John Wayne
Nel personaggio di John Wayne, la perdita di distinzione tra la vita autentica del personaggio e l’autenticità della propria vita e del suo sé, radica il personaggio in un reale e autentico vero sé. Questa fa sì che si rafforzi l’idea di un’identità separata e autonoma. Per quanto riguarda il ruolo politico di Wayne (importante secondo Dyer nella composizione del personale di un divo), egli ha evidenti associazioni con la linea politica conservatrice della destra americana. Mostrando uno stile di vita coerente con gli ideali di quella politica inevitabilmente oscura le questioni politiche che incarna, ma al contempo ne trasmette le implicazioni in termini di ruoli sessuali e di vita quotidiana.
Secondo l’analisi di Klapp inoltre Wayne può essere inserito, prevalentemente, nella tipologia sociale del brav’uomo. Il brav’uomo è il motivo centrale dell’etica americana, caratterizzato da un atteggiamento accomodante e amichevole; è d’accordo con la maggioranza e che sa accettare con dignità le sconfitte, ma è anche un ‘vero uomo’, virile, intraprendente e indipendente quando si tratta di difendere i diritti fondamentali o i più deboli. Prova invece antipatia per i bulli/snob/autoritari. L’integrità di brav’uomo, collettivamente riconosciuta come caratteristica di Wayne, persiste nel definire la sua identità dentro e fuori lo schermo (nonostante incarni anche alcune tensioni presenti nella società/cultura americane).
Relazione tra star e tipo
Inoltre la sua relazione specifica, tra star e tipo si può interpretare in termini di massimizzazione: è l’interprete western per eccellenza, l’uomo del West portato alle sue logiche conseguenze. Il cowboy nel periodo classico è rappresentazione dell’eroe tipico nazionale, che si confronta con la natura selvaggia/incontaminata e sviluppa abilità che gli permettono di sopravvivere nella wilderness e dominarla, in un progressivo/inesorabile processo di civilizzazione e sottomissione.
È emblematica a tal proposito la presentazione del divo Wayne nel film di J. Ford Ombre rosse. Qui Wayne interpreta l’eroe fuorilegge Ringo Kid; la sua entrata in scena è preannunciata da uno sparo, e poi ci viene mostrato emergere dalla wilderness, con un graduale movimento di macchina (uno zoom ottico che dal piano americano) che finisce con lo stringere in un primo piano sul suo volto.
Solamente dalla contemplazione del volto di Wayne/Ringo, enfatizzata dal close up, comprendiamo i tratti principali della sua personalità: determinazione, sicurezza, forza, purezza morale, una mascolinità tranquilla e sicura (confermata poi nel corso della narrazione). Wayne/Ringo ha tutti gli attributi del cowboy tra cui il fucile e la pistola, che testimoniano un uso competente della violenza, legittimato perché finalizzato alla realizzazione di scopi giusti, ma è anche caratterizzato da sincera umanità e attenzione altruistica all’altro, resa evidente dal suo atteggiamento nei confronti della prostituta Dallas e dalla loro futura relazione amorosa. Ha una propria coscienza morale, che lo porta più che a rispettare la legge costituzionale, una legge intrinseca, che gli permette di riconoscere sempre ciò che è giusto o sbagliato (incarnazione dell’individualismo roosveltiano). Quindi John Wayne seppur nelle vesti di un outlaw hero, continua ad incarnare il tipo del brav’uomo.
Un’altra interpretazione che ci aiuta a definire il divismo di Wayne è quella in L’uomo che uccise Liberty Valance (’62, sempre di Ford). Qui il contesto storico/produttivo è completamente diverso, fuori rispetto quello che era stato il genere western nel periodo classico. Wayne, ormai 54enne, nei panni di Tom incarna il selvaggio West in via d’estinzione. Se Ombre rosse semplicemente usa/glorifica le sue pacate, maschie qualità da uomo del West/leader, L’uomo che uccise Liberty Valance pone anche in evidenza il suo imbarazzo con le donne e la sua autoritaria autosufficienza. Alloway aggiunge anche che questa sua autorità, questa sua fisicità imponente, lo rendono più adatto ai film d’azione.
Da quest’ultima affermazione possiamo dedurre come tra gli aspetti dell’immagine divistica di John Wayne e i tratti dei personaggi da lui interpretati ci sia perfetta sovrapposizione, tale da renderlo un esempio di adesione perfetta nell’uso dell’immagine divistica rispetto alla costruzione del personaggio cinematografico.
Greta Garbo
Greta Garbo rappresenta l’emblema della star hollywoodiana del periodo del muto (infatti le sue interpretazioni non andranno oltre il ’37). È legata ad un ideale di perfezione, sia per i tratti fisici del suo volto che per la sua personalità. Questa sua perfezione altro non è che un’astrazione e la Garbo la personifica sia dentro che fuori dallo schermo.
È un’attrice di origine svedese, scoperta e ‘formata’ dal regista Stiller (quindi la Garbo si può legare al modello delle ‘VOCI’: lei ha determinate caratteristiche e ne è la portatrice, ma non l’autrice) e nel ’25 firmerà un contratto con la MGM che la porterà a Hollywood.
Klapp la inserisce nel tipo della ‘snob’, anche se le sue origini, molto evidenti, sia nella lingua che nei modi, la portarono ad essere considerata poco convenzionale. Era un’attrice schiva, molto riservata. Questa sua riservatezza diventa subito un aspetto consumistico, da ricercare nei suoi film (per ‘venderla’ attraverso un film).
Garbo si muove, in quanto star, proprio all’interno di questa tensione: da una parte la sua personalità riservata, dall’altra un ambiente che la vorrebbe esporre continuamente. Ed è inoltre un personaggio molto androgino, la sua estrema femminilità si combina con elementi più maschili e con lineamenti più severi.
Il suo sguardo è poi fondamentale per la costruzione del suo personaggio, soprattutto per la sua interiorità (pp per rendere suoi sentimenti/pensieri); uno sguardo malinconico che diventa estetico ed etico insieme. Tutti elementi che ritroviamo in Queen Christina, un film del ’33 diretto da Mamoulian. Uno dei pochi film interamente attribuito ad una star che non si auto-dirige.
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