungendo infine (quando lui e i

compagni erano molto anziani) fino allo stretto di Gibilterra, dove Ercole pose le famose colonne. La nave era

giunta allo stretto, tra Siviglia e Ceuta.

IL RACCONTO DI ULISSE: VIAGGIO NELL'EMISFERO SUD (112-142)

Ulisse si era rivolto ai compagni, esortandoli a non negare alla loro esperienza, giunti ormai alla fine della loro

vita, l'esplorazione dell'emisfero australe della Terra totalmente disabitato; dovevano pensare alla loro origine,

essendo stati creati per seguire virtù e conoscenza e non per vivere come bestie. Il breve discorso li aveva

talmente spronati a proseguire che Ulisse li avrebbe trattenuti a stento: misero la poppa della nave a est e

proseguirono verso ovest, passando le colonne d'Ercole e dando inizio al loro folle viaggio. La notte mostrava

ormai le costellazioni del polo meridionale, mentre quello settentrionale era tanto basso che non sorgeva più al di

sopra dell'orizzonte. Il plenilunio si era già ripetuto cinque volte (erano passati cinque mesi) dall'inizio del viaggio,

quando era apparsa loro una montagna (il Purgatorio), scura per la lontananza e più alta di qualunque altra

avessero mai visto. Ulisse e i compagni se ne rallegrarono, ma presto l'allegria si tramutò in pianto: da quella

nuova terra sorse una tempesta che investì la prua della nave, facendola ruotare tre volte su se stessa; la quarta

volta la inabissò levando la poppa in alto, finché il mare l'ebbe ricoperta tutta.

CANTO XXVII

Ancora nell'VIII Bolgia dell'VIII Cerchio (Malebolge), in cui sono puniti consiglieri FRAUDOLENTI. Incontro con

GUIDO DA MONTEFELTRO, che racconta come è caduto nel peccato e accusa Bonifacio VIII. È mezzogiorno

di sabato 9 aprile (o 26 marzo) del 1300.

Nel canto ventisettesimo si ha una trama politica.

DIMENSIONE GEOGRAFICA che ci coinvolge: parte da Urbino, verso l’Appennino che separa le Marche dalla

Toscana (la parte della zona di Montefeltro) e la parte con la Romagna fino all’Adriatico (Zona Fano - Cesena).

E’ un canto memorabile in quanto vengono nominati i luoghi.

PROTAGONISTA: Guido da Montefeltro: governatore di Urbino, scaltro e astuto ed è stato famoso come

condottiero. (Qualità della volpe e del Leone).

DUE VALUTAZIONI su Guido: 1. Figura esaltata, lungimirante.

2. Rappresentato senza pietà: Riccobaldo da Ferrara nella “Historia” (cronaca dei fatti più recenti) aveva

rivelato che Guido da Montefeltro ha collaborato con Bonifacio VIII per combattere la famiglia dei colonna

(oppositori). Questi giudicavano nulla l’elezione pontificale di Bonifacio VIII e per questo era stato

scomunicato.

Celestino V potrebbe essere “colui che fece per viltà lo gran rifiuto”.

Dante alterna una una rappresentazione mitica ad una rappresentazione storica: 26° canto (ULISSE - MITO), 27°

canto (GUIDO DA MONTEFELTRO - STORIA) .

Il canto comincia con tono di nostalgia (la stessa con cui si era chiuso il canto precedente).

Guido vuole sapere della condizione dei romagnoli, ma Dante con estrema puntualità risponde non parlando dei

romagnoli ma della Romagna (Forlì, Rimini, Cesena etc.)

V. 7 -> Similitudine per indicare il suono della lingua biforcuta (lentezza della parola).

Successivamente arriva un centauro, Caco, che sfidò Ercole e che da lui venne ucciso (gli rubò le mandrie).

METAMORFOSI SPECULARE: trasformarsi da serpente a uomo e viceversa -> figura retorica del chiasmo

(corrispondenza incrociata e invertita). Questa metamorfosi non era stata raccontata neanche da Ovidio.

Immagini di animalità: per cui i dannati fischiano e sputano come serpi, la conclusione in cui il ladrocinio ha

modificato le condizione sociale della toscana.

__________________________________________________________________________________________

__________

GUIDO DA MONTEFELTRO: Uomo politico e condottiero, nato verso il 1220 e morto (forse ad Assisi) nel 1298;

tenace Ghibellino, fu sostenitore di Corradino di Svevia, combatté contro Siena, Bologna e i Guelfi, partecipando

attivamente alle lotte intestine della Romagna. Riconciliatosi con la Chiesa (1283), fu confinato ad Asti e in

seguito fu capitano del popolo a Pisa, che difese con successo contro Firenze. Tornato in Romagna, si impadronì

di Urbino di cui si fece signore (1292) e si sottomise poi a Bonifacio VIII nel 1295, entrando infine nell'Ordine

francescano. Fu ammirato dai contemporanei per il suo

valore militare e la sua astuzia.

Dante lo colloca tra i consiglieri fraudolenti della VIII Bolgia dell'VIII Cerchio dell'Inferno, presentandolo nel Canto

XXVII. È Guido a rivolgersi a Virgilio dopo che questi ha congedato Ulisse parlando italiano, per cui il dannato lo

prega di dirgli qual è la condizione politica della sua terra, la Romagna. Virgilio invita Dante a rispondere e il

poeta spiega che le varie città romagnole sono dominate da altrettanti tiranni e nessuna di queste è attualmente

in guerra. Poi Dante prega il dannato di presentarsi e Guido, credendo di parlare a un altro dannato, svela la sua

identità raccontando la sua storia: in vita fu abilissimo condottiero e astuto politico, poi si pentì della sua condotta

e si fece francescano. Bonifacio VIII, in lotta coi Colonna, gli chiese un consiglio su come espugnare la rocca di

Palestrina, promettendogli l'assoluzione in anticipo. Pur titubante, Guido gli aveva consigliato di promettere il

perdono ai nemici e di non mantenerlo, cosa che aveva permesso al papa di radere al suolo Palestrina. Dopo la

sua morte la sua anima era stata contesa da san Francesco e un diavolo, e quest'ultimo aveva avuto la meglio

sostenendo la sua colpevolezza con sottili argomenti teologici. Portato davanti a Minosse, il mostro si era morso

la coda destinandolo alla VIII Bolgia.

BONIFACIO VIII: Al secolo Benedetto Caetani (1235-1303), divenne papa col nome di Bonifacio VIII nel dic.

1294 in seguito alla rinuncia di Celestino V (su cui pare abbia esercitato indebite pressioni).

Indisse il primo Giubileo della storia della Chiesa, nell'anno 1300, anche allo scopo di lucrare sulle indulgenze.

Fu avversario di Filippo il Bello re di Francia, contro il quale emise la bolla Unam Sanctam (18 nov. 1302),

manifesto della teocrazia medievale; subì la ribellione dei cardinali Colonna, che lo accusavano di frode e

simonia, e fece dunque assediare e distruggere la loro roccaforte in Palestrina, costringendoli a riparare in

Francia. Ciò inasprì i rapporti già tesi col re di Francia, che in seguito all'oltraggio di Anagni lo fece imprigionare e

ne provocò indirettamente la morte, nel 1303.

Dante ne dà un giudizio negativo, soprattutto per le manovre che favorirono nel 1301 la presa di potere dei Guelfi

Neri a Firenze, causando l'esilio dello stesso poeta.

INCONTRO CON GUIDO DA MONTEFELTRO(1-30)

La fiamma di Ulisse è ormai quieta quando un'altra fiamma fa voltare i due poeti emettendo un suono confuso. Il

dannato si rivolge a Virgilio e lo prega di trattenersi un poco a parlare con lui che ne ha un forte desiderio. Il

dannato (Guido da Montefeltro) vuole sapere se la Romagna è in pace o in guerra, dal momento che lui è

originario della terra posta tra Urbino e il monte da cui sgorga il Tevere.

SITUAZIONE POLITICA DELLA ROMAGNA(31-57)

Dante dice al dannato che la Romagna non è mai stata senza guerre a causa dei tiranni che la dominano, ma in

questo momento non se ne combatte apertamente nessuna. Alla fine del suo discorso Dante chiede al dannato

di presentarsi e lo prega di non esser restio più di quanto lo siano stati altri spiriti, se il suo nome conserva la

fama nel mondo.

IL RACCONTO DI GUIDO: LA SUA VITA SINO ALLA CONVERSIONE(58-111)

Il dannato afferma che se credesse di rivolgersi a qualcuno destinato a tornare sulla Terra non direbbe una

parola, ma dal momento che a quel che sa nessuno è mai uscito dall'Inferno, risponderà senza temere infamia.

Si presenta come Guido da Montefeltro, uomo d'armi e poi francescano, fattosi frate credendo di espiare i suoi

peccati: certo ci sarebbe riuscito, non fosse stato per Bonifacio VIII che lo indusse nuovamente a peccare.

Guido spiega che quand'era in vita le sue azioni furono improntate all'astuzia e conobbe tutti i raggiri e gli

inganni della politica, acquistando fama in tutto il mondo. Una volta arrivato alla vecchiaia provò dispiacere

per la vita condotta e si pentì dei suoi peccati, facendosi frate.

Il papa, non avendo alcun riguardo per il suo alto ufficio né per il cordone francescano di Guido, lo chiamò a sé

chiedendogli un consiglio. Guido aveva esitato a darglielo, ma poi il papa lo aveva rassicurato dicendogli di

assolverlo in anticipo e pregandolo di dirgli come prendere la rocca di Palestrina. Allora Guido fu indotto a

parlare, spinto anche dal timore di più gravi conseguenze, e consigliò a Bonifacio di promettere il perdono ai

suoi nemici senza poi mantenerlo.

IL RACCONTO DI GUIDO: LA DISPUTA PER LA SUA ANIMA(112-136)

Quando poi Guido morì, san Francesco venne a prendere la sua anima, ma un diavolo si oppose dicendo che

doveva in realtà andare all'Inferno per il consiglio fraudolento dato al papa. Il diavolo lo aveva portato a Minosse il

quale si attorcigliò la coda attorno al corpo otto volte, destinandolo alla Bolgia dei consiglieri Fraudolenti.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto esame Letteratura italiana I
Il file é così suddiviso:
- Introduzione all'inferno dantesco.
- Sintesi ed analisi di tutti i 34 canti della prima cantica della Divina Commedia di Dante Alighieri.
- Rielaborazione personale basata sui quattro libri consigliati dalla professoressa:
"Nove Saggi Danteschi" : Jorge Luis Borges;
"Introduzione alla Divina Commedia": Carlo Ossola;
"Dante" : Ezra Pound;
"Conversazione su Dante" : Osip Mandel'stam.

Il riassunto é frutto di studio personale con l'aiuto della frequenza alle lezioni e di ricerche.
Università degli Studi Carlo Bo - Uniurb,
Scienze della Formazione Primaria, Scarica il file!


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienza della formazione primaria (laurea a ciclo unico - 4 anni)
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giulia.arcangeletti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Mattioli Tiziana.

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