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Premessa

Raffigurare con la massima precisione possibile la realtà è tornato a essere l’obiettivo di tutti i media. Ma come raffigurare la realtà? Dal culto dell’evidenza (secondo Saviano la realtà è definita dal visibile) all’impersonalità incorporata nei media digitali che documentano le torture compiute ad Abu Gharaib o le videoesecuzioni celebrate dai terroristi. Da una parte abbiamo Saviano con la nobile e antica tradizione della testimonianza personale, dall’altra l’oscenità delle spietate documentazioni dell’orrore. I due modi di raffigurare la realtà sono opposti a partire proprio dai dispositivi formali che le generano (letteratura e multimedia). La nostra epoca contemporanea ci ha resi consapevoli che ormai tutta la realtà è solo la realtà mediata dall’immagine.

I fantasmi dei fatti

Lo scacco del testimone e gli equivoci della non-fiction

Quando il narratore non crea mondi ma racconta come testimone oculare, il sistema letterario scricchiola. Non c’è niente di più rischioso che presentare un romanzo come un documento. Saviano con Gomorra ha scritto un romanzo, animato da una prepotente tensione civile, ma pur sempre un romanzo. Eppure Saviano dissimula gli artifici letterari perché ha una tensione verso il realismo. Saviano ha scritto un non-fiction novel. Ma come può un racconto azzerare la sua intrinseca natura falsificante per restituire una storia vera? Anche la testimonianza oculare più rigorosa non è sempre costretta a ricreare attraverso le sequenze narrative l’evento realmente vissuto?

Truman Capote è l’iniziatore del genere con A sangue freddo (nato come reportage giornalistico) in cui reale e irreale si confondono fino a sovrapporsi del tutto. Secondo Capote è proprio la manipolazione narrativa a garantire la verità del racconto: realtà e arte sono fuse. A sangue freddo è infatti un distillato della realtà. La storia che Capote racconta smette di essere di cronaca collettiva e comincia ad appartenere solo a lui. Quando dal romanzo di Capote viene fatto il film, Capote rimane deluso da tutta la storia e ammette di essere vittima solo della realtà.

Secondo Ellroy tutti gli eventi che si susseguono nella vita rimangono avvolti da un alone di ombre impossibili da diradare. Ellroy pubblica I miei luoghi oscuri, puro e autentico non-fiction novel, in cui descrive l’episodio del ritrovamento di sua madre morta per strangolamento quando aveva dieci anni. L’assassino non verrà mai trovato. Davanti al piccolo Ellroy, l’immagine della madre morta ma anche l’immagine della libertà (desolata e insieme eccitante) a cui è consegnato. Tutte queste immagini scorrono con velocità vertiginosa sul schermo percettivo. Da quel momento in poi fa degli incubi. Anche Ellroy allora come Capote può sentirsi vittima della realtà.

La realtà si è dilatata fino a perdere oggettività, esplodendo in una molteplicità di schegge che non si lasciano ordinare in sequenze programmate: un vero assedio di fantasmi. Il tema delle fantasie di Ellroy era il delitto. Niente è più solido e reale di questi fantasmi: sono più veri perché sfuggono all’evidenza.

Dello stesso avviso è Sciascia, che intreccia la testimonianza storica alla ricostruzione narrativa inaugurando con estremo successo in Italia il genere del non-fiction novel. Sciascia usa percorsi limpidi e lineari e non contamina la realtà con la fiction. Usa la fiction solo quando dall’esame delle testimonianze passa alla formulazione delle ipotesi. A Sciascia divertono fatti di cronaca passati ma irrisolti, perché lo portano a fantasticare, a indagare, a fare ipotesi. Ne La scomparsa di Majorana si parla della scomparsa del fisico siciliano Ettore Majorana avvenuta nel 1938.

Secondo Sciascia e Lacan l’impatto con la realtà costituisce un appuntamento mancato. I fatti per Sciascia sono da rispettare con scrupolosità. I fantasmi dei fatti di Sciascia (realtà riflessa per Capote e fantasie giovanili rievocate da Ellroy) sono ipotesi e congetture derivanti dalla connessione tra realtà e possibilità data dall’immaginazione. I fantasmi dei fatti non chiedono mai risposte ma anzi sono in grado di sollecitare nuove domande.

Nell’Affaire Moro, il morto c’è, ed è così spettacolare tutta la vicenda e il morto stesso che sembra sia una invenzione letteraria. La realtà sembra essere generata dalla letteratura. Nel 1978 vi è il sequestro di Moro per cinquantacinque giorni, e in quel tempo Moro scrive delle lettere che Sciascia legge. L’unico modo di decifrare la realtà dei messaggi caotici di Moro è quello di usare il metodo investigativo di Poe oppure le labirintiche incursioni nell’universo del possibile di Borges. Borges e Sciascia credono che non esista alcuna testimonianza che possa garantire alla realtà un sostegno inoppugnabile.

Nessuna inchiesta potrà mai dissipare la cortina di ombre che si addensano intorno alla realtà, anche dopo anni e anche per cose importanti e documentate. Se la lezione di Sciascia fosse stata appresa, avremmo meno resoconti e reportage, ma anche meno fiducia nei testimoni (come invece ce l’ha Saviano). Per Saviano il testimone non è solo lo spettatore di un evento, ma anche quello che con la narrazione lo tramanda. Ma uno spettatore che fa anche l’attore stride. Secondo Derrida non si potrà mai provare che una testimonianza è autentica: il testimone promette l’autenticità, ma c’è sempre in agguato la possibilità della finzione.

Saviano in Gomorra ha abbandonato gli abiti dello scrittore e ha indossato quelli del cronista della realtà. La realtà è affidata all’unico potere che Saviano riconosce: quello della denuncia.

Io so, ma non ho le prove. Nei gironi di Gomorra

Secondo Capote e Sciascia, realtà e riflessi (fatti e fantasmi) sono da considerarsi entrambi. Per Saviano la realtà non ha bisogno di riflessi per manifestarsi compiutamente (il narratore-testimone ha il dono dell’ubiquità e riesce a fondare il suo resoconto su un grande numero di prove: riesce sempre a trovarsi, con una regolarità sorprendente, dove la camorra sta per celebrare o ha da poco celebrato uno dei suoi rituali).

Franchini e Balestrini con i loro non-fiction novel invece non usano alcun testimone oculare e indagano la trama invisibile della realtà. Franchini con il suo testimone non mira a ordinare gli eventi, a chiarificarli, come fa Saviano con Gomorra. Al contrario sceglie di confondere i fatti, di mostrarli in tutta la loro incompiutezza.

Secondo Saviano, Sandokan di Balestrini non è un romanzo sulla camorra, ma un flusso di esperienze e riflessioni: Sandokan non può aspirare al valore della testimonianza, è solo letterarietà, ma l’impegno è etico-civile.

Per Auerbach l’aderenza alla realtà non è una questione per forza tematica, ma può anche essere solo formale: anche Al faro di Woolf è un romanzo realista, perché è del tutto aderente alla stratificazione dei tempi soggettivi e interni che di fatto scandiscono la vita della coscienza.

Secondo Castells l’economia criminale globale deve il proprio potere a una cultura alimentata dal flusso capillare dell’immaginario mediatico. Questo flusso corrisponde quasi a uno stream of consciousness creato dalla parte più emarginata della società attuale. Per Saviano invece la conoscenza deve sempre passare una verifica operata dal soggetto: le testimonianze “sensibili”, ovvero dirette, percepite attraverso i sensi, secondo Saviano sono inconfutabili.

Saviano fa perdere al narratore tutta la sua neutralità per diventare a tutti gli effetti il personaggio principale (straripamento dell’io narrante). Il narratore scende in campo e si confonde con gli altri personaggi perché ha l’obiettivo di fondare la propria testimonianza su una credibilità inattaccabile. Saviano-narratore è deciso ed esercita un rigido controllo, mentre il Saviano-personaggio è fragile e incerto, una vittima di uno dei vari gironi di Gomorra. Questo stratagemma rende più attendibile il testimone in quanto coinvolto molto negli eventi.

Saviano è tanto assillato dalla veridicità delle sue testimonianze che si trova costretto per evidenziarla a usare le risorse della tecnica narrativa. Usa però per dissimulare le tecniche narrative le pieghe del reportage. Inserisce anche tratti di autobiografia. La partecipazione emotiva del narratore agli eventi raccontati serve ad accrescere il valore della sua esperienza. Lo sguardo del narratore è come una sonda che penetra in ogni angolo di realtà. Aver assistito a un evento trasforma l’orrore in un risarcimento conoscitivo. In Gomorra niente è inespresso e tutti gli eventi sono chiari ed evidenti, grazie ai testimoni. Saviano combatte contro la mancanza di prove e l’assenza di resoconti attendibili.

Secondo Pasolini, Sciascia e Capote, il sapere degli intellettuali non si basa su prove, ma su ipotesi e congetture elaborate dall’immaginazione. Lo scrittore può ribadire “Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi” e tutti sono tenuti a credergli perché è capace di interpretare gli eventi, di scorgere un residuo nascosto, impercettibile allo sguardo del testimone oculare (lo scrittore quindi è superiore al testimone).

Secondo Pasolini l’immediatezza e l’aderenza alla realtà possono essere restituite solo con l’immagine, unico tramite di accesso alla realtà (come in Salò). A Saviano invece continuano a bastare le prove, solo le prove. Saviano vorrebbe che la sua scrittura si emancipasse definitivamente dalla mediazione dell’immagine. Per Saviano è quindi fondamentale distinguere nettamente le immagini dagli eventi. Siccome le immagini sono inautentiche e parziali, Saviano le sfida. L’immagine per Saviano è solo apparenza, puro simulacro. Al massimo Saviano si ispira solo all’immagine filmica, alle citazioni di Tarantino: i protagonisti sono come impegnati in una recita. I camorristi devono formarsi un’immagine criminale che spesso non hanno, e che trovano nel cinema. Anche l’immagine più falsa e arbitraria conserva un legame inscindibile con la realtà. L’immagine ordina la realtà. Anche le immagini più false possono trasformarsi in una testimonianza preziosa.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/03 Storia dell'arte contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simone.scacchetti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura e arti visive e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Mazzarella Arturo.
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