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F. Guicciardini (1483-1540)

L’importanza di Francesco Guicciardini è sempre stata sminuita dalla presenza di Machiavelli.

Guicciardini infatti condivide molte delle esperienze storiche, politiche e culturali che segnano la

carriera e la riflessione di Machiavelli. Anche per Guicciardini la politica rappresenta un interesse

dominante, tanto che i suoi scritti (all’infuori della Storia d’Italia) ruotano tutti attorno al tema

politico. Guicciardini giunge all’attività politica per diritto, in quanto aristocratico, mentre

Machiavelli per merito. I rapporti di Guicciardini con il pensiero machiavelliano diventano

particolarmente intensi. Guicciardini parla polemicamente sia delle riflessioni politiche che del

metodo utilizzato da Machiavelli. L’idea che lo studio della storia possa consentire di individuare

vere e proprie regole, fondamento della riflessione politica machiavelliana, viene criticata da

Guicciardini. Tutta la realtà è fatta piuttosto di eccezioni, di circostanze varie che non possono

essere fissate secondo una precisa misura.

Storia d’Italia (pag 1-3)

Scritta tra il 1538 e il 1540, è uno dei maggiori capolavori della storiografia moderna. Guicciardini

scrive quest’opera ricorrendo sempre a fonti e documenti. Divisa in venti libri, racconta gli eventi

compresi tra il 1494 (invasione di Carlo VIII nel regno di Napoli che spodesta i principi di Aragona)

e il 1534 (morte di papa Clemente VII). Quella di Guicciardini è soprattutto la storia del tracollo di

un equilibrio politico e di un’intera civiltà travolta dalla guerra e dalla decadenza politica e civile.

Guicciardini afferma che vi sono forti responsabilità da parte degli italiani. Guicciardini traccia un

quadro fortemente idealizzato dell’Italia della seconda metà del ‘400, caratterizzata dal perfetto

equilibrio politico mantenuto da Lorenzo de Medici. Il discorso prosegue con un’analisi dettagliata

delle vicende di questa età felice. Abbiamo una duplice chiave di lettura: la prima è politica e

riguarda gli errori della classe dirigente italiana contemporanea; la seconda è morale e rivela quanto

è instabile e precaria la condizione dell’uomo. Sorregge tutta l’opera un pessimismo di fondo. Gli

interessi di potere o economici che spingono i principi ad agire sono smascherati nella loro reale

natura.

Arte della guerra di N. Machiavelli (pag 4)

Machiavelli riserva molta attenzione al problema militare nei suoi scritti. La debolezza militare

dell’Italia gli appariva come una delle principali ragioni della crisi contemporanea italiana, dovuta

all’incapacità di bloccare l’avanzata delle grandi potenze europee. Al problema della guerra

Machiavelli dedica l’Arte della guerra, in forma di dialogo in 7 libri. Principale interlocutore

dell’opera è il condottiero Francesco Colonna. Diversi aspetti della guerra vengono affrontati

nell’opera: l’arruolamento dei soldati e il loro equipaggiamento, le tecniche di fortificazione e

l’accampamento, la disposizione dei soldati in battaglia, il loro addestramento. Viene criticato il

ricorso alle truppe mercenarie, considerato dall’autore uno dei principali fattori di debolezza

militare italiana. Si afferma l’importanza della fanteria, destinata a sostituire il ruolo centrale svolto

dalla cavalleria negli eserciti nobiliari medievali. Tesi di fondo del trattato è l’indissolubile legame

tra sfera civile e sfera militare, che si concretizza nell’ideale di un esercito di leva composto da

cittadini.

Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio di N. Machiavelli (pag 5-8)

Scritti tra il 1515 e il 1519, la loro stesura coincide con la frequentazione di Machiavelli degli Orti

Oricellari, i giardini del palazzo fiorentino della famiglia Rucellai, dove alcuni giovani appassionati

di letteratura, storia e filosofia amavano riunirsi per letture e discussioni. Prendendo spunto dal

poeta latino Tito Livio, Machiavelli costruisce un’opera composita e variegata, in cui vengono

affrontati diversi aspetti della storia e della politica. Quella dei Discorsi è una scienza politica che

indaga le forme dello stato e la loro struttura. Machiavelli vede nella Roma repubblicana il più

perfetto esempio di creazione politica. Vengono affrontati i temi dell’organizzazione dello Stato, le

leggi e l'importanza della religione come strumento politico nelle mani di chi è al potere.

Machiavelli rimpiange i culti pagani dei romani, che inducevano il cittadino ad immedesimarsi

nello Stato. Allo stesso modo accusa la religione cristiana di distogliere la popolazione dagli

interessi civili e dall'amore patrio. E’ notevole come nel pensiero di Machiavelli la religione venga

analizzata da un punto di vista puramente utilitaristico nell'ambito politico, senza porre nessuna

attenzione alla veridicità delle religioni stesse. Parla poi della politica estera e della politica militare

che aveva avuto Roma. Si individua nella virtù dei cittadini un grande fattore di stabilità e

grandezza dello stato. L'autore pone l'accento sul legame che allaccia virtù e fortuna, sottolineando

le conquiste romane dovute alla virtù. I Discorsi attuano una visione di insieme sui temi dello stato,

mescolando esempi antichi e contemporanei. Machiavelli guardava allo studio della storia romana

come a un eccezionale laboratorio per individuare norme di comportamento politico utili anche ai

contemporanei. Opera molto simile al Principe.

Proemio dei Discorsi: Machiavelli affronta il tema della lezione degli antichi come fonte e modello

da cui ricevere insegnamenti per il presente. Gli argomenti prendono spunto dalla grande

ammirazione per la cultura classica del Rinascimento. Machiavelli utilizza le opere di storia del

passato per ricavare una vera e propria scienza della politica. Una lettura capace di pervenire ad una

conoscenza approfondita dell’oggetto, ma anche capace di dare risposte ai problemi del presente.

Machiavelli inoltre postula l’uniformità della natura umana, cioè l’idea che esista un fondo

antropologico immutabile: se i fattori dell’agire umano sono sempre gli stessi, allora gli esempi

forniti dagli antichi sono utilizzabili anche per il presente.

Aurora di F. Nietzsche (pag 9)

I cinque libri che compongono Aurora rappresentano in Nietzsche l’inizio della campagna contro la

morale. “Aurora” significa l’uscita definitiva dal vicolo cieco dell’Idealismo. L’opera fu composta

nel 1881 e dimostra il desiderio di Nietzsche di scavare nei presupposti della morale, che vengono

ricondotti principalmente alla paura. La ricerca dell'essenza della morale si sviluppa attraverso la

critica di quelli che sono stati posti come i suoi fondamenti tradizionali: il dovere (Kant), l'utile, la

compassione. A sostituirli sembra intervenire il concetto di paura. Elogio della lentezza nella

prefazione: indagare con attenzione, cercare di capire parola per parola ciò che dice il testo.

Lettere di L. Ariosto

Ci sono pervenute 214 lettere di Ariosto scritte tra 1498 e 1532 in cui troviamo ammissioni di

debolezza, di sconforto, desideri di fuga. La scrittura epistolare di Ariosto nasce da concrete

urgenze comunicative: sono pertanto lontani dalla volontà di conferire un valore estetico e letterario

all’opera e caratteri idealizzati al proprio ritratto. Il tono generale dell’epistolario rispecchia la

personalità e il carattere di Ariosto, sempre incline a cogliere il lato umano delle cose e a riflettere

sulla complessa varietà della vita. Anche nelle lettere “ufficiali”, inviate dalla Garfagnana al suo

signore e ispirate da occasioni e spunti diversi, il poeta conferma la propria caratteristica medietas,

la ricerca dell’equilibrio. Nel lessico delle lettere le consuete formule di saluto cancelleresche in

latino si accostano alla concretezza della lingua volgare.

Lettera 12 (pag 11): scritta al marchese di Mantova, abbiamo una cronaca interna del testo. Il libro

non è limato (terminato) poiché l’opera è estesa e richiede un grande lavoro. L’Orlando innamorato

è un antecedente generazionale dell’OF.

Lettera 15 (pag 13): scritta al Marchese di Mantova, l’opera è terminata e deve solo essere

stampata. Ariosto vuole un aiuto economico per la propria opera. Ippolito, che ci tiene ad aiutare

Ariosto, chiede al marchese di Mantova di lasciar passare le mille copie senza far pagare la tassa di

importazione della carta. Duchi di Ferrara si interessano all’opera, poiché, una parte dei compensi

economici sarebbe andata a loro (lettera di intesa tra Ariosto e i suoi sostenitori).

Lettera 16-17 (pag.13-15): h

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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