Divina Commedia, Inferno
Lingua dantesca
La maggior parte del nostro vocabolario va a pescare nel grande bacino della poesia dantesca. Lingua che assume tutte le forme e tutti gli stili: plurilinguismo e pluristilismo, elementi che caratterizzano la lingua di Dante (diversa dal monolinguismo e monostilismo petrarchesco). Parola poetica scritta per essere letta in chiave moderna, quasi fosse scritta oggi per noi. Ci sono delle espressioni che non si usano più ma rappresentano l’assoluto dell’essere, sono riconducibili anche ad oggi (attuali). Dante è un every man, rappresenta ognuno di noi e ciò permette di gustare la parola di Dante sempre, anche in futuro.
Origine del titolo
Divina è un termine attribuito da Boccaccio e utilizzato solo a partire dal tardo Rinascimento. Originariamente l’opera è solo una Commedia. Le opere del Medioevo tendenzialmente non avevano un proprio titolo, esso si desumeva da quello che era l’incipit o dalla definizione che l’autore dava dell’opera.
Definizioni di Dante
- Poema sacro: che non deve semplicemente salvare sé stesso ma deve riportare la comunità cristiana sulla retta via e quindi deve apparire al lettore come direttamente ispirato da Dio. Dante dice che il poema è sacro e riguarda il percorso di purificazione dell’individuo, da una condizione di colpa a una condizione di grazia. Questo percorso non riguarda solo il singolo individuo ma anche il poeta stesso.
- Commedia: chiama la sua opera così perché finisce bene e finisce anche con la visione di Dio. Il funzionamento e il titolo dell’opera vengono spiegati dall’autore nella lettera a Cangrande della Scala. L’Eneide di Virgilio (opera che ha ispirato Dante) inizia con una situazione critica, la distruzione di Troia e la fuga di Enea e dei suoi compagni dalla città in fiamme e pian piano evolve fino a presentarci un finale positivo, Enea riesce a costituire le premesse per la fondazione di Roma, a livello strutturale sarebbe una commedia, ma lo stesso Dante definisce l’opera come tragedia. È una questione di stile perché l’Eneide è scritta con uno stile particolarmente elevato (felicità a infelicità = tragedia; difficoltà a lieto fine = commedia).
Tempi di stesura
Inizio redazione, grande dibattito irrisolto e irrisolvibile. Termine nel 1321, ultimo anno di vita di Dante poiché in una lettera a Cangrande della Scala dà spiegazione del significato dell’opera e dice che è stata portata a termine.
Dante come agens, auctor, every man
Dante è agens (attore), auctor (narratore, autore, portavoce), every man (rappresenta ciascuno di noi). Virgilio è guida profetica e poetica. Nulla si è conservato della sua scrittura diretta, circa 750 esemplari, ma non è autografata. Di conseguenza c’è altra possibilità di errore sommata tra tutte le testimonianze. Inoltre l’amanuense può essere particolarmente colto (come Petrarca – lectio difficilior) o meno colto (ed esserci errori per eccessiva semplificazione – lectio facilior). Anche errori dovuti a troppa personalità messa all’interno dell’opera. Tutti questi errori hanno fatto domandare quale fosse la vera parola poetica.
Struttura dell'opera
15.000 versi; 100 canti divisi in 34 (inferno), 33 (purgatorio), 33 (paradiso). Differenza di pochi versi tra canto e canto. Canti in terzine ed è un sistema a catena tra i versi che sono endecasillabi. Forza dell’allegoria a mostrare le immagini attraverso le parole. Simboli numerici: 1, 3, 10.
L'Inferno
È il primo dei tre regni dell'Oltretomba cristiano visitato da Dante nel corso del viaggio, con la guida di Virgilio. Dante lo descrive come un'immensa voragine a forma di cono rovesciato, che si spalanca nelle viscere della terra sotto la città di Gerusalemme, nell'emisfero settentrionale della Terra. Questa cavità sotterranea si è aperta quando Lucifero, cacciato dal Cielo dopo la sua ribellione a Dio, fu scaraventato al centro della Terra dove è tuttora confitto; la terra si ritrasse per il contatto col demonio e avrebbe formato il monte del Purgatorio, che sorge agli antipodi di Gerusalemme, nell'emisfero meridionale.
Sulla porta dell'Inferno c'è una scritta minacciosa di colore oscuro, che preannuncia a chi la attraversa le pene infernali e l'impossibilità di tornare indietro; la porta è scardinata e permette un facile accesso, ciò in quanto Cristo trionfante dopo la resurrezione la sfondò per andare nel Limbo e trarre fuori i patriarchi biblici. Non sappiamo dove si collochi con precisione questo ingresso, ma Dante e Virgilio impiegano quasi un giorno per raggiungerlo dopo l'episodio della selva oscura.
L'Inferno è diviso in nove cerchi, simili a delle cornici rocciose che circondano la parte interna della voragine e che ospitano i vari dannati. C'è un Vestibolo, detto anche Antinferno, dove si trovano gli ignavi. Questo luogo è diviso dall'Inferno vero e proprio dal fiume Acheronte, dove i dannati vengono traghettati da Caronte sulla sua barca.
Il primo cerchio, detto anche Limbo (da “lembo”, ovvero orlo estremo dell'abisso infernale), ospita i pagani virtuosi e i bambini morti prima del battesimo; queste anime non sono né dannate né salve e non subiscono alcuna pena, tranne il desiderio inappagabile di vedere Dio (Virgilio è una di esse). Dopo il passaggio dell'Acheronte, i dannati giungono davanti a Minosse, custode del secondo cerchio e giudice infernale. Le anime confessano tutti i loro peccati e Minosse indica qual è il Cerchio dove saranno destinati, attorcigliando la lunga coda intorno al corpo.
I cerchi dal secondo al nono sono ripartiti in tre zone, dove sono puniti rispettivamente i peccati di eccesso (II-VI), di violenza (VII), di frode (VIII-IX). Tale suddivisione è tratta dalla dottrina cristiana e da Aristotele, ed è illustrata da Virgilio a Dante nel Canto XI della Cantica. I peccati vanno dal meno grave al più grave, con criterio opposto a quello del Purgatorio.
I peccatori subiscono una pena detta del “contrappasso”, ovvero che ha un rapporto simbolico di analogia o contrasto col peccato commesso: così ad esempio i lussuriosi sono trascinati da una bufera infernale, come in vita lo furono dalla passione; gli indovini camminano con la testa rovesciata all'indietro, per aver voluto vedere troppo avanti quand'erano vivi; i ladri hanno le mani legate dietro la schiena da orribili serpenti, per averle usate malamente sulla Terra, e così via. Non sempre il contrappasso ha un significato chiaro e privo di ambiguità.
Molte zone dell'Inferno ospitano varie figure diaboliche, tratte dalla tradizione biblico-cristiana e da quella classica. Questi demoni sono custodi di Cerchi o Gironi, e spesso hanno un ruolo attivo nel tormentare le anime. Queste ultime (vale anche per i penitenti del Purgatorio) sono dotate di un corpo “umbratile”, fatto cioè d'aria, che dà loro un aspetto umano (Dante rappresenta i dannati come nudi, con aspetto spesso stravolto) e permette di subire tormenti fisici, per volontà divina imperscrutabile.
Pecati e pene nei cerchi infernali
- Cerchi dal II al V: sono puniti i peccati di lussuria, gola, avarizia e prodigalità, ira.
- VI Cerchio: corrisponde alla Città Di Dite, custodita da vari demoni e nella quale ci sono gli eresiarchi, fra cui gli Epicurei (è molto discusso se questo peccato sia da considerare di eccesso o di altra natura).
- VII Cerchio: è diviso in tre gironi: violenti contro il prossimo (predoni e assassini), contro sé stessi (suicidi e scialacquatori), contro Dio (bestemmiatori, sodomiti e usurai). Nel primo girone scorre un fiume infernale, il Flegetonte, nel secondo c'è una selva, nel terzo un sabbione reso infuocato da una pioggia di fiamme. Tra VII e VIII Cerchio c'è un “alto burrato”, un precipizio scosceso custodito dal mostro Gerione.
- VIII Cerchio: detto Malebolge e punisce i peccatori di frode contro chi non si fida; è diviso in dieci Bolge, ciascuna delle quali destinata a una diversa schiera di peccatori.
- IX Cerchio: detto Cocito, fiume infernale ghiacciato dove sono puniti i peccatori di frode contro chi non si fida, ovvero i traditori. Il Cocito è diviso in quattro zone concentriche, dette Caina (traditori dei parenti), Antenòra (traditori della patria), Tolomea (traditori degli ospiti), Giudecca (traditori dei benefattori). Al centro di Cocito e della Terra è Lucifero, confitto nel ghiaccio e descritto come un orrendo mostro. Sbattendo le ali produce un vento gelido che forma il ghiaccio di Cocito. Uno stretto budello sotterraneo, detto “natural burella”, collega il centro della Terra e il fondo dell'Inferno alla spiaggia del Purgatorio, posto agli antipodi di Gerusalemme.
Schema delle zone infernali
- Vestibolo (Antinferno): Ignavi, uomini che non si sono schierati dalla parte del bene né del male. Corrono dietro un'insegna senza significato, punti da vespe e mosconi (ci sono anche gli angeli “neutrali”, non schieratisi con Dio né con Lucifero).
- I Cerchio (Limbo): Pagani virtuosi, bambini non battezzati e “spiriti magni”. Non subiscono alcuna pena, tranne il desiderio inappagabile di veder Dio.
- II Cerchio (Lussuriosi): Sono trascinati da una violenta bufera infernale. Minosse giudica i dannati ed è custode del Cerchio.
- III Cerchio (Golosi): Giacciono in un fango maleodorante, colpiti da una incessante pioggia. Cerbero li rintrona coi suoi latrati e li graffia con gli artigli.
- IV Cerchio (Avari e Prodighi): Divisi in due opposte schiere, fanno rotolare enormi macigni in direzioni opposte, finché cozzano gli uni contro gli altri. A questo punto si rinfacciano rispettivamente la loro colpa, poi tornano indietro fino al punto opposto del Cerchio. Il demone Pluto (Plutone) custodisce il Cerchio, ma non partecipa alla loro pena.
- V Cerchio (Iracondi): Sono immersi nella palude formata dal fiume Stige, che circonda la città infernale di Dite, e si colpiscono continuamente con schiaffi, pugni, morsi (tranne gli “accidiosi”, ovvero gli iracondi amari e difficili che covarono il risentimento e sono totalmente immersi nella palude). Il demone Flegiàs è il custode del Cerchio, funge da traghettatore delle anime alla città di Dite.
- VI Cerchio (Eresiarchi): Giacciono in tombe di pietra infuocate, dentro la città di Dite che è custodita da centinaia di diavoli. Tra di essi vi sono soprattutto i seguaci dell'epicureismo, che affermavano la mortalità dell'anima.
- VII Cerchio (Violenti):
- I Girone (violenti contro il prossimo): sono immersi nel Flegetonte, fiume di sangue bollente, e sono tenuti a bada dai Centauri armati di arco e frecce.
- II Girone (suicidi e scialacquatori): i primi sono imprigionati dentro gli alberi della selva e tormentati dalle Arpie; i secondi sono inseguiti da cagne nere che li azzannano e sbranano.
- III Girone (bestemmiatori, sodomiti, usurai): sono in un sabbione infuocato, sotto una pioggia di fiammelle; i bestemmiatori sono sdraiati e immobili, i sodomiti camminano, gli usurai restano seduti.
- VIII Cerchio (Malebolge, peccatori di frode)
- I Bolgia (ruffiani e seduttori): sono frustati dai diavoli.
- II Bolgia (adulatori): sono immersi nello sterco.
- III Bolgia (simoniaci): sono conficcati dentro delle buche a testa in giù, con le piante dei piedi accese da fiammelle.
- IV Bolgia (indovini): camminano con la testa rivoltata all'indietro.
- V Bolgia (barattieri): sono immersi nella pece bollente, sorvegliati da demoni alati armati di bastoni uncinati (Malebranche).
- VI Bolgia (ipocriti): camminano con indosso una cappa di piombo dorata all'esterno.
- VII Bolgia (ladri): hanno le mani legate dietro la schiena da serpenti e subiscono orribili metamorfosi.
- VIII Bolgia (consiglieri fraudolenti): sono avvolti da una fiamma.
- IX Bolgia (seminatori di discordie): sono tagliati e mutilati da un diavolo armato di spada.
- X Bolgia (falsari): i falsari di metalli sono colpiti dalla scabbia; quelli di persone si addentano tra loro; quelli di monete sono tormentati dalla sete; quelli di parole sono colpiti da febbre altissima.
- IX Cerchio (Cocito, traditori): Sono imprigionati nel ghiaccio: i traditori dei parenti a capo chino, quelli della patria fino a mezza faccia col capo eretto, quelli degli ospiti col capo all'indietro (così che le lacrime si ghiaccino e chiudano loro gli occhi), quelli dei benefattori sono totalmente immersi nel ghiaccio. Al centro di Cocito si trova Lucifero, che nelle tre bocche maciulla Bruto e Cassio (traditori di Cesare) e Giuda (traditore di Cristo).
Canto I
Prologo di tutta l’opera. Dante si smarrisce nella selva oscura. Incontra le tre fiere: lonza, leone, lupa. Viene soccorso da Virgilio, che lo guiderà in un viaggio attraverso Inferno e Purgatorio, mentre Beatrice lo guiderà in Paradiso. Profezia del veltro. È la notte tra giovedì 7 aprile (o 24 marzo) e venerdì 8 aprile (o 25 marzo) del 1300. Dante mette subito il lettore nella condizione di comprendere che sarà un viaggio a lieto fine e lascia ben sperare. Infatti in un paesaggio così cupo come la selva, vede delle stelle, le quattro virtù cardinali che guidano l’uomo nella vita terrena e lo aiutano a seguire la retta via.
Tema luministico e manifestazione della luce
Luce come condizione di salvezza, illuminazione della fede/grazia divina/beatitudine. Passaggio dall’inferno (buio, tenebre) al purgatorio (tramonti) fino ad arrivare al paradiso (luce divina, atmosfere illuministiche).
Tema del viaggio
La narrazione segue momenti che si sviluppano nello spazio, nel tempo e nell’interiorità dell’essere. Dante si riconosce predestinato da Dio ad un viaggio mistico. Enea: fondazione dell’impero romano e civiltà nel mondo. San Paolo: diffusione verità cristiana. Ulisse: costretto ad essere sempre in movimento superando i confini di spazi proibiti, proprio come Dante; sono eroi in movimento in spazi differenti con una stessa meta. È come se Dante, nel viaggio attraverso Purgatorio e Paradiso, avesse preso la staffetta di Ulisse dopo il naufragio. Dante si sente scelto per salvare il mondo dal baratro di corruzione in cui è caduto (l’imperatore ha dimenticato la sua funzione di garantire giustizia e pace, la Chiesa ha smarrito il senso della propria missione di carità). Il pellegrinaggio nell’oltretomba in cui viene analizzato il male, la corruzione del mondo, il cammino per cui attraverso l’espiazione si giunge alla gloria del Paradiso, vuole essere il viaggio di una redenzione individuale e insieme di un riscatto universale: una rigenerazione che attraverso il cammino del poeta, si trasferisca a tutta l’umanità.
Tema della memoria
Grande importanza dell’esperienza diretta ma ci sono esperienze che l’uomo compie e che vanno al di là delle facoltà umane (excessus mentis). Ne restano delle tracce ma hanno la consistenza dei sogni. Esperienza di visionarietà per Dante, esperienza sovraumana che sovrasta le facoltà e la volontà umana e qui ne vengono impresse le tracce. Toni biblici e scritturali, con enigmi voluti da Dante stesso, profezia del Veltro. Vi sono due mondi differenti: mondo concettuale (pensiero) – allegoria; mondo sensibile (sensi) – metafora e simbolo.
Figuralismo
Capacità di rappresentare il reale, procedimento che tiene unite la realtà e la profezia. Profezia e realizzazione sono realtà che poggiano su un’identità storica la storia garantisce l’approccio al reale, non si tratta di fantasie di un poeta. I personaggi incontrati hanno avuto una vita reale, storica, documentata.
Dante si smarrisce nella selva (1-30)
La notte del 7 aprile (o 24 marzo) dell’anno 1300, Dante si smarrisce in una selva oscura e intricata, impossibile da descrivere tanto è angosciosa. Lui stesso non sa dire come c’è finito, poiché era pieno di sonno quando ha perso la giusta strada: a un tratto però, mentre sta albeggiando, si ritrova ai piedi di un colle, dalla cui vetta vede spuntare i primi raggi del sole. Questo, oltre al fatto che è primavera, gli ridà speranza e lo spinge a tentare la scalata del colle, dopo essersi riposato per qualche istante e aver ripensato al pericolo appena corso (come un naufrago che guarda le acque in tempesta dalle quali è appena scampato). Il poeta inizia quindi a salire la china del colle, ma con grande fatica e incertezza.
Compaino le tre fiere (31-60)
Mentre sta salendo il colle, gli appare improvvisamente una lonza dal pelo maculato, assai agile e snella, che lo spinge più volte a tornare indietro. All’inizio l’ora del mattino e la stagione mite gli danno speranza di poterne avere ragione, ma subito dopo compare un leone, che gli viene incontro con fame rabbiosa e sembra far tremare l’aria, e una lupa famelica, tanto magra da sembrare carica di ogni bramosia. Quest’ultima incute molta paura in Dante, che perde ogni conforto e lentamente scende verso il basso, nella zona non illuminata dal sole.
- Lonza: È la prima delle tre fiere incontrate da Dante nella selva oscura, nel Canto I dell'Inferno. Il suo nome deriva dal latino lynx (lince) e rappresenta un grosso felino dal pelo maculato. Nel Canto I essa ha significato allegorico e rappresenta quasi certamente la lussuria, una delle tre disposizioni peccaminose che impediscono a Dante di scalare il colle (il leone è la superbia, la lupa è l'avarizia). Alcuni commentatori l'hanno invece interpretata come simbolo di invidia, altri dei peccati di eccesso, ipotesi entrambe poco probabili secondo la critica moderna. La lonza viene nuovamente citata da Dante in Inf., XVI,
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