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Riassunto esame Letteratura e Cultura nell'Italia Contemporanea, prof. Moliterni, libro consigliato Critica, letteratura e società, Turchetta + dispense + romanzi

Riassunto per l'esame di Letteratura e Cultura nell'Italia contemporanea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Moliterni: Critica, Letteratura e società, Turchetta + dispense + romanzi.
Gli argomenti trattati sono i seguenti: Marx, Gramsci, Benjamin, dispensa Fabbrica di carta, il lavoro dalle origini e analisi dei seguenti romanzi:... Vedi di più

Esame di Letteratura e cultura nell'Italia contemporanea docente Prof. F. Moliterni

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del lavoro (tra operai e capitalisti) che produce ingiustizia sociale, disuguaglian-

za, conflitto fra le classi. In quegli anni questi 2 filosofi devono occuparsi anche

di contrastare l’egemonia del sistema filosofico hegeliano. Hegel costruisce, al

contrario di Marx ed Engels, una visione della realtà che è quella dell’idealismo:

secondo lui la storia non è guidata da processo materiali ma da una inarrestabile

e progressiva vittoria dello spirito. I due filosofi intuiscono che le trasformazioni

sociali sono il frutto di una lunga catena di trasformazioni nel mondo del lavoro;

ad ogni forma economica che assume la società nei millenni, si può dare un

termine: all’inizio il comunismo primitivo, poi la società caratterizzata dal mon-

do greco romano, poi quella caratterizzata dal medioevo (servi della gleba, feu-

dalesimo) e nell’800 la società industriale capitalistica (borghesia). Nel 1848,

anno in cui scrivono il Manifesto per partito comunista, Marx ed Engels vengono

espulsi dalla Germania e si trasferiscono in Inghilterra. Engels aiuta economica-

mente Marx ed è proprio in questo periodo che quest’ultimo elabora le sue

opere fondamentali: Per la critica dell’economia politica e Il Capitale. Il fulcro

del capitalismo è lo sfruttamento della natura (sfruttamento materie prime) e

del lavoro umano. L’operaio, per necessità alla base del capitalismo, è pagato di

meno rispetto a quello che produce poiché il proprietario deve ricavare il cosid-

detto plusvalore, ovvero il profitto che nel migliore dei casi viene reinvestito e

che corrisponde in sostanza a forza-lavoro usata ma non pagata. La storia de-

terminata da fattori materiali è una visione dialettica della realtà. Dialettica è

un movimento del pensiero o della realtà che, attraverso una negazione di una

affermazione precedente (antitesi di una tesi), conduce ad una sintesi che è il

superamento di entrambe. Secondo Marx ed Engels, ci saranno sempre conflitti

cioè lotte di classe e al massimo sviluppo del capitalismo, la coscienza di classe

della classe operaia riuscirà a ribaltare i rapporti di produzione. I due filosofi,

nelle loro pagine, dedicano anche spazio alla cultura e alla letteratura. La sovra-

struttura di cui abbiamo precedentemente parlato, prodotto della struttura,

produce ideologie (arte, religione, oppio dei popoli). Il termine ideologia per

Marx è sinonimo di falsa coscienza, sostengono che gli scrittori, i religiosi, gli ar-

tisti in generale, tendono a mistificare la realtà materiale che condiziona i nostri

comportamenti. Marx dirà che per rovesciare un sistema in meglio è necessario

il conflitto di classe perché è nella prassi che va misurato il cambiamento. Per

Gramsci, oltre a invertire i rapporti di produzione, bisogna anche lavorare sulla

sovrastruttura, cioè su consenso ed egemonia. Non esiste un’opera estetica or-

ganica di Marx ed Engels. Essi non hanno mai fatto derivare dalla loro concezio-

ne l’idea che solo un tipo di arte sia giusto e valido.

Nel passo intitolato Il materialismo storico, essi sostengono che non è la co-

scienza degli uomini che determinano il loro essere, ma è, al contrario, il loro es-

sere sociale che determina la loro coscienza. In particolare, attaccano duramen-

te le illusioni di autonomia degli intellettuali, più precisamente dei filosofi tede-

schi, poiché in realtà le loro opere non derivano altro che da un contesto socio-

economico. Il passo intitolato Il condizionamento storico dell’arte tratto da Per

la critica dell’economia politica, affronta il problema della durata delle opere,

cioè della loro capacità di parlare agli uomini anche dopo molto tempo. Si chie-

de per quale motivo l’arte e l’epica della Grecia classica continuino a procurarci

piacere estetico. Non vuole ricadere sulla banalità sul significato “eterno”

dell’arte: anche il fatto che l’arte classica risulti eterna ha dietro delle ragioni

che sono storicamente determinate ed individuabili. Secondo Marx bisognereb-

be interpretarla come espressione della “fanciullezza storica dell’umanità” (non

convincente). Il passo intitolato Il marxismo volgare deriva da 5 lettere di En-

gels. La prima lettera tratta della struttura economica, che anche se risulta il fat-

tore più importante, non si può trascurare il fatto che ogni livello della sovra-

struttura ha una sua relativa autonomia. Nella seconda e terza lettera tratta

dell’autonomia dei diversi campi del sapere e chiarisce l’espressione “materiali-

smo storico”. Nella quarta lettera chiarisce che non esiste rapporto meccanico e

unilaterale tra un fenomeno economico e il corrispondente fenomeno a livello

sovrastrutturale. Nella quinta lettera, infine, parla dell’importanza della forma

affermando che bisogna rifiutare ogni interpretazione semplificata del marxi-

smo: una concezione dialettica presuppone che ogni livello sovrastrutturale, pur

essendo determinato dalla base economica, a sua volta agisce su essa e può an-

che modificarla.

Così come Marx è conosciuto per Il Capitale, Gramsci fonda nel 1921 il partito

comunista. Dopo gli anni di liceo vissuti in Sardegna, si trasferisce a Torino, dove

frequenta la facoltà di lettere, entra in contatto con l’ambiente della classe ope-

raia e collabora con vari giornali socialisti come l’Avanti scrivendo all’inizio di cri-

tica teatrale. In questo periodo accadono 2 cose: i primi scioperi e la rivoluzione

in Unione Sovietica, in cui si abbatte il regime ancora feudale degli zar. Da allora

Gramsci opera una revisione di Marx andando oltre la lettura economica della

realtà. Inoltre, a differenza di Marx che aveva ipotizzato che la rivoluzione prole-

taria potesse avvenire solo nei paesi avanzati, si accorge che la rivoluzione bol-

scevica appare, invece, in un paese arretrato. Di conseguenza, intuisce che

l’Italia si trova nelle stesse condizioni di partenza dell’Unione Sovietica perché

oltre all’industrializzazione del nord aveva tutto il sud ancora arretrato. Nel

1918, Gramsci scrive un famoso articolo intitolato La rivoluzione contro il capita-

le, in cui inizia a dialogare in modo dialettico con Marx sostenendo che se la

classe operaia si autorganizza su un piano politico, può arrivare ad una rivolu-

zione senza il bisogno di attendere il progresso economico. Difatti, durante il

biennio rosso (1919-1920) c’è una nuova ondata di scioperi in cui gli operai si

organizzano tra di loro senza il bisogno di sindacati, dando forma ai cosiddetti

consigli di fabbrica, i primi nuclei della democrazia diretta. Gramsci si metterà a

capo del settimanale di questi consigli di fabbrica intitolato L’Ordine Nuovo. Tut-

te queste esperienze lo portano, nel 1921, a diventare dirigente del partito co-

munista e a viaggiare nell’Unione Sovietica in cui incontra una donna, Giulia

Schucht, e mette al mondo 2 bambini. (1922 marcia su Roma, 1924 omicidio

Matteotti, socialista che fa emergere il lato dittatoriale del fascismo). In questi

stessi anni ci sarà la famosa direttiva di Mussolini che nel 1926 fa mettere

Gramsci in carcere a Turi. Muore nel 1937. Nel carcere continua la sua attività di

uomo politico e di intellettuale critico scrivendo i Quaderni dal carcere; si fa

spedire dei libri, li legge e sulla base di sue letture precedenti compila 32 qua-

derni per un totale di 4000 pagine. Viene stampato per la prima volta tra il 1948

e il 1951 e nel 1975 conosce la sua edizione critica integrale. Gramsci non dà

all’ideologia un significato solo negativo, non ha, come per Marx, solo un ruolo

negativo intesa come falsa coscienza ma anche un ruolo costruttivo perché lui

sostiene che il potere non si esercita solo da un punto di vista militare ma, per

sopravvivere, deve avere consenso o, con un termine tutto gramsciano, deve

esercitare egemonia. Quindi il potere della classe borghese (forma di potere a

cui assiste Gramsci) non si regge sul potere economico come dice Marx e solo

sul potere politico ma ha bisogno di consenso, egemonia. Egli, inoltre, chieden-

dosi chi ha il ruolo di costruire e diffondere il consenso, arriva a rispondere gli

intellettuali. Essi storicamente hanno sempre avuto questo ruolo, sono fabbri-

catori di consenso nelle scuole, università. La letteratura, quindi, ha la funzione

di creare il consenso.

Gramsci si occupa di ricostruire la storia italiana degli ultimi anni partendo

dall’origine dello stato moderno italiano, il risorgimento, definendolo rivoluzio-

ne senza rivoluzione, rivoluzione passiva perché è mancato un coinvolgimento

popolare, soprattutto del sud. Egli sostiene che è possibile correggere questo

deficit del risorgimento creando un nuovo blocco sociale, un’alleanza del popolo

che è fatto di operai del nord e contadini del sud. In questo discorso politico c’è

l’importanza dell’intellettuale che secondo lui è di 2 tipi: tradizionale, cioè orga-

nico, che fa proprio l’orientamento della classe al potere che è quello del mode-

ratismo e intellettuale organico alla classe operaia, che è consapevole della pro-

pria funzione sociale e si allea con il popolo creando il blocco sociale di prima.

Proprio in merito a questa nuova figura di intellettuale introduce il concetto di

nazional popolare. Chiede agli intellettuali italiani di assumere una funzione

“educatrice-nazionale” poiché storicamente hanno sempre assunto la dimen-

sione del localismo e del cosmopolitismo, sono sempre stati chiusi nella loro fal-

sa autonomia e legati ad una idea astratta di cosmopolita, non ha letto un rap-

porto organico, reale con la nazione e con il popolo. Dopo aver fatto questa cri-

tica all’intellettuale italiano, si sofferma sulla diffusione della letteratura popola-

re in Italia. Nel 1930, nonostante la presenza di scrittori che scrivono romanzi

popolari in Italia, si accorge che i lettori continuano a leggere romanzi francesi e

non italiani sostenendo che il popolo subisce l’egemonia intellettuale o morale

della Francia. Oggi quest’eredità è stata raccolta dalla Rai. Nella fine degli anni

70 iniziano le trasmissioni a colore, si tende a concepire le trasmissioni come ve-

ri e propri prodotti commerciali, ecc. Gramsci è considerato maestro della critica

sociologica anche perché nelle sue critiche mette in atto l’integrazione, cioè

guardare all’esterno della forma, capire le opere e poi metterle in relazione con

la politica e la storia degli anni in cui sono state scritte.

Benjamin fa parte della scuola di Francoforte che comprende anche Adorno,

Horkheimer, ecc. Essi prendono l’intuizione di Marx, struttura e sovrastruttura e

cercano di ampliare questi concetti sostenendo che l’economia è integrata an-

che con le nuove scienze e le nuove discipline che nascono proprio dopo Marx.

Le intuizioni principali della scuola di Francoforte riguardano la società di massa

e l’industria culturale e interpretano le intuizioni di Marx integrandole con la so-

ciologia, le scienze umane, la psicoanalisi, ecc.) Benjamin nasce in Germania nel

1892 e dal 1931 inizia a collaborare con la scuola di Francoforte. Nel 1933 il na-

zismo prende il potere in Germania e tutti questi esponenti della scuola di Fran-

coforte, che erano di origine ebraica, vanno in esilio negli Stati Uniti. Benjamin

ottiene un visto per gli Stati Uniti da Horkheimer ma in viaggio viene bloccato

dalle autorità di frontiera e di fronte al pericolo di essere consegnato ai nazisti,

preferisce suicidarsi. Benjamin ha una formazione culturale atipica, ha una base

marxista e approfondisce le sue radici ebraiche. Marx considerava la religione

strumento di falsa coscienza, serviva per mistificare la realtà economica. Per

Benjamin si è parlato di “marxismo messianico”: egli innesta i concerti marxiani

di alienazione, dominio della merce ed universo capitalistico con una lettura

messianica dell’universo, cioè pensando che sarà possibile per gli sfruttati, per

tutte le minoranze oppresse, riscattarsi. Il primo testo di Benjamin, col quale

cerca di entrare nelle università, si intitola Il dramma barocco tedesco. Con

quest’opera, però, viene letteralmente respinto dall’università perché i docenti

della commissione non riuscivano a trovare una disciplina nel quale inserire le

sue ricerche, risulta inclassificabile. Esso si rivolge allo studio dei testi teatrali

scritti in tedesco durante il 600 ma in realtà allude in qualche modo alle avan-

guardie storiche del suo tempo. In questo libro Benjamin traccia le coordinate

fondamentali del suo metodo che si basa sul concetto di allegoria, in parole

semplici: parte da dettagli che si trovano nel testo per risalire a dei significati

generali, cerca dei legami con il contesto sociale. Inoltre, cerca di far dialogare

insieme la filosofia con la filologia (attenzione alla forma, alla lingua). Altra ope-

ra è L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. La scuola di Fran-

coforte, nei confronti dell’industria culturale ha un atteggiamento negativo,

quasi di rifiuto. Tutto diventa merce, anche il consumo culturale, un consumato-

re che cerca nell’arte soltanto il divertimento diventa alleato dell’industria cul-

turale perché quest’ultima vuole soltanto lettori, spettatori che si divertano e in

qualche modo siano d’accordo con le ideologie, ecc. In questo contesto Benja-

min si differenzia, ha una posizione più ambigua e ambivalente rispetto alla

scuola di Francoforte, parte dal loro stesso presupposto, ovvero la trasforma-

zione dell’esperienza estetica in merce e parla di una crisi di trasmissibilità o più

precisamente della narrabilità dell’esperienza che è un effetto della prima guer-

ra mondiale. I primi soggetti che hanno manifestato questa difficoltà sono stati i

reduci di guerra, i salvati. Si accorge, inoltre, che l’arte generale stava perdendo

il suo valore rituale che lui chiama aura e che rendeva l’esperienza estetica irri-

producibile. Si accorge che la tecnologia stava modificando la nostra esperienza

estetica e il nostro modo di consumare l’arte: l’arte diventa riproducibile

all’infinito e si riduce ad un oggetto di consumo seriale. Benjamin, però, in realtà

individua in questa riproducibilità tecnica una potenzialità di democratizzazione

culturale. L’arte moderna, tecnologica di quegli anni garantisce una nuova espe-

rienza che è quella dello choc, che spiazza la nostra percezione abituale della

realtà. Parla di tutto questo in un enorme progetto che lo ha impegnato 13 anni

della sua vita intitolato I “Passages” di Parigi in cui voleva mettere a fuoco la Pa-

rigi del XIX secolo. La concepisce come il laboratorio nel quale si sperimentano

esperienze della modernità sia da un punto di vista urbanistico, cioè organizza-

zione dello spazio, sia da un punto di vista antropologico. Come i Quaderni dal

carcere di Gramsci e lo Zibaldone, è un insieme di appunti. Uno degli ultimi scrit-

ti di Benjamin si intitola Di alcuni motivi in Baudelaire, in cui va a caccia di alcuni

aspetti tematici e formali dell’opera di Baudelaire. Si trova in un’antologia di

scritti intitolata Angelus Novus, esce per la prima volta nel 1939 ed è in qualche

modo collegato al progetto della Parigi capitale del XIX sec. in cui Baudelaire vi-

veva. Benjamin individua in Baudelaire il primo scrittore in assoluto nel campo

della letteratura occidentale che parla di questa trasformazione dell’arte che

perde la sua area. Nelle opere di Baudelaire, il poeta si autorappresenta non più

come un individuo geniale che aveva rispetto del potere, della società ma come

un individuo normale inserito autonomamente nell’ingranaggio della società di

massa a cui cade l’aureola nel fango della strada (prosa Perdita d’aureola). Ben-

jamin parte da qui per fare il suo discorso dicendo che quando l’arte incontra

l’industrializzazione, il mercato perde la sua riflessione autentica ed intellettuale

e, nello specifico, il creatore si trova mescolato nella folla. Secondo Benjamin,

Baudelaire mette al centro della sua poesia l’esperienza dello choc, che parte da

un poeta che affronta la trasformazione della realtà causata dall’urbanizzazione

e dall’industrializzazione borghese e capitalistica. La rende immettendo per la

prima volta nella storia della letteratura temi o soggetti moderni: la folla, le

strade, la prostituta, ecc. Si accorge, inoltre, che la poesia di Baudelaire trova

spesso la figura degli orologi, del ticchettio, che rendono questa nuova conce-

zione del tempo moderno. La sua modernità si vede anche nella forma perché

utilizza temi e figure classiche in chiave moderna. Per esempio, Turchetta si sof-

ferma su una poesia famosissima di Baudelaire che ci fa capire come anche la

dimensione dei sentimenti venga alterata dallo choc, che si intitola A una pas-

sante. Racconta di un incontro casuale del poeta, che vive ormai nelle strade,

con una donna. Baudelaire non parla di una strada confusa, caotica ma urlante

(Vuol dire che c’è uno choc percettivo, non a caso insiste sul suono delle strade).

Il poeta non viene rappresentato come pazzo d’amore, ma maniaco, cioè uomo

disturbato dal punto di vista mentale e psichico; per esempio viene data l’idea di

un incontro che si deve consumare in poco tempo. Questo deriva anche dalle

scelte che lui fa: lessico alto per descrivere materiali bassi. In sintesi, Benjamin

individua in Baudelaire il poeta del primo capitalismo, la sua poesia è calata in-

tegralmente, senza vie di fuga, è invasa da oggetti, merci ma soprattutto ci rac-

conta l’esperienza dello choc, cioè di come a causa delle trasformazioni urbani-

stiche, lavoro, economia, ecc., mutano i rapporti con noi stessi e con gli altri e la

nostra percezione del tempo, che è strettamente legata alla catena di montag-

gio (prima organizzazione delle fabbriche di quegli anni). Secondo Benjamin, il

nostro quotidiano è fatto di un bombardamento continuo di reclame tutte col-

legate alla merce, consumo, ecc. che danno vita a dei piccoli traumi sensoriali

che modificano la nostra reale percezione del tempo e dello spazio. Quindi da

Baudelaire ricaviamo la prima esperienza che uomo e donna fanno nella mo-

dernità.

Fino al 600 il lavoro è rappresentato in modo diverso da come siamo abituati a

vederlo oggi, c’erano i servi e i braccianti che riproducevano esclusivamente be-

ni di consumo per la sopravvivenza; dall’altra parte c’erano gli artigiani che pro-

ducevano opere e manufatti e venivano pagati con un tariffario stabilito da sin-

dacati. Tutto quello che vediamo oggi inizia ad apparire tra 700 e 800, durante la

seconda rivoluzione, quando cioè inizia a crescere ed espandersi il cosiddetto

capitalismo manifatturiero (fatto a mano ma con l’ausilio di nuove macchine). Si

arriva alla catena di montaggio che accompagna tutta la prima parte dello svi-

luppo capitalistico industriale del 900. Il lavoro può, quindi, significare 2 cose: da

una parte è uno strumento di riscatto, realizzazione, dall’altra parte può essere

inteso come oppressione che con l’andare dei decenni non riguarda solo i tempi

di lavoro passati in fabbrica. Durante gli anni 60-70 del 900 si scopre che gli

operai non stanno male solo in fabbrica ma anche fuori; ciò significa che il capi-

tale circonda anche altri aspetti della vita. Questo concetto riguarda anche i la-

voratori del settore terziario, che non hanno nemmeno più tempi di lavoro (Free

lance, colui che collabora da esterno a redazioni, giornali, ecc. non ha tempi di

lavoro stabiliti, è un trucco del capitale che cerca di sfruttare uomo e donna dei

tempi recenti anche al di fuori degli orari di fabbrica) e si definisce biopolitica. Ci

sono state 2 filosofe che nel corso del 900 hanno ragionato sul tema del lavoro:

una è Hanna Arent, conosciuta per La banalità del male, uno studio sulla shoah

e un libro di filosofia morale intitolato Vita activa (sottotitolo: la condizione

umana) che si riferisce al lavoro, anche lei si rende conto che sta diventando

sempre più fondamentale nell’identità dell’uomo e della donna. Fa una distin-

zione del lavoro: uno è labur, derivante dalla radice latina che designa la fatica,

molto spesso della società contadina, che lavora solo per sopravvivere, quindi

accezione negativa di sofferenza e dolori; l’altro è work, inteso come opera con

accezione positiva. Egli si rifà alla figura precedente lo sviluppo industriale

dell’artigiano, l’homo faber (fortunae suae). Così come l’artigiano, homo faber,

è soddisfatto nel momento in cui porta a compimento i suoi lavori, così si può

arrivare a pensare che si può essere artefici del proprio destino, non necessa-

riamente sfruttati o alienati. Altra filosofa di radice ebraica è Simone Weil, che

scrive un saggio intitolato La condizione operaia. Fa una specie di esperimento:

entra in una fabbrica tedesca di quegli anni, si offre volontaria e diventa a tutti

gli effetti un’operaia. Fa, quindi, dall’interno una descrizione sulla vita e sullo

sfruttamento degli operai, parla della catena di montaggio, della realtà alienata

degli operai che perdono la loro identità, ecc. Inoltre, sottolinea che accanto al

degrado c’è anche una solidarietà partecipativa negli operai, quasi una vita col-

lettiva. Dispensa: Fabbrica di carta

Come la fabbrica e il lavoro è stato rappresentato nella letteratura del Novecen-

to. Sin dall’origine della letteratura, Dante Alighieri, creatore della letteratura

moderna capisce che il lavoro è importante. Ci sono 2 momenti in cui parla del

lavoro: il XIV canto dell’Inferno e il XXI canto, troviamo la rappresentazione della

vita di alcuni operai e artigiani. Il XXI è il canto più infernale dell’Inferno, si

chiama Male bolge in cui viene fuori il linguaggio più volgare di dante, si parla di

operai che lavorano nell’arsenale di Venezia. Nel XIV, invece, canto in cui ven-

gono i puniti i violenti contro Dio, i bestemmiatori, c’è un riferimento a chi ha

sfidato il Dio creatore illudendosi di superarlo. Dante, quindi, anche se incon-

sciamente, dà subito un’accezione infernale del mondo del lavoro. Sono 3 i modi

(paradigmi) in cui la letteratura italiana ha rappresentato la fabbrica e il mondo

del lavoro: il primo è quello infernale partendo da Dante, apocalittica, da fine

del mondo che circola nei romanzi letti (Argentina) o si pensi anche al compo-

nimento L’officina di Franco Fortini o Visita in fabbrica di Vittorio Sereni; il se-

condo è il cosiddetto paradigma conflittuale (Balestrini), la fabbrica diventa lo

spazio per una serie di rivendicazioni di tipo corporativo e sindacale, cioè gli

operai, gli sfruttati rivendicano migliori condizioni di vita di lavoro; il terzo è la

rappresentazione della fabbrica come comunità e non come luogo di sfrutta-

mento, è più utopistico, fa riferimento a quella versione positiva di homo faber.

L’unico rappresentante in Italia, dagli anni 60 in poi, di questa idea utopistica

della fabbrica è Adriano Olivetti, il costruttore di computer. Egli non agisce nelle

metropoli (famoso triangolo economico Torino-Genova- Milano), ma in provin-

cia, precisamente Ivrea (provincia di Torino). Già negli anni 60, cerca di realizza-

re, ispirandosi a tentativi che derivano dagli Stati Uniti, quello che verrà definito

negli anni un welfare (stato sociale), per cui gli operai si dovevano sentire parte

dell’azienda. Questa politica di Olivetti comprendeva anche un coinvolgimento


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Riassunto per l'esame di Letteratura e Cultura nell'Italia contemporanea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Moliterni: Critica, Letteratura e società, Turchetta + dispense + romanzi.
Gli argomenti trattati sono i seguenti: Marx, Gramsci, Benjamin, dispensa Fabbrica di carta, il lavoro dalle origini e analisi dei seguenti romanzi:
- Vicolo dell'Acciaio, Cosimo Argentina
- La vita agra, Luciano Bianciardi
- Nanni Balestrini, Vogliamo tutto


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Saxbrina97 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura e cultura nell'Italia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Salento - Unisalento o del prof Moliterni Fabio.

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