Pudicizia e virtù donnesca nella Liberata
Virtù maschile, virtù femminile, virtù donnesca
Imprigionato da 2 anni a Sant’Anna, tra settembre e novembre 1580, Tasso compose un dittico di discorsi “asburgici” sperando che i nobili destinatari lo facessero uscire:
- Discorso della virtù eroica e della carità (al cardinale d’Austria fratello dell’imperatore Rodolfo II)
- Discorso della virtù femminile e donnesca (alla duchessa di Mantova Eleonora d’Austria madre di Vincenzo Gonzaga, liberatore di Tasso) - 1582
Discorso della virtù femminile e donnesca
Tasso si propone come filosofo. Fa una distinzione tra due tipi di virtù: virtù femminile ordinaria e virtù donnesca coltivata da poche donne eccezionali.
Virtù femminile
Tasso vaglia le posizioni di Platone e Aristotele sul rapporto tra etica e generi sessuali (preferenza per Aristotele), ed evoca le posizioni di Platone e Plutarco per cui vi sarebbe identità morale tra uomo e donna. Sostiene però l’idea di Aristotele che propone una distinzione tra virtù morali proprie del sesso maschile (fortezza, liberalità, eloquenza) e altre specifiche del sesso femminile (pudicizia, silenzio, parsimonia). Fondamento della distinzione è l’ordine dettato dalla natura. Queste considerazioni si trovano nei “Libri politici” di Aristotele, perché affinché ci sia felicità civile, deve esserci cognizione della virtù civile.
Tasso insiste sulla pudicizia come virtù propriamente femminile:
- Biasima le donne spartane non pudiche come le ateniesi.
- Istituisce un nesso tra pudicizia e ritiratezza (= la fama della pudicizia non può divulgarsi molto).
- Definisce la viltà vizio dei maschi e l’impudicizia delle donne. L’impudicizia non fa torto ai maschi e la viltà non fa torto alle donne.
Articolando le categorie maschiliste di Aristotele, Tasso esclude la donna dall’esercizio delle virtù intellettuali, come prudenza, clemenza e giustizia, ma anche quelle dell’intelletto e dell’ira. La virtù femminile si colloca nell’appetito della concupiscenza; è propria della donna la virtù della temperanza, della quale fa parte la pudicizia.
Il concetto di virtù cristiana è evocato velocemente nel congedo del discorso, riferito alla dedicataria.
Virtù donnesca
Essa trascende i limiti della virtù femminile e si manifesta nell’interlocutrice Eleonora e in poche altre donne, intese come femmine superiori (dominae). Gli uomini che spiccano sugli altri sono eroi, le donne sono donne eroiche. Le virtù di eroi e donne eroiche non sono virtù civili. Questa speciale condizione permette alle donne eroiche di trascendere non solo la condizione delle altre, ma anche l’umana virtù, col risultato che la prima tra le virtù femminili (la pudicizia) non è essenziale per le donne che esercitano la virtù donnesca.
Di fronte a questa prospettiva, la disparità tra sessi è annullata. L’impudicizia di Semiramide e Cleopatra non è degna di maggior biasimo di quella di Cesare, Traiano o Alessandro: le donne regali in questione non avrebbero peccato contro la propria virtù, visto che quest’ultima è donnesca e non femminile. L’unica distinzione eroi/donne eroiche riguarda la facoltà di generare, considerata comunque opzionale.
Contro il trattatello: Lucrezia Marinella nel trattato Della nobiltà ed eccellenza delle donne, con i difetti e i mancamenti degli uomini (Venezia, 1600, poi ancora 1601 e 1621).
Il discorso di Tasso è scritto nei mesi in cui stavano scendo le prime edizioni sulla conquista di Gerusalemme (Goffredo, ed. Malaspina 1580; ed. Ingegneri 1581, Gerusalemme liberata) forse aiuta a capire il tema della pudicizia e la rappresentazione dell’universo femminile nel poema. Nella seconda e inedita versione del discorso, Tasso stila un elenco di donne eroiche che comprende figure storiche e letterarie, tra cui la Camilla virgiliana, modello di Clorinda, e le eroiche combattenti nelle crociate in terra santa.
Pudicizia e eroismo maschile
La pudicizia non è la prima tra le virtù eroiche maschili, ma concorre alla conquista di Gerusalemme. Tale virtù conviene agli uomini specie se gli amori producono una serie di episodi integrati all’azione epica, con funzione di ostacolare la conquista di Gerusalemme. Non stupisce che il principale cultore della pudicizia nel poema sia Goffredo (personaggio specchio di ogni virtù), il quale resiste ad Armida per le grazie divine e ha facoltà di conoscere in sogno la volontà di Dio. La continenza brilla quando la superiore virtù di Goffredo contribuisce a tenere serrate le fila dell’esercito, come nel corso della processione (canto XI, “casta melodia soave”); o quando qualche crociato si conforma alla virtù di Goffredo (vedi Raimondo, il cui angelo custode lo protegge da Argante, VII).
Se i crociati fossero tutti casti e puri come Goffredo e Raimondo l’opposizione dei diavoli pro musulmani non avrebbe margini di manovra. La trama infatti diventa problematica dal punto di vista morale nel momento in cui acquista rilievo l’errore dei compagni erranti.
Errore = forme molteplici di incontinenza, la più pronunciata è amorosa e sessuale, ed è intesa come vizio contrario alla pudicizia.
Uno sviluppo narrativo simile è lecito perché l’impudicizia non disonora i personaggi maschili né intacca l’adesione emotiva e il coinvolgimento morale del lettore ideale*, sospeso tra spinta alla guerra sacra e istinti profani. Tale impostazione è legittimata da una lunghissima tradizione letteraria che faceva capo a Petrarca (aveva chiesto comprensione al lettore mentre scrive del proprio “giovanil errore”, cioè l’amore profano per Laura). Anche Tasso fa riferimento a un orizzonte di lettura sospeso tra eros e agape, chiede perdono alla Musa per aver dato spazio a funzioni profano che rappresentano l’incontinenza sessuale dei cavalieri cristiani.
Incontinenti = i crociati giovani ed erranti. Tra i pochi eroi giovani capaci di non cadere nella rete di Armida ci sono Tancredi, perché occupato da un altro amore profano; e Rinaldo, perché occupato dal sentimento dell’onore (= desiderio profano di gloria). L’unico eroe giovane che avrebbe potuto resistere ad Armida è forse Sveno (sintesi ideale tra eroismo di Goffredo e quello di Rinaldo), ma muore lontano dal campo.
[*lettore ideale = lettore sospeso tra inclinazioni profane e adesione entusiastica agli ideali della guerra santa]
Perché Tasso rappresenta l’impudicizia dei crociati: la trasgressione dei compagni erranti non ne intacca il loro eroismo virile. Tale rappresentazione inoltre consente di compensare le frustrazioni dei lettori e liberare in loro quegli istinti che rischiavano di essere repressi dalle istituzioni spirituali nella vita concreta, immaginaria o poetica. Di fronte ai lettori che volevano un poema pedagogico e moralmente esemplare era in fallo: Tasso nella revisione romana (1575-1576), di fronte al severo Silvio Antoniano, non ammette di aver voluto dilatare gli spunti offerti dalle cronache e evita di difendere l’incontinenza di Tancredi facendo ricorso a Petrarca; al contrario si difende lasciando intendere di essersi attenuto alle cronache. Antoniano non ci casca.
Esito dell’impudicizia maschile: suscita una contraddizione permanente di radice petrarchesca:
- L’incontinenza e l’eros trasmettono felicità tanto intense quanto illusorie.
- Incontinenza e eros producono forme di alienazione e distruzione dell’io che rendono inquietanti e disturbanti le illusioni stesse (crociati al pensiero del corpo di Armida → “diletti immensi”, miele e assenzio, IV, 92).
La felicità promessa o procurata dall’errore morale non si presenta mai disgiunta dalla sofferenza o dall’inquietudine. La contraddittoria compresenza di dolcezza e amarezza è evidente in Tancredi, paralizzato dal fantasma di Clorinda (in vita e in morte), ma anche in Rinaldo quando si abbandona al matriarcato di Armida; egli in grembo all’amata non vuole generare vita, ma rifugiarsi nella morte distruggendo se stesso. Anche quando l’impudicizia coincide con il trionfo dei sensi la felicità dell’amante lascivo si traduce in un oscuro desiderio di annientamento (vedi Rinaldo).
Dall’impudicizia alla pudicizia
Senza la conversione alla pudicizia del più errante tra i compagni, non si verrebbe alla conquista di Gerusalemme. Rinaldo se ne rende conto, non appena si vede riflesso come schivo imbelle, nello scudo-specchio che gli offrono Carlo e Ubaldo (XVI, 27-31). Ad Armida sembra la conversione di un ipocrita (lo addita come “pudico Senocrate” = improbabile modello di continenza), ma in realtà è una conversione intima e duratura che gli permette il perdono di Dio (XVIII, 13) e di resistere ai fantasmi della serva incantata (XVIII, 25). L’eroe convertito si conferma pudico fino alla fine quando si precipita a impedire il suicidio dell’amata bagnando il bel volto e il bel seno della donna “Alcuna lacrima pietosa” (XX, 129). Tra le arme pietose, ha spazio anche la pietà (misericordia) nei confronti di una nemica peccaminosamente amata. Il narratore sottolinea il connubio di pudore e pietà nel crociato, nel momento che precede la proposta che Rinaldo fa ad Armida di convertirsi al cristianesimo e diventare sua moglie (XX, 135). A generare la dinastia estense sarebbero proprio Armida e Rinaldo. Rinaldo promette di essere suo cavaliere a tempo debito (XVI, 54) → Rinaldo la può realizzare solo dopo la conquista, purificando l’eros profano nella dimensione cristiana dell’agape.
Pudicizia e impudicizia costituiscono l’identità eroica maschile in campo cristiano, dove dominano due modelli, ossia due manifestazioni complementari di carità:
- Eroe maturo pudico per Grazia (Goffredo e Raimondo)
- Eroe giovane che impara a fatica la continenza (Tancredi e Rinaldo).
I temi di pudicizia e impudicizia sono sviluppati di più per l’eroismo femminile, sia nelle donne cristiane (Sofronia, Gidilippe, Clorinda) sia pagane (Armida, Erminia, Clorinda). Tasso definisce l’identità femminile delle eroine rappresentando la loro capacità di incarnare una virtù donnesca che si esprime trasgredendo o mettendo in tensione la pudicizia propria della comune virtù femminile. A legittimare l’analogia tra eroine cristiane e pagane è che la pudicizia è una virtù morale trasversale a entrambe le religioni. Ciascuna manifestazione di virtù donnesca è proposta come un assoluto, consonante o dissonante rispetto alle altre → impossibile individuale costanti, c’è varietà.
Tutte le eroine della Liberata attingono alla virtù donnesca, alcune la realizzano trasgredendo la pudicizia, altre mettendola a repentaglio, altre preservandola in forme eccezionali; le pagane incarnano la virtù eroica; le cristiane la carità.
Vergogna audace – Sofronia
In condizioni ordinarie sarebbe modello di virtù femminile, incognita e confinata in casa. La pudicizia infatti per Tasso è tanto maggiore quanto più è oscura. Sofronia però è introdotta come una donna dalla virtù sovrumana, regale. Non appena il suo eroismo ha occasione di esprimersi, emerge anche la necessità di trascendere i limiti individuali del pudore in nome di una causa superiore e collettiva: salvare i cristiani di Gerusalemme da Aladino addossandosi come magnanima menzogna la responsabilità della misteriosa sparizione del simulacro della Vergine. Quella di Sofronia è una frode santa. Per immolarsi è costretta a collocarsi sia al di fuori della comunità cristiana di Gerusalemme, sia fuori dai limiti della pudicizia ordinaria.
Trapasso di Sofronia da virtù femminile a virtù donnesca (da culto individuale del pudore a vocazione eroica del martirio): la psicomachia dell’eroina tra queste due forme antagoniste di virtù è realizzata attraverso un’artificiosa e patetica tessitura di antitesi, chiasmo e figura etimologica in sequenza (II, 17).
“Vergogna audace” = ossimoro straniante, per condensare la contraddittoria virtù donnesca a cui ricorre Sofronia non appena varca la soglia della stanza privata per entrare nella dimensione pubblica eroica. Il narratore suggerisce che Sofronia sia pudica e al tempo stesso consapevole del proprio fascino. Sofronia è l’alternativa cristiana di Armida, mette al servizio della vocazione al martirio anche l’eros involontariamente promanato dalla propria persona, lasciando che esso parli in favore di sé (II, 18).
Sofronia consegna a una causa politica e spirituale la propria bellezza e la vita. A differenza di Giuditta, non tenta di sedurre Aladino e quando sfila...
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