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Riassunto esame Letteratura Italiana, docente Turchi, testo consigliato Pinocchio e Collodi, Autore Dedola Rossana Appunti scolastici Premium

Riassunto esame Letteratura Italiana docente Turchi, testo consigliato Pinocchio e Collodi, Autore Dedola Rossana. Analisi del rapporto tra autore e testo attraverso una lettura della vita di Collodi. Università degli Studi di Firenze - Unifi.

Esame di Letteratura italiana docente Prof. R. Turchi

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consumato". Le alterne vicende che in quel periodo sconvolsero la politica fiorentina fecero sentire il loro contraccolpo sul giornale;

dalla fuga del granduca a Gaeta, alla nomina del governo moderato costituzionale di Capponi e Ridolfi, all'instaurazione del

governo provvisorio, sino alla presa del potere da parte del Guerrazzi dopo la notizia della sconfitta di Carlo Alberto a Novara. La

politica di restaurazione che Leopoldo si trovò ad attuare al suo rientro non fu però all'insegna del rinnovamento e delle riforme

auspicate. Le scelte politiche del granduca provocarono un contraccolpo immediato non solo sul giornale di Lorenzini, che venne

soppresso, ma anche sulla sua carriera impiegatizia. Al rientro a Firenze dopo la guerra il giovane Carlo aveva trovato impiego

come aggregato commesso del Senato toscano, ma al ritorno del granduca venne licenziato. Di l' a pochi mesi tuttavia, grazie

all'intervento di Aiazzi venne riassunto e divenne suo coadiutore. Il fratello Paolo invece era andato a lavorare come impiegato

nella fabbrica dei Ginori ed è proprio in quel periodo che la famiglia si trasferisce ne mezzanino del palazzo Ginori ma, quando

Paolo sposò una ricca vedova e si trasferì in via de' Calzaiuoli, Carlo, che non riusciva ad andare d'accordò con la cognata decise

di separarsi dalla famiglia per andare a vivere insieme al fratello Ippolito a casa della sorella Maria Adelaide. Nella nuova casa

viveva anche Ulisse Zipoli, forse il fratello prete del secondo marito di Maria Adelaide. Sembrerebbe che il periodo trascorso

accanto allo Zipoli abbia lasciato un segno profondo nella formazione intellettuale di Carlo che, proprio in quegli anni si perfezionò

nella lingua francese, imparò a leggere la musica e a suonare il piano. Lorenzini ha intanto iniziato a lavorare con vari giornali. Nel

1853 è direttore dello Scaramuccia che, grazie al sostegno dello zio paterno, diventerà di sua proprietà. L'impegno per il suo

giornale è totale tanto che arriverà a scriverne quasi tutti gli articoli. Nel 1856 inizia la collaborazione di Lorenzini con La Lente,

giornale umoristico in cui usa per la prima volta lo pseudonimo di Collodi. Alla fine dell'anno Collodi abbandona Firenze e va a

Bologna come corrispondente de "L'Italia musicale" di Milano, giornale di letteratura e belle arti. Secondo Ferdinando Martini

Collodi dovette adeguarsi ai tempi segnati da una forte censura smorzando e camuffando le critiche politiche ma reagendo sempre

con veemenza contro coloro che spudoratamente avevano tradito gli ideali risorgimentali per trarne vantaggi personali. Uno dei

bersagli preferiti in quel periodo fu il poeta Giovanni prati che con i suoi versi di "stramba fattura" si proclamava a favore di casa

Savoia e devoto a Carlo Alberto. Lorenzini iniziò ad attaccarlo sullo Scaramuccia con una serie di articoli in cui metteva in ridicolo

anche il poeta Rodolfo e lo chiamava cicala, a sua volta il poeta si rivendicò nel prologo di Stana e le grazie definendolo un

topolino... Lorenzini però non rispose perchè nel frattempo aveva venduto Scaramuccia. Solo dopo l'unità d'Italia gli sarà possibile

debuttare in teatro. Nel 1856 scrive un romanzo a vapore, Da Firenze a Livorno, si tratta di una guida di viaggio ironica, in quel

periodo scrisse I misteri di Firenze. Scene Sociali in cui metteva in dubbio la natura del testo. In questo periodo si dà al bere

smodato, al gioco e fa le ore piccole. Queste avventure contribuiranno a creargli la fama di donnaiolo. Subito dopo la sua morte

infatti il fratello Paolo si affrettò a bruciare tutte le lettere del fratello per cancellare la testimonianza di certe vicende. La scelta dello

pseudonimo Collodi sembra ribadire il suo legame non solo con la madre ma anche con la famiglia materna. Non sembra ci sia in

quegli anni nel rifiuto di Carlo per il matrimonio un'impossibilità di amare, quanto piuttosto la difficoltà di accettare un legame

sentimentale duraturo a livello sociale cui origine sembrava destinarlo. Carlo si innamorò di una signora di Firenze sposata e

madre di due bambini, forse non era soltanto lo stato civile ad impedire il matrimonio, non è improbabile che un impedimento a tale

legame derivasse anche dal ceto della donna. Tale legame non può durare in eterno, la separazione dalla donna amata provoca in

lui una delusione profonda. Che lo spinge verso l'alcol e il gioco d'azzardo.

Il viaggio intrapreso nel 1859 lo riportò verso il nord , si arruolò e partecipò alla seconda guerra d'indipendenza nel reggimento

Cavalleggeri di Novara. Partì per la guerra forse per allontanarsi dalla difficile situazione sentimentale che viveva in quel periodo.

La seconda guerra d'indipendenza fu sostanzialmente la guerra del Piemonte. La popolazione non si mostrò altrettanto coinvolta

come nella prima e la campagna assunse un carattere esclusivamente militare. L'abilità diplomatica del conte di Cavour nel

frattempo aveva garantito al Piemonte il riconoscimento di una propria posizione autonoma nel panorama europeo. Anche Collodi

pone l'accento sulla nuova politica attuata da Cavour.

L'armistizio di Villafranca, concluso da Napoleone III di Francia e Francesco Giuseppe I d'Austria l'11 luglio 1859, pose le

premesse per la fine della seconda guerra d'indipendenza. Fu la conseguenza di una decisione unilaterale della Francia che, in

guerra a fianco del Regno di Sardegna contro l'Austria, aveva la necessità di concludere la pace per il pericolo che il conflitto si

allargasse all'Europa centrale. L'armistizio di Villafranca causò le dimissioni del presidente del Consiglio piemontese Cavour che lo

ritenne una violazione del trattato di alleanza sardo-francese. Quest'ultimo prevedeva infatti la cessione

al Piemonte dell'intero Lombardo-Veneto diversamente dai termini dell'armistizio che disposero la cessione della sola Lombardia.

In Giannettino è documentato tutto lo sgomento che seguì la pace di Villafranca e il clima di ostilità e rancore che si diffuse. Per

lunghi mesi fu a capo della Toscana uno degli uomini più in vista della Firenze granducale, il barone Ricasoli che aveva

partecipato alla restaurazione del regime granducale nel 1849. La morte improvvisa di Cavour nel 1861 avrebbe favorito l’ascesa

del barone che in seguito a questa circostanza sarà chiamato a governare l’Italia. Per un periodo di tempo dopo l’armistizio di

Villafranca Lorenzini preferirì non tornare a Firenze e trasferirsi a Milano dove entrò in contatto con l’editore Sonzogno. Quando

tornò a casa del fratello poso alcune circostanze per garantirsi una certa indipendenza, ribadì la sua intenzione di vivere del

proprio lavoro e di abitare con i suoi familiari a patto che non si occupassero troppo di lui. Il ritorno a casa tttavia non bastò

restituire a Collodi la pace e la calma interiori. La fine del sogno risorgimentale e le accuse degli avversari sembrarono precipitarli

in un periodo nero che finì per incidere anche sul suo carattere. Lo stato ‘animo di frustrazione e di fallimento sembrava lacerarlo a

tal punto da farlo ricorrere alla bottiglia e ad altre sostanze stupefacenti. Quando il plebiscito dell’11 e del 12 marzo 1860 sancì la

volontà, Collodi non mostrò soltanto di aver ritrovato la sua capacità umoristica ma di provare una nuova e profonda commozione

e la esibì senza inibizioni in un articolo uscito poco dopo sulla Nazione. Pochi giorni dopo la scelta plebiscitaria a favore dell’unità,

Collodi annuncia la rinascita del Lampione. Il giornale uscirà puntualmente dal 15 maggio annunciando il proprio programma

libertario e indipendentista.

Nel 1860 Collodi fu nominato commesso aggregato nella commissione di censura teatrale con uno stipendio annuo di 1764 lire, il

suo compito era quello di leggere copioni e manoscritti e di darne l’approvazione ufficiale. Tale nomina però non lo soddisfaceva, al

contrario si sentiva molto deluso per non essere stato nominato censore effettivo e per il modo incerto in cui procedeva la sua

carriera impiegatizia. Le mancate promozioni lo spinsero a non rispettare il proposito che si era fatto al ritorno dalla guerra: di non

accettare l’aiuto dei Ginori. Nel 1864 venne nominato Segretario di II classe nella Prefettura di Firenze e finalmente raggiunse quel

livello sociale cui teneva molto. L’ambivalenze rispetto al proprio lavoro di dipendente statale accompagnò Collodi sino al momento

della sua pensione, pur non riconoscendosi pienamente nel ruolo di impiegato continuò a lavorare sino al 1881 quando venne

collocato a riposo. Negli anni intorno all’Unità d’Italia Collodi vide modificarsi non solo il profilo politico della sua città ma anche

l’aspetto esteriore soprattutto quando nel 1865 diventò capitale d’Italia. Collodi continuò a parlare dei gravi problemi della politica

italiana nel Fanfulla, giornale nato nel giugno del 11870 per rispondere alle esigenze del pubblico che non sembrava accontentarsi

più di quanto offrivano le vecchie testate. Nessuno dei suoi fondatori poteva però immaginare che partendo dal nulla il Fanfulla

avrebbe conquistato un consenso vastissimo. Collodi cominciò un’intensa collaborazione che durò fino al 1876. L’umorismo con

cui guardava alla realtà italiana non gli impedì di porre l’accento su un problema che veniva ampiamente sottovalutato: l’alto tasso

di analfabeti. Proprio questa consapevolezza lo portò a rinunciare al lavoro di giornalista per dedicarsi a educare e far ridere gli

scolari italiani insegnando.

Nel 1875 ricevette dalla libreria Paggi l’incarico di tradurre i Contes e le Histoires di Perrault era un progetto che si inseriva a pieno

titolo nella linea culturale della casa editrice che dopo l’Unità si sentiva impegnata nel compito di diffondere una lingua comune tra

i cittadini dello stato unitario. Con il titolo Racconti delle fate, nel 1867, era già uscita in edizione italiana Jouhaud la traduzione di

14 novelle francesi, affidando a così breve distanza a Collodi il compito di svolgere lo stesso lavoro, la casa editrice Paggi aveva

forse compiuto un piccolo atto di pirateria editoriale. Nelle versioni di Donati tuttavia i personaggi si chiamavano ancora Barba

Turchina e Berrettina Rossa, Collodi riesce invece sin dal titolo a dar vita ai personaggi che diventeranno famosi: Barba blu e

Cappuccetto rosso. In questi stessi anni si verificherà un crescente interesse per il materiale fiabesco della tradizione popolare in

tutta Europa. Il nuovo lavoro di Collodi si colloca dunque in un clima nn solo di accresciuto interesse per le fiabe ma anche di

rispetto filologico e di riconoscimento della loro dignità letteraria. Nel Novecento Calvino effettuerà una trasposizione delle fiabe dai

vari dialetti. Al contrario di Collodi però Calvino non si limiterà ad apportare un solo cambiamento di tono o lessicale ma

modificherà profondamente i testi arrivando anche a trasformarne i simboli. Le traduzioni di Collodi sono sostanzialmente fedeli al

tracciato originario, lo scrittore inoltre va a cercare il modo idiomatico in cui in italiano ci si riferisce ad una tale situazione,

arricchendola ulteriormente.

La collaborazione con l’editore Paggi non si fermò alla traduzione delle fiabe francesi, appena concluso l’impegno come traduttore,

Collodi iniziò a scrivere per ragazzi. Nel 1877 uscì Giannettino che gli valse la nomina a Cavaliere del Regno D’Italia, nel 78

Minuzzolo e nell’80 Macchiette, Viaggio per l’Italia di Giannettino parte prima. Giannettino fu un vero successo editoriale.

Nonostante l’accoglienza estremamente favorevole, noon sempre i manuali scolastici di Collodi furono giudicati positivamente

dall’ambiente scolastico, Giannettino e Minuzzolo non ottennero infatti l’approvazione ministeriale, a giudizio del ministero i testi di

Collodi erano concepiti in modo così romanzesco da distrarre dall’utile.

Collodi non si propone di additare al ragazzino il gruppo dei buoni scolari come modello cui conformarsi, gli insegna invece quanto

possa apprendere dall’errore e dal confronto senza però rinunciare ad essere se stesso. Già nei testi scolastici comincia ad

affiorare quella funzione di guida che in Pinocchio diventerà essenziale per la trasformazione da burattino a ragazzo. Sin dal titolo,

Giannettino richiama il Giannetto di Parravicini, il testo aveva avuto una vastissima diffusione nelle scuole e una serie incalcolabile

di ristampe. A questo modello sembra rifarsi Collodi mostrando però sin dall’inizio la distanza incolmabile che lo separa

dall’impostazione generale e dalle idee pedagogiche del Parravicini. Al contrario della solennità con cui ha inizio Giannetto, il

Giannettino comincia con la coniugazione diretta e che si riferisce a qualcosa che è stato appena detto. Sin dall’esordio è possibile

riconoscere quale sia l’atteggiamento pedagogico che il dottore assume nei confronti di Giannettino: egli decide di essere sempre

sincero con lui anche a costo di dovergli dire cose negative e sgradevoli. Giannettino non è l’unica figura infantile del libro, gli viene

infatti ben presto accostato Minuzzolo, che mostra subito di possedere un carattere diverso dal primo. Anche al dottor Boccadoro si

affianca un’altra figura adulta che dà nuove lezione al ragazzino: è lo zio materno, il capitan Ferrante dalla risata assordante. Ogni

volta che il bambino si comporta male, più che i due maestri adulti, è la realtà a infliggergli una dura lezione. Per dare a

Giannettino un insegnamento di vita il racconto di Collodi utilizza anche gli animali. Gli scatti d’umore vengono riflessi attraverso lo

specchio filosofico del pappagallo Ciuffettino blu che anticipa i tanti incontri di Pinocchio con gli animali ammonitori. Il capitolo

XXXII, I cattivi compagni, sembra anticipare Pinocchio e mettere in luce come ogni cambiamento in positivo possa essere

anticipato da una ricaduta nei vecchi atteggiamenti. Giannettino ha avuto dalla madre venti lire per comprarsi un Atlante ma

arrivato a scuola non resiste alla tentazione di mostrare ai compagni la moneta, i compagni lo convincono allora ad andare

all’osteria dove il napoleone scomparirà, ma il protagonista subirà anche altre sciagure, e verrà salvato solo dall’arrivo della

misteriosa carrozza. Il libro si conclude con la paura degli esami in cui il ragazzino mostra di conoscere bene le recenti vicende che

hanno portato ll’Unità. Minuzzolo riprende la narrazione proprio dove Giannettino si era fermato: il bambino ritorna a casa con i

suoi fratelli dopo aver accompagnato l’amichetto che parte per il suo viaggio in Italia. E subito, accanto ai tanti difetti di Minuzzolo

viene notata anche una dote: Minuzzolo aveva un buon cuore, non è dunque la disciplina a meritare una lode a il buon cuore che

permetterà anche a Pinocchio di salvarsi.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'infanzia
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher clapclap929 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Turchi Roberta.

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