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L’Inquisitore infatti ha sminuito le azioni di Cristo per far tornare i conti del suo ragionamento. Secondo

l’Inquisitore chi sta con gli ultimi deve essere capace di confrontarsi anche con le loro debolezze, con il loro

bisogno di certezze e di sottomissione. Alioscia allora crede che la figura dell’Inquisitore sia troppo costruita

per essere reale, e rifiuta l’idea della Chiesa come insieme di uomini che si sarebbero fatti carico dei

peccati di tutti per renderli felici. In più, non è detto che siccome solo pochi riescono a raggiungere la

beatitudine morale, allora gli altri sono destinati allo smarrimento. Anzi, potrebbero essere più motivati a

comportarsi eticamente. Per questo per Cristo è fondamentale la libertà. Alioscia però non sa portare

argomenti alle sue argomentazioni e Ivan vince.

1.3 - Avvelenare i pozzi

•• Dostoevskij nella Leggenda non vuole solo criticare la Chiesa, ma vuole offrire una descrizione accurata

del potere, del suo modo di lavorare alle spalle degli uomini più integri mirando a interrompere le

comunicazione tra questi e quelli meno forti, più esposti all’insidia dei bisogni terreni. L’Inquisitore ha

rinunciato all’etica perché ha scoperto che più si lavora sulle debolezze umane più si può volgerle a proprio

favore, avvelenando i pozzi, ovvero le comunicazioni tra i pochi eletti integri e i più deboli. La passione

dell’Inquisitore è solo per il potere, che nasce da una infinita e realistica sfiducia negli uomini e da un

fastidio per l’arroganza degli eletti. L’Inquisitore governa dispoticamente la vita degli uomini fino al punto di

ritenere giusto mandarne a centinaia sul rogo. Che cosa succederebbe se gli eletti potessero comunicare

con i deboli per indurre questi ultimi a lottare contro la propria debolezza? Per questo bisogna avvelenare i

pozzi, e lo fanno anche gli eletti con il loro aristocratismo etico (che fa disprezzare chi si è fermato qualche

gradino più giù). Sarebbe sbagliato demonizzare la figura dell’Inquisitore, anche se è lui stesso a sollevare

il sospetto di rappresentare lo strumento attraverso cui Satana è riuscito a impossessarsi della Chiesa. La

forza dell’Inquisitore sta nella consapevolezza della fragilità dell’uomo. L’Inquisitore allora presenta gli eletti

come una aristocrazia boriosa e innamorata della propria perfezione; coltiva e alimenta la debolezza

dell’uomo perché ne ha bisogno in quanto fondamento della sua forza. L’Inquisitore si è alleato con la

debolezza degli uomini, la moltiplica e la usa come uno scudo contro i migliori tra questi. Allora per

sconfiggerlo occorre unire gli eletti agli altri, riconoscendo i limiti umani.

2 - La zona grigia

2.1 - Il laboratorio del male

•• Secondo Levi, il desiderio di semplificazione è giustificato, mentre la semplificazione non sempre lo è.

Non vi è netta separazione tra bene e male, tra deportati e aguzzini, neanche nei Lager. Si devono sempre

misurare le diverse responsabilità. Il male infatti riesce a risucchiare il bene in una zona grigia, in cui confini

tracce si confondono. Analizziamo quindi I sommersi e i salvati, grande libro del Novecento, per combattere

l’egemonia del male. Secondo Levi, la Shoah non è un crimine incomparabile. Nella Conclusione scrive: “è

avvenuto, quindi può accadere di nuovo, dappertutto”. Nel Lager non era possibile nessuna forma di

resistenza, e l’eliminazione di ogni forma di opposizione rende il sistema del Lager simile a quello degli

Stati totalitari. Negli Stati totalitari la resistenza è quasi assente, perché al loro interno esistono sempre

delle forme di sottrazione (anche minima) al potere. Nel Lager invece la resistenza non è possibile; è quindi

la versione perfetta del potere. Il Lager diventa quindi un laboratorio in cui poter studiare la fisica del

potere. Nel Lager non esiste la dignità, il rispetto per l’essere umano. Sin dall’ingresso la dignità umana

non entra: agli appena deportati vengono riservati calci, pugni, denudazione, rasatura dei capelli, ordini

urlati con collera, vestizione con stracci… ribellarsi è inutile perché vuol dire suicidarsi. Nel Lager vige una

selezione invertita: gli uomini più coraggiosi vengono trucidati subito. Ecco anche perché i sopravvissuti

sono pieni di vergogna, perché sanno di essere lì a raccontare in vece dei migliori. L’eliminazione fisica dei

più coraggiosi non solo elimina ogni impulso di ribellione verso il sistema del Lager, ma anzi crea una lotta

tra i prigionieri. Siccome non si può difendere la propria dignità, allora si può tradire l’altro. L’unica forma di

coesione praticabile è la coesione fratricida a danno dei più deboli, su cui si scarica una parte della

violenza a cui si è sottoposti. La prevaricazione si rivolge contro chi è ancora più impotente.

2.2 - La corruzione delle vittime

•• La zona grigia secondo Levi nasce quando il campo degli oppressori si confonde con quello delle vittime.

Esistevano infatti dei prigionieri-funzionari che andavano contro i prigionieri semplici: si davano ad alcuni

dei piccoli privilegi ai quali ci si attaccava in modo feroce e disperato per farli agire contro i prigionieri

semplici. Qui non solo non c’è più fraternità, ma si è diventati una parte del meccanismo di detenzione. La

zona grigia conosce a sua volta diverse tonalità di colore e va da coloro che esercitavano ruoli marginali a

figure che finivano per partecipare in modo evidente alla gestione di funzioni delicate dei campi. I

collaboratori esterni hanno tradito una volta e possono tradire ancora, quindi bisogna vincolarli mettendoli

alla prova facendo commettere loro un crimine per conto dell’organizzazione senza sollevare obiezioni. Il

potere contagia e corrompe, reclutando collaboratori tra le vittime. Gli uomini sono corruttibili: quanto più è

dura l’oppressione, tanto più è diffusa tra gli oppressi la disponibilità a collaborare con il potere. Secondo

Levi la tesi della banalità del male di Arendt è simile al concetto di zona grigia di Levi. Dice Levi: “Io di

mostri non ne ho visto neanche uno”. È il carattere totalitario dello Stato a rendere banale il male, a far

apparire normale che un uomo diventi un aguzzino di altri uomini. La banalità del male sta tutta nella cecità

dei complici, che ha neutralizzato ai loro occhi la percezione dell’orrore. La zona grigia invece parla del

Lager, dove non c’è resistenza e dove le vittime sono complici degli aguzzini. I prigionieri che diventavano

Kapò vedevano in questa “promozione” la confusa opportunità di sottrarsi al loro destino oppure la

possibilità di dare uno sfogo sadico alla loro frustrazione. Gli oppressori anche devono sottostare agli ordini

ricevuti dall’alto, ma comunque sono colpevoli per non aver usato la loro libertà.

2.3 - La fragilità, il giudizio e il perdono

•• Secondo Levi i deportati sono uomini medi e non ci si poteva aspettare da tutti loro il comportamento che

ci si aspetta dai santi e dai filosofi stoici. L’uomo secondo Levi è una creatura confusa, nella quale la

confusione cresce proporzionalmente alle tensioni che si esercitano su questa. Per questo non si possono

giudicare le vittime nei Lager. Prima di giudicare bisogna provare a immaginare la condizione di chi dopo

anni di reclusione in un ghetto veniva caricato su un treno diretto verso destinazione ignota perdendo tutto

ciò che aveva e infine veniva scagliato in un inferno trovandosi continuamente di fronte a un dilemma: o

l’obbedienza immediata o la morte. Ogni uomo ha un’idea di sé quando vive in una condizione normale, ma

non sa come reagirà se sarà sottoposto a una aggressione sistematica, a violenze fisiche e psicologiche

ripetute… Il crimine massimo del nazionalsocialismo sta nell’aver ucciso l’anima delle vittime facendole

diventare carnefici a loro volta. I prigionieri-funzionare sono da sottrarre al giudizio perché sono stati

sottratti alla loro libertà. Il male corrompe e confonde, cerca di inquinare le prove. Levi critica Dostoevskij

sia per lo stile (ha una lucidità introspettiva, ma una confusione nello scrivere) sia per il concetto di

perdono. Levi non crede, Dostoevskij è un cristiano. Levi non può perdonare. Non ha autorità per dire “ti

assolvo dalla punizione”.

2.4 - Capire non vuol dire perdonare

•• La zona grigia di Levi indica l’indecifrabilità e l’ambiguità dell’uomo. La storia di Chaim Rumkowski è la

storia di un ebreo presidente del ghetto di Lodz e si comportava come fosse un re di quel regno. Ma tutti

noi siamo abbagliati dal potere e dal prestigio come lui, dimenticando la nostra fragilità essenziale. Non è

detto che il potere sia intrinsecamente nocivo alla collettività, tant’è che una certa misura di dominio

dell’uomo sull’uomo è inscritta nel nostro patrimonio genetico in quanto animali sociali. Il potere è

necessario all’organizzazione della vita sociale degli uomini, ma contiene in sé una grandissima tentazione:

quella di una sovrapposizione agli altri. Il potere è come la droga. Secondo Levi nessuno di noi prima di

trovarsi davanti a situazione estreme può conoscere la propria forza, il proprio coraggio e il proprio valore.

Ogni individuo secondo Levi è un oggetto così complesso che è inutile cercare di prevederne il

comportamento, soprattutto se in situazioni estreme. Levi riconosce che l’uomo sia una creatura confusa

che non conosce bene neanche se stesso. Dostoevskij ha indicato la coscienza confusa che l’uomo ha di

se stesso, ma secondo Levi da questa confusione non dobbiamo farci attrarre mettendo sullo stesso piano

vittime e carnefici. Davanti alla confusione dobbiamo sospendere il giudizio, non assolvere. Auschwitz ci

insegna che non possiamo abbassare la guardia di fronte al male e non dobbiamo dimenticare.

3 - I nuovi interpreti della “Leggenda del Grande Inquisitore”

3.1 - Vecchi e nuovi inquisitori

•• La Leggenda del Grande Inquisitore però non è attuale, perché è ambientata nella società spagnola del

Cinquecento, dominata da superstizione religiosa (miracolo), ignoranza (mistero) e sottomissione acritica e

devota a chi comanda (autorità), quindi non è efficace per analizzare il rapporto tra il potere e la debolezza

degli uomini. Alcuni hanno ritrovato in una discussione tra Adorno e Gehlen un dialogo tra rispettivamente

Cristo e l’Inquisitore (ma Adorno risponde molto più di quanto non faccia Cristo). Secondo Gehlen l’uomo

non ha scemi preordinati di comportamento (istinti) così come ce l’hanno gli animali, e quindi ha un

costante bisogno di istituzioni che gli consentono di rendere stabile la sua condotta. Le istituzioni (che sono

una creazione umana) diventano una seconda natura che immette la vita umana nei binari della routine e

dei ruoli. Secondo Adorno invece le istituzioni sono da abolire perché solo in questo modo si riesce a

conquistare la propria libertà. Mentre per Gehlen le istituzioni servono proprio per liberare gli uomini dal

fardello di dover prendere decisioni su tutte le questioni della loro vita. Secondo Adorno se si esonerano gli

uomini dalla responsabilità e non si pretende da loro autodeterminazione, anche il loro benessere e la loro

felicità in questo mondo è pura apparenza. Secondo Adorno gli uomini aspirano agli esoneri proprio per via

del peso che viene loro imposto dalle istituzioni, quindi da ordinamenti del mondo a loro estranei e che

hanno strapotere nei loro confronti. Secondo Gehlen le istituzioni invece liberano il tempo e l’attenzione

degli uomini per attività più complesse e selezionate: poter contare su alcune certezze di fondo rende la

vita più agevole. Gehlen come l’Inquisitore crede che gli uomini siano deboli e limitati, e quindi che


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simone.scacchetti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura e arti visive e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Mazzarella Arturo.

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