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Riassunto esame Letteratura italiana del rinascimento, prof. Ferretti, libro consigliato L'uniforme cristiano e il multiforme pagano. Saggio sulla Gerusalemme liberata, Zatti

Riassunto per l'esame di letteratura italiana del Rinascimento e del prof. Ferretti, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente L'uniforme cristiano e il multiforme pagano. Saggio sulla Gerusalemme liberata, Zatti. Scarica il file in PDF!

Esame di Letteratura italiana del Rinascimento docente Prof. F. Ferretti

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L’opera nasce in questo senso come itinerario dall’identità debole disgregata dell’errante a

quella autorevole compatta del signore: strumento di autocoscienza e di legittimazione, essa si

concepisce quale esercizio vitale atto a rimuovere la minaccia di una consistenza frantumata. Ad

ancorare il soggetto sul versante della legge è l’orgoglio di un io legislatore e demiurgo che risuscita

il mito umanistico del poeta velut alter deus: Tasso è maestro che diletta e insegna, medico capace

di apprestare con la sua opera una salvezza più alta se stesso e agli altri. Ciò che accomuna queste

figure e le accredita di valore è il privilegio di un’autorità legittimatasi come potere della quale

anche il poeta aspira ad essere investito. L’approdo a una certezza tutelata dall’istituzione è la posta

che accompagna l’offerta del poema. Il successo artistico segna la salvezza dal naufragio è la fine

del viaggio, decretando il trionfo dell’identità definitivamente sottratta all’ipoteca della Fortuna.

3. Immagini dell’alterità che riattivano i fantasmi del conflitto che inaugura il poema. Diversi sono

i modi e i luoghi della loro presenza: la trama compatta della narrazione epica risulta interrotta

dall’affiorare di forme di soggettività che prediligono i canali istituzionali della metafora e della

similitudine, restando così prigionieri di una marginalità che le distanzia, di una alienazione che le

deforma. Questo processo però appare tanto più sintomatico per la contraddizione da cui prende

rilievo: un autore così prepotentemente soggettivo come tasso si condanna tacere come voce in

conformità al suo progetto epico. Rinuncia quindi di ritagliarsi quello spazio deputato dell’io che

aveva consentito ad Ariosto di praticare un esercizio assiduo di mediazione entro la sede

istituzionale del prologo. Qui infatti il narratore prendeva in prima persona la parola con l’intento di

ricondurre il lettore dalla realtà fittizia alla sua sostanza storica. Ora questa soggettività rimossa

riaffiora in prima istanza nel ricco repertorio di similitudini che attingono alla tematica inaugurale,

relativa a una condizione di debolezza, disagi smarrimento.

Altri luoghi in cui i medesimi personaggi tornano a popolare la scena. Vedi Infermo XIII, 79;

XX, 105; Peregrino XIII, 3; XVII, 1; Fanciullo XIII, 18 (p.96-97).

L’immagine ossessive del Peregrino errante del fanciullo infermo sono le protagoniste di quel

movimento figurale che attraversa e dialettizza lo spazio epico. E si aprono il varco per l’in sedia di

una struttura tematica alternativa, quella dell’errore, che costituisce l’autentico controcanto del tema

dominante della conquistata. Rintracciare i luoghi di emergenza significa dare voce a un discorso

che non resta ancorato solo a una soggettività respinta ai margini, ma acquista sempre maggior peso

e autonomia nell’economia semantica del poema, così da condizionarne l’equilibrio e la

organizzazione strutturale.

4. La canzone del Metauro può essere considerato il documento esemplare dell’atteggiamento di

Tasso nei confronti della propria vicenda biografica. C’è il processo di sdoppiamento: soggetto

dell’enunciato (breve percorso retrospettivo attraverso tappe dolorose) e l’io storico che cerca riparo

all’ombra dell’alta quercia (Francesco della Rovere). A presidio dell’esule e dell’errante, il signore è

chiamato a costituire l’immagine parentale prematuramente scomparsa. Questa privazione

traumatica appare riscattata dalla solennità della forma in cui l’io poetico ribalta la condanna,

eroicamente assumendo la propria vocazione alla solitudine alla pena. La canzone risulta così

bilanciata sulla tensione prodotta dall’improvviso affiorare del pathos autobiografico e dal suo

altrettanto rapido incanalarsi nelle forme eloquenti di una retorica delle passioni.

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In questo confronto di un polo forte con uno debole ritroviamo quel rapporto con l’autorità che

costituisce una fondamentale esperienza biografica e configura la sfera di più frequente attivazione

dell’immaginario tassiana. L’istituzione mostra il suo volto rassicurante benigno dei caratteri

tipicamente regressivi, che lo sottrae al destino deviante dell’errore (p. 98). La questione in gioco

non si esaurisce negli obblighi dell’omaggio cortigiano perché significherebbe ignorare quanto il

bisogno di identificazione di Tasso, al fine di rendere lui stesso portatore di quella legge dalla quale

si riconosce viceversa escluso. Proprio l’azione narrativa del poema si incarica di smentire ogni

possibile unilateralità divisione, di rovesciare quell’ideologia ottimistica che sembra caratterizzare

la presenza della legge. Nell’imperialismo cristiano che fagocita gli spazi di libertà, respinge i

margini o colpevolizzare il desiderio deviante, Tasso dipingere il volto duramente autoritario

dell’istituzione. Una tale ambivalenza caratterizza l’istanza della legge come quella che istituisce il

dissidio tematico e genera le figure antagonistiche dell’esordio.

5. Biografia-opera: la vita di Tasso fornisce spunti per interpretazioni. Su questi presupposti è nata

in un primo tempo la mitizzazione di tipo romantico illustrata dalle intuizioni di grandi artisti

(Montaigne, Goethe, Leopardi, Baudelaire), viziata dal pregiudizio del “genio perseguitato”; in un

secondo tempo è stato l’interesse di età positivista sull’indagine dei rapporti tra genio e follia a

suscitare tanto interesse attorno alla figura eccezionale di Tasso, col risultato di ridurre la biografia a

caso clinico e l’opera a mero documento. Il disinteresse programmatico della critica idealistica per i

fatti riguardanti la psicologia e la biografia dell’autore si è tradotto in una diffidenza

particolarmente marcata in Tasso consentendo una reazione salutare nei confronti di questo uso

spregiudicato del dato biografico. Questo non ha impedito a critici accorti (Caretti e Getto) di

riconoscere nella biografia di Tasso un passaggio obbligato per la comprensione dell’opera.

Oggi si riconsidera la biografia e la sua relazione con l’opera in una luce nuova che si serve della

psicanalisi, ma non la vecchia via riduttiva nei confronti dell’opera: l’operazione biografica che

meccanicamente trasferisce sui risultati dentro il testo finisce per impoverirne i contenuti. Non è

credibile nemmeno un’operazione volta l’individuazione di un linguaggio che sia capace di parlare

della vita e dell’opera senza sdoppiarsi. Il modo corretto di intendere il rapporto tra biografia e

opera è quello che concepisce l’inconscio come conoscibile attraverso le sue manifestazioni

linguistiche. In questo senso il dato biografico può essere letto come un sintomo, ogni

comportamento assume lo statuto di un testo. Ne nasce così un rapporto di omogeneità tra sintomi

veri e propri, o comportamenti intesi come sintomi da un lato, e testi a piena valenza letteraria

dall’altro. La condizione imprescindibile è la consapevolezza che la lettura delle opere come fossero

sintomi resta comunque provvisorie riduttiva. NB Dal momento che il nostro fine è l’interpretazione

del testo le omogeneità fra manifestazioni semiotiche dell’inconscio possono solo servire come

contro prove rispetta una proposta critica che viceversa consisterà nelle prove direttamente scaturite

dall’analisi dell’opera.

6. L’ossequio al principio di autorità è quello che regola ruolo di cortigiano del Tasso. Tutto per

lui si esaurisce nell’orizzonte chiuso della corte; in cambio del suo ossequio l’autore ritiene di aver

diritto alla protezione, gli onori e alla gloria. La corte individua e definisce la sua singolarità

situandola entro un sistema rigido di obblighi e di privilegi; quando questi non arrivano è dentro la

corte che egli cerca le prove di una verità che viene messa sul conto di una fatalità anonima e

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imperscrutabile, la Fortuna, da sopportare come un’ingiusta persecuzione. Di qui un vittimismo

talora esasperante, tanto da generale il sospetto di un desiderio protagonistico che esibisce

narcisisticamente la propria esemplare infelicità. Resta comunque vero che il sentirsi esposta una

ostilità proveniente dall’esterno gli consente un’economia di sofferenza o perlomeno risparmio di

approfondimento intellettuale. È una consapevolezza che Tasso stesso tradisce (p. 102). Il signore

porta le insegne del padre-Dio, rappresentante della legge, il personaggio centrale di questa vicenda

di persecuzione. Autocensura consapevole o rimozione impediscono a Tasso di riconoscere la

responsabilità diretta di Alfonso. Un padre che troppo spesso si lascia sedurre dalle accuse dei

fratelli rivali contro il figlio innocente, ma che è pur sempre l’immagine terrena del Padre celeste

per cui va ubbidito e venerato con somma riverenza comunque dispensi pene o premi. Con questo

atteggiamento l’autore rivendica la norma che lo dichiara colpevole. Proprio dall’accusa di

ribellione al principe-padre egli è infatti costretto a difendersi e la reclusione nel carcere di

Sant’Anna gli pare assimilabile per la sua crudeltà alla condanna anticamente inflitta ai parricidi (p.

103). Questa forzata similitudine tradisce la percezione della reale natura del delitto, che mutua

costantemente il proprio linguaggio da questa infantile soggezione alla legge del padre. Fuori di

questo rapporto con il principe e della corte c’è per Tasso solo esclusione e non-consistenza.

La stessa malattia di mania di persecuzione è l’altra faccia della sua reverenza incondizionata. È un

atteggiamento di dipendenza e di passività in cui sembra soddisfarsi un potente bisogno di

punizione. Non possiamo spiegarci altrimenti il fatto che l’atteggiamento di Tasso nei confronti

dell’istituzione si configura come una richiesta di esame volta a sollecitare spontaneamente

l’intervento giudicante dell’autorità sia essa ecclesiastica o letteraria.

La figura paterna è ovunque evocata per adempiere al ruolo di interdizione perché quando non ne

è vittima, Tasso sembra lamentar nell’assenza. È lui stesso che collabora con l’autorità per sé Cutrì

c’è investendola di una funzione di un diritto che poi è continuamente tentato di negarle. Il

desiderio di legittimazione del poema si alimenta di due istanze complementare contrapposte.

In modo simile funziona il gioco di parziale ammissione ed immediata ritrattazione che concerne le

sue inclinazioni luterane: delegare a un’autorità esterna la responsabilità della condanna è un modo

per espellere l’angoscia e per questo non si dichiara soddisfatto della sentenza interlocutoria del

tribunale ecclesiastico. Egli esige la dichiarazione di colpa, così come esige dalle condanne dei

letterati romani la conferma delle sue perplessità artistiche. La cosa non gli vieta di dichiarare

spesso il fastidio contro la revisione romana; ma piuttosto che abolirla preferisce studiare i modi di

aggirarla Accanto la necessità del giudizio della sottomissione si afferma così il bisogno di

sottrarsi agli schemi condizionanti della legge. Le scelte libertarie procedono per negazione interna

di questo conformismo e perciò conservano sempre le tracce di qualcosa di anomalo clandestino.

Getto inserisce in questa prospettiva il motivo biografico del viaggio: sono fughe e

peregrinazioni che testimoniano un’inquietudine volta a rovesciare continuamente in disagio e

sospetto la fiducia nel rapporto privilegiato con il potere. Il viaggio rappresenta il tentativo di

emancipazione da quella realtà istituzionale in cui appare tutta racchiusa e disciplinata la sua

esistenza; illusione di evadere dalla prigionia di un ruolo precostituito, dei segni prescritti di un

canone letterario codificato. La sua è una fuga dalla corte che però approda di nuovo dentro la corte,

così come la spinta deviante della scrittura tende a riassorbirsi nel dettato dell’Accademia.

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Le tormentate peregrinazioni di Tasso attraverso le corti rappresentano altrettante ripetizioni del

primitivo trauma dell’esilio dalla patria napoletana.

Si consolida allora la figura autobiografica dell’errante. Il movimento fisico si collega a una

mobilità soprattutto psicologica che spinge l’autore a esasperare le contraddizioni della propria

condizione di subalterno sradicato. Le peregrinazioni hanno il carattere di un ritorno inteso a

restaurare la pienezza vitale perduta con l’esperienza precoce della morte materna dell’esilio

paterno. I frequenti soggiorni napoletani si spiegano ora con la ricerca di un ricovero sottratto alla

instabilità della Fortuna e alla varietà dei tempi presenti, ora con la volontà di rivendicare un diritto

allenato in grado di restituirlo a una condizione di indipendenza sicurezza. Ma la stessa Ferrara una

volta perduta diventa sede di un mitico ritorno alle origini. Tale condizione psicologica tende a

fissarsi nell’immaginario tassiana secondo una dialettica della sottrazione del recupero che sviluppa

una costante tensione verso l’acquisto e il suo stabilimento. L’esperienza esistenziale assume ai suoi

occhi i caratteri di una progressiva vicenda di privazione (della patria, degli affetti, della ricchezza,

della libertà) destinata a degenerare nei sintomi di un’identità impoverite minacciata dalla malattia.

La famosa lettera del “folletto” documenta il tema della sottrazione ormai diventato

patologicamente ossessivo (p. 108).

Tema epico della “conquista” che è una ri-conquista della pace originaria della cristianità alienata

nelle mani degli infedeli lascia trasparire in controluce le suddette implicazioni psicologiche. È una

realtà che si coglie anche attraverso le intenzioni di scrittura dichiarate dal poeta. Un passo della

Dedica ai Lettori del Rinaldo tradisce la connessione profonda di temi poetici e biografici sulla base

della loro comune matrice immaginaria (nb p. 109).

La scelta della poesia sta allo scopo dell’acquisto di gloria destinato da attuarsi per la via di una

identificazione contraddittoria con il padre. Se è vero che optare per la carriera poetica è

un’esplicita infrazione alla sua legge, è evidente che proprio la violazione del divieto rappresenta il

mezzo per un’identificazione più totale: questa non solo si esprime materialmente nella scelta

professionale, ma anche nel recupero di quell’esperienza artistica che aveva caratterizzato l’attività

poetica di Bernardo. Tasso vuole risarcire la sconfitta paterna e il suo diritto a pretendere il

riconoscimento del mondo affermando la propria autorità di poeta. Ecco perciò che la poesia si

configura fin dall’inizio come strumento dell’identificazione del riscatto, una strada più rassicurante

degli studi giuridici ma ugualmente indicizzata ai fini di un acquisto, un consolidamento un

recupero. Malignità della fortuna e ostilità degli uomini saranno le minacce costanti alla sua

compattezza interiore continuamente riconquistata con sforzo attraverso la proiezione eroica nei

personaggi e attraverso l’esercizio prestigioso della scrittura, narcisistico specchio di Armida.

Il sentimento di una perdita esige la restaurazione il risarcimento e tocca l’immaginario tassiana

emerge un senso di estraneità e di privazione che non riesce ad affermarsi storicamente come crisi

d’identità o come dissenso e resta pertanto confinato nei limiti di una sventura privata. Il particolare

rapporto dell’io con la scrittura disegna una trama sottile compatta di atteggiamenti sintomatici.

Nelle liriche filtrano le immagini di un io dominato dalle identificazioni deboli la cui condizione di

spossamento anima una ricerca assidua di consistenza dentro le metamorfosi della natura i

rivolgimenti della fortuna. Estremo approdo di questa sottrazione d’identità è l’atteggiamento

costitutivo dei madrigali in cui l’io si assimila a una fauna inerme e oltraggiata e si riduce a voce e

musica. Tasso anche se rappresenta un mondo ridotto a pura soggettività dove l’io si espande nella

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forma del riflesso o del prolungamento di un altro da sé più aereo imprevedibile fino alla totale

disincarnato, esso si compone di realtà indicibili e di oggetti irraggiungibili come la donna, che

compare solo come immagine riflessa nello specchio. Quello che più si afferma in questo

atteggiamento della coscienza acuta dell’alterità, sia che essa venga subita come esclusione, sia

che venga assunta come forma di difesa. Questa alterità attiva nel poema i temi della maschera,

della simulazione, del travestimento nella loro doppia valenza di desiderio mimetico e di desiderio

di autoannientamento. Ma Tasso non è alieno da travestimenti letterari e questa pratica sembra

esprimere un sentimento ambiguo di estraneità (es pag. 112).

Questi luoghi della scrittura (le lettere e le rime) in cui Tasso inclina verso il soggettivismo

autobiografico vivono delle tensioni e delle ambivalenze create dal problema dell’identità. Dove

racconta la sua condizione di infermo, errante e naufrago la raffinata strumentazione retorica della

sua scrittura e il prestigio conferito da un simile esercizio lo smentiscono restituendo la faccia

messa in ombra dello sdoppiamento psichico. Attraverso le lettere da Sant’Anna e i Dialoghi Tasso

vuole dare al mondo l’immagine di un letterato abile dotto pienamente padrone del suoi mezzi

intellettuali e la realtà materiale dell’escluso potenzia l’immagine ideale del signore. Il prigioniero

non solo si degna in uno sfoggio di dottrina ma dimostra di voler delegare l’esercizio virtuosistico

dell’eloquenza onere valore di prova della sua sanità mentale. Si illude di cancellare la realtà ha

fatto concreta della sua mancanza nei confronti del potere, quella che continua a designare

genericamente come errore. La lettera inviata dalla prigione al cardinale rievoca un episodio della

vita di Sofocle (p. 113). Ritiene che l’accertamento dell’identità intellettuale possa valere una

assoluzione dalla colpa.

La scrittura è investita di un alto potere di risarcimento, diventa mezzo di legittimazione

dell’identità minacciata dalla legge tirannica del principe-padre. Con il tempo si fa più stretto il

vincolo fra l’orgoglio dell’artefice la sopravvivenza dell’uomo, i critici malevoli diventano nemici

che attentano alla sua vita.Tornato libero nell’ultima parte della sua vita il desiderio dominante era

quello di pubblicare un’edizione corretta e completa delle sue opere: un desiderio suo modo di

consistenza, poiché si tratta di raccogliere le lettere presso i vari destinatari, di riunire in una stampa

integrale le rime sparse, quasi fossero diverse membra da ricostruire in unità. La scrittura rimasta la

sola dimora stabile che sottrae il soggetto all’esclusione, il viaggio e alla follia. La scrittura è

tentativo di nobilitare agli occhi del mondo la sua dignità di uomo e di rivendicare la sua grandezza

di poeta, ricomponendo in un’unità l’immagine frantumata ridotta in balia delle forze distruttrici

della malattia.

7. La speculazione teorica di Tasso si muove all’interno di una serie di antitesi che difficilmente

riesce a sciogliere. Mettendo in causa se stesso come creatore egli paga un prezzo alla trasparenza

logica della sua argomentazione ma si garantisce anche lo slancio necessario superarne le aporie.

Questo fenomeno appare nei primi tre libri dei Discorsi del poema eroico: nel primo libro il fine

della poesia appare in bilico fra giovamento di letto; nel secondo libro si pone la scelta fra

verosimile è meraviglioso; nel terzo libro si pongono due forme di poema possibile, quello basato

sulla varietà e quello basato sull’unità. 15

III libro: cercando di definire la propria via al poema eroico, il poeta parte dal confronto obbligato

con l’opera di Ariosto. Il Furioso rappresenta il modello eccellente della varietà che il poema nuovo

dovrebbe sforzarsi di ridimensionare entro i canoni dell’unità aristotelica. Tasso si trova a sostenere

due tesi in contrasto:

- La varietà indispensabile in quanto fonte primaria di diletto

- La varietà costituisce una minaccia all’esistenza del poema perché tende a disgregare le

forze unitarie chiamate a raccolta per comporlo

La varietà il molteplice sono quindi necessarie e il poeta le assume come valori in quanto assimila

la struttura formale del poema il principio costitutivo dell’universo: se la creazione è un esempio

eterno di ordine portato dentro il caos, di unità nella varietà, il poema eroico imita il mondo non

solo nel suo contenuto, ma anche nelle sue forme poiché principi della natura sono quegli stessi che

regolano l’arte. Poiché il mondo è uno ma vario nelle sue forme, il poema che è uno specchio del

mondo partecipa necessariamente di questa unità nella varietà.

Il criterio del molteplice porta con sé il rischio dell’indeterminato: sta all’arbitrio del creatore

definire il confine fra la varietà virtualmente infinita del cosmo e la totalità necessariamente limitata

del poema.

Sporie del discorso tassiano (Durling): unite varietà sono principi in reciproca tensione, per

quell’unità cui mira il poeta epico rappresenta una conquista difficile che, nascendo dal continuo

confronto con il principio antagonista, dà fondo alle risorse intellettuali psichiche del soggetto

creatore.

Tasso scrive che è facile fare molte azioni separate facendo nascere così la varietà; ma è più difficile

inserire la stessa varietà in una sola azione. La moltitudine tanto meno dilettevole quanto più

confusa e meno intelligibile; ma questa per ordine e per legame tra le parti sarà più chiara, più

distinta e porterà maggiore novità è meraviglia L’estremo dell’artificio coincide dunque con la

suprema sollecitazione delle forze soggettive, così che l’opera a partire dal suo statuto formale

prospera sul confine del fallimento. I pericoli insiti nell’accoglimento del criterio del molteplice per

scelta estetica sono esorcizzati dal poeta su un piano prevalentemente psicologico dove appaiono

protagoniste le difficoltà del poeta piuttosto che le sue soluzioni positive:

Ma quanto meglio opera chi riguarda ad un suo il fine che chi diversi fini si propone, nascendo

dalla diversità dei fini distrazione nell’animo e impedimento nell’operare, tanto meglio per era

limitato ad una sola favola che l’imitatore di molte azioni [Discorsi sull’arte poetica]

Interesse del brano risalta soprattutto dal confronto con la versione più tarda Discorsi sul poema

eroico dove appare sintomatica l’omissione della frase che più implica la sfera soggettiva (nascendo

dalla diversità…) Durling ipotizza un’autocensura consapevole: ammette una minaccia

all’integrità psichica del soggetto impegnato nello sforzo di dare ordine e razionalità alla materia.

L’opera del poeta epico si trova sospesa in un difficile equilibrio fra il diletto sensuale che grazie

alla varietà procura e lo smarrimento psichico intellettuale di cui per colpa della varietà è potenziale

origine. La vitalità dell’opera deve alimentarsi di un rischio mortale. L’epopea cristiana riesce a

vivere artisticamente nella misura in cui l’ideologia unitaria incarnata dal capitano riesce ad avere

ragione delle spinte centrifughe e dispersiva e dei compagni erranti. Questi ultimi, operando

ciascuno per proprio fine, tenderebbero a costruire ciascuno una propria storia. Il molteplice nella

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GL diventa minaccia della riuscita poetica per il capitano; colpa peccato errore per i compagni

erranti. Il poema per sussistere, i crociati per conquistare Gerusalemme, devono affermare l’uno;

liquidando il molteplice dell’intreccio si abolisce la pluralità di valori che costituisce il patrimonio

ideologico lasciato in eredità dal genere romanzo.

Il nodo verso cui convergono testo e personaggi è la presenza dell’autore quale si articola secondo

le due opposte funzioni che la manifestano:

- il poeta legislatore, esterno narratore degli eventi che garantisce unità e razionalità

- il poeta personaggio che si auto rappresenta sulla scena della varietà-disgregazione

In questa scissione si esprime l’autocoscienza che accompagna il processo di composizione poetica

e che opererà con maggior forza nel momento della revisione critica. Egli si rappresenta

continuamente come un poeta tentato da una sempre maggiore molteplicità e tuttavia postulante una

norma arbitraria per decidere fino a che punto essa gli è lecita.

La varietà si presenta come il nemico da esorcizzare, il principio negatore senza il quale il testo

nemmeno potrebbe costituirsi. Tutta la varietà del poema nascerà dai mezzi e dagli impedimenti,

dice Tasso.

Il processo di creazione e la messa in narrativa si calibra entro una dialettica sottile di unità è

varietà. L’esito deve essere perciò difficoltà vinta, tanto nell’ordine dell’attività creatrice, che in

quella del prodotto artistico: le tentazioni di Satana sono autentiche minacce al progetto poetico, il

canto di Armida è un canto di sirene.

Lo sforzo di salvaguardare l’istanza della varietà dentro l’unità del poema eroico aveva dato luogo a

una distinzione di fini: unità è varietà vanno perseguite entrambe dal poeta a patto di subordinarsi

reciprocamente in un ordine gerarchico.

Di fronte agli analoghidi conflitti tra giovamento è diletto, verosimile è meraviglioso, Tasso procede

allo stesso modo: svaluta uno dei fini trasformandoli in mezzo per l’altro. La subordinazione di un

termine all’altro è così la soluzione fornita alla loro inconciliabilità o oggettiva: uno dei due fini

andrà perseguito come fine minore ma la sua sopravvivenza è irrinunciabile quanto la sua

degradazione necessaria.

8. Introduzione del poema troviamo la conferma del meccanismo appena descritto (poetica +

organizzazione strutturale della GL). Il compromesso che fonda il poema tassiano riposa sul

dosaggio di elementi antitetici: perché il poema si realizzi come unità nel segno della ragione

cristiana deve pagare il suo contributo al molteplice che è tanto più necessario quanto più appare, in

rapporto al fine ultimo, come il negativo, il male da superare, l’esperienza deviante da riscattare.

Questa varietà è la sede del dolce e qui si saldano dimensione ideologico-morale e necessità

narrativa: poiché la varietà è quella che nasce da mezzi e dagli impedimenti essa è la necessità di

una funzione ritardante dell’intreccio, una sospensione momentanea della conclusione, e la cui

rimozione conduce allo scioglimento del nodo. Questo scioglimento del nodo compete al poeta così

come lo scioglimento del voto compete al capitano. La condizione della conquista per entrambi

risiede in ciò che le si oppone. Solo esorcizzando la negatività seducente del molteplice è possibile

la scelta consapevole dell’uno con il risultato di dare spazio a quella condizione di debolezza è

subalternità di cui anche Tasso è partecipe in quanto consapevole della contraddizione connaturata

al proprio ruolo di poeta. Il quale appunto di essere poeta chiede perdonoil suo vero fine è il vero,

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mentre linguaggio poetico si serve per sua natura dei fregi e del dolce, della varietà e del

meraviglioso. Il tema del trionfo delle forze del bene su quelle del male ispira piaceri intellettuali e

spirituali che sono conformi al vero, mentre il testo poetico procura dei piaceri altri cioè sensuali

menzogneri.

All’esplicitazione della contraddizione, segue la denuncia di impotenza, l’attivazione di un

meccanismo consueto: la condanna si rovescia nell’orgoglio che le era sottinteso, poiché se la

vocazione del poeta è cantare il vero con questo linguaggio, l’inadeguatezza di questo diviene una

qualità e un punto di forza.

9. Ottave dell’esordio costituiscono un punto di osservazione privilegiato perché fanno da cerniera

tra ciò che sta prima e fuori del testo e ciò che sta dentro di esso. In questo spazio convergono i dati

della storia, della biografia, della psicologia, della cultura tassiana che l’azione poetica elabora in

strutture di senso. Quelle figure acquistano profondità e spessore nella misura in cui esprimono un

conflitto che si dimostra largamente operante in ogni settore della scrittura tassiana e che trova nel

poema la sua articolazione più complessa. Andremo quindi a verificarne la presenza a più profondi

livelli:

- osservando ruolo e il comportamento dei personaggi protagonisti

- descrivendo le opposizioni tematiche generate dalla loro dinamica testuale

9.1. Personaggi protagonisti: impegnato nella conquista il soggetto tassiana percepisce lo spazio

testuale come tragitto da un polo all’altro dell’identità in cui è scisso. Ciò che la favola narrativa

rende come movimento e consecutivo ione esprime in termini dinamici il rapporto ambivalente

incarnato dalle figure in opposizione. L’eroe epico persegue la sua privata conquista di identità

dentro il più largo moto che coinvolge schieramenti ideologici e religiosi: ha di fronte a sé il

modello del capitano, del medico e del signore, e al suo fianco lo spettro del malato, pellegrino,

naufrago; può realizzarsi secondo la dialettica di identificazione che investe il narratore i tre

personaggi cristiani protagonisti rappresentano da questo punto di vista il nodo di convergenza nel

testo di questa dinamica: attorno al loro diverso statuto etico si coagulano con più netta rilevanza i

valori semantici strutturali del poema.

Tancredi: si situa a metà strada fra Goffredo Rinaldo perché non ha la staticità dell’eroe epico

(Goffredo) e non ha la capacità di metamorfosi dell’eroe dialettico (Rinaldo). L’assenza di una

sostanziale evoluzione nel corso degli eventi ne fa un personaggio simmetrico Goffredo per il fatto

che la sua precarietà è un dato altrettanto stabile quanto la fermezza del capitano Tancredi resta però

l’eroe cristiano più renitente all’integrazione entro la norma epica poiché è incapace di trasgressione

clamorosa così come di disponibilità per l’espiazione. Infatti diversamente da Rinaldo, Tancredi non

è in grado di vincere i fantasmi che rendono inaccessibile ai cristiani la selva di Saron. La sua

condotta si pone costantemente sotto il segno dell’assenza e della distrazione, fino alla volontaria

emarginazione dall’atto conclusivo della guerra che sigla la sua sostanziale estraneità agli ideali

collettivi. Predilige, in amore come in guerra, il duello e per difendere questo suo rapporto

privilegiato con il nemico non trova sconveniente rivolge le armi contro il compagno. Questo

personaggio si mostra arrendevole alle lui zingare che lo attraggono sul versante dell’identità

debole: eroe lo troviamo spesso assente, attonito, svenuto, infermo. Le sue ambiguità non hanno la

forza dirompente delle trasgressioni di Rinaldo. Errori più veniali ma anche più vischiosi che non lo

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guadagnano alle ragioni dei vinti tanto da risultare un’identità di personaggio sempre

pericolosamente sospesa al confine tra due codici e tra due maschere.

9.2 Rinaldo la sua è un’odissea in cui si assume il compito di ricacciare i mostri del desiderio nel

sottosuolo da cui egli per primo ha contribuito a evocarli. Sotto il segno del labirinto, si compie il

percorso tortuoso della sua identificazione, diviso tra il modello della ragione cristiana incarnata da

Goffredo e le insidie dei pagani. Le sue peripezie tra le seduzioni del multiforme e del diverso sono

pericolose minacce che cercano di sottrarlo al suo destino cristiano. Tuttavia l’insidia mortale si

rende necessaria per il personaggio perché proprio la possibile perdita consolida l’identità ancora

labile di Rinaldo (XVI, 41). Ubaldo può esortarlo a ascoltare Armida perché la sua saggezza gli

eriva dall’esperienza del molteplice (XIV,28).

Rinaldo simile al poeta: dalla giovanile condizione di peregrino errante alla tutela matura

dell’autorità.

9.3 Goffredo è garante della norma cristiana. Concentra su di sé le prerogative funzionali delle altre

due figure appartenenti alla serie paterna, il medico e il principe, destinate a non avere una voce

sulla scena narrativa: Goffredo è colui che risveglia la virtù sopita dei compagni; colui che dà

protezione ai deboli, ricovero agli sbandati e unifica i compagni dispersi nell’errore. Goffredo è il

rappresentante per eccellenza dell’uno che si contrappone al vario personificato dai compagni

erranti e dai pagani. A questa antitesi di fondo rimonta una serie di opposizioni tra loro omogenee

che coprono l’intero spazio semantico del poema, articolandolo secondo diverse direttrici

tematiche.

10. Prima variante: nel percorso dei tre protagonisti cristiani. I concetti di norma e erranza

designano la diversa logica che governa i percorsi di Goffredo e Rinaldo. I due percorsi divergenti

tracciano la diversa intenzionalità possibile del testo: Goffredo ne esprime la volontà di

realizzazione epica, entro cui si riconosce l’identità potenziale dell’artefice; l’itinerario di Rinaldo

invece investe di nuovo senso lo spazio tradizionale dell’errante : È il segno dello squilibrio in cui il

vecchio ethos cavalleresco viene a trovarsi in un mondo che si riorganizza secondo il nuovo codice

di Goffredo. L’antico costume cavalleresco si è demonizzato in un contesto culturale definito da 1+

alto ideale morale civile, l’ethos eroico rispetto al quale esso si definisce come un modello arcaico

di provenienza feudale e si rappresenta come un codice regressivo, recuperabile solo come prodotto

della colpa. Nel concetto erranza si intersecano un significato di ordine tecnico e quella

connotazione morale-ideologica che definisce la condizione in cui l’io storico si auto rappresenta.

Questo apparirà tanto più rilevante se si osserva la serie di imprevedibili identificazioni che mette in

moto: la figura autobiografica del naufrago idealmente solidarizza con le grandi figure appartenenti

alla sfera pagana dell’escluso, dell’esiliato, dell’errante. Cominciamo con l’includere in questa sfera

Rinaldo dopo la cacciata dal campo cristiano. Ancora più trasgressiva è la simpatia per un pagano

autentico come Solimano spodestato dal suo trono cacciato dal suo regno, il quale rinnova a ogni

sconfitta la sua protesta contro la fortuna avversa con un titanismo che sembra il rovescio

dell’enfasi patetica della canzone al Metauro (X, 24).

L’ultimo anello dell’identificazione stanno gli erranti e sta Satana esiliato dei regni della luce per

decreto del Dio cristiano oppressore (IV, 9-10). Comuni ad alcuni di questi personaggi sono i due

temi fondamentali della rivendicazione di Satana:

19

- La contestazione di un’autorità legittimata solo dalla vittoria e perciò denunciata come

arbitrio

- La memoria di una catastrofe originaria, la nostalgia letteralmente edenica di una patria

felice, coincidente con la libertà e l’onnipotenza dell’io bambino che è andata perduta nel

trauma di un conflitto cosmico.

10.1 altra prerogativa di Goffredo è la sua nettezza nell’operare scelte, la sua capacità di avanzare

per diritte vie senza che il dubbio condizioni la sua condotta politica o la sua azione militare. In

rapporto al cannone figurativo dell’errore lo possiamo definire come il nemico dichiarato del

labirinto, cioè del movimento contraddittorio che affascina Rinaldo. Goffredo esprime la negazione-

rimozione dell’errore non già il suo superamento dialettico poiché si pone volontariamente al di là

del desiderio. Gli tocca però anche rappresentare il il tributo di repressione che esige la volontà di

conquista (es, XI, 69 Colpito da un dardo in battaglia scagliato da Clorinda, Goffredo non esita a

intervenire sulla ferita per tagliare alla radice il male che si è annidato per oscuri recessi) l’atto

chirurgico ribadisce ancora una volta l’identità di funzione capitano-medico, replica materialmente

l’operazione repressiva della ragione cristiana di avventurarsi in territori ignoti dove le conviene

mettere a rischio se stessa. Il suo rifiuto del confronto con l’altro, Goffredo misura la propria

distanza da Rinaldo: la razionalità che egli incarna appare come una necessaria forma di difesa e la

sua stessa compattezza genere al bisogno di abolizione imperialistica del vario proprio per il timore

di cedergli.

10.2 Goffredo appare come rigido censore di ogni insorgenza incontrollata di natura dentro

l’uomo. I rappresentanti del codice cristiano sono i campioni dell’impassibilità: il volto fermo e

l’animo pacato che Goffredo oppone alle maschere mutevoli di Armida si riverbera nella costanza

di Carlo e Ubaldo. Nessuna traccia traspare sul loro volto di quella escursione psichica fra gli

estremi del fuoco e del ghiaccio, dentro cui si inscrive la sintomatologia amorosa petrarchesca,

segno esteriore di instabilità, di pluralità di atteggiamenti che contraddistinguono i portatori del

desiderio. A questo rilievo sintomatico la designazione di Dio come immutabil mente (IX, 61) che

fissa i caratteri di un irraggiungibile modello rispetto a cui la realtà umana appare antitetica. Luogo

della metamorfosi e del provvisorio, essa esprime una psicologia fondata sulla mobilità degli affetti

e un pensiero aperto la contraddizione. Si comprende perciò come i confini concettuali del vario

hanno agio di espandersi fino a inglobare tutto lo spazio antropologico. Questo processo investe la

sfera pagana in quanto titolare dell’ideologia deviante ma pretende poi di abbracciare la realtà

terrena nel suo complesso. Questa visione scettica del mondo accusa la solidarietà profonda che le

gamme Tony mica mente la parte (pagana) al tutto (mondo).

10.3. Timore della disgregazione fenomenica dell’identità: questo timore è all’origine di un

atteggiamento repressivo che in Sofronia prende i tratti del pudore verginale, mentre in Tancredi si

manifesta come sforzo di concentrazione inteso controbattere la sua vocazione deviante. Un

identico comportamento lo caratterizza durante le tre maggiori prove:

- dopo il tragico epilogo del duello con Clorinda fa appello alle forze dell’unità psichica

- dopo la vana sfida contro i fantasmi della serva chiama a raccolta le facoltà razionali

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cecc.ila

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5 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in italianistica, culture letterarie europee, scienze linguistiche
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cecc.ila di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana del Rinascimento e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Ferretti Francesco.

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