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Perché leggere i classici?

Classici sono quei testi che permangono come un brusio di fondo nonostante il chiasso della modernità (Calvino).

Origine del termine classico

La parola classico deriva dal latino ovvero flotta. Al tempo si usava per definire il cittadino ricco che, per questo, poteva e doveva pagare delle tasse per costruire la flotta militare (tema del denaro). Dante è un grande classico perché fa parte di una lunga tradizione (tra i tanti Dante rammenta esemplari i viaggi oltremondani di Enea e S. Paolo, additando così anche i predecessori letterari della propria esperienza), nonostante questo c’è qualcosa che lo rende stranamente moderno. La tradizione vuole che il viaggio nell’aldilà segua una sequenza di peccati, quelli indicati nella Bibbia: i 7 peccati capitali (accidia, ira, superbia, lussuria, gola, invidia, avarizia).

Dante, però, è diverso. Lui cambia la storia della cultura, sebbene sia cristiano; è un anticipatore in quanto sente già che i peccati che l’uomo compie sono ben più complessi dei soli 7 peccati capitali (presenti nell’Inferno anche se non tutti, mancano superbia e invidia, inoltre sono relegati all’inizio quindi sono i meno gravi). Si può dire che Dante rappresenta una sintesi (sincretismo dantesco), la Divina Commedia è come un’enciclopedia, una summa di tutto il sapere medievale che intreccia la matrice giudaico-cristiana (Bibbia), greco-latina (pagana) e quella medievale-moderna.

Struttura dell'Inferno

L’Inferno, causato dalla caduta dal cielo di Lucifero, è costituito da una voragine a forma di cono che si apre sotto Gerusalemme (nell’emisfero boreale) e sprofonda fino al centro fisico della Terra, nel quale è confitto il principe degli angeli ribelli. Per evitare il contatto con Lucifero, una massa di terra risalì in mezzo all’oceano formando, agli antipodi di Gerusalemme (nell’emisfero australe), un’altissima montagna ospitante il Purgatorio, la cui cima, posta oltre il confine delle meteore, è occupata dalla foresta del Paradiso; il monte è inoltre collegato al centro della Terra, e dunque al fondo dell'Inferno, tramite uno stretto budello sotterraneo.

L’Inferno presenta 9 cerchi (più l’Antinferno) i quali vedono una gravità progressivamente crescente del peccato e quindi del castigo. I cerchi possono a loro volta rientrare in un’altra suddivisione, più propriamente una tripartizione:

  • Gli incontinenti (cerchi 2-5);
  • I violenti (cerchio 7) suddivisi in 3 gironi: i violenti contro il prossimo, contro se stessi, contro Dio (bestemmiatori) natura (sodomiti) e arte (usurai);
  • I fraudolenti che comprendono la frode contro chi non si fida (Malebolge, cerchio 8) suddivisa in 10 bolge e la frode contro chi si fida quindi il tradimento (Cocito, cerchio 9) suddivisa a sua volta in 4 zone: i traditori dei parenti (Caina), della patria (Antenora), degli ospiti (Tolomea) e dei benefattori (Giudecca).

Restano fuori dalla tripartizione i così detti gli ignavi, condannati da Dante stesso, il Limbo e gli eretici, condannati invece dalla chiesa cristiana.

L'ordine morale

Nel dare un ordine ai peccati, dunque nella sua tripartizione dell’Inferno, Dante segue un giudizio morale (e non religioso), rifacendosi all’etica nicomachea di Aristotele secondo la quale, dal punto di vista morale, quando una persona commette peccato lo fa o lasciandosi andare (incontinenza) o per coercizione (violenza) o premeditando (frode).

I peccati d’incontinenza vengono considerati tanto meno gravi quanto più dipendenti dall’istinto; per quelli di malizia, che hanno come fine l’ingiuria (perpetrata con la violenza o con la frode) invece, quanto è più stretto il vincolo naturale d’amore con la persona che si offende, tanto maggiore è la pena eterna. Tra tutti, ovviamente, i peccati più gravi sono quelli commessi con l’intenzione premeditazione dove c’è di fare del male ad altri.

I peccatori sono puniti seguendo la logica del contrappasso, (letteralmente contrappatimento) e può essere per analogia o per contrasto, secondo la quale a ogni colpa sarà commisurata una pena uguale e contraria e finalmente giusta. Ma cosa si intende per peccato? E quando si può dire che l’uomo commette una colpa? Per l’etica nicomachea la colpa è uno spostamento da un mezzo (un centro), il giusto mezzo.

Difetto Mezzo Eccesso
Ignavia Magnanimità Tracotanza/follia
Avarizia Liberalità Prodigalità
Accidia Mansuetudine Ira

La libertà e il libero arbitrio

E perché l’uomo può commettere peccato, dunque fare il male? E se il male esiste, allora Dio dov’è? Il male esiste, è un dato di fatto, e Dio (secondo la Bibbia, quindi secondo Dante) ha scelto di non intervenire sulla terra perché ha dato all’uomo la libertà, il libero arbitrio. Riprendendo Aristotele, “noi siamo il risultato delle nostre scelte” dunque siamo liberi e responsabili del nostro destino.

E quindi cosa vuol dire fare il bene? Secondo il pensiero aristotelico agire bene è questione di scelte razionali, bisogna razionalmente mettere a freno i propri istinti, in caso contrario si genera, appunto, il male (la ragionevolezza è la virtù che sta nel mezzo); nella Commedia è Virgilio che rappresenta la ragione dunque la salvezza. Ed è infatti Virgilio, ovvero la ragione, che ci porterà fuori dall’Inferno.

Il passaggio di soglia

Si tratta di quel passaggio in cui avviene un cambiamento nel testo e Dante deve passare a peccati più gravi; ma Dante da solo non può farcela e anche Virgilio (dunque la ragione) non può aiutarlo, per questo intervengono aiuti/aiutanti divini.

  • Il primo passaggio di soglia avviene sul fiume Acheronte, quando Dante traghettato da Caronte, deve entrare nell’Inferno vero e proprio (Limbo) e sviene per mezzo di un fortissimo terremoto seguito da un fulmine accecante.
  • Il secondo avviene alle porte della città di Dite, quando i diavoli bloccano il passaggio a Dante e Virgilio e arriva in loro aiuto un messo divino.
  • Il terzo avviene dopo che Dante ha visitato il cerchio dei violenti e si trova di fronte a una cascata con un burrone Gerione, arriva in aiuto il mostro che lo porta nelle Malebolge.
  • Il quarto e ultimo passaggio si ha al pozzo dei giganti, e sarà uno di loro (Anteo) che prendendo in mano Dante e Virgilio e li adagerà sul fondo dell’Inferno, il lago ghiacciato del Cocito.

I cambiamenti, conseguenza del passaggio di soglia, riguardano anche il paesaggio infernale, che segue quindi una logica e si fa strumento per punire i dannati.

  • Negli Incontinenti si gioca sulla contrapposizione secco-umido e sull’acqua, il vapore, la pioggia e il fango; qui prevale la natura con i suoi agenti atmosferici.
  • Nei Violenti prevale l’elemento del fuoco (il fiume di sangue in cui sono immersi i dannati è bollente, la foresta è secca come se fossa stata bruciata, gli usurai stanno sotto una pioggia di fuoco).
  • Entrando nelle Malebolge si ha invece l’impressione di essere dentro un castello, è come un carcere. E come tutte le carceri ci sono dei carcerieri, i Malebranche (“che abbrancano i dannati”). I dannati non vengono più solo torturati ma paragonati sempre più a delle bestie, bestie sempre più disgustose e orribili. I carcerieri tra l’altro non sono diversi dai carcerati, questi diavoli non sono indifferenti ma intervengono a torturate i prigionieri, fanno scherzi e si prendono gioco di loro e anche il linguaggio si abbassa, diventa volgare proprio perché Dante vuole mostrare la bassezza non solo dei torturati ma anche dei torturatori. Non è un caso che Dante passa da una bolgia all’altra tramite un ponte, c’è quindi una distanza spaziale tra Dante e i dannati, non sta più vicino ai peccatori (come in Paolo e Francesca), diventa meno pietoso, addirittura si diverte nella denuncia e nella loro condanna che si fa più violenta, si infierisce di più sul corpo.
  • Entrati nel Cocito il paesaggio cambia bruscamente; qui non c'è più acqua, fuoco, pece, urla… tutto è silenzioso, come paralizzato; c'è solo ghiaccio perché chi ha tradito non ha più voce, ha la freddezza nel cuore e anche Dante parlerà sempre meno e non proverà più alcuna compassione, addirittura infierisce lui stesso contro un dannato.

Il significato dell'opera

Dante offre dell'Inferno una rappresentazione fisica, materiale, per rendere un'idea efficace dei terribili castighi cui sono condannati i peccatori, e questo è il significato principale della sua discesa. Il viaggio ha però anche valore allegorico, come il percorso di purificazione morale che ogni uomo deve compiere in questa vita per liberarsi dal peccato, sotto la guida della ragione rappresentata da Virgilio.

In questo senso Dante compartecipa moralmente alla pena dei dannati, provando per loro una pietà che non va intesa genericamente come compassione, ma come turbamento angoscioso che provoca in lui la presa di coscienza del peccato punito e gli consente di superarlo; e le figure diaboliche che tentano invano di impedire il fatale andare di Dante, voluto da Dio, vanno quindi interpretate come allegoria di quegli impedimenti peccaminosi che frenano l'uomo nel raggiungimento della felicità terrena, necessaria premessa per la salvezza eterna.

Lo stile

La lingua utilizzata è il volgare, il metro è la terzina del sirventese formata da 3 versi in endecasillabi, il 1° e il 3° in rima tra loro mentre il 2° in rima con il 1° e il 3° della terzina successiva.

Riassunto dei canti

Canto 1

È l’anno 1300 e Dante all’età di 35 anni, si smarrisce in una selva oscura, simbolo del suo traviamento morale e dello stato di corruzione e infelicità dell’umanità intera (rappresenta dunque la vita viziosa). Intorpidito dal sonno del peccato, lui stesso non sa dire come ha potuto perdere la retta via. Camminando giunge ai piedi di un colle, allegoria della vita virtuosa o della felicità terrena, dalla cui vetta vede spuntare i primi raggi del sole, simbolo della luce divina che guida l’uomo sulla retta via. Questo, oltre al fatto che è primavera, gli ridà speranza e lo spinge a tentare la scalata del colle, ma Dante procede con grande fatica e incertezza, simbolo della difficoltà di svincolarsi dal male.

Come se non bastasse sopraggiungono improvvisamente le tre fiere: una lonza (lussuria), un leone (superbia) e una lupa (avarizia), la paura per quest’ultima in particolare lo costringe a tornare indietro. Mentre Dante ridiscende verso la selva, gli appare una figura dai contorni indefiniti nelle tenebre di quel paesaggio; è l’immagine fievole della voce della ragione che per lungo tempo è rimasta assente nella coscienza del poeta, è il grande maestro di Dante, Virgilio. Questi spiega a Dante che, se vuole salvarsi dalla lupa, dovrà intraprendere un altro viaggio. Infatti la lupa è un animale incapace di soddisfare la propria fame, che uccide chiunque incontri fino a quando un «veltro», un cane da caccia, non la ucciderà. Il veltro è simbolo di un futuro riformatore dell’ordine terreno, probabilmente un imperatore, che sarà la salvezza dell’Italia. Virgilio conclude dicendo a Dante che sarà la sua guida in questo viaggio che lo condurrà nei tre regni dell’Oltretomba.

Canto 2

Sta calando la notte mentre Dante segue Virgilio lungo la strada che li condurrà alla porta dell’Inferno. Il poeta invoca l’assistenza delle Muse, perché lo aiutino a ricordare ciò che ha visto nel corso del suo viaggio; ma è preda di molti dubbi sull’impresa che sta per affrontare. Ricorda che lo stesso Virgilio cantò di Enea, il quale fu protagonista di una discesa agli inferi quando era ancora vivo: egli però avrebbe contribuito alla fondazione di Roma quindi non è sorprendente che Dio gli abbia concesso un tale privilegio. Anche San Paolo compì un viaggio nel mondo ultraterreno, al fine di corroborare la fede nella religione cristiana di cui era apostolo. Ma Dante non è Enea, né San Paolo, quindi chi gli concede di intraprendere un viaggio simile?

Virgilio, dopo aver accusato Dante di viltà, cerca di infondergli coraggio spiegandogli chi lo ha inviato in suo soccorso: egli si trovava nel Limbo quando arrivò l’anima di una donna bellissima, Beatrice, che gli chiese di soccorrere Dante, perso nella selva oscura. Virgilio allora le chiese perché non temesse di scendere nell’Inferno e lei rispose che, essendo beata, non doveva temere la miseria dei dannati perché non in grado di nuocerle. In Cielo la Vergine si era commossa all’idea che Dante corresse pericoli nella selva, quindi aveva incaricato Santa Lucia di intervenire in suo favore e Lucia a sua volta si era rivolta a Beatrice. Terminato il suo racconto, Virgilio, per spronare Dante, fa leva sul fatto che tre donne benedette si curano di lui in Cielo, quindi deve superare la sua paura e riacquistare forza e coraggio. Le parole di Virgilio hanno il loro effetto: Dante si rinvigorisce proprio come dei fiorellini che il gelo notturno ha chiuso e che sono riaperti dal sole del mattino.

Canto 3

Dante e Virgilio giungono di fronte alla porta dell'Inferno, la cui scritta di colore scuro, mette in guardia chi sta per entrare, ammonendo che tale porta durerà in eterno e che una volta varcata non c'è speranza di tornare indietro. Varcata la soglia, Dante sente un orribile miscuglio insopportabile di urla, parole d'ira e strane lingue che lo spingono a piangere in quel luogo buio e oscuro e chiede a Virgilio chi emetta quegli orribili suoni; sono gli ignavi, le anime di coloro che non si schierarono né dalla parte del bene né da quella del male e che ora risiedono nel Vestibolo dell'Inferno, insieme agli angeli che non si schierarono né con Dio né con Lucifero. Sono tanto misere che secondo Virgilio non sono degne di essere guardate da Dante troppo a lungo, e neanche l’Inferno vero e proprio le accoglie. Come in vita non seguirono ideali ora corrono nudi dietro a una vana insegna punti da insetti altrettanto inutili, vespe e mosconi e il loro sangue misto a lacrime viene raccolto a terra da vermi ripugnanti. Tra esse Dante riconosce Papa Celestino V, che per viltà (ma anche sotto pressione di Bonifacio VIII suo successore) rinunciò al soglio pontificio.

Giungono poi nei pressi del fiume Acheronte, sulla cui sponda sono accalcate le anime, ansiose di essere traghettate (la giustizia divina li spinge a desiderare ardentemente di passare) da Caronte, un vecchio irato e dalla barba bianca che si rivolge a Dante invitandolo ad andarsene, essendo ancora vivo; aggiunge anche che Dante dopo la morte non andrà lì, bensì in Purgatorio. Il demone è zittito da Virgilio, che gli ricorda che il viaggio di Dante è voluto da Dio e lui non può opporsi. A quel punto il nocchiero, che ha gli occhi circondati di fiamme, fa salire tutti sulla barca e batte col suo remo qualunque anima tenti di adagiarsi sul fondo. Caronte le porta dall'altra parte del fiume e, prima che siano scese, sulla sponda opposta si è formata un'altra schiera. All’improvviso il suolo è scosso da un tremendo terremoto seguito da un forte vento e poi una luce rossastra, la quale fa perdere i sensi a Dante.

Canto 4

Un forte tuono risveglia Dante dal suo sonno (primo distacco dal passato peccaminoso) e si ritrova al di là dell'Acheronte, nel I cerchio, il Limbo. Virgilio invita Dante a seguirlo, ma con un pallore che allarma Dante così Virgilio spiega che la sua angoscia è dovuta alla presenza in quel luogo di anime che lui ben conosce, essendo lui stesso uno spirito relegato nel Limbo. Appena entrato Dante sente trarre sospiri da ogni parte, emessi da anime che non subiscono alcuna pena.

Virgilio spiega che queste anime non commisero alcun peccato, ma non ricevettero il battesimo o morirono prima di Cristo, il che li esclude per sempre dalla salvezza; la loro unica pena consiste del desiderio inappagato di vedere Dio. Dante chiede poi a Virgilio se mai qualcuna di queste anime sia uscita dal Limbo, per merito suo o di altri. Virgilio risponde che poco dopo il suo arrivo vide entrare Cristo (dopo la Risurrezione), che trasse fuori dal Limbo i patriarchi biblici per portarli in Paradiso.

I due poeti si avvicinano a un punto in cui c’era una luce che vinceva l’oscurità del cerchio; Virgilio spiega che lì risiedono spiriti che hanno ottenuto una tale fama in vita da meritare un grado di distinzione nell'Aldilà. Si avvicinano poi 4 anime, Omero, che regge in mano una spada e procede davanti agli altri come se fosse il loro re, Orazio, autore delle Satire, Ovidio, autore delle Metamorfosi e Lucano, autore del Bellum civile (Pharsalia). Si trattengono un poco a parlare e Dante si sente come “Sesto tra cotanto senno”.

I sei si avvicinano al punto luminoso, dove sorge un nobile castello che è circondato da sette ordini di mura ed è difeso da un fiume (è il simbolo della magnanimità, che si costituisce attraverso le virtù cardinali, prudenza-giustizia-fortezza-temperanza, e intellettuali, intelligenza-scienza-sapienza, appunto le 7 porte). Superano il fiume come se fosse terra solida, attraversano sette porte (le 7 arti liberali del trivio e del quadrivio) ed entrano in un verde prato, dove risiedono gli «spiriti magni». Il gruppo si mette in un punto alto da dove possano vedere tutti i presenti. Poi Dante e Virgilio si separano dagli altri e proseguono.

Gli incontinenti contengono i peccati capitali, escluso invidia e superbia. Sono coloro che non sanno trattenere i loro impulsi, non c'è dunque l’intenzione di far del male.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher gine4600 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Nobili Claudia Sebastiana.
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