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Riassunto esame di letteratura italiana del Rinascimento, prof. Ferretti, libro consigliato Pudicizia e virtù donnesca, Ferretti Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di letteratura italiana del Rinascimento e del prof. Ferretti, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente Pudicizia e virtù donnesca, Ferretti, dell'università degli Studi di Bologna - Unibo. Scarica il file in PDF!

Esame di Letteratura italiana del Rinascimento docente Prof. F. Ferretti

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e non femminile. L’unica distinzione eroi/donne eroiche riguarda la facoltà di generale, considerata

comunque opzionale.

Contro il trattatello Lucrezia Marinella nel trattato Della nobiltà ed eccellenza delle donne,

con i difetti e i mancamenti degli uomini (Venzia, 1600, poi ancora 1601 e 1621).

Il discorso di Tasso è scritto nei mesi in cui stavano scendo le prime edizioni sulla conquista di

Gerusalemme ( Goffredo, ed. Malaspina 1580; ed. Ingegneri 1581, Gerusalemme liberata) forse

aiuta a capire il tema della pudicizia e la rappresentazione dell’universo femminile nel poema. Nella

seconda e inedita versione del discorso, Tasso stila un elenco di donne eroiche che comprende

figure storiche e letterarie, tra cui la Camilla virgiliana, modello di Clorinda, e le eroiche

combattenti nelle crociate in terra santa.

Pudicizia e eroismo maschile

Liberata pudicizia non è la prima tra le virtù eroiche maschili, ma concorre alla conquista di

Gerusalemme. Tale virtù conviene agli uomini specie se gli amori producono una serie di episodi

integrati all’azione epica, con funzione di ostacolare la conquista di Gerusalemme. Non stupisce che

il principale cultore della pudicizia nel poema sia Goffredo (personaggio specchio di ogni virtù), il

quale resiste ad Armida per le grazie divine e ha facoltà di conoscere in sogno la volontà di Dio. La

continenza brilla quando la superiore virtù di Goffredo contribuisce a tenere serrate le fila

dell’esercito, come nel corso della processione (canto XI, “casta melodia soave”); o quando qualche

crociato si conforma alla virtù di Goffredo (vedi Raimondo, il cui angelo custode lo protegge da

Argante, VII).

NB: se i crociato fossero tutti casti e puri come Goffredo e Raimondo l’opposizione dei diavoli pro

mussulmani non avrebbe margini di manovra. La trama infatti diventa problematica dal punto di

vista morale nel momento in cui acquista rilievo l’errore dei compagni erranti.

Errore = forme molteplici di incontinenza, la più pronunciata è amorosa e sessuale, ed è intesa

come vizio contrario alla pudicizia.

Uno sviluppo narrativo simile è lecito perché l’impudicizia non disonora i personaggi maschili né

intacca l’adesione emotiva e il coinvolgimento morale del lettore ideale*, sospeso tra spinta alla

guerra sacra e istinti profani. Tale impostazione è legittimata da una lunghissima tradizione

letteraria che faceva capo a Petrarca (aveva chiesto comprensione al lettore mentre scrive del

proprio “giovanil errore”, cioè l’amore profano per Laura). Anche Tasso fa riferimento a un

orizzonte di lettura sospeso tra eros e agape, chiede perdono alla Musa per aver dato spazio a

funzioni profano che rappresentano l’incontinenza sessuale dei cavalieri cristiani.

Incontinenti i crociati giovani ed erranti. Tra i pochi eroi giovani capaci di non cadere nella rete

di Armida ci sono Tancredi, perché occupato da un altro amore profano; e Rinaldo, perché occupano

dal sentimento dell’onore (= desiderio profano di gloria). L’unico eroe giovane che avrebbe potuto

resistere ad Armida è forse Sveno (sintesi ideale tra eroismo di Goffredo e quello di Rinaldo), ma

muore lontano dal campo.

[*lettore ideale= lettore sospeso tra inclinazioni profane e adesione entusiastica agli ideali della

guerra santa]

Perché Tasso rappresenta l’impudicizia del crociati: la trasgressione dei compagni erranti non ne

intacca il loro eroismo virile. Tale rappresentazione inoltre consente di compensare le frustrazioni

dei lettori e liberare in loro quegli istinti che rischiavano di essere repressi dalle istituzioni spirituali

nella vita concreta, immaginaria o poetica. Di fronte ai lettori che volevano un poema pedagogico e

moralmente esemplare era in fallo Tasso nella revisione romana (1575-1576), di fronte al severo

Silvio Antoniano, non ammette di aver voluto dilatare gli spunti offerti dalle cronache e evita di

difendere l’incontinenza di Tancredi facendo ricorso a Petrarca; al contrario si difende lasciando

intendere di essersi attenuto alle cronache (p.8). Antoniano non ci casca.

Esito dell’impudicizia maschile: suscita una contraddizione permanente di radice petrarchesca:

- L’incontinenza e l’eros trasmettono felicità tanto intense quanto illusorie

- Incontinenza e eros producono forme di alienazione e distruzione dell’io che rendono

inquietanti e disturbanti le illusioni stesse (crociati al pensiero del corpo di Armida “diletti

immensi”, miele e assenzio, IV, 92. P. 8-9).

La felicità promessa o procurata dall’errore morale non si presenta mai disgiunta dalla sofferenza o

dall’inquietudine. La contraddittoria compresenza di dolcezza e amarezza è evidente in Tancredi,

paralizzato dal fantasma di Clorinda (in vita e in morte), ma acnhe in Rinaldo quando si abbandona

al matriarcato di Armida; egli in grembo all’amata non vuole generare vita, ma rifugiarsi nella

morte distruggendo se stesso.

 Anche quando l’impudicizia coincide con il trionfo dei sensi la felicità dell’amante lascivo

si traduce in un oscuro desiderio di annientamento (vedi Rinaldo, p. 9).

Dall’impudicizia alla pudicizia: senza la conversione alla pudicizia del più errante tra i compagni,

non si verrebbe alla conquista di Gerusalemme. Rinaldo se ne rende conto, non appena si vede

riflesso come schivo imbelle, nello scudo-specchio che gli offrono Carlo e Ubaldo (XVI, 27-31). Ad

Armida sembra la conversione di un ipocrita (lo addita come “pudico Senocrate” = improbabile

modello di continenza), ma in realtà è una conversione intima e duratura che gli permette il perdono

di Dio (XVIII, 13) e di resistere ai fantasmi della serva incantata (XVIII, 25). L’eroe convertito si

conferma pudico fino alla fine quando si precipita a impedire il suicidio dell’amata bagnando il bel

volto e il bel seno della donna “’Alcuna lacrima pietosa” (XX, 129). Tra le arme pietose, ha spazio

anche la pietà (misericordia) nei confronti di una nemica peccaminosamente amata. Il narratore

sottolinea il connubio di pudore e pietà nel crociato, nel momento che precede la proposta che

Rinaldo fa ad Armida di convertirsi al cristianesimo e diventare sua moglie (XX, 135). A generare la

dinastia estense sarebbero proprio Armida e Rinaldo. Rinaldo promette di essere suo cavaliere a

tempo debito (XVI, 54) Rinaldo la può realizzare solo dopo la conquista, purificando l’eros

profano nella dimensione cristiana dell’agape.

Pudicizia e impudicizia costituiscono l’identità eroica maschile in campo crisiano, dove dominano

due modelli, ossia due manifestazioni complementari di carità:

- Eroe maturo pudico per Grazia (Goffredo e Raimondo)

- Eroe giovane che impara a fatica la continenza (Tancredi e Rinaldo).

I temi di pudicizia e impudicizia sono sviluppati di più per l’eroismo femminile, sia nelle donne

cristiane (Sofronia, Gidilippe, Clorinda) sia pagane (Armida, Erminia, Clorinda). Tasso definisce

l’identità femminile delle eroine rappresentando la loro capacità di incarnare una virtù donnesca che

si esprime trasgredendo o mettendo in tensione la pudicizia propria della comune virtù femminile. A

legittimare l’analogia tra eroine cristiane e pagane è che la pudicizia è una virtù morale trasversale a

entrambe le religioni. Ciascuna manifestazione di virtù donnesca è proposta come un assoluto,

consonante o dissonante rispetto alle altre impossibile individuale costanti, c’è varietà.

Tutte le eroine della Liberata attingono alla virtù donnesca, alcune la realizzano trasgredendo la

pudicizia, altre mettendola a repentaglio, altre preservandola in forme eccezionali; le pagane

incarnano la virtù eroica; le cristiane la carità.

Vergogna audace – Sofronia

In condizioni ordinarie sarebbe modello di virtù femminile, incognita e confinata in casa. La

pudicizia infatti per Tasso è tanto maggiore quanto più è oscura. Sofronia però è introdotta come

una donna dalla virtù sovrumana, regale. Non appena il suo eroismo ha occasione di esprimersi,

emerge anche la necessità di trascendere i limiti individuali del pudore in nome di una causa

superiore e collettiva: salvare i cristiani di Gerusalemme da Aladino addossandosi come magnanima

menzogna la responsabilità della misteriosa sparizione del simulacro della Vergine. Quella di

Sofronia è una frode santa. Per immolarsi è costretta a collocarsi sia al di fuori della comunità

cristiana di Gerusalemme, sia fuori dai limiti della pudicizia ordinaria.

vv. trapasso di Sofronia da virtù femminile a virtù donnesca (da culto individuale del pudore a

vocazione eroica del martirio): la psicomachia dell’eroina tra queste due forme antagoniste di virtù

è realizzata attraverso un’artificiosa e patetica tessitura di antitesi, chiasmo e figura etimologica in

sequenza (II, 17).

“Vergogna audace” = ossimoro straniante, per condensare la contraddittoria virtù donnesca a cui

ricorre Sofronia non appena varca la soglia della stanza privata per entrare nella dimensione

pubblica eroica. Il narratore suggerisce che Sofronia sia pudica e al tempo stesso consapevole del

proprio fascino. Sofronia è l’alternativa cristiana di Armida, mette al servizio della vocazione al

martirio anche l’eros involontariamente promanato dalla propria persona, lasciando che esso parli in

favore di sé (II, 18).

 Sofronia consegna a una causa politica e spirituale la propria bellezza e la vita.

A differenza di Giuditta, non tenta di sedurre Aladino e quando sfila tra le vie di Gerusalemme non

si cura degli sguardi. Lo scopo di Sofronia è rendere persuasiva la magnanima menzogna e

proteggere la propria pudicizia. L’obiettivo è raggiunto solo in parte: Aladino non se ne innamora,

ma non resiste alla tentazione di violarla, ricorrendo ai propri aguzzini, come lamenta il narratore

empatico. Nel momento in cui Aladino fa spogliare e mettere al rogo Sofronia, la vergogna audace

dell’eroina cristiana risulta più duramente messa alla prova ( “già ‘l velo e ‘l casto manto a lei

rapito”, II, 26) . Il narratore è reticente nel mettere in evidenza la nudità di Sofronia; la pubblica

violazione del pudore la intuiamo piuttosto dalla reazione di Sofronia che mostra un duello tra virtù

femminile, che la conduce a genere a gridare, e la virtù donnesca, ribadita dalla sensuale metonimia

del “petto forte”.

Questo episodio ha creato pesanti resistenze tra i revisori romani. Oltre alle ottave del rogo evocato

come un letto nuziale (II, 33-35), nei lettori più sensibili alla necessità di istituire un nuovo

paradigma di poesia spirituale, doveva destare scalpore il fatto che la matura verginità di Sofronia,

fosse un frutto destinato a essere colto da Olindo. A rendere possibile il lieto fine è Clorinda, che li

fa passare dal rogo alle nozze, rendendo esplicito l’eros legato all’immagine della pira come letto

nuziale; ed evocando il fondamento profano posto alla radice del sacramento matrimoniale.

La vergine salvata – Clorinda

Clorinda ha pietà di Sofronia e Olindo perchè si intenerisce per il personaggio che più le assomiglia:

la vergine eroica che non piange, ma è compianta da tutti. Tale pietà è frutto di un’affinità spirituale

tra loro, ma che congiunge due diverse espressioni di eroismo femminile ( precludedendo alla

conversione di Clorinda)

Differenze Sofronia/Clorinda

- Sofronia: sacrifica la propria pudicizia agli ideali di martire cristiana. Antagonismo tra mura

domestiche e rogo

- Clorinda: contraddizione riguarda la sua condizione di pudica guerriera, spezza con le

attività femminili ordinarie. Le mura che difendono la sua pudicizia le porta addosso (la

corazza). Clorinda disprezza gli ingegni femminili e ha scelto di sfuggire dagli abiti molli e i

luoghi chiusi; ma lo ha fatto combinando la virtù femminile della pudicizia con quella

donnesca dell’eroismo bellico (II, 39).

Somiglianze Sofronia/ Clorinda è enfatizzata dall’essere affiancate da un amante petrarchesco

non ricambiato che ne vorrebbe infrangere il pudore, spinto da eros profano.

I cupidi desideri di Olindo violano la casta Sofronia, così come la passione di Tancredi si acuisce

nei momenti in cui la corazza di Clorinda fa palesare il suo corpo (flashback genesi dell’amore di

Tancredi, canto I, 47-48; scontro d’armi canto III). La descrizione di Clorinda riprende i versi lirici

petrarcheschi, e sono motivati dal fatto che lei è una seconda Laura, un’amata pudica e inaccessibile

che si è trasformata sul campo di battaglia nella nemica del suo profano e malinconico amante.

Clorinda a differenza di Sofronia resterà fino alla morte una “Laura d’acciaio”. Clorinda è nemica

di Tancredi in senso epico, erotico ma anche bellico La virtù donnesca di Clorinda in campo

militare è talmente pronunciata da risultare esemplare per le donne di Gerusalemme, le quali sono

disposte a violare le leggi musulmane della pudicizia per combattere a difesa della città con le

gambe scoperte e col capo velato (XI; 58).

 In Clorinda c’è la compresenza di pudicizia e virtù donnesca militare, le ragioni sono un

mistero fino al racconto che Arsete fa alla donna (canto XII).

La spiegazione è capita dal lettore cristiano presupposto da tasso: all’origine della virtù donnesca

della guerriera c’è un paradigma di pudicizia che risale alla, madre, regina d’Etiopia (stirpe cristiana

eretica). Ella, remissiva al marito, è costretta dalla furiosa gelosia (ingiustificata) del marito a

rimanere nascosta nelle sue stanze (costretta in casa, non come Sofronia). La madre è solita pregare,

e il destino di Clorinda è segnato dall’immagine di San Giorgio in lotta col drago per salvare la vita

a una vergine “bianca il bel volto e le gote”. (culto di San Giorgio tra i cristiani d’Etiopia da

Alvarez e da Tiro). La nascita prodigiosa di Clorinda, bianca sebbene nata da genitori neri, si lega

alla pietosa storia raffigurata sull’immagine devozionale. La madre si rende conto che il marito

geloso non saprà leggere i segni della Provvidenza e attenterà alla vita della figlia la regina si

sottrae all’autorità del marito per salvare la figlia. La fa uscire dalla comunità cristiana, la consacra

a Dio e a San Giorgio, ossia destinandola a diventare guerriera, ma commette l’errore di affidarla al

pagano Arsete e senza battesimo (perché nelle comuità eretiche si dispensa solo dopo i 60 gg di

vita). In questo modo la madre la colloca involontariamente dalla parte del drago. La Providenza

accoglie però la straziante preghiera della madre, nel momento in cui si seapara dalla figlia (p. 17,

XII, 26-27). L’unico merito che la regina si arroga per la salvezza della figlia è la castità; unica

eredità alla figlia è l’onestade.

 La preghiera della regina costituisce una sorta di oroscopo cristiano. Dalla vergine salvata

dal drago, Clorinda eredità l’onestà ma la sposa a tutt’altra sorte, ossia alla condizione di

guerriera che deriva da san Giorgio e alla fede pagana.

A differenza della madre Clorinda sfida agonisticamente il sesso maschile, con la fiducia che la

propria virtù donnesca bellica possa pareggiare e superare quella virile di Argante e Solimano. Tale

fiducia si incrina nel XII canto, dove Clorinda manifesta complessi di inferiorità. Da questa eroica

emulazione nasce la decisione di sacrificarsi in nome di una causa collettiva, proponendosi per la

sortita notturna NB: quella di Clorinda è una crisi misteriosamente motivata dalla Provvidenza

cristiana. Per mezzo di San Giorgio il Cielo vuole salva la vita terrena della donna ma anche

l’anima la sortita notturna diventa occasione misteriosa che Dio ha voluto dare a Clorinda di

salvarsi e tornare col battesimo alla fede cristiana. Se non ci fosse stata l’eresia battesimale dei

cristiani di Etiopia le contraddizioni di Clorinda (ossimori esistenziali) non sarebbero mai sorte e

non ci sarebbe stata la traumatica morte per mano del suo amante non riamato.

Tancredi agisce come emissario inconsapevole di San Giorgio: è lui il cavaliere minaccioso,

controfigura inquietante del santo cristiano chiamato a rescindere il destino di Clorinda, ossia a

salvare, uccidendola, la vergine onesta dagli artigli del drago-paganesimo. Se fosse cosciente

dell’identità del nemico il crociato non ucciderebbe Clorinda, invece la colpisce a morte perché è

strumento della provvidenza e porta a compimento il processo di conversione che aveva avuto

inizio nel cuore della donna. Tancredi emenda l’errore della madre di Clorinda e dà occasione a se

stesso di correggere il proprio eros.

Eros e castità: come il rogo era letto nuziale, così il duello Tancredi-Clorinda è percorso da carica

erotica (XII 64). Duello= surrogato del congiungimento nuziale, si spiega col fatto che Tancredi sta

combattendo con la donna che ama, dando luogo a una forma di ironia tragica; dal punto di vista di

Clorinda si spiega col fatto che per la guerriera Tancredi è controfigura di san Giorgio, venuto a

soggiogarla e a sposarla al cristianesimo matrimonio mistico e cruento che premia la pudicizia di

Clorinda e sale in cielo come santa cristiana.

 La simbolica violazione del pudore da parte di Tancredi serve a porre fine a un eroismo

sbagliato e a condurre Clorinda, dopo la simbolica deflorazione sponsale, dalla parte di dio.

Clorinda = drago; Tancredi = San Giorgio: rimosso l’ostacolo e dispensato il battesimo si manifesta

il nuovo destino di Clorinda, erede della Laura petraschesca (o di Beatrice). Manifestando in sogno

a Tancredi il proprio destino ultraterreno, Clolinda si rivelerà una beata cristiana e libera da

ossimori esistenziali proverà a consolare il suo malinconico amante, ricorrendo all’agape cristiana e

non all’eros profano (XII, 92-93).

L’onestade di Clorinda unica eredità materna, è finalmente libera attraverso il tragico scioglimento

delle contraddizioni esistenziali sancito dalla morte della donna a fil di spada; e può finalmente

sposarsi a un orizzonte cristiano che ne ricompensi il valore morale.

Tra eros coniugale e martirio – Gidilippe

È paradigma di virù donnesca alternativo a Sofronia e Clorinda. Gidilippe non è amata da un

amante non riamato ma è devota a un marito adorato, col quale forma una sola carne e per seguire il

quale ha deciso di fermarsi a combattere in Terrasanta come un maschio (“coppia indissolubile di

amanti sposi”) ciò è possibile perché una donna di virtù eccezionale ha compiuto una scelta

motivata da eros coniugale (I, 57. Vv. 7-8 alludono al sacramento cristiano che vuole i 2 sposi

come “una caro”, secondo l’insegnamento evangelico di Paolo. Altre allusioni p. 21). Seguire il

marito in battaglia corrisponde a un eros santo e pudico, cioè che non elude la castità e l’etica del

sacrificio di sé imposte dalla crociata. La sua scelta consente di sacrificarsi in quanto martire per la

causa collettiva (= Sofronia) e di combattere in armi come un uomo (= Clorinda). Gidilippe rievoca

tutte le donne rimaste in patria e per quanto pudiche e degne d’amore, non sono riuscite a tratenere

ocn sé i mariti (come la moglie di Altamoro, XVII, 26).

La coppia di amanti e sposi è l’eccezione che conferma la regola di quella situazione di solitudine e

di abissale lontanaza fra uomo e donna nella stessa vicenda d’amore che caratterizza il poema. Per

questo i due sposi assurgono grandezza eroica solo nell’ultimo canto, in punto di morte. Nel corso

della battaglia finale, il narratore privilegia l’eroismo di Gidilippe: è lei che colpisce il re d’Ormus

rivelandosi sia donna che uomo. Riprende allora il modello dell’amazzone, archetipo di androfobia

in armi, nel momento in cui affronta Altamoro. Il modello dell’amazzone è ripreso con effetto di

straniamento affinchè la pudicizia in armi della donna strida contro la figura dell’empio profanatore

Solimano questo infatti non solo uccide entrambi i coniugi, ma viola compiaciuto i lvincolo

cristiano che purifica l’eros di Gidilippe. Quando riconosce l’amazzone, Solimano apostrofa

irridento il legame cristiano- monogamico dei due e il senso di emulazione della donna nei cfr del

sesso maschile (XX, 95 p. 22). Subito dopo il copo che uccide Gidilippe assume una valenza erotica

(= violazione di un corpo “petrarchesco”) ( XX, 96). Dopo aver descritto la vana difesa che cerca di

portare alla moglie Odoarso, il narratore insiste di nuovo sull’utopia di un eros pudico, purificato

dal sacramento del matrimonio e dall’etica del sacrificio di sé imposta dalla crociata. Come

Clorinda, anche Gidilippe ritiene che l’onestà si possa ostentare tra i campi di battaglia ma

l’amazzone cristiana sceglie di incarnare il nesso tra onestà, campi e matrimonio ( (XX, 100).

L’assimetria patetica Olindo-Sofronia è superata dal sacramento coniugale e dalla virtù donnesca di

Gidilippe, per mezzo della quale i due sposi danno testimonianza dei due volti cristiani dell’amore

fusi insieme. Tasso giustifica questo amore facendo ricorso ai cronisti.

L’eros di Gidilippe era sì santificato dal matrimonio e purificato dal martirio, ma il poeta epico lo

aveva rappresentato senza nascondere le pulsioni profane poste alla radice della partenza per la

Terrasanta e della morte comune della coppia eroica.


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cecc.ila

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7 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in italianistica, culture letterarie europee, scienze linguistiche
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cecc.ila di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana del Rinascimento e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Ferretti Francesco.

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