STORIA DEL CINEMA – UN’INTRODUZIONE
Il linguaggio del film
L’inquadratura
L’unità di base del linguaggio cinematografico è l’inquadratura,
che può essere definita sia in termini temporali sia spaziali. Nel
primo caso lì inquadratura designa una porzione di ripresa
compresa tra due stacchi di montaggio, nel secondo è lo spazio
ritagliato dalla macchina da presa nell’atto di riprendere. La
doppia definizione spiega anche l’ampio ventaglio di inquadrature
possibili: da quelle molto brevi, lunghe appena qualche secondo
(es.: la successione degli idoli in “Ottobre” di Sergej
Michajlovič Ėjzenštejn, 1928), a quelle che durano parecchi
minuti; dalla visione che offre un dettaglio a quella densa di
elementi.
Il film può segnalare il passaggio da un’inquadratura all’altra.
Spesso si serve di effetti otici come la dissolvenza (l’immagine
scompare gradualmente fino al nero, o fino all’apparizione di
un’altra immagine, e in questo caso si parla di dissolvenza
incrociata), l’iris (la simulazione di un obiettivo circolare che
si chiude sull’immagine fino al nero) o la tendina (lo scorrimento
di una barra orizzontale o verticale che chiude un’immagine e ne
apre un’atra). In generale, il passaggio da un’inquadratura
all’altra implica un cambiamento del punto di vista.
La successione di più inquadrature crea una nuova unità detta
scena, un episodio narrativo che si svolge in un unico luogo e in
continuità temporale, così come più scene legate tra loro danno
luogo a una sequenza, caratterizzata da un’unità di azione dove è
possibile il verificarsi di salti sul piano del tempo e/o dello
spazio. Esiste anche il caso in cui un’unica inquadratura può
occupare un’intera sequenza: in questo caso si parla di piano-
sequenza.
La composizione spaziale dell’inquadratura è frutto di una
selezione rispetto a tutto ciò che si trova davanti alla macchina
da presa e la sua organizzazione. Nel primo caso si parla di
profilmico, ossia di messa in scena, di allestimento del set; nel
secondo di filmico, cioè di messa in quadro, movimenti di
macchina, costruzione temporale, forme di sguardo ecc. Si tratta
della distinzione tra il cosa viene ripreso e il come lo si
riprende.
Nell’ambito del filmico gli elementi che concorrono alla
composizione dell’inquadratura sono, in primo luogo, la quantità
di spazio ripreso e la distanza della macchina da presa. Si parla
di campi di ripresa quando l’attenzione è focalizzata
sull’ambiente, sul paesaggio, e di piani quando, invece, il
termine di riferimento è la figura umana. Questa distinzione dà
luogo a una scala che corrisponde alla quantità di spazio o di
porzione di corpo umano ripresa. Il Campo Lunghissimo (CLL) è una
porzione di spazio molto ampia, nella quale la figura umana è
assente, oppure è così piccola da non riuscire a individuarne
correttamente aspetto e movenze, o ancora è uno degli elementi
presenti ma indistinguibile dagli altri. Nel Campo Lungo (CL) la
figura umana, inizia a distinguersi, essendo la ripresa più
ravvicinata. Il Campo Medio (CM) presenta equilibrio tra ambiente
e personaggio; quest’ultimo occupa all’incirca la metà
dell’immagine in senso verticale. Il Totale (T), invece, è la
ripresa di un ambiente (in esterno o in interno) nella sua
interezza, in maniera esaustiva. E’ la tipica inquadratura
utilizzata dal cinema classico nel passaggio da una sequenza a
un’altra, perché in grado di comunicare allo spettatore le
coordinate del nuovo spazio entro il quale si svolgeranno le
vicende successive. Per quanto riguarda la scala dei piani,
invece, distinguiamo in primo luogo la Figura Intera (FI), ossia
la ripresa del corpo umano dai piedi alla testa. A seguire, il
Piano Americano (PA), dalle ginocchia in su; la Mezza Figura (MF),
dal busto in su; il Primo Piano (PP), dalle spalle in su; e il
Primissimo Piano (PPP), che ritaglia della figura umana solo la
testa senza le spalle. Da ultimo il Particolare, che riguarda solo
un elemento del corpo, così come il Dettaglio, che è
l’inquadratura ravvicinata di un singolo oggetto. Il assaggio da
un campo o da un piano all’altro serve a imprimere dinamismo alla
scena e a fornire il maggior numero di informazioni possibili allo
spettatore, indirizzandone lo sguardo. Nella stessa immagine
possono convivere più piani e campi insieme, come succede nei film
del cinema moderno: nella stessa inquadratura non è infrequente
osservare una persona (o un oggetto) in Primo Piano e un altro
personaggio (e/o un oggetto) in secondo o terzo piano, ripreso in
Piano Americano o in Figura Intera. La resa nitida di tutti gli
elementi ripresi costituisce la profondità di campo, assai
frequente nel cinema delle origini, è molto rara, invece, nel
cinema classico.
Un altro elemento che rientra nel filmico è l’asse di ripresa,
ossia la posizione della macchina da presa rispetto alla scena
definita come il taglio dell’inquadratura. La cinepresa può essere
collocata sullo stesso asse del profilmico (inquadratura
frontale), più in alto (plongée), più in basso (contre-plongée) o
obliquamente: tutte queste soluzioni servono per comunicare un
certo tipo di sguardo sul rappresentato o una sorta di giudizio
implicito.
Es.: la ripresa dal basso del magnate Kane in “Quarto potere”
(“Citizen Kane” di Orson Welles, 1941) serve a esprimere la
solennità del personaggio, ma anche l’impossibilitò di coglierne
perfettamente la personalità e il mistero che la sua figura cela
(la ripresa dal basso e la profondità di campo sono due tratti
distintivi del film).
Altrettanto importanti sono la focale dell’obiettivo e il formato
del quadro impiegati. La focale determina quanto spazio vada
ripreso e in che modo: un obiettivo a focale corta (detto
grandangolo) dilata le proporzioni, abbracciando ampi spazi
perfettamente a fuoco (il che permette di ottenere una buona
profondità di campo, come si vede, per es.: in “Quarto potere”, in
cui la ripresa dal basso e la profondità di campo sono due dei
tratti distintivi). La versione più estrema di focale corta è il
fisheye, un obiettivo che abbraccia uno spazio di 180°. Al
contrario, un obiettivo a focale lunga (il teleobiettivo)
schiaccia lo spazio, producendo l’effetto tipico della
bidimensionalità pittorica. Il formato del quadro, invece, indica
il rapporto tra la lunghezza dell’inquadratura e la sua altezza.
Prima del sonoro il rapporto si stabilizzò su 1,33:1. A seguito
del posizionamento della pista sonora su un lato del fotogramma,
il formato standard divenne 1,37:1, detto anche Academy. Negli
anni ’50 si avvertì l’esigenza di distinguere il cinema dalla
televisione puntando, oltre che su colore, su formati via via più
ampi, come il Cinemascope, il cui rapporto è di 2,35:1. Da allora
ogni formato ch eccede quello Academy è detto panoramico. Il
cinema moderno, invitando lo spettatore a muoversi liberamente
nello spazio ripreso, predilige formati pi ampi, proprio al fine
di rendere l’immagine sempre più ricca di elementi. Allo stesso
tempo, la scelta di un formato piuttosto che di un altro è anche
legata al genere cui il film è riconducibile. Se, infatti, la
commedia solitamente ricorre all’Academy, il western, l’horror, la
fantascienza (generi nei quali il paesaggio e l’ambiente sono
determinanti) prediligono, invece, i formati panoramici.
I movimenti di macchina
Quando si parla di mobilità dell’inquadratura è necessario
distinguere tra una mobilità reale, ossia della macchina da presa,
e una apparente, del solo obiettivo.
Il cinema nasce sostanzialmente immobile: la macchina da presa
resta fissa mentre è il profilmico a muoversi di fronte
all’obiettivo. Laddove si intravvedono i primi tentativi di
conferire dinamismo all’apparecchio di ripresa si va a creare una
mobilità sostanzialmente passiva: la cinepresa, fissata su un
supporto in movimento (un treno o una barca), usufruisce dello
spostamento del mezzo sul quale è collocata.
Esistono invece movimenti prodotti da spostamenti fisici (e
intenzionali) della macchina da presa.
La panoramica corrisponde a una rotazione della cinepresa sul
proprio asse, in senso orizzontale (da destra a sinistra, o
viceversa, manche a 360°), verticale (dall’alto al basso, e
viceversa) e più raramente obliquo. Nella carrellata la cinepresa
è collocata su un supporto mobile (di norma un carrello che scorre
su binari) e segue un percorso lineare: laterale (se si muove di
fianco al personaggio), a precedere (se lo anticipa nel percorso)
e a seguire (se lo accompagna di spalle). Qualora il supporto sia
un mezzo mobile su strada si parla di camera car, mentre nel caso
sia un velivolo di carrellata aerea. Il dolly permette alla
macchina da presa di innalzarsi dal suolo fino a un’altezza di ca.
4 m e di compiere ampi movimenti dall’alto verso il basso, e
viceversa. Si tratta, infatti, di una piattaforma su cui si
collocano la macchina da presa e il suo operatore, talvolta anche
il regista; collegata tramite un braccio a un carrello, può anche
aggiungere i movimenti tipici della carrellata. Molto simile al
dolly è la gru, la quale può innalzare la macchina da presa fino a
15 m, consentendo riprese ancora più grandiose. Entrambi i mezzi
garantiscono un’estrema fluidità di movimento. Fluidità e
spettacolarità vengono assicurati anche dalla louma e dalla
skycam: in entrambi i casi la macchina da presa è telecomandata ed
è fissata rispettivamente a un braccio snodato e a un cavo
scorrevole. Se la ripresa è frutto degli spostamenti
dell’operatore, si parla di camera a mano. La macchina a mano è
abitualmente utilizzata quando il film intende spingere lo
spettatore a una maggiore fusione con la realtà rappresentata,
oppure quando persegue un intento realista. E’ dunque frequente in
alcuni generi cinematografici (come horror e fantascienza), e
soprattutto nel documentario. Quando, invece, la macchina da presa
è fissata al corpo dell’operatore attraverso un sistema di
imbragature munite di ammortizzatori si parla di steadicam: tale
soluzione non risentono degli ondeggiamenti tipici della macchina
a mano.
Si tratta, invece, di movimento apparente quello compiuto dallo
zoom. L’effetto ottenuto è simile a quello della carrellata (si
parla spesso, infatti, di carrellata ottica), ma non identico. Lo
zoom non nasconde la propria natura artificiale, appiattendo lo
spazio circostante nel momento in cui si avvicina o allontana
dall’oggetto ripreso.
Dolly e gru consentono di rispondere a esigenze di tipo
spettacolare (come nel caso del musical); la panoramica è più
funzionale laddove l’ambiente riveste un ruolo di rilievo (nel
western, per esempio); carrellata, macchina a mano e steadicam
consentono i avvicinarsi al personaggio, rafforzando il processo
di immedesimazione da parte dello spettatore (oltre all’horror,
anche il documentario se ne serve ampiamente). Può poi capitare
che i movimenti di macchina si combinino fra loro, in funzione del
risultato espressivo che si intende raggiungere. Pensiamo, per
esempio, all’uso concomitante di zoom e carrello: mentre la
macchina da presa compie un movimento indietro (carrellata a
precedere), l’obiettivo accorcia la propria focale. Il risultato è
un’immagine in grado di trasmettere una sorta di senso di
vertigine.
Il montaggio
La messa in serie delle inquadrature è detta montaggio. Il
montaggio si effettua selezionano le inquadrature girate, che
vengono tagliate e giuntate tra loro in un nuovo tutto organico.
Il passaggio da un’inquadratura all’altra è realizzato attraverso
i raccordi, che obbediscono a criteri di contiguità spaziale e/o
di logica dell’azione. Indicano contiguità spaziale tra le
inquadrature il raccordo di sguardo (un personaggio guarda fuori
campo e l’inquadratura successiva riprende ciò che egli osserva),
il doppio raccordo di sguardo, detto anche campo/controcampo (se
un personaggio rivolge lo sguardo verso sinistra a un altro
personaggio fuori dal quadro, nell’inquadratura successiva questo
ricambia lo sguardo dirigendolo verso destra), e il raccordo
sull’asse (all’invariare dell’asse di ripresa corrisponde un
avanzamento o un avvicinamento nella scala dei campi o dei piani).
Rispondono alla logica dell’azione il raccordo di posizione (pur
variando l’angolo di ripresa, nel passaggio tra inquadrature chi è
a destra deve restare a destra e chi è sinistra deve rimanere a
sinistra), il raccordo di direzione (il personaggio che in
un’inquadratura esce da destra nella successiva mantenendo le
stesse caratteristiche). Esiste anche il raccordo sonoro, ossia la
possibilità di unire due inquadrature attraverso un suono che si
prolunga dall’una all’altra.
Il procedimento di segmentazione in fase di ripresa e di
ricomposizione delle inquadrature in post-produzione è noto come
découpage.
Di norma a una prima visione del montaggio, provvisoria, segue
quella definitiva (final cut). E’ abbastanza frequente, inoltre,
che un film vena rieditato per le sale nella sua versione
director’s cut: si tratta della copia il cui montaggio è stato
approvato dal regista, ma non dal produttore. Poiché quest’ultimo
tende a chiedere tagli di scene al fine di rendere il film più
commerciabile, il director’s cut di norma è la versione estesa del
film.
Concettualmente il montaggio obbedisce a criteri diversi, che
possono essere narrativi, ritmici, figurativi e intellettuali, al
fine di conferire al film un certo significato. Ogni epoca
storica, ogni movimento e tendenza cinematografica non hanno
potuto fare a meno di riflettere sul montaggio e di interrogarsi
sulla sua natura.
La maggior parte dei fili che ancora oggi viene prodotta ripropone
le regole di montaggio elaborate dall’industria hollywoodiana a
partire dalla metà degli anni ’10 e perfezionate nel cosiddetto
periodo classico, da cui il termine découpage classico. Alla sua
base c’è la volontà di creare un racconto coerente, fluido,
facilmente comprensibile da parte dello spettatore, il cui sguardo
è costantemente diretto verso il centro dell’azione facilitandone
l’immedesimazione con gli eventi narrati. In base a questo, il
film deve celare il proprio farsi, puntando sull’invisibilità
degli espedienti linguistici e tecnologici cui si affida. Oltre ai
raccordi, il découpage classico fa leva su due altre regole
fondamentali. La prima è detta regola dei 30°: nel passaggio da
un’inquadratura a un’altra lo scarto di angolazione della ripresa
deve essere almeno di 30°, in quanto un margine inferiore
renderebbe impercettibile la differenza tra le due e dunque non
armoniosa la loro vicinanza. Invece, la regola de 180° non
riguarda l’angolazione ma lo spazio entro il quale la macchina da
presa può muoversi. Pensiamo a una linea immaginaria che unisce i
personaggi e/o gli oggetti di un’azione e che divide il campo di
ripresa in due metà uguali, ognuna di 180° appunto. La macchina da
presa dovrà necessariamente muoversi in una di queste semisfere,
senza poter oltrepassare la linea, pena lo smarrimento delle
coordinate spaziali e dunque il venire meno della chiarezza per lo
spettatore.
Es.: ne “Il mistero del falco” di John Huston (1941), nel dialogo
tra Sam Spade e Brigid O’Shaughnessy la posizione dei personaggi
rispetta la regola dei 180°. L’ingresso nella stanza di Archer
(segnato dagli sguardi degli altri due) conferma le coordinate
spaziali che lo spettatore ha ricostruito precedentemente.
Se la regola dei 180° viene infranta vuol dire che la macchina da
presa ha oltrepassato tale linea immaginaria. In questo caso si
parla di scavalcamento di campo.
Es.: nella famosa sequenza della diligenza inseguita dagli indiani
in “Ombre rosse” (“Stagecoach”) di John Ford (1939), mentre
riprende la corsa della diligenza, Ford decide di cambiare la
posizione della macchina da presa, operando un insolito
scavalcamento di campo.
In generale, possiamo dire che il découpage classico prevede che
due inquadrature successive presentino differenze significative
tra loro: la seconda inquadratura, infatti, dovrebbe comunicare
informazioni aggiuntive rispetto alla prima. Il passaggio, per
esempio, da un Primo Piano a una Figura Interna fornisce una serie
di ulteriori annotazioni sulla fisionomia del personaggio;
diversamente, il passaggio da un Piano Americano alla Figura
Intera aggiunge solo il particolare delle gambe, dunque è raro che
venga utilizzato.
Il découpage classico si articola in forme diverse a seconda dei
fini perseguiti. L’intersecarsi di due o più linee narrative può
essere reso sullo schermo attraverso il montaggio parallelo: due o
più sequenze ambientate in spazi e/o tempi diversi sono mostrate
in modo alternato perché legate da simultaneità o da analogie. Il
montaggio parallelo non va confuso con il montaggio alternato:
inquadrature relative a due eventi ch accadono contemporaneamente
in luoghi confinanti che sono destinati a convergere in un unico
spazio. E’ il caso delle sequenze inseguitori/inseguiti o del last
minu
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